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RISONANZE SIMBOLICHE NEI POETI FINALISTI NELL’ULTIMA EDIZIONE DEL PREMIO “BARTOLO CATTAFI” DAL VOL. VII di LETTERATU(RA E SOCIETA’ ITALIANA DAL II OTTOCENTO AD OGGI

di CARMELO ALIBERTI

RISONANZE SIMBOLICHE DELLA POESIA DI

BARTOLO CATTAFI NEI VERSI DI

VINCENZO LEOTTA, BASILIO REALE E EUGENIO DE SINGORIBUS,

FINALISTI NELL’ULTIMA EDIZIONE DEL

PREMIO DEDICATO AL GRANDE POETA DI BARCELLONA P:G: (Messina)

 Di  CARMELO  ALIBERTI

All’interno della strutturazione tematica della produzione poetica di molti autori partecipanti all’edizione 1996 del Premio di Poesia “Cattafi”, risuonano diverse coordinate simboliche della poetica del poeta di Barcellona che certamente meriterebbero uno studio capillare (che non si può condurre in questa sede per ovvi motivi), tanto vastamente si evidenzia la pigmentazione terminologica, figurale, semantica e stiUstica che l’opera del poeta siciliano ha influenzato.

Sia nell’elaborazione lirica dei poeti delle varie regioni d’Italia, che nelle operazioni creative delle donne partecipanti, sul pentagramma di una personale articolazione di motivi, il lettore può percepire la presenza di una ragnatela di simboli, talvolta anche foneticamente coincidenti, riconducibili alla condizione esistenziale del Maestro.

Cattafi, sulla linea denotativa dei luoghi, degli oggetti, del paesaggio, degli incroci cartesiani degli spazi geografici, innesta il nucleo connotativo del viaggio, che, condotto in molteplici direzioni materiche e metafisiche, riassume, nella sua formulazione, le oscillazioni e le soste, le proiezioni utopiche e gli inabissamenti catastrofici dell’anima, sospesa tra il battito del cuore, proteso verso approdi ultrafanici e il ripiegamento razionale, dinnanzi all’epifanizzarsi degli orrorosi labirinti dell’Averno. Perciò gradualmente le immagini cattafiane profluvìano a spirali, tendendo a raggrumarsi attorno all’obiettivo in iterazioni ossessive, per tornare a frazionarsi, vanificarsi e ricomporsi nello scoppiettio finale del climax, attraverso cui il poeta scandisce il paradigma del proprio straniamento e delle proprie ambiguità, in un ironico gesto di rifiuto, di desolazione e di sconfitta, scaturito dalla scoperta dei disvalori della vita, che il poeta innalza a metafora universale della storia. Allora la tensione gnoseologica dei “voyageur” risulta incrinata dalla visibilità della precarietà intellettuale che sottolinea la dimensione della resa dell’uomo dinnanzi all’incapacità di riuscire a scoprire il “varco” che illumini, con l’abbaglio di una direzione certa, i percorsi della ragione verso la cattura di un frammento di verità, verso la conquista di una qualche non fluttuante conoscenza nella stanza buia dell’esistenza.

Certamente queste poche osservazioni rappresentano solo una frazione infinitesimale dell’osso”, simbolo della nudità ed inermità esistenziale di fronte all’impossibile scalata verso la vetta dell’ipotetico regno metafisico, verso cui Cattafi, anche se in maniera anomala, ostinatamente si protende sotto la spinta razionale e sentimentale. La nomenclatoria orizzontalità oggettuale riproduce così, la lineare forma simbolica dalla mai compiuta mente conclusa, decrittazione dell’infinito e inattingibile apice verticalizzato del mistero, da cui pendono “le pergole” di Dio: altra figura simbolica dove l’Essere assoluto acquista ima sua trasparenza materico-temporale, quasi a siglare simbolicamente la demenza di ogni razionale conoscenza del divino regno.

La razionale geometria del segno, caratteristica peculiare del codice linguistico cattafiano, appare nitidamente ereditata dal tormento nel tabulato espressivo di Vincenzo Leotta, appassionato studioso del Nostro. Il poeta, che vive “relegato” nell’oasi di Marchesana, nei suoi Pittogrammi dilata la radiografia dell’essere, spietatamente operata da Cattafi con i suoi tipici strumenti della ragione, (facilmente ancorata a procedimenti illuministici), mediante il rastrellamento di nuovi protagonisti, convocati ad essere oggetto poetico del verso: i colori, che impregnano, nella quotidianità dell’osservazione delle loro mutazioni e nella riflessione sulla loro entità fisica, la macerazione esplorativa di Leotta, che, nell’astrattezza simbolica della visualizzazione suggerita dal loro alitare contingente, allegoricamente umanistico del poeta, sia nella cattura individuale, che nel movimento corale, sprigionano l’inesorabile fluire del tempo, colto dai momenti, ora più esplosivi di vita e di gaudio naturalistico, ora di inerzia sterile o di abbandono e di morte delle stagioni. Per cui, colori e stagioni, con l’esalazione dei loro abbagli, languori e profumi, si incidono nella tavolozza luminosa della poetica leottiana, come proiezione simbolica di ima presenza, temporaneamente estraniante dal male di vivere, grazie ai profluvi umanizzanti che cooptano l’attenzione dell’uomo-poeta, distraendolo, con la danza della loro diversificata carica sensoriale ed espressiva, dalla dolorosa condizione in cui è destinato a vivere. Nella seconda parte della raccolta intitolata “la fredda luce della stanza”, Leotta interiorizza la rotta del suo viaggio (la comparazione simbolica del lessico è tipicamente cattafiana) dal contesto esterno del “regno” dei colori, al micro-macro-cosmo interiore, per cui, alla variopinta esplosione nella luce del giorno primaverile o estivo, autunnale o invernale, corrisponde il prolungamento dell’appannarsi delle policromie del tramonto, che rispecchia il ripiegamento del poeta nella “fredda luce della sua stanza” (figura della proiezione simbolica dell’uomo, arreso alla “tempesta”, altro termine-simbolo, comune sia Cattafi che a Leotta ed agli altri due finalisti), della disgregazione degli ideah dell’Essere. In Leotta, la stanza dentro cui il poeta sopravvive, rannicchiato nella non-speranza, in attesa che qualcosa cattafianamente d’impreciso” rivitalizzi “le parole del silenzio”, con l’improvvisa accensione di un sommovimento vitalistico-esistenziale di voci, presenze o luci non effìmere, è simbolicamente trasfigurata in “cella”, dove si vive una vita da ergastolani. Coerentemente alla definizione traslata della vita-prigione esistenziale, il poeta usa una nomenclatura tipica della condizione del detenuto. Per cui il termine “sbarre”, “carcerazione”, “custode”, “guardia”, oltre che a raffigurare la disumana condizione del poeta prigioniero, imprimono agU itinerari della mente il significato di un “duro viaggio”, sinonimo di avventura rovinosa, dentro il groviglio delle barriere, di orizzonti piatti, di cime insormontabili che costringono la creatura umana (il poeta) ad autodistruggersi disperatamente nella desertificata agonia, dove solo l’utopia deir”alloro” sopravvive “rintanata”, però, nel suo guscio, che ora richiama a “colloquio solo gli uccelli”. Ma tra il dilagare del silenzio, la mente del poeta prosegue, nei vari tentativi autoconsolatori, di riaccordare suoni, ma “alla prova dello specchio”, (metafora di una costante navigazione razionale tra i rottami del pensiero) si avverte ancora un “escluso”, a cui la ragione offre risposte incerte agli interrogativi incalzanti: di continuare ancora a sognare “fantastiche vie di fuga”, dalla lacerazione provocata dalla scoperta dell”horror vacui” o di lasciarsi travolgere nell’arco-prigione, dalla follia dei ricordi miniaturizzati Leotta conclude la sua esplorazione (esistenziale) conta con un congedo-simbolo, che è preceduto dalla pazienza cristiana di un evento definitivo, ricordo-rifrangente il “congedo” del viaggiatore Caproni che, tuttavia, non parte per destinazione non rivelata, anche se percepita emblematicamente, ma invaso da una nuova simbolica forma di utopia: la riconquista di una nuova libertà, oltre le sbarre della cella esistenziale, la libertà dalla prigionia del mistero della vita; la libertà dalla paura di esistere, avvolto nel vortice dell’incapacità di idealizzare l’irrazionale; la libertà di poter vivere nell’incanto della propria purezza, forse riconquistata, dopo il dissolvimento del dubbio sulla esistenza dell’altro regno, quello appunto di Dio. Da ciò si può constatare che in Cattafi, l’approdo del suo affilato percorso etico-razionale è rappresentato da un Dio-miraggio. In Leotta, invece, sopravvive il leopardiano dubbio metafisico, mitigato da un perturbato “nulla” montaliano.La coscienza della detenzione nel “fortino”, terminologia ancora simbolica della traslazione del significato esistenziale, connota l’ingrediente nucleare di base dell’operazione poetica di De Signoribus, che al motivo del viaggio consocia luoghi, apparizioni, presenze, voci, stagioni, anelito, sogni e sconfitte, condensate in un’urgenza di verticalizzazione dell’isolamento del poeta, che scopre una dimensione esistenziale senza orizzonti, infarcita di ipocrisie e fallimenti, di disfacimento degli ingredienti umani ed oggettuali che hanno costruito la storia. In tale profilatura contestuale, il poeta avverte lo scorrere, nei meandri del sottosuolo dell’io di un inverno sotterraneo, anche qui simbolo di ima condizione interiore di solitudine e di morte dell’essere, in cui il poeta non scorge “i visi di questo luogo”; “Forte”, “fortino” “braccia”, “vedetta”, anche in De Signoribus, illustrano quella dimensione tipica del poeta che si sente prigioniero della vita, da cui si crede estraneo, in virtù di quel contrasto tipico dell’angelo-poeta, impigliato nella palude esistenziale, dominata dalle categorie del male, e nel contempo, severo giudice di ogni vanità e di ogni brutale aspetto dell’esistere. Nella poesia di De Signoribus brulica la parametrazione simbolica che, travolgono gli “istmi” dell’Essere (distinzione simbolica di ogni forma di dissolvimento del dubbio e della negatività esistenziale), le blaterazioni della mente si ubriacano di luce, sinonimo di illusioni, nel contesto di una “realtà inospitale”, raffigurazione allegorica dell’ esistenza, come angoscia di vivere), progettata da una ” mente criminale”. La scoperta più rilevante è rappresentata dalla definizione esistenziale trasfigurata di vita= fortezza, ( paesaggistiche, episodiche, figurali e utopiche) e di vita= cimitero della presa di coscienza della sconfitta di ogni conato conoscitivo e dell’inutile sforzo per la realizzazione di un progetto di vita “a dimensione umana”. Tale visione pessimistica, se non nichilistica, traspare nelle due quartine di “al neonato”, dove il significante è rivestito di una cromatura espressiva, connotativa di una seguenza di figure simboliche del negativismo (esistenziale), che caratterizza, pur nel rincorrersi e nel sovrapporsi delle consonanze interne al verso o nelle assonanze dell’endecasillabo, la visione e la condizione di mondo-vivo in dormiveglia nel carcere dell’esistenza del poeta. Queste brevi annotazioni possono essere sufficienti ad individuare una interpretazione della vita, comune ai poeti trattati, che avvertono in maniera lacerante, l’arido scorrere dei giorni, come occasione parametrica di devastazione totale “dei corpi”, in perpetuo contrasto, per volontà d’espiazione o per volontà di interconsustanzione. Il connotato segnico, collegato in un sistema polisemantico, della pagina lirica di Basilio Reale, pur nell’esiguità dei testi della raccolta “Travasare il miele“, può individuarsi nel grafema “Isola”, coesistente con la mobilità del significante e transitorietà dei significati donna-madre. Pertanto la volontaria estraneità, l’isolamento doloroso delle rovinose sorti del mondo, per il catastrofico destino dell’uomo induce il poeta a fissare distanze tra la rappresentazione reale dei percorsi della vita e la rinuncia a risalire dal piano di scorrimento fenomenico della drammatica essenza della realtà, tra l’incapacità di ricondurre la deludente frammentarietà dell’esistente ordine visionario del poeta, simbolo di un destino irreversibile di degenerazione dell’azione dell’uomo e, in particolare, del poeta, nei meccanismi generativi della storia.La radicale impotenza gnoseologica e l’angosciante inappartenenza al tragico grigiore di un tempo, che ha sgozzato, miti, dei, ideologie ed etica, inducono la parola poetica di Basilio Reale alla tollerabilità dell’inghiottimento delle idee e delle emozioni di un dilatato scandire di simboli, come “rumore del mondo”, “abisso”, “crocevia”, “tempeste”, “fughe”, “distanze”, “assenze”, “Isola, isole”, “convoglio di topi”, “nessuna luce”, “scalata al cielo”, a cui fanno riscontro antinomiche simbologie segniche, come “uccello che salva”, “la discesa a valle”, dalla città alla più personale “via Solata”, “il fluttuare delle onde”, “da un’isola all’altra”, “l’impastoiarsi della corda”, locuzione equivalente-allusiva al gesto suicida, “la condanna senza processo” la volatilità-valutabilità-istintuale del sentimento che vive, oscillando “al di là del vero e del falso”, il coefficiente iterato dello spingersi “oltre ogni confine” in cerca di un varco per una rinascita globale, “libera dall’impaccio del corpo”, su tutto dilaga la luce delle isole, la delusione della scoperta del “nero”, (simboleggiante tutti gli ingredienti della negatività esistenziale, del buio, del mistero, del tradimento e della morte), nel travasare il miele, dall’aureo colore (grumo simbolico di ogni forma di illuminazione, in cui costantemente è in bilico il poeta sull’orlo dell’abisso, perennemente travolto dalla catastrofica degenerazione di ogni valore e, perciò, sempre prigioniero vittima di un destino di inautenticità e di morte, nel breve cerchio di luce delle isole, assediate dall’azzurro e dalla luce, lessemi simbolici di sensoriali movenze di singhiozzante utopia. Negli indicati denominatori comuni riportati nell’ alveo delle simbologie puo’ riscontrarsi l’influenza del tabulato emblematico della ” vis creativa” di Bartolo Cattafi, sulla linea emergente della poesia, in marcia verso il duemila, che in Reale, Leotta e de Signoribus esprime alcune delle più interessanti voci. (1996).

“Riscriverò a lungo

minuzioso lento

nel folto delle messi

riscoprirò il primo dentro l’occhio 

l’unica cosa che mi interessa”.

   Allora il verso ritaglia fotogrammi e ritratti, immagini senza dispersione musicale, la rima avanza implacabile con assonanze, iperbati e climax in cui la voce senza tremori penetra nella poltiglia del mistero in cerca di chiarezza sulle orme di enigmi che proseguono indefessamente all’infinito, dove alla fine si dissolve il residuo suono della voce poetica di Cattafi.

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Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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