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EMILIO ISGRO’ – PREMIO TERZO MILLENNIO CITTA’ DI BARCELLONA P.G. (ME) Da Cultura oltre 14

Ultime ore della settima edizione del Premio Vitulivaria

Pubblicato il 30 novembre 2022 da culturaoltre14

Ancora una manciata di ore e anche questa edizione del Premio chiuderà   le sue porte per aprire una nuova fase che vedrà coinvolta la commissione giudicatrice, i cui componenti saranno presentati a breve su queste pagine. I risultati della valutazione delle opere saranno resi noti nel mese di marzo, così da consentire ai tanti autori di organizzarsi per essere presenti alla cerimonia di premiazione prevista per il 2 giugno 2023. Il comitato organizzatore, cui va il mio personale ringraziamento per la precisa e puntuale ottemperanza di tutti gli adempimenti di ricezione e smistamento, mi ha comunicato che la partecipazione alla settima edizione è stata assai lusinghiera con un numero elevato di opere provenienti da tutta Italia. Tutto ciò mi rende particolarmente emozionata e gratificata, perché ormai mi accorgo di essere sempre più coinvolta, quasi per un empatico riflesso di immedesimazione, nell’ansia e nella trepida esaltazione dell’avventura poetica della partecipazione di poeti e scrittori che apprezzano il nostro Premio e lo onorano. Mi rendo conto di quanto sia importante mettersi in gioco, rivelare i propri moti dell’animo (come soleva dire il nostro amato Leopardi), affidare il proprio mondo interiore agli altri, alla schiera di spettatori che, in vari ruoli, saranno coinvolti nel cammino intrapreso dalla propria poesia all’interno di un concorso. Tuttavia, a distanza di  undici anni dalla nascita del Premio, resto ancora affascinata dalla risposta generosa di tanti poeti e narratori che hanno inviato e continuano ad inviare i loro componimenti, fiduciosi del clima di assoluta serietà e ineccepibile rigore che caratterizza il nostro concorso ed ancor più sono entusiasmata per la presenza dei giovani che hanno inviato i loro testi, innestandosi in un processo di disvelamento di emozioni, sensazioni e paure, che a fatica riescono a manifestare, o anche a lasciar intravedere, nella vita quotidiana, vuoi per timidezza, per un pudore tacitamente consolidato o per insicurezze di fondo. La poesia è coinvolgente e le parole, quando sgorgano dalle intime corde dell’animo, dischiudono un mondo interiore ricco di meraviglie, di forza vitale e di passioni. Per questo, a mio parere, val la pena di impegnarsi per proporre occasioni affinché tutti possano scrivere e condividere con gli altri ciò che rende vivi e umani, rivelando le emozioni della vita. La scrittura ha un potere catartico e dà l’opportunità di mostrare agli altri quello che prima rimaneva sommerso nell’anima, regalando oltretutto anche il diritto di sognare. Ben comprendo allora la sete di poesia dei tanti autori, la forza di scendere in campo, correndo dietro ad una penna che scorre su una pagina bianca che si popola di sogni e si colora di vita! Grazie di cuore a tutti i partecipanti…

Maria Rosaria Teni

Premio letterario(1)

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Pubblicato in Premio letterario “VITULIVARIA” | 6 commenti

Il Premio Vitulivaria si avvia alla conclusione…

Pubblicato il 26 novembre 2022 da culturaoltre14

Ancora una manciata di giorni e anche questa edizione del premio si chiuderà per lasciare spazio al lavoro della giuria, che comincerà subito a esaminare le tante opere pervenute. Ancora una volta un GRAZIE immenso a tutti i partecipanti, grandi testimoni della cultura che non cede di un passo!
Un GRAZIE sincero per la considerazione e l’attenzione riservata al Premio Vitulivaria va al Maestro Salvatore Dell’Atti, Compositore, Direttore d’Orchestra, Flautista e Musicologo nonché Direttore artistico dell’Audioteca Poggiana dell’Accademia Valdarnese del Poggio (Montevarchi-Arezzo) che, con la nota competenza  e professionalità, ha dato vita a un articolo, apparso sulle pagine di Paise Miu – Notizie e Cultura Salentina del 22 novembre, diretto dal dottor Antonio Soleti, che  ha onorato un premio nato nel nostro territorio e  dedicato a mio padre, elaborato attraverso una ricostruzione della funzione poetica che conduce a una riflessione sulla funzione della poesia, capace di percepire l’interiorità dell’uomo, di oggi e di tutti i tempi.
Le parole del Maestro Dell’Atti fanno  riflettere nel momento in cui analizza il percorso poetico e lo fa investendo anche altri campi della cultura: “Pur accogliendo il rapporto significativo tra poesia e filosofia ritorno sulla poesia anche come rapporto intimo e d’amore di ciò che ognuno può donare. Il rapporto, in una mente dotata di eccesso di pensiero come quella di R. Wagner, tra la poesia concepita come uomo e la musica come donna può generare un’altra vita: la musica viene fecondata dal poeta per necessità.” . Nella sua disamina è significativa la sua stima nei confronti del Premio Vitulivaria, con il suo invito a proseguire sulla strada della poesia e della scrittura, concludendo che tali iniziative  “vanno non solo incoraggiate e sostenute ma considerate una finestra che apre a sensibilità diverse e alle emozioni”.
Di seguito il link dell’articolo:
La poesia e il Premio letterario nazionale “Vitulivaria”

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Pubblicato in Premio letterario “VITULIVARIA” | Lascia un commento

25 novembre

Pubblicato il 25 novembre 2022 da culturaoltre14

In molti paesi, come l’Italia, il colore esibito in questa giornata è il rosso e uno degli oggetti simbolo è rappresentato da scarpe rosse da donna, allineate nelle piazze o in luoghi pubblici, a rappresentare le vittime di violenza e femminicidio. L’idea è nata dall’installazione “Zapatos Rojos”, realizzata nel 2009 in una piazza di Ciudad Juarez dall’artista messicana Elina Chauvet, ispirata all’omicidio della sorella per mano del marito e alle centinaia di donne rapite, stuprate e assassinate in questa città di frontiera nel nord del Messico, nodo del mercato della droga e degli esseri umani. Al di là della retorica che, in questo caso non mi sembra possa esistere, è sempre bene che se ne parli, che si affronti ogni giorno quello che è diventato un male reale  che affligge la nostra società.

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TEMERATA (oltraggiata)

In quel mio
Rannicchiarmi
Come un feto
C’è tutta
La mia fragilità.
Gomitolo
Impenetrabile
Mi chiudo
Al mondo
Navigando
Nel silenzio
Dell’incomprensione
Dell’indifferenza
Dell’umiliazione
Sono ormai
Lontana:
Nessuno
Può più
Ferirmi.

Myriam Ambrosini

* Da un’esperienza diretta, un altro mio piccolo contributo al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’increscioso fenomeno della violenza sulle donne.

SCARPETTE ROSSE

Scarpette rosse
che restano a ricordare i piccoli passi
che risuonarono nelle ignare stanze
di famiglie felici,
in un tempo che è eterno
di un dolore cocente, mai morto….
Com’ era il colore degli occhi?
E quello dei capelli danzanti nel vento?
Com’ erano i volti di quegli innocenti,
degli angeli strappati
all’abbraccio delle madri e dei padri?
Strappati ai loro occhi
e alla carezza dei mattini dorati dell’infanzia;
alle verdi colline
della speranza di una giovinezza
sognata e mai raggiunta?
La giornata della memoria!
Fumo che al cielo s’innalza
come una preghiera…
Oggi il silenzio è
un grido strozzato sulle macerie della vita.
Sul cumulo
di piccoli calzari, il rosso
garrisce nel triste vento:
è il colore
di orfane scarpette,
profumo senza patria
di rose non fiorite.
Antonio Teni

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“Elegia del novembre” di Carlo Betocchi

Pubblicato il 24 novembre 2022 da culturaoltre14

Dall’immortale pace
sorge vergine morte
e reca, al fin d’autunno,
sulle vigne contorte
i venti senza pace
e il vel notturno.

Il puro firmamento
in più luoghi maltisce,
e delle stelle il raggio
cela tra ombrose striscie
con il suo sentimento
alto e selvaggio.

Mena tra i giunchi e il nulla
per desolate piaggie
fiume che va diserto:
e l’alma roccia piange
l’onda, dov’ebbe culla,
in giogo aperto:

e la pigra fanciulla
che va cuore felice
coglie lungo la sponda:
non s’agita né dice
con la sua bocca brulla,
e in cuor le affonda.

Ma se alle case sue,
queste bagnate e frolle,
viene vergine morte;
che appaiono sul colle
tra le nebbie e son pure
apparse e morte:

qui, nel mio cuor, conserva
la colomb’alba un nido
bianco, com’ebbe l’ale:
che già, stamani, il fido
vol suo raccolsi, all’erma
montagna australe.
Carlo Betocchi

da “Tutte le poesie”, 1984

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Carlo Betocchi, poeta, nato a Torino il 23 gennaio 1899, fece parte del gruppo fiorentino del Frontespizio e si formò spiritualmente nel clima letterario determinatosi intorno a tale rivista; vicini a lui su tale piano, seppur lontanissimi dalla sua esperienza di poesia, sono P. Bargellini e N. Lisi, coi quali il Betocchi fondò il Calendario dei pensieri e delle pratiche lunari; ha vissuto a Firenze dal 1928 al 1941, poi a Roma.

Se da qualche critico si è tentata una valorizzazione di Betocchi come iniziatore di una nuova poesia novecentesca d’ispirazione cattolica, altri hanno più giustamente riconosciuto nelle sue liriche (Realtà vince il sogno, Firenze 1932; Altre poesie, ivi 1939; Notizie di prosa e poesia, ivi 1947; Poesie, ivi 1955) un realismo da canto popolaresco che s’innalza, per lievito elegiaco, a visioni surreali. Cuore di primavera (Padova 1959) è la sua più significativa opera in prosa (ma vi son raccolte anche alcune poesie) ed ha accenti di caldo lirismo. Due antologie curate dal Betocchi nel 1952 e nel 1954 (Festa d’amore) raccolgono rispettivamente le poesie d’amore e le lettere d’amore più belle di tutti i tempi e di tutti i paesi. [ Enc. Treccani]

Bibl.: A. Bocelli, in Nuova Antologia, 1° aprile 1933; G. De Robertis, Scrittori del Novecento, Firenze 1940, pp. 341-344; O. Macrì, Esemplari del sentimento poetico contemporaneo, ivi 1941, pp. 53-76; id., Caratteri e fig. della poesia ital. contemp., ivi 1956; C. Bo, Nuovi Studi, ivi 1946; id., in l’Europeo, 25 sett. 1955; La Fiera lett., 17 giugno 1956 (n. dedicato al B.).

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Il punto di vista “L’Impero in bancarotta dei social” di Mariantonietta Valzano

Pubblicato il 18 novembre 2022 da culturaoltre14

lente ingrandimento

“Il punto di vista” di Mariantonietta Valzano

In questi giorni, su tutte le principali testate sono apparse le notizie sulla crisi del colosso social Twitter di nuova acquisizione da parte di Elon Musk, che ha provveduto a rastrellare licenziamenti su larga scala salvo poi pentirsene … a quanto dicono.

Non è passato molto tempo che gli ha fatto eco Mark Zuckerberg, il quale in borsa ha visto dimezzare le quotazioni di Facebook, paventando una quantità anomala di licenziamenti.

Ma in tutto questo mi sovvengono delle domande. La prima riguarda il multimilionario inventore Musk: ma che cosa ha comprato se era già in crisi finanziaria?

La seconda riguarda Zuckerberg: ma l’universo Meta o Metauniverso non doveva essere una nuova frontiera del social futuro al punto da modificarlo?

A quanto pare Musk vuole plasmare Twitter in una piattaforma liberale, cosa strana se poi cancella profili qua e là, ma senza rimetterci e rendendola indipendente dalla pubblicità, vero motore di guadagno dei social da quando sono stati inventati. Per fare questo mette a pagamento delle opzioni in attesa di concedere l’uso generale solo a pagamento, il che vuol dire comunque discriminare quei paesi dove la paga mensile di un lavoratore equivale a mezzo abbonamento (vedi i paesi poveri come Africa e Asia). A meno che non moduli la quota a seconda delle diverse zone di appartenenza, la prospettiva porterà grosse perdite e poca efficacia alla libera comunicazione che tanto si vuole perseguire.

In merito a Zuckerberg, mi sovviene il pensiero che, nonostante in alcuni casi il metaverso sia decollato fagocitando numerosi utenti, quelli più GEEK probabilmente, c’è una bella fetta di persone che sta abbandonando l’assiduità sui social, tanto incrementata dalla pandemia, preferendo rapporti reali al virtuale. Altresì vi è una parte che comunque perora la causa della realtà aumentata e metaverso, con vite fatte di avatar e di desideri inespressi e impossibili nella vera realtà. Sono filoni filosofico-tecnologici che stanno cercando di dirigere i passi di questa nuova Umana Era verso un qualcosa simile a Matrix: un mondo supercontrollato dove non vi è libertà, sacrificata alla pacificazione. Ovviamente Matrix è un esempio estremo, ma rende l’idea della piega che può prendere l’esistenza di tutti noi quando decidiamo di inventare “infiniti mondi e universi” come fossimo Dio, che secondo Giordano Bruno è impegnato da sempre in tale ufficio.

Ma invece di inventarsi mondi, non sarebbe opportuno rendere migliore quello che abbiamo? Fragile, finito, imperfetto…ma vero? Non è un sottrarsi alla responsabilità singola e collettiva, una responsabilità politico-sociale, voler catapultare tutti in un mondo fittizio per non fare i conti con povertà, cambiamenti climatici, guerre e quant’altro?

Questi sono solo alcuni dei dubbi che mi sovvengono di fronte al quasi sfacelo di queste aziende che in poche settimane stanno infrangendo il sogno americano di tanti, forse anche un po’ il nostro… quello di una felicità e benessere che si scontrano con migliaia di persone, messe in mezzo alla strada. Non vorrei che tutta la volatilità su cui abbiamo imperniato le nostre vite, poi ci porti a finire nell’abisso di un mondo grigio e sporco. Un mondo dove i valori e le persone non ci sono perché al loro post c’è l’imperativo della finzione, che ci fa vivere in un eterno sogno con NEO di Matrix…fino a quando la pillola giusta non innesti il risveglio della coscienza.

p.s.: sul Messaggero di qualche giorno fa è apparso un articolo di E. Musk in cui si illustra come un workaholic-maniaco del lavoro, dormendo 5 ore per notte e lavorando dalle 7 fino alle 20 per “costruire qualcosa di buono per l’umanità” forse ha dimenticato che l’Umanità è anche altro…soprattutto altro…e non continuo…
Mariantonietta Valzano

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“Non dimenticare la questione femminile” di Lorenzo Fiore

Pubblicato il 17 novembre 2022 da culturaoltre14

Mi pare opportuno proporre l’articolo scritto dal prof. Lorenzo Fiore, collaboratore della nostra rivista, che si focalizza sulla questione femminile e sulla considerazione che il ruolo della donna, oggi, necessiti di fatti concreti e basati sulla correttezza e imparzialità. Segue un Sonetto che riguarda direttamente le donne, scritto da Lorenzo Fiore, tratti da Conti aperti con il Mondo.

Sono convinto che la questione femminile sia di grande importanza e attualità, e che oggi ci siano le condizioni materiali per darle concrete e soddisfacenti risposte. Penso anche che queste sarebbero positive per gli stessi uomini, che potrebbero confidare in rapporti affettivi più pieni e soddisfacenti, con compagne non afflitte da un senso collettivo di oppressione e dall’esigenza di reagire in qualche modo (senza tener conto della sussistenza di antichi e talvolta sofisticati meccanismi di difesa).
Tuttavia, le mie conoscenze sul tema sono insufficienti, e i libri letti non vanno molto al di là de Il secondo Sesso, quindi mi scuso per le banalità, errori e ingenuità che saranno presenti in quanto segue.
Dovrei forse, per ragioni di formazione personale, iniziare con gli aspetti biologici, che tuttavia mi sembrano tanto evidenti che il parlarne può significare soprattutto un richiamo alla loro importanza. Sta in primo piano la funzione riproduttiva, fondamentale in tutti i viventi ma che nella specie umana non si limita alla deposizione di qualche uovo nella sabbia, per poi ricoprire il tutto e allontanarsi. La gestazione, il parto, l’allattamento sono funzioni esclusive femminili, e sulle donne ha prevalentemente gravato anche la successiva cura del piccolo e del suo benessere affettivo.
Le differenze anatomiche e fisiologiche fra donne ed uomini sono vistose, e non possono non accompagnarsi a inclinazioni e tendenze nella sfera psicologica, adeguate in mole e importanza all’essenzialità della funzione. Questo comprende anche i caratteri comportamentali maschili, anch’essi conformati all’esigenza primaria del successo riproduttivo.
Tuttavia, il comportamento della specie umana è plastico ed adattabile, come testimoniano gli innumerevoli tipi di organizzazione sociale che si sono succeduti nel tempo e nello spazio, nei quali le donne hanno vissuto in condizioni assai diverse; da una situazione, come nell’antica e democratica Atene, poco superiore a quella dei numerosi schiavi, a ruoli anche prestigiosi e importanti, ad esempio, se non prendo un abbaglio, nella Francia degli ultimi secoli.
Ne consegue che la biologia e l’evoluzione non determinano barriere insormontabili nei confronti di progetti di rinnovamento sociale, ma rendono molto complessa e difficile la situazione, che richiede pazienza, intelligenza e saggezza, e non può essere volontaristicamente affrontata con il letto di Procuste.
D’altro lato, le potenzialità umane sono forse tuttora largamente inespresse (qualcuno diceva che siamo ancora nella preistoria), e ciò vale particolarmente, per ragioni storiche, nel caso del sesso femminile; una considerazione che può generare un coinvolgente invito all’operare creativo.

Ma con quali iniziative pratiche?
Il percorso che si prospetta non ha, mi sembra, punti di approdo preordinati, se all’obiettivo dell’uguaglianza, magari improntata all’imitazione del mondo maschile attuale, si preferisce come guida – anche in accordo con quanto sopra brevemente notato – il principio di parità di diritti e opportunità.
Su questa via molti progressi sono stati fatti, e si deve operare perché altri possano seguirli; nella prospettiva che attraverso una vasta sperimentazione, in cui si esprimano liberamente aspirazioni e inclinazioni, possa essere raggiunto un buon equilibrio di partecipazione maschile e femminile alle diverse attività. Senza che questo significhi predominio maschile nei ruoli più importanti, anzi non è improbabile che ne deriverebbe uno femminile; nel quadro comunque di un complessivo arricchimento sociale.
Ovvi al riguardo gli interventi negativi: rimuovere le cause ostacolanti, assicurare libertà di scelta. Qui il percorso sembra avviato, anche se con difficoltà e conflitti.
Ma più difficili appaiono gli interventi positivi, fra i quali potrebbero avere una decisiva importanza quelli educativi, volti in primo luogo a favorire capacità, fiducia e aspirazioni, in un quadro di rispetto e comprensione reciproci.
Abbastanza distinta e separata, ma fondamentale, mi appare la questione del rapporto fra uomini e donne entro la sfera affettiva-sessuale.
La materia è esplosiva, e viene coinvolto in modo non sempre controllabile il profondo. L’evoluzione ha concentrato qui, e a ragione, tutti i suoi mezzi più potenti (per parlare figurato). Sono messe in questione la felicità e l’autostima. E la situazione è particolarmente complicata nel mondo attuale, nel quale il sesso ha acquisito un’importanza esorbitante, mentre altri modi di realizzazione personale sono poco praticabili.
Non sorprende quindi che, specialmente in soggetti deboli o con patologie psichiche, si possano verificare casi distruttivi estremi, che spesso si rivolgono anche contro lo stesso autore, e talvolta si concludono con un suicidio.
Sono ovviamente eventi orribili e inaccettabili, e la loro frequenza attuale allarma. Ma forse sarebbe richiesto un più attento esame delle singole situazioni, e in qualche caso alla condanna sarebbe giusto unire la pietà.
Non va poi sottovalutato che oltre a questi casi estremi ce ne sono molti altri meno vistosi, ma che affliggono tante persone.
Gli strumenti di attenzione e intervento esistenti richiedono certo un potenziamento ed una valorizzazione; tuttavia anche in questo caso, mi sembra, dovrebbero essere parallelamente sviluppate iniziative educative capaci di offrire a donne e uomini un riferimento equilibrato e rasserenante, inclusivo anche degli aspetti affettivo-sessuali. Ma qui si aprirebbe la complicata questione del rapporto fra interventi educativi e libera spontaneità individuale, fondamentale in un campo così delicato.Va considerato, infine, che ogni progettualità dovrà collocarsi entro la realtà attuale, nella quale appare in corso una rovinosa regressione antropologica, al cui termine potremmo trovarci in una nuova povertà, economica, sociale e culturale.
Da qui un invito ad affiancare la giustificata competizione fra i sessi con lo sforzo per un’attività solidale di uomini e donne, che eviti che la parità, anche se ottenuta, si collochi in un panorama condiviso ma degradato. Lorenzo Fiore

Fascination 

All’uso d’armi di fascinazione

di massa viene la donna istruita

da natura e da lunga tradizione,

e ne sa far ricorso nella vita.

Ma se trascura la sua dotazione,

per scegliere una via scabra ed ardita,

può adire inusitata dimensione,

seppure a rischio d’esserne ferita.

E se rivolge poi serena cura

agli arsenali suoi ma non ne abusa,

e una vita più ricca e più matura

cerca, ed intelligenza e impegno usa,

può attinger grazia che all’uomo è negata,

di forza e gentilezza rischiarata.

 Lorenzo Fiore – Sonetto tratto da L.F. Conti aperti con il Mondo, YCP, 2020

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  “La poesia come antidolorifico” di Apostolos Apostolou

Pubblicato il 14 novembre 2022 da culturaoltre14

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        Ricorro a te, Arte Poetica,
che forse sai di medicine

Le medicine te le ha portate l’Arte Poetica,
e per un poco non fanno sentire la ferita.

Malinconia di Giasone Cleandropoeta nella Commagene nel 595 d. C.   ( K.Kavafis)

In un’epoca nella quale il pensiero scivola su una fenomenologia della perdita irrimediabile del significato e su una duratura e indecisa intenzione espressiva, quale ruolo può giocare la poesia? E di quale poesia possiamo parlare oggi? Di una poesia del compimento trionfale del surrealismo? Di una poesia revocatoria, nostalgica, della tradizione moderna, la quale non è che l’altro volto della noia? Una poesia militante, empirica, che risponde alle grida con un altro grido, alla stregua di una chiamata filosofica? O forse di una poesia in bilico tra la parola pronunciata e il suo significato? Oppure ancora di una poesia meditativa, che suo malgrado diviene potentemente lirica?

E tuttavia la scrittura poetica ha attraversato tutto l’orizzonte meditativo. [1] Così la teoria dell’agire comunicativo o dell’intenzionalità esiste in Baudelaire “meubles voluptueux“.  Il desiderio di evasione è rinvenibile in Ηolderlin e Rimbaud, come ritiro incondizionato?

L’indeterminatezza e la sconfinatezza di Kristeva si trovano nei poeti come Jim Rosenberg, Frank O’ Hara, Andrew Levy, e Jackson Maclow. La finitudine del soggetto appare in Nerval. Il vuoto senza respiro, come interruzione del respiro, che ripropone nei suoi ultimi scritti Deleuze, esiste in  Baudelaire (si vedano i  “Fleurs du mal“  per citare  Proust   quando parlava dell’interruzione del respiro  nella scrittura di  Baudelaire).

La pienezza del discorso, del suono, che carpisce l’interiorità senza violarla, così come la contrapposizione tra discorso e scrittura (punto di disaccordo tra Walter Ong, Emmanuel Levinas, e Derrida, in sostanza contrapposizione tra fenomenologia del suono e fenomenologia della scrittura,  la quale scaturisce da un felice fraintendimento del dialogo platonico, nella frase “ λόγους λέγειν τε και  γράφειν‘’   laddove in definitiva, per numerosi filologi, il logos  significa discorso e scrittura, e non necessariamente una qualche scissione, come sosteneva Derrida) esiste nella poesia di  Edmond Jabes.

Ciò malgrado, la poesia non investe nello sforzo ermeneutico (prerogativa filosofica e psicanalitica, e menomamente poetica, per quanto ciò possa sorprendere, perché la poesia è meta-ermeneutica) poiché tale sforzo resta deformante ed opera come tale in base al fatto che lo sforzo ermeneutica non ha sufficiente e integra ²forma². [2] Ma inoltre, la poesia non impone condizioni di dominio, che vadano oltre il significato e il non significato.  Un oltre che insidia persino la filosofia di Derrida (l’oltre della conoscenza assoluta, come spostamento finale e radicale allo stesso tempo, ci dirà in L’ecriture et la difference, Seuil. 1967, p. 371) e il suo pensiero, orientato da ciò che ribalta, allo scopo di estrarre le conseguenze, non necessariamente ²esistenziali² s’ innesta nell’ispessimento di un oltre.  Ecco perché è d’accordo con Philip Sidney,  riguardo ai poeti, quando dice che essi non mentono mai,  ed adotta nel ‘’ Qual quelle” la prospettiva di Valery, secondo la quale la filosofia dovrebbe assumere il radicamento della poesia. [3]

 Poesia: una vera è propria applicazione terapeutica.

Comincerò con una domanda. Come si può oggi parlare di terapia, in un’epoca dove il termine terapia è così carico di un’articolazione burocratica ed è stabilito come un centro funzionale ed un modello di tutto il sistema della guarigione, la quale in sostanza si identifica con il potere? Tanto più che il relatore insegna la filosofia e tecniche terapeutiche per mezzo di filosofia e poesia ed è considerato come l’ispiratore dell’operazione poetico – filosofica.  L’operazione poetica- filosofica che non ha per obiettivo di convincere e di impressionare, né di dimostrare, bensì di condividere le opinioni, le conoscenze, le esperienze teorizzate, che sono ricostruttibili e verificabili, rispetto alla responsabilità e la libertà, desiderando così rendere il suo interlocutore aperto alla negabilità della sua ingegnosità. Come si può parlare oggi di terapia quando anche S. Freud nel testo del «Pirata ed il non Pirata Analisi» annunzia la sua fine?  Dicendo che la psicanalisi si stacca dall’obiettivo della terapia. Ossia dalla formazione, noi diremmo sregolamento – nuova regolazione – adattamento, ed anche dalla formazione educazione – stato – terapia. Le domande, per quanto riguarda la psicanalisi, sono chiare. Chi e come si può determinare la perturbazione e la guarigione? In un’epoca dove il vantaggio comparativo suo, ossia la rappresentazione come processo di pensiero e fabbricazione della fantasia (Derrida dice che la rappresentazione funziona come una copia di qualcos’ altro che non è mai stato? Come principio del principio ) si è identificata con l’ immobilizzazione astratta , in modo che la filosofia, invece di seguire ogni ipotesi e presupposto, diventi sempre più imitazione di un linguaggio antico e sempre meno contemplazione. Le scienze della natura e dell’uomo diventano  sempre più fiscalismo , che ci costringono invece di liberarci. L’arte diventa sempre più tecnica e decorazione.

 La letteratura e la teoria estetica sono un semplice ciarlare e tutte quante messe insieme, sono sotto la pressione del successo e dell’utilità. Cosi, malgrado certi successi, dimostrano lo stesso le loro debolezze e portano la loro mitologia, rifiutando di vedere che tutte le soluzioni hanno in sé la loro stessa problematica e rimangono problematiche. Non essendo quindi in misura di evitare la loro sorte, conoscono la loro morte nel pensiero vasto e ricco che sa giocare al gioco della conoscenza assoluta.  Molte teorie parlano di vissuto come soglia dell’autoconoscenza, però come possiamo definire il vissuto? Il vissuto, definito come il fissaggio di un’espressione della vita tramite l’attenzione (vede psicanalisi) ed il nesso con processi nozionali, era una condizione per tutte le scuole psicanalitiche e psicoterapeutiche.

Per la filosofia, il vissuto è un fare senza interruzioni, una risultante di funzioni e rapporti non qualcosa di costante e fisso mentre Rickert si riferisce al concetto del dopo-vissuto. L’errore sta nel fatto che attraverso il vissuto cercano di arrivare alla comprensione (non dimentichiamo la figura interpreto / capisco). Tuttavia Jaspers crede – dice, che ogni tipo di comprensione comprende un elemento di costruzione. Se vogliamo ricercare un approccio post terapeutico filosofico, questo deve procedere entro una filosofia del gioco. Il gioco come maschera della filosofia di Nietzsche, come metafora / immagine – riferimento costituisce una sfida – invito all’attivazione del soggetto a procedere con la rottura con l’identità e l’unità. La maschera come passione assurda secondo Nietzsche e coesistenza di luoghi opposti della molteplicità e delle contraddizioni permette un avvicinamento pieno di tensioni delle sensazioni che capisce come il luogo dell’intermedio o meglio il luogo dell’insieme (per la prima volta incontriamo il termine nel Platone, quando usa la parola metaxy cioè insieme, Simposio e Filebo, ma anche a Heidegger, con il concetto Lichtung cioè Lucide)

Il concetto dell’intermedio o d’insieme è forse la causa del pericolo, forse la causa della maschera, del gioco, del luogo intermedio (legge oppure insieme) ossia della cultura (secondo psicanalista Winnicott) della poesia (secondo Platone e Nietzsche). E questo perché, come dice il Nietzsche, per un poeta autentico la metafora è un’immagine, un concetto e quello che vede il poeta è uno spettacolo che costituisce una rappresentazione teatrale dove le parole diventano maschere; però non come il gioco come terapia che perde il suo taglio d’inversione e del quale gli estremi sono definiti in una via di uscita sicura (come sostiene F. Faun) ma, invece, un gioco con tutti i rischi. Il gioco è sinonimo del Questo (Cela) – Quello (Id ) che può essere paragonato con l’inconscio. È aperto sul luogo/tempo delle risposte. E come dice K. Axelos il gioco non è un predicamento del mondo, il gioco gioca il mondo. (Per il gioco nella filosofia hanno parlato M. Heidegger, E. Fink, J. Granier, K. Axelos. J. Derrida). Il gioco conosce ogni comportamento nostalgico e reattivo, soffoca, all’interno dei suoi stessi limiti, ogni opportunismo semplice e pulito, perde tempo, ogni opportunismo scuro, o sopracarico, rimane plano e monolineare, mentre alle grandi domande non possiamo che rispondere senza rispondere. Non vede la vita come un labirinto di  supplementi o sostituti (la vita come supplemento per ricordare Derrida) né una funzione dell’ellipse / desiderio, (secondo psicanalisi) che crea la metafisica della diaspora.

Poesia e filosofia del gioco, sono vicini senza che sia tuttavia stabilito che siano deducibili e spiegabili insieme. La poesia dà alle cose un nuovo nome, ma anche la filosofia del gioco lo fa, ribattezzando le cose. Il poeta impara la dimissione, ci dirà Stefan Georg, nel poema con titolo “ Das Wort “ un poema che distingue il M. Heidegger. Secondo l’oratore ateniese Antifonte di Ramnunte (480-411 a-C circa) terapia dell’anima esiste solo con la poesia. La poesia va al di là dell’anima, riflettendo sulla anima. E il poeta greco K. Cavafis scrive: “…Ricorro a te, Arte Poetica / che forse sai di medicine…/…Le medicine te le ha portate l’Arte Poetica / e per un poco non fanno sentire la ferita…” Possiamo recitare che la poesia è una ribellione della nostra psiche all’idea di perdere il passato; è un voler riportare il passato nel presente, il mondo tale da avere la sensazione che quello che è stato esiste ancora.

Ma questo succede anche con il gioco filosofico che si esprime come una sistematica aperta e ci impedisce di giocare senza giocare, (K. Axelos) [4]  che  è aperto e insicuro e impone  la dimissione rispetto a qualcosa che succede. Tuttavia, tramite tutte le negazioni, sorge un’affermazione: la dimissione non è che il tutto per quel che si perde e la nuova nomenclatura, il familiarizzarsi di uno sguardo nuovo, oppure il riconoscimento della conoscenza secondo le teorie psicanalitiche e psicoterapeutiche) Cosi l’ assoluta impasse senza uscita, il rischio esistenziale, l’ insicurezza totale, l’esclusione multidimensionale, in una parola, il vuoto assoluto questa utopia della fisica ridotta da noi stessi ad una realtà quotidiana, costituisce una sfida. Saremo all’altezza simultaneamente alla corrente sotterranea che si muove all’ombra nello spazio-tempo e all’orizzonte degli orizzonti lontani che ci procura le sue luci? Infine questa è la scommessa dell’uomo.

Il gioco filosofico organizza, se possibile, un pensiero interrogativo che non sia né scientifico, cioè funzionalità, né psicanalitico, ossia narrativa e teoria delle proiezioni,    micro-costruzioni sociologiche, ossia ideologie prosaiche. La poesia ci dirà che la nostra epoca non ci appartiene come una proprietà nostra, ma che siamo noi che apparteniamo ad essa come se fossimo suoi figli, in un’apertura culturale.[5]  Per questo dobbiamo essere aperti al fascino del tutto-nulla provando sia il tutto che il nulla.

Apostolos Apostolou
Scrittore professore di filosofia, critico letterario.

Punti

[1]  Hans Robert Jauss,  Pour une esthetique de la reception,  trad. de l’ allemand par Claude Maillard, ed. Gallimard, Paris 1978, p, 49.  Anche Wolfgang  Iser,  L’ arte de lecture, trad. de l’  allemand par  Eveiyne  Sznyc er, ed .P. Mardaga, Bruxelles 1985, p, 321. Anche Pierre Van Den Heuvel, Parole, Mot, Silence ; pour une poétique de l’enonciation, ed.R. Corti, Paris 1985,  p, 65.

[2] Paul de Man, Literature and language : In Commentary, New Literary History, n,4, 1972, p, 181-192.

[3] Paul de Man,  Les Exegeses de Holderlin par Martin Heidegger, Critique , n,11, 1955, p, 800-819.

[4] K. Axelos  Systemattique ouverte, Paris, Editions de Minuit 1984, Problemes de l’ enjeu, Paris Ed. de Minuit 1979,  Le jeu du monde Paris, Ed. Minuit, 1969.

[5] La poesia, natura e registra i sentimenti. Vede con altre parole l’uomo come ‘possibile essere’, cioè, come lui esiste nella decentralizzazione, nell’inizio dell’incertezza, come volontà che non è, per questo l’uomo rimane un divenire aperto   (ecco una nuova proposta con un significato analitico).

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“L’EQUILIBRIO di BEN-ESSERE”: METAVERSO – a cura di CIPRIANO GENTILINO

Pubblicato il 12 novembre 2022 da culturaoltre14

rubrica di Cipriano Gentilino

Le recenti notizie di nuovi progetti, nuovi assetti proprietari e molti licenziamenti nel mondo dei social sono la spia dell’inizio di una crisi nel mondo della comunicazione e della preparazione ad una nuova fase della rivoluzione digitale.

Il metaverso è un elemento di questa nuova fase.

Nel romanzo di fantascienza post-cyberpunk Snow Crash, edito nel 1992, lo scrittore N.Stephenson immaginava un mondo parallelo a quello reale, un meta- universo o metaverso, localizzato nello spazio cibernetico dove i soggetti interagivano attraverso i propri avatar.

Come spesso accade con quanto immaginato dagli scrittori di fantascienza il metaverso è oggi una realtà in rapido divenire non solo su Facebook ma anche su molte altre piattaforme digitali specializzate nella creazione di spazi virtuali caratterizzati da una architettura tecnologica che prevede la integrazione osmotica, in un’unica realtà mista, tra la realtà effettiva, quella virtuale e quella aumentata.

Di fatto una nuova realtà senza soluzione di continuità con le altre e quindi con una notevole credibilità, personalizzazione e possibilità immersiva. Una realtà mista che cambia ulteriormente il già complesso rapporto tra cervello ed esperienza digitale e rispetto alla quale dobbiamo porci sia domande per intravedere possibili sviluppi positivi sia dubbi e precauzioni in termini di saluta mentale.

Tra questi almeno due.

Una sempre maggiore fluidità nella integrazione delle realtà può farle collassare in un’unica realtà?
E ancora, potrà il metaverso modificare i nostri meccanismi cognitivi e la cambiare la nostra idea di realtà? (Riva, 2022)

Domande che esigono risposte ma principalmente conoscenza dei meccanismi perché ci siano chiari prima di essere invasi da una tecnologia che sta già interessando molti mercati da quello immobiliare a quello dei videogiochi a quello delle mostre di arte fino alla video video poesia e che è sostenuto dall’utilizzo delle criptovalute.

Un nuovo mondo di scambio e commercio di oggetti digitali NTF ( Not Fungible Token ), un nuovo mondo  finanziario quindi che, proprio per questo, si potrebbe sviluppare con neocapitalistica rapidità .

D’altro canto oltre agli aspetti finanziari e commerciali non mancano esperienze di tipo artistico e culturale, dall’avatar che presenta una mostra di quadri a quello che recita le sue poesie agli avatar degli invitati in spazi digitali concordati.

Esperienze che si accostano ad altre più bizzarre e che ci danno anche l’idea della pervasività e della possibile frattura col reale non scevra da pericoli per la salute mentale come quella del medico giapponese che sposa il suo amato ologramma o come il matrimonio tra una coppia di avatar indiani con la presenza di tanti avatar invitati tra i quali c’è anche quello del padre morto da tempo.

In quest’ultima esperienza è evidente il rischio di inoltrarsi in un universo di realtà che sono miste non solo tra reale e digitale ma anche tra reale e fittizio.

Come infatti c’è una negazione della realtà nel padre morto che presenzia al matrimonio può esserci, per persone psicologicamente vulnerabili, un vissuto di sdoppiamento della realtà per scarsa capacità di integrare un accadimento nella realtà mista virtuale-reale-aumentata.

É allora possibile l’autoinganno di essere soltanto un avatar slegato dal reale concreto immerso in un vissuto pre o addirittura psicotico dissociativo dove la consapevolezza di sé e del sé interno si sdoppia o si disintegra in esperienze di derealizzazione e depersonalizzazione.

La capacità infatti di potere percepire in un continuum simultaneo tre realtà senza che questo collassi è ancora oggetto di studi filosofici. In particolare il filosofo australiano Chalmers nel suo studio “Realtà +: i mondi virtuali e i problemi della filosofia” sostiene che la realtà virtuale è genuina perché in grado di determinare esperienze significative come avviene nel mondo fisico corporeo.

Tentativo, il suo, che apre l’ipotesi di espansione del nostro attuale senso di realtà attraverso il mondo digitale ma che va ancora meglio definito non solo in ambiti neurofisiologici e psicologici ma anche con attenzione alle attitudini e alle esigenze personali.

Alcuni studi sperimentali in ambito di neuroscienza sono comunque giunti alla conclusione che il tipo di corpo virtuale indossato da un individuo-avatar in un contesto da metaverso induce nella persona cambiamenti di percezione, cognizione e comportamento come se immergersi nel corpo digitale di un altro possa determinare l’illusione di possederne le proprietà e le capacità e quindi attivare dei processi di cambiamento.

E’ evidente come sia possibile ipotizzare che abitare, in questo contesto, uno stereotipo positivo possa determinare mutamenti nelle attitudini sociali. Si pensi ad abitare un corpo di un colore diverso, di una età diversa, di sesso diverso, di cultura diversa.

Sono questi, in termini psicosociali, le positività del nuovo spazio del metaverso. Questo nuovo altro universo dove si può almeno sperare che si riducano pregiudizi e discriminazioni come quelli razziali o come quelli verso il mondo femminile.

Certo non basterà il metaverso né per abolire il razzismo e la violenza sulle donne. Ci vorranno ancora lotta, cultura, civiltà e partecipazione consapevole.

Per questo motivo concludo ricordando che il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Un invito a partecipare tutti nella nostra quotidiana realtà di tutti i giorni che è più, molto di più di ogni metaverso.
Cipriano Gentilino

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A EMILIO ISGRO’ IL PREMIO MONTALE-FUORI DI CASA” PER LA LETTERATURA CON LA RACCOLTA DI VERSI “SI’ALLA NOTTE” (GUANDA)

Pubblicato il 10 novembre 2022 da culturaoltre14

 Proponiamo l’articolo pubblicato sul numero della rivista di novembre 2022 a cura di  Carmelo Aliberti

ASSEGNATO IL PREMIO “MONTALE FUORI DI CASA” AL NOSTRO EMILIO ISGRO’

EMILIO  ISGRO’, poliedrico artista di BARCELLONA –POZZO DI GOTTO (MESSINA, DOPO IL PREMIO ALLA CARRIERA   TERZO MILLENNIO-CITTA’DI BARCELLONA (Agosto.2022,PORTO.SALVO)-VINCE.IL-PRESTIGIOSISSIMO“PREMIO.MONTALE FUORI DI CASA”  PER LA LETTERATURA-  ”(fondato da Maria Luisa Spaziani), con la nuova raccolta di versi SI’ ALLA NOTTE (Guanda). Con la seguente motivazione:”…per la complessità e l’originalità che più da 60 anni contraddistingue la sua opera letteraria,poetica e narrativa,oltre che artistica.Per non aver mai tradito la letteratura,ma averne anzi trasportato le istanze nel mondo delle arti visive.La cerimonia di partecipazione si svolgerà il 9 novembre nella Sala delle conferenze di Palazzo Reale a Milano,alle ore 18.

Al sublime Emilio Il GRUPPO DI TERZO MILLENNIO, fiero e felice per l’importante riconoscimento assegnato al caro e fraterno amico Emilio Isgrò, gli esprime i più calorosi complimenti e un virtuale abbraccio per tutto quello che ci ha insegnato e che noi abbiamo collocato  ai più alti livelli nella recente LETTERATURA E SOCIETA’ ITALIANA DAL SECONDO NOVECENTO AI NOSTRI GIORNI (10 volumi)

A cura di CARMELO ALIBERTI

Emilio Isgrò, poeta, pittore, scrittore, drammaturgo, sceneggiatore e regista, è nato a Barcellona di Sicilia  nel 1937 ma dal 1956 vive e lavora a Milano, con una parentesi di sei anni a Venezia, dove ha curato le pagine culturali del Gazzettino, allora diretto dal messinese Giuseppe Longo. Intellettuale poliedrico, dissacratore ed eccentrico, oscillante in tutte le sue operazioni artistiche tra radiografia realistica degli eventi e deviazione nelle forme della parodia, ogni sua opera rappresenta un diverso capitolo dei drammi e delle distorsioni dell’Italia di oggi, di cui esplora euforie effimere, smagliature, malversazioni e insidie di categorie sociali e politiche furbesche che, sotto la maschera del perbenismo, coprono vizi, camaleontismi e follie di vario genere.

(a.c)

Una nuova poetica
Come poeta, esordì giovanissimo con Fiere del Sud (Schwarz, 1956), dove ancora la forza della parola è animata dalla memoria degli eventi quotidiani della sua prima giovinezza, osservati come oasi felice di conforto e di idealità e dotati di un linguaggio trasparente e originale, che già induceva il lettore a prefigurare nell’opera esordiente di Emilio sviluppi imprevedibili. Infatti, erano gli anni delle operazioni artistiche della Neoavanguardia, raccolte nella prima Antologia della poesia visiva curata da Lamberto Pignotti, dove la “poesia visiva” non risultava ancora definitivamente consacrata, ma appariva in dilemmatico rodaggio.

Con le raccolte Uomini e Donne (Sampietro, 1965) e L’età della ginnastica dell’anno successivo (1966), Emilio Isgrò appare coinvolto nel movimento delle operazioni sperimentali che dilaga nella nostra letteratura, spesso sottesa da valenze ideologiche contestatrici del sistema di potere alto-borghese. I poeti nuovi, in un clima di neocapitalismo e di alienante consumismo, volevano tracciare le linee di una rivoluzione che svuotasse di pregnanza contenutistica la parola, per impedire ad essa sia la possibilità di darsi un ordine logico-espressivo, tendente ad appiattire la mente, che di esprimere inutili messaggi di palingenesi o trasmettere subdole comunicazioni capaci di attutire ancora di più la spinta delle masse, febbrilmente affamate di edonismo, alla ragione. Si trattò di un esperimento non totalmente riuscito, come oggi la stessa critica riconosce unanimemente. Ma a questa linea, inchiodata al foglio come strumento di contestazione globale, si affiancò in maniera originale Emilio Isgrò che, nel tentativo sia di reazione allo strapotere borghese, sia di salvare il ruolo propedeutico della poesia, si accorse che la parola “straniata” non poteva essere più lo strumento privilegiato dell’operazione poetica, ma doveva trasformarsi in evento estetico, in cui il segno verbale poteva coniugarsi con il segno iconico e creare così una poesia visiva, in cui il momentaneo equilibrio ritrovato fosse prefigurazione e bellezza. In effetti, il concetto, teorizzato particolarmente da Isgrò, divenne l’epicentro di una nuova poesia come arte generale del segno, con strutture estetiche in cui coesistevano cifre tratte da codici diversi. Così al segno verbale si affiancarono quello pittorico, il manifesto, le spezzettate parole del discorso e le lettere dell’alfabeto, caoticamente disposte sulla pagina bianca. Se prima i fili della cultura alto-borghese e di quella piccolo-borghese non erano totalmente interrotti, con il radicalismo libero dell’opera di Isgrò (soprattutto con L’età della ginnastica, che rifiutava il “collage” di altre 168linee avanguardistiche, in quanto si rivelava forte ancora la capacità di trasmettere messaggi) la rivoluzione della poesia visiva non era più una arbitraria incongruità, ma si imponeva come lo scatenarsi di ogni potenzialità di comunicazione e, senza rinnegare il valore dell’arte, proponeva uno strumento divulgativo di nuovo conio, carico di molteplici ipotesi di lettura. Il dibattito su tale motivo fu intenso, ma il poeta di Barcellona impose la sua poetica come la più rispondente, nella sua globalità, alla richiesta sociologica e artisticamente rivoluzionaria del tempo. Così il suo nome passò alla storia letteraria con l’etichetta della creazione poetica scandita dalla tecnica della “cancellatura” e sostanziata del potere effrattivo della “visività” di lessemi selezionati e più idonei alla immediata trasmissione di messaggi. Ciò rappresenta il risultato di una mentalità naturalmente anarcoide, ma anche un progetto ideologico di saldatura comunicativa di rapporti tra oppressori e oppressi. Nelle altre opere, sia in quelle teatrali, scritte in versi, come L’Orestea di Gibellina (Feltrinelli 1983-85), sia nei suoi romanzi, quali Marta de Rogatis, (Feltrinelli, 1987), Polifemo (Mondadori, 1989), L’asta delle ceneri (Camunia 1994), sia nella raccolta di versi Oratorio di ladri (1998), Isgrò non si allontana da questo suo teorema di impasto storico-semantico-linguistico e, se attorno al tema centrale sviluppa quello prevalente di un’operazione dissacratoria dei formalismi codificati della civiltà di massa, tutte le sue opere abbondano di tanti ingredienti culturali, popolari, giullareschi, drammatici, ironici e tragici, con un’operazione circolare di strutture, di contenuti e di linguaggi che fanno di ogni opera un microcosmo inventivo.

Tra pittura e letteratura

Accanto all’opera letteraria, Isgrò sviluppa anche l’arte pittorica e dà vita a mostre, come quella ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo o la precedente grande esposizione all’Università di Parma nel 1975, che hanno riscosso un plebiscitario consenso, collocando l’artista tra i maggiori maestri della pittura contemporanea. Isgrò mira a potenziare la parola e l’immagine attraverso il loro contrasto, per cui egli parte dallo studio del significato dei segni per imprimervi finalità poetiche. Sul piano tematico, emblematica è Jaqueline, uno dei capolavori artistici, che rappresenta il tema dell’assenza e del silenzio, che Isgrò concepisce in maniera radicalmente opposta rispetto ai concettualisti. Infatti, mentre questi sembrano rassegnati all’impossibilità di comunicare, Isgrò suggerisce di scoprire, nel dramma della comunicazione negata, la necessità della comunicazione come un fattore irrinunciabile per l’artista.  Anche lui, intellettuale della diaspora, custodisce nel cuore sempre la sua Sicilia, particolarmente la sua Barcellona, dove frequenti sono le sue discese, quasi a voler riossigenarsi per poter ridonare i valori che la sua terra gli ha impresso nell’anima. Così, ha voluto impiantare, nella piazza della stazione vecchia, un gigantesco seme dorato che, con la sua punta affilata rivolta verso l’alto, sembra invocare il cielo, simbolo del seme dell’arte, della vita, di tutto ciò che di positivo è esistito o potrà nascere nella sua terra natale. Tale segno storicamente simboleggia l’attività tradizionale degli “spiritara” locali, che a Barcellona hanno creato la ricchezza e il benessere economico della città; su scala siciliana esprime, oltre che l’operosità della gente di Sicilia, anche il simbolo sublime e incommensurabile della vita stessa che si sviluppa, matura, perisce ed eternamente si rinnova sotto il calore dorato del Sole, espressione del grande Artefice dell’universo. Sono racchiusi in questo seme storia e leggenda, gioia e dolore, vita e sogno, arte e mito, insomma la memoria globale di una terra, di cui Isgrò anela la rinascita sotto la luce dell’Arte e della cultura. In tal senso, la conclusione è scontata: oggi, in quest’epoca di imprevedibili cambiamenti in cui l’uomo ha stravolto la propria identità, solo l’Arte può far rinascere l’Essere, esaltare quel piacere di vivere che è piacere creativo. Nel romanzo L’asta delle ceneri, in un’Italia sfasciata e corrotta, conflitti leghisti e superiori interessi, assistenzialismo siciliano e neocapitalismo lombardo, formazione e informazione, malignità grottesche e false tragedie traspaiono dalla rivelazione di un Gesù reincarnato in incognito, accanto a un sociologo esperto di erari e di modernità, a un senatore e a un commerciante messinese che scoprono di avere un malavitoso, donne e mogli in comune, e conferiscono al romanzo un’atmosfera esilarante e al tempo stesso inquietante. Il viaggio in un’Italia torpida e lacerata coglie il disorientamento di una stagione cupa e decadente, in cui la storia italiana non riesce a liberarsi dalle tentazioni di meschinità, disonestà e di squallore che scandiscono le vicende della vita intristite nel buio della ragione. Le pagine risultano disseminate di situazioni paradossali, di incisi provocatori e di risposte audaci che implicano soluzioni beffarde, attraverso cui dispiega il volo un assoluto bisogno di libertà totale dello scrittore, che estende l’avventura creativa fino alla discesa psicologica, alla circoncisione sociologica e alla degenerazione in atteggiamenti bizzarri, come quello di Feminò Zammara che si reca in Chiesa ad invocare santi declassati a mediocri comparse, privi del tradizionale potere miracolistico e faticosamente impegnati in azioni normali. L’io narrante (l’alter ego di Isgrò) opera perforazioni nel guscio delle finzioni o nelle superfici del reale, sempre pronto all’ascolto, pur nei molteplici travestimenti in fiammifero, biscotto, orologio a cucù, in un raggomitolarsi esplosivo di intrecci in cui alla fine trionfa la cifra surreale della beffa. L’ordinarietà fattuale si carica di timbri burleschi e di eroi comici rabelaesiani e la cronaca accorda i segmenti della vita e della natura con le vibrazioni della magia e della favola. In tale contesto, si inseriscono personaggi come il pittore De Angelis, “grande specialista dello schiaffo”; il Buonarroti, “seduto nel suo sarcofago in Santa Croce”; l’imperatore del Cipango, ex ballerino e attore, intento a “mettere il freno a Dio”; Galilei, vigilante sull’universo con i fili della sua barba; Daniele Berchet, convinto sostenitore che i Siciliani sono in guerra tra loro anche per una cassa da morto. Scorre un caleidoscopio di stravaganza che l’io coglie sia tra i vivi che tra le ombre, dove si susseguono personaggi ambigui e vicende divaganti e divertenti. In tale registro si muovono anche i protagonisti del romanzo Polifemo, tra il reale, il comico, l’aristofanesco e il grottesco. Polifemo Zammara è l’eroe, o antieroe, di questo moderno “romanzo comico”, che si oppone al suo antagonista Ulisse. Isgrò vede nella figura di Ulisse l’esponente più alto della civiltà: egli, l’astuto, è visto come un “pretore di legno”, un “giudice bisbetico”, “un fantasma enciclopedico”. Il romanzo si colloca in un infinito presente, quasi a voler cancellare ogni prospettiva di crescita. Col suo “occhio televisivo”, Polifemo è in grado di riscattare figure come Reagan e Gorbaciov, Eugenio da Messina e Madame Bovary, in una Sicilia planetaria in cui gli spettri del passato sembrano meno ingombranti dei fantasmi del futuro. Un alto vigore inventivo, che ricorda l’ultimo Palazzeschi, fa proliferare continuamente una serie innumerevole di episodi, scene e battute, attraverso cui lo squallore del presente viene indagato con l’occhio ironico e disincantato di un emblematico protagonista, attualizzato, del mito. Frequenti richiami tra realtà e mito caratterizzano particolarmente le opere letterarie di Isgrò, come nell’Orestea di Gibellina, che ricorda il titolo della trilogia intera di Eschilo, con l’assassinio di Agamennone per opera di Clitennestra. Ai personaggi e agli intrecci tradizionali, l’autore aggiunge altri personaggi (come il Carrettiere e l’Arciprete), che imprimono all’opera una valenza emblematica di notevole attualità. Composta per metà in italiano e metà in siciliano, lo scrittore trasforma la tragedia in un sogno, e il grande conflitto tra Agamennone e Clitennestra risulta come una conturbante epopea consumata nella società contemporanea. Il testo, perciò, nella consapevolezza della impossibile riproposizione del mito greco, nella originaria versione, punta alla rappresentazione di una storia di terremoti (e Gibellina fu l’epicentro del terremoto del 1968 nella Valle del Belice, in Sicilia), di esilio e di tradimento che ripropone in termini nuovi la tragedia antica, vista con l’ottica della sicilianità attuale. Con L’oratorio dei ladri, Isgrò ritorna alla sua primordiale vocazione alla poesia pura. Tuttavia, non si tratta di un recupero tecnico, ma sullo spazio poetico egli riesce ad assorbire altre esperienze del suo percorso creativo, in particolare il teatro. Nel poemetto di apertura, Gibella del Martirio, il poeta ricorda i quindici anni trascorsi dopo il terremoto del Belice. È un poemetto originale che, al di là della oralità, si presta anche alla rappresentazione scenica. Il componimento si incentra su una figura femminile fisionomicamente mutante, che si muove e recita tra disastro e creazione, spinta a credere alla rinascita della vita nella terra sconvolta dal terremoto. Notevole la conclusione, in sintonia con l’intera opera di Emilio Isgrò, di un presente che tende a seppellire l’arte: con i suoi strumenti di bellezza e di denuncia, l’autore esprime una reazione, quasi biologica, che riafferma il primato assoluto della poesia e la lodevole arte del “puparo”, incarnazione emblematica dell’attività del poeta. Ultimamente è uscito, di Isgrò, Brindisi all’amico infame. Si evidenzia qui un Isgrò ancora sorprendente e rivoluzionario. Egli che, ai tempi del Gruppo ’63, s’è inventata, nell’alveo dello sperimentalismo, una via sua mediante un crogiolo di parole tratte dalla stampa quotidiana e collegate in maniera apparentemente senza senso, come gli anni confusi della contestazione giovanile, con questo nuovo libro sorprende ancora, non solo in senso tecnico-metrico-stilistico, ma anche nell’uso di uno strumento espressivo ancora autonomo e innovativo, testimonianza di una poesia simmetrica alla post-modernità. Come dice la scheda editoriale, sono “tre poemetti” dove Emilio Isgrò, giocatore di parole e di metafore, mette in scena storie di una terra, la Sicilia, troppo addolorata per essere sincera, e dove anche la commedia degenera in tragedia”. Fantasiosa e parodica, drammatica e ironica, la poesia di Isgrò orchestra memorie senza elegie di una infanzia edenica, diventata a poco a poco apprendistato luttuoso della vita. Per cui si può affermare che il brindisi si trasforma in requiem e il requiem in brindisi.

L’INVENTORE DI FALSE NOTIZIE

Emilio Isgrò, in questo brano tratto da Polifemo, semina il dubbio su tradizionali verità storiche e reinventa, con sigla personale, comportamenti e caratteristiche di personaggi mitologici incorniciandoli in una inedita visione moderna. Egli trasforma Polifemo e Ulisse in eroi-antieroi di un moderno romanzo comico, collocandosi in un eterno presente, dove gli eventi più salienti del passato vengono messi in discussione o riproposti in maniera capovolta. Come aveva rivoluzionato l’“ars poetica”, prima dei “Novissimi”, del Gruppo ’63. Come dà vita ad un nuovo modello di “poesia visiva”, così Isgrò applica al romanzo un’operazione di rovesciamento dubbioso, come avviene nel passo riportato del capitolo V. Luogo d’origine della lingua greca sarebbe il territorio di Milazzo e solo successivamente sarebbe giunta in Grecia, con qualche modifica ortografica e non sintattica, per il primato imperiale ateniese che, con l’egemonia delle armi, ha trascinato con sé anche il linguaggio. Si nota in questo brano anche il capovolgimento di una antica certezza storica: Ulisse ora non è più l’astuto eroe dell’intelligenza e con il rovesciamento delle parti diventa l’uomo comune, che non riesce a sigillare il dubbio con le sue proverbiali invenzioni. Polifemo emerge, invece, nelle sue poche osservazioni, come il vero campione del razionalismo, nel riconoscimento della propria ignoranza ma anche nell’osservare che i ciclopi, pur essendo ciechi, sono riusciti a rinunciare alla violenza, ad assumere comportamenti umani e a coltivare gli ingredienti che irrobustiscono un carattere simile a quello degli uomini.

I PRIMI ABITANTI DELLA GRECIA

(da Polifemo, Milano, Mondadori, 1989)

Nel testo
Nella breve pagina riportata, Isgrò incentra la sua analisi sulle “passeggiate” degli antichi Greci lungo l’Isola per uno o più millenni, asserendo addirittura che anche Dedalo, con le sue ali di cera, era approdato a Punta Raisi in una data e in un’ora precise, subendo qualche danno, attribuito dallo scrittore, con un anacronismo temporale-tecnologico, a quel “motore in fiamme”, carico di allusioni beffarde. Le credenze mitiche si mescolano con comportamenti normali, in quelle forme di commistione tra fiabesco e realtà storica tipiche dello scrittore di Barcellona. Improvvisamente, nello scorrere dei secoli, fiorivano, ad opera dei nuovi invasori, le più belle città a ciascuna delle quali Isgrò attribuisce connotazioni semplici, come “Catania la ladra dell’Etna” o Siracusa “la pietra più dura”, mentre le popolazioni autoctone erano costrette a rifugiarsi nelle spelonche, a causa dei colonizzatori, che da greci si andavano trasformando in sicelioti. Anche in questo passo di “Polifemo”, lo scrittore racchiude in poche righe un “reportage” immaginario, che si sviluppa con assoluta libertà fantastica.

SULLE MACERIE DI GIBELLINA

(da L’Orestea di Gibellina) Feltrinelli, 1985

Carrettiere Zotta in Sicilia significa frusta. Ed è con questa frusta che si chiama zotta che pungo la cavalla quando annotta su Madonie, Peloritani e Nebrodi. È con questo nerbo che la spingo. Ma non la freno né la tengo a bada: e tremo, tremo, se alza la cresta dalla sua biada lungo le pianure o sopra le voragini. Non scalciare, Pensiero, fermati, fermati, destriero, dentro le vertigini! Inchiodati, carretto! Non superare gli argini che restano sul ciglio dell’abisso. La lanterna si è spenta in questa notte eterna. Come sono ferito, sfracellato al viso! E l’occipite che canta contro il sasso a punta. Ahi la mia povera testa! Ah Cassandra! Cassandra Giumenta maledetta.

Nel testo
II carrettiere – personaggio nuovo, assente nell’antica tragedia eschilea – viaggia nella notte sopra il suo carro tirato da Cassandra, la giumenta dagli occhi d’oro, “micciusi”, come dicono in provincia di Messina. Qualcuno che non si vede (o lo stesso Carrettiere, che ancora si vede poco) fischietta una malinconica aria degli anni Venti. Canta a bocca chiusa un motivo che tutti cantano nel Millenovecentoquarantatrè: quando in Sicilia finisce la guerra. Una tristissima nenia. Un lamento ripreso e subito abbandonato da un coro di bocche invisibili e chiuse. Il Carrettiere non sarà sempre e soltanto il Carrettiere. Se necessario, potrà riassumere in sé altri personaggi, il Popolo o parti di esso. E niente potrà impedire che egli sogni qua e là di essere Clitennestra, Agamennone o Cassandra, e per un tempo quasi impercettibile li sostituica o tenti di sostituirli.

GIBELLA

(da Oratorio dei ladri, 1998)

Sono venuta a leggere questo piombo. A domandarti, o piombo, se con te finisce, se da te incomincia. Spagna o Francia basta che se magna. Voglio una casa, un chicco, una gallina, una perla per la notte di gennaio. Dormo poco la notte perché più non spero che mi porterai domani quello che mi merito. Ti promisi amore, gratitudine: oggi sbatto la campagna sull’incudine e la testa. Mai sappia la sinistra quel che fa la destra al centro del mio centro. Mai sappia l’estate quel che fa l’inverno al monte: nessuna stella conosce il cammino, le impronte delle altre stelle. Fosse il mio nome Solitudine o Gibella nell’afflizione eterna io cercherei nel fondo della morte nel suo buco pace per questo tiglio (meschino, meschino…) e queste nuore a lutto. Vi chiamerò, povere sorelle di clausura e nuore, prima che si fermi il mondo: e voi prendete le giacche e le giacchette, i gomitoli e gli aghi e il punto a giorno: e non dimenticate i miei occhiali che più non ci vedo in questa valle.

NEL TESTO
Con Oratorio dei ladri, Isgrò riprende i fili della sua prima vocazione e si impone per la pienezza energica del linguaggio, per i contorni netti delle sue figure, per la vitalità comunicativa, ma anche per la capacità che dimostra di aver saputo assorbire, e talvolta anticipare, altre esperienze del suo percorso articolato, e in primo luogo il teatro. Esemplare, in questo senso, il testo di apertura Gibella del Martirio, scritto nel quindicesimo anniversario del terremoto del Belice. È un poemetto che ha una felicissima consistenza sulla pagina, ma che invita ad oltrepassarla nei suoi rimandi all’oralità, ad una dimensione scenica, alla recitazione. Si impernia su un personaggio tra rovina e creazione, che si volge al rinascere della vita, in una spinta irrinunciabile anche dopo il terremoto. Isgrò è profondamente radicato nella sua terra e nelle sue origini, ed Oratorio dei ladri lo conferma. Ma queste origini sono una centralità che non si placa e non si appaga di se stessa, che è al contrario dirompente ed aperta, che è al tempo stesso mito e futuro. Per questo Isgrò va dalla tradizione del dialetto all’invettiva contro un presente che avvilisce l’arte o tenta di seppellirla, opponendo una reazione biologica, facendosi grande “puparo” e riaffermandosi poeta.

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Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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