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CARMELO ALIBERTICaro, dolce poeta

Un’ invettiva nel cuore di un dittico dialogico
di JEAN IGOR GHIDINA
Università Blaise Pascal – Università Clermont Ferrand- Francia

         

Nell’incipit di «Caro, dolce poeta», poema ditirambico scritto fra il1978 e il 1980, vengono evocati gli anni della seconda guerra mondialesegnati da un lato da una lotta fratricida e dall’altro dall’utopia diun autentico rinnovo della società italiana in cui la popolazionediseredata ed oppressa dal Ventennio mussoliniano si accingeva aprendere il proprio destino in mano, fondando una repubblicademocratica. Con l’accenno al romanzo Il sentiero dei nidi di ragno,di Italo Calvino, Carmelo Aliberti palesa l’ambivalenza della lottaarmata, insieme micidiale per la gioventù sacrificata e comunquebarlume di speranze e di rinascita di un paese affranto. Con lanormalizzazione del dopoguerra subentra anche l’abbandono dellapalingenesi auspicata. I versi sono improntati a un crescendosemantico e metaforico per raffigurare gli esponenti della Resistenzache barattano le armi per un adagiarsi retorico mirante a circuire ilproletariato di cui l’interlocutore del poeta, apostrofato da unvocativo, è il simbolo. Nel verso del « patto di Marx con Dio », èlecito intuire il compromesso tra cattolici e comunisti sfociato sullastesura della Costituzione repubblicana.
Più esplicitamente, le strofe successive indugiano sulla precarietàdelle condizioni di vita, sulle tribolazioni del popolo. L’usodell’anafora «eccoti» insiste sugli effetti devastanti dell’assettoeconomico-sociale e sullo sgomento del dover emigrare in siffattofrangente. Il lavoratore siciliano interpellato dal poeta assurge aemblema dell’esodo equiparato a uno strazio, donde un susseguirsi dimetafore attinenti all’acqua quale vettrice di annientamento dolentescevro di una via di uscita.
L’isotopia dell’acqua liquefattrice ricompare nell’universo alienantee parcellizzato della fabbrica mediante un’immagine iperbolica.L’emigrato interno è rinvilito a uno statuto di mero proletario, dihomo laborans che vende la propria forza lavoro al capitale ottenendodapprima i mezzi di sussistenza e poi l’accesso agognato a un certobenessere materiale. Pertanto, la figura del padrone non vieneaprioristicamente vituperata perché è coerente rispetto al sistemasocioeconomico vigente e ad ogni modo provvede al redditoindispensabile al proletario il cui accanimento professionale vieneespresso dall’epanalessi. Notiamo che tale stilema che consistenell’iterazione di una parola pregnante sovradeterminatasemanticamente e/o prosodicamente sarà una costante in tutte leliriche di Carmelo Aliberti. L’iterativo «lavora» esprime sial’autoingiunzione del lavoratore-emigrato in cerca di una promozionesociale sia un bisogno impellente introiettato che fa trapelare inuovi paradigmi. L’epanalessi «poco importa», la paratassi logorroicae asindetica imprimono un moto frenetico alla lunga strofa esprimendoil vortice, la bramosia compulsiva di beni, insomma l’iperconsumo checostituisce l’epifenomeno antropologico del cosiddetto miracoloeconomico negli anni 1960.   Viene  individuato  il       prototipodell’italiano medio  impaniato in una società in preda all’anomia. Nonsolo questa opulenza cela il persistere dell’indigenza e quindi deldivario di sviluppo sul territorio nazionale, ma genera anche ilbanalizzarsi dell’edonismo presso la gioventù. Il pater familias vieneesautorato perché appartenente all’antica società rurale, arcaica emeridionale, senza poter accedere a nuovo statuto procacciatore diserenità. Anzi, a prevalere sono l’inautenticità, laspersonalizzazione, l’assurdità e la solitudine metafisica.
La classe capitalistica viene sottoposta a una vera requisitoria e, subito,
l’ipodromia del complemento « ai padroni » traduce l’insaziabilità, lacupidigia e l’ipertrofia megalomaniaca. In questa strofa prolissa, vaosservato che il metalinguaggio che legittima gli orientamenti diquesta società lucrocentrica viene sfatato mediante un procedimento distillicidio paratattico e mediante incursioni in una squallida realtà.I versi assumono pertanto una dinamica polifonica e trasgressiva chedesta uno stridore ovvero una dissonanza che addita l’indecenza di unpotere finanziario e tecnologico dedito con cinismo a una coreografiaconculcatrice dei valori umanisti.
In tale società gangrenata dalla compromissione, la latitanza morale èconsustanziale al sistema sia per i sindacati che dovrebbero difenderei lavoratori, sia per gli individui. L’uso della metalessi el’iterazione di lessie rivelatrici di una mentalità supina mostranoquanto la supremazia dell’azienda sia accettata a ogni livello nellascia dell’indulgere all’amoralità imperante. L’operaio, perfino nelproprio universo domestico, si arrende alla cogenza del sistema che lodefrauda di un logos, di una lingua garante di un’identità consapevolee audace. Sembra che la parola individuale giaccia sotto il peso difutilità. In modo gravemente faceto, la lirica mostra a che punto lerisorse fondamentali della vita come l’aria siano nel mirino deipredatori del sistema iperliberale, succubi di un raptus deleterio cheapproda a una mercificazione integrale. Questa parola, tanto veneratadal poeta poiché essa dovrebbe propiziare uno slancio di fede, disperanza e di amore, si trova agli antipodi del metalinguaggio checondiziona i proletari, affinché accettino senza colpo ferire lemisure di austerità che li colpiscono. La sigla SME costituisce aquesto riguardo la spia inequivocabile di una manipolazionedell’informazione, favorendo un’infatuazione nei confronti del gergodei tecnocrati e dei media. Il riferirsi alla catena dei supermercatiLa Standa insiste sull’intreccio fra oligarchie finanziarie e verticipolitici, poiché al cittadino animato da un ideale è subentrato ilconsumatore gregario che compra i prodotti allo stesso modo che votapedissequamente. L’alienazione consumista va stravolgendo ogni libertàautentica per cui la democrazia sprofonda nella massificazione. Lametafora «imbozzolata nella diossina » e l’ossimoro « felice schiavitù» segnano il parossismo di questa lunga diatriba. Il banalizzarsi el’onnipresenza di sostanze patogene o letali inducono l’impressione diun universo orwelliano privo di scappatoia, nel quale lacontaminazione dell’aria, delle acque e della terra collima conl’avvilimento e la sudditanza. La poesia di Aliberti fa riferimentoesplicitamente alla catastrofe di Seveso avvenuta il 10 luglio 1976.Una nube carica di diossina fuoriuscì allora dalla fabbrica Icmesaappartenente alla multinazionale svizzera Givaudan, provocando ilpeggiore inquinamento chimico della storia industriale dell’Occidente.Nonostante le conseguenze paurose di questo tipo di incidente per gliabitanti contaminati, la tecnologia e la pseudo civiltàurbano-industriale puntano sull’amnesia collettiva, propinandosurrogati, una distrofia dei consumi che cercano di mascherare ledifficoltà materiali delle popolazioni indigenti quanto una vacuitàlampante di ideali presso i più abbienti. Il monito pervaso d’ironiaevidenzia il fatto che il processo di omologazione secolarizzata dellasocietà capitalista si avvale nel contempo di uno sfacelo del tempointeriore che viene sostituito dal tempo cronometrato e sterile ingrado di determinare una reificazione inesorabile sia nel posto dilavoro che nell’ambito familiare.
La medicalizzazione ad oltranza è rivelatrice di una società che nonrimette in discussione la dimensione eziologica dei mali che secerne.Alla stregua delle pillole di soma ne Il migliore dei mondi di AldousHuxley, gli antidepressivi mirano a perennizzare una societàintrinsecamente patogena. In tale prospettiva, l’importante è che lepopolazioni sfruttate e alienate non contestino le molle del sistemaiperliberale. Rimane al proletario soltanto l’esito funesto dellarassegnazione che equivale a una morte morale. Questo sgomentomortifero si colloca in un orrore quotidiano che ottunde la volontàalterando gravemente le relazioni tra il padre e i suoi figli i qualipossono rimproverargli la palinodia rispetto al tentativo diribellione durante la gioventù. Conviene notare che la paronomasiaimplicita che abbina il «mostri-giorni» della poesia ai « nostrigiorni » della lingua comune sta a palesare lo sperpero del tempo, losnaturamento di una categoria trascendentale ormai fomite di obbrobrioperpetuo.  Nella seconda parte di questo dittico, l’interlocutore mutodel primo soliloquio si rivolge a sua volta al poeta proferendo leparole che danno il titolo alla lirica : : « caro dolce poeta ».
Di nuovo, i versi insistono mirabilmente sulla sacralità della parolache come in Mario Luzi viene collegata alla luce della verità nellaprosecuzione del Vangelo di Giovanni. Tale parola, vittima diostracismo e come inabissata, lascia comunque delinearsi un baglioredi speranza dalle sfumature escatologiche di fronte a una derelizioneinesorabile. Il poeta assurge a vate indefettibile nel momentocruciale di lacerazione interiore e nell’aspettativa di unarivelazione. I versi abbondano di riecheggiamenti biblici che fungonoda appigli provvidenziali in mezzo alla tetraggine. Viene proprio agalla una ricerca indefessa di riscatto, per cui la figura di Cristo,lungi dall’essere un deus absconditus, rappresenta il Dio fatto uomo,il Dio salvatore.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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