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POETICA E FILOSOFIA NELL'OPERA DEL GRANDE MAESTRO CARLO SGORLON

CARLO SGORLON, CANTORE DEI VALORI DELLA CIVILTA’ CONTADINA E DEI POPOLI EMARGINATI O PERSEGUIDATI DALLA STORIA.

di   CARMELO ALIBERTI

Ricorre il decimo anno dalla scomparsa del grande scrittore italiano, avvenuta la mattina del Natale 2009, dopo una lunga degenza in ospedale. Io avevo costantemente letto, recensito e intervistato l’autore all’uscita di ogni suo libro che lui puntualmente mi donava con un’affettuosa dedica. Intrattenni con lui una quarantennale corrispondenza epistolare e telefonica, in cui mi parlava o approfondiva alcuni aspetti della sua originalità narrativa, sia sul piano strutturale, tematico e linguistico, molto lontano dallo  sbriciolamento semantico della parola, che lui aveva ricaricato  di significati, con l’uso di semplici strumenti  comunicativi, recuperando il vero ruolo di comunicazione e di trasmissione del proprio racconto della vita e della storia, percorsa dalla filigrana di elevati messaggi, a cui attribuiva il più autentico ruolo di ricostruire l’uomo, sulla declinazione degli archetipi di Platone, ripresi e attualizzati da G. Luis Borges, strumenti essenziali di esplorazione gnoseologica e ultrafanica, per poter capire il senso della nostra presenza sul pianeta Terra. Dopo averlo onorato con due saggi e numerosi articoli, il sottoscritto ora vuole onorarlo e ricordarlo così. Per me , Sgorlon è stato un maestro di cultura e di vita e, attraverso il suo magistero, oggi mi è possibile conoscere molto bene il nostro mondo letterario, di cui una parte prevenuta o invidiosa lo criticò pretestuosamente, mentre le sue opere venivano tradotte in oltre 50 paesi del mondo e si moltiplicavano gli importanti riconoscimenti del Campiello (due volte) dello Strega, e altri omaggi, tra cui il Premio Giorgio La Pira, organizzato dall’Unesco di Milazzo, e lui, incerto fino all’ultimo per motivi di salute, alla fine decise di venire, sollecitato dall’onore che la Sicilia gli tributava. Al suo apparire sulla soglia della Chiesa, dove si svolgeva la cerimonia del Premio, la folla che lo attendeva ansiosa, lo videro avanzare come un vecchio dio incoronato dalla folta e bianca chioma e subito scattarono in piedi, abbandonandosi ad un intenso e prolungato applauso con religiosa compostezza, come quando si prega. In realtà, i siciliani conoscevano già le dichiarazioni di lode, espresse dal  “Gigante Bianco” della letteratura, che in diverse interviste, anche con noi, aveva affratellato in un comune destino di potere colonialistico e anche in un identico codice etico e valoriale, il mondo contadino friulano, di cui egli era stato l’aedo e, nel contempo, l’osservatore appassionato della transizione del suo popolo di fronte all’esplosione industriale del mito del profitto, con  la rivitalizzazione del pentagramma della sobrietà religiosa dell’esistenza nel nuovo contesto di sviluppo e la reciproca solidarietà nella inedita catena di sofferenze, con le quali  il Sud del Nord abbraccia il Sud del Sud. Nonostante gli acciacchi che lo affliggevano, Sgorlon ritrovò il sorriso e le sue pupille si colmarono di gioia, perché, nel nome del Premio Giorgio La Pira, egli intuiva dentro di sé un inestinguibile afflato, da lui espresso nell’iconografia della sua produzione letteraria, il Vangelo laico dei “Miserabili” moderni. In questa società intrisa di un neopaganesimo, sia le opere, che l’esemplare virtuale di un sano modo di vivere e il preziosissimo scrigno di lettere che sacralmente custodisco, scritte dalla sua mano tremante (perché lui non usava computer), anche nei giorni del più intenso dolore. L’ incommensurabile livello qualitativo arte creativa fu arrogantemente criticata, perché non capita nella profondità e nella sua capacità esplorativa del visibile e dell’invisibile, grazie alla inestinguibile serbatoio naturaliter di genetica religiosa trasparente, non professionalmente proclamata, ma laicamente perseguita, come è obbligo della seria letteratura.

Il libro “La penna d’oro” e la coeva intervista, rilasciata a il giornale, è un documento di razionale dimostrazione delle sue scelte e nel contempo un testamento morale, dedicato ai suoi fedeli lettori, ma soprattutto ai suoi più prezzolati e meschini detrattori, che con le loro spregevoli dichiarazioni infondate e pretestuose, hanno amareggiato il grande scrittore, luminosa stella nell’eterno azzurro della letteratura. Ora seguiamolo nei suoi itinerari narrativi, grondanti del miele della letteratura, essenziale ed onesto bilancio dell’agire umano nella società e nella storia, attraverso le pagine, obiettivamente lette ed onestamente interpretate, se si possiedono gli adeguati strumenti critici.

Carlo Sgorlon (Cassacco, 26 luglio 1930Udine, 25 dicembre 2009) è stato uno scrittore italiano.

I suoi romanzi hanno per tema specialmente la vita contadina friulana con i suoi miti, le sue leggende e la sua religiosità, il dramma delle guerre mondiali e delle foibe, le storie degli emigrati, le difficili convivenze delle varie etnie linguistiche; spesso proprio il passato e le radici rappresentano per Sgorlon gli unici elementi risananti del mondo.

L’autore ha vinto oltre quaranta premi letterari, tra cui: Il Supercampiello (due volte), Lo Strega, Il Napoli, Il Flaiano, Il Nonino, L’Isola d’Elba, L’Hemingway, Il Latina, Il Fiuggi, Le Palme D’oro, Il Tascabile, Il Basilicata, Il Penne, Il Taranto, Il Vallombrosa, Il Casentino, L’Enna, Il Rapallo, il Rosone d’oro, il Regium Julii e lo Scanno. Nel 2009 gli è stato conferito il Premio Chiara alla carriera[2].

Dal romanzo di esordio Il vento nel vigneto, romanzo che risente dell’influenza del verismo verghiano, dove il protagonista, diventa responsabile di un omicidio involontario e condannato all’ergastolo, graziato per buona condotta, vorrebbe rifarsi una nuova vita, (come Alessi in Verga, con le dovute distinzioni) ma la donna di cui si innamora è, a sua volta chiusa in un profondo dolore, dopo la perdita del marito, con una bambina da dover crescere, perché il dovere  morale prevale sulle pulsioni del sentimento, che Le impone di non perdere il sussidio di reversibilità del marito defunto, il solo mezzo di sostentamento della famiglia e che non sarebbe più stato erogato dallo stato. in caso di altro matrimonio. Il codice etico della civiltà contadina suggerisce una profonda e responsabile riflessione sulle scelte determinanti della vita e i due, con reciproca comprensione, riescono a metamorfizzare il sentimento d’amore in limpido sentimento di una solidale amicizia. 

 

La narrativa di Carlo Sgorlon, scrittore italiano di spessore universale

La figura di Sgorlon è diversa da quella di qualsiasi autore italiano: era un narratore vero di storie reali in un mondo fantastico, un narratore di vicende fantastiche in una struttura reale. Il tutto condito da elementi storici e magici che convivono come diversi livelli di una stessa provincia. Poeta dell’equilibrio, dell’intreccio con la storia e con l’ambiente in cui si innesta il ciclo delle sue esperienze, su tutta la sua attività hanno lasciato un segno profondo gli studi irregolari e gli stimoli del nonno, maestro elementare in pensione, a porsi traguardi più ambiziosi, così come le storie, i racconti tradizionali, le fiabe narrate dalla gente del suo piccolo paese contadino. I temi di fantasia e saggezza popolare si mescolano all’eredità di autori come Dante, Ariosto e Petrarca e che macerano in quello che lo stesso autore definisce come una fase culturale europea nel periodo di istruzione superiore.

Nasce, per primo, il romanzo Il vento nel vigneto (1960), che verrà riscritto in lingua friulana con il titolo Prime di sere (1971); il tema esistenziale è ispirato al mondo contadino e si racconta il faticoso reinserimento di un ergastolano graziato nel paese natio.

Con i successivi romanzi lo scrittore muta il suo registro narrativo: La poltrona (1968), La notte del ragno mannaro (1970) e La luna color ametista (1972) si impongono all’attenzione della critica per i ritmi nevrotici ed affannosi dei personaggi che stentano a realizzarsi nella vita, cedendo via via a storie sempre più corali. Ne La poltrona si narra di un mondo chiuso, sterile caratterizzato da un continuo disadattamento; ne La notte del ragno mannaro (1970) si apre il paesaggio, in cui si percepisce l’inquietudine di Walter nella spasmodica ricerca del padre e della donna amata in un sogno ossessivo e reale ambientato in una Udine magica che rivela i segreti di antiche storie. Ne La luna color ametista Rabal rivitalizza un paesino misterioso e teso tra sogno e grigiore ma solo per il periodo della sua visita; questo è il romanzo riconosciuto come spartiacque della narrativa di Sgorlon, lo scritto che lascia il cupo solipsismo della precedente produzione per raggiungere un patos fantastico-corale nella sua opera successiva.

Da questo cambiamento nasce il fortunato Il trono di legno, romanzo di successo (Premio Campiello,1973), storia di un narratore di vicende fantastiche che non sa ancora di essere l’erede di una cultura solo assopita e non cancellata. Nel 1975 vede la luce anche La Regina di Saba, ritratto di una misteriosa figura di donna a tutto tondo che si confronta con i cambiamenti del tempo, capace di salvarsi e di salvare grazie alla forza dell’amore eterno. Gli dei torneranno (1977), narrazione epicizzata della civiltà contadina del Friuli che si scontra con le nuove idee per massificata attraverso il dono singolare del ben parlare.

La carrozza di rame (1979), la saga di una famiglia di piccoli proprietari terrieri inserita nel periodo del terremoto del ’76, evento foriero di nuovi assetti nella famiglia De Odorico, completa la trilogia iniziata con Il trono di legno. La sua vita trascorre quieta, tra l’insegnamento di Italiano e Storia negli Istituti tecnici e la scrittura, tra la città e la casa di campagna dove lo scrittore, assai fiero delle proprie svariate abilità, sveste i panni dell’artista e dello studioso e indossa quelli dell’agricoltore e dell’artigiano. Nasce in questo periodo La contrada (1981) in cui si racconta la vita di periferia di un gruppo di amici ed in cui si sviluppa il tema della delusione dell’uomo moderno. Segue (Premio Campiello, 1983) in cui si esprime il concetto del recupero delle origini e del legame con le proprie radici solo nel momento dell’allontanamento dalla realtà: Valeriano, infatti, rimane in Siberia a ricordare la sua terra, il Friuli. Quest’opera è da molti critici ritenuto il capolavoro dello scrittore. L’armata dei fiumi perduti (1983), vincitore del Premio Strega nel 1985) ispirato alle vicende poco note della duplice tragedia del popolo cosacco, i Kazak, a cui: «l’impassibile spietatezza della Storia aveva sottratto per sempre la possibilità di avere una patria» e del popolo friulano, la cui terra venne regalata ai primi come bottino di guerra dall’invasore tedesco. Il libro avrà ben 25 ristampe. Il quarto re mago (1986), insieme di racconti da cui si evincono le principali tesi della poetica Sgorloniana (come nel caso dell’eterno peregrinare di Joska la rossa o del disfacimento del tempo alla ricerca di qualcosa che si possiede già). Seguono I sette veli (1986, versione friulana Il Dolfin, L’ultima valle (1987) in cui si mescola sapientemente l’elemento favolistico a quello della vita di tutti i giorni narrando della tragedia del Vajont del 1963 e evidenziando le interconnessioni magiche da cui si origina tutta la poetica dell’autore. Il calderas (Premio Napoli, 1988) in cui la vita del piccolo zingaro è nuova metafora della ricerca di radici perdute, questa volta per colpa della guerra. La fontana di Lorena (Premio Basilicata, 1990) in cui si racconta la storia della famiglia Gortan che vive attorno alla figura magica di Eva, amica di un grande pittore, che con la sua magia creerà l’illusione utile a salvare se stessa e gli altri oltre la magica fonte del bosco. La tribù (1990) è la storia della famiglia di Giovanni, brigadiere di Foràns, Martina ed i loro quattro figli. Il rispetto della legge morale è l’unica strada per dare ordine alle passioni umane; ma l’illusione del benessere sfocia ai confini del lecito e dell’illecito. I valori crollano miseramente e, pur di raggiungere gli illusori paradisi, Diego, uno dei quattro figli, sconterà il suo delitto di sangue nel sangue, come tragico sacrificio agli dei crudeli di città. L’apice del dolore, tuttavia, riannoderà i vincoli morali ridando senso al destino dei suoi componenti. Vi sono, poi, La foiba grande (1992) che custodisce i segreti di coloro che vengono presi per essere portati chissà dove durante il periodo della guerra, cui segue Il regno dell’uomo (1994). Al filone che rievoca vicende non approfondite della storia italiana appartiene anche La malga di Sîr (1997) incentrato sull’eccidio di Porzûs reso famoso perché nel 1945 i partigiani comunisti uccisero un gruppo di partigiani appartenenti alla brigata Osoppo (tra i caduti anche il fratello di Pier Paolo Pasolini, Guido Alberto).

Nasce, quindi, Il processo di Tolosa (1998), storia surreale della vita di un ragazzo legato al mistero di Lazzaro in Francia, seguito da Il filo di seta (1999) in cui si racconta la vicenda incredibile degli itinerari di Odorico da Pordenone, viaggiatore paragonabile solo a Marco Polo, che ha affascinato per il suo modo di confrontarsi con la diversità e del quale Sgorlon ha scritto, in versione romanzata, in una rivisitazione della sua vita. Attraverso un lungo percorso arriviamo al prossimo romanzo, La tredicesima notte (2001) in cui nel favoloso mondo di Monterosso si snoda la vicenda di Veronica, nuova figura di donna in connessione con il mondo misterioso che abbiamo dimenticato, la quale torna ogni tre generazioni per rendere possibile un destino d’amore in un paese dove persino un famoso frate di Pietrelcina – Padre Pio – compare. È del 2003, L’uomo di Praga, in cui il cinema arriva a Naularo per far rivivere i sogni di tutti e le alterne vicende del protagonista Alvar, stupiscono e trasportano in un mondo fatato. Le sorelle boreali, edito nel 2004, illustra la creazione di un mondo felice da parte di cinque sorelle che ritrovano una nuova vita nella villa della bisnonna. Ognuna delle protagoniste per difendere questa esistenza dovrà passare in un buio catartico modificando poco a poco il proprio destino. L’ultimo lavoro, Il velo di Maya del 2006 intreccia elementi filosofici, musicali ed erotici in un viaggio teso come su una lama di rasoio del personaggio Jacopo D’Artega. L’ultima fatica letteraria del grande scrittore viene pubblicata a dicembre del 2008 dalla Morganti editori, con il titolo La penna d’oro. Si tratta di un’autobiografia. Carlo Sgorlon ha deciso di farsi portavoce in prima persona della sua vita e della sua poetica. Nel raccontarsi con sincerità ma con un pizzico di costruttiva polemica e disincanto, lo scrittore affronta i ricordi della propria vita personale e professionale come se osservasse un altro se stesso dal balcone della sua casa friulana. Il risultato di questo proiettarsi al di fuori lo trasforma nel protagonista di un’avvincente storia privata. Ma di che si tratta? Ancora una volta è la storia di un uomo estraneo ai luoghi e alle mode, che si affranca dal mondo, pur senza mai perderlo di vista, per cercare la propria patria. Il narratore si racconta con la medesima propensione fabulatoria che da sempre lo caratterizza, proponendo al lettore un romanzo esistenziale, quello di un uomo che si sofferma sulla propria vita facendone il bilancio e ribadendo la radicata convinzione che l’uomo possa percorrere la propria vita su due piani di esistenza paralleli: quello della realtà e quello del fantastico. La penna d’oro, non è una semplice autobiografia dello scrittore, è anche un attestato d’amore nei riguardi della sua terra d’origine, delle sue genti e tradizioni. Anche la penna d’oro, dono ricevuto nell’infanzia, diventa un mitico oggetto sparito chissà dove, che da sempre influenza il destino dell’uomo e dello scrittore.

I protagonisti dei suoi romanzi, tra tramonto della civiltà contadina e impatto con il dilagare della civiltà industriale.

La modernità del protagonista sgorloniano è evidente nell’incarnazione delle difficoltà, nell’autenticità, nell’affettività, nella socialità; è un soggetto reso ansioso dall’evoluzione della società rurale in quella industriale, appare simile al tipico modello d’uomo nel comune sentire di fronte alla rivoluzione tecnologica. Nel personaggio sgorloniano si evidenzia la mancanza di una precisa identità, nella quale ritorna, sfumata, la figura paterna e, anche, più eccessiva e prolungata, quella materna; si riscontra, inoltre, la mancanza di quell'”io collettivo” che sembrava unire la società contadina contro le asperità della vita nel superamento dell’uniformità della industrializzazione nella eradicazione dalla regione di nascita. I protagonisti sgorloniani appartengono ad una cultura di tipo decadente, sono irrazionali e spesso vivono in una realtà sognante tenendo sempre presente un sentimento di amore/repulsione per la propria terra. All’assenza di eventi esteriori fa da contrappeso il tramestio dei personaggi, mossi dall’autore come burattini, i quali hanno un ruolo preciso in uno sfondo a metà tra la favola e la cruda realtà storica, attraverso la metafora, in un luogo sospeso tra il fantastico e il mentale dove tematiche religiose scientifiche e filosofiche si confrontano per la ricerca di valori per cui sopravvivere: «In realtà, io amo soprattutto raccontare delle storie, in un tempo e in una civiltà come la nostra in cui sembra che gli scrittori abbiano per lo più perduto la dimensione epica e il gusto del narrare».

L’acqua, elemento liquido pacificante tra gli orrori della guerra e la orrorosa diversità evolutiva della storia, mediante l’anello unificante del mito.

A creare una compensazione, quasi fosse essa stessa un personaggio, nella narrativa sgorloniana interviene l’elemento dell’acqua. La funzione purificante e pacificante dell’animo umano è legata all’elemento liquido come se questo unisse in tempi diversi le sensazioni delle donne. Sono donne che si lavano via il terrore della guerra con un lungo bagno, rimanendo in contatto con l’elemento magico come nel caso di Marta ne- L’armata dei fiumi perduti, tornano al passato e vi rimangono in contatto tramite una fonte nel bosco come nel caso de La fontana di Lorena o dimenticano l’amore illusorio del loro recente passato come nel caso di Veronica ne La tredicesima notte. L’acqua è una sorta di specchio purificatorio, la cui prerogativa sembra essere percepita solo dalle donne.

Le donne, radice rivitalizzante del motore di una società in mutamento.

Le donne di Sgorlon sono la radice forte che permette all’albero ferito di rifiorire. Sono personaggi in grado di rivitalizzare la vita di un paese sonnacchioso come nel caso di Rabal, ne La luna color ametista. Custodiscono le parti da sanare, sono motore incessante della storia e sono quelle che portano spesso sulle proprie spalle il peso di una civiltà che cambia. L’abbandono della società contadina, ha aumentato la loro fatica, ma ha permesso anche di conservare all’interno dei loro animi la madre a cui ritornare. Le donne di Sgorlon non vogliono affrontare tutto e tutti a muso duro, sanno andare incontro a ciò che la vita richiede, ma concepiscono il completamento della loro esistenza solo nella condivisione della stessa con un’altra persona. I personaggi femminili di Sgorlon sanno guardare al mondo moderno e viverci, ma a volte, e solo per periodi limitati, nonostante la loro sensibilità, non riescono a vedere chiaramente, confuse dai loro sogni. Fortissimo in queste figure è l’elemento magico che rende surreale persino le storie che sembrano cronaca della realtà, donando loro una comprensione delle connessioni tra essere umano e gaia, la terra, irrinunciabile. Marta, con la sua gioia di vivere inesauribile, sana le ferite di un mondo che sembra impazzito e custodisce la speranza dei sogni persino nei momenti più duri, infondendo la vita quando tutto sembra perduto. Eva, de La fontana di Lorena, è un grande personaggio, costruito con un’intensità vibrante di donna pratica e maga che incarna la sostanza della protettrice della terra: è l’ultima eroina guerriera di una divinità insita nella natura che alla fine sa che nei colori e nel ritorno in sé c’è quanto serve a salvare il proprio futuro.

La provincia, gomitolo di cultura, di tradizione di un popolo alla ricerca della propria identiutà nella varietà del mondo reale.

«Comincerò col dire che io sono uno di quegli scrittori fortunati, secondo la celebre frase di Balzac, che hanno una provincia da raccontare. Fortunati perché possiedono delle radici, ed hanno alle spalle una cultura, una storia, una tradizione, un popolo, nei quali si riconoscono, dentro i quali riescono a rintracciare i lineamenti della propria identità. Fortunati perché sanno chi sono, possiedono un habitat, una collocazione precisa nella infinita varietà del mondo reale». Così Carlo Sgorlon si descrive nella conferenza del 1982 (Il Friuli nella mia narrativa) inquadrando la propria identità, chiave di volta della sua concezione di vivere/scrivere. Tra il livello profondo del soggetto/uomo ed il livello di scrittura con i modelli culturali si colloca in maniera filtrante la cultura locale tale da renderla comprimaria rispetto agli altri elementi in una concezione solistica legata ai topoi accumulati nel corso dell’intera esistenza. Un sentimento che si può leggere anche ne– L’armata dei fiumi perduti in cui Urvàn pensa che «…forse bisognava restare lassù, non abbandonare né la steppa né il fiume. Qualunque colpo del destino andava sopportato là, nella loro terra».  La battaglia per la conservazione delle radici e per la restituzione dei luoghi alla loro vocazione millenaria appare come una metafora e insieme una ragione universale e che unisce i popoli legati alle proprie autentiche storie e tradizioni. «Per Veronica, (La tredicesima notte), Monterosso era una parola chiave. Pronunciarla, o sentirla pronunciare, voleva dire tante cose, a volte difficile da cogliere anche per lei». Carlo Sgorlon esalta l’irrealtà della realtà del Friuli perché, se si parla di questa terra, non si sa mai se si tratti di Italia, Austria o di un paese Slavo, culture che hanno lasciato una impronta nell’identità che spesso viene trascurata dai “dominatori di turno”, ma fortemente radicata nel suo popolo.

Il paesaggio, luogo di speranza e di redenzione nell’Apocalisse del presente.

Il paesaggio friulano è l’ancora a cui è possibile aggrapparsi per recuperare la speranza di salvezza e di redenzione nell’apocalisse del presente in cui sembra essere sparito l’amore per le proprie origini. Sgorlon è un aedo della sua terra, a volte la dipinge come un luogo in cui avvengono fatti luttuosi per la popolazione, come nel caso del romanzo La foiba grande o de La tribù e come un mondo incantato sospeso in un dimensione magica tale da creare un filo ideale tra le sue storie e il mondo incantato di Garcia Marquez: lo stesso Sgorlon friulano ha ammesso che, seppur involontariamente, nei suoi romanzi c’è anche un po’ di Marquez, quello che li accomuna è lo sostrato di movimento. «Mi affido alla mia capacità di primitivo di rimitizzare il mondo, per quanto i miti e le fiabe siano stati esorcizzati da secoli dalla scienza e dalla tecnologia…» Ecco il filo a cui Carlo Sgorlon rimane fedele anche nelle sue opere, particolarmente in quest’ultimo romanzo, La tredicesima notte, o anche ne La fontana di Lorena, che conferma la natura favolistica dello scrittore friulano senza venir meno a quel credo di “tellurica sacralità”, che è presente in lui da sempre, e più visibilmente nel L’Ultima valle (1987).

La Storia, forza cosmica autonoma e travolgente, a cui diventa inutile opporsi.

Nei libri in cui i protagonisti hanno a che fare con la Storia, particolarmente se si tratta della guerra e dei suoi effetti, essa assume in Sgorlon un carattere di forza cosmica, flusso impetuoso ed ineluttabile, dotato di propria autonomia, in grado di travolgere chiunque si trovi sul suo corso, e da cui è inutile ogni tentativo di opporsi. L’unica speranza per sottrarsi alle sue conseguenze può essere un rifugio o la fuga, di solito sotto la protezione di una delle donne che nei libri di Sgorlon incarnano la saggezza immutabile della terra, come Marta ne- L’armata dei fiumi perduti, o Marianna ne La malga di Sîr.

La parola: Sgorlon, nel periodo dell’affermazione dello sperimentalismo neoavanguardistico, contrappone alla Babele linguistica degli “ismi”, contrappone strumenti linguistici e strutturali semplici ed omogenei, da cui si sprigiona un rigeneratore flusso di poesia.

«Aveva letto in un libro che la parola è ormai consumata e logora, troppo sfruttata dall’uso, e che non può più essere adoperata come un tempo. Oggi chi l’ha fatto ha suscitato una smorfia d’ilarità all’angolo della bocca degli intenditori, o l’infastidito sbadiglio della noia. Adesso la parola è sofisticata, manipolata, slogata e contorta, per poter essere resa appetibile ai palati, ormai desiderosi dello strano e dell’inusitato. Viene elaborata con ricette artificiali, drogata con spezie esotiche fino a cambiarne l’antico carattere e a renderla incomprensibile», scrive Sgorlon. «Io mi rivolgo a quei lettori che hanno il gusto di leggere storie ben fatte, e anche fornite di un gruzzolo di ciò che un tempo si chiamava “poesia”, di cui oggi si diffida. Io possiedo un forte istinto narrativo, e a quello mi abbandono. È una specie di bussola incorporata nel mio inconscio. Seguo i grandi archetipi del narrare. Non trovo difficoltà a realizzare questo tipo di narrativa, se non di natura psicologica. So infatti di andare contro il gusto corrente e contro la cultura egemone. So di essere il solo, o quasi. Però c’è anche una certa soddisfazione a sapere di non essere uno che salta sul cocchio del vincitore, che in Italia tutti inseguono, ma sul quale non tutti riescono a salire.»

ALLARME SUL NECKAR, Ultimo romanzo postumo.

Quando uscì “Il trono di legno“, Pasolini ebbe a dire del conterraneo Sgorlon che aveva una sterminata capacità descrittiva, ma una vistosa incapacità d’invenzione di storie. Con questo romanzo inedito, scritto nel 2000, ma ambientato nel 1968, Sgorlon lo smentì. Qui l’intreccio è simile al” Codice da Vinci”, con violinisti riportati in vita da infermiere innamorate, preti esorcisti, ricchi protettori di artisti e uomini d’affari che si muovono in una miriade di fatti inspiegabili in una cittadina della Franconia dove ha sede un’università antichissima. Dialoghi serrati, suggestioni di luoghi e sensitivi bizzarri accompagnano il lettore nel romanzo più sorprendente di un autore passato alla storia come scrittore di ambienti tradizionali. Dal romanzo di esordio Il vento nel vigneto, romanzo che risente dell’influenza del verismo verghiano, dove il protagonista, diventa responsabile di un omicidio involontario e condannato all’ergastolo, graziato per buona condotta, vorrebbe rifarsi una nuova vita, ma la donna di cui si innamora è, a sua volta chiusa in un profondo dolore. Rimasta presto vedova, deve occuparsi della sua bambina per una serena crescita e può contare solo con il sussidio di reversibilità concessogli dallo Stato e che perderebbe in caso di un nuovo matrimonio, con imprevedibili conseguenze sul destino della figlia e di se stessa. In tale contesto drammatico, prevale il codice etico della coscienza e i due sagacemente si negano al sentimento d’amore che si metamorfizza istintivamente in un più limpido e profondo sentimento di pura e solidale amicizia, prezioso valore della civiltà contadina, che sopravvive sul dilagare della civiltà industriale, sentimentalmente acefala e ossessivamente tesa al solo obiettivo del profitto con tutti i mezzi leciti e illeciti. In questo primo romanzo affiora la tastiera tematica e la risonanza lirica, motivi primari che si svilupperanno gradualmente nella strutturazione narrativa dello scrittore friulano.  Non a caso Il Circolo di Swedenborg è un romanzo pubblicato postumo (2009), custodito gelosamente dallo scrittore, perché Sgorlon fu uno scrittore nomade, sempre teso alla ricerca di nuclei di verità storiche, nella cui circonferenza ben delineata, intarsia vicende di figure o di popoli emarginati dal destino sempre accanito sugli inermi o fatalisticamente rassegnati a rimanere prigionieri di una ferita esistenziale di cui si sentono responsabili Lo scrittore, dopo aver percorso, con procedimento incerto, un “itinerarium mentis in deum”,approdato sull’orlo di un vertiginoso vuoto, salta su una carrozza in transito e vola istintivamente verso il regno della accecante luce metafisica.

Carlo Sgorlon


I suoi romanzi hanno per tema specialmente la vita contadina friulana con i suoi miti, le sue leggende e la sua religiosità, il dramma delle guerre mondiali e delle foibe, le storie degli emigrati, le difficili convivenze delle varie etnie linguistiche; spesso proprio il passato e le radici rappresentano per Sgorlon gli unici elementi risananti del mondo. L’autore ha vinto oltre quaranta premi letterari, tra cui: Il Supercampiello (due volte), Lo Strega, Il Napoli, Il Flaiano, Il Nonino, L’Isola d’Elba, L’Hemingway, Il Latina, Il Fiuggi, Le Palme D’oro, Il Tascabile, Il Basilicata, Il Penne, Il Taranto, Il Vallombrosa, Il Casentino, L’Enna, Il Rapallo, il Rosone d’oro, il Regium Julii e lo Scanno. Nel 2009 gli è stato conferito il Premio Chiara alla carriera

Alcuni aspetti significativi della narrativa di Sgorlon

La figura di Sgorlon è diversa da quella di qualsiasi autore italiano: era un narratore vero di storie reali in un mondo fantastico, un narratore di vicende fantastiche in una struttura reale. Il tutto condito da elementi storici e magici che convivono come diversi livelli di una stessa provincia.

Poeta dell’equilibrio, dell’intreccio con la storia e con l’ambiente in cui si innesta il ciclo delle sue esperienze, su tutta la sua attività hanno lasciato un segno profondo gli studi irregolari e gli stimoli del nonno, maestro elementare in pensione, a porsi traguardi più ambiziosi, così come le storie, i racconti tradizionali, le fiabe narrate dalla gente del suo piccolo paese contadino. I temi di fantasia e saggezza popolare si mescolano all’eredità di autori come Dante, Ariosto e Petrarca che macerano in quello che lo stesso autore definisce come una fase culturale europea nel periodo di istruzione superiore.

Nasce, per primo, il romanzo Il vento nel vigneto (1960), che verrà riscritto in lingua friulana con il titolo Prime di sere (1971); il tema esistenziale è ispirato al mondo contadino e si racconta il faticoso reinserimento di un ergastolano graziato nel paese natio.

Con i successivi romanzi lo scrittore muta il suo registro narrativo: La poltrona (1968), La notte del ragno mannaro (1970) e La luna color ametista (1972) si impongono all’attenzione della critica per i ritmi nevrotici ed affannosi dei personaggi che stentano a realizzarsi nella vita, cedendo via via a storie sempre più corali. Ne La poltrona si narra di un mondo chiuso, sterile caratterizzato da un continuo disadattamento; ne La notte del ragno mannaro (1970) si apre il paesaggio, in cui si percepisce l’inquietudine di Walter nella spasmodica ricerca del padre e della donna amata in un sogno ossessivo e reale ambientato in una Udine magica che rivela i segreti di antiche storie. Ne La luna color ametista Rabal rivitalizza un paesino misterioso e teso tra sogno e grigiore ma solo per il periodo della sua visita; questo è il romanzo riconosciuto come spartiacque della narrativa di Sgorlon, lo scritto che lascia il cupo solipsismo della precedente produzione per raggiungere un patos fantastico-corale nella sua opera successiva.

Da questo cambiamento nasce il fortunato Il trono di legno, romanzo di successo (Premio Campiello 1973)[3], storia di un narratore di vicende fantastiche che non sa ancora di essere l’erede di una cultura solo assopita e non cancellata. Nel 1975 vede la luce anche La Regina di Saba, ritratto di una misteriosa figura di donna a tutto tondo che si confronta con i cambiamenti del tempo, capace di salvarsi e di salvare grazie alla forza dell’amore eterno. Gli dei torneranno (1977), narrazione epicizzata della civiltà contadina del Friuli che si scontra con le nuove idee per scoprire, infine, che la storia gira in cerchio e gli dei torneranno solo se gli uomini sapranno salvare la loro cultura dall’attacco della civiltà massificata attraverso il dono singolare del ben parlare.

La carrozza di rame (1979), la saga di una famiglia di piccoli proprietari terrieri inserita nel periodo del terremoto del ’76, evento foriero di nuovi assetti nella famiglia De Odorico, completa la trilogia iniziata con Il trono di legno.

La sua vita trascorre quieta, tra l’insegnamento di Italiano e Storia negli Istituti tecnici e la scrittura, tra la città e la casa di campagna dove lo scrittore, assai fiero delle proprie svariate abilità, sveste i panni dell’artista e dello studioso e indossa quelli dell’agricoltore e dell’artigiano. Nasce in questo periodo La contrada (1981) in cui si racconta la vita di periferia di un gruppo di amici ed in cui si sviluppa il tema della delusione dell’uomo moderno. Segue La conchiglia di Anataj (Premio Campiello, 1983[3]) in cui si esprime il concetto del recupero delle origini e del legame con le proprie radici solo nel momento dell’allontanamento dalla realtà: Valeriano, infatti, rimane in Siberia a ricordare la sua terra, il Friuli. Quest’opera è da molti critici ritenuto il capolavoro dello scrittore.

L’armata dei fiumi perduti (1983), vincitore del Premio Strega nel 1985) ispirato alle vicende poco note della duplice tragedia del popolo cosacco, i Kazak, a cui: «l’impassibile spietatezza della Storia aveva sottratto per sempre la possibilità di avere una patria» e del popolo friulano, la cui terra venne regalata ai primi come bottino di guerra dall’invasore tedesco. Il libro avrà ben 25 ristampe. Il quarto re mago (1986), insieme di racconti da cui si evincono le principali tesi della poetica sgorloniana (come nel caso dell’eterno peregrinare di Joska la rossa o del disfacimento del tempo alla ricerca di qualcosa che si possiede già). Seguono I sette veli (1986), versione friulana Il Dolfin, L’ultima valle (1987) in cui si mescola sapientemente l’elemento favolistico a quello della vita di tutti i giorni narrando della tragedia del Vajont del 1963 e evidenziando le interconnessioni magiche da cui si origina tutta la poetica dell’autore. Il calderas (Premio Napoli, 1988) in cui la vita del piccolo zingaro è nuova metafora della ricerca di radici perdute, questa volta per colpa della guerra. La fontana di Lorena (Premio Basilicata, 1990) in cui si racconta la storia della famiglia Gortan che vive attorno alla figura magica di Eva, amica di un grande pittore, che con la sua magia creerà l’illusione utile a salvare se stessa e gli altri oltre la magica fonte del bosco. La tribù (1990) è la storia della famiglia di Giovanni, brigadiere di Foràns, Martina ed i loro quattro figli. Il rispetto della legge morale è l’unica strada per dare ordine alle passioni umane; ma l’illusione del benessere sfocia ai confini del lecito e dell’illecito. I valori crollano miseramente e, pur di raggiungere gli illusori paradisi, Diego, uno dei quattro figli, sconterà il suo delitto di sangue nel sangue, come tragico sacrificio agli dei crudeli di città. L’apice del dolore, tuttavia, riannoderà i vincoli morali ridando senso al destino dei suoi componenti. Vi sono, poi, La foiba grande (1992) che custodisce i segreti di coloro che vengono presi per essere portati chissà dove durante il periodo della guerra, cui segue Il regno dell’uomo (1994). Al filone che rievoca vicende non approfondite della storia italiana appartiene anche La malga di Sîr (1997) incentrato sull’eccidio di Porzûs reso famoso perché nel 1945 i partigiani comunisti uccisero un gruppo di partigiani appartenenti alla brigata Osoppo (tra i caduti anche il fratello di Pier Paolo Pasolini, Guido Alberto).

Nasce, quindi, Il processo di Tolosa (1998), storia surreale della vita di un ragazzo legato al mistero di Lazzaro in Francia, seguito da Il filo di seta (1999) in cui si racconta la vicenda incredibile degli itinerari di Odorico da Pordenone, viaggiatore paragonabile solo a Marco Polo, che ha affascinato per il suo modo di confrontarsi con la diversità e del quale Sgorlon ha scritto, in versione romanzata, in una rivisitazione della sua vita. Attraverso un lungo percorso arriviamo al prossimo romanzo, La tredicesima notte (2001) in cui nel favoloso mondo di Monterosso si snoda la vicenda di Veronica, nuova figura di donna in connessione con il mondo misterioso che abbiamo dimenticato, la quale torna ogni tre generazioni per rendere possibile un destino d’amore in un paese dove persino un famoso frate di Pietrelcina – Padre Pio – compare. È del 2003, L’uomo di Praga, in cui il cinema arriva a Naularo per far rivivere i sogni di tutti e le alterne vicende del protagonista Alvar, stupiscono e trasportano in un mondo fatato. Le sorelle boreali, edito nel 2004, illustra la creazione di un mondo felice da parte di cinque sorelle che ritrovano una nuova vita nella villa della bisnonna. Ognuna delle protagoniste per difendere questa esistenza dovrà passare in un buio catartico modificando poco a poco il proprio destino. L’ultimo lavoro, Il velo di Maya del 2006 intreccia elementi filosofici, musicali ed erotici in un viaggio teso come su una lama di rasoio del personaggio Jacopo D’Artega.

L’ultima fatica letteraria del grande scrittore viene pubblicata a dicembre del 2008 dalla Morganti editori, con il titolo La penna d’oro. Si tratta di un’autobiografia. Carlo Sgorlon ha deciso di farsi portavoce in prima persona della sua vita e della sua poetica. Nel raccontarsi con sincerità ma con un pizzico di costruttiva polemica e disincanto, lo scrittore affronta i ricordi della propria vita personale e professionale come se osservasse un altro se stesso dal balcone della sua casa friulana. Il risultato di questo proiettarsi al di fuori lo trasforma nel protagonista di un’avvincente storia privata. Ma di che si tratta? Ancora una volta è la storia di un uomo estraneo ai luoghi e alle mode, che si affranca dal mondo, pur senza mai perderlo di vista, per cercare la propria patria. Il narratore si racconta con la medesima propensione fabulatoria che da sempre lo caratterizza, proponendo al lettore un romanzo esistenziale, quello di un uomo che si sofferma sulla propria vita facendone il bilancio e ribadendo la radicata convinzione che l’uomo possa percorrere la propria vita su due piani di esistenza paralleli: quello della realtà e quello del fantastico. La penna d’oro, non è una semplice autobiografia dello scrittore, è anche un attestato d’amore nei riguardi della sua terra d’origine, delle sue genti e tradizioni. Anche la penna d’oro, dono ricevuto nell’infanzia, diventa un mitico oggetto sparito chissà dove, che da sempre influenza il destino dell’uomo e dello scrittore.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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