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CARMELO ALIBERTI DOLOROSE TESTIMONIANZE DEI SOPRAVVISSUTI AL MASSACRO

IL GENOCIDIO  DEI GIULIANO-DALMATI,LE  FOIBE E L’ESODO COATTO DEGLI  ISTRIANI E DEI SICILIANI PACIFICAMENTE CONVIVENTI NELLA TERRA PROMESSA” E PERSEGUITATI DURANTE LA DOMINAZIONE DI TITO.

Il genocidio dei giuliano-dalmati e l’esodo coatto degli italiani e,particolarmente dei tanti siciliani che in Istria si erano stabiliti per motivi di servizio alla patria e si erano formato una famiglia, avviene a più riprese a partire dal 1943, con punte di ferocia già in tempo di pace: mentre il resto d’Italia festeggia il suo 25 Aprile, Istria, Fiume e Dalmazia sono ‘liberate’ dai partigiani comunisti di Tito, il cui ordine è de-italianizzare quelle regioni. Inizia il calvario delle foibe, dei campi di concentramento jugoslavi, delle deportazioni: in 300mila scappano e in tutta Italia si allestiscono per gli esuli 109 campi profughi ricavati in ex caserme, ex manicomi, scuole dismesse. Nel 2004 il Parlamento italiano ha istituzionalizzato all’unanimità il Giorno del Ricordo, celebrato il 10 Febbraio, data del Trattato di Parigi che nel ’47 cedette alla Jugoslavia le nostre regioni orientali. Tra le centinaia di celebrazioni in tuttaItalia, quella ufficiale si terrà oggi alle 17 a Palazzo Madama (diretta Rai2), presenti il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e i presidenti di Senato e Camera, Grasso e Boldrini. Restano però aperte gravi questioni, prima tra tutte il recupero di migliaia di vittime tuttora senza una tomba, i cui familiari abbiamo qui intervistato. Un primo passo, dopo 70 anni, è stato fatto due mesi fa con la perlustrazione congiunta italocroata a Castua, presso Fiume, dove una fossa comune ricopre tra le altre la salma del senatore Riccardo Gigante. Un passo storico che entro giugno potrebbe portare a degna sepoltura i primi martiri tra molte migliaia, i cui figli ancora attendono da 70 anni che l’Italia chieda indietro i suoi morti. Il presidente Mattarella questa mattina ha detto che “il Giorno del Ricordo” è stato istituito dal Parlamento per ricordare una pagina angosciosa che ha vissuto il nostro Paese nel Novecento. Una tragedia provocata da una pianificata volontà di epurazione su base etnica e nazionalistica”.(da: IL DISCORSO  DI MATTARELLA)

«Tutti gli anni, nel giorno dei Morti, mi reco in Istria e porto un mazzo di fiori in un cimitero qualsiasi, scelgo la tomba più disadorna e immagino che lì sia sepolto mio padre. Il tempo si è fermato la notte in cui lo vidi trascinato fuori di casa da quattro uomini di Tito, vestiti con una divisa scalcinata e la stella rossa sul berretto. Era il 4 maggio del ’45 e la guerra era finita, io avevo 9 anni». Piero Tarticchio, scrittore e artista nato a Gallesano (Pola), è uno dei testimoni della pulizia etnica operata dal regime comunista jugoslavo dopo la seconda guerra mondiale in Istria, Fiume e Dalmazia.

I CAMION DELLA MORTE La tragedia nella tragedia fu proprio questa: «Non solo in pochi giorni scomparvero migliaia di italiani, ma noi sopravvissuti fummo condannati a una sorta di ergastolo, l’attesa vana di sapere dove fossero stati gettati i loro corpi. A migliaia giacciono ancora nel fondo delle foibe, intere famiglie finirono in fondo al mare con una pietra al collo, e tanti altri sparirono in fosse comuni, dopo essere stati internati per anni nei capi di concentramento di Tito… ». Sono passati i decenni, la Jugoslavia è sparita dalle carte geografiche, ma ancora gli esuli giuliano dalmati attendono invano il diritto più antico, rispettato persino nelle tregue permesse dalle guerre, «quello di seppellire i propri morti». Colpa in primo luogo dell’Italia – dicono – che dal 1945 ad oggi non ha mai preteso il recupero della salme, ma nemmeno ha avviato indagini per accedere agli archivi jugoslavi e scoprire i loro destini. «Mio padre era un semplice commerciante alimentare – continua Tarticchio, che nelle foibe istriane ha perso sette familiari –. Per settimane lo imprigionarono nel castello di Pisino e tutti i giorni io e la mamma ci recavamo là sotto, c’era un’inferriata e uno per volta i prigionieri si sporgevano per salutare. Un mattino non si affacciò più nessuno: un vecchio li vide mentre li caricavano su un camion, probabilmente per condurli alla Foiba di Vines».

A 19 ANNI «NEMICA DEL POPOLO» La stessa da cui i Vigili del Fuoco di Pola guidati dal maresciallo Harzarich recuperarono il nonno e lo zio di Antonella Sirna, 58 anni, nata in Veneto da genitori esuli di Parenzo. «Mia mamma, Mafalda Codan, a 19 anni fu dichiarata ‘nemica del popolo’ e condannata a dieci anni di campo di lavoro. Era il 19 settembre del 1945, in pieno tempo di pace – racconta –, tornò libera nel 1949 solo grazie alla croce Rossa internazionale». Tutti gli uomini di casa invece erano stati uccisi, in quanto possidenti terrieri: «In sette furono sprofondati nella Foiba di Vines, ma solo in due saranno poi ritrovati. Mia mamma è morta di recente portando sempre nel cuore un dolore senza consolazione. Incarcerata nel Castello di Pisino aveva riconosciuto la voce di suo fratello Arnaldo, 17 anni, tra le urla dei torturati, e il giorno dopo ha visto partire la sua salma in direzione di Vines… ma non c’è certezza. Nel 2018 l’Italia ha ancora paura di far valere il diritto umano alla sepoltura? Ma che Paese siamo?».

DECAPITATO PER I DENTI D’ORO Giuseppe Cernecca, semplice impiegato comunale a Gimino, fu arrestato dopo l’8 settembre del 1943 dai miliziani comunisti, sottoposto al solito processo farsa, torturato e ucciso. Per rubargli più agevolmente i denti d’oro lo decapitarono e con la sua testa giocarono una macabra partita di pallone. «Avevo sei anni e non ho dimenticato niente», testimonia la figlia Nidia, nota per aver trascinato in tribunale negli anni ’90 Ivan Motika, l’aguzzino di suo padre. «Papà, legato con una catena da buoi al collo, fu costretto a portare un sacco di pietre sulle spalle e poi lapidato con quegli stessi sassi». Solo negli anni ’60, tornata a Gimino sulle tracce del padre, Nidia seppe la verità: due contadini che avevano assistito alla lapidazione, dopo 14 anni avevano riesumato il corpo e lo avevano sepolto, senza testa, in qualche angolo privo di tombe del cimitero di San Pietro in Selve. «Decisi di non cercarlo, volevo qualcosa di mio in Istria, ma almeno potevo consolare mia mamma perché le ossa di papà erano in terra consacrata. L’estate successiva la portai con me a mettere un fiore. È sempre caduta nel vuoto però la mia richiesta, fatta alle associazioni degli esuli, che l’Italia pretendesse per noi il permesso di esplorare le foibe e mettere tutti i caduti in un unico grande ossario che ormai parlasse di pace».

LA MAESTRA LA PRIMA A SPARIRE Lucia Hödl è fuggita solo nel 1949, quattro anni dopo l’inizio della pulizia etnica, «perché aspettavamo sempre che Enrichetta tornasse a casa. A 17 anni era sparita nel nulla e nessuno di noi si rassegnava. Io avevo 11 anni». Il 3 maggio 1945 i titini erano entrati a Fiume e immediata ebbe inizio la mattanza. «Le due signore Senis, madre e figlia, insegnante e direttrice della scuola, erano scomparse, così la mamma mandò Enrichetta dalla zia a Trieste, con l’idea di scappare tutti al più presto – racconta Lucia –. Papà, industriale, era morto da anni d’infarto. Purtroppo Enrichetta con l’incoscienza della gioventù tornò a Fiume senza preavviso… Solo una vicina di casa l’ha vista che camminava in mezzo a due guardie con la stella rossa, allora mamma è corsa al carcere di via Roma e l’ha scorta da lontano, ma i titini la rassicurarono che era lì solo ‘per informazioni’ ed entro tre giorni sarebbe tornata a casa. Il quarto giorno il carcere era stato svuotato». Espropriata di tutto, costretta a convivere con altre famiglie nelle sue stanze, malvista perché andava in chiesa, mamma Olga resistette anni a Fiume, sempre guardando la porta, poi per il bene dei più piccoli scappò in Italia. «Per 7 anni vivemmo in campo profughi a Termini Imerese e lì un’esule ci portò un articolo uscito su ‘La settimana Incom’, dov’erano fotografate alcune ragazze in un campo di concentramento jugoslavo. Fu un colpo al cuore, una pareva proprio Enrichetta, ormai era il 1954». Inutile rivolgersi al giornale, arrivò una raccomandata di risposta che diceva: ‘Abbiamo avuto seri problemi con il governo jugoslavo. Inoltre la redazione romana è andata a fuoco e il materiale è andato perso’…

«SOLO NEL 2004 SAPEMMO DI PAPÀ» «Sono nata a Rovigno nel ’42 ma solo perché mio padre, carabiniere siciliano, vi era stato trasferito due anni prima… ». Sono centinaia i carabinieri trucidati dai titini e tra questi Domenico Bruno, 35 anni. La figlia Grazia, 3 anni, gli era in braccio quando in pausa pranzo due miliziani lo prelevarono da casa. «Papà era tranquillo, non aveva fatto nulla di male, mi pose a terra e li seguì ». Per mesi la moglie si presentò in caserma, ma rientrava sempre con risposte vaghe, ‘è stato trasferito’, ‘tornerà’… «Solo nel 2004, dopo la legge istitutiva del Giorno del Ricordo, sapemmo che vicino al castello di Pisino all’epoca erano state recuperate 44 salme e la figlia di un altro carabiniere aveva riconosciuto suo padre e anche il mio. Ma noi eravamo già in Sicilia e mamma è morta nel 1963 che ancora aspettava notizie ». Dagli anni ’80 Grazia ha scritto ai vari ministri degli Interni italiani ricevendo risposte distratte, ‘ci interesseremo’, ‘le faremo sapere’. È stata la voce della gente l’unica a parlare: «Ci hanno detto che quelle 44 salme furono sepolte in due fosse comuni sui lati del vialetto che conduce al cimitero di Pisino. Ci vorrebbe tanto a riesumarle?».

«QUELLA NOTTE LA MAMMA IMPAZZÌ» Il calcio del fucile batté alla porta di Carmelo D’Aliberti, vicebrigadiere della Guardia di Finanza a Pirano, il 3 agosto 1944. Lo spavento fu tale che la moglie quella notte fu ricoverata all’ospedale psichiatrico di Trieste. Antonio, 5 anni, raccolto da una famiglia di contadini, «per un anno non seppe nulla di sua madre, e lei non seppe nulla di lui», racconta la moglie Rosalia Simone (Antonio è recentemente scomparso). «Poi si ritrovarono, ma lei era così scioccata che per mesi continuò a dire che le avevano portato via anche il bambino. Per curarla, i fratelli glielo sedevano sulle ginocchia, ma era come impazzita, voleva partire per cercare il marito e il figlio». Tornò la lucidità e con essa i ricordi della brutalità subìta e sempre quel cruccio, «senza una tomba per suo marito non ha mai elaborato il lutto. Per anni ha continuato a illudersi che, come tanti reduci dalla guerra, anche lui potesse tornare. È morta nel 1986 e tutti i giorni, nessuno escluso, ha continuato a chiedersi dove fosse il suo corpo, per noi era uno sfinimento».

«LETTERE SENZA RISPOSTA» Ha scritto a tutti gli ultimi presidenti della Repubblica, Rosa Vasile, figlia di Gerlando, usciere alla questura di Fiume, «un civile, un uomo buono e di grande onestà, marito e padre esemplare di cinque bambini», ma non ha mai ricevuto una riga di risposta. La mattina del 3 maggio 1945, il famigerato giorno dell’ingresso dei titini, suo padre si presentò regolarmente al lavoro, ma «alle 11 una vicina corse a dirci che lo aveva visto portar via con tutto il resto del personale della questura, un centinaio di italiani. Avevo 12 anni e con la mamma andammo al carcere, fuori c’erano tante famiglie, tutti piangevano mentre i titini armati ci respingevano con il calcio dei fucili. Io gridai a gran voce, ‘papà, papà’ e da una finestra con le grate lo sentii urlare, ‘Rosellina, Rosellina’. Spuntò anche la mano. Fu l’ultima volta che sentii la sua voce». Dopo due giorni un camion portò tutti in foiba. Chi abitava vicino al carcere ha raccontato di quell’uomo che urlava straziato «lasciatemi, sono padre di cinque figli, non ho mai fatto del male». Per mesi Rosa e la madre andarono negli uffici del comitato popolare jugoslavo, dove un giorno «un omaccio con la stella rossa mi disse che papà era colpevole di essere fascista. Non lo avesse mai fatto: mi avventai su di lui, che mi sbatté sul muro come un tappeto. Mamma supplicava, ci siamo salvate per miracolo. Mio padre non era mai stato fascista, era solo italiano e innamorato dell’Italia».

I DESAPARECIDOS DI GORIZIA Anche a Gorizia il 3 maggio del ’45 segnò non la Liberazione ma l’inizio della fine, con centinaia di civili rastrellati in poche ore. «Mio padre era medico e uomo liberale, lo vidi l’ultima volta nel carcere di Gorizia dietro una finestra, mi sorrideva – dice Giorgia Rossaro Luzzatto, 95 anni –. Mia madre per 13 anni restò seduta davanti alla porta da cui era uscito. Finalmente una decina di anni fa la storica slovena Nataša Nemec ha diffuso la lista dei 1.048 deportati da Gorizia, tra i quali mio padre», che su quelle carte risulta ‘interrogato’ la notte stessa a Lubiana, poi probabilmente fu internato nel campo di sterminio di Borovnica. «Lubiana dista un’ora di autostrada, i nostri politici cosa fanno? Parte della mia famiglia è morta ad Auschwitz sterminata dai nazisti e la Germania ci ha risarciti di tutto, da Slovenia e Croazia non voglio risarcimenti, chiedo indietro soltanto le salme».Ancora adolescente, Secondino frequentava il “Circolo dei contadini” locali, che ogni sera si riunivano nella sede al di là del ruscello ed, essendo alfabetizzato, leggeva le lettere dei parenti lontani di costoro e rispondeva agli stessi secondo le indicazioni dei destinatari. A contatto con quei poveri lavoratori marsicani, ne ascoltava con amarezza le storie dolorose che sembrava si svolgessero in un girone infernale. La sensibilità del ragazzo ne rimase squarciata e naturalmente maturarono in lui idee proletarie e filopleblee convogliate nel Partito Socialista, nato nel 1892 e scissosi nel congresso di Livorno del 1921, con la nascita del P.C.I., a cui Silone aderì, ricevendo l’incarico di organizzare e curare la gioventù di sinistra. Per le accuse fasciste, Silone minacciato e poi ricercato, si avviò verso l’esilio, prima nascondendosi in Italia, tra cui nella città di Trieste (1922-1923), dove collaborò al periodico socialista “Il Lavoratore”, e poi in un nosocomio a Davos in Svizzera per curarsi una malattia polmonare e dove incominciò a scrivere il suo primo romanzo “Fontamara”, in cui riversò la sua febbrile partecipazione alla reale miseria dei contadini della sua terra. Del suddetto romanzo, si riporta qui qualche brano esemplificativo della atavica emarginazione di una ignorata comunità costretta a vivere in una programmata dimenticanza istituzionale:

 In effetti,come in maniera documentata,l’ondata di ostilità sollevatasi contro di lui,aveva la regia di Togliatti,che dapprima gli fu amico,ma successivamente,temendo di non godere sufficienti simpatie presso i vertici del comunismo russo e   di potere essere  scavalcato nella spartizione delle più alte gerarchie sovietiche,gli voltò le spalle e incominciò a seminare discredito attorno a Silone con artificiose macchinazioni. Gli studi e le ricerche dello studioso Cesare Napoleone,raccolte nel recente volume intitolato “Il segreto di Fontamara”(Castelvecchio editore,2018) senza immiserirsi in sterili polemiche personali,ha portato alla luce dagli archivi del Comintern ricoperti di polvere, l’introduzione e il primo capitolo di Fontamara,iniziato nel nosocomio di Bellinzona e portato in Russia dallo stesso Silone,come testimonianza del suo ben radicato credo comunista,per  cui  fu accolto decorosamente. Si era alla  prima  riunione dell’Internazionale socialista,per l’assegnazione delle più alte cariche del partito, e conseguentemente i dirigenti dello stato. Erano in competizione Troskij, Zinoviev e Stalin. A malincuore,su intesa con Togliatti, Silone inizialmente sostenne le posizioni staliniste,ma quando capì che nel partito Stalin ostacolava un libero modo di dialogare sull’organizzazione del sistema di governo da creare nei paesi –satelliti, e faceva firmare in dialetto cirillico un documento di espulsione dal partito,comprensibile da pochi, denunciò il monolitismo del partito e spiegò il suo modo di concepire una tipologia di governo, gestita dall’alleanza di contadini ed operai e non condivisa dai potenti del partito che fingevano di credere in un modello di stato proletario,mentre già avevano architettato una strutturazione monolitica del paese,cioè un sistema dittatoriale di un uomo solo. Per motivi di gelosia, il segretario di Togliatti ,incaricato di portare in Italia le carte di Silone,ignorò le pagine fontamaresi  che rimasero celate in Russia. I motivi di tale decisione rientrano nel disegno di far cancellare dal tempo la figura di Silone,che ormai era conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo,come emblema dell’antifascismo e come eroe clandestino in lotta contro le prepotenze e le persecuzioni delle comunità,inchiodate ad aeternum nel guscio della miseria e vittime indifese della tirannide. Profondamente deluso,si ammalò e fu ricoverato con urgenza a Como e poi in Svizzera,trafitto da un dolore che lo trascina nelle bolge del delirio, dove la sua mente oscilla tra ricordo e ansia di conoscere gli accadimenti laceranti, con il cuore sospeso sul destino di coloro che sono rimasti,e che emergono nei gorghi del sogno a raccontare le ultime disavventure accadute a Fontamara,per poterle raccontare al mondo,in modo da contribuire alla formazione di una nuova coscienza che sappia apprezzare il valore immenso della libertà e l’orrore della dittatura che trasforma la creatura umana in essere zoologico o in “res”. Senza voler condannare o santificare.l’uomo-scrittore,l’autore de “Il segreto di Fontamara”  analizza introduzione e primo capitolo del romanzo,senza inutili polemiche,ma con la serietà e l’obiettività di chi sa di dover individuare il nucleo della verità di una storia,sottraendola alle subdole strumentalizzazioni. A tal fine,dopo la scoperta,cercano di dare convincenti risposte ai dubbi che la scoperta ha suscitato, come voler capire perché il manoscritto venne abbandonato in Russia e non portato in Italia,perché mutò la dedica fatta a dieci eroi venuti nel Meridione per diffondere idee sovversive contro il regime e seminare nuove idee di libertà e di dignità, ma vennero fucilati senza processo; chi avrebbe potuto avere interesse a cancellare il nome e l’opera di Silone dalla luminiosa lavagna della storia,riuscendo,in tal.modo  a capire il “segreto di Fontamara”, volutamente occultato da chi sarebbe stato danneggiato dalla sua diffusione.  si in una baracca e a sopravvivere fino all’arrivo dei russi: è il 27 gennaio 1945. Il giorno della Liberazione.

Capitolo 26

CARMELO SANTALCO

STALAG 307, Diario di prigionia,

BASTOGI EDITRICE ITALIANA,

 a cura di C, Aliberti-COLLANA SCUOLA

PREMESSA DELLO SCRITTORE

Vi chiederete perché abbia atteso trentacinque anni per pubblicare questo diario della mia prigione. Ho ritenuto di dovere conservare gelosamente per me e per i miei figli i ricordi di incredibili sofferenze, che hanno inciso profondamente sul mio modo di concepire la vicenda umana. Ho conservato questi frammenti, su pezzetti di carta, che sono riuscito a nascondere, considerandoli parti integranti della mia vita.

Anche quel poco che ho salvato di altri scritti, come la lettera ai giovani e le meditazioni, pensavo avrebbe incontrato l’indifferenza di chi non ha vissuto tra i reticolati tedeschi. La terribile minaccia di una nuova, e forse ultima, guerra che coinvolgerebbe tutta l’umanità, il dilagare del terrorismo, che semina strage e lutti, particolarmente nel nostro Paese, il disordine morale e lo sfrenato egoismo della nostra società, la caduta di ogni valore, dimostrano come, ad appena trentacinque anni abbiamo dimenticato i gravissimi sacrifici e gli immani disastri causati dall’ultimo conflitto mondiale. Queste amare constatazioni mi hanno invogliato a dare alle stampe ciò che è rimasto di quelle carte ingiallite per richiamare alla dei più anziani e portare a conoscenza dei giovani le gravissime conseguenze di quella guerra fratricida, perché siano di monito ed inducano tutti gli uomini, dai più umili ai più potenti, ad operare perché non vengano disperse la pace e la libertà, conquistate a pezzo di tanto sangue, e si ritorni a quei valori morali e religiosi, che sono condizione indispensabile per il progredire civile della nostra società.

 PREFAZIONE

Le mie prigioni ottocentesche nelle quali Silvio Pellico aveva ricordato la sua lunga personale vicenda di sofferenze nel carcere austriaco. Limpidità di stile e altezza morale, ma la storia di un uomo. All’indomani delle due guerre mondiali è venuto sviluppandosi un genere letterario che non aveva precedenti: i “Ricordi di prigionia”. Lo stile e l’oggetto di tali ricordi è ben diverso da quello delle Mie. Invece, nei ricordi di prigionia è protagonista non solo l’individuo ma anche il gruppo, la massa. Vi è un coro, vi è il racconto di una sofferenza collettiva con tutte le sue possibili totalità. E la storia non di un uomo ma di uomini, di una comunità sofferente. A ciò vien dato di pensare leggendo le nitide ed eloquenti pagine dei “Frammenti di un diario “di Carmelo Santalco che ha il grande merito di evitare due pericoli nei quali può facilmente incorrere l’autore di ricordi di prigionia: la retorica del dolore, l’esibizionismo non ha collocazione in queste pagine nelle quali non si confonde la storia con la fantasia, non si orpella la realtà con fronzoli utilizzati ad uso e consumo del protagonista o degli altri personaggi dell’oscura tragedia. Tutto appare in scena, e scivola via con la naturalezza di chi, più che essere soggetto operatore del suo destino, è soggetto immerso e rassegnato in una vicenda storica che lo sovrasta e lo travolge. Di fronte ad essa il cristiano piega il capo nella rassegnazione e nella preghiera ripetendo il “Fiat voluntas tua”.Lo stile del Santalco è più uno stile morale che uno stile letterario. Letterariamente non vi è che una trasparente schiettezza che bene si addice a questo tipo di ricordi. Ma la coscienza cristiana dell’autore, della quale si sente in ogni pagina vibrare un’eco profonda, vivifica tutto il tessuto del racconto alimentandolo con risorse vive e incomparabili perché attinenti alle profondità della vita spirituale. Nella lunga storia della peregrinazione, della Grecia alla Polonia alla Germani, nella “Via Crucis” della cattività alla liberazione. Carmelo Santalco emerge dal gruppo dei sofferenti nel fisico e nello spirito per la sua fortezza d’animo di fronte alla sofferenza. Ne vagone ferroviario, nella tenda, nella baracca, nello spiazzo per la “conta”, egli si distingue con un incoraggiamento buono e con la capacità di dire parole di conforto non meno utili dell”atteso “pacco “con il quale si calma la prepotenza della fame. Il segreto della resistenza morale, nel vortice dei dolori fisici, è duplice: la fede di Dio; l’amore della famiglia. Dio è sempre presente. Il cristiano sa che Dio aiuta i sofferenti, che dice “beati coloro che soffrono “, ed a questa certezza cristallina egli si attacca con fede, speranza e carità. Non manca alcuna delle virtù maestre. Si potrebbe dire che in questa miseria fisica sono presenti tre mondi: il mondo della prigionia con tutti i suoi dolori è sottoposto al mondo della carità divina dalla quale si attende conforto vivificante. Un terzo mondo si profila sempre all’orizzonte, non nelle nebbie dei ricordi ma nella sostanza confortatrice dei sentimenti: il mondo della famiglia con il suo prezioso tessuto di affetti. “Per crucem ad lucem” è il tema di una delle meditazioni finali che il Santalco annette al Diario. Ma noi diremmo che è il tema di tutta questa sinfonia di un profondo dolore umano spiritualmente consolato e illuminato. Vi è nell’anima dell’autore una vocazione religiosa di profonde radici che, anche nei momenti nei quali sarebbe comprensibile la disperazione, insegna a soffrire con conforto pacificante. Si distingue il dolore della città di Barabba con i fili spinati dal dolore espiatorio e redentore del Golgota.Il motivo dominante dei questi ricordi che si esprime, fra l’altro, senza ghirigori stilistici o con argomentazioni cerebrali, è la fede che alimenta la fiducia e che, nelle ore della prova, dà un senso concreto alla vita e alla morte. Eppure caratteristica in questo “Diario”la compresenza religiosa del mondo dei vivi con quello dei morti. La città dei vivi, assediata da fili spinati, appare non raramente come una città di moribondi, come uno studio di passaggio ad altre città, come una agonia che vede nella morte non una catastrofe ma una liberazione. Anche in questa alleanza fra vivi e i morti, in questa permanente meditazione sull’evento di un trapasso sempre vicino, tutto il mondo delle sofferenze acquista un carattere spirituale in cui il cristiano sente la grande verità del mutatur tollitur.

 Il conforto della Messa, della Comunione e perfino della Cresima, che viene amministrata al Santalco proprio nel campo di prigionia, stabilisce una specie di legame permanente tra l’oggi e il domani, fra il relativo e l’assoluto, fra il temporaneo e l’eterno. Il senso religioso della sofferenza fa del soffrire stesso una forza non oppressiva ma costruttiva; prende l’uomo nel dolore, e lo porta fuori dal dolore. Tutto è sotto zero nel campo di prigionia. Ma non è sotto zero il pensiero di Dio, e l’Assoluto giganteggia incrollabile sulle rovine del mondo delle cose transeunti. Accanto alla fede, la famiglia è presente più che mai come una realtà spirituale, ancor prima di essere una realtà sociale. Tema dominante nella disperata malinconia della baracca. L’attesa di notizie da casa. Si vuole sapere, per trovare conforto nel sapere. Gli anomastici di famiglia sono ricordati come una festa del campo. La lettera finale del volume è rivolta alla madre e si conclude con una affettuosa “buona notte”. Un documento dal quale sgorga pienezza di affetto.La scena del soldato che muore chiamando la mamma prima di esaltare l’ultimo respiro, suggerisce parole tanto semplici quanto profondamente cristiane: Chi conforterà la mamma dell’ufficiale che muore di fame? “Anche il ricordo del padre è sempre affetto per la famiglia di provenienza, ma ritorna spesso il “ricordo di Ninetta”, cioè dell’affetto per la sposa di domani, per la famiglia del futuro la quale si allinea a quella del presente e del passato. In questo mondo emotivo, le notizie a lungo attesa sono un farmaco per le sofferenze. Talora i desideri si confondono con i sogni, senza che il mondo immaginario prenda la mano all’autore. È sempre presente l’attaccamento ai “cari”, e doloroso è anche il distacco da un orologio personale per acquistare un pezzo di pane. La ricerca del pane, della bustina di latte in polvere, del cucchiaio di carote e una ricerca che mette permanentemente in moto il mondo della “fame nera”.

Ma l’animo cristiano non cerca nel ricordo del tempo felice una evasione della miseria; al contrario, vive nella miseria del boccone di pane per guadagnarsi un tempo felice. Anche le amare tristezze sulla cattiveria degli aguzzini non suscitano odio, ma stimolano sentimenti di carità.

La gioia trabocca nel momento della liberazione. “Si ritorna uomini” scrive il Santalco quando i tedeschi abbandono il campo e appare al confine del reticolato la figura di un maggiore canadese, avanguardia dei liberatori. Eppure, quanto è ancora lunga la strada dal campo di prigionia per arrivare attraverso paesi e montagne, strade e ponti, alla terra di Sicilia che Santalco bacia nel momento in cui mette il primo piede sul suolo natale. Nell’ Appendice l’autore pubblica, opportunamente, accanto alla lettera alla madre, una lettera ai giovani ai quali dice: bisogna lottare, bisogna resistere, non venire meno al proprio dovere, specialmente quando è duro. Io direi che tutto che questo libro è una lettera ai giovani. Anzi, guardando al nostro tempo, direi: una lettera della gioventù che ha sofferto alla gioventù che fa soffrire. In ciò l’attualità della pubblicazione del “Diario”. Non nostalgie, ma itinerari di vita cristiana che bisogna percorrere e ripercorrere perché la vita stessa sia degna di essere vissuta. Questa storia di sofferenza per nulla, vantata, ed anzi raccontate con modestia, ha avuto il suo epilogo, all’indomani della guerra, nell’attività partecipazione di Carmelo Santalco a quella milizia politica che rivendica i diritti della pace e della libertà oppressi dalla vicenda bellica. Divenuto dirigente delle ACLI e della DC, il Santalco ha combattuto le sue battaglie per l’autonomia del sindacato dei ferrovieri, e dopo aver coperto cariche amministrative, è stato per ben tre legislature deputato all’ Assemblea regionale siciliana. Eletto senatore nel 1972, fu riconfermato ne 1976 come pure nel 1979, essendo chiamato ad essere pure membro del Consiglio d’Europa. Successivamente entrò pure nel Governo in qualità di Sottosegretario. Si ricorda ciò solo a conferma della stima che il Santalco ha goduto e gode non solo sul campo di prigionia, ma pure nel libero agone.La vita non si presenta mai a scompartimenti chiuse. Chi sa compiere il suo dovere nella nelle tristi giornate della cattività, sa pure essere all’altezza di un responsabile dovere nelle civiche contese.

(G. Gonella)

INCIPIT

Troppo bella questa vita per durare a lungo, dissi al capitano Moschetto, mattina dell’8 settembre 1943.

Avevo da pochi giorni, per del Comando della 11 Piemonte, abbarbicato ai capisaldi dell’isola di Zante, ed ero stato distaccato al Comando dell’Armata – Delegazione Trasporti e Collegamenti in Atene.La nuova vita non sembrava fatta per me, abituata ai sacrifici ed alle sofferenze dei reparti. Il capitano Moschetto, un insegnante di Ragalna di Paternò, della provincia di Catania- richiamato alle armi – che trovai alla Delegazione, alla mia considerazione, prese tutte le precauzioni dei superstiziosi. La stessa sera alle ore 18:30 circa, mentre mi accingevo a preparare i documenti dei connazionali (la maggior parte civili), che alle 20,30 dovevano partire con la tradotta k diretta in Italia, squillava il telefono:“Tenente, i nostri stasera potranno partire?”

Chiesi chi fosse al telefono, si presentò un funzionario dell’Ambasciata Italiana ad Atene. Questi, nel ripetermi la domanda, fattami qualche istante prima, si diceva convinto che i tedeschi non avrebbero fatto partire la tradotta.Gli risposi che non ne vedevo i motivi ed egli di rimando “Ma lei non sa che l’Italia ha firmato l’armistizio? Lo ha comunicato radio Londra alle 18”. Telefonai la notizia al tenente colonnello Zucchi, comandante la Delegazione Trasporti e Collegamenti, il quale, pensando ch’io fossi caduto in una trappola tesa dai partigiani greci, mi fece un cicchettone per telefono. Egli, solo dopo avere avuta confermata la notizia dal funzionario dell’Ambasciata Italiana, che in precedenza aveva parlato con me, si decise a comunicarla a S. E. Vecchiarelli, Comandante dell’Armata Italiana. La conferma ufficiale si ebbe più tardi alle 20, mentre eravamo alla mensa dell’Armata, col comunicato di Radio Roma.

Trovandomi in licenza per esami in Italia avevo visto la disfatta dell’esercito in Sicilia, le città italiane distrutte e quindi potei comprendere pienamente la gravità del momento. Non avevo ancora 22 anni. La notte dall’ 8 al 9 settembre il Comandante della nostra Armata si incontrava col collega tedesco, il quale, in cambio delle nostre armi pesanti esistenti nel territorio greco, prometteva (con impegno, credo, scritto) di trasportare l’Armata Italiana – la quale avrebbe mantenuto tutto l’armamento leggero -in Italia. L’impegno, come era prevedibile, non fu mantenuto. I tedeschi, dopo che ebbero in consegna le nostre armi pesanti, bloccarono, con i loro carri armati. Le nostre caserme e disarmarono completamente i nostri reparti, dai quali furono allontanati gli ufficiali. I soldati piansero lasciando le armi; molti preferirono renderle inservibili o consegnarle ai partigiani greci.

Il 14 settembre incominciarono a partire dalla stazione di Atene- Larissa le tradotte di soldati e ufficiali italiani per destinazione ignota, che i tedeschi si divertivano a chiamare Italia.Spettacolo umiliante dinanzi ad un popolo che ci aveva avuti in casa da vincitori! Alcuni ufficiali furono avvicinati da partigiani greci, i quali mettevano a nostra disposizione denaro, abiti ed i mezzi necessari per raggiungere il quartiere generale inglese, che avrebbe provveduto, secondo la nostra volontà, o ad avviarci ai reparti partigiani in montagna o all’imbarco su sommergibili che ci avrebbero condotti In Sicilia. (Prima di allora mai avevano saputo che esistesse in Grecia un quartiere generale inglese che coordinava l’attività dei partigiani e dei paracadutisti!). Tre dei miei colleghi, tra cui il ten. Demetrio Crupi ed il sottotenente Costantino Sebastiano, riuscirono a raggiungere, il 26 settembre, detto quartiere generale ed io ne ebbi conferma attraverso una loro lettera pervenutami a mezzo dello stesso autista che li aveva accompagnati. Il 27 settembre rimasi in albergo (al King George) a letto con febbre a 40-41, dovuta ad un forte attacco malarico e mi alzai solo la mattina del 2 ottobre. Il 3 ottobre mattino i tedeschi mi catturarono assieme agli ultimi ufficiali dell’Armata, fra i quali il generale di brigata Caliendo. Nel pomeriggio dello stesso giorno prendemmo posto sulla 14 tradotta in partenza da Atene 8 (fu l’ultima) ed incominciò così quel calvario che in parte riuscii a descrivere in un diario del quale molte pagine andarono perdute.

STALAG 307                                                                                    

Carmelo Santalco, nato a S. Marco d’Alunzio (Messina) il 5 novembre 1921, si laureò in Giurisprudenza, all’Università di Palermo.

Rientrato dall’ internamento nei lager tedeschi il 19 luglio 1945, svolse attività sindacale dai prime del 1946 fino al 7 febbraio 1956, data in cui venne nominato Consultore all’Amministrazione provinciale di Messina e successivamente Delegato regionale (Presidente). Eletto: otto volte Consigliere comunale; nove volte Sindaco della città di Barcellona Pozzo di Gotto; tre volte Deputato regionale all’ Assemblea regionale siciliana; Assessore regionale alla Presidenza della Regione e alla Sanità ; Presidente dell’Istituto autonomo Case popolari di Messina; per sei legislature Senatore della Repubblica; Sottosegretario di Stato alle Finanze; Questore del Senato della Repubblica per dieci anni.

Ha pubblicato:

La vittima del sistema (1969), Stalag 307 (4 edizione, 1980, premio Città di Reggio Calabria e Maurolico, Premio Rhodis, Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio,ed altri importanti riconoscimenti. E’ doveroso evidenziare che il libro Stalag 307, in cui Santalco annotò lo strazio quotidiano del lager, fu inserito nella collana “Scuola” della Bastogi Editrice Italiana, a cura di Carmelo Aliberti ed adottato e studiato da migliaia di studenti che certamente hanno acquisito un patrimonio di valori, sbocciati dalle ceneri dei corpi bruciati nei forni crematori.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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