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POESIA VERSO IL FUTURO

LA  POESIA  DI  CARMELO ALIBERTI: UN MODELLO ESEMPLARE DI NUOVA E ALTA POESIA PER IL TERZO MILLENNIO, NATA SULL’IMPULSO DELLA CARTA POETICA ’94, STILATA A CASTROREALE IN UN CONVEGNO DEL  14 e 14  MAGGIO 1994,A CUI PARTECIPARONO  Il GRUPPO DEI POETI DEL RHEGIUM JULI,IL PRESTIGIOSO CIRCOLO CALABRESE CHE HA PREMIATO SCRITTORI E POETI DI TUTTO IL MONDO; L’EDITORE ANGELO MANUALI E LA CONSORTE STEFANIA, LUCIO ZINNA, ALDO GERBINO, GIOVANNI OGGHIPINTI, E ALTRI,CHE, PER DUE GIORNI NELLA SEDE DEL MUSEO DI CASTROREALE(ME), Hanno Trovato la convergenza Su Punti Fondamentali Del Nostro Tempo,pubblicati su diversi giornali e RIVISTE dell’INTERO PIANETA.

CARMELO ALIBERTI

Biografia

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Castroreale (ME), dove risiede e ha insegnato   materie letterarie e latino nei licei di Barcellona P.G..(ME).

Si è laureato in materie letterarie all’Uviversità di Messina,con una tesi su Pascoli latino, rivisitato da Aliberti dopo circa 60 anni di silenzio critico sui “ Carmina”, con una traduzione moderna e un’analisi critica appropriata, che evidenzia la grandezza poetica dei poemetti latini del poeta teorizzatore del “fanciullino”, ora proiettato maggiormente nella grande  storia e nella quotidianità di Roma, dove sfilano le pù alte figure dell’Urbe sul proscenio della vita.  

Ha iniziato l’attività letteraria nel decennio 1960-70, con la pubblicazione di numerose raccolte di poesia tra cui: Una spirale d’amore (1967), Una topografia (1968), Il giusto senso (1970), C’è una terra (1972), Teorema di poesia (1974), Il limbo e la vertigine (1980), Caro dolce poeta (1981), Poesie d’amore (1986), Nei luoghi del tempo (1987), Aiamotomea (1988), Le tue soavi sillabe (1999), Il pianto del poeta (2002), La ferita del tempo (2005), Itaca (2007 – tradotta in spagnolo, francese, inglese, croato e ungherese). Abbina l’attività poetica a quella giornalistica, letteraria e saggistica. Come saggista, ha approfondito i complessi incroci esistenti tra politica e letteratura; con La questione meridionale in letteratura (1995), e si è distinto per l’acume critico con il quale ha letto ed esplorato tante opere di poesia e di narrativa. Nell’ambito della poesia, ha esteso i suoi interessi a poeti siciliani (Poeti a Castroreale, 1995; Poeti dello Stretto, 1995) ed a Cattafi in particolare (Sul sentiero con … Bartolo Cattafi, 2000;  Nuova Edizione in Edizioni Terzo Millennio; Poeti siciliani del Secondo Novecento, Vol. I, II, III – 2002-2005; Cento poeti per l’Europa del Terzo Millennio, 2007), Parallelamente con grande passione si dedica alla critica letteraria,esplorando la letteratura del Novecento fino alla produzione narrativa e poetica dei nostri giorni. Fra i suoi vasti interessi, annoveriamo Silone (Come leggere Fontamara di Ignazio Silone, 1977-1989; Ignazio Silone, 1990), Freni (Come leggere La famiglia Ceravolo di Melo Freni, 1988), Mastronardi (Guida alla lettura di Lucio Mastronardi, 1986), Prisco (Michele Prisco, 1993; La narrativa di Michele Prisco, 1997), Fulvio Tomizza (2000) Nuova Edizione Terzo Millennio (2014), Sgorlon (La narrativa di Carlo Sgorlon, 2003: “Carlo Sgorlon, cantore delle popolazioni emarginate e la ricerca scientifica di Dio” (edizioni Terzo Millennio (2015),  Letteratura Siciliana Contemporanea, Pellegrini “(2008); L’altra Letteratura Siciliana Contemporanea (con prefazione di Giorgio Barberi Squarotti, La Medusa Editrice (2013). La questione meridionale in Letteratura (2014). “Andrea Camilleri”,(saggio sull’opera narrativa dell’autore  del Commissario Montalbano). Molteplici i premi ed i riconoscimenti, sia a livello regionale che nazionale, tra cui il riconoscimento di Benemerito della Cultura, della Scuola e dell’Arte dalla Presidenza della Repubblica e la nomina a Cultore di Letteratura Italiano presso l’Università di Messina. Oltre che promotore culturale, ha fondato recentemente e dirige la Rivista Internazionale di Letteratura “Terzo Millennio”.

Temi della poesia di Aliberti

La lirica di Aliberti si pone come felice punto di convergenza di tre fattori: l’ispirazione autentica e genuina, i dialoghi attenti profondi con i testi della poesia novecentesca (Ungaretti, Montale, Quasimodo, tra gli altri), la presenza della sua Sicilia, tra crudeltà della storia e dimensioni mitiche.Poeta dai forti contrasti storici ed esistenziali e dall’alto senso dell’eticità, Aliberti ha una visione dialettica della vita, variamente presente nelle sue raccolte.

I temi della sua poesia si possono così sintetizzare:

  • la critica impietosa agli anni del dopoguerra ed ai miti effimeri della società del benessere;
  • la denuncia degli assurdi ideologici, che tendono a sancire il “patto di Marx con Dio”;
  • la requisitoria, fra rabbia ed amarezza, dei meandri perversi del potere;
  • la coscienza del ruolo anonimo del poeta nella società contemporanea, ridotto a figura desacralizzata e relegato a semplice pedina nella convulsa scacchiera della vita;
  • la sofferenza per la mancanza di Dio, lontano e sconosciuto;
  • l’inesorabile trascorrere del tempo assassino, che “macina” e brucia tutto ciò che attraversa;
  • lLa ricognizione dei destini umani, raffigurati in un continuo andare alla deriva, tra ferite del vivere, immobilità dell’“Io”, essiccamento dell’esistenza, caduta dello spirito competitivo.

Nel fondo della sua poesia serpeggia un incessante agonismo dell’essere e del vivere, teso alla ricerca del vero senso della vita e determinato a squarciare sia le tenebre esteriori del materialismo che quelle subdole dell’interiorità, fatte di smarrimento e di vertigine, di paure e di angosce. Analizzare e descrivere l’opera poetica di Carmelo Aliberti è come addentrarsi in una foresta di immagini e concetti, di emozioni e sensazioni, di virtuosità formali ed afflato lirico, di problematiche sociali e di aura siciliana Penetrando ei labirinti della sua poesia, infatti, è possibile leggere il percorso esistenziale di un uomo nei risvolti di un parallelismo letterario e dialettico con i poeti e le correnti del Novecento, da Ungaretti a Montale, da Saba a Quasimodo, da Cattafi a Piccolo, dal Simbolismo al Postmoderno. Riporta in auge il percorso artistico di Aliberti il recente e accurato saggio di Francesco Puccio, dal titolo Carmelo Aliberti Poeta della dialettica esistenziale. Ricognizione sulla poesia del Novecento (pagine 156, edito dalla Bastogi nel 2004).  Il saggio arriva, infatti, a coronamento di una quasi quarantennale carriera del poeta e si fa apprezzare per la sua equilibrata impostazione, oltre che per la profonda e meticolosa analisi critica del linguaggio, dei temi e della poetica del Nostro. In esso non mancano ampi cenni alla sua opera critica, che risale in buona parte al periodo della lunga parentesi poetica, tra gli anni ’80-’90, quando la sua attenzione si è spostata verso la critica letteraria con saggi di una certa intensità su Silone, Freni, Prisco, Tomizza, fino al più recente Sgorlon e alla Letteratura Siciliana Contemporanea (2008). Si è parlato molto, nell’ambito letterario e culturale, di meridionalismo, di disoccupazione, di crisi impellente e duratura, ma a che punto siamo della questione meridionale? Innanzi tutto mi preme chiarire che parlando di meridionalismo conviene suddividere un campo economico-socio-politico da un campo culturale. Suddivisione, questa, che non è possibile, però, chiudere in due sfere autonome, dato che ogni campo parte da una circostanza unica: Meridione inutilizzato oppure Meridione misconosciuto. In questo senso le implicazioni poetiche e narrative si risolvono, per grandi linee di generalizzazione, nella letteratura sulla mafia e nella tensione di chi «è stufo di chiacchiere e di incomprensioni» secondo l’espressione del De rebus Siciliae di Lucio Zinna. Chiaramente questa seconda risoluzione del meridionalismo si dipana su una linea molto complessa ed in cui possiamo collocare l’opera di Carmelo Aliberti. Basta osservare le differenziazioni tra l’opera di Aliberti e quella di Ottieri per rendersi immediatamente conto come il meridionalismo (con tutti i problemi e le enfatizzazioni) sia trattato in modo più crudo e particolareggiato nei meridionali fuori del luogo d’origine, invece meno direttamente negli autori che vivono in loco. Ovviamente in un ampio panorama vi sono espressioni altre ed intermedie, basti ricordare Lucio Zinna che, nonostante ciò, fa emergere (posizione palese anche in Aliberti) il dramma dell’intellettuale straniato, esiliato:

Comprimete gli artisti, costringeteli

all’emarginazione o alla diaspora

concimeranno rancori.

Comunque è da sottolineare che nel secondo dopoguerra, abbandonate in parte le forme del Primo Novecento, gli scrittori meridionali, e più precisamente gli autori di Sicilia, hanno risolto l’immagine mitica della terra d’origine in un «altrove» in cui potersi immergere. Cioè si affievolisce l’interesse per la ‘pura’ realtà, ma aumenta l’interesse per ciò che essa rappresenta e può rappresentare (basti citare Sciascia e Bonaviri che rispettivamente hanno superato il neorealismo attraverso l’avventura della ragione o della visione surreale della vita). In questo contesto il rapporto con gli altri poeti siciliani diventa essenziale nell’economia della criticità di un autore quale Aliberti. Se l’Unità d’Italia è stata vista per il Meridione quasi sempre in senso negativo, innegabile è la coscienza letteraria nata da una Unità voluta da alcuni, desiderata da molti, sopportata da tutti. Dà adito quindi a vari risvolti l’analisi della sicilianità e della meridionalità di Aliberti, vista in rapporto ad una società per certi aspetti in continua evoluzione e per altri che tende allo statu quo, quasi per dirla con Giuseppe Tomasi di Lampedusa: «Se vogliamo che tutto cambi,occorre elaborare una formula letteraria sintetica e penetrante come..ratio.vivendi.cambiare.tutto.per.non.cambiare.nulla.nel.labirintico meandro, in cui appare tutta una problematica sociale, e soprattutto una denuncia, nei confronti di certe situazioni abnormi ed aberranti. Ed è questa denuncia che Aliberti propone in alcune sue liriche, denuncia fatta con parole così delicate e incisive che l’autore si dimostra non solo profondo conoscitore dell’animo umano, ma soprattutto conoscitore della problematica meridionale e innamorato della sua terra attraverso un legame di amore-odio, ma più di amore che di odio Il suo non vuole essere, però, un processo storico né sociale. La sua processualità è una condanna per quei politici che sanno solo servirsi di parole ampollose e demagogiche, facendo parte di quell’esercito di corrotti, che creano uno stallo sociale, come gli Uzeda di De Roberto, come i Salina di Tomasi di Lampedusa. I gestori del potere sono falliti, dovrebbero ritirarsi dagli organismi politici, ed in effetti si fanno indietro, ma non per scomparire, solo per trasformarsi, per assumere altre vesti, per riassumere il potere, per fare altre promesse, magari opposte a quelle precedenti. É il circolo vizioso della politica e della corruzione, contro cui il poeta-cantore Aliberti, profeta non di sventure ma fautore di un’analisi sociale della propria terra, si schiera, così come si può evidenziare nel seguente brano tratto da una delle liriche più significative, Caro dolce poeta:

           Eccoti tuffato nella pazienza della fame

nel sudario dei campi straziati

sui selciati dell’esilio per l’Europa

assediato dal gorgo delle lacrime

al sorriso dei figli e delle madri.

Eccoti nuotare nelle tossine della fabbrica

incollarti alla catena di montaggio

benedire la mano del padrone

che ti assicura lavoro e farmacia…

Se compito di questo breve intervento è approfondire l’aspetto poetico e letterario della meridionalità di Aliberti, per l’aspetto critico e l’approfondimento della problematica in questione bisogna rimandare al saggio indicativo dello stesso Aliberti: La questione meridionale in letteratura del 1995. Questa resta comunque un’occasione per approfondire la sua opera letteraria, che prende le mosse da un percorso esistenziale per giungere ad una analisi della società contemporanea, soprattutto meridionale, percorso che comprende le sue principali opere a partire da Una spirale d’amore (1967), Una topografia (1968), C’è una terra (1972), Teorema di Poesia (1974), Caro dolce poeta (1978-80), Aiamotomea (1986), per giungere alla più recente produzione confluita ne Il pianto del poeta (2002) e in Itaca   in 10 lingue (2007-2009-2011—2012-2013-2014-2015-2016) «La grandezza della poesia di Aliberti, secondo Francesco Puccio, consiste nell’aver saputo innestare il problematicismo dialettico di Baudelaire, Ungaretti e Montale sul proprio vissuto e sul proprio sostrato isolano, pervenendo ad una poesia autonoma e dalla forte identità. Egli ha toccato con mano la miseria ed il razzismo socio-ambientale della Sicilia; ne ha interiorizzato l’immaginario, tra mito e leggenda; ha assunto in sé l’inconscio collettivo della sua terra, ma è riuscito ad evitare il pericolo di un eccessivo e lacrimevole meridionalismo, trasformando la propria sicilianità da spunto storico-immanente a veicolo metastorico trascendente». Aliberti crede con la poesia di poter incidere nel tessuto sociale e perciò si trasforma in poeta-cantore, ponendosi in un rapporto biunivoco e bidirezionale (pensiero ed incisività) con la società in cui vive per analizzarne il meccanismo. Il poeta assurge così a figura-simbolo di raccordo tra società e politica, nell’illusione di poter cambiare le loro leggi di ragion di Stato e favorire un progresso socio-economico della sua terra. Ecco perché il suo dire corre tra Certezza e Incertezza, come dire tra Assoluto e Relativo. La Certezza e l’Incertezza diventano due mondi a se stanti e contrapposti. La Certezza è sinonimo e simbolo dell’Assoluto. L’Incertezza è sinonimo e simbolo del Relativo. Il mezzo per condurre a questo Assoluto-Relativo è la Poesia, elemento filosofico e irrazionale (ma nel contempo prodotto di una razionalità interiore), espressione dell’uomo-cantore, o poeta-cantore, che opera nel sociale, e nel caso specifico in una terra periferica, la Sicilia, simbolo di un Meridione bistrattato ed emarginato, ma che ha voglia di riscatto. La poesia diventa allora cosmologia gnoseologica, cioè raziocinio su una problematica universale, che coinvolge il Sud, ogni Sud o Meridione della terra e scaturissero dalle medesime condizioni. Per realizzare quest’analisi si prospetta allora un’ipotesi di soluzione ‘politica’. Ma il fallimento di una politica corrotta, porta al fallimento delle riforme e quindi al fallimento della società, perché la politica argina il poeta, in quanto ne ha determinato la fine. La dialettica dell’essere e del divenire non è più l’assenso, bensì il Nulla, quale punto di partenza per giungere al Tutto, quel Nulla che restituisce l’essere a se stesso e lo rende padrone delle proprie azioni, cioè lo conduce verso la libertà. E la vita è desiderio di libertà, come scaturisce dalle poesie “meridionali” di Aliberti. Allora l’uomo del Meridione non rimane abbandonato a se stesso. No. Perché l’autore riesce a proiettarsi e a proiettarlo in una dimensione noumenica, nel tentativo di superare la dimensione fenomenica. L’assolutezza del Tutto porta all’assolutezza di Dio, anche se il Dio si rivela Dio del Nulla, così come si esprime Aliberti nella lirica dal titolo emblematico:

             Dio del nulla e del dolore

Dio dei poveri mio Dio

assistimi ti prego nel salire

i gradini del buio

con l’involucro del male

con la pena del prossimo nel cuore.

Il male di una categoria sociale, di un luogo circoscritto, diventa quindi male universale. Il Dio del Nulla diventa potenza, aiuto e comprensione. Là dove la politica ha fallito, l’Universale Assoluto può soccorrere.

            Dio del Nulla e del dolore

Dio riemerso dal buio a intermittenze

nel delirio ingiusto dell’ingiusto

assistimi, ti prego mentre sgrano

storie di pietà e di speranza…

All’Assoluto e quindi alla Certezza, si contrappone in questa dialettica il Relativo e l’Incertezza. Alla problematica che si vuole risolvere si contrappone l’inganno, la mancanza di risoluzione, il fallimento e quindi il mondo appare nella sua relatività. È il mondo delle piccole cose e dei grami problemi che attanaglia l’uomo comune. Dio non sembra più esistere. L’uomo si trova a combattere contro tutto e contro tutti. Si trova in una tempesta e può fare affidamento solo sulle sue forze, proprio come Bastianazzo di Verga, che dopo aver comprato un carico di lupini, vuole andarli a vendere a Riposto, ma la tempesta infrange ogni sogno. La Provvidenza, il nome della barca, naufraga e con essa naufragano le speranze. Ma i sogni che Aliberti si propone e ci propone non naufragano, l’uomo di Aliberti non perde la speranza. Va altrove, cerca fortuna. È l’emigrante. Che si chiami Marco o con altro nome non importa. Così scrive Aliberti, infatti, nella lirica Marco:

             Lo incontrai alla stazione che partiva

l’interrogai, mi rispose – Vado via

in questi luoghi non ho più nessuno

la mia terra verde fiorita

non ha uno spicchio di pane per me.

In questa negatività dell’esistere del meridionale che non trova lavoro, nasce la speranza e la fiducia di un futuro migliore. L’uomo comune ha fiducia nella parola, e soprattutto nel sogno. Ma il sogno, come quello di Bastianazzo, di Luca o di Padron ‘Ntoni, si infrange anche in Aliberti e si rompe. Anche i sogni di Marco si infrangono: perde la vita.

             Più tardi appresi

che era rimasto sepolto sotto il crollo

di una miniera in Belgio.

Ma il poeta-cantore non abbandona il suo personaggio, non abbandona le sue emozioni e i suoi sogni, non lo abbandona mai neanche quando rimane vittima del destino, proprio perché Marco è simbolo di una terra particolare, la sua, che è terra di emigrazione e di problemi atavici irrisolti, di dolore e di morte. Ma il poeta sa raccontare, sa trarre simbolicamente una conclusione dall’esperienza, sa comunicarla agli altri.

             Gli amici assorbivano tristi

il fiato delle mie parole:

in quella storia sentivano ripetere

la vita di tutti loro.

Marco, dunque, un emigrante come tutti gli altri, uno sconfitto, assurge a simbolo, diventa lezione di vita e di esperienza. In lui si identificano gli altri meridionali, gli altri uomini del Sud, che a milioni sono andati altrove per fare fortuna, per costruirsi una vita migliore. Marco rappresenta quelle migliaia di emigranti che tra Ottocento e Novecento, andavano all’estero, in America, Brasile, Argentina, rappresenta coloro nel secondo dopoguerra sono andati in Francia, in Belgio, in Germania, in Svizzera, ma rappresenta anche gli emigranti di oggi, gli extracomunitari che vanno alla ricerca di fortuna nelle nostre terre. La sofferenza e il dolore è uguale. Le difficoltà di Marco sono le loro difficoltà. È chiaro che non tutti gli emigranti hanno fatto e fanno la sua fine, sarebbe un assurdo, ma tutti potrebbero farla. È il rischio della partenza, ma la speranza nella positività dell’esistenza è un risvolto tutto umano. Se da una parte quindi il crollo di un mito sembra non lasciare spazio alla speranza, se tutto può sembrare negativo, se la storia sembra travolgere ogni cosa, alla fine è sempre possibile trovare «la tua bocca piena di garofani». È questa la conclusione cui l’autore giunge nella brevissima lirica, Verrà la morte, con un riferimento storico a Portella delle Ginestre, dove alcuni contadini vengono massacrati, in un periodo oscuro forse per la storia siciliana, dalla banda di Salvatore Giuliano il primo maggio del 1947.La metafora in negativo, simbolo di morte, può essere interpretata quale allegoria positiva. La coincidenza degli opposti dà adito alla speranza. Si tratta, forse, di false illusioni, ma chi ama la propria terra, chi lotta per essa non può abbandonare la speranza. Si partirebbe sconfitti. Aliberti non è poeta-cantore sconfitto, ma poeta in positivo. La Sicilia è il suo grande amore, e la morte fa parte della vita. L’uomo di Aliberti, infatti, non perde la fiducia. L’uomo di Aliberti è combattivo, mentre il poeta-cantore sa trovare una parola di conforto e di incitamento. L’universalità emozionale ed umana di Aliberti si trasforma quindi in sicilianità. La parola umana conquista e si fa materia di canto. Il Relativo coincide con l’Assoluto, la Certezza con l’Incertezza. Il tema della Sicilia viene ancora una volta ripreso in due liriche-poemetti davvero significativi: Aiamotomea e Nei luoghi del tempo. Qui Aliberti parte da presupposti autobiografici, come molti poeti, per giungere alla metafora e quindi al simbolo, passando però attraverso la riflessione sulla problematica meridionalista, dal particolare ancora una volta all’universale. Aiamotomea ha una sua struttura interna complessa, in cui appunto luogo della memoria e luogo ideale si fondono e si intersecano quasi in una equazione concettuale. Ad Aiamea della prima strofa, luogo ideale, corrispondono il Motomea della seconda e la generazione dei ciclopi-zaccaini della terza. Nella prima strofe al luogo ideale si contrappone il luogo della memoria le balze del Peloro, nella seconda il vico Molinella e la Portella della Croce, nella terza Pizzo Sughero, Colla e Salvatesta, oltre che Passo dei Lupi e Volta Ilice. Questo passaggio dall’ideale al reale è perfetto, come bene si evidenzia nella strofe centrale, la quarta, dove il mare, il silenzio e la parola diventano riflessione filosofica e concettuale dell’esistere. Si passa quindi all’idealità più completa, al mito. Il mito non quale entità astratta, ma quale entità che scaturisce da una realtà topografica tradizionale. Aiamotoaiamotomea, espressione che costituisce l’incipit della quinta strofe, perde interamente i suoi connotati realistici per acquisire quelli mitici e ideali. Infatti alla vita e alla morte resiste ogni bava della memoria, mentre compaiono le lastre profumate del Longano, fiume che scorre nei pressi di Castroreale, quasi un groviglio di storie incenerite. Al Longano alcuni studiosi, tra cui l’Arezzo nella sua Corographia Sicula, collegano il mito di Aci e Galatea, e si crede che nei pressi sorgesse una città greca di nome Gala, anch’essa forse mitizzata, presso la quale c’erano delle sorgenti termali. Ma il mito ormai non è più luogo di memoria, esso è mito contingente, che richiama il mondo classico. Ecco perché, come afferma Aliberti, egli ritorna a cercare

            riverberi di cronaca e di mito

e nello sgomento celestino

innalzo questo grido di memorie

al vento della terra Aiamea.

Ma come il mito di Aci e Galatea è un misto di amore e di morte, di odio e di passione, anche il luogo mitico di Aliberti  appare quale luogo

             dove gli avi speranze profanate

irrorarono di vento

nella cruna di vita morte e amore,

dove l’impronta del mio passo incerto

resiste ad ogni bava di memoria.

Galatea diventa quasi la parola che fugge, la ricerca di quiete e di pace, ma il destino degli uomini a volte è crudele

seppellirono nel silenzio delle sere

il soffio della parola innamorata

e la ninfa fuggita dal mare

arsa da furore clandestino

mostrò agli astri le labbra inviolate

nel golfo scintillante del tuo seno.

Il passaggio dal mito alla realtà avviene in un batter d’occhio. Aliberti non cede al sogno. Rapporta ogni azione alla sua esperienza di vita.

            Dal grembo anemico sgorgarono

nel diluvio dei mandorli fioriti

degli anni dilaniati

i sogni per l’isola sommersa

e nella morta stagione del rigurgito

all’esilio soave

si aggiunge un altro esilio

di agonia e di nulla.

Nonostante prospettive e tecniche diverse, ciò che accomuna tutta la produzione meridionale è il sicilianismo come insularità. In Carmelo Aliberti si presenta il concetto di uomo-isola, anzi più propriamente sembra esser appropriato il termine di «isolitudine», termine che, coniato da Gesualdo Bufalino, ingloba, nella condizione dell’intellettuale che vive in Sicilia, l’idea dell’insularità connessa all’essere soli nel mondo. A ciò, però, si aggiunge una tendenza centrifuga, la ricerca di una connessione con il mondo attraverso la memoria. Questa memoria è l’insularità dell’essere. L’insularità del siciliano, costretto ad andare via per fare fortuna. L’esilio diventa allora dolce, soave, ma anche ineluttabile. Il riferimento diventa autobiografico, richiamandosi al soggiorno triestino dell’autore. Ma quest’amore di Aliberti per la Sicilia, viene da chiederci, è sicilianità, sicilitudine, sicilianite, sicilianismo o isolitudine? Il problema diventa a questo punto molto più vasto e complesso. Aliberti è siciliano, ama la sua terra, ne sviscera i contenuti morali ed umani, le tradizioni e i suoi problemi, ma la Sicilia non è per lui attrazione filosofica (sicilitudine), non è per lui pretesto politico (sicilianismo), non è per lui malattia morbosa (sicilianite), ma per lui è pura e semplice sicilianità: amore sincero per tutto ciò che si ama, tendenza che a volte lo spinge all’isolamento (isolitudine). Aliberti non può essere quindi catalogato tra coloro che, come afferma Michele Pirrera nel saggio del 1995, La spola infinita, esagerano e travisano la Sicilia: «Molti intellettuali siciliani hanno per altro contribuito a diffondere quella che chiamasi piuttosto sicilianite, una mania geofolclorica che non solo si compiace di se stessa, ma pretende un capitolo tutto speciale nel libro dei fenomeni contemporanei». Più che di meridionalismo quindi si può parlare di sicilianità, di atto di fede nei confronti della propria terra, in essa c’è uno stato di violenza (e qui sarebbero moltissimi i rimandi letterari), in essa avviene l’incontro-scontro con il mondo, e in via trascendentale, con un Dio, quasi del Nulla, quel nulla negativo, quell’impatto con il reale negativo che sfocia nella consapevole illusione della missione letteraria, testimone dell’apocalisse in atto.

La dialettica della poesia di Aliberti, infatti, risiede tra la negatività del contemporaneo storico e la speranza (via via sempre più flebile) di un mondo diverso. Il pessimismo descrittivo, a cui approda la sua opera, sostiene una linea ben marcata della letteratura siciliana, ma con un’ostentata ricchezza d’immagini si può cogliere anche il simbolo, il mito, quel luogo tanto caro al poeta (la terra natia, la Sicilia), che si avvicina alla mitizzazione della terra stessa, mitizzazione in positivo o in negativo, ma pur sempre fonte di mito. In tal senso sembra rivivere nelle parole di Carmelo Aliberti la fusione delle tre categorie espressive di Américo Castro: abbiamo nella sicilianità del poeta la descrittibilità dello spazio vitale, antro originario, cui si affiancano sia la suggestiva eventografia sia l’assimilata negatività del processo storico. Per la categoria dell’evento (che potrebbe essere imputabile) in tutto il percorso poetico, è possibile ricordare i rimandi (anche nelle opere precedenti al Pianto del poeta) a brevi scorci sociali, eventi appunto che si estrinsecano nelle citazioni di luoghi vicini al poeta.

Ma il canto del Nostro non è afflitto da desolato e solitario intimismo, né dalla presunzione di ravvisarsi «nel ‘disimpegno’ e nell’evasione», secondo l’espressione di Renato Barilli. La sicilianità, il meridionalismo, la mediterraneità, l’isolitudine dell’opera alibertiana risiede nella contingenza di spirito e di materia con la propria terra. E la sua liricità mediterranea acuisce la nostalgia delle sottili note poetiche di un altro grandissimo siciliano: Salvatore Quasimodo. La lirica meridionale negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta ha smarrito il proprio fine, il proprio dettato, la propria essenza peculiare. In opposizione al neoavanguardismo (non a caso i nomi di questo movimento sono quasi tutti settentrionali) il poeta ha perso la propria coscienza relegandosi nel vittimismo, insoddisfatto dalla condizione economica, sociale, culturale della propria terra. E nonostante la grande fuga di intellettuali, essi, uno per uno, hanno vissuto, e vivono tutt’ora, nell’ossimorica condizione esistenziale tra il dramma e la speranza, tra l’umoristico e il compianto. Carmelo Aliberti invece s’inserisce nella privilegiata, e forse ultimamente trascurata, linea poetica che è riuscita ad oltrepassare la neoavanguardia per porsi come guida degli anni a venire. La Sicilia, infatti, non è mai in Aliberti oggetto di affezione morbosa, ma solo un luogo che si vuole far conoscere e si vuole migliorare. Nello stesso tempo è luogo ideale, oggetto di una fitta trama di sentimenti e di emozioni, di risentimenti e di idealità che fanno capo a mille allusioni e ad alcune reticenze. Ecco perché i luoghi reali sono minimi. Aiamoto è una contrada del Comune di Castroreale, in dialetto ariamotu, ma può essere benissimo un luogo immateriale e quindi espressione di universalità. La Sicilia di Aliberti, per dirla in breve, è diversa quindi dalla Sicilia verista di Verga, o favolistico-realistica di Capuana, o psicologico-sociale di Pirandello, o mafioso-criminale di Sciascia, o dalla sottile sfumatura frustrante e immobilista politico-postrisorgimentale di un Tomasi di Lampedusa o di un De Roberto. La Sicilia di Aliberti è un’isola che, pur tra i suoi contrasti, vuole assurgere ad universalità. E la lirica Aiamotomea bene interpreta nei suoi risvolti socio-psicologici, questa realtà. Aiamoto è la terra divina del poeta, è l’alma tellus e l’alma mater. È la terra che, propizia di frutti, appare nutrice di amore e di affetti. Ma a questi affetti si contrappongono i riti millenari della civiltà contadina, di quegli uomini che sanno offrire la loro fronte al sole perché la terra porti frutti, e sanno soffrire e sopportare. Vengono così colti i gesti più umili:

           Peppi Giaurri torturato dal sole

con le bertole ancora riaffiora

dal Paradiso perduto nella valle

alle necropoli dei vivi.

Ed ecco riemergere allora l’infanzia perduta, una lettura disincantata della vita, quasi a proporre squarci di luminosità interiore attraverso gli scogli della sofferenza e del dolore, dei dubbi e delle nostalgie, delle incertezze e delle perplessità, quasi un percorso attraverso la realtà cruda e non illusiva di questi tempi, una ricerca filtrata dal fanciullino che è in noi, che «ha paura del buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra di sognare, ricordando cose non vedute mai» secondo l’espressione pascoliana, ma il paragone può sussistere solo in quanto Aliberti si pone con verginità d’incanto (ma non incantata) e di lettura di fronte all’universo circostante. Quest’incanto è il fascino dei mandorli fioriti, ma pure dell’oro dei fiori, delle felci ramificate e intessute con pazienza certosina, del sole che brilla nel cielo, degli aculei nascosti tra le foglie e i fiori delle ginestre. A tutte queste cose si contrappone l’immagine emblematica dei ciclopi-zaccaini. Ancora una volta il mito si fonde con la realtà. La vita degli umili contadini, dei boscaioli, di coloro che nei secoli bui, quali

            anime passate a sbriciolare

febbri d’anima

nelle occidue sterpaglie del Bosco

si snodano tra passato e presente, tra mito e oggettività. Ancora una volta il mitico ciclope Polifemo si interseca con i luoghi della memoria, con il mito di Aci, con la figura graziosa di Galatea. Quel che Aliberti ci presenta quindi in questa lirica è il contrasto tra il reale e il virtuale, tra l’immaginario e la vita quotidiana, ma soprattutto la lotta di chi mira al progresso sociale ed umano, alla promozione e alla conquista di migliori condizioni di vita, tutto questo avviene attraverso la fede nella sacralità della vita:

            la tua voce mi strazia di morte

la tua voce mi acceca di infinito.

La poesia di Carmelo Aliberti, come possiamo notare, agisce lontano dai centri di potere delle grosse case editrici, in maniera disinteressata, in una terra periferica e decentrata, ma non per questo di minore importanza, dimostrando come la periferia possa anche diventare centro e luogo di incontri culturali e di movimenti di pensiero, e come nella provincialità si possa superare il provincialismo. E sono proprio i temi della poesia alibertiana a far superare questo scoglio. In Aliberti, infatti, appare la convergenza di alcuni fattori principali, quali un’ispirazione autentica e tormentata, la presenza della nostra Sicilia tra tempo della memoria e crudeltà della storia, dimensione mitica e funzione simbolica, fattori che si esemplificano in una critica impietosa della mitizzazione dell’effimero nella società del benessere attraverso la denuncia di certi assunti ideologici, il ricorso al mito e alla leggenda, la requisitoria dei meandri del potere, e soprattutto attraverso la presa di coscienza della svalorizzazione continua del ruolo del poeta, che, perdendo la condizione di Vate o di Saggio, oggi è una voce fra tante, e forse la meno ascoltata, è un semplice cantore. La società contemporanea, infatti, rischia di dissolvere la figura del poeta e nello stesso tempo la poesia, credendola espressione anacronistica e inadeguata a trasmettere al mondo contemporaneo messaggi-emozioni. Nasce così la strumentalizzazione e la mercificazione della poesia da parte dei mass-media riducendola nel migliore dei casi a spettacolo effimero. «Il postmoderno è emblema di una crisi latente, perché la società moderna, esaurite tutte le linfe vitali, resta priva di creatività e di prospettive, ed è quindi una società della crisi. Gli aspetti del suo sapere sono i meccanismi dei mezzi di comunicazione di massa, le mode letterarie, l’interscambio di codici linguistici diversificati, il concetto di ‘libro’ come riciclaggio di altri testi, l’informatica e la telematica, il crollo di ogni spirito avanguardistico».In questo senso la poesia di Aliberti si presenta spesso quale poesia civile ed impegnata, con la capacità di sferzare i perenni mali dell’uomo e l’arroganza del potere, delle ingiuste carriere, delle perversioni delle mode e dei mercati. Egli prospetta un’umanità ben collocata nel suo contesto sociale e naturale, per raggiungere una delle finalità inalienabili degli uomini: la felicità. Questo spirito dialettico tra la spirale dell’effimero e il vagheggiamento di un sogno di innocenza è il tema essenziale di una delle opere che stanno all’apice della produzione poetica di Aliberti, Caro dolce poeta, poemetto che ripercorre circa quarant’anni di storia, di passioni, di emozioni e di conquiste dagli anni della seconda guerra mondiale e della Resistenza agli anni Ottanta. Qui viene messa in atto un’indagine sociale ed introspettiva, attraverso cui il poeta può approdare a “sogni di libertà e d’amore”. E questo sogno di libertà e d’amore è espresso soprattutto in una delle ultime liriche, Il pianto del poeta, dove ancora una volta appare la sicilianità di Aliberti, che mette il dito sulla piaga degli eterni problemi del Meridione: lo sfruttamento, l’abbandono, ma soprattutto la demagogia, il clientelismo, l’assistenzialismo che lo hanno fatto affossare. Ha fatto comodo ai governanti, accontentare il meridionale, spingerlo ad emigrare, ma lasciandolo nei suoi atavici problemi. È come l’animale addestrato che dopo aver fatto il suo esercizio viene accontentato dall’addestratore con la caramella. Allora al poeta-cantore non resta altro che piangere, ma non è un pianto romantico e commiserativo, è un pianto virile, una sofferenza che scaturisce dal cuore, un desiderio di lotta e di evoluzione sociale, che parte dal luogo minimo: Bafia, Castroreale, il Tirreno, i luoghi anonimi circostanti:

A Castroreale in trincea volgo gli occhi,

allagati dai concerti dell’estate,

verso i campi radi di alberi e declivi

di questo tempo privo di fusi e di arcolai

avido di smagliare le afflizioni,

nei dolci fiati dell’adolescenza.

Attraverso la memoria, o meglio attraverso il confronto tra passato e presente, qui si cerca di travalicare la mistificazione ideologica. Per Aliberti il miglior modo per dare luce alla Sicilia è appunto fare un’analisi dettagliata dell’idea di Sicilia. Ma che cos’è la Sicilia per il siciliano? Che cos’è la Sicilia per Aliberti? Emblematico in tal senso è il volume di Sebastiano Aglianò, apparso nel 1945 e dal titolo Che cos’è questa Sicilia?, il quale scrive: «Non vorrei istituire qui un rapporto di causa ed effetto tra il paesaggio e la psiche dominante dell’isola: sarebbe un assurdo. Ma è impossibile pensare ai siciliani senza vedere per riflesso l’aria mediterranea che li avvolge, la sagoma dei fichi d’india e delle piante tropicali, senza sentire quasi il profumo delle zagare che d’estate addormentano i sensi in un nirvana senza risvegli». E per Aliberti:

qui si continua con i traffici più immondi

ad irrigare di gloria e di avere

il regno dell’anarchia e del potere,

qui con la ferocia delle belve

si continua a lapidare il Giusto

e si rèlega l’uomo di colore

nel ghetto dei bambini e dei poeti.

Ed Aliberti è vicino al dolore della sua gente, cerca di comprendere la sua tristezza, mettendoci in guardia però da un meridionalismo enfatizzato, dalle inflessioni puramente ideologiche, filosofiche e non sociali, quasi un sicilianismo amorfo e sterile. Da questo bisogna guardarsi, soprattutto se per «sicilianismo vogliamo intendere quell’ideologia sostanzialmente apologetica e autocelebrativa che ha caratterizzato la storia della cultura isolana dopo l’Unità, manifestandosi soprattutto nell’accusa allo Stato di aver ridotto la Sicilia alla stregua di una colonia piemontese» scrive Massimo Onofri. E tutto questo dice Aliberti nel Pianto del Poeta, in cui ideologia ed ideale, umanità e socialità si fondono con l’arte del poetare. L’autore attraverso l’arte forbita della parola vuole comunicare con gli uomini. In questo senso Il pianto del Poeta è un capolavoro compositivo, credo il più riuscito di Aliberti, insieme ad Aiamatomea, per l’impostazione generale e retorica che alla lirica, o meglio poemetto, viene data. In essa, infatti, appare una struttura complessa e una rete di immagini, che ancora una volta partono dal particolare per giungere all’universale. Nella prima strofe appare una realtà locale, attraverso una toponomastica precisa e puntuale: il mondo che circonda il poeta. È la Recanati del Leopardi, sono i Colli Euganei di Foscolo, è la Firenze di Dante, ma è la Milano di Manzoni o la Acitrezza di Verga. Qui è Bafia il luogo di partenza, è la trincea in cui si combatte, in cui si lotta. Il tono della poesia che corre tra l’elegiaco e il lirico, è intriso da un contrasto tonale di assenza-presenza, di creato-increato, di assoluto-relativo, di certezza-incertezza. La prima strofe è il preambolo, è l’avvio dall’atmosfera tipicamente siciliana, ma che sa astrarsi dalla contingenza per la capacità di palesare un contrasto generazionale, una tristezza epocale, un sadismo politico che poi ricade sull’uomo. Carmelo Aliberti, infatti, è un poeta che ricerca nelle sue occasioni poetiche l’essenzialità della parola e la molteplicità della cosa. Atteggiamenti, questi, che possono ricordare la differenziazione di uno ‘stile di cose’ che perpetua la linea meridionalistica della poesia alibertiana. Il legame con la propria terra dunque è pregnante: egli, il poeta della crisi, concorre ad offrirci un’immagine della nostra regione non scontata, non convenzionale, fatta di richiami sottili e tenaci, fatta di sentimento che è la diretta confidenza con la parola, e quindi con il lettore, affiancata alla visionarietà del dettato. Chiaramente per Carmelo Aliberti non si può parlare di sicilitudine e neppure di sicilianismo: dato che il primo presuppone una condizione astrattiva in cui, nonostante si possa fuggire dall’isola, non si può sfuggire alla sua influenza, il secondo, nella felice definizione di Giuseppe Zagarrio, «comprende studi e studiosi di lingua siciliana e dialetto», dunque ha un carattere più scientifico. In Carmelo Aliberti rivive però quella sicilianità, o meglio quella isolitudine, cui lo stesso Luigi Pirandello faceva cenno nel discorso che tenne a Catania nel 1920 in occasione dell’ottantesimo compleanno di Giovanni Verga e che riprese, quasi con le stesse parole, il 3 dicembre 1931 nel suo Discorso alla Reale Accademia d’Italia, tenuto per la celebrazione del cinquantesimo anniversario della pubblicazione de I Malavoglia. In esso, parlando dei siciliani e facendo riferimento alla sicilianità di Verga, afferma che «tutti in Sicilia in fondo sono tristi, perché hanno quasi tutti un senso tragico della vita ed anche una quasi istintiva paura di essa oltre quel breve ambito del covo, ove si senton sicuri e si tengono appartati, per cui son tratti a contentarsi del poco, purché dia loro sicurezza. Avvertono con diffidenza il contrasto tra il loro animo chiuso e la natura intorno, aperta, chiara al sole, e più si chiudono in sé perché di quest’aperto, che da ogni parte è il mare che li isola, cioè li taglia fuori e li fa soli, diffidano, e ognuno è e si fa isola a sé, e da sé si gode, ma appena, se l’ha, la sua gioia, da sé taciturno e senza conforti, si soffre il.suo.dolore.spesso.disperato. Ma ci son di quelli che evadono; di quelli che passano non solo materialmente il mare, ma che, bravando quell’istintiva paura, si tolgono, o credono, da quel loro poco e profondo che li fa isole a sé…». Il siciliano di Pirandello, contrapposto e diviso, è per Aliberti il siciliano dei sogni e delle speranze, del desiderio e della quotidianità, delle piccole cose che permettono di continuare a vivere. Ma una certa insicurezza nasce dalla tendenza all’isolamento che, nota Sciascia, tende alla presunzione di perfezione (concetto che nella linea meridionalistica assume talora l’accezione di normalità). Da questa stessa condizione esistenziale, che grava tra eros e thanatos (non in senso freudiano), nasce la dimensione insoddisfatta, problematica, che caratterizza la produzione di Aliberti e di gran parte dei letterati siciliani dell’ultimo ventennio. Dunque il meridionalismo del Nostro vive in un ripiegamento interiore, una discesa nella memoria personale e collettiva che si ricolleghi al proprio dolore e alla propria indignazione, che diventano coscienza del mondo, coscienza universale. Questa condizione è metafora della Sicilia, come la Sicilia (e qui riprendiamo Sciascia) è metafora del mondo. Alla fine è un sogno, intriso di sensazioni e sentimenti, direttamente legati ai miti mediterranei. Il fatalismo, la diffidenza, il sofisma sono concetti tanto lontani quanto una passionalità fatta di conquiste reali e.di.analisi.socio-poetiche.fattive.e.fattibili. È vero, la società siciliana, come ogni società è diffidente, sospettosa, apprensiva. C’è quel desiderio di evadere. Ma alla fine si scopre che la vera evasione non è l’allontanarsi dall’isola, ma restarci per combattervi e combattere le storture, senza acrimonie o finti paternalismi. L’abbandono dell’isola è la conquista dell’Isola. Anche la scrittura di Carmelo Aliberti fonda le proprie radici nell’humus mediterraneo, che ha risultati linguistici inequivocabili, intrisi di passionalità e colori che «espliciti o rarefatti, aleggiano tra le righe di una scrittura che sembra scorrere su maggiori spazi fisici e su maggiori volumetrie» secondo l’espressione di Nicola Romano.  È presente dunque una fruizione luministica, una solarità d’espressione che ossimoricamente si unisce alla malinconia della propria insularità. Si tratta di una mediterraneità che, in linea con i grandi poeti, esce al di fuori dei confini regionali, un po’ quello che è avvenuto e avviene tutt’oggi per autori in lingua come Quasimodo, Piccolo, Cattafi, Angelo Maria Ripellino o in dialetto come Santo Calì, Mario Grasso e Vann’Antò. L’esperienza triestina di Aliberti alimenta questo desiderio di conoscenza della propria terra. Gliela fanno scoprire, al suo ritorno, nuova e diversa, egli stesso la riscopre integra dentro di sé, e sente di poterla raccontare così com’è, non come l’aveva immaginata. Nasce così una ontologia negativa, espressa attraverso un linguaggio anaforico. Egli scrive nel Pianto del Poeta:

             Non vedo più

            le soavi ombre dei cari

trapassate nel silenzio

ad aspro esilio…

Non vedo più i fazzoletti bianchi

in testa alle colombe di mia madre

sventolare sonore…

              Non vedo più

il fratello porgere al fratello

il torsolo di mela

sottratto ai vermi della pattumiera

e all’arsura.

Qui la ripetizione anaforica assume anche un valore simbolico. Il tre è perfezione classica e teologica. Anche il numero delle strofe riporta al tre. Queste, infatti, sono nove, più una di introduzione. Il richiamo alla Commedia dantesca è chiaro: tre cantiche con 33 canti per ciascuna, e un canto introduttivo. Qui tre triadi di strofe, più una introduttiva. Ed è sulle nove strofe (nove multiplo di tre) che ci si deve soffermare. Nelle prime tre l’iterazione è in negativo, un incipit solenne ed incisivo. Una ontologia negativa, non vedo più, che viene ripresa nella terza delle tre strofe (la quarta della lirica) con una iterazione concettuale (al verso 29, poi al verso 31 e infine al verso 34). L’assenza non è quindi più esteriore o apicale, ma pure interna, e soprattutto mitica, in quanto il non vedo si riflette su «le perle canore del mio Titiro». E Titiro è il mitico pastore che sa cantare canzoni d’amore alla sua amata ninfa, che sa cantare la sua terra, che vede la negatività dell’esistere, e pure l’essenzialità dell’essere.

            Fortunato vecchio, qui tra noti fiumi

e sacre fonti godrai una frescura ombrosa:

da un lato la siepe sul vicino confine di sempre…

spesso con lieve sussurro ti concilierà il sonno;

dall’altro ai piedi di un’alta rupe canterà all’aria

il potatore; ma frattanto le roche colombe, tua cura,

e la tortora non cesseranno di gemere dall’alto dell’olmo.

La quinta, la sesta e la settima strofe del Pianto del poeta riprendono l’anafora delle prime tre, anafora che passa dall’assenza al desiderio, alla volitività. L’uomo Aliberti vuole, è suo desiderio dire, parlare, comunicare. E sono tante le cose che il poeta vuole dire:

             E vorrei dire dei recessi del maniero,

sospesi tra le grotte di Torace

e le latomie di Carbone

dove l’ulivo greco

si contorce sulla bocca di una giara.

E vorrei dire

di Artemisia, dei muschi, delle zagare…

Vorrei dire di Via d’Amelio e di Capaci,

dei naziskin, di Mogadiscio e Sarajevo…

Dall’ontologia dell’assenza ora il poeta prende coscienza del passaggio da una società contadina e patriarcale ad una società nuova che, se da una parte diventa mito, dall’altra mette in secondo piano i vecchi valori. Nuovi valori o pseudovalori prendono il sopravvento, mentre risuonano alla mente odori antichi: i muschi, le zagare, la calia e il castrato. Ma ecco proprio lì all’angolo la realtà sconvolge il mito (Artemisia, Eolo), perché si fanno impellenti le immagini raccapriccianti di Via d’Amelio, la strage di Capaci, Mogadiscio, il Vietnam e Sarajevo, la corruzione e il male. L’input di cantare il male è apotropaico. Il desiderio quindi si trasforma in realtà, la realtà siciliana, ma soprattutto la realtà internazionale. Ancora una volta dal particolare si giunge all’universale, dalla strage di Via D’Amelio si giunge a Sarajevo o in Vietnam, la Sicilia diviene metafora del mondo.

            Non sono più le orge verbali che contano,

ma le parole sono asettiche vernici

spalmate sul delirio quotidiano.

Al poeta-cantore non resta quindi che urlare, urlare il suo dolore e la sua rabbia universale, oggi, qui, ora. Il passato si annulla nel presente, la storia non cambia. La sofferenza umana è condizione perenne dell’uomo, non solo del siciliano. La Sicilia si annulla nella Milano e nella Roma di oggi, dove «non c’è più eroe pronto ad uccidersi». Le ultime tre strofe del Pianto del poeta sembrano sfuggire alla struttura anaforica precedente. Se l’anafora è scomparsa, gli avverbi iniziali restano pur sempre in posizione enfatica, iterando il tempo presente: oggi, qui, ora. Il poeta è poeta per sempre e deve cantare, deve capire, deve parlare, deve esporre il male del mondo, farlo conoscere agli altri, non quale male di vivere, ma quale male da scacciare. Il percorso da Bafia a Milano, dal microcosmo al macrocosmo, è completo.  L’Eli Lema Sabactani è il dolore e il pianto universale. Il poeta non ama commiserare se stesso o gli altri o la sua terra, vuole far conoscere al mondo la violenza, vuole arginare il male, come condizione negativa, non come romanticismo ideologico. Il poeta non vuole salvare né vuole illuminare. Vuole solo confrontarsi con gli altri. Ecco perché, come afferma Francesco Puccio nel suo saggio, «i toni si fanno severi e contenuti: è il passaggio dall’elegia e dall’urlo espressionistico alla virile fermezza di chi persiste in una volontà etica dura a morire».  E qui nasce, da un meridionalismo non amorfo, la figura del poeta e la sua funzionalità, che per la società ha perso ogni valore, ma che per Aliberti continua ad avere un significato etico e morale. «L’anima del poeta, e con sé l’anima del mondo, attingendo alle fonti dell’infanzia, fra smaterializzazione e rarefazione, potrà recuperare il sogno di un’innocenza primordiale ed attendere, con sacrificio e volitività, l’alba della resurrezione non come conquista perenne ma come un momento di luce fra le tenebre striscianti, nell’eterno, drammatico ed innocente divenire della storia».  Secondo Aliberti, insomma, il poeta è colui che sa esprimere il sentimento dell’umanità, che appare quale sperduta monade in un universo privo di finalità teleologiche ed escatologiche, e al quale non è dato trovare alcuna verità, né immanente né trascendente. Ma l’uomo Aliberti, pur nel suo tormento, non perde la fiducia in se stesso, non si rinchiude in uno status impenetrabile, non perde la sua combattività, anzi al contrario cerca la comunicatività. In questa analisi del macrocosmo-microcosmo umano alibertiano, in questo universo apocalittico e planetario, l’uomo, come l’Urlo di Munch, grida la sua rabbia e la sua disperazione, anche nel rapporto biunivoco con la divinità, quel Dio del Nulla, che non è emblema dell’appartenenza e della rivelazione, bensì cardine vitale per miseri e afflitti nel tentativo del recupero della speranza. Ecco perché al Caro dolce poeta si bilancia il più recente Pianto del poeta: al poeta che canta, cigno dei pensieri e delle aspirazioni, si sostituisce il poeta che piange le miserie umane, che sono le miserie del suo Meridione e della sua Sicilia. La Sicilia bistrattata, ma di cui si propone un miglioramento sociale, un’isola che da terra desolata si trasforma in metafora della desolazione interiore, e punto propulsivo per spingere il poeta a penetrare negli aggrovigliati meandri umani, nei tormentati sentieri di un “Io” nascosto e subdolo, ma in perenne lotta con se stesso, un “Io” che si nega e si afferma in continuazione, senza pietà, un “Io” che, mentre discende agli inferi, assapora la freschezza e la sublimità dell’azzurro cielo. Tutto questo il poeta esprime attraverso una poesia funzionale ed equilibrata, che si serve di una vasta gamma di figure retoriche, di immagini delicate e di un linguaggio chiaro ed incisivo, che al momento opportuno sa essere emblematico. Questo linguaggio non mira che ad un solo obiettivo: la libertà interiore ed esteriore dell’uomo. Si tratta della ricerca della libertà dell’anima, ma soprattutto della libertà dal peso schiacciante della storia che condiziona e limita, in una realtà che è quella meridionale o siciliana in particolare, tematica che compare già nella silloge di poesie C’è una terra del 1972. In essa vi si scopre il dolore del Sud, attraverso una ribellione interiore. Si tratta della Sicilia del dopoguerra, in cui la fame e la miseria la fanno da padrona. La gente è costretta ad emigrare. Era quello il tempo del terremoto del Belice, di un’umanità ferita e lasciata in abbandono, la speranza di un risanamento sociale ed economico era solo un’utopia. Ecco perché sembrano allora non restare che due vie: o l’emigrazione o l’immobilismo. Molti hanno scelto la prima, altri la seconda. Ma esiste una terza via, è la via che Aliberti propone e fa sua: la lotta, il combattere il male del mondo attraverso una libertà dell’anima, che sa soddisfare le interiori aspirazioni, qui, oggi ora. In questo contesto meridionale e meridionalista, Aliberti, intellettuale di provincia, ma per nulla provinciale, cerca di trovare la sua soluzione, cerca di definire il compito del poeta nella società moderna, quasi «strumento sperimentale per descrivere le condizioni e le istanze (gli urli) dell’uomo nuovo e vecchio del suo Sud» per parafrasare un’espressione di Teodoro Giùttari. Il poeta cerca di porre in contrapposizione il paesaggio interiore con il paesaggio geografico, passando dal dolore fisico a quello metafisico. Il tempo mitico e il tempo storico, benché contrastanti e diversi, si fondono quasi in un’unica essenzialità. Ogni illusione cade di fronte alla realtà. L’uomo interiore si svuota, ma non finisce in una bolla di sapone, la lotta continua. Se questa è la poesia di Aliberti, se questa è la sua visione del Meridione e del meridionale, essa ha anche un presupposto teoretico, benché il poeta sia cosciente dell’inadeguatezza della parola. «La parola poetica sublime e mistica resta quella del silenzio, quando il poeta vive il sentimento allo stato puro, come anelito, come percezione assolutizzante dell’essere e del vivere, che come tale sfugge ad ogni tentativo di essere ingabbiata nei limiti restrittivi del significante». Questi presupporti teoretici vengono enunciati dalla Carta 94 – Poesia del Duemila, un documento che Carmelo Aliberti ha firmato e sottoscritto insieme ad altri autori nel 1994 e che pone, come principio fondamentale della creatività, l’uomo con la sua coscienza critica, con le sue responsabilità e la sua tendenza all’educazione al dubbio e al recupero della Ragione, affinché «ogni tempo resti sempre il tempo dell’uomo». E così nella poesia di Aliberti, l’uomo diventa ed è, per restarci, tempo e misura di tutte le cose.                                               (A. Manitta)

                                               CARMELO ALIBERTI

Il pianto del poeta

Al balcone dopo il tramonto sopra il mare

nell’oasi beata della Torre

tra lo squillare dei suoni e dei colori

che affollano a pelo

gli smalti azzurri dei laghi

nella cornice viola sul Tirreno

a Bafia in trincea volgo gli occhi,

allagati dai concerti dell’estate,

verso i campi radi di alberi e declivi

di questo tempo privo di fusi e di arcolai

avido di smagliare le afflizioni,

nei dolci fiati dell’adolescenza.

Non vedo più

le soavi ombre dei cari

trapassate nel silenzio

ed altro aspro esilio.

Non vedo più i fazzoletti bianchi

in testa alle colombe di mia madre

sventolare sonore

sull’orlo dei mattini trasparenti

dentro le strade versi e d’oro

che si impennavano verso il promontorio

del cielo, rigogliose

di vasche piumate e di basilico.

Non vedo più

il fratello porgere al fratello

il torsolo di mela

sottratto ai vermi della pattumiera

e all’arsura; non vedo più

il pane caldo della comare

fare le capriole nella mia stanza;

non vedo più sulla cresta della pisside

brillare le perle canore del mio Titiro,

non vedo più, non vedo…

E vorrei dire dei recessi del Maniero,

sospesi tra le grotte di Torace

e le latomie di Carbone

dove l’ulivo greco

si contorce sulla bocca di una giara

risucchiata da Eolo a spirale

nel cratere dell’Acropoli di Atene.

E vorrei dire

di Artemisia, dei muschi, delle zagare

e le sagre di Pietro Pallio e di Crizzina,

degli spiedi sfrigolanti dentro la Conca d’oro

di càlia e di castrato.

Vorrei dire di Via d’Amelio e di Capaci

dei naziskin, di Mogadiscio e Sarajevo,

dei mille Vietnam che esplodono

nella tangentopoli di casa e nel deserto,

vorrei dire, vorrei dire, vorrei dire

per poter scorgere nei flutti del Longano

la verità dentro orge verbali e il paradosso,

ma le parole sono asettiche vernici

spalmate sul delirio quotidiano.

Oggi non mi resta che urlare

il pianto del poeta

per questa Milano saccheggiata,

per questa Urbe flagellata dal voto di scambio

per questo teatro di violenza e di guerra

dove scorrazzano nuovi barbari e califfi

che risommergono d’aceto

l’“Eli Lema Sabactani”,

che hanno imbrattato la civiltà di un popolo,

che hanno cancellato voce memoria e tutto.

Qui si continua con i traffici più immondi

ad irrigare di gloria e di avere

il regno dell’anarchia e del potere,

qui con la ferocia delle belve

si continua a lapidare il Giusto

e si relega l’uomo di colore

nel ghetto dei bambini e dei poeti,

qui, nel proscenio di rovine,

con la droga si incendiano

i sensi incantati di una generazione,

qui nel paradiso del sadismo politico,

si svendono merci, cuore ed intelligenza,

la pietà muore senza mirra ed oro

e per la libertà e per l’amore

delle nuove pecore sgozzate

in ogni angolo dall’alba al tramonto,

non c’è più eroe pronto ad uccidersi.

Ora non chiedermi vibrazioni di luce

su questo pianeta violentato

dove nel quotidiano mercato della vita

si consuma la fiamma di odio-amore.

Io nel volo dei gabbiani

Aspetterò il risveglio delle cose

tra i miraggi degli stupori mattutini

e su sindoni di pietra

berrò le perle colorate dell’infanzia

in attesa che dentro la nuda anima

risorga l’alba, l’azzurra alba di Dio.

Guida alla comprensione del testo

La prima parte della lirica (vv. 1-34) si contraddistingue per il sentimento dell’assenza e della mancanza, con il quale il poeta prende coscienza della transizione da una società patriarcale e tradizionale a quella contemporanea, privata degli antichi valori. Dopo un arioso ingresso nel mito greco-siculo ed in una natura pura ed incontaminata (vv. 35-46), segue l’amara requisitoria dei mali del tempo, dai delitti di origine mafiosa (v. 47 Via d’Amelio… Capaci) alle tante guerre che onnubilano la terra (v. 49 mille Vietnam), dalla retorica delle parole (v. 59 Urbe flagellata dal voto di scambio), dallo svuotarsi del messaggio cristiano (vv. 62-63 risommergono d’aceto / l’“Eli Lema Sabactani) al dilagare del male e delle ingiustizie (vv. 66-82).  Ma nella parte finale (vv. 83-93), svuotata la figura del poeta di ogni copertura salvifica ed illuminatrice (v. 83 non chiedermi vibrazioni di luce), l’elegia si trasforma in inno, la rabbia in speranza. Ritornano le immagini delicate degli uccelli (prima le “colombe” al v. 18, ora i gabbiani, al v. 87) e l’attesa di un risveglio mattutino. L’anima del poeta, e con sé l’anima del mondo, attingendo alle fonti dell’infanzia, potrà recuperare il sogno di un’innocenza primordiale ed attendere, con sacrificio e volitività, l’alba della resurrezione, vista non come una conquista perenne, ma come un momento di luce fra le tenebre striscianti, nell’eterno, drammatico ed incessante divenire della storia.

Linguaggio letterario

La poesia è suddivisa in dieci strofe di versi liberi. L’avvio è descrittivo del paesaggio nel contempo però introduce un’atmosfera sospesa e di attesa, soprattutto nell’immagine del “tempo privo di fusi e di arcolai” (v. 10), metafora di un tempo dissacrato, che sfocia nell’idea della caduta e della mancanza, presente nella seconda, terza e quarta strofa, suggellate dalla martellante anafora di “Non vedo” (vv. 13, 17, 25, 29, 32).  La dissacrazione del tempo e della storia persiste nelle strofe centrali, ove i toni si infiammano e si fanno incandescenti. Il dolore si fonde con la rabbia. Non c’è più posto per le parole sussurrate o per la voce singhiozzante: il pianto deve essere urlato a squarciagola perché possa estendersi all’immenso “teatro di violenza e di guerra” (v. 60), sul filo di un “qui” (vv. 66, 69, 73, 76) anaforico ed ossessivo, fra urgenza paratattica e personificazioni (v. 78 la pietà muore senza mirra ed oro).

Nella strofa finale i toni si fanno severi e contenuti: è il passaggio dall’elegia e dall’urlo espressionistico alla virile fermezza di chi persiste in una volontà etica dura a morire. Le immagini diventano lievi ed aeree (v. 87 volo dei gabbiani; v. 89 stupori mattutini), si caricano dei simbolismi dell’attesa e della rinascita (v. 88 aspetterò il risveglio delle cose), si animano di significati sacrali (v. 90 sindoni), recuperano .il.tempo mitico dell’infanzia.(v. 91 berrò le perle colorate dell’infanzia), si sciolgono nell’attesa di un’alba celeste e purificatoria che possa illuminare il nuovo cammino di un’umanità redenta (vv. 92-93)

in attesa che dentro la nuda anima 

risorga l’alba, l’azzurra alba di Dio).

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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