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CARMELO  ALIBERTI –

ANTOLOGIA  DI  POESIA  IN ITALIANO

CON TRADUZIONE IN SPAGNOLO

DI  GABRIEL  IMPAGLIONE — PRESIDENTE 

DELLE EDIZIONI  “ISLA NIGRA”,

PER POETI E SCRITTORI  PATROCINATE  

DALL’UNESCO

(Edizioni TERZO MILLENNIO)

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Castroreale (ME), dove risiede e ha insegnato   materie letterarie e latino nei licei di Barcellona Biografia P.G..(ME).

Si è laureato in materie letterarie all’Uviversità di Messina,con una tesi su Pascoli latino, rivisitato da Aliberti dopo circa 60 anni di silenzio critico sui “ Carmina”, con una traduzione moderna e un’analisi critica appropriata, che evidenzia la grandezza poetica dei poemetti latini del poeta teorizzatore del “fanciullino”, ora proiettato maggiormente nella grande  storia e nella quotidianità di Roma, dove sfilano le pù alte figure dell’Urbe sul proscenio della vita.  

Ha iniziato l’attività letteraria nel decennio 1960-70, con la pubblicazione di numerose raccolte di tue soavi sillabe (1999), Il pianto del poeta (2002), La ferita del tempo (2005), Itaca (2007 – tradotta in spagnolo, francese, inglese, croato e ungherese). Abbina l’attività poetica a quella giornalistica, letteraria e saggistica. Come saggista, ha approfondito i complessi incroci esistenti tra politica e letteratura; con La questione meridionale in letteratura (1995), e si è distinto per l’acume critico con il quale ha letto ed esplorato tante opere di poesia e di narrativa. Nell’ambito della poesia, ha esteso i suoi interessi a poeti siciliani (Poeti a Castroreale, 1995; Poeti dello Stretto, 1995) ed a Cattafi in particolare (Sul sentiero con … Bartolo Cattafi, 2000;  Nuova Edizione in Edizioni Terzo Millennio; Poeti siciliani del Secondo Novecento, Vol. I, II, III – 2002-2005; Cento poeti per l’Europa del Terzo Millennio, 2007), Parallelamente con grande passione si dedica alla critica letteraria,esplorando la letteratura del Novecento fino alla produzione narrativa e poetica dei nostri giorni. Fra i suoi vasti interessi, annoveriamo Silone (Come leggere Fontamara di Ignazio Silone, 1977-1989; Ignazio Silone, 1990), Freni (Come leggere La famiglia Ceravolo di Melo Freni, 1988), Mastronardi (Guida alla lettura di Lucio Mastronardi, 1986), Prisco (Michele Prisco, 1993; La narrativa di Michele Prisco, 1997), Fulvio Tomizza (2000) Nuova Edizione Terzo Millennio (2014), Sgorlon (La narrativa di Carlo Sgorlon, 2003: “Carlo Sgorlon, cantore delle popolazioni emarginate e la ricerca scientifica di Dio” (edizioni Terzo Millennio (2015),  Letteratura Siciliana Contemporanea, Pellegrini “(2008); L’altra Letteratura Siciliana Contemporanea (con prefazione di Giorgio Barberi Squarotti, La Medusa Editrice (2013). La questione meridionale in Letteratura (2014). “Andrea Camilleri”,(saggio sull’opera narrativa dell’autore  del Commissario Montalbano). Molteplici i premi ed i riconoscimenti, sia a livello regionale che nazionale, tra cui il riconoscimento di Benemerito della Cultura, della Scuola e dell’Arte dalla Presidenza della Repubblica e la nomina a Cultore di Letteratura Italiano presso l’Università di Messina. Oltre che promotore culturale, ha fondato recentemente e dirige la Rivista Internazionale di Letteratura “Terzo Millennio”.

Temi della poesia di Aliberti

La lirica di Aliberti si pone come felice punto di convergenza di tre fattori: l’ispirazione autentica e genuina, i dialoghi attenti profondi con i testi della poesia novecentesca (Ungaretti, Montale, Quasimodo, tra gli altri), la presenza della sua Sicilia, tra crudeltà della storia e dimensioni mitiche. Poeta dai forti contrasti storici ed esistenziali e dall’alto senso dell’eticità, Aliberti ha una visione dialettica della vita, variamente presente nelle sue raccolte.

I temi della sua poesia si possono così sintetizzare:

  • la critica impietosa agli anni del dopoguerra ed ai miti effimeri della società del benessere;
  • la denuncia degli assurdi ideologici, che tendono a sancire il “patto di Marx con Dio”;
  • la requisitoria, fra rabbia ed amarezza, dei meandri perversi del potere;
  • la coscienza del ruolo anonimo del poeta nella società contemporanea, ridotto a figura desacralizzata e relegato a semplice pedina nella convulsa scacchiera della vita;
  • la sofferenza per la mancanza di Dio, lontano e sconosciuto;
  • l’inesorabile trascorrere del tempo assassino, che “macina” e brucia tutto ciò che attraversa;
  • lLa ricognizione dei destini umani, raffigurati in un continuo andare alla deriva, tra ferite del vivere, immobilità dell’“Io”, essiccamento dell’esistenza, caduta dello spirito competitivo.

Nel fondo della sua poesia serpeggia un incessante agonismo dell’essere e del vivere, teso alla ricerca del vero senso della vita e determinato a squarciare sia le tenebre esteriori del materialismo che quelle subdole dell’interiorità, fatte di smarrimento e di vertigine, di paure e di angosce. Analizzare e descrivere l’opera poetica di Carmelo Aliberti è come addentrarsi in una foresta di immagini e concetti, di emozioni e sensazioni, di virtuosità formali ed afflato lirico, di problematiche sociali e di aura siciliana Penetrando ei labirinti della sua poesia, infatti, è possibile leggere il percorso esistenziale di un uomo nei risvolti di un parallelismo letterario e dialettico con i poeti e le correnti del Novecento, da Ungaretti a Montale, da Saba a Quasimodo, da Cattafi a Piccolo, dal Simbolismo al Postmoderno. Riporta in auge il percorso artistico di Aliberti il recente e accurato saggio di Francesco Puccio, dal titolo Carmelo Aliberti Poeta della dialettica esistenziale. Ricognizione sulla poesia del Novecento (pagine 156, edito dalla Bastogi nel 2004).  Il saggio arriva, infatti, a coronamento di una quasi quarantennale carriera del poeta e si fa apprezzare per la sua equilibrata impostazione, oltre che per la profonda e meticolosa analisi critica del linguaggio, dei temi e della poetica del Nostro. In esso non mancano ampi cenni alla sua opera critica, che risale in buona parte al periodo della lunga parentesi poetica, tra gli anni ’80-’90, quando la sua attenzione si è spostata verso la critica letteraria con saggi di una certa intensità su Silone, Freni, Prisco, Tomizza, fino al più recente Sgorlon e alla Letteratura Siciliana Contemporanea (2008). Si è parlato molto, nell’ambito letterario e culturale, di meridionalismo, di disoccupazione, di crisi impellente e duratura, ma a che punto siamo della questione meridionale? Innanzi tutto mi preme chiarire che parlando di meridionalismo conviene suddividere un campo economico-socio-politico da un campo culturale. Suddivisione, questa, che non è possibile, però, chiudere in due sfere autonome, dato che ogni campo parte da una circostanza unica: Meridione inutilizzato oppure Meridione misconosciuto. In questo senso le implicazioni poetiche e narrative si risolvono, per grandi linee di generalizzazione, nella letteratura sulla mafia e nella tensione di chi «è stufo di chiacchiere e di incomprensioni» secondo l’espressione del De rebus Siciliae di Lucio Zinna. Chiaramente questa seconda risoluzione del meridionalismo si dipana su una linea molto complessa ed in cui possiamo collocare l’opera di Carmelo Aliberti. Basta osservare le differenziazioni tra l’opera di Aliberti e quella di Ottieri per rendersi immediatamente conto come il meridionalismo (con tutti i problemi e le enfatizzazioni) sia trattato in modo più crudo e particolareggiato nei meridionali fuori del luogo d’origine, invece meno direttamente negli autori che vivono in loco. Ovviamente in un ampio panorama vi sono espressioni altre ed intermedie, basti ricordare Lucio Zinna che, nonostante ciò, fa emergere (posizione palese anche in Aliberti) il dramma dell’intellettuale straniato, esiliato:

Comprimete gli artisti, costringeteli

all’emarginazione o alla diaspora

concimeranno rancori.

Comunque è da sottolineare che nel secondo dopoguerra, abbandonate in parte le forme del Primo Novecento, gli scrittori meridionali, e più precisamente gli autori di Sicilia, hanno risolto l’immagine mitica della terra d’origine in un «altrove» in cui potersi immergere. Cioè si affievolisce l’interesse per la ‘pura’ realtà, ma aumenta l’interesse per ciò che essa rappresenta e può rappresentare (basti citare Sciascia e Bonaviri che rispettivamente hanno superato il neorealismo attraverso l’avventura della ragione o della visione surreale della vita). In questo contesto il rapporto con gli altri poeti siciliani diventa essenziale nell’economia della criticità di un autore quale Aliberti. Se l’Unità d’Italia è stata vista per il Meridione quasi sempre in senso negativo, innegabile è la coscienza letteraria nata da una Unità voluta da alcuni, desiderata da molti, sopportata da tutti. Dà adito quindi a vari risvolti l’analisi della sicilianità e della meridionalità di Aliberti, vista in rapporto ad una società per certi aspetti in continua evoluzione e per altri che tende allo statu quo, quasi per dirla con Giuseppe Tomasi di Lampedusa: «Se vogliamo che tutto cambi,occorre elaborare una formula letteraria sintetica e penetrante come..ratio.vivendi.cambiare.tutto.per.non.cambiare.nulla.nel.labirintico meandro, in cui appare tutta una problematica sociale, e soprattutto una denuncia, nei confronti di certe situazioni abnormi ed aberranti. Ed è questa denuncia che Aliberti propone in alcune sue liriche, denuncia fatta con parole così delicate e incisive che l’autore si dimostra non solo profondo conoscitore dell’animo umano, ma soprattutto conoscitore della problematica meridionale e innamorato della sua terra attraverso un legame di amore-odio, ma più di amore che di odio Il suo non vuole essere, però, un processo storico né sociale. La sua processualità è una condanna per quei politici che sanno solo servirsi di parole ampollose e demagogiche, facendo parte di quell’esercito di corrotti, che creano uno stallo sociale, come gli Uzeda di De Roberto, come i Salina di Tomasi di Lampedusa. I gestori del potere sono falliti, dovrebbero ritirarsi dagli organismi politici, ed in effetti si fanno indietro, ma non per scomparire, solo per trasformarsi, per assumere altre vesti, per riassumere il potere, per fare altre promesse, magari opposte a quelle precedenti. É il circolo vizioso della politica e della corruzione, contro cui il poeta-cantore Aliberti, profeta non di sventure ma fautore di un’analisi sociale della propria terra, si schiera, così come si può evidenziare nel seguente brano tratto da una delle liriche più significative, Caro dolce poeta:

           Eccoti tuffato nella pazienza della fame

nel sudario dei campi straziati

sui selciati dell’esilio per l’Europa

assediato dal gorgo delle lacrime

al sorriso dei figli e delle madri.

Eccoti nuotare nelle tossine della fabbrica

incollarti alla catena di montaggio

benedire la mano del padrone

che ti assicura lavoro e farmacia…

Se compito di questo breve intervento è approfondire l’aspetto poetico e letterario della meridionalità di Aliberti, per l’aspetto critico e l’approfondimento della problematica in questione bisogna rimandare al saggio indicativo dello stesso Aliberti: La questione meridionale in letteratura del 1995. Questa resta comunque un’occasione per approfondire la sua opera letteraria, che prende le mosse da un percorso esistenziale per giungere ad una analisi della società contemporanea, soprattutto meridionale, percorso che comprende le sue principali opere a partire da Una spirale d’amore (1967), Una topografia (1968), C’è una terra (1972), Teorema di Poesia (1974), Caro dolce poeta (1978-80), Aiamotomea (1986), per giungere alla più recente produzione confluita ne Il pianto del poeta (2002) e in Itaca   in 10 lingue (2007-2009-2011—2012-2013-2014-2015-2016) «La grandezza della poesia di Aliberti, secondo Francesco Puccio, consiste nell’aver saputo innestare il problematicismo dialettico di Baudelaire, Ungaretti e Montale sul proprio vissuto e sul proprio sostrato isolano, pervenendo ad una poesia autonoma e dalla forte identità. Egli ha toccato con mano la miseria ed il razzismo socio-ambientale della Sicilia; ne ha interiorizzato l’immaginario, tra mito e leggenda; ha assunto in sé l’inconscio collettivo della sua terra, ma è riuscito ad evitare il pericolo di un eccessivo e lacrimevole meridionalismo, trasformando la propria sicilianità da spunto storico-immanente a veicolo metastorico trascendente». Aliberti crede con la poesia di poter incidere nel tessuto sociale e perciò si trasforma in poeta-cantore, ponendosi in un rapporto biunivoco e bidirezionale (pensiero ed incisività) con la società in cui vive per analizzarne il meccanismo. Il poeta assurge così a figura-simbolo di raccordo tra società e politica, nell’illusione di poter cambiare le loro leggi di ragion di Stato e favorire un progresso socio-economico della sua terra. Ecco perché il suo dire corre tra Certezza e Incertezza, come dire tra Assoluto e Relativo. La Certezza e l’Incertezza diventano due mondi a se stanti e contrapposti. La Certezza è sinonimo e simbolo dell’Assoluto. L’Incertezza è sinonimo e simbolo del Relativo. Il mezzo per condurre a questo Assoluto-Relativo è la Poesia, elemento filosofico e irrazionale (ma nel contempo prodotto di una razionalità interiore), espressione dell’uomo-cantore, o poeta-cantore, che opera nel sociale, e nel caso specifico in una terra periferica, la Sicilia, simbolo di un Meridione bistrattato ed emarginato, ma che ha voglia di riscatto. La poesia diventa allora cosmologia gnoseologica, cioè raziocinio su una problematica universale, che coinvolge il Sud, ogni Sud o Meridione della terra e scaturissero dalle medesime condizioni. Per realizzare quest’analisi si prospetta allora un’ipotesi di soluzione ‘politica’. Ma il fallimento di una politica corrotta, porta al fallimento delle riforme e quindi al fallimento della società, perché la politica argina il poeta, in quanto ne ha determinato la fine. La dialettica dell’essere e del divenire non è più l’assenso, bensì il Nulla, quale punto di partenza per giungere al Tutto, quel Nulla che restituisce l’essere a se stesso e lo rende padrone delle proprie azioni, cioè lo conduce verso la libertà. E la vita è desiderio di libertà, come scaturisce dalle poesie “meridionali” di Aliberti. Allora l’uomo del Meridione non rimane abbandonato a se stesso. No. Perché l’autore riesce a proiettarsi e a proiettarlo in una dimensione noumenica, nel tentativo di superare la dimensione fenomenica. L’assolutezza del Tutto porta all’assolutezza di Dio, anche se il Dio si rivela Dio del Nulla, così come si esprime Aliberti nella lirica dal titolo emblematico:

             Dio del nulla e del dolore

Dio dei poveri mio Dio

assistimi ti prego nel salire

i gradini del buio

con l’involucro del male

con la pena del prossimo nel cuore.

Il male di una categoria sociale, di un luogo circoscritto, diventa quindi male universale. Il Dio del Nulla diventa potenza, aiuto e comprensione. Là dove la politica ha fallito, l’Universale Assoluto può soccorrere.

        Dio del Nulla e del dolore

Dio riemerso dal buio a intermittenze

nel delirio ingiusto dell’ingiusto

assistimi, ti prego mentre sgrano

storie di pietà e di speranza…

All’Assoluto e quindi alla Certezza, si contrappone in questa dialettica il Relativo e l’Incertezza. Alla problematica che si vuole risolvere si contrappone l’inganno, la mancanza di risoluzione, il fallimento e quindi il mondo appare nella sua relatività. È il mondo delle piccole cose e dei grami problemi che attanaglia l’uomo comune. Dio non sembra più esistere. L’uomo si trova a combattere contro tutto e contro tutti. Si trova in una tempesta e può fare affidamento solo sulle sue forze, proprio come Bastianazzo di Verga, che dopo aver comprato un carico di lupini, vuole andarli a vendere a Riposto, ma la tempesta infrange ogni sogno. La Provvidenza, il nome della barca, naufraga e con essa naufragano le speranze. Ma i sogni che Aliberti si propone e ci propone non naufragano, l’uomo di Aliberti non perde la speranza. Va altrove, cerca fortuna. È l’emigrante. Che si chiami Marco o con altro nome non importa. Così scrive Aliberti, infatti, nella lirica Marco:

             Lo incontrai alla stazione che partiva

l’interrogai, mi rispose – Vado via

in questi luoghi non ho più nessuno

la mia terra verde fiorita

non ha uno spicchio di pane per me.

In questa negatività dell’esistere del meridionale che non trova lavoro, nasce la speranza e la fiducia di un futuro migliore. L’uomo comune ha fiducia nella parola, e soprattutto nel sogno. Ma il sogno, come quello di Bastianazzo, di Luca o di Padron ‘Ntoni, si infrange anche in Aliberti e si rompe. Anche i sogni di Marco si infrangono: perde la vita.

             Più tardi appresi

che era rimasto sepolto sotto il crollo

di una miniera in Belgio.

Ma il poeta-cantore non abbandona il suo personaggio, non abbandona le sue emozioni e i suoi sogni, non lo abbandona mai neanche quando rimane vittima del destino, proprio perché Marco è simbolo di una terra particolare, la sua, che è terra di emigrazione e di problemi atavici irrisolti, di dolore e di morte. Ma il poeta sa raccontare, sa trarre simbolicamente una conclusione dall’esperienza, sa comunicarla agli altri.

             Gli amici assorbivano tristi

il fiato delle mie parole:

in quella storia sentivano ripetere

la vita di tutti loro.

Marco, dunque, un emigrante come tutti gli altri, uno sconfitto, assurge a simbolo, diventa lezione di vita e di esperienza. In lui si identificano gli altri meridionali, gli altri uomini del Sud, che a milioni sono andati altrove per fare fortuna, per costruirsi una vita migliore. Marco rappresenta quelle migliaia di emigranti che tra Ottocento e Novecento, andavano all’estero, in America, Brasile, Argentina, rappresenta coloro nel secondo dopoguerra sono andati in Francia, in Belgio, in Germania, in Svizzera, ma rappresenta anche gli emigranti di oggi, gli extracomunitari che vanno alla ricerca di fortuna nelle nostre terre. La sofferenza e il dolore è uguale. Le difficoltà di Marco sono le loro difficoltà. È chiaro che non tutti gli emigranti hanno fatto e fanno la sua fine, sarebbe un assurdo, ma tutti potrebbero farla. È il rischio della partenza, ma la speranza nella positività dell’esistenza è un risvolto tutto umano. Se da una parte quindi il crollo di un mito sembra non lasciare spazio alla speranza, se tutto può sembrare negativo, se la storia sembra travolgere ogni cosa, alla fine è sempre possibile trovare «la tua bocca piena di garofani». È questa la conclusione cui l’autore giunge nella brevissima lirica, Verrà la morte, con un riferimento storico a Portella delle Ginestre, dove alcuni contadini vengono massacrati, in un periodo oscuro forse per la storia siciliana, dalla banda di Salvatore Giuliano il primo maggio del 1947.La metafora in negativo, simbolo di morte, può essere interpretata quale allegoria positiva. La coincidenza degli opposti dà adito alla speranza. Si tratta, forse, di false illusioni, ma chi ama la propria terra, chi lotta per essa non può abbandonare la speranza. Si partirebbe sconfitti. Aliberti non è poeta-cantore sconfitto, ma poeta in positivo. La Sicilia è il suo grande amore, e la morte fa parte della vita. L’uomo di Aliberti, infatti, non perde la fiducia. L’uomo di Aliberti è combattivo, mentre il poeta-cantore sa trovare una parola di conforto e di incitamento. L’universalità emozionale ed umana di Aliberti si trasforma quindi in sicilianità. La parola umana conquista e si fa materia di canto. Il Relativo coincide con l’Assoluto, la Certezza con l’Incertezza. Il tema della Sicilia viene ancora una volta ripreso in due liriche-poemetti davvero significativi: Aiamotomea e Nei luoghi del tempo. Qui Aliberti parte da presupposti autobiografici, come molti poeti, per giungere alla metafora e quindi al simbolo, passando però attraverso la riflessione sulla problematica meridionalista, dal particolare ancora una volta all’universale. Aiamotomea ha una sua struttura interna complessa, in cui appunto luogo della memoria e luogo ideale si fondono e si intersecano quasi in una equazione concettuale. Ad Aiamea della prima strofa, luogo ideale, corrispondono il Motomea della seconda e la generazione dei ciclopi-zaccaini della terza. Nella prima strofe al luogo ideale si contrappone il luogo della memoria le balze del Peloro, nella seconda il vico Molinella e la Portella della Croce, nella terza Pizzo Sughero, Colla e Salvatesta, oltre che Passo dei Lupi e Volta Ilice. Questo passaggio dall’ideale al reale è perfetto, come bene si evidenzia nella strofe centrale, la quarta, dove il mare, il silenzio e la parola diventano riflessione filosofica e concettuale dell’esistere. Si passa quindi all’idealità più completa, al mito. Il mito non quale entità astratta, ma quale entità che scaturisce da una realtà topografica tradizionale. Aiamotoaiamotomea, espressione che costituisce l’incipit della quinta strofe, perde interamente i suoi connotati realistici per acquisire quelli mitici e ideali. Infatti alla vita e alla morte resiste ogni bava della memoria, mentre compaiono le lastre profumate del Longano, fiume che scorre nei pressi di Castroreale, quasi un groviglio di storie incenerite. Al Longano alcuni studiosi, tra cui l’Arezzo nella sua Corographia Sicula, collegano il mito di Aci e Galatea, e si crede che nei pressi sorgesse una città greca di nome Gala, anch’essa forse mitizzata, presso la quale c’erano delle sorgenti termali. Ma il mito ormai non è più luogo di memoria, esso è mito contingente, che richiama il mondo classico. Ecco perché, come afferma Aliberti, egli ritorna a cercare

            riverberi di cronaca e di mito

e nello sgomento celestino

innalzo questo grido di memorie

al vento della terra Aiamea.

Ma come il mito di Aci e Galatea è un misto di amore e di morte, di odio e di passione, anche il luogo mitico di Aliberti  appare quale luogo

          dove gli avi speranze profanate

irrorarono di vento

nella cruna di vita morte e amore,

dove l’impronta del mio passo incerto

resiste ad ogni bava di memoria.

Galatea diventa quasi la parola che fugge, la ricerca di quiete e di pace, ma il destino degli uomini a volte è crudele

seppellirono nel silenzio delle sere

il soffio della parola innamorata

e la ninfa fuggita dal mare

arsa da furore clandestino

mostrò agli astri le labbra inviolate

nel golfo scintillante del tuo seno.

Il passaggio dal mito alla realtà avviene in un batter d’occhio. Aliberti non cede al sogno. Rapporta ogni azione alla sua esperienza di vita.

            Dal grembo anemico sgorgarono

nel diluvio dei mandorli fioriti

degli anni dilaniati

i sogni per l’isola sommersa

e nella morta stagione del rigurgito

all’esilio soave

si aggiunge un altro esilio

di agonia e di nulla.

Nonostante prospettive e tecniche diverse, ciò che accomuna tutta la produzione meridionale è il sicilianismo come insularità. In Carmelo Aliberti si presenta il concetto di uomo-isola, anzi più propriamente sembra esser appropriato il termine di «isolitudine», termine che, coniato da Gesualdo Bufalino, ingloba, nella condizione dell’intellettuale che vive in Sicilia, l’idea dell’insularità connessa all’essere soli nel mondo. A ciò, però, si aggiunge una tendenza centrifuga, la ricerca di una connessione con il mondo attraverso la memoria. Questa memoria è l’insularità dell’essere. L’insularità del siciliano, costretto ad andare via per fare fortuna. L’esilio diventa allora dolce, soave, ma anche ineluttabile. Il riferimento diventa autobiografico, richiamandosi al soggiorno triestino dell’autore. Ma quest’amore di Aliberti per la Sicilia, viene da chiederci, è sicilianità, sicilitudine, sicilianite, sicilianismo o isolitudine? Il problema diventa a questo punto molto più vasto e complesso. Aliberti è siciliano, ama la sua terra, ne sviscera i contenuti morali ed umani, le tradizioni e i suoi problemi, ma la Sicilia non è per lui attrazione filosofica (sicilitudine), non è per lui pretesto politico (sicilianismo), non è per lui malattia morbosa (sicilianite), ma per lui è pura e semplice sicilianità: amore sincero per tutto ciò che si ama, tendenza che a volte lo spinge all’isolamento (isolitudine). Aliberti non può essere quindi catalogato tra coloro che, come afferma Michele Pirrera nel saggio del 1995, La spola infinita, esagerano e travisano la Sicilia: «Molti intellettuali siciliani hanno per altro contribuito a diffondere quella che chiamasi piuttosto sicilianite, una mania geofolclorica che non solo si compiace di se stessa, ma pretende un capitolo tutto speciale nel libro dei fenomeni contemporanei». Più che di meridionalismo quindi si può parlare di sicilianità, di atto di fede nei confronti della propria terra, in essa c’è uno stato di violenza (e qui sarebbero moltissimi i rimandi letterari), in essa avviene l’incontro-scontro con il mondo, e in via trascendentale, con un Dio, quasi del Nulla, quel nulla negativo, quell’impatto con il reale negativo che sfocia nella consapevole illusione della missione letteraria, testimone dell’apocalisse in atto.

La dialettica della poesia di Aliberti, infatti, risiede tra la negatività del contemporaneo storico e la speranza (via via sempre più flebile) di un mondo diverso. Il pessimismo descrittivo, a cui approda la sua opera, sostiene una linea ben marcata della letteratura siciliana, ma con un’ostentata ricchezza d’immagini si può cogliere anche il simbolo, il mito, quel luogo tanto caro al poeta (la terra natia, la Sicilia), che si avvicina alla mitizzazione della terra stessa, mitizzazione in positivo o in negativo, ma pur sempre fonte di mito. In tal senso sembra rivivere nelle parole di Carmelo Aliberti la fusione delle tre categorie espressive di Américo Castro: abbiamo nella sicilianità del poeta la descrittibilità dello spazio vitale, antro originario, cui si affiancano sia la suggestiva eventografia sia l’assimilata negatività del processo storico. Per la categoria dell’evento (che potrebbe essere imputabile) in tutto il percorso poetico, è possibile ricordare i rimandi (anche nelle opere precedenti al Pianto del poeta) a brevi scorci sociali, eventi appunto che si estrinsecano nelle citazioni di luoghi vicini al poeta.

Ma il canto del Nostro non è afflitto da desolato e solitario intimismo, né dalla presunzione di ravvisarsi «nel ‘disimpegno’ e nell’evasione», secondo l’espressione di Renato Barilli. La sicilianità, il meridionalismo, la mediterraneità, l’isolitudine dell’opera alibertiana risiede nella contingenza di spirito e di materia con la propria terra. E la sua liricità mediterranea acuisce la nostalgia delle sottili note poetiche di un altro grandissimo siciliano: Salvatore Quasimodo. La lirica meridionale negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta ha smarrito il proprio fine, il proprio dettato, la propria essenza peculiare. In opposizione al neoavanguardismo (non a caso i nomi di questo movimento sono quasi tutti settentrionali) il poeta ha perso la propria coscienza relegandosi nel vittimismo, insoddisfatto dalla condizione economica, sociale, culturale della propria terra. E nonostante la grande fuga di intellettuali, essi, uno per uno, hanno vissuto, e vivono tutt’ora, nell’ossimorica condizione esistenziale tra il dramma e la speranza, tra l’umoristico e il compianto. Carmelo Aliberti invece s’inserisce nella privilegiata, e forse ultimamente trascurata, linea poetica che è riuscita ad oltrepassare la neoavanguardia per porsi come guida degli anni a venire. La Sicilia, infatti, non è mai in Aliberti oggetto di affezione morbosa, ma solo un luogo che si vuole far conoscere e si vuole migliorare. Nello stesso tempo è luogo ideale, oggetto di una fitta trama di sentimenti e di emozioni, di risentimenti e di idealità che fanno capo a mille allusioni e ad alcune reticenze. Ecco perché i luoghi reali sono minimi. Aiamoto è una contrada del Comune di Castroreale, in dialetto ariamotu, ma può essere benissimo un luogo immateriale e quindi espressione di universalità. La Sicilia di Aliberti, per dirla in breve, è diversa quindi dalla Sicilia verista di Verga, o favolistico-realistica di Capuana, o psicologico-sociale di Pirandello, o mafioso-criminale di Sciascia, o dalla sottile sfumatura frustrante e immobilista politico-postrisorgimentale di un Tomasi di Lampedusa o di un De Roberto. La Sicilia di Aliberti è un’isola che, pur tra i suoi contrasti, vuole assurgere ad universalità. E la lirica Aiamotomea bene interpreta nei suoi risvolti socio-psicologici, questa realtà. Aiamoto è la terra divina del poeta, è l’alma tellus e l’alma mater. È la terra che, propizia di frutti, appare nutrice di amore e di affetti. Ma a questi affetti si contrappongono i riti millenari della civiltà contadina, di quegli uomini che sanno offrire la loro fronte al sole perché la terra porti frutti, e sanno soffrire e sopportare. Vengono così colti i gesti più umili:

           Peppi Giaurri torturato dal sole

con le bertole ancora riaffiora

dal Paradiso perduto nella valle

alle necropoli dei vivi.

Ed ecco riemergere allora l’infanzia perduta, una lettura disincantata della vita, quasi a proporre squarci di luminosità interiore attraverso gli scogli della sofferenza e del dolore, dei dubbi e delle nostalgie, delle incertezze e delle perplessità, quasi un percorso attraverso la realtà cruda e non illusiva di questi tempi, una ricerca filtrata dal fanciullino che è in noi, che «ha paura del buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra di sognare, ricordando cose non vedute mai» secondo l’espressione pascoliana, ma il paragone può sussistere solo in quanto Aliberti si pone con verginità d’incanto (ma non incantata) e di lettura di fronte all’universo circostante. Quest’incanto è il fascino dei mandorli fioriti, ma pure dell’oro dei fiori, delle felci ramificate e intessute con pazienza certosina, del sole che brilla nel cielo, degli aculei nascosti tra le foglie e i fiori delle ginestre. A tutte queste cose si contrappone l’immagine emblematica dei ciclopi-zaccaini. Ancora una volta il mito si fonde con la realtà. La vita degli umili contadini, dei boscaioli, di coloro che nei secoli bui, quali

            anime passate a sbriciolare

febbri d’anima

nelle occidue sterpaglie del Bosco

si snodano tra passato e presente, tra mito e oggettività. Ancora una volta il mitico ciclope Polifemo si interseca con i luoghi della memoria, con il mito di Aci, con la figura graziosa di Galatea. Quel che Aliberti ci presenta quindi in questa lirica è il contrasto tra il reale e il virtuale, tra l’immaginario e la vita quotidiana, ma soprattutto la lotta di chi mira al progresso sociale ed umano, alla promozione e alla conquista di migliori condizioni di vita, tutto questo avviene attraverso la fede nella sacralità della vita:

            la tua voce mi strazia di morte

la tua voce mi acceca di infinito.

La poesia di Carmelo Aliberti, come possiamo notare, agisce lontano dai centri di potere delle grosse case editrici, in maniera disinteressata, in una terra periferica e decentrata, ma non per questo di minore importanza, dimostrando come la periferia possa anche diventare centro e luogo di incontri culturali e di movimenti di pensiero, e come nella provincialità si possa superare il provincialismo. E sono proprio i temi della poesia alibertiana a far superare questo scoglio. In Aliberti, infatti, appare la convergenza di alcuni fattori principali, quali un’ispirazione autentica e tormentata, la presenza della nostra Sicilia tra tempo della memoria e crudeltà della storia, dimensione mitica e funzione simbolica, fattori che si esemplificano in una critica impietosa della mitizzazione dell’effimero nella società del benessere attraverso la denuncia di certi assunti ideologici, il ricorso al mito e alla leggenda, la requisitoria dei meandri del potere, e soprattutto attraverso la presa di coscienza della svalorizzazione continua del ruolo del poeta, che, perdendo la condizione di Vate o di Saggio, oggi è una voce fra tante, e forse la meno ascoltata, è un semplice cantore. La società contemporanea, infatti, rischia di dissolvere la figura del poeta e nello stesso tempo la poesia, credendola espressione anacronistica e inadeguata a trasmettere al mondo contemporaneo messaggi-emozioni. Nasce così la strumentalizzazione e la mercificazione della poesia da parte dei mass-media riducendola nel migliore dei casi a spettacolo effimero. «Il postmoderno è emblema di una crisi latente, perché la società moderna, esaurite tutte le linfe vitali, resta priva di creatività e di prospettive, ed è quindi una società della crisi. Gli aspetti del suo sapere sono i meccanismi dei mezzi di comunicazione di massa, le mode letterarie, l’interscambio di codici linguistici diversificati, il concetto di ‘libro’ come riciclaggio di altri testi, l’informatica e la telematica, il crollo di ogni spirito avanguardistico».In questo senso la poesia di Aliberti si presenta spesso quale poesia civile ed impegnata, con la capacità di sferzare i perenni mali dell’uomo e l’arroganza del potere, delle ingiuste carriere, delle perversioni delle mode e dei mercati. Egli prospetta un’umanità ben collocata nel suo contesto sociale e naturale, per raggiungere una delle finalità inalienabili degli uomini: la felicità. Questo spirito dialettico tra la spirale dell’effimero e il vagheggiamento di un sogno di innocenza è il tema essenziale di una delle opere che stanno all’apice della produzione poetica di Aliberti, Caro dolce poeta, poemetto che ripercorre circa quarant’anni di storia, di passioni, di emozioni e di conquiste dagli anni della seconda guerra mondiale e della Resistenza agli anni Ottanta. Qui viene messa in atto un’indagine sociale ed introspettiva, attraverso cui il poeta può approdare a “sogni di libertà e d’amore”. E questo sogno di libertà e d’amore è espresso soprattutto in una delle ultime liriche, Il pianto del poeta, dove ancora una volta appare la sicilianità di Aliberti, che mette il dito sulla piaga degli eterni problemi del Meridione: lo sfruttamento, l’abbandono, ma soprattutto la demagogia, il clientelismo, l’assistenzialismo che lo hanno fatto affossare. Ha fatto comodo ai governanti, accontentare il meridionale, spingerlo ad emigrare, ma lasciandolo nei suoi atavici problemi. È come l’animale addestrato che dopo aver fatto il suo esercizio viene accontentato dall’addestratore con la caramella. Allora al poeta-cantore non resta altro che piangere, ma non è un pianto romantico e commiserativo, è un pianto virile, una sofferenza che scaturisce dal cuore, un desiderio di lotta e di evoluzione sociale, che parte dal luogo minimo: Bafia, Castroreale, il Tirreno, i luoghi anonimi circostanti:

A Bafia in trincea volgo gli occhi,

allagati dai concerti dell’estate,

verso i campi radi di alberi e declivi

di questo tempo privo di fusi e di arcolai

avido di smagliare le afflizioni,

nei dolci fiati dell’adolescenza.

Attraverso la memoria, o meglio attraverso il confronto tra passato e presente, qui si cerca di travalicare la mistificazione ideologica. Per Aliberti il miglior modo per dare luce alla Sicilia è appunto fare un’analisi dettagliata dell’idea di Sicilia. Ma che cos’è la Sicilia per il siciliano? Che cos’è la Sicilia per Aliberti? Emblematico in tal senso è il volume di Sebastiano Aglianò, apparso nel 1945 e dal titolo Che cos’è questa Sicilia?, il quale scrive: «Non vorrei istituire qui un rapporto di causa ed effetto tra il paesaggio e la psiche dominante dell’isola: sarebbe un assurdo. Ma è impossibile pensare ai siciliani senza vedere per riflesso l’aria mediterranea che li avvolge, la sagoma dei fichi d’india e delle piante tropicali, senza sentire quasi il profumo delle zagare che d’estate addormentano i sensi in un nirvana senza risvegli». E per Aliberti:

qui si continua con i traffici più immondi

ad irrigare di gloria e di avere

il regno dell’anarchia e del potere,

qui con la ferocia delle belve

si continua a lapidare il Giusto

e si rèlega l’uomo di colore

nel ghetto dei bambini e dei poeti.

Ed Aliberti è vicino al dolore della sua gente, cerca di comprendere la sua tristezza, mettendoci in guardia però da un meridionalismo enfatizzato, dalle inflessioni puramente ideologiche, filosofiche e non sociali, quasi un sicilianismo amorfo e sterile. Da questo bisogna guardarsi, soprattutto se per «sicilianismo vogliamo intendere quell’ideologia sostanzialmente apologetica e autocelebrativa che ha caratterizzato la storia della cultura isolana dopo l’Unità, manifestandosi soprattutto nell’accusa allo Stato di aver ridotto la Sicilia alla stregua di una colonia piemontese» scrive Massimo Onofri. E tutto questo dice Aliberti nel Pianto del Poeta, in cui ideologia ed ideale, umanità e socialità si fondono con l’arte del poetare. L’autore attraverso l’arte forbita della parola vuole comunicare con gli uomini. In questo senso Il pianto del Poeta è un capolavoro compositivo, credo il più riuscito di Aliberti, insieme ad Aiamatomea, per l’impostazione generale e retorica che alla lirica, o meglio poemetto, viene data. In essa, infatti, appare una struttura complessa e una rete di immagini, che ancora una volta partono dal particolare per giungere all’universale. Nella prima strofe appare una realtà locale, attraverso una toponomastica precisa e puntuale: il mondo che circonda il poeta. È la Recanati del Leopardi, sono i Colli Euganei di Foscolo, è la Firenze di Dante, ma è la Milano di Manzoni o la Acitrezza di Verga. Qui è Bafia il luogo di partenza, è la trincea in cui si combatte, in cui si lotta. Il tono della poesia che corre tra l’elegiaco e il lirico, è intriso da un contrasto tonale di assenza-presenza, di creato-increato, di assoluto-relativo, di certezza-incertezza. La prima strofe è il preambolo, è l’avvio dall’atmosfera tipicamente siciliana, ma che sa astrarsi dalla contingenza per la capacità di palesare un contrasto generazionale, una tristezza epocale, un sadismo politico che poi ricade sull’uomo. Carmelo Aliberti, infatti, è un poeta che ricerca nelle sue occasioni poetiche l’essenzialità della parola e la molteplicità della cosa. Atteggiamenti, questi, che possono ricordare la differenziazione di uno ‘stile di cose’ che perpetua la linea meridionalistica della poesia alibertiana. Il legame con la propria terra dunque è pregnante: egli, il poeta della crisi, concorre ad offrirci un’immagine della nostra regione non scontata, non convenzionale, fatta di richiami sottili e tenaci, fatta di sentimento che è la diretta confidenza con la parola, e quindi con il lettore, affiancata alla visionarietà del dettato. Chiaramente per Carmelo Aliberti non si può parlare di sicilitudine e neppure di sicilianismo: dato che il primo presuppone una condizione astrattiva in cui, nonostante si possa fuggire dall’isola, non si può sfuggire alla sua influenza, il secondo, nella felice definizione di Giuseppe Zagarrio, «comprende studi e studiosi di lingua siciliana e dialetto», dunque ha un carattere più scientifico. In Carmelo Aliberti rivive però quella sicilianità, o meglio quella isolitudine, cui lo stesso Luigi Pirandello faceva cenno nel discorso che tenne a Catania nel 1920 in occasione dell’ottantesimo compleanno di Giovanni Verga e che riprese, quasi con le stesse parole, il 3 dicembre 1931 nel suo Discorso alla Reale Accademia d’Italia, tenuto per la celebrazione del cinquantesimo anniversario della pubblicazione de I Malavoglia. In esso, parlando dei siciliani e facendo riferimento alla sicilianità di Verga, afferma che «tutti in Sicilia in fondo sono tristi, perché hanno quasi tutti un senso tragico della vita ed anche una quasi istintiva paura di essa oltre quel breve ambito del covo, ove si senton sicuri e si tengono appartati, per cui son tratti a contentarsi del poco, purché dia loro sicurezza. Avvertono con diffidenza il contrasto tra il loro animo chiuso e la natura intorno, aperta, chiara al sole, e più si chiudono in sé perché di quest’aperto, che da ogni parte è il mare che li isola, cioè li taglia fuori e li fa soli, diffidano, e ognuno è e si fa isola a sé, e da sé si gode, ma appena, se l’ha, la sua gioia, da sé taciturno e senza conforti, si soffre il.suo.dolore.spesso.disperato. Ma ci son di quelli che evadono; di quelli che passano non solo materialmente il mare, ma che, bravando quell’istintiva paura, si tolgono, o credono, da quel loro poco e profondo che li fa isole a sé…». Il siciliano di Pirandello, contrapposto e diviso, è per Aliberti il siciliano dei sogni e delle speranze, del desiderio e della quotidianità, delle piccole cose che permettono di continuare a vivere. Ma una certa insicurezza nasce dalla tendenza all’isolamento che, nota Sciascia, tende alla presunzione di perfezione (concetto che nella linea meridionalistica assume talora l’accezione di normalità). Da questa stessa condizione esistenziale, che grava tra eros e thanatos (non in senso freudiano), nasce la dimensione insoddisfatta, problematica, che caratterizza la produzione di Aliberti e di gran parte dei letterati siciliani dell’ultimo ventennio. Dunque il meridionalismo del Nostro vive in un ripiegamento interiore, una discesa nella memoria personale e collettiva che si ricolleghi al proprio dolore e alla propria indignazione, che diventano coscienza del mondo, coscienza universale. Questa condizione è metafora della Sicilia, come la Sicilia (e qui riprendiamo Sciascia) è metafora del mondo. Alla fine è un sogno, intriso di sensazioni e sentimenti, direttamente legati ai miti mediterranei. Il fatalismo, la diffidenza, il sofisma sono concetti tanto lontani quanto una passionalità fatta di conquiste reali e.di.analisi.socio-poetiche.fattive.e.fattibili. È vero, la società siciliana, come ogni società è diffidente, sospettosa, apprensiva. C’è quel desiderio di evadere. Ma alla fine si scopre che la vera evasione non è l’allontanarsi dall’isola, ma restarci per combattervi e combattere le storture, senza acrimonie o finti paternalismi. L’abbandono dell’isola è la conquista dell’Isola. Anche la scrittura di Carmelo Aliberti fonda le proprie radici nell’humus mediterraneo, che ha risultati linguistici inequivocabili, intrisi di passionalità e colori che «espliciti o rarefatti, aleggiano tra le righe di una scrittura che sembra scorrere su maggiori spazi fisici e su maggiori volumetrie» secondo l’espressione di Nicola Romano.  È presente dunque una fruizione luministica, una solarità d’espressione che ossimoricamente si unisce alla malinconia della propria insularità. Si tratta di una mediterraneità che, in linea con i grandi poeti, esce al di fuori dei confini regionali, un po’ quello che è avvenuto e avviene tutt’oggi per autori in lingua come Quasimodo, Piccolo, Cattafi, Angelo Maria Ripellino o in dialetto come Santo Calì, Mario Grasso e Vann’Antò. L’esperienza triestina di Aliberti alimenta questo desiderio di conoscenza della propria terra. Gliela fanno scoprire, al suo ritorno, nuova e diversa, egli stesso la riscopre integra dentro di sé, e sente di poterla raccontare così com’è, non come l’aveva immaginata. Nasce così una ontologia negativa,espressa attraverso un linguaggio anaforico.Egli scrive ne

Il Pianto del Poeta:

Non vedo più

le soavi ombre dei cari

trapassate nel silenzio

ad aspro esilio…

Non vedo più i fazzoletti bianchi

in testa alle colombe di mia madre

sventolare sonore…

 Non vedo più

il fratello porgere al fratello

il torsolo di mela

sottratto ai vermi della pattumiera

e all’arsura.

Qui la ripetizione anaforica assume anche un valore simbolico. Il tre è perfezione classica e teologica. Anche il numero delle strofe riporta al tre. Queste, infatti, sono nove, più una di introduzione.

Il richiamo alla Commedia dantesca è chiaro: tre cantiche con 33 canti per ciascuna, e un canto introduttivo. Qui tre triadi di strofe, più una introduttiva. Ed è sulle nove strofe (nove multiplo di tre) che ci si deve soffermare. Nelle prime tre l’iterazione è in negativo, un incipit solenne ed incisivo. Una ontologia negativa, non vedo più, che viene ripresa nella terza delle tre strofe (la quarta della lirica) con una iterazione concettuale (al verso 29, poi al verso 31 e infine al verso 34). L’assenza non è quindi più esteriore o apicale, ma pure interna, e soprattutto mitica, in quanto il non vedo si riflette su «le perle canore del mio Titiro». E Titiro è il mitico pastore che sa cantare canzoni d’amore alla sua amata ninfa, che sa cantare la sua terra, che vede la negatività dell’esistere, e pure l’essenzialità dell’essere.

            Fortunato vecchio, qui tra noti fiumi

e sacre fonti godrai una frescura ombrosa:

da un lato la siepe sul vicino confine di sempre…

spesso con lieve sussurro ti concilierà il sonno;

dall’altro ai piedi di un’alta rupe canterà all’aria

il potatore; ma frattanto le roche colombe, tua cura,

e la tortora non cesseranno di gemere dall’alto dell’olmo.

La quinta, la sesta e la settima strofe del Pianto del poeta riprendono l’anafora delle prime tre, anafora che passa dall’assenza al desiderio, alla volitività. L’uomo Aliberti vuole, è suo desiderio dire, parlare, comunicare. E sono tante le cose che il poeta vuole dire:

             E vorrei dire dei recessi del maniero,

sospesi tra le grotte di Torace

e le latomie di Carbone

dove l’ulivo greco

si contorce sulla bocca di una giara.

E vorrei dire

di Artemisia, dei muschi, delle zagare…

Vorrei dire di Via d’Amelio e di Capaci,

dei naziskin, di Mogadiscio e Sarajevo…

Dall’ontologia dell’assenza ora il poeta prende coscienza del passaggio da una società contadina e patriarcale ad una società

nuova che, se da una parte diventa mito, dall’altra mette in secondo piano i vecchi valori. Nuovi valori o pseudovalori prendono il sopravvento, mentre risuonano alla mente odori antichi: i muschi, le zagare, la calia e il castrato. Ma ecco proprio lì all’angolo la realtà sconvolge il mito (Artemisia, Eolo), perché si fanno impellenti le immagini raccapriccianti di Via d’Amelio, la strage di Capaci, Mogadiscio, il Vietnam e Sarajevo, la corruzione e il male. L’input di cantare il male è apotropaico. Il desiderio quindi si trasforma in realtà, la realtà siciliana, ma soprattutto la realtà internazionale. Ancora una volta dal particolare si giunge all’universale,da Auscwitz, a Hiroshima e Nakasaki dalla strage di Via D’Amelio si giunge a Sarajevo o in Vietnam, la Sicilia dei baroni di ieri e di oggi diviene metafora del mondo.

            Non sono più le orge verbali che contano,

ma le parole sono asettiche vernici

spalmate sul delirio quotidiano.

Al poeta-cantore non resta quindi che urlare, urlare il suo dolore e la sua rabbia universale, oggi, qui, ora. Il passato si annulla nel presente, la storia non cambia. La sofferenza umana è condizione  perenne dell’uomo, non solo del siciliano. La Sicilia si annulla

nella Milano e nella Roma di oggi, dove «non c’è più eroe pronto ad uccidersi». Le ultime tre strofe del Pianto del poeta sembrano sfuggire alla struttura anaforica precedente. Se l’anafora è scomparsa, gli avverbi iniziali restano pur sempre in posizione enfatica, iterando il tempo presente: oggi, qui, ora. Il poeta è poeta per sempre e deve cantare, deve capire, deve parlare, deve esporre il male del mondo, farlo conoscere agli altri, non quale male di vivere, ma quale male da scacciare. Il percorso da Bafia a Milano, dal microcosmo al macrocosmo, è completo.  L’Eli Lema Sabactani è il dolore e il pianto universale. Il poeta non ama commiserare se stesso o gli altri o la sua terra, vuole far conoscere al mondo la violenza, vuole arginare il male, come condizione negativa, non come romanticismo ideologico. Il poeta non vuole salvare né vuole illuminare. Vuole solo confrontarsi con gli altri. Ecco perché, come afferma Francesco Puccio nel suo saggio, «i toni si fanno severi e contenuti: è il passaggio dall’elegia e dall’urlo espressionistico alla virile fermezza di chi persiste in una volontà etica dura a morire».  E qui nasce, da un meridionalismo non amorfo, la figura del poeta e la sua funzionalità, che per la società ha perso ogni valore, ma che per Aliberti continua ad avere un significato etico e morale. «L’anima del poeta, e con sé l’anima del mondo, attingendo alle fonti dell’infanzia, fra smaterializzazione e rarefazione, potrà recuperare il sogno di un’innocenza primordiale ed attendere, con sacrificio e volitività, l’alba della resurrezione non come conquista perenne ma come un momento di luce fra le tenebre striscianti, nell’eterno, drammatico ed innocente divenire della storia».  Secondo Aliberti, insomma, il poeta è colui che sa esprimere il sentimento dell’umanità, che appare quale sperduta monade in un universo privo di finalità teleologiche ed escatologiche, e al quale non è dato trovare alcuna verità, né

immanente né trascendente. Ma l’uomo Aliberti, pur nel suo tormento, non perde la fiducia in se stesso, non si rinchiude in uno status impenetrabile, non perde la sua combattività, anzi al contrario cerca la comunicatività. In questa analisi del macrocosmo-microcosmo umano alibertiano, in questo universo apocalittico e planetario, l’uomo, come l’Urlo di Munch, grida la sua rabbia e la sua disperazione, anche nel rapporto biunivoco con la divinità, quel Dio del Nulla, che non è emblema dell’appartenenza e della rivelazione, bensì cardine vitale per miseri e afflitti nel tentativo del recupero della speranza. Ecco perché al Caro dolce poeta si bilancia il più recente Pianto del poeta: al poeta che canta, cigno dei pensieri e delle aspirazioni, si sostituisce il poeta che piange le miserie umane, che sono le miserie del suo Meridione e della sua Sicilia. La Sicilia bistrattata, ma di cui si propone un miglioramento sociale, un’isola che da terra desolata si trasforma in metafora della desolazione interiore, e punto propulsivo per spingere il poeta a penetrare negli aggrovigliati meandri umani, nei tormentati sentieri di un “Io” nascosto e subdolo, ma in perenne lotta con se stesso, un “Io” che si nega e si afferma in continuazione, senza pietà, un “Io” che, mentre discende agli inferi, assapora la freschezza e la sublimità dell’azzurro cielo. Tutto questo il poeta esprime attraverso una poesia funzionale ed equilibrata, che si serve di una vasta gamma di figure retoriche, di immagini delicate e di un linguaggio chiaro ed incisivo, che al momento opportuno sa essere emblematico. Questo linguaggio non mira che ad un solo obiettivo: la libertà interiore ed esteriore dell’uomo. Si tratta della ricerca della libertà dell’anima, ma soprattutto della libertà dal peso schiacciante della storia che condiziona e limita, in una realtà che è quella meridionale o siciliana in particolare, tematica che compare già nella silloge di poesie C’è una terra del 1972. In essa vi si scopre il dolore del Sud, attraverso una ribellione interiore. Si tratta della Sicilia del dopoguerra, in cui la fame e la miseria la fanno da padrona. La gente è costretta ad emigrare. Era quello il tempo del terremoto del Belice, di un’umanità ferita e lasciata in abbandono, la speranza di un risanamento sociale ed economico era solo un’utopia. Ecco perché sembrano allora non restare che due vie: o l’emigrazione o l’immobilismo. Molti hanno scelto la prima, altri la seconda. Ma esiste una terza via, è la via che Aliberti propone e fa sua: la lotta, il combattere il male del mondo attraverso una libertà dell’anima, che sa soddisfare le interiori aspirazioni, qui, oggi ora. In questo contesto meridionale e meridionalista, Aliberti, intellettuale di provincia, ma per nulla provinciale, cerca di trovare la sua soluzione, cerca di definire il compito del poeta nella società moderna, quasi «strumento sperimentale per descrivere le condizioni e le istanze (gli urli) dell’uomo nuovo e vecchio del suo Sud» per parafrasare un’espressione di Teodoro Giùttari. Il poeta cerca di porre in contrapposizione il paesaggio interiore con il paesaggio geografico, passando dal dolore fisico a quello metafisico. Il tempo mitico e il tempo storico, benché contrastanti e diversi, si fondono quasi in un’unica essenzialità. Ogni illusione cade di fronte alla realtà. L’uomo interiore si svuota, ma non finisce in una bolla di sapone, la lotta continua. Se questa è la poesia di Aliberti, se questa è la sua visione del Meridione e del meridionale, essa ha anche un presupposto teoretico, benché il poeta sia cosciente dell’inadeguatezza della parola. «La parola poetica sublime e mistica resta quella del silenzio, quando il poeta vive il sentimento allo stato puro, come anelito, come percezione assolutizzante dell’essere e del vivere, che come tale sfugge ad ogni tentativo di essere ingabbiata nei limiti restrittivi del significante». Questi presupporti teoretici vengono enunciati dalla Carta 94 – Poesia del Duemila, un documento che Carmelo Aliberti ha firmato e sottoscritto insieme ad altri autori nel 1994 e che pone, come principio fondamentale della creatività, l’uomo con la sua coscienza critica, con le sue responsabilità e la sua tendenza all’educazione al dubbio e al recupero della Ragione, affinché «ogni tempo resti sempre il tempo dell’uomo». E così nella poesia di Aliberti, l’uomo diventa ed è, per restarci, tempo e misura di tutte le cose.                              (A. M.)

                                               CARMELO ALIBERTI

Il pianto del poeta

Al balcone dopo il tramonto sopra il mare

nell’oasi beata della Torre

tra lo squillare dei suoni e dei colori

che affollano a pelo

gli smalti azzurri dei laghi

nella cornice viola sul Tirreno

a Bafia in trincea volgo gli occhi,

allagati dai concerti dell’estate,

verso i campi radi di alberi e declivi

di questo tempo privo di fusi e di arcolai

avido di smagliare le afflizioni,

nei dolci fiati dell’adolescenza.

Non vedo più

le soavi ombre dei cari

trapassate nel silenzio

ed altro aspro esilio.

Non vedo più i fazzoletti bianchi

in testa alle colombe di mia madre

sventolare sonore

sull’orlo dei mattini trasparenti

dentro le strade versi e d’oro

che si impennavano verso il promontorio

del cielo, rigogliose

di vasche piumate e di basilico.

Non vedo più

il fratello porgere al fratello

il torsolo di mela

sottratto ai vermi della pattumiera

e all’arsura; non vedo più

il pane caldo della comare

fare le capriole nella mia stanza;

non vedo più sulla cresta della pisside

brillare le perle canore del mio Titiro,

non vedo più, non vedo…

E vorrei dire dei recessi del Maniero,

sospesi tra le grotte di Torace

e le latomie di Carbone

dove l’ulivo greco

si contorce sulla bocca di una giara

risucchiata da Eolo a spirale

nel cratere dell’Acropoli di Atene.

E vorrei dire

di Artemisia, dei muschi, delle zagare

e le sagre di Pietro Pallio e di Crizzina,

degli spiedi sfrigolanti dentro la Conca d’oro

di càlia e di castrato.

Vorrei dire di Via d’Amelio e di Capaci

dei naziskin, di Mogadiscio e Sarajevo,

dei mille Vietnam che esplodono

nella tangentopoli di casa e nel deserto,

vorrei dire, vorrei dire, vorrei dire

per poter scorgere nei flutti del Longano

la verità dentro orge verbali e il paradosso,

ma le parole sono asettiche vernici

spalmate sul delirio quotidiano.

Oggi non mi resta che urlare

il pianto del poeta

per questa Milano saccheggiata,

per questa Urbe flagellata dal voto di scambio

per questo teatro di violenza e di guerra

dove scorrazzano nuovi barbari e califfi

che risommergono d’aceto

l’“Eli Lema Sabactani”,

che hanno imbrattato la civiltà di un popolo,

che hanno cancellato voce memoria e tutto.

Qui si continua con i traffici più immondi

ad irrigare di gloria e di avere

il regno dell’anarchia e del potere,

qui con la ferocia delle belve

si continua a lapidare il Giusto

e si relega l’uomo di colore

nel ghetto dei bambini e dei poeti,

qui, nel proscenio di rovine,

con la droga si incendiano

i sensi incantati di una generazione,

qui nel paradiso del sadismo politico,

si svendono merci, cuore ed intelligenza,

la pietà muore senza mirra ed oro

e per la libertà e per l’amore

delle nuove pecore sgozzate

in ogni angolo dall’alba al tramonto,

non c’è più eroe pronto ad uccidersi.

Ora non chiedermi vibrazioni di luce

su questo pianeta violentato

dove nel quotidiano mercato della vita

si consuma la fiamma di odio-amore.

Io nel volo dei gabbiani

Aspetterò il risveglio delle cose

tra i miraggi degli stupori mattutini

e su sindoni di pietra

berrò le perle colorate dell’infanzia

in attesa che dentro la nuda anima

risorga l’alba, l’azzurra alba di Dio.

Guida alla comprensione del testo

La prima parte della lirica (vv. 1-34) si contraddistingue per il sentimento dell’assenza e della mancanza, con il quale il poeta prende coscienza della transizione da una società patriarcale e tradizionale a quella contemporanea, privata degli antichi valori. Dopo un arioso ingresso nel mito greco-siculo ed in una natura pura ed incontaminata (vv. 35-46), segue l’amara requisitoria dei mali del tempo, dai delitti di origine mafiosa (v. 47 Via d’Amelio… Capaci) alle tante guerre che onnubilano la terra (v. 49 mille Vietnam), dalla retorica delle parole (v. 59 Urbe flagellata dal voto di scambio), dallo svuotarsi del messaggio cristiano (vv. 62-63 risommergono d’aceto / l’“Eli Lema Sabactani) al dilagare del male e delle ingiustizie (vv. 66-82).  Ma nella parte finale (vv. 83-93), svuotata la figura del poeta di ogni copertura salvifica ed illuminatrice (v. 83 non chiedermi vibrazioni di luce), l’elegia si trasforma in inno, la rabbia in speranza. Ritornano le immagini delicate degli uccelli (prima le “colombe” al v. 18, ora i gabbiani, al v. 87) e l’attesa di un risveglio mattutino. L’anima del poeta, e con sé l’anima del mondo, attingendo alle fonti dell’infanzia, potrà recuperare il sogno di un’innocenza primordiale ed attendere, con sacrificio e volitività, l’alba della resurrezione, vista non come una conquista perenne, ma come un momento di luce fra le tenebre striscianti, nell’eterno, drammatico ed incessante divenire della storia.

Linguaggio letterario

La poesia è suddivisa in dieci strofe di versi liberi. L’avvio è descrittivo del paesaggio nel contempo però introduce un’atmosfera sospesa e di attesa, soprattutto nell’immagine del “tempo privo di fusi e di arcolai” (v. 10), metafora di un tempo dissacrato, che sfocia nell’idea della caduta e della mancanza, presente nella seconda, terza e quarta strofa, suggellate dalla martellante anafora di “Non vedo” (vv. 13, 17, 25, 29, 32).  La dissacrazione del tempo e della storia persiste nelle strofe centrali, ove i toni si infiammano e si fanno incandescenti. Il dolore si fonde con la rabbia. Non c’è più posto per le parole sussurrate o per la voce singhiozzante: il pianto deve essere urlato a squarciagola perché possa estendersi all’immenso “teatro di violenza e di guerra” (v. 60), sul filo di un “qui” (vv. 66, 69, 73, 76) anaforico ed ossessivo, fra urgenza paratattica e personificazioni (v. 78 la pietà muore senza mirra ed oro).

Nella strofa finale i toni si fanno severi e contenuti: è il passaggio dall’elegia e dall’urlo espressionistico alla virile fermezza di chi persiste in una volontà etica dura a morire. Le immagini diventano lievi ed aeree (v. 87 volo dei gabbiani; v. 89 stupori mattutini), si caricano dei simbolismi dell’attesa e della rinascita (v. 88 aspetterò il risveglio delle cose), si animano di significati sacrali (v. 90 sindoni), recuperano.il.tempo.mitico.dell’infanzia.(v. 91 berrò le perle colorate dell’infanzia), si sciolgono nell’attesa di un’alba celeste e purificatoria che possa illuminare il nuovo cammino di un’umanità redenta (vv. 92-93)

in attesa che dentro la nuda anima 

risorga l’alba, l’azzurra alba di Dio).

                               IL  PIANTO  DEL  POETA               

Antologia poetica e Poemetto  in italiano,tradotto in spagnolo dallo scrittore, poeta e giornalista letterario GABRIEL  IMPAGLIONE ,Presidente e Direttore della Rivista Mondiale dei poeti dell’Unesco,ISLA NIGRA. Lettera a Carmelo Aliberti,in omaggio dei suoi 50 anni d’amore per la poesia.

                                  di    Gabriel  Impaglione

Ti ho letto per prima volta, in diverse poesie sparse, negli anni 80, in Argentina, grazie al poeta e traduttore Antonio Aliberti, nato a Barcellona Pozzo di Gotto e trasferito a Buenos Aires negli anni 40. Subito incorporai nella mia piccola lista dei Poeti Italiani, accanto a Quasimodo, Pavese, Montale, Luzi, Cattafi, Gatto, il nome tuo. Trovavo nella tua poesia lo sguardo profondo

di chi andava su questo mondo verso le nuove domande, trovavo il mistero che resta sulle parole del poema come sulle corde della chitarra restano le carezze delle dita del buon musicista, quei rumori di segreto lavoro, respiro dell’uomo sui territori del tempo.

Penso che la tua opera non ritorni alle radici della grande lirica. La tua poesia è radice e fiore di grande lirismo. Meraviglia il suo profondo umanesimo. Il dolore del mondo è il dolore del poeta, la densa nebbia che ci circonda e affoga soltanto potrà sfidarsi con queste fiamme. Con questa poesia che è poesia dell’oggi e qui, ma con memoria, e pura vocazione costruttrice di futuro. Faro poetico. Direi Poeta del suo tempo, consapevole di essere nel mondo (complesso, feroce), che ci dona una voce universale fatta anche dalla ricca identità siciliana. Come far ritornare il lirismo alla nostra società, come stabilire sogni, fratellanze, impegni come pane caldo?

Carmelo, sono tempi bui. Cosi lontani dalla poesia e cosi bisognosi di poesia. Dimmi: Quando è andata via la poesia dalla poesia? Quando l’etica, la verità, la bellezza con piede nell’esilio lasciarono il vuoto alle paroline incolonnate per pura autocelebrazione, vanità pressa per talento nei talk show della cultura del nuovo secolo. (“… inquietati da un solo pensiero -/ ballo con eleganza?- Majakovski). Come dare avviso ai vicini che l’alba già è fiorita e possono cominciare i lavori del giorno? Mestiere di passeri e galli, il dare avviso dell’alba.

Ma vediamo i nostri paesi fermi nell’attesa (inconsapevole), i nostri vicini credendo oscuro quello che rivela le sue forme con chiarezza.

C’è tanto da fare … e c’è tanta solitudine circondata da schermi, luci, brillii, offerte, missili!

Carmelo, mi dicesti giorni fa: “la forza della poesia ci sostiene nella resistenza all’assedio di ogni male e ci regala un indescrivibile innalzamento spirituale che ci da gioia e ci innalza dalle brutture del Male e del mondo”. 

E ti risposi: Incontrarci in piena resistenza non fa altro che darci ancora più forze. Sapere che siamo un pazzo pugno di “soli” non sta male, davanti alla certezza di tanto vuoto individualista, e ancora più, credo, convinto, che questo sia l’energia essenziale che ci salva la vita.

Trionferà l’amore. Lo sappiamo. La poesia è amore. Non durerà così tanto questa nebbia. Non si può nascondere il sole con un cartello di pubblicità.

E tu, in prima fila, Carmelo, con la tua poesia, ci spiegherai con umiltà – un’altra volta-, le cose essenziali, i nostri i nostri compiti nel nostro tempo

Intervento di Gabriel Impaglione nel 5O’ della attività poetica di Carmelo Aliberti

                      a cura di Monica Bauletti

Nel 50° di Aliberti, Gabriel Impaglione, poeta, giornalista e autore, direttore della rivista mondiale della migliore poesia contemporanea, pubblicata sotto l’egida dell’Unesco, porge omaggio a Carmelo Aliberti con traduzione e pubblicazione in castellano, di 10 poesie del nostro poeta con note esplicative e biografia.

La poesia è la pratolina che sbianca il verde stanco dei prati sul finire dell’inverno mentre va promettendo amore fra il m’ama e non m’ama. È la massima espressione dell’arte, l’essenza creativa qualsiasi ne sia la forma. La poesia accompagna i bimbi dalla nascita con nenie e filastrocche. Le ninne nanne sono rime in musica. I primi successi che ricordiamo son recite di versi, in piedi, sulla sedia per avere qualche altezza in più, vestiti di festa nel giorno della mamma o del papà, seri e impettiti, piccoli attori a raccogliere gli applausi di nonni, amici e parenti. La poesia è l’alba dopo ogni tramonto, la rinascita dalle dolorose ceneri, la speranza, è il sorriso che colma i cuori e illumina i volti mentre l’ultima lacrima diventa rugiada. Di questa poesia ci parlano i poeti, della sofferenza per la speranza perduta e mai perduta. È questo il messaggio che mi arriva dal poeta Gabriel Impaglione. Un poeta culturalmente impegnato a diffondere la poesia nella ricerca di destare gli animi dal torpore mentale prodotto dalla patina di indifferenza che l’egoismo e la smania di potere spalmano sulle buone intenzioni deviando la ricerca della felicità. Tutti protesi oltre la striscia gialla, intenti nello sforzo di fare il passo al di là della linea di cortesia, un po’ spinti un po’ sospesi, con gli occhi puntati sulla vetta dimentichi di guardare chi ci cammina accanto. Gabriel Impaglione sembra aver fatto della diffusione della poesia la sua missione, una missione che mira a cancellare quella patina che copre le anime soffocandone la genuina espressione. In un mondo dove tutti guardano verso le cime i poeti si guardano attorno, osservano chi gli sta accanto e come bambini, in piedi, sulla sedia, scrutano i volti attorno mentre distribuiscono gioie in versi, paghi della commozione che sentono straripare dai cuori di chi li ascolta.

Per adempiere alla sua missione Gabriel Impaglione con la complicità di Tito Alvarado ha dato origine al progetto PALABRA EN EL MUNDO, lettura in simultanea mondiale di poesia, composta da readings organizzati dai poeti interessati, nel loro luogo d’ origine che si svolge in piazze, teatri, pub, centri culturali, scuole, progetto che oggi coinvolge più di 300 città in tutto il mondo. Impaglione si propone di abbattere le barriere linguistiche attraverso la lettura delle poesie quale linguaggio emozionale che viaggia oltre i confini attraverso l’universo.

Con la rivista Isla Negra 12/422 – casa de poesía y literatura (Publicación inscripta en el Directorio Mundial de Revistas Literarias UNESCO) di cui è direttore, Gabriel Impaglione traduce e diffonde le poesie più belle dei poeti che si son impegnati e ancora si impegnano a colorare i prati inariditi dal gelo del nostro tempo come tante pratoline a primavera.

Nell’ultimo numero della rivista Isla Negra Gabriel Inpaglione ha dedicato una sezione alla poesia di Carmelo Aliberti traducendo in castellano dieci sue poesie. Un gradito omaggio che giunge nell’anno del 50° anniversario di attività culturale di Carmelo Aliberti e che si aggiunge ai numerosi omaggi ricevuti dal nostro “caro e dolce poeta” in occasione di questa importante ricorrenza. Omaggio assai gradito che arriva come un eco da oltre oceano da chi con grande umiltà si impegna costantemente in attività culturali a livello mondiale. Scrive Gabriel Impaglione alla nostra redazione:

“La poesia di Carmelo, e la sua opera, meritano ancora tanto di più, mi dispiace di non avere altre armi poetiche per moltiplicare i suoi versi, ma, questa piccolissima azione porta a tanti quella parola di identità e cultura che contiene, e già è un passo. Mi fa felice sapervi in questa strada di resistenza, sotto un tempo di nebbia buia. Un giorno avrà luce sufficiente per aiutare a far strada, per fare del mondo un territorio libero di cupidigia, pieno di poesia.

…” “…quel cammino che intraprendono i “soli” contro vento e mareggiata, lontani dalle maschere di salotto che pendono dalle vetrine come offerta del giorno. Incontrarci in piena resistenza non fa altro che darci ancora più forze. Sapere che siamo un pazzo pugno di “soli” non è male, davanti alla certezza di tanto vuoto individualista, e ancora più, credo, convinto, che questo sia l’energia essenziale che ci salva la vita. Forse perché la certezza di fraternità sia un’altra prova dell’immenso potere dell’amore, luce contro tutto il buio, consapevolezza di mano con mano davanti alla moda della disintegrazione.

Ho sentito un enorme piacere lavorando alle versioni al castigliano delle poesie. Mi sono confrontato con un universo complesso nella sua essenziale/profonda semplicità umana. Una sfida culturale che mi ha portato a cercare, leggere, ricercare -per una parola, per un verso- (che bella la grotta della Fata Morgana!) e anche questo grazie al poeta che da tanti anni ha aperto una strada per la quale vado a tentoni cercando quell’orizzonte irraggiungibile del poema.

..con ammirazione e affetto

Gabriel”

   LA POESIA DI CARMELO ALIBERTI DALL’INFERNO  

TERRESTRE ALL’AVVENTURA METAFICA DELL’ANIMA

Quando ho iniziato a scrivere  queste righe per celebrare la tua poesia, ho ricordato un viaggio in Sicilia, la mia terra ancestrale, insieme a Giovanna Mulas, mia moglie, e ai cari amici Grazia e Francesco, che insieme alla loro figlia Martina ci hanno portato in auto da Sciacca a il centro dell’isola. Il cuore mi batteva con più intensità mentre entravamo nella provincia di Caltanissetta. Non ho distolto lo sguardo dalla strada, volevo stampare ogni angolo del paesaggio, ogni segno, ogni cielo. E in questo vortice di sentimenti la sua spirale mi portò quasi a levitare quando mettemmo piede a Mazzarino, scendemmo dalla macchina e camminammo in paese, chiedendo per Giovanna e Francesco Impaglione, gli amati cugini che appartengono al ramo della famiglia che non emigrò in Argentina all’inizio del ‘900. Quando arrivammo a casa loro tutto era un’emozione che dura ancora oggi. Il paese di mio nonno Giuseppe. La terra della mia famiglia, dove incontro le mie origini. Mi sono fermato a lungo a riprodurre quel viaggio, i paesaggi, i volti, la lingua che è per me come una musica, gli angoli del passato traboccanti di storia. Passato e presente pieno di sforzi e sogni. L’incrocio di così tante culture che ha arricchito sia l’isola che la sua gente. Sappiamo che la poesia, quando è Poesia, è nutrita dalle essenze che vivono nell’essere umano e nel suo ambiente (universale). In larga misura tutto questo – emozioni, identità, memoria – rappresenta la tua opera poetica, il tuo lavoro di poeta e uomo di Cultura. La tua poesia, come il mio primo viaggio in Mazzarino, mi dà emozioni identità memoria. Non avevo bisogno di esercitare il metodo per costruire un pezzo letterario che intende analizzare il tuo lavoro, le sue risonanze in me, i significati dei tuoi versi. Si trattava semplicemente di affrontare i manoscritti e lasciarmi trasportare dai loro vicoli, venti e maree. Semplicemente perché la tua “sicilianità” è amplificata in profondità e rende il tuo canto universale. Basta visitare la Sicilia per capire poi, leggendoti, la ragione delle tue profonde radici in quella terra, nei classici, nei valori fondanti della nostra cultura. E il meglio di ciò che viene dalla mano dell’arte e della filosofia; l’etica come codice incontestabile.

“Ninguno sabe la razón de tu exilio

y cómo mata

prorrogar todas las obligaciones

cuando el triunfo es clientelismo

Pero dentro prevalece el ideal

el empeño político fue amor

a una Isla enlutada (…)”

Non posso spiegare la tristezza e il lutto in una così bella e generosa patria, se non interpretando il fatalismo e la disillusione che ci mostrano – ancora! – il carattere autodistruttivo che occupa l’uomo nella sua cieca ricerca di idoli di argilla e l’accumulo di ciottoli colorati.È così che finisce il mondo? Ponendo fine all’uomo che ha perso la sua criticità, la sua vera dimensione di costruttore?

La lacerazione delle intime corde che vibrano quando dici fratello, davanti alla impotenza e l’orfanità di coloro che vedono come l’abisso sorge sulla nostra società, provoca nei tuoi versi un dolore che dovrebbe essere un avvertimento. Per l’indifferenza e la superficialità prevalente sembrerebbe solo retorica. Per la sensibile coscienza umana è un grido tempestivo che aggiunge la sua attenzione alla voce senza tempo dei poeti che camminano per il mondo con il cuore nelle loro mani. Nel tuo poema mi hai detto: “Un vento stipendiato ti comunica / la fine dei poeti …”. Come va questo vento, fratello? Da dove viene, quando, perché? I grandi alberi lo fermano? I massicci, le vaste estensioni? C’è una possibilità di salvezza nelle pianure o dovremo rifugiarci nelle caverne, dove il pericolo delle sagome disegnate dalla luminosità di una lampada contro un muro può sembrare il mondo? Siamo nella grotta? Siamo noi le ombre? Chi ha inventato quella lampada?

Tempi difficili, Carmelo. La falsa felicità di una bibita o di un telefono portatile nasconde l’impotenza di milioni di persone, nasconde la parabola della morte dei missili e gli spudorati incontri degli attivisti di profitto. Quale diario intitolerà a sei colonne un verso del poeta che avverte o saluta la meraviglia della vita? La poesia non si vende. Non si vende. Né se compra. Non ci sono mercati, né vetrate o slogan accattivanti. E sai,chiunque voglia scrivere poesie e realizzarlo,si allontanerà   da una vita addomesticata e dalla legge della domanda e dell’offerta,della della borsa e del trucco dell’occasione. Cosi dicesti:

“Dal sottosuolo dell’esistenza

tu coi versi ancora incidi

negative nel rotocalco della vita

e attendi il boato di una nuova libertà”.

Nella nostra povertà, la ricchezza dei mondi che ci abitano, brilla come l’aurora boreale, come una goccia di rugiada sul papavero sorpreso dalla luce dell’alba. Se ci permettessero di distribuirla in maniera massiccia, mani in mano, casa per casa!

“Tutto nel buio è dialogo muto”, hai scritto.

Se le rivelazioni illuminassero questo secolo oscuro!

I vicini di questo pianeta convulso chiamerebbero le cose con il loro nome e, proprio come nell’antico sanscrito “vana” che significa “amore” era il nome del “vino”, del seme si direbbe anche amore e amore sarebbero chiamati i pesci , il minerale, ogni verdura, i mestieri e gli strumenti necessari per il progresso umano. Perché non c’è altro modo di pensare al futuro dell’umanità o un’altra ragione più importante per sentire la vita nella sua essenza primordiale.

La sfida non è quella di provocare domani i cambiamenti necessari nella società in modo che tutto contribuisca a un possibile futuro. Dato come stanno le cose nel nostro vicinato, mantenere la resistenza più o meno stabile è un atto eroico. Come se una tempesta pazzesca, assoluta, rigorosa, infinita fosse gettata alla cieca sopra tutte le cose e il compito di trovare riparo

sia limitato a non perdere di vista noi stessi, a stare fianco a fianco sotto un tetto improvvisato con le nostre mani.

Se il governo delle parole costruisse una casa dove tutti noi trovassimo rifugio prima della tempesta! E le stesse parole ci dessero Nord e Sud, pranzo, dignità di lavoro, giustizia e fratellanza planetaria!

Ma nelle nostre foreste le parole sono foglie che il vento prende di manciate e sotto ogni nuovo sole, meno fronda e meno fronda, fino a trasformare quella celebrazione del verde in un campione di scheletri affilati. La maggior parte delle persone appena interpreta una semplice storia su un giornale. Una percentuale minima legge poco più di un libro all’anno. Con poche parole che a volte sono scritte male, molti dei nostri giovani, che crescono senza orizzonti in una giornata grigia e stanca, si esprimono. Italo Calvino scrisse: “La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio”.

Ma quelli che sono d’accordo con Calvino riescono a malapena a gestire le loro vite. Chi diffonde gli anticorpi necessari per affrontare questa piaga che corrode migliaia di anni di evoluzione umana? Noi, forse pochi in relazione a tanti recitatori applauditi nei saloni festivi, amministriamo la nostra povertà in modo tale da risultare ogni tanto il risparmio di un pane da condividere nella strada.

“Se guardi dietro i vetri innaffiati

oltre i cespugli del pantano

larve agonizzano spettrali

che contendono ai topi

cartocci arrugginiti di escrementi

se apri le braccia balza al cuor

Valle del Belice dove

i congiunti sotto le rovine

chiamano un popolo che attende

col tufo sul viso ancora l’alba” hai scritto.

Tradurre la tua poesia in spagnolo è stato un onore e un piacere per me. Ho raccolto, come ho detto all’inizio di questa lettera, le emozioni, l’identità, i ricordi. Anche la bellezza. Nutrienti per rendere il percorso che non seguo da solo, un percorso che prima o poi dovrebbe portare a un orizzonte chiaro. È la nostra sfida per i tutti i nostri figli. Spero, caro fratello, come sai, che questa semplice bandiera etica e amorevole, vada da mano in mano, come in una giornata di festa.

 “Nell’intelletto abraso

transitano messaggi

mentre m’innalzo a stendere

un rigo di luce tra due rive (…)”

Condannati ai sogni, dolce condanna, al generoso sacrificio e all’amore, gestore delle necessarie fraternità universali,

Ti abbraccio

in poesia

Gabriel Impaglione

Gabriel Impaglione è nato a Buenos Aires nel 1958, poeta e giornalista argentino. Autore di: “Echarle pájaros al Mundo” (Ediciones Panorama, BsAs, 1994), “Breviario de Cartografía Mágica” (El Taller del Poeta, Galicia, 2002), “Poemas Quietos” (Antol. Editorial Mizares, Barcelona, 2002), “Bagdad y otros poemas” (El Taller del Poeta, Galicia, 2003), “Letrarios de Utópolis“.Isla  Negra,Rivista Internazionale di poesia – casa de poesía y literatura Publicación inscripta en el Directorio Mundial de Revistas Literarias UNESCO  direttore:Gabriel  Impaglione

“Nell’intelletto abraso

Transitano messaggi

Mentre  mi innalzo a stendere

Un rigo di luce tra due rive.

EL FINAL DE LOS POETAS

Le tarde de marzo muere en el Tirreno

El gesto rechaza la palabra

Ya te pierdes en el vacio sideral

Con les cruces del Sur en processione

En tu lamentu de sir vivo

Agujerando par la sìlabra.

Un viento a sueldo te comunica

El final des los poetas mendo reflexionas

El anuncio funebres, maledices

El istante trapasado en los sienes,

pero còsmica es la luz en que te pierdes. 

GABRIEL  IMPAGLIONE (UNESCO)

Poesia

Gabriel Impaglione

Argentina -1958-

POESIA DI CARMELO ALIBERTI DAL LIMBO TERRESTRE ALL’AVVENTURA METAFICA DELL’ANIMA

Quando ho iniziato a scrivere  queste righe per celebrare la tua poesia, ho ricordato un viaggio in Sicilia, la mia terra ancestrale, insieme a Giovanna Mulas, mia moglie, e ai cari amici Grazia e Francesco, che insieme alla loro figlia Martina ci hanno portato in auto da Sciacca a il centro dell’isola. Il cuore mi batteva con più intensità mentre entravamo nella provincia di Caltanissetta. Non ho distolto lo sguardo dalla strada, volevo stampare ogni angolo del paesaggio, ogni segno, ogni cielo. E in questo vortice di sentimenti la sua spirale mi portò quasi a levitare quando mettemmo piede a Mazzarino, scendemmo dalla macchina e camminammo in paese, chiedendo per Giovanna e Francesco Impaglione, gli amati cugini che appartengono al ramo della famiglia che non emigrò in Argentina all’inizio del ‘900. Quando arrivammo a casa loro tutto era un’emozione che dura ancora oggi. Il paese di mio nonno Giuseppe. La terra della mia famiglia, dove incontro le mie origini.

Mi sono fermato a lungo a riprodurre quel viaggio, i paesaggi, i volti, la lingua che è per me come una musica, gli angoli del passato traboccanti di storia. Passato e presente pieno di sforzi e sogni. L’incrocio di così tante culture che ha arricchito sia l’isola che la sua gente.

Sappiamo che la poesia, quando è Poesia, è nutrita dalle essenze che vivono nell’essere umano e nel suo ambiente (universale). In larga misura tutto questo – emozioni, identità, memoria – rappresenta la tua opera poetica, il tuo lavoro di poeta e uomo di Cultura. La tua poesia, come il mio primo viaggio in Mazzarino, mi dà emozioni identità memoria. Non avevo bisogno di esercitare il metodo per costruire un pezzo letterario che intende analizzare il tuo lavoro, le sue risonanze in me, i significati dei tuoi versi. Si trattava semplicemente di affrontare i manoscritti e lasciarmi trasportare dai loro vicoli, venti e maree. Semplicemente perché la tua “sicilianità” è amplificata in profondità e rende il tuo canto universale. Basta visitare la Sicilia per capire poi, leggendoti, la ragione delle tue profonde radici in quella terra, nei classici, nei valori fondanti della nostra cultura. E il meglio di ciò che viene dalla mano dell’arte e della filosofia; l’etica come codice incontestabile.

“Ninguno sabe la razón de tu exilio

y cómo mata

prorrogar todas las obligaciones

cuando el triunfo es clientelismo

Pero dentro prevalece el ideal

el empeño político fue amor

a una Isla enlutada (…)”

Non posso spiegare la tristezza e il lutto in una così bella e generosa patria, se non interpretando il fatalismo e la disillusione che ci mostrano – ancora! – il carattere autodistruttivo che occupa l’uomo nella sua cieca ricerca di idoli di argilla e l’accumulo di ciottoli colorati.È così che finisce il mondo? Ponendo fine all’uomo che ha perso la sua criticità, la sua vera dimensione di costruttore?

La lacerazione delle intime corde che vibrano quando dici fratello, davanti alla impotenza e l’orfanità di coloro che vedono come l’abisso sorge sulla nostra società, provoca nei tuoi versi un dolore che dovrebbe essere un avvertimento. Per l’indifferenza e la superficialità prevalente sembrerebbe solo retorica. Per la sensibile coscienza umana è un grido tempestivo che aggiunge la sua attenzione alla voce senza tempo dei poeti che camminano per il mondo con il cuore nelle loro mani. Nel tuo poema mi hai detto: “Un vento stipendiato ti comunica / la fine dei poeti …”. Come va questo vento, fratello? Da dove viene, quando, perché? I grandi alberi lo fermano? I massicci, le vaste estensioni? C’è una possibilità di salvezza nelle pianure o dovremo rifugiarci nelle caverne, dove il pericolo delle sagome disegnate dalla luminosità di una lampada contro un muro può sembrare il mondo? Siamo nella grotta? Siamo noi le ombre? Chi ha inventato quella lampada?

Tempi difficili, Carmelo.

La falsa felicità di una bibita o di un telefono portatile nasconde l’impotenza di milioni di persone, nasconde la parabola della morte dei missili e gli spudorati incontri degli attivisti di profitto. Quale diario intitolerà a sei colonne un verso del poeta che avverte o saluta la meraviglia della vita? La poesia non si vende. Non si vende. Né se compra. Non ci sono mercati, né vetrate o slogan accattivanti. E sai,chiunque voglia scrivere poesie e realizzarlo,si allontanerà   allontanerà  da una vita addomesticata e dalla legge della domanda e dell’offerta,della della borsa e del trucco dell’occasione. Cosi dicesti:

“Dal sottosuolo dell’esistenza

tu coi versi ancora incidi

negative nel rotocalco della vita

e attendi il boato di una nuova libertà”.

Nella nostra povertà, la ricchezza dei mondi che ci abitano, brilla come l’aurora boreale, come una goccia di rugiada sul papavero sorpreso dalla luce dell’alba. Se ci permettessero di distribuirla in maniera massiccia, mani in mano, casa per casa!

“Tutto nel buio è dialogo muto”, hai scritto.

Se le rivelazioni illuminassero questo secolo oscuro!

I vicini di questo pianeta convulso chiamerebbero le cose con il loro nome e, proprio come nell’antico sanscrito “vana” che significa “amore” era il nome del “vino”, del seme si direbbe anche amore e amore sarebbero chiamati i pesci , il minerale, ogni verdura, i mestieri e gli strumenti necessari per il progresso umano. Perché non c’è altro modo di pensare al futuro dell’umanità o un’altra ragione più importante per sentire la vita nella sua essenza primordiale.

La sfida non è quella di provocare domani i cambiamenti necessari nella società in modo che tutto contribuisca a un possibile futuro. Dato come stanno le cose nel nostro vicinato, mantenere la resistenza più o meno stabile è un atto eroico. Come se una tempesta pazzesca, assoluta, rigorosa, infinita fosse gettata alla cieca sopra tutte le cose e il compito di trovare riparo sia limitato a non perdere di vista noi stessi, a stare fianco a fianco sotto un tetto improvvisato con le nostre mani.

Se il governo delle parole costruisse una casa dove tutti noi trovassimo rifugio prima della tempesta! E le stesse parole ci dessero Nord e Sud, pranzo, dignità di lavoro, giustizia e fratellanza planetaria!

Ma nelle nostre foreste le parole sono foglie che il vento prende di manciate e sotto ogni nuovo sole, meno fronda e meno fronda, fino a trasformare quella celebrazione del verde in un campione di scheletri affilati. La maggior parte delle persone appena interpreta una semplice storia su un giornale. Una percentuale minima legge poco più di un libro all’anno. Con poche parole che a volte sono scritte male, molti dei nostri giovani, che crescono senza orizzonti in una giornata grigia e stanca, si esprimono. Italo Calvino scrisse: “La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio”.

Ma quelli che sono d’accordo con Calvino riescono a malapena a gestire le loro vite. Chi diffonde gli anticorpi necessari per affrontare questa piaga che corrode migliaia di anni di evoluzione umana? Noi, forse pochi in relazione a tanti recitatori applauditi nei saloni festivi, amministriamo la nostra povertà in modo tale da risultare ogni tanto il risparmio di un pane da condividere nella strada.

“Se guardi dietro i vetri innaffiati

oltre i cespugli del pantano

larve agonizzano spettrali

che contendono ai topi

cartocci arrugginiti di escrementi

se apri le braccia balza al cuor

Valle del Belice dove

i congiunti sotto le rovine

chiamano un popolo che attende

con il tufo sul viso ancora l’alba.

II

Nell’intelletto abraso

transitano messaggi

mentre m’innalzo a stendere

un rigo di luce tra due rive (…)”

Condannati ai sogni, dolce condanna, al generoso sacrificio e all’amore, gestore delle necessarie fraternità universali,

EL FINAL DE LOS POETAS

Le tarde de marzo muere en el Tirreno

El gesto rechaza la palabra

Ya te pierdes en el vacio sideral

Con les cruces del Sur en processione

En tu lamentu de sir vivo

Agujerando par la sìlabra.

 Un viento a sueldo te comunica

El final des los poetas mendo reflexionas

El anuncio funebres, maledices

El istante trapasado en los sienes,

pero còsmica es la luz en que te pierdes.

(En “Messaggio d’amore”Ed TERZO MILLENNIO

Version al castellano de Gabriel Impaglione)

Poesia d’amore
                                               (A mia moglie)

Ogni giorno con te
occhi di miele
con te vivo visioni nuove
– nel vortice delle ore
inventario di proteste e di martiri
stracci di speranze spalancate
sullo sgomento di strade offuscate

bocche soffocate nel giorno
dal clamore di voci deserte
– mani slogate a impastare
matasse di albe e di tramonti
– mani spalancate ad aspettare
la spugna di Cristo e della storia
– le tue mani dipinte di incertezze
sull’orizzonte del domani
e dentro, dentro un mondo vuoto
a stento in quel momento trattenuto
dal bianco fluorescente del tuo seno
– fuori il tempo corrode la mente
su lamiere di acque peregrine
e nelle vetrine l’abbaglio dei consumi
apre prospettive disperate
al tuo destino

ogni giorno con te
la tua voce soave
percuote questa stanza
dove confeziono rochi manichini
sepolto nel tunnel quotidiano
– ti chiedo notizie dell’amore
mi parli di un universo senza fine
ti chiedo se il cuore può sperare
che l’alba di domani
vedrà sorgere un giorno senza tempo

tu immersa
nel viola del silenzi
sorridi e sembri attenta
ad uncinarmi dentro fatui enigmi
ogni giorno con te
viola d’amore
io dipingo prati di ninfee
mentre nel sangue s’aggira l’ago del dolore
la mente affonda nel tuo sogno segreto
si confonde trafitta dalla luce
nel mio labirinto di rovine
e devasta l’acropoli del cuore

ogni giorno con te
con te ricerco
nello stridore dei tramonti
il profumo dei fiori
il senso reale dei colori
il mio essere perduto
nel risucchio dei giorni e del futuro
mentre tu allodola gentile
ti nascondi nel velo dei sogni
e non rispondi
ogni giorno con te
sei dolcissima
con me che riaffondo nella palude del male
e mi consumo sul molo ad approdare

nel precipizio dei giorni alle tue mani
che scintillano nella muta stanza
tra il brusio furtivo dei minuti

sempre più belle sempre più lontane

                                                                                              Da “Poesie d’amore”

X

Poesía de amor
                                             (A mi esposa)

Cada día contigo
ojos de miel
contigo vivo visiones nuevas
– en el espiral de las horas
inventario de protestas y martirios
harapos de esperanzas abiertas
sobre el miedo de calles oscuras
bocas sofocadas en el día
por el clamor de desiertas voces
– manos desarticuladas de amasar
ovillos de albas y de ocasos
– manos echadas a esperar
la esponja de Cristo y de la historia

– tus manos pintadas de incertidumbres
sobre el horizonte de mañana
y adentro, adentro un mundo vacío
fatigado en aquel momento detenido
por el blanco fluorescente de tu seno
– afuera el tiempo corroe la mente
sobre láminas de aguas peregrinas
y en las vidrieras el ladrido del consumo
abre desesperadas perspectivas
a tu destino

Cada día contigo
tu voz suave
golpea este cuarto
donde confecciono sordos maniquíes
sepulto en el túnel cotidiano
– te pido noticias del amor
me hablas de un universo sin fin
te pregunto si el corazón puede esperar
a que el alba de mañana
vea surgir un día sin tiempo

tú immersa
en el violeta de los silencios
sonríes y pareces dispuesta
a apresarme en vanos enigmas
cada día contigo
viola de amor
yo pinto prados de ninfas
mientras en la sangre ronda la aguja del dolor
la mente se hunde en tu sueño secreto
se confunde atravesada por la luz
en mi laberinto de ruinas
y desvasta la acrópolis del corazón

cada día contigo
contigo busco
en los rumores del crepúsculo
el perfume de las flores
el sentido real de los colores
mi ser perdido
en la vorágine del presente y del futuro
mientras tú pájaro gentil
te escondes tras el velo de los sueños
y no respondes
cada día contigo
eres tan dulce conmigo

y yo me hundo en los pantanos del mal
me consumo en el muelle para embarcar
en el precipicio del día sobre tus manos
que brillan en el mudo cuarto
entre el murmullo furtivo de los minutos

siempre más bellos siempre más lejanos

V – da Il giusto senso-

Allá arriba día a día

montones de huesos exhalan

gemidos de hambre, alrededor

fulgurantes cajitas cromadas

que protegen sombreros de plumas

y cigarros entre labios babeantes

me pisotean el corazón.

VI

Dios de la nada

Dios de la nada y del dolor,

dios de los pobres, Dios mío,

asísteme te ruego para subir

los escalones de la oscuridad

con la carga del mal

y la pena del prójimo en el corazón.

Empujado por convulsas fantasías

he caminado racionales espirales

con la fuerza de los ojos,

arriesgué ante la fosa de los leones,

el oasis de vidrio,

la sombra, la masacre.

Ahora en el desierto del alma,

en el descenso homogeneo de la carne,

en el incendio de la historia y del futuro,

asísteme te ruego te prego a recortar

en la mezcla de la sangre y el pensamiento

la vela, la nube que salve,

la fuga al precipicio en el azul.

Dios de nada y del dolor,

Dios emergido de lo oscuro a intermitencias

en el delirio injusto del injusto,

asísteme te ruego mientras desgrano

istoria de piedad y de esperanza,

rientra trastabillo en otras ionósferas

y me obstino en esperar,

araña pegada al vidrio del porqué,

tu señal, la uña que arranque

el jeroglífico del día,

el sabor del cielo y del infierno,

al alma regresará la dulzura,

al mundo desconcertado su luz.

Il cielo rotola in lembi di cristallo

Tento con rosolata mano

Di trattenere il giorno che precipita

Dai rami stravolti nella sera.

“El cielo rueda en bordes de cristal

busco con dorada mano

detener el día que precipita

desde los deformados ramos de la noche “

Quisieras agujerear

Quisieras agujerear

la caparazón sigilada

de resignada conchilla

y dejarte arrastrar

al remolino del azahar.

Pero hierve la ola,

el fuego seca estrellas y cielo,

sobre el borde del alma

tú ya no respiras,

el mareo asciende

y el mal se anula.

Otro día

Otro día

se arquea sobre nosotros

el armisticio terminó

en el registro

la red de sueños se ha destejido.

El hombre persiste en descomponer la unidad

y cabalgando satélites

va a la caza del oculto dios

Le ultime gemme

Le ultime gemme 
luccicano sui tralci 
nell’eccidio del giorno 
nell’eclissi del mondo 
sono i tuoi occhi di stella marina 
che scintillano negli abissi della notte 
sono i tuoi occhi di fata morgana

che mi accecano sul molo di Messina 
nella livida stagione della diossina

Las últimas gemas

Las últimas gemas

brillan sobre las ramas

en la masacre del día

en el eclipse del mundo

son tus ojos de estrella de mar

que brillan en los abismos de la noche

tus ojos de maga o espejismo

que me ciegan sobre el muelle de Messina

en la lívida estación de la dioxina

Maggio ‘68 

Maggio ‘68 
nella cortina del porto 
un concerto di clacson 
sventolano stendardi 
ringhiano slogans impazziti 
in testa lacera l’aria 
il fischietto della storia

Tu nella grotta della Fata Morgana 
trafitto dalla vergine schiuma 
d’ira e d’amore 
rigeneri covate d’ideali 
sull’argine vergine del mare 
riesplodono i sogni sgozzati 
sugli specchi degli anni favolosi 
analizzi sbricioli assiomi 
e nei vergini inganni 
della nuova frontiera 
affondi dolcemente 
tra riverniciate pareti d’utopia

Mayo ‘68

Mayo ‘68 
en la zona del puerto 
un concierto de bocinas 
flamean banderas 
ladran consignas enloquecidas 
lascera el aire la cabeza
con el silbato de la historia

Tú en la gruta de la maga Morgana
atravezado por la espuma intacta 
de la ira y el amor 
incubas ideales 
sobre el virgen terraplén del mar 
florecen los sueños degollados 
sobre espejos de años fabulosos 
analizas axiomas triturados 
y en los castos engaños 
de la nueva frontera 
te hundes dulcemente 
entre repintadas paredes de utopía

Nt: el autor hace referencia, cuando escribe “en la gruta de la Fata Morgana” a un fenómeno óptico que se presenta cada tanto a quien, desde la costa calabresa del Estrecho de Messina, mira hacia la costa siciliana (Ciudad de Messina) y que consiste en la aparición, sobre el mar, de fabulosas construcciones de torres y cúspides, que – como dice la enciclopedia Treccani- la fantasía de los poetas ha imagina do    como residencia de la legendaria Fata Morgan Esta denominación local del fenómeno viene del medioevo.

Uscire e non sapere


Uscire e non sapere dove andare 
con la pioggia che devasta le ferite 
dei prati e delle strade 
gremite di silenzio e di sgomento 

II 
Incagliato nella tela del finito 
mentre bevi l’ umido sole nella mano 
vedi tra gli alberi di fiato 
schizzare trecce di sogni dalle dita 
verso un pollice di cielo rischiarato 
da una freccia di luna dove sai 
la rassegnazione la certezza il bene 
legato a un filo bianco

Salir y no saber


Salir y no saber adonde ir 
con la lluvia que arrasa las heridas 
de prados y calles 
hartas de silencio y consternación 

II 
Varado en la tela de la finitud 
mientras húmedo sol bebes en la mano 
ves tras los árboles del aliento
como salpican los dedos sueños trenzados
hacia un pulgar de cielo claro 
flecha de luna donde distingues 
la resignación la certeza el bien 
atado a un hilo blanco

Oltre i cancelli

Oltre i cancelli scorticati dal furore 
nella gola dei passeri scoppia il giorno 
le valve si arrendono al dolore 
per la clemenza dell’ombra 
al vertice la speranza burocratica 
del bene – nell’aria invalicabile 
la libertà prescritta dai tuoi sibili 
è nei limiti lussuoso arredamento

Incolonnato nell’ ansia della resa 
ascolti il delirio di chi muore 
in cifre di disfatta e sperimenti 
le piaghe del coraggio 
bruciato su sentieri padronali 
dove i mandorli fioriti sono la mano 
aperta del cielo che solleva 
dentro una nuvola di luce

Más allá de los portones

Más allá de los portones desollados por la furia 
en la garganta de los pájaros estalla el día 
Las ostras se rinden al dolor 
hasta la clemencia de la sombra 
En la cima la esperanza burocrática 
del bien – en el aire infranqueable 
la libertad establecida por tus silbidos 
es en el límite un lujoso mobiliario

Encolumnado en el ansia de la rendición 
escuchas el delirio de quien muere 
en cifras de derrota y experimentas 
las llagas del coraje 
quemado en los senderos del patrón 
allí los almendros en flor son la mano 
abierta del cielo que alza
una nube de luz

La fine dei poeti

La sera di marzo muore nel Tirreno 
il gesto rifiuta la parola 
già sbandi nel vuoto siderale 
con le croci del Sud in processione 
nel tuo lamento di vivo 
forato dalla sillaba

Un vento stipendiato ti comunica 
la fine dei poeti muto valuti 
l’annuncio funerario maledici 
l’attimo trafitto nelle tempie 
ma cosmica è la luce in cui ti perdi

El final de los poetas

La tarde de marzo muere en el Tirreno,

el gesto rechaza la palabra,

ya te pierdes en el vacío sideral

con las cruces del Sur en procesión

en tu lamento de ser vivo

agujereado por la sílaba.

Un viento a sueldo te comunica

el final de los poetas, mudo reflexionas

el anuncio fúnebre, maldices

el instante traspasado en las sienes,

pero cósmica es la luz en que te pierdes.

Dialogo muto

Tutto nel buio è dialogo muto 
il giorno miraggio che uccide 
la cronaca tortura 
il cuore insidia

Il transistor trama accordi nella notte 
per te che non ascolti in sintonia 
con un’onda tua

rare voci scheggiate nel grido quotidiano 
la gioia di ferite 
di creatura schiava della terra 
nell’ansia che l’azzurro la rivesta

Vorresti lenire 
la dannazione fraterna 
mentre pestato da mille mani 
cerchi sull’òrbita incompiuta 
lo spasimo del nulla o il bene eterno

Diálogo mudo

Todo en lo oscuro es diálogo mudo 
el día ilusión que mata 
la crónica tortura 
el corazón engaño

La radio trama acuerdos en la noche 
para ti que no escuchas en sintonía 
con tu onda

voces extrañas 
astilladas en el grito cotidiano 
alegría de heridas 
de criatura esclava de la tierra 
ansiosa que el azul la cubra

Quisieras atenuar 
la maldición fraterna 
mientras golpeado por mil manos 
buscas en la incompleta órbita 
el espasmo de la nada o el bien eterno

L’insania di scrivere versi

Ora blàteri da microfoni spaziali 
dove hai dovuto trasferire

l’insania di scrivere versi

Nessuno sa la ragione del tuo esilio 
e come uccida 
prorogare tutte le scadenze 
quando il trionfo è gioco clientelare 
ma dentro prevalse l’ideale 
l’impegno politico fu amore 
ad un’Isola di lutti 
perciò fu fatale la ferita

Nella solitudine astrale 
ora smerigli tarde primavere 
e sogni soltanto di guarire

La locura de escribir versos

hablas a destajo desde micrófonos espaciales 
donde tuviste que transferir

la locura de escribir versos

Ninguno sabe la razón de tu exilio 
y cómo mata 
prorrogar todas las obligaciones 
cuando el triunfo es clientelismo 
Pero dentro prevalece el ideal 
el empeño político fue amor 
a una Isla enlutada 
por esto fue fatal la herida

En la soledad astral 
pules tardías primaveras 
y sólo sueñas en sanar

La stanza di carta

Presto fuggirò dalla stanza 
di carta illuminata 
dai miei errori 
nell’assenza il quaderno 
attenderò la mano che lo frughi 
c’è il tempo speso in folli itinerari 
sordo all’appello familiare 

del pane certo 
c’è il segno della mia riconoscenza 
per chi ha impagliato 
ghirlande di sogni nel mio inverno 
c’è il senso di una vita 
tentata con ragioni in cui ho creduto 
la preghiera del dovere 
bevuta sino al sorso dell’addio

Già nell’abisso fumano i pagliai 
sotto la luna i contadini s’imbarcano 
su vascelli di memoria e di demenza 
nel prurito dei tizzoni s’agita il vento 
che verrà a strapparmi l’ultimo grido

Chissà se dietro le tendine dissestate 
vivrà il guaito una parola

La habitación de papel

Pronto huiré de la habitación 
de papel iluminado 
por mis errores 
en la ausencia esperaré la mano
que urgue mi cuaderno
está el tiempo gastado en loco itinerario 
sordo al llamado familiar 
del pan seguro 
está la señal de mi reconocimiento 
para quien ha dado cuerpo 
a las guirnaldas de sueños en mi invierno
está el sentido de una vida 
tentada de razones en las que he creido 
la oración del deber 
bebida hasta el sorbo del adiós

Ya en el abismo humean los pajares 
bajo la luna se embarcan campesinos 
sobre naves de memoria y demencia 
en el escozor de la brasa se agita el viento 
que vendrá a arrancarme el último grito

Quizá si detrás de los ruinosos tendones 
se lamente una palabra

So che verrai

So che verrai questa notte 
agitando la mano bianca di farfalla 
nell’inganno della mia fatua luce

Non tarderò ad aprire la finestra

e finalmente sepolto nel tuo abbraccio 
sentirò cembali intonare 
un concerto d’amore e di pietà

Sé que vendrás

Sé que vendrás esta noche

agitando la blanca mano de mariposa

en el engaño de mi luz fatua

no tardaré en abrir la ventana

y finalmente hundido en tu abrazo

sentiré los címbalos entonar

un concierto de amor y de piedad

Tra due rive

Il cranio del Re fuma 
su nevrotici precipizi 
oscilla la rondine tra i fili 
accerchia le antenne a fiotti d’ala 
abbozza profili di partenze

L’ultima mosca crepita 
nella maglia del ragno

Nell’intelletto abraso 
transitano messaggi 
mentre m’innalzo a stendere

un rigo di luce due rive

Entre dos orillas

El cráneo del Rey fuma 
neuróticos precipicios 
oscila la golondrina entre los hilos 
circunda las antenas a golpes de ala
ensaya perfiles de partida

La última mosca crepita 
en la red de la araña

En la erosionade

Déjenme pasar

Déjenme pasar

debo llegar

donde el sol juega con el mar,

donde el hombre comparte el pan

sin distinción de razas.

Lasciatemi passare

debbo andare

dove il sole gioca con il mare

dove l’uomo divide il pane

con il bimbo di colore

Aquí

Aquí

los días desnudos

se nutren de aburrimiento

me quema tu ausencia,

paso las páginas del mal

ato afectos al desorden del corazón

y en el delirio de la sangre

cubierto de niebla, bebo

el cotidiano sorbo de tu hiel.

Qui

I nudi giorni

Si nutrono del male

Mi manca la tua assenza,

Sgoflio le pagine del male

Lego affetti al disordine del cuore

E nel delirio del sangue

Coperto di nebbia, io bevo

Il quotidiano sorso del tuo fiele.

En este pueblito

En este pueblito

mi aliento es la agonía de los mitos

el mañana está sumergido en tus ojos

la esperanza tiene el color de los limones.

 In questo borgo

In questo borgo

il mio fiato è agonia di miti

il domani è sommerso nei tuoi occhi

la speranza ha il colore dei limoni

Acordes

En el aire de la noche

declina el oleaje de las voces

se ovillan

alfombras de sombra.

Se expande con la sangre

la ansiedad de llegar

y en el viento que despeina los olivos

que raspa esta desolada tierra

en el viento donde vibra tu voz

humana más que los sueños

descremados acordes

me enlazan a la vida.

tratta dal volume  “C’è una terra”  – Todariana Ed., Milano traducion al castellano, gabriel Impaglione

Il giusto     senso-

Allá arriba día a día

montones de huesos exhalan

gemidos de hambre, alrededor

fulgurantes cajitas cromadas

que protegen sombreros de plumas

y cigarros entre labios babeantes

me pisotean el corazón.

Il cielo rotola

“Il cielo rotola in lembi di cristallo

tento con rosolata mano

di fermare il giorno che precipita

dai rami stravolti nella sera”

El cielo rueda

“El cielo rueda en bordes de cristal

busco con dorada mano

detener el día que precipita

desde los deformados ramos de la noche “

Quisieras agujerear

Quisieras agujerear

la caparazón sigilada

de resignada conchilla

y dejarte arrastrar

al remolino del azahar.

Pero hierve la ola,

el fuego seca estrellas y cielo,

sobre el borde del alma

tú ya no respiras,

el mareo asciende

y el mal se anula.

Otro día

Otro día

se arquea sobre nosotros

el armisticio terminó

en el registro

la red de sueños se ha destejido.

El hombre persiste en descomponer la unidad

y cabalgando satélites

va a la caza del oculto dios

Le ultime gemme

Le ultime gemme 
luccicano sui tralci 
nell’eccidio del giorno 
nell’eclissi del mondo 
sono i tuoi occhi di stella marina 
che scintillano negli abissi della notte 
sono i tuoi occhi di fata morgana

che mi accecano sul molo di Messina 
nella livida stagione della diossina

Las últimas gemas

Las últimas gemas

brillan sobre las ramas

en la masacre del día

en el eclipse del mundo

son tus ojos de estrella de mar

que brillan en los abismos de la noche

tus ojos de maga o espejismo

que me ciegan sobre el muelle de Messina

en la lívida estación de la dioxina

Maggio ‘68 

Maggio ‘68 
nella cortina del porto 
un concerto di clacson 
sventolano stendardi 
ringhiano slogans impazziti 
in testa lacera l’aria 
il fischietto della storia

Tu nella grotta della Fata Morgana 
trafitto dalla vergine schiuma 
d’ira e d’amore 
rigeneri covate d’ideali 
sull’argine vergine del mare 
riesplodono i sogni sgozzati 
sugli specchi degli anni favolosi 
analizzi sbricioli assiomi 
e nei vergini inganni 
della nuova frontiera 
affondi dolcemente 
tra riverniciate pareti d’utopia

Mayo ‘68

Mayo ‘68 
en la zona del puerto 
un concierto de bocinas 
flamean banderas 
ladran consignas enloquecidas 
lascera el aire la cabeza
con el silbato de la historia

Tú en la gruta de la maga Morgana
atravezado por la espuma intacta 
de la ira y el amor 
incubas ideales 
sobre el virgen terraplén del mar 
florecen los sueños degollados 
sobre espejos de años fabulosos 
analizas axiomas triturados 
y en los castos engaños 
de la nueva frontera 
te hundes dulcemente 
entre repintadas paredes de utopía

Nt: el autor hace referencia, cuando escribe “en la gruta de la Fata Morgana” a un fenómeno óptico que se presenta cada tanto a quien, desde la costa calabresa del Estrecho de Messina, mira hacia la costa siciliana (Ciudad de Messina) y que consiste en la aparición, sobre el mar, de fabulosas construcciones de torres y cúspides, que – como dice la enciclopedia Treccani- la fantasía de los poetas ha imaginado como residencia de la legendaria Fata Morgana. Esta denominación local del fenómeno viene del medioevo.

Uscire e non sapere


Uscire e non sapere dove andare 
con la pioggia che devasta le ferite 
dei prati e delle strade 
gremite di silenzio e di sgomento 

II 
Incagliato nella tela del finito 
mentre bevi l’ umido sole nella mano 
vedi tra gli alberi di fiato 
schizzare trecce di sogni dalle dita 
verso un pollice di cielo rischiarato 
da una freccia di luna dove sai 
la rassegnazione la certezza il bene 
legato a un filo bianco

Salir y no saber


Salir y no saber adonde ir 
con la lluvia que arrasa las heridas 
de prados y calles 
hartas de silencio y consternación 

II 
Varado en la tela de la finitud 
mientras húmedo sol bebes en la mano 
ves tras los árboles del aliento
como salpican los dedos sueños trenzados
hacia un pulgar de cielo claro 
flecha de luna donde distingues 
la resignación la certeza el bien 
atado a un hilo blanco

Oltre i cancelli

Oltre i cancelli scorticati dal furore 
nella gola dei passeri scoppia il giorno 
le valve si arrendono al dolore 
per la clemenza dell’ombra 
al vertice la speranza burocratica 
del bene – nell’aria invalicabile 
la libertà prescritta dai tuoi sibili 
è nei limiti lussuoso arredamento

Incolonnato nell’ ansia della resa 
ascolti il delirio di chi muore 
in cifre di disfatta e sperimenti 
le piaghe del coraggio 
bruciato su sentieri padronali 
dove i mandorli fioriti sono la mano 
aperta del cielo che solleva 
dentro una nuvola di luce

Más allá de los portones

Más allá de los portones desollados por la furia 
en la garganta de los pájaros estalla el día 
Las ostras se rinden al dolor 
hasta la clemencia de la sombra 
En la cima la esperanza burocrática 
del bien – en el aire infranqueable 
la libertad establecida por tus silbidos 
es en el límite un lujoso mobiliario

Encolumnado en el ansia de la rendición 
escuchas el delirio de quien muere 
en cifras de derrota y experimentas 
las llagas del coraje 
quemado en los senderos del patrón 
allí los almendros en flor son la mano 
abierta del cielo que alza
una nube de luz

La fine dei poeti

La sera di marzo muore nel Tirreno 
il gesto rifiuta la parola 
già sbandi nel vuoto siderale 
con le croci del Sud in processione 
nel tuo lamento di vivo 
forato dalla sillaba

Un vento stipendiato ti comunica 
la fine dei poeti muto valuti 
l’annuncio funerario maledici 
l’attimo trafitto nelle tempie 
ma cosmica è la luce in cui ti perdi

El final de los poetas

La tarde de marzo muere en el Tirreno,

el gesto rechaza la palabra,

ya te pierdes en el vacío sideral

con las cruces del Sur en procesión

en tu lamento de ser vivo

agujereado por la sílaba.

Un viento a sueldo te comunica

el final de los poetas, mudo reflexionas

el anuncio fúnebre, maldices

el instante traspasado en las sienes,

pero cósmica es la luz en que te pierdes.

Dialogo muto

Tutto nel buio è dialogo muto 
il giorno miraggio che uccide 
la cronaca tortura 
il cuore insidia

Il transistor trama accordi nella notte 
per te che non ascolti in sintonia 
con un’onda tua

rare voci 
scheggiate nel grido quotidiano 
la gioia di ferite 
di creatura schiava della terra 
nell’ansia che l’azzurro la rivesta

Vorresti lenire 
la dannazione fraterna 
mentre pestato da mille mani 
cerchi sull’òrbita incompiuta 
lo spasimo del nulla o il bene eterno

Diálogo mudo

Todo en lo oscuro es diálogo mudo 
el día ilusión que mata 
la crónica tortura 
el corazón engaño

La radio trama acuerdos en la noche 
para ti que no escuchas en sintonía 
con tu onda

voces extrañas 
astilladas en el grito cotidiano 
alegría de heridas 
de criatura esclava de la tierra 
ansiosa que el azul la cubra

Quisieras atenuar 
la maldición fraterna 
mientras golpeado por mil manos 
buscas en la incompleta órbita 
el espasmo de la nada o el bien eterno

L’insania di scrivere versi

Ora blàteri da microfoni spaziali 
dove hai dovuto trasferire

l’insania di scrivere versi

Nessuno sa la ragione del tuo esilio 
e come uccida 
prorogare tutte le scadenze 
quando il trionfo è gioco clientelare 
ma dentro prevalse l’ideale 
l’impegno politico fu amore 
ad un’Isola di lutti 
perciò fu fatale la ferita

Nella solitudine astrale 
ora smerigli tarde primavere 
e sogni soltanto di guarire

La locura de escribir versos

hablas a destajo desde micrófonos espaciales 
donde tuviste que transferir

la locura de escribir versos

Ninguno sabe la razón de tu exilio 
y cómo mata 
prorrogar todas las obligaciones 
cuando el triunfo es clientelismo 
Pero dentro prevalece el ideal 
el empeño político fue amor 
a una Isla enlutada 
por esto fue fatal la herida

En la soledad astral 
pules tardías primaveras 
y sólo sueñas en sanar

La stanza di carta

Presto fuggirò dalla stanza 
di carta illuminata 
dai miei errori 
nell’assenza il quaderno 
attenderò la mano che lo frughi 
c’è il tempo speso in folli itinerari 
sordo all’appello familiare 
del pane certo 
c’è il segno della mia riconoscenza 
per chi ha impagliato 
ghirlande di sogni nel mio inverno 
c’è il senso di una vita 
tentata con ragioni in cui ho creduto 
la preghiera del dovere 
bevuta sino al sorso dell’addio

Già nell’abisso fumano i pagliai 
sotto la luna i contadini s’imbarcano 
su vascelli di memoria e di demenza 
nel prurito dei tizzoni s’agita il vento 
che verrà a strapparmi l’ultimo grido

Chissà se dietro le tendine dissestate 
vivrà il guaito una parola

La habitación de papel

Pronto huiré de la habitación 
de papel iluminado 
por mis errores 
en la ausencia esperaré la mano
que urgue mi cuaderno
está el tiempo gastado en loco itinerario 
sordo al llamado familiar 
del pan seguro 
está la señal de mi reconocimiento 
para quien ha dado cuerpo 
a las guirnaldas de sueños en mi invierno
está el sentido de una vida 
tentada de razones en las que he creido 
la oración del deber 
bebida hasta el sorbo del adiós

Ya en el abismo humean los pajares 
bajo la luna se embarcan campesinos 
sobre naves de memoria y demencia 
en el escozor de la brasa se agita el viento 
que vendrá a arrancarme el último grito

Quizá si detrás de los ruinosos tendones 
se lamente una palabra

So che verrai

So che verrai questa notte 
agitando la mano bianca di farfalla 
nell’inganno della mia fatua luce

Non tarderò ad aprire la finestra

e finalmente sepolto nel tuo abbraccio 
sentirò cembali intonare 
un concerto d’amore e di pietà

Sé que vendrás

Sé que vendrás esta noche

agitando la blanca mano de mariposa

en el engaño de mi luz fatua

no tardaré en abrir la ventana

y finalmente hundido en tu abrazo

sentiré los címbalos entonar

un concierto de amor y de piedad

Tra due rive

Il cranio del Re fuma 
su nevrotici precipizi 
oscilla la rondine tra i fili 
accerchia le antenne a fiotti d’ala 
abbozza profili di partenze

L’ultima mosca crepita 
nella maglia del ragno

Nell’intelletto abraso 
transitano messaggi 
mentre m’innalzo a stendere

un rigo di luce due rive

Entre dos orillas

El cráneo del Rey fuma 
neuróticos precipicios 
oscila la golondrina entre los hilos 
circunda las antenas a golpes de ala
ensaya perfiles de partida

La última mosca crepita 
en la red de la araña

En la erosionada inteligencia 
transitan mensajes 
mientras me alzo a extender 
una línea de luz entre dos orillas

Ahora el arco

Ahora el arco está a punto de romperse,

debemos ser cautos, aislar

la quebradura irreparable,

haces equilibrio sobre una aguja y no sabes

si inclinarte o remar.

En viaje en el seno de la noche

(alrededor hay gente que te adora y te odia)

iluminas la mirada contraida

con soplos de gloria, ni la duda

se ha salvado de la catástrofe. Ahora es cierto

que se incendia cada claridad dentro del alma,

la araña tose en las arterias,

a todo o nada inicia la jugada con la muerte.

Cada instante que arrancas todavía es limosna

de quien ignora desde siempre que en tu aliento

una niebla se alza para cancelarte.

Ahora que ruedas sobre el horizonte

envuelto en la nube del corazón

es tiempo de mensajes, no de luto.

Baja el megáfono, testarudo,

pide perdón por el audaz campaneo

y retírate en puntas de pie

más allá de las cimas de un viento de lluvia

sigilando en los párpados

el barníz del llanto y la sonrisa.

Tu historia

Tu historia se cuenta

entre los extremos de un hilo que parpadea

en las heridas de la discordia.

Al centro

en el inconciente cráter

la columna cansada de los mortales

en marcha oscila hacia el sol.

Hacia el horizonte

más allá de las escamas confusas del cielo

niebla, torbellino, vorágine.

Vagamos

Vagamos

sobre pedrusco ensangrentado

en la red concéntrica del aire

entre los faroles del sol

las heridas del prado

la hoja que voltea

suspendida en el cielo.

Aquí la corteza destiñe,

la agonía roza

el mudo ruido del cabello

flota en los surcos de la carne

desgranada por el hielo y el calor.

Y es todo fluctuar

de residuos y de ideas

sobre el hilo torpe del respiro

invisible en el vórtice de la miel.

                                                                             .

Diciembre es el mes más cruel

Diciembre es el mes más cruel

cuando la nieve cancela

las huellas del verde en los senderos

y el petirrojo helado

se estrella contra los vidrios neblinosos

con el ojo empañado de dolor

de criatura inerme

en el lascerante exilio del invierno.

Queda solo la braza del camino

para encender sobre el sendero de tus ojos

chispas azules perladas de avellanas

que se disipan en el cielo

entre el diáfano trapecio del humo.

En el jardín de Via Dalla Chiesa

entre las hojas muertas de las margaritas

una flor roja mira el primer sol:

Elena con aéreo paso sobre la sábana

vuela a arrancarlo

y sonriendo lo pega en mi corazón.

                                                                                                                                                                                                .Isolabella

Vuelvo a ver

las plumas de tu ala girar

la corona de sueños sicilianos

suspendidos en el agua.

Tu respiro se funde

al latido

y parece que diera marcha atrás

al tiempo y la muerte.

Estoy tan cercano a ti

diluido en la mirada

pero siento

que un mar feroz nos separa.

                                                              .

Shock

Ruinoso fue el shock

de cuarenta días de ansiedad

sepultados en el agua de lluvia que crecía.

El corazón lascerado,

la razón turbada enloqueció

y fue heroico creer

que el mundo habia crecido al revés

y era necesario luchar

por la deformada geometría

de las relaciones eternas.

.Cada día

Cada día

acróbata cansado

repito el tentativo

de comprender un pálpito.

Cada día busco

en el parpadeo de tus ojos

una minuta certe

Déjenme pasar

Déjenme pasar

debo llegar

donde el sol juega con el mar,

donde el hombre comparte el pan

sin distinción de razas.

Aquí

Aquí

los días desnudos

se nutren de aburrimiento

me quema tu ausencia,

paso las páginas del mal

ato afectos al desorden del corazón

y en el delirio de la sangre

cubierto de niebla, bebo

el cotidiano sorbo de tu hiel.

En este pueblito

En este pueblito

mi aliento es la agonía de los mitos

el mañana está sumergido en tus ojos

la esperanza tiene el color de los limones.

Acordes

En el aire de la noche

declina el oleaje de las voces

se ovillan

alfombras de sombra.

Se expande con la sangre

la ansiedad de llegar

y en el viento que despeina los olivos

que raspa esta desolada tierra

en el viento donde vibra tu voz

humana más que los sueños

descremados acordes

me enlazan a la vida.

Junio veintiocho

Junio veintiocho, hora nueve,

el Tirreno aplaca los convulsionados dedos en tu corazón,

el tiempo indolente atraca sobre la orilla.

Messina, hoz encantada, cosecha la ola,

labios entreabiertos sobre Europa.

Dentro – ideal político poesía

peines enredados

en el mechón barnizado del bienestar –

y el suplicio

del pájaro apretado en la mano.

Tú pedaleas sobre granos de vuelos quemados

con la rabiosa fiebre de quien sabe

que la nueva frontera es el horizonte.

El aliscafo que apunta a Vulcano

es púa que teje la esperanza

de horas de verano iguales  a una vida

y la aguja que cose otra vez

hojas afiladas

que saltan para atravesar la luz.

Junio veintiocho, ora nueve,

-el cielo astillado por las gaviotas

ávidas de presas y de aire-

un pez que saltó del agua

agoniza bajo una barcaza dada vuelta.

En lugares comunes

Dislocado

en lugares comunes

de la alegría y el malestar,

desparramado

en los cuartos abiertos a la sombra

y a las estaciones,

arde el insomnio

quietud impalpable caliente

agitándose hacia pungentes meteoros

en línea recta, deformada, clara

entre evidencias de roturas y sedimentos.

En las tramas secretas, en los tumultos

presiona la puerta el hilo de un dibujo,

ansias infecundas se arrastran

sobre la cáscara del día,

en la jungla del mundo

descarrilan las espirales del intelecto,

buscan el sentido de las cosas.

Y las voces, las voces del alma

precipitan hasta el fondo

del laberinto, al proscenio de la oscuridad,

en el pozo de los reclusos,

en la luz ardiente

del labio, de la mente,

de nosotros polen postrado

por el sol, por el viento,

por la fuente del tormento.

La verdadera libertad

Mientras que

miseria y riqueza

te mantengan encadenado

no podrás soñar

la verdadera libertad.

C’è una terra

I

C’è una terra tra l’Etna e il mare

un filo di case sull’unghia

 di monti che s’avventano scheggiati

sulla lastra del cielo

 Le mura sbarrano

 umide ciglia sulla strada

Bobby sulla sabbia acciambellato

nel sonno abbaia il suo dolore

per l’esilio del padrone-schiavo

 Il Canonico sul  trapezio del bastone

nell’astuccio di stoffa militare

 addita ai passanti le ferite

della guerra che non vogliono guarire

 ogni giorno sul corso fuma il tempo

 in un ruvido fornello d’ironia

II

Nel bar si gioca a carte si discute

del salario dell’anemico lavoro

si contano i giorni necessari

per la mutua gli assegni familiari

 si spera nel cantiere forestale

per la dote dei figli per la casa

 per le cambiali del televisore

 Nei petti tatuati dalle pene

don Santo tenace giocatore

 rinserra la speranza della vincita

per felpare sorsate di miseria

– Fate come me tentate la schedina

 pregate i trapassati

che vi dettino nel sogno la cinquina

in questo paese lazzarone

non c’è altro rimedio salutare –

 III

Fuori il vento torce il noce depilato

slitta sui cristalli impomatati

tu ingolfato nella sedia

uomo – rana con la lama dentro i denti

 varchi la palude tra mandibole

spianate di caimani

in agguato nei gomitoli di nebbia

 sciamata da cannoni di cartone

puntati su cuoi parassiti

Se guardi dietro i vetri innaffiati

oltre i cespugli del pantano

larve agonizzano spettrali

che contendono ai topi

 cartocci arrugginiti di escrementi

 se apri le braccia balza al cuor

Valle del Belice dove

 i congiunti sotto le rovine

chiamano un popolo che attende

col tufo sul viso ancora l’alba

IV 

Ora ruoti

attorno alla bilancia dell’ingiusto

cerchi Cerbero nello specchio trovi

il barista gigante con gli occhiali

il caffè singhiozza nella tazza

ti tuffi nel pozzo delle tasche

sei della razza che vive l’ergastolo

 con poche lire libero

di spaccarti l’unghia pneumatica

 sulle azzurre pareti della cella

se hai il coraggio di resistere o partire

 Anche tuo padre partigiano

stritolato dal neo – cannibalismo – capitale

 partì per nuove guerre uomo-rana

 Ora che la guerriglia crepita

 attorno alla catena di montaggio

 c’è chi dice che egli è già tornato

VI 

Nella pupilla del televisore

 Mike accartoccia ansie preziose

su obiettivi di cronaca e denaro

nella giungla nel deserto il mitra brucia

Dal sottosuolo dell’esistenza

tu coi versi ancora incidi

negative nel rotocalco della vita

e attendi in quella vita

 il boato di una nuova libertà.

(tratta dal volume  “C’è una terra”  – Todariana Ed., Milano 1972)

Hay una terra

I

 Hay una tierra entre el Etna y el mar

un hilo de casas sobre una uña 

de montes que se asoman astillados 

al mosaico del cielo

 Los muros cierran

 húmedas pestañas sobre la calle

Bobby sobre la arena

en el sueño ladra su dolor

por el exilio del patrón-esclavo

El cura sobre el trapecio del bastón

en un estuche de tela militar

 indica a los pasantes las heridas

de la guerra que no quieren curar

cada día en la calle fuma el tiempo 

en un ruinoso hornillo de ironía

II

En el bar se juega cartas se discute

del salario del anémico trabajo

se cuentan los días necesarios

para el crédito los subsidios familiares

se espera en la obra forestal

por la cuota para los hijos por la casa

por el pagaré del televisor

En los pechos tatuados de penas

don Santo tenaz jugador

abraza la esperanza de la victoria

para barrer lejos un poco de miseria

– Hagan como yo el tentativo de un cartoncito

recen a los muertos 

que ellos les dicten en el sueño la quiniela

en este pueblito desgraciado 

no hay más remedio que saludar –

III

Afuera el viento sacude el depilado nogal

se desliza por lustradas ventanas

 tú hundido en la silla

hombre – rana con la daga entre los dientes

atraviesas el pantano entre mandíbulas

abiertas de caimanes

emboscados en los ovillos de la niebla

 enjambres de cañones de cartón

apuntados sobre peinados parásitos

Si miras detrás de los mojados vidrios

más allá de los arbustos del pantano

larvas que agonizan espectrales

compiten con ratones

por paquetes oxidados de excrementos 

si abres los brazos salta al corazón

el Valle del Belice donde

 los reunidos bajo las ruinas

 llaman a un pueblo que espera

 atentamente el alba todavía

IV 

 Ahora giras

entorno a la balanza del injusto

buscas Cerbero en el espejo encuentras

el gigante que atiende el bar con sus anteojos

el cafè se lamenta en la taza

te tiras en el pozo de los bolsillos

eres de la raza que vive la cadena perpetua

con pocas monedas libre

de romperte la uña neumática

sobre las azules paredes de la celda

si tienes el coraje de resistir o de partir

También tu padre combatiente del pueblo

 triturado por el neo – canibal- capitalismo

partió hacia nuevas guerras hombre-rana

Ahora que la guerrilla arde

alrededor de la cadena de montaje

hay quien dice que él ya ha regresado

VI 

En la pupila del televisor

Mike envuelve ansias preciosas

sobre objetivos de crónica y dinero

en la selva en el desierto la ametralladora quema

 Desde el subsuelo de la existencia

tú aun con los versos tallas

formas para imprimir la vida

y esperas

el fragor de la nueva libertad

da: Il giusto senso-

Allá arriba día a día

montones de huesos exhalan

gemidos de hambre, alrededor

fulgurantes cajitas cromadas

que protegen sombreros de plumas

y cigarros entre labios babeantes

me pisotean el corazón.

 Dios de la nada

Dios de la nada y del dolor,

dios de los pobres, Dios mío,

asísteme te ruego para subir

los escalones de la oscuridad

con la carga del mal

y la pena del prójimo en el corazón.

Empujado por convulsas fantasías

he caminado racionales espirales

con la fuerza de los ojos,

arriesgué ante la fosa de los leones,

el oasis de vidrio,

la sombra, la masacre.

Ahora en el desierto del alma,

en el descenso homogeneo de la carne,

en el incendio de la historia y del futuro,

asísteme te ruego te prego a recortar

en la mezcla de la sangre y el pensamiento

la vela, la nube que salve,

la fuga al precipicio en el azul.

Dios de nada y del dolor,

Dios emergido de lo oscuro a intermitencias

en el delirio injusto del injusto,

asísteme te ruego mientras desgrano

istoria de piedad y de esperanza,

rientra trastabillo en otras ionósferas

y me obstino en esperar,

araña pegada al vidrio del porqué,

tu señal, la uña que arranque

el jeroglífico del día,

el sabor del cielo y del infierno,

al alma regresará la dulzura,

al mundo desconcertado su luz.

 Il cielo rotola in lembi di cristallo

“Il cielo rotola in lembi di cristallo

tento con rosolata mano

di fermare il giorno che precipita

dai rami stravolti nella sera”

rueda en bordes de cristal

busco con dorada mano

detener el día que precipita

desde los deformados ramos de la noche “

Quisieras agujerear

Quisieras agujerear

la caparazón sigilada

de resignada conchilla

y dejarte arrastrar

al remolino del azahar.

Pero hierve la ola,

el fuego seca estrellas y cielo,

sobre el borde del alma

tú ya no respiras,

el mareo asciende

y el mal se anula.

Otro día

Otro día

se arquea sobre nosotros

el armisticio terminó

en el registro

la red de sueños se ha destejido.

El hombre persiste en descomponer la unidad

y cabalgando satélites

va a la caza del oculto dios.

Maggio ‘68 

Maggio ‘68 
nella cortina del porto 
un concerto di clacson 
sventolano stendardi 
ringhiano slogans impazziti 
in testa lacera l’aria 
il fischietto della storia

Tu nella grotta della Fata Morgana 
trafitto dalla vergine schiuma 
d’ira e d’amore 
rigeneri covate d’ideali 
sull’argine vergine del mare 
riesplodono i sogni sgozzati 
sugli specchi degli anni favolosi 
analizzi sbricioli assiomi 
e nei vergini inganni 
della nuova frontiera 
affondi dolcemente 
tra riverniciate pareti d’utopia

Mayo ‘68

Mayo ‘68 
en la zona del puerto 
un concierto de bocinas 
flamean banderas 
ladran consignas enloquecidas 
lascera el aire la cabeza
con el silbato de la historia

Tú en la gruta de la maga Morgana
atravezado por la espuma intacta 
de la ira y el amor 
incubas ideales 
sobre el virgen terraplén del mar 
florecen los sueños degollados 
sobre espejos de años fabulosos 
analizas axiomas triturados 
y en los castos engaños 
de la nueva frontera 
te hundes dulcemente 
entre repintadas paredes de utopía

Nt: el autor hace referencia, cuando escribe “en la gruta de la Fata Morgana” a un fenómeno óptico que se presenta cada tanto a quien, desde la costa calabresa del Estrecho de Messina, mira hacia la costa siciliana (Ciudad de Messina) y que consiste en la aparición, sobre el mar, de fabulosas construcciones de torres y cúspides, que – como dice la enciclopedia Treccani- la fantasía de los poetas ha imaginado como residencia de la legendaria Fata Morgana. Esta denominación local del fenómeno viene del medioevo.

Uscire e non sapere


Uscire e non sapere dove andare 
con la pioggia che devasta le ferite 
dei prati e delle strade 
gremite di silenzio e di sgomento 

II 
Incagliato nella tela del finito 
mentre bevi l’ umido sole nella mano 
vedi tra gli alberi di fiato 
schizzare trecce di sogni dalle dita 
verso un pollice di cielo rischiarato 
da una freccia di luna dove sai 
la rassegnazione la certezza il bene 
legato a un filo bianco

Salir y no saber


Salir y no saber adonde ir 
con la lluvia que arrasa las heridas 
de prados y calles 
hartas de silencio y consternación 

II 
Varado en la tela de la finitud 
mientras húmedo sol bebes en la mano 
ves tras los árboles del aliento
como salpican los dedos sueños trenzados
hacia un pulgar de cielo claro 
flecha de luna donde distingues 
la resignación la certeza el bien 
atado a un hilo blanco.

Oltre i cancelli

Oltre i cancelli scorticati dal furore 
nella gola dei passeri scoppia il giorno 
le valve si arrendono al dolore 
per la clemenza dell’ombra 
al vertice la speranza burocratica 
del bene – nell’aria invalicabile 
la libertà prescritta dai tuoi sibili 
è nei limiti lussuoso arredamento

Incolonnato nell’ ansia della resa 
ascolti il delirio di chi muore 
in cifre di disfatta e sperimenti 
le piaghe del coraggio 
bruciato su sentieri padronali 
dove i mandorli fioriti sono la mano 
aperta del cielo che solleva 
dentro una nuvola di luce.

Más allá de los portones

Más allá de los portones desollados por la furia 
en la garganta de los pájaros estalla el día 
Las ostras se rinden al dolor 
hasta la clemencia de la sombra 
En la cima la esperanza burocrática 
del bien – en el aire infranqueable 
la libertad establecida por tus silbidos 
es en el límite un lujoso mobiliario

Encolumnado en el ansia de la rendición 
escuchas el delirio de quien muere 
en cifras de derrota y experimentas 
las llagas del coraje 
quemado en los senderos del patrón 
allí los almendros en flor son la mano 
abierta del cielo que alza
una nube de luz

La fine dei poeti

La sera di marzo muore nel Tirreno 
il gesto rifiuta la parola 
già sbandi nel vuoto siderale 
con le croci del Sud in processione 
nel tuo lamento di vivo 
forato dalla sillaba

Un vento stipendiato ti comunica 
la fine dei poeti muto valuti 
l’annuncio funerario maledici 
l’attimo trafitto nelle tempie 
ma cosmica è la luce in cui ti perdi

El final de los poetas

La tarde de marzo muere en el Tirreno,

el gesto rechaza la palabra,

ya te pierdes en el vacío sideral

con las cruces del Sur en procesión

en tu lamento de ser vivo

agujereado por la sílaba.

Un viento a sueldo te comunica

el final de los poetas, mudo reflexionas

el anuncio fúnebre, maldices

el instante traspasado en las sienes,

pero cósmica es la luz en que te pierdes.

Dialogo muto

Tutto nel buio è dialogo muto 
il giorno miraggio che uccide 
la cronaca tortura 
il cuore insidia

Il transistor trama accordi nella notte 
per te che non ascolti in sintonia 
con un’onda tua

rare voci 
scheggiate nel grido quotidiano 
la gioia di ferite 
di creatura schiava della terra 
nell’ansia che l’azzurro la rivesta

Vorresti lenire 
la dannazione fraterna 
mentre pestato da mille mani 
cerchi sull’òrbita incompiuta 
lo spasimo del nulla o il bene eterno.

Diálogo mudo

Todo en lo oscuro es diálogo mudo 
el día ilusión que mata 
la crónica tortura 
el corazón engaño

La radio trama acuerdos en la noche 
para ti que no escuchas en sintonía 
con tu onda

voces extrañas 
astilladas en el grito cotidiano 
alegría de heridas 
de criatura esclava de la tierra 
ansiosa que el azul la cubra

Quisieras atenuar 
la maldición fraterna 
mientras golpeado por mil manos 
buscas en la incompleta órbita 
el espasmo de la nada o el bien eterno.

L’insania di scrivere versi

Ora blàteri da microfoni spaziali 
dove hai dovuto trasferire

l’insania di scrivere versi

Nessuno sa la ragione del tuo esilio 
e come uccida 
prorogare tutte le scadenze 
quando il trionfo è gioco clientelare 
ma dentro prevalse l’ideale 
l’impegno politico fu amore 
ad un’Isola di lutti 
perciò fu fatale la ferita

Nella solitudine astrale 
ora smerigli tarde primavere 
e sogni soltanto di guarire

La locura de escribir versos

hablas a destajo desde micrófonos espaciales 
donde tuviste que transferir

la locura de escribir versos

Ninguno sabe la razón de tu exilio 
y cómo mata 
prorrogar todas las obligaciones 
cuando el triunfo es clientelismo 
Pero dentro prevalece el ideal 
el empeño político fue amor 
a una Isla enlutada 
por esto fue fatal la herida

En la soledad astral 
pules tardías primaveras 
y sólo sueñas en sanar.

La stanza di carta

Presto fuggirò dalla stanza 
di carta illuminata 
dai miei errori 
nell’assenza il quaderno 
attenderò la mano che lo frughi 
c’è il tempo speso in folli itinerari 
sordo all’appello familiare 
del pane certo 
c’è il segno della mia riconoscenza 
per chi ha impagliato 
ghirlande di sogni nel mio inverno 
c’è il senso di una vita 
tentata con ragioni in cui ho creduto 
la preghiera del dovere 
bevuta sino al sorso dell’addio.

Già nell’abisso fumano i pagliai 
sotto la luna i contadini s’imbarcano 
su vascelli di memoria e di demenza 
nel prurito dei tizzoni s’agita il vento 
che verrà a strapparmi l’ultimo grido

Chissà se dietro le tendine dissestate 
vivrà il guaito una parola.

La habitación de papel

Pronto huiré de la habitación 
de papel iluminado 
por mis errores 
en la ausencia esperaré la mano
que urgue mi cuaderno
está el tiempo gastado en loco itinerario 
sordo al llamado familiar 
del pan seguro 
está la señal de mi reconocimiento 
para quien ha dado cuerpo 
a las guirnaldas de sueños en mi invierno
está el sentido de una vida 
tentada de razones en las que he creido 
la oración del deber 
bebida hasta el sorbo del adiós

Ya en el abismo humean los pajares 
bajo la luna se embarcan campesinos 
sobre naves de memoria y demencia 
en el escozor de la brasa se agita el viento 
que vendrá a arrancarme el último grito

Quizá si detrás de los ruinosos tendones 
se lamente una palabra

So che verrai

So che verrai questa notte 
agitando la mano bianca di farfalla 
nell’inganno della mia fatua luce

Non tarderò ad aprire la finestra

e finalmente sepolto nel tuo abbraccio 
sentirò cembali intonare 
un concerto d’amore e di pietà

Sé que vendrás

Sé que vendrás esta noche

agitando la blanca mano de mariposa

en el engaño de mi luz fatua

no tardaré en abrir la ventana

y finalmente hundido en tu abrazo

sentiré los címbalos entonar

un concierto de amor y de piedad

Tra due rive

Il cranio del Re fuma 
su nevrotici precipizi 
oscilla la rondine tra i fili 
accerchia le antenne a fiotti d’ala 
abbozza profili di partenze

L’ultima mosca crepita 
nella maglia del ragno

Nell’intelletto abraso 
transitano messaggi 
mentre m’innalzo a stendere

un rigo di luce due rive

Entre dos orillas

El cráneo del Rey fuma 
neuróticos precipicios 
oscila la golondrina entre los hilos 
circunda las antenas a golpes de ala
ensaya perfiles de partida

La última mosca crepita 
en la red de la araña

En la erosionada inteligencia 
transitan mensajes 
mientras me alzo a extender 
una línea de luz entre dos orillas.

Le traduzioni sono di Gabriel IMPAGLIONE

(Poeta,scrittore e critico letterario organizzatore e direttore della Rivista di poesia mondiale ASLA NIGRA,sotto l’egida dell’UNESCO

Gabriel Impaglione è nato a Buenos Aires nel 1958, poeta e giornalista argentino. Autore di: “Echarle pájaros al Mundo” (Ediciones Panorama, BsAs, 1994), “Breviario de Cartografía Mágica” (El Taller del Poeta, Galicia, 2002), “Poemas Quietos” (Antol. Editorial Mizares, Barcelona, 2002), “Bagdad y otros poemas” (El Taller del Poeta, Galicia, 2003), “Letrarios de Utópolis“.Ha fondato ed è direttore della Rivista Mondiale di poesia, ISLA NIGRA,organo poetico dell’UNESCO, che ospita poeti d tutto il mondo che ogni sera alla stessa ora, recitano testi poetici nelle piazze di 300 città del mondo.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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