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LETTERATURA U.S.A. CONTEMPORANEA– HERNEST HEMINGUAY E “LA GENERAZIONE PERDUTA”

ERNEST  HEMINGUAY

Ernest Miller Hemingway nasce a Oak Park, nell’Illinois, il 21 luglio del 1899, alle otto del mattino. Suo padre, Clarence Edmonds Hemingway, era un medico di soli ventotto anni, collezionista di monete, francobolli, cimeli indiani, animali impagliati, appassionato di caccia e pesca ed eccellente cuoco. Sua madre, invece, Grace Hall, era un contralto che, abbandonata la carriera operistica a causa di alcuni disturbi alla vista, si era dedicata alle lezioni di musica a domicilio e, più tardi, alla pittura. La famiglia di Hemingway era agiata, di religione protestante. I rapporti tra i genitori non furono mai buoni: il padre era un uomo fragile e severo, mentre la madre mostrava un carattere ambizioso e dominatore. Hemingway e i suoi cinque fratelli, di cui era il secondogenito, vissero la loro infanzia fra i continui litigi dei genitori sull’educazione dei figli e la gestione del patrimonio familiare.

Hemingway si diplomò nel 1917 alla Oak Park High School, dove la sua inclinazione e il suo talento per le lettere vennero presto notati e incoraggiati da alcuni insegnanti. Mentre sua madre, Grace, avrebbe voluto per il figlio una carriera da violoncellista, il giovane Hemingway si mostrava incline alle stesse passioni che il padre gli aveva trasmesso: l’amore per la caccia, la pesca e la vita all’aria aperta. Lasciò l’università per la scuola di giornalismo.

Nell’ottobre del 1917 venne assunto come cronista dal «Kansas City Star», ma l’intervento degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale lo stimolarono a offrirsi volontario per combattere in Europa. Verrà tuttavia riformato a causa di un difetto alla vista e, lasciato lo «Star», nel 1918 si arruolerà, insieme con un amico, come autista di ambulanze della Croce Rossa. Quella stessa estate, dopo la traversata dell’Atlantico e brevi soste a Parigi e Milano, si era trovato sul fronte italiano. A Fossalta di Piave, in particolare, dopo essere stato colpito e ferito dalle schegge di un proiettile, finì in un ospedale milanese dove rimase per tre mesi subendo numerose operazioni alla gamba. Qui si innamorò di Agnes Hannah von Kurowsky, un’infermiera americana di origine tedesca. La ragazza, tuttavia, respinse la domanda di matrimonio di Hemingway il quale, ritiratosi dalla Croce Rossa, decise di ritornare a combattere nell’esercito italiano fino all’armistizio.

Riattraversato l’oceano e nel 1919 sbarcò negli Stati Uniti dove venne trionfalmente accolto dalla stampa ed elogiato per il suo coraggio e la resistenza al dolore. Tuttavia, così come molti altri reduci, anche Hemingway, dopo la guerra, aveva stentato a riadattarsi alla vita civile. Per questo motivo, sembra che avesse prese a soffrire di insonnia e a bere per combatterla. Leggeva moltissimo e di tutto. Proprio durante quell’estate, tra gite ed escursioni nei boschi del Michigan, riprese a scrivere racconti. Sua madre, però, scontenta di questa passione, tentò a più riprese di osteggiarla finché, su invito di un amico del padre, lo scrittore non accettò di stabilirsi a Toronto. Dal 1920 diventò un collaboratore del «Toronto Star», scrivendo una dozzina di articoli in tre mesi. Stabilitosi a Chigago, collaborò con una rivista di settore, che poi decise di abbandonare dopo aver conosciuto e sposato, il 3 settembre del 1921, Elizabeth Hadley Richardson, una ragazza di St. Louis, orfana di entrambi i genitori e più grande di lui di otto anni.

Con l’aiuto economico della moglie e alcune lettere di presentazione di Sherwood Anderson a Gertrude Stein, Lewis Galantiére, Sylvia Beach ed Ezra Pound, Hemingway partì per l’Europa e, nel febbraio del 1922, riprese a collaborare con il «Toronto Star». Per questo giornale seguì grandi eventi internazionali: la guerra greco-turca e la pace di Losanna. Quando, poi, invitò la moglie a raggiungerlo, accade un avvenimento assai strano: Elizabeth smarrì, o le furono rubati, tutti i manoscritti del marito.

Nel 1923 a Parigi uscì il primo libro di Hemingway, Three Stories e Two Poems. Il 10 ottobre dello stesso anno nacque il suo primo figlio, John Hadley Nicanor, soprannominato Bumby. A Parigi, in questo periodo, ebbe modo di scrivere racconti e pubblicare poesie su una rivista tedesca. All’inizio del 1925 l’editore americano Horace Liveright accettò di stampare il suo secondo libro dal titolo In Our Time. Nell’ottobre del 1926 uscì Fiesta dopo che, con la pubblicazione di Torrenti di Primavera, Hemingway aveva interrotto i rapporti con Liveright, per poter passare ad un altro editore. Nel 1927 vennero pubblicati i racconti che diedero conferma delle doti letterarie di Hemingway: Men without woman. Durante lo stesso anno lo scrittore aveva divorziato da Elizabeth Hadley per sposare una ricca amica della moglie che lavora nella redazione parigina di «Vogue»: Pauline Pfeiffer.

Dal 1928 al 1939, dopo essere tornato negli Stati Uniti insieme alla moglie, passò il suo tempo scrivendo, pescando e cacciando in Florida. Lo stesso anno, dopo la nascita del suo secondogenito, Patrick, che aveva messo a repentaglio la vita di Pauline, suo padre morì suicida sparandosi un colpo alla testa. Nel 1929 uscì Addio alle armi. Nel 1931 nacque il terzo figlio di Hemingway, Gregory Hancock, mentre lo scrittore stava preparando Morte nel pomeriggioWinner Take Nothing e Verdi colline d’Africa, che uscirono rispettivamente nel 1932, 1933 e 1935. Nel 1936 scoppiò la guerra di Spagna. Hemingway partì nel 1937 come corrispondente di guerra della «North American Newspaper Alliance», dopo aver compiuto il suo Avere e non avere, che venne poi pubblicato l’anno seguente, insieme a The Fifth Column and the First Forty Nine Stories. È in Spagna che Hemingway iniziò una relazione con Martha Gellhorn, giornalista e romanziera che nel 1940, dopo il divorzio da Pauline (per abbandono del tetto coniugale), divenne la sua terza moglie.

L’autore si stabilì a Cuba con Martha e scrisse Per chi suona la campana, che uscì nel 1940. La seconda guerra mondiale lo vide dapprima in Estremo Oriente, insieme a Martha, come corrispondente di guerra, poi al comando del suo Pilar, un panfilo trasformato in battello antisommergibili e, infine, in Europa, al seguito dell’esercito americano. Finita la guerra e ottenuto il divorzio da Martha Gellhorn, Hemigway, sposò una giornalista americana, Mary Welsh, e tornò anche alla sua attività di scrittore. Nel 1950 uscì Di là dal fiume e tra gli alberi e nel ’52 Il vecchio e il mare. L’anno dopo Hemingway vinse il Premio Pulitzer e, nel 1954, dopo un incidente aereo nel quale fu ritenuto morto, il Nobel per la letteratura. Nonostante i vari riconoscimenti e successi, per Hemingway cominciarono anni di crisi esistenziale. Per questo interruppe la stesura delle sue memorie, il postumo Festa mobile, e la revisione di un romanzo cominciato nel 1946, Il giardino dell’Eden, per fare il suo ultimo viaggio in Europa, dal quale scaturì anche un libro intitolato Un’estate pericolosa.

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Nel 1960 Hemingway venne ricoverato in una clinica del Minnesota. I suoi disturbi nervosi erano sempre più gravi, tanto che i medici si decisero a ricorrere all’elettrochock, che gli causò una perdita di memoria, vera tragedia per lo scrittore. Guastatisi i suoi rapporti con la Cuba di Fidel Castro, l’autore tornò a stabilirsi a Ketchum, nell’Idaho, dove la moglie riuscì a sventare un primo tentativo di suicidio dello scrittore. Poco più tardi in una bella domenica di sole del 2 luglio 1961, quasi sessantaduenne, Hemigway si alzò di buon mattino, afferrò uno dei suoi fucili da caccia, come per punirlo…

FIESTA

Basato su una materia ampiamente autobiografica (i viaggi compiuti da Hemingway con la moglie e alcuni amici in Spagna a partire dal 1923), il romanzo narra le vicende di un gruppo cosmopolita di giovani espatriati, con le loro burrascose inquietudini esistenziali e sentimentali. In queste pagine lo scrittore raggiunge uno stile già maturo, calibratissimo tra cronaca e poesia, asciutto, essenziale, con dialoghi esemplari per incisività ed eleganza, grazie al quale riesce a mettere a nudo l’anima dei suoi personaggi, e a infondere loro la vita.

Non è mai facile leggere tra le asciutte, spoglie e pragmatiche righe di Hemingway per capire ciò che frulla nella mente di questo premio Nobel per la letteratura (1954). Si rischia sempre di cadere in grossi equivoci perché anche in Fiesta, come in ‘Addio alle armi’ ad esempio, non si ha la certezza della natura autobiografica del racconto. Eppure Ernest è davvero figlio della cosiddetta Generazione Perduta, una definizione che lui stesso ha contribuito a coniare riprendendo la frase di Gertrude Stein con lo scopo di racchiudere tutti quei giovani che avevano prestato servizio nella guerra, trascorrendo dentro quella drammatica cornice i loro anni migliori. E infatti, com’è noto, lo scrittore partecipò attivamente alla Prima Guerra Mondiale arruolandosi come volontario nella Croce Rossa e operando sul fronte italiano. Ma non è l’unico indizio. Hemingway era solito recarsi proprio a Pamplona con la moglie e un gruppo di amici per assistere alle corride durante i festeggiamenti di San Fermin. Ed è esattamente questa l’ambientazione della sua storia. Insomma l’idea di voler associare questo romanzo a una sorta di autobiografia è sempre più forte. Ma se togliessimo questi filtri per analizzarlo in una forma più distaccata, la sostanza non cambia. La montatura è sempre quella, indipendentemente dalle lenti utilizzate. Ernest, con la sua forma breve e incisiva come è solito fare, ci introduce in una sorta di documentario descrivendo e narrando le emozioni, le inclinazioni e i costumi che attraversano gli animi e i cuori di quelle persone. Attraverso quei cinque personaggi che animano il racconto (Jake -in prima persona- , Bill, Mike, Robert e la bella quanto sfuggente Brett Ashley) lo scrittore ci racconta cosa sia la Generazione Perduta -o se preferite Lost Generation, dato che di questi tempi le citazioni in inglese hanno un’appeal sempre più efficace- che costituisce il soggetto e l’oggetto del libro. Indecisione e voglia di libertà. Sono le parole chiave che mi sono subito venute in mente alla conclusione di questo libro. Sono le parole chiave che assocerei ai moti interiori di quei personaggi, e quindi forse allo stesso Hemingway, e quindi sicuramente alla Generazione Perduta. A rigor di logica, uno potrebbe pensare che la tristezza, lo sconforto e la frustrazione siano altri sentimenti emblematici di quel periodo storico. Tuttavia nel libro non ho mai avvertito quello stato d’animo. Dal momento che Jake, Mike, Bill, Robert e Brett non si rendono conto fino in fondo dei loro problemi che appaiono sì causati dal periodo storico in cui si collocano, ma connaturati alla loro stessa natura. Non sembrano avere la lucidità per comprendere la loro incapacità di decidere la propria vita, il proprio amato, il proprio futuro. Ma allo stesso tempo sono animati da una voglia sfrenata di libertà, di movimento. Vogliono viaggiare, vogliono sentirsi liberi, vogliono sperimentare. Se da una parte l’indecisione blocca mentalmente (e anche fisicamente) i personaggi impedendo loro di prendere una decisione, dall’altra la voglia del ‘nuovo’ obbliga loro a muoversi, a discernere, a definire un obbiettivo. È un paradosso quello tra indecisione e libertà che non può che tradursi in uno scontro che, trasfigurato nella mente di quei personaggi porta alla confusione.
Brett che non sa decidere a chi donarsi, ma continua a cambiare uomo; Robert che vuole viaggiare, ma poi sul momento di decidere fa retromarcia, per poi compiere l’ennesima giravolta con un telegramma (“vengo giovedì”) che rettifica nuovamente la sua volontà; Mike che, non appena l’alcol gli fa effetto, insulta R.Cohn per la sua attrazione nei confronti di Brett che lo sgrida per la sua maleducazione, salvo poi biasimare e odiare anche lei Robert; è sempre Mike però quello che non sembra dispiacersi tanto quando viene a sapere dell’infatuazione di Romero per la sua amata. Insomma lo scontro etimologico tra libertà e indecisione non è fine a se stesso, come ho appena dimostrato. E quello scontro, il cui effetto è una confusione sempre più palpabile, finisce per avere la sua forma più compiuta nell’alcool, nell’ubriachezza, nelle feste sfrenate, nella vita sregolata. E va da sè che la notte diventa sempre più alienante per i personaggi perché rappresenterebbe il momento della giornata in cui si trovano da soli, costretti a dover guardare i propri limiti e quindi a capire la loro identità che è dilaniata da quel conflitto. Motivo per cui il sonno è come bandito e la notte diventa il momento dei balli, dei drink, della fiesta. Per la generazione perduta non c’è differenza tra la notte e il giorno. C’è un po’ di animo romantico nei protagonisti, specie in Robert, per quell’ansia di libertà che fa muovere i nostri personaggi prima a Parigi per poi arrivare fino a Pamplona ad assistere alle corride. È la ricerca della soddisfazione e della felicità, ma alla fine prevale sempre “la sensazione che tutto questo fosse qualcosa di ripetuto, qualcosa da cui ero già passato e da cui mi toccava passare di nuovo”. È questo il presentimento che sembra afferrare Jake all’inizio del racconto senza però comprenderlo appieno. È solo quando la Fiesta si conclude, quando Pamplona ritorna nel silenzio, quando il duro scontro tra indecisione e tensione verso la libertà si placa nell’animo, quando la musica cessa nelle strade e nei locali, quando gli uomini bevono le ultime gocce di vino nei loro bicchieri, che tutto torna a com’era incominciato. Con una differenza. Ora c’è la consapevolezza. Ed è questa presa di coscienza a rendere, stavolta sì, il finale amaro con Brett che, a mo’ di rimprovero verso se stessa, dice “ci saremmo potuti divertire tanto insieme” rivolta a Jake che replica, quasi sarcasticamente, “sì, non è carino pensarlo?”. Perché ora si può solo pensare, non più vivere. Prima si aveva vissuto, ma non si aveva pensato. È la generazione perduta. Considerata la coetaneità e l’amicizia che legava Hemingway e Fitzgerald, non mi è sembrato affatto strano trovare dei punti in comune tra “Fiesta” e qualcuna delle opere dell’amico. Il punto d’unione principale sta nei personaggi che popolano questa storia, degni rappresentanti della “Generazione perduta” del primo dopoguerra. Uomini e donne distrutti da fragilità e insicurezze, completamente inconsapevoli di quello che vogliono dalla propria vita e che affogano tutto nel divertimento sfrenato ma soprattutto,nell’alcool.
Hemingway è uno di quegli autori dallo stile inconfondibile, ma non per la sua profondità (in questo era parecchio diverso dall’amico Fitzgerald), ma per la sua schiettezza, per il suo saper descrivere alla perfezione luoghi e stati d’animo senza fronzoli. Con inenarrabile maestria è riuscito a rendere alla perfezione l’ambiente spagnolo di Pamplona durante la “Fiesta” di San Fermìn, durante la quale hanno luogo festeggiamenti ininterrotti, gozzoviglie, corse coi tori (Hencierro) e corride. Mi ci sono sentito immerso. I suoi personaggi sono delineati alla perfezione e divengono persone in carne ed ossa, capaci di generare nel lettore reazioni che avrebbe davanti ai comportamenti di persone da lui conosciute. Non è difficile capire che nella persona del protagonista l’autore ci abbia messo una buona parte di se stesso, anche se spero per lui che non fosse così arrendevole come dimostra di essere Jake nei confronti della protagonista femminile Brett, che personalmente ho odiato moltissimo. Ma credo fosse questo, l’intento di Hemingway, quello di delineare una donna tanto simile (ma molto peggiore) alla Daisy che porta alla follia Jay Gatsby. Protagonista è un gruppo di amici che a un certo punto della storia decide di spostarsi da Parigi fino a Pamplona, in Spagna, in concomitanza della festa di San Firmino che avrà luogo a inizio Luglio. Prima dell’inizio della festa, il protagonista e il suo amico Bill (personaggio esilarante) si daranno alla pesca non molto lontano da Pamplona, e questo sembra essere l’unico momento di serenità che si troverà a vivere Jake durante tutta la storia. Sì, perché spostandosi da Parigi la sua vita non muterà di molto, muteranno soltanto il nome dei ristoranti e dei bar in cui si ubriacheranno costantemente, chi per un motivo chi per un altro. Il motivo principale è Brett, donna affascinante ma assolutamente fragile e insicura, sempre alla ricerca di nuove storie sentimentali che possano darle nuova vita. Questa sua continua ricerca la metterà sotto una cattiva luce e scatenerà non poche liti tra gli uomini protagonisti, compreso il nostro protagonista Jake, che farà sempre di tutto pur di farla felice. Ma Brett è una donna perduta come tante della sua generazione e nemmeno la pacatezza e la sicurezza del protagonista potranno scuoterla da questa sua condizione disperata, tanto è vero che non vediamo l’ora che lui si stacchi definitivamente da lei, che è una persona malsana che può fare solo del male e che ne è assolutamente consapevole. A qualcuno, questo libro potrà sembrare privo di una trama, solo una storiella in cui i protagonisti si sbronzano continuamente e si danno a una vita frivola, ma secondo me Hemingway ha dipinto alla perfezione quella che era la situazione degli uomini della sua epoca. Che la gioventù fosse questa, a quei tempi, non era certo colpa dell’autore; si doveva chiamare “Generazione perduta” per un motivo, no? Io trovo che Ernest l’abbia tratteggiata alla perfezione, per quanto triste e frivola potesse essere.

“Sorrise di nuovo. Sorrideva sempre, come se le corride fossero un segreto molto particolare tra noi due; un segreto un po’ scandaloso, ma assai profondo, di cui eravamo al corrente. Sorrideva sempre, come se nel segreto ci fosse qualcosa di osceno per gli estranei, ma qualcosa che noi capivamo. Non bisognava svelarlo a chi non lo avrebbe capito.”

Piccolo capolavoro di Ernest Hemingway, “Fiesta” racconta la storia di 5 ragazzi che, spinti dalla voglia di provare nuove emozioni e dalla noia dei Cafè parigini, si spingono alla scoperta della Fiesta di San Firmin di Pamplona, famosa per l’adrenalinica corsa dei tori. Il pretesto del viaggio è questo, ma il gruppo di giovani rimane chiuso a riccio nelle dinamiche disilluse e snob di cui era già prigioniero nelle serate parigine, non riuscendo mai veramente a “calarsi” nella Fiesta; risalta il contrasto tra gli allegri spagnoli (capaci di inebriarsi non solo di vino, ma anche di fuochi d’artificio, canzoni d’osteria, corride e tori) e i melanconici ragazzi anglosassoni, mai partecipanti attivi della manifestazione. il fulcro del romanzo infatti non è la Fiesta in se, né il protagonista Jake (giornalista americano alterego di Hemingway). Il vero centro della compagnia è la bella lady Brett Ashley, promessa sposa del Britannico Mike ma oggetto del desiderio di Cohn, Romero e Jake. Brett è “inconquistabile” perché anche lei inconsapevole di ciò che vuole, a caccia di continue nuove avventure sentimentali. La sua inarrivabile bellezza, complice lo stordimento dovuto all’alcol (il grande combustibile del romanzo) porterà i personaggi del libro alla perdizione e all’ oscuramento dei (pochi) valori in cambio di un rapporto passionale ed esclusivo con lei. In questo senso i membri della compagnia si calano perfettamente nel contesto della Fiesta, apparendo come tori spinti dalla foga tra le strade spagnole. Ad attenderli nell’arena l’oggetto del desiderio, Brett, che da abile “torero” è pronta a farli volteggiare a piacere con il drappo rosso della propria sensualità, fino al momento dell’esecuzione. Jake, il più sobrio del gruppo, sembra l’unico a non perdere l controllo, capace di difendere ancora quei valori che in lui intravede anche l’albergatore Montoya, vero “aficionado” delle corride e paladino del loro significato “aulico” (sacralità e incontaminata purezza). Ma anche Jake non è in grado di resistere al vortice passionale di Lady Ashley, sacrificando il promettente torero Romero in onore dell'”amore” di lei.
E a Fiesta terminata dunque cosa rimane? A cosa è valso tutto ciò e come sono cambiati i protagonisti? Emblematica la scena finale del romanzo, sublime risposta a tutti questi interrogativi.

 

La componente autobiografica è sicuramente la base del libro. Hemingway(dalla personalità irrequieta) s’incarna nel protagonista,Jake. Il protagonista appartiene alla generazione degli Americani espatriati in Europa,egli è un giornalista inquieto,che cerca di dare un senso alla vita attraverso i propri viaggi,ma facendo ciò egli non fa altro che permettere alla vita di sfuggirgli. Non è di certo l’Hemingway migliore quello che ritroviamo in questo romanzo,ma il suo stile semplice e discorsivo è alla portata di qualunque lettore. Nel descrivere usi e costumi della ”Generazione perduta” ,ovvero quella reduce della Prima guerra mondiale,lo scrittore non tralascia alcun particolare. Si tratta di quella generazione che a causa della guerra sembra aver perso la luce per scovare l’essenza della vita,per tale motivo l’intreccio è caratterizzato dal viaggio di quattro irrequieti amici,i quali viaggiano per l’Europa alla ricerca di divertimento,o del ”brivido”,per dare un senso alle proprie serate. Perciò il protagonista di questo romanzo sembra essere proprio l’alcool,il quale dà vita alle serate tra amici,forse è proprio quest’ultimo l’anima della ”fiesta” . Stimo Hemingway come scrittore,per l’eccellente utilizzo del discorso diretto,attraverso quest’ultimo l’ autore dà vita ai propri personaggi trasmettendo al lettore tutto ciò che è necessario sapere di questi ultimi,senza perdersi in noiose e ripetitive descrizioni. Leggendo tale romanzo è possibile percepire l’amore per le piccole cose che caratterizzava l’autore,osservando le deliziose descrizioni che egli dedicava a queste ultime.

I romanzi di Hemingway riflettono la sua stessa personalità, quella di giornalista e uomo inquieto, e così la sua scrittura, caratterizzata da molti dialoghi, battute graffianti, personaggi tesi alla continua ricerca di senso nell’azione calati in realtà più o meno esotiche. Così è Fiesta, uno dei suoi libri più famosi, dove l’autore rende con tocco da cronista l’ambientazione fra la Parigi dei Café e la Pamplona della festa di San Firmino (celebrata con la famosa corsa dei tori per le strade della città) fra le due guerre. Hemingway ci racconta di un mondo che a noi pare tanto irreale quanto affascinante, popolato da giovani americani sradicati coinvolti nella contraddittoria ricerca frenetica di divertimento e vita da una parte e, dall’altra, consapevolmente dediti a una metodica autodistruzione. Tuttavia un’autodistruzione di lusso, che li vede trascinarsi per mezza Europa tra i bar più alla moda e gli alberghi più costosi, tra battute spiritose ma al contempo amare e litri di vino in quantità tali da diventare quasi il vero protagonista del romanzo. Ma Fiesta in fondo è il racconto (particolarmente calato nel contesto storico e temporale) del profondo disagio di una gioventù estremamente ricca che non ha preoccupazioni materiali, che è sempre stata abituata ad avere tutto e ad ottenere tutto ciò che chiedeva ma che, ad un certo punto, si ritrova a fare i conti con la mancanza di senso che questo comporta. Tale inquietudine giunge al culmine durante i giorni della festa di San Firmino e viene combattuta attraverso l’oblio dell’alcool e il bagliore accecante delle luci del bel mondo: e dopo gli eccessi dell’estate spagnola e l’epica descrizione della frenesia provocata dalla pazza corsa dei tori per le vie di Pamplona, anche la disperazione sembra più misurata, seppure non ancora risolta.

UN GIOVANE HEMINGWAY


Hemingway rinuncia apertamente al mito dell’artista stoico,che si estranea dal mondo in continua evoluzione delle passioni, limitandosi a raccontarlo da una visuale privilegiata,influenzata dal punto di vista dell’artista. Il poeta hemingwayiano è il protagonista Barnes,colui che vive le passioni in prima persona,affrontando le tappe della “Fiesta” della vita in un misto di energia vitale giovanile e senso critico proprio dell’artista vissuto. Il parallelismo è perfetto,incalzante:a descrizioni della Fiesta di San Fermin si alternano le vicende di un gruppo di ragazzi, in un percorso poetico che vede alternarsi ripetutamente speranza,energia e disillusione,sentimenti frequenti nella produzione dell’autore di Oak Park.Sbagliato sminuire Hemingway a una semplice  piacevolezza,”Fiesta” è un libro semplice,dallo stile asciutto ,caratteriz- zato da un realismo alienante quasi comparabile a quello di Bukowski ma nello stesso tempo poetico come una composizione di Baudelaire. Bel romanzo di Hemingway ambientato tra Francia e Spagna negli anni 20.
Leggendolo ci si accorge facilmente che l’autore sta raccontando luoghi che ha visto di recente, ed il suo solito stile essenziale e molto scorrevole te li fa vivere in prima persona. La storia gira tutta intorno ad una Donna (Brett) ed un gruppo di “amici”, che tra una bevuta e l’altra ci inseriscono prima nella loro vita Parigina e poi in quella Spagnola con la famosa Fiesta di Pamplona (descritta veramente molto bene, si vivono usi e costumi fuori dal tempo). L’eroe (Jake) è quello classico di Hemingway, sempre intelligente, riflessivo e razionale ma inevitabilmente legato all’altro sesso. Tra amori, liti e molti litri di alcool il libro scorre via che è un piacere. Ho letto, sopratutto in età giovanile, molto Hemingway, di cui ho ammirato (e ancora ammiro) lo stile asciutto ed essenziale. Tra i romanzi questo è il migliore per la perfezione dello stile, l’ambientazione storica e, perchè no, il contenuto. Il personaggio del giornalista Barnes di cui è follemente innamorata la ninfomane Brett e che lui può contraccambiare solo platonicamente per una ferita di guerra, è tragico ma dignitoso, e non scade mai nel patetico. C’è poi la sublime descrizione della “fiesta” di Pamplona, la passione per la corrida, la descrizione dell’ “aficion” (passione che solo gli intenditori possono condividere) la descrizione di paesaggi fantastici di quella parte della Spagna, sopratutto nella scena di pesca alla trota nel torrente di montagna (veramente fantastica) la presenza dell’alcool come ingrediente indispensabile per vincere la malinconia e poi la considerazione……..è straordinariamente facile fare il superiore su ogni cosa di giorno, ma di notte è un’altra faccenda……. che riassume in se lfilosofia di vita del protagonista. Forse un’ Hemingway di questo livello si trova in qualcuno dei 49 racconti. Un piccolo capolavoro.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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