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TEOREMA DI POESIA La poesia di Carmelo Aliberti di Mario Grasso

“Ma perché Aliberti è classificato tra quelli dell’ottavo sacramento?

Proverò a dirlo: taciturno, colto, umile e appartato fino a volersi dichiarare estraneo, pronto a dare prima di ricevere e senza bisogno d’intravedere contropartite, acuto nel cogliere il significato più profondo di ogni aspetto delle cose e degli uomini, sia esso vero sia esso fittizio”.(Mario Grasso)

Mario Grasso, è nato a Acireale (Catania) dove ha frequentato le scuole statali, dalle elementari alle Superiori, conseguendo la Maturità classica e l’Abilitazione magistrale. Quest’ultima da esterno. Dal 1982 vive a Catania dove è direttore di Lunarionuovo e consulente letterario di una casa editrice. È stato assessore comunale di Acireale. Ha insegnato dal 1956 al 1963, dal 1964 al 1991 è stato bibliotecario a Catania (Amm.ne Prov.le).Ha fondato sei riviste e una casa editrice. Tra i suoi scritti, opere di narrativa, poesia in lingua e in dialetto siciliano, saggistica, teatro e traduzioni. Conosce e parla correntemente diverse lingue. [Prof. Mario Grasso nel suo studio] Una sterminata quantità di articoli, sempre su temi di letteratura e ricerca scientifica settoriale, sono stati pubblicati sui quotidiani e rotocalchi cui Grasso ha sempre collaborato e collabora, firmando oltre che con il proprio nome d’anagrafe con pseudonimi (Basico, Dello Carca, Lino Bontempi, Emmegì, Idduè, Ludi Rector, Turi d’a Ràsula) e con esiti di anagrammi del proprio nome: Sara Smigòro, Rigo Mossara, nonché con qualche altra sigla che non intende rivelare.   Narrativa:  Scuciture (1965); Il gufo reale (pref. di Giuseppe Fava, 1968); Il Mulino d’Aci (1972); La paglia di nessuno (1874); Le vestali di Samarcanda (pref. di Giacinto Spagnoletti, 1979); Pamparissi (1989); Fine dell’adolescenza (1992). Sortilegio a Ustica (2007).   Saggistica: Testi e testimonianze (pref. di Giorgio Bàrberi Squarotti, 1976);  Lingua delle madri (1994); Michele Pantaleone personaggio scomodo (1994); La danza delle gru (1999); Cu t’inghitau? (2003);   Poesia: A sollevare il giorno (1980); Friscalittati (pref. di Giuseppe Bonaviri 1982); I Guerrieri di Riace (1982); Lettere a Lory (pref. di Antonio Di Grado e Giuiano Gramigna, 1984);  Tra sole e luna (pref. di Giovanni Raboni in Almanacco dello Specchio-n. 12, Mondadori 1986); Concabala (1986): Vocabolario siciliano (pref. di Maria Corti, 1989); Crucchèri (pref. di Attilio Scuderi, 2002); Tra compiute lune (pref. di Stefano Lanuzza, 2003);   Teatro: L’arca di Noè 1970); Progetto per il parco (segnalata al Vallecorsi 1974); I sette arcieri di Bajamazol (1978).     Traduzioni: dall’ucraino: Antologia delle opere di Taras Sevcenko ( Premio Frankò, Kiev 1989); in siciliano l’edizione integrale del Pinocchio di Collodi (1990); dal latino e dal greco brani dell’Eneide e Lirici greci in Antologia, edizioni Bompiani (1993).  Dal 1994 pubblica sul quotidiano La Sicilia una rubrica settimanale di filologia e costume Vocabolario.  Riviste di letteratura fondate e dirette da Grasso: Lytyerses (dal 1968 al 1971); Sumarte, (dal 1974 al 1977; Lunarionuovo dal 1978; Carte Siciliane, dal 1985 al 1986; Sicilia Illustrata dal 1991; Gazzetta Ufficiale Dialetti, dal 2002.

Mario Grasso, è nato a Acireale (Catania) dove ha frequentato le scuole statali, dalle elementari alle Superiori, conseguendo la Maturità classica e l’Abilitazione magistrale. Quest’ultima da esterno. Dal 1982 vive a Catania dove è direttore di Lunarionuovo e consulente letterario di una casa editrice. È stato assessore comunale di Acireale. Ha insegnato dal 1956 al 1963, dal 1964 al 1991 è stato bibliotecario a Catania (Amm.ne Prov.le).Ha fondato sei riviste e una casa editrice. Tra i suoi scritti, opere di narrativa, poesia in lingua e in dialetto siciliano, saggistica, teatro e traduzioni. Conosce e parla correntemente diverse lingue. [Prof. Mario Grasso nel suo studio] Una sterminata quantità di articoli, sempre su temi di letteratura e ricerca scientifica settoriale, sono stati pubblicati sui quotidiani e rotocalchi cui Grasso ha sempre collaborato e collabora, firmando oltre che con il proprio nome d’anagrafe con pseudonimi (Basico, Dello Carca, Lino Bontempi, Emmegì, Idduè, Ludi Rector, Turi d’a Ràsula) e con esiti di anagrammi del proprio nome: Sara Smigòro, Rigo Mossara, nonché con qualche altra sigla che non intende rivelare.
Narrativa: Scuciture (1965); Il gufo reale (pref. di Giuseppe Fava, 1968); Il Mulino d’Aci (1972); La paglia di nessuno (1874); Le vestali di Samarcanda (pref. di Giacinto Spagnoletti, 1979); Pamparissi (1989); Fine dell’adolescenza (1992). Sortilegio a Ustica (2007).
Saggistica: Testi e testimonianze (pref. di Giorgio Bàrberi Squarotti, 1976); Lingua delle madri (1994); Michele Pantaleone personaggio scomodo (1994); La danza delle gru (1999); Cu t’inghitau? (2003);
Poesia: A sollevare il giorno (1980); Friscalittati (pref. di Giuseppe Bonaviri 1982); I Guerrieri di Riace (1982); Lettere a Lory (pref. di Antonio Di Grado e Giuiano Gramigna, 1984); Tra sole e luna (pref. di Giovanni Raboni in Almanacco dello Specchio-n. 12, Mondadori 1986); Concabala (1986): Vocabolario siciliano (pref. di Maria Corti, 1989); Crucchèri (pref. di Attilio Scuderi, 2002); Tra compiute lune (pref. di Stefano Lanuzza, 2003);
Teatro: L’arca di Noè 1970); Progetto per il parco (segnalata al Vallecorsi 1974); I sette arcieri di Bajamazol (1978).
Traduzioni: dall’ucraino: Antologia delle opere di Taras Sevcenko ( Premio Frankò, Kiev 1989); in siciliano l’edizione integrale del Pinocchio di Collodi (1990);
dal latino e dal greco brani dell’Eneide e Lirici greci in Antologia, edizioni Bompiani (1993).
Dal 1994 pubblica sul quotidiano La Sicilia una rubrica settimanale di filologia e costume Vocabolario.
Riviste di letteratura fondate e dirette da Grasso: Lytyerses (dal 1968 al 1971); Sumarte, (dal 1974 al 1977; Lunarionuovo dal 1978; Carte Siciliane, dal 1985 al 1986; Sicilia Illustrata dal 1991; Gazzetta Ufficiale Dialetti, dal 2002.

Carmelo Aliberti nato il 9 settembre 1943 a Bafia di Castroreale in provincia di Messina, insegna materie letterarie nelle scuole medie superiori ed è considerato uno dei migliori poeti del nostro Meridione. La sua poesia è contenuta nelle seguenti sillogi: “Una spirale d’amore” (1967);” Una topografia” (1968); “Il giusto senso” (1970);” C’è una terra” (1972); “Teorema di poesia” (1974);” Il limbo, la vertigine” (1980);” Caro dolce poeta” (1981); “Valentina” (1983); “Poesie d’amore” (1984);” Il pianto del poeta” (2002).

La critica si è occupata quasi esaurientemente di quest’illustre poeta siculo con validi interventi che sono apparsi puntualmente in seguito ad ogni pubblicazione.

A nostro avviso, però, il tessuto linguistico non ha ancora ottenuto la meritata attenzione critica.

C’è chi ha visto in questa poetica un singolare dialogo disperato ancora aperto ad un barlume di speranza (Michele Prisco);

o la ricerca di un linguaggio poetico autentico e puro (Walter Mauro);

la dialettica della poesia fra la descrizione dell’orrore contemporaneo e la sublimazione della speranza (Giorgio Barberi Squarotti);

c’è chi ha sottolineato le singolari forme espressive di liricità che dipanano un tessuto polifonico, raffinato e composto o ha rivelato la forte carica di emotività nel messaggio sociale (Nino Calabrò);

o la precisa scelta lessicale di un linguaggio misurato che rivela una capacità di scrittura, asciutta e penetrante, ricca di valenze semantiche e di aggressivi bagliori connotativi (Rino Giacone).

Giuseppe Addamo ama soffermarsi sul linguaggio di Aliberti quando afferma: “Il linguaggio, abbandonati i compiacimenti anche narcisistici, gioca il suo proprio ruolo, agisce e si irradia a più livelli; e penetrando le possibilità intrinseche (le ambiguità) delle parole, si trasforma in mezzo di lettura (di decodificazione) e di intervento nella realtà, istituisce favole, produce invenzioni e omologie in una proliferazione di immagini e di metafore che rendono, in filigrana, significazioni plurime”.

Teodoro Giùttari, da parte sua, da un lato rileva che i mezzi espressivi di Aliberti sono una spossante e amorosa ricerca, una continua invenzione e reinvenzione; dall’altro, egli ritiene di non dilungarsi su questo argomento, giacché altri l’hanno già discusso.

Fra gli altri critici e studiosi vi è chi ha rilevato un certo cromatismo con metafora scarnificata (Giuseppe Amoroso),

e chi insiste sulla necessità di piegare i mezzi ideomatici alla espressione più efficacemente drammatica del dolore dell’uomo (Mario Rappazzo).

Dall’estrema essenzialità del discorso, di cui parla lo Squarotti, si giunge alla forma di esame di coscienza ed ai momenti di amara ironia (Nino Calabrò),

alla spezzettatura del verso ed all’uso particolare della punteggiatura (Adriano Bon);

dal testo progettato sulla galleggiante e pubblica immagine dell’esistenza (Domenico Cara)

alla cosiddetta “poesia di fabbrica” con la quale si è in presenza di lessico tecnico traslato praticamente, di assunzione di un vocabolario meccan-metallico (Claudio Toscani).

L’arte poetica di Aliberti, corroborata da un linguaggio intenso ed in continua lievitazione semantica, contiene quegli elementi sintattici strutturali che erodono la realtà dal di dentro e servono pure ad esprimere quel senso pittorico e musicale che rende le immagini pregne di significati simbolici e metaforici che, nel ritmo e nella similitudine, non escludono un lavoro di lima ed un tirocinio estetico altamente encomiabile.

La parola poetica riacquista il suo valore autentico ed essenziale. Il poeta non si àncora nel semplice rinnovamento del linguaggio, ma converte la metamorfosi lessicale in uno strumento capace di esprimere il realizzarsi dell’uomo nella sfera del sublime ed il trasfondersi delle aberrazioni nella trasfigurazione dinamica dell’impegno morale e civile.

I poeti come Aliberti hanno il solo difetto di essere sinceri e di dire la verità sulla condizione esistenziale dell’uomo (“Caro dolce poeta” ).

La compostezza lirica e la delicatezza dei significati, rafforzate da una forma limpida e moderna, ostentano uno stile puro e fluido, armonico e controllato, e rivelano l’immediatezza degli eventi autobiografici e sociologici, sofferti in prima persona, che non escludono la polimetria e l’armonia dei versi.

Il linguaggio duttile e corposo avvicina valori secondo un criterio certamente bizzarro, ma che, a mio modo, è un criterio. Ecco, quando io parlo di sicilianità non so fare a meno di pensare anche a Carmelo Aliberti. E lo colloco in questa mia cartina degli intellettuali siciliani vecchi e nuovi. Certo ce ne sono anche tanti, tanti altri che ancora non ho avuto modo di conoscere ed apprezzare, né queste mie libere scelte possono essere di esclusione o vogliono essere limitative della stima che posso avere e certamente ho verso il resto, verso tutti, quindi anche verso quelli che non ritengo siano in possesso di questo ottavo sacramento che è la sicilianità. Ma perché Aliberti è classificato tra quelli dell’ottavo sacramento? Proverò a dirlo: taciturno, colto, umile e appartato fino a volersi dichiarare estraneo, pronto a dare prima di ricevere e senza bisogno d’intravedere contropartite, acuto nel cogliere il significato più profondo di ogni aspetto delle cose e degli uomini, sia esso vero sia esso fittizio.

Così è nella sua poesia. Una poesia nella quale, insomma, l’impegno civile – e s’intende per impegno civile l’anelito dell’Aliberti verso il rinnovamento alla base di leggi, di costumi e persino di religioni e quindi di sistema globalmente inteso – dove l’impegno civile, ripeto, non  un recitativo, frutto di emozioni che tende a solleticare i palati sensibili degli orecchianti ma è un urlo che fruga dentro il petto con la precisione d’una lama tagliente. Non c’è la sicilitudine di Vittorini, perché non ci sono gli astratti furori, ma c’è quella di Quasimodo elegiaca e ribelle e quella di Lucio Piccolo, profonda, misteriosa e solitaria. C’è in Aliberti una dimensione del poetare che non coglie dalle tradizioni maggiori, perché se ne è già staccata, ed è fulgente d’una autonomia, vedremo brevemente quali passaggi ci sono stati, perché lungo il percorso del poeta troviamo più d’una fase di precisazione, e vedremo come e perché adesso la poesia di Aliberti sta sedimentando dentro una dimensione che non la fa somigliare più ad altre poetiche di altri illustri o meno illustri autori siciliani.

In un primo periodo, conclusosi con il 1967, Aliberti si sente legato alla suggestione quasimodiana. La sua non è nemmeno parentela, perché già l’assenza d’intonazioni e melodie fa intuire, e subito comprendere a pieno, come Aliberti sia solo un ammiratore del suo grande conterraneo, come ne approvi i contenuti e ne condivida certe immagini tra ermetismo e neorealismo. (cfr. “Tra gli aranci”, in “Teorema”).

Questa fase si manifesta meglio nelle poesie (in alcune poesie) dell’anno 1968: (cfr. “L’estrema verità”, “Ora i passeri bevono nei tuoi occhi;” in “Teorema”).

Esplode in schegge vistose tra il 1969 e 1974. Esplode, e l’immagine mi deve essere consentita, perché nelle poesie di questo periodo troviamo un Aliberti che è diventato insofferente, irrequieto e quasi irritato, un Aliberti che canta il dolore del Sud con la voce d’un gigante solitario e sospettoso, che non sappiamo se sia in procinto di ammazzare o di suicidarsi. Un gigante ebbro di qualcosa che lo fa presagire pericoloso a chi lo ascolta. Non ci sono più residui delle titubanze degli anni antecedenti e si avverte il passo più sicuro del poeta, il fiato pieno, il tono pastoso e vigoroso d’una forza che però l’ irruenza prima ancora di essere forza, quasi l’urlo di vendetta d’un oppresso che ha rotto le ultime catene: (cfr. “C’una terra”, “La stanza di carta”, “Teorema”).

Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti

E’ improvvisamente cresciuto il poeta? – Si domanda il lettore che ha seguito Aliberti lungo i dieci anni del suo impegno – o, più verosimilmente, c’è da pensare ad un Aliberti che decide, razionalmente, di chiedere alle proprie forze di artista, e non solo di artista, ma anche di studioso smaliziato e raffinatissimo, una prova che lo tragga fuori dalla pianura facile nella quale aveva, già con risultati brillanti, collocato la sua poesia. Questa ipotesi non mi sembra peregrina al momento del confronto dei risultati conseguiti dall’Aliberti in questa nuova frontiera; proprio perché la sofisticazione del verso coglie ciò che l’avanguardia vecchia e nuova non ha saputo cogliere; fermandosi al punto giusto laddove l’ironia non deve farsi ironia fine a se stessa, ma deve essere quella genuina che è istinto di difesa della persona sensibile, intervenendo al momento giusto con la parola che diventa mezzo e diventa quasi sofisma per dimostrare la raggiunta maturità stilistica di Aliberti, che riesce a impegnarsi e a impegnarci nel gioco del costrutto in cui regge l’analisi ma non regge la logica, perché il poeta ha inventato il suo gioco a rimpiattino di cui nessuno ha la chiave; Aliberti probabilmente non è cosciente dell’effetto che certe liriche lasciano al suo lettore, perché la sua capacità di maestro nell’arte di pulire la proposizione poetica non è altro che istinto e spontaneità, ma al lettore resta solo uno stupore di compiacimento, perché ha potuto gustare fin dalla prima lettura una particella minutissima del dettato di Aliberti e vi si impegna in una seconda, in una terza lettura con la compiacenza del ghiotto su una pietanza condensata che si deve sciogliere prima di deglutirla: (cfr. “Ora l’arco”, in “Teorema”).

Ma cos’è poi questo gioco sottilissimo del poeta? Esaminando sotto la lente della struttura, leggiamolo col metodo della scienza applicata al momento di interpretare la letteratura. E’ l’eterno grido di dolore per il Sud, un Sud stanco e oppresso, con gli occhi neri e taglienti di fame e di rabbia, che si solleva per gridare al suo dio e ai potenti la propria sete di giustizia e di libertà. Aliberti non cifra in termini elementari le sue segnalazioni di uomo, ma la sua traccia profonda ugualmente leggibile, la decodificazione facile perché lo scalpello ritaglia in profondità, i movimenti sono larghi, i gesti ampi e non si può equivocare, non si può fraintendere. Come non si può fraintendere l’urto rombante della voce di Aliberti che sa di voler risalire un calvario irto e infangato oltre il quale l’aspetta una croce grande. Incommensurabilmente grande, la croce di chi ha scelto di leggere nel tormento della propria esistenza guardando in faccia al prossimo che sta nel gradino più sotto e non per una rinunzia a salire, a riscattarsi, ma per la scommessa di risalire a ritroso, col pericolo di rompersi il collo e le ossa.

Lo so: queste mie sono immagini che vogliono descrivere immagini, ma la poesia vera è difficile da intendersi, tanto più difficile quanto è stata elaborata dentro il cuore d’un poeta come Carmelo Aliberti, che non sa cogliere il fruscio più piccolo, interpretare il cenno impercettibile dell’ammiccare di chi tra scetticismo e tenacia si lascia crescere le unghie per arrampicarsi sulle pareti lisce delle ostilità. Questo libro ci dice come Aliberti ha rifiutato la gloria dell’avanguardia vecchia e nuova, scegliendo definitivamente la via dell’evoluzione sulla tradizione, saldandosi a questa tradizione con dichiarate prove e superandole col passo di chi sa di non potersi più fermare e voltare, non tanto per tema di fascinosi richiami a reversibilità, quanto perché sa che alla meta si mira senza tener conto della fatica e degli sforzi. ”Teorema di poesia” è una testimonianza che vuole essere pietra miliare nel cammino del poeta. Forse come lo stacco, nei capitoli dei grandi trattati, forse come corollario, ma per teoremi futuri con apertura maggiore.

mario grasso

   Mario Grasso

per la rubrica SFOGLI L’AUTORE 

Monica Bauletti  0c932d5777f56a089aadb5621d892759

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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