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LA GRANDE LETTERATURA EUROPEA CONTEMPORANEA: STENDHAL E LA CERTOSA DI PARMA-

STENDHAL  (Pseudonimo di Henri Beyle)     

Stendhal e l’amore per l’Italia

Nell’immaginario di Henri Beyle, conosciuto come Stendhal  (pseudonimo letterario, Stendhal è il nome di una città tedesca), l’Italia occupa un posto molto importante. Scopre questo paese che adora e ammira a 17 anni, quando si ritrova al seguito dell’esercito napoleonico. Stendhal ci tornerà spesso in qualità di diplomatico. È per lui il paese della bellezza, del piacere di vivere, dell’amore. Preparerà il proprio epitaffio scrivendo in italiano: “Arrigo Beyle, Milanese”.  

Fondatore del realismo moderno, il suo genio sarà riconosciuto molto più tardi, come egli stesso aveva previsto: “Je mets un billet à la loterie dont le gros lot se réduit à ceci: être lu en 1935.  

 

BIOGRAFIA

 

I primi anni (1783-1799)

Henri Beyle Stendhal nacque a Grenoble il 23 gennaio 1783 da una famiglia borghese. Ebbe un’infanzia triste. Orfano di madre a 7 anni, fu educato dal padre autoritario -“Un uomo estremamente poco amabile”  – e dalla zia Séraphie – il suo “cattivo genio durante tutta l’infanzia” (citazioni dall’autobiografia Vita di Henri Brulard). Soffrì sotto la tirannia del precettore, l’abate Raillane.

A salvarlo fu il suo amore per la matematica: la Scuola Centrale segnò il suo primo incontro con la libertà. Nel 1799 si recò a Parigi per passare il concorso dell’École polytechnique, poco dopo il colpo di stato di Napoleone. Scriveva: “Al mio arrivo a Parigi due grandi oggetti di desideri costanti e appassionati caddero di colpo nel nulla. Avevo adorato Parigi e la matematica. Parigi senza montagne mi ispirò un disgusto così profondo […] Ero deciso a non sostenere l’esame”. 

dal suo futuro da matematico e grazie al cugino intendente generale della “Grande Armée” (la Grande Armata), nel 1800 raggiunse l’armata napoleonica in Italia.

Stendhal nell’esercito (1800-1814)

Arrivò a Milano con Bonaparte. L’Italia lo incantò ma l’esercito lo annoiava e dopo aver dato le sue dimissioni, tornò a Parigi, frequentò gli artisti, lesse molto e iniziò a scrivere. A 23 anni intraprese una carriera diplomatica e viaggiò in GermaniaAustria e Russia fino alla caduta dell’imperatore.

 

Stendhal a Milano (1814-1821)

Con la speranza di iniziare una nuova vita lontana dalla Francia sotto la Restaurazione, Beyle si stanziò a Milano. Dissertò sulla musica e sulla pittura e il saggio Roma, Napoli e Firenze (1817) fu firmato per la prima volta con il pseudonimo Stendhal. Si innamorò di Matilde Viscontini Dembowski, un’amica di Foscolo e fu proprio il suo amore non corrisposto per questa signora dall’idealismo liberale e patriottico a ispirare la sua prima opera, Dell’amore.  Frequentò gli ambienti liberali italiani ma, sospettato di rapporti con la carboneria milanese dalla polizia austriaca, dovette tornare in Francia.     

Stendhal a Parigi (1821-1830)

A Parigi frequentò i circoli letterari in pieno sviluppo romantico. Sempre sensibile alle donne e all’amore, nonostante le delusioni, fece pubblicare il trattato Dell’amore nel 1822. L’opera non ebbe successo, e neppure le due successive:  Il saggio sul teatro Racinee Shakespeare (1823-1825) Il primo romanzo pubblicato sotto il nome Stendhal Armance

L’esilio e le cronache italiane

Dopo la pubblicazione del secondo romanzo considerato oggi come un capolavoro, Il rosso e il nero, nel 1830 fu nominato console a Trieste ma gli austriaci si opposero. Si ritrovò esiliato a Civitavecchia, città in cui scrisse diversi racconti delle future Cronache italiane (1837-1839).  Nello stato pontificio Stendhal si annoiava e per evitare lo spleen (umore cupo, malinconia e noia rappresentato dagli scrittori romantici), se ne allontanò spesso: per andare a Roma, o per ritrovare l’amante senese Giulia Rinieri. I viaggi, gli scavi archeologici ma  soprattutto la scrittura gli permisero di sopravvivere in questo “buco opprimente”.

Due libri incompiuti

Intraprese la stesura di alcuni grandi libri che rimasero incompiuti: 

  • Due opere a carattere autobiografico: Ricordi di egotismo (1832) e Vita di Henry Brulard (1835-36). Tre romanzi: Lucien Leuwen, Il Rosa e il Verde, Lamiel (1888, postumo)

L’opera della maturità

Nel 1838 scrisse in soli 52 giorni l’altro suo grande capolavoro della maturità, La Certosa di Parma, pubblicato nel 1839.   Ottenuto nel 1841 un congedo per ragioni di salute, tornò a Parigi e qui, un anno dopo morì improvvisamente a causa di un attacco apoplettico il 23 marzo 1842 a 58 anni.  Sembra che a tutt’oggi siano moltissimi i turisti colpiti dalla Sindrome di Stendhal -o Sindrome di Firenze- e ricoverati in ospedale in preda a uno o più sintomi descritti dall’autore francese. Sembra tuttavia che questa sindrome non colpisca né i turisti giapponesi né, tantomeno, gli italiani.

 

Opere di Stendhal

 

I saggi critici e polemici

Il saggio come esercizio di libertà Dalle lettere polemiche di Racine e Shakespeare, primo manifesto romantico, al lungo studio Dell’amore, la sua opera preferita, fino alle 900 pagine di Memorie di un turista Stendhal trasforma il saggio in un esercizio di libertà. Usando aneddoti, riflessioni, appunti di lettura, lo scrittore tratta tutti gli argomenti che lo appassionano: la politica, l’amore, l’arte.  Vicino ai suoi personaggi ma sapendo anche sorriderne, Stendhal rinnova l’arte del romanzo: questo diventa uno strumento di analisi acuto della realtà ed è anche lo spazio di creazione di un universo immaginario che invita alla felicità.

L’eroe stendhaliano

L’autore sembra sempre fare la guerra a nemici vili e sornioni e porta il lettore dalla parte dei suoi eroi. Pieno di energia, all’eroe stendhaliano non importano le convenienze, le opinioni ipocrite, le morali soffocanti. Non rinunciando mai a quello che desidera, egli dimostra in ogni situazione una grande forza. Ma è spesso costretto ad avanzare mascherato in un mondo pieno di ipocriti, può essere sé stesso in compagnia di poche persone e conoscere la felicità: Spirituale delle conversazioni amichevoli.Sacra degli incontri amorosi.Travolgente dei momenti di tenerezza

 

La storia narrata nel romanzo fu ispirata da due fatti di cronaca:

  • L’affare Lafargue, un uomo che aveva ammazzato la sua amante
  • Nel 1827, un giovane seminarista, Berthet, fu giudicato e condannato a morte per aver tentato di assassinare in una chiesa la sua ex amante

Ѐ la prima volta che un romanziere del XIX secolo usa aneddoti di cronaca . L’autore vi legge la manifestazione di una energia popolare che la società conservatrice della Restaurazione rintuzza e reprime (l’opera fu pubblicata col sottotitolo Cronaca del 1830). 

Una scalata sociale fra vita militare ed ecclesiastica.  

Il romanzo racconta l’ascesa sociale di Julien Sorel, giovane di umili origini che aspira a qualcosa di più in virtù della sua precoce intelligenza. Inizialmente affascinato dalle guerre napoleoniche, si avvicina alla vita militare (da qui il “rosso” della divisa), ma il curato del suo villaggio gli prospetta una via diversa per fare carriera: entrare in seminario (ed ecco il “nero” della tonaca). Ѐ infatti questa la via giusta per la scalata sociale nell’epoca della Restaurazione. Il primo capolavoro rappresenta bene l’ideologia di Stendhal nella tradizione del Bildungsroman (romanzo di formazione): l’evoluzione individuale di un giovane ambizioso in conflitto perpetuo tra opportunismo e sensibilità. L’autore propone inoltre un’analisi della società dell’epoca: ostile di fronte a quelli che non hanno la fortuna di essere nati di “buona famiglia”.  

 

La Certosa di Parma: romanzo storico-romanzo d’amore.           

 

La trama è presa da un’anonima cronaca romana del Cinquecento ma gli eventi del Rinascimento romano sono trasposti a Parma, poco dopo la caduta di Napoleone. L’ambiente morale riflette quello degli stati italiani dopo l’impero. L’autore inventa la realtà fisica di una città in cui la dinastia Farnese è estinta da più di un secolo, non è mai esistita una certosa, e la prigione in cui è rinchiuso il personaggio principale Fabrizio assomiglia molto a Castel Sant’Angelo.  Le avventure del giovane e sensibile Fabrizio del Dongo si svolgono in una serie di incontri e peripezie al termine dei quali si trova il luogo dell’isolamento e della rinuncia: la Certosa di Parma.  Scritto in poco più di un mese e mezzo, questo romanzo storico e d’amore venne accolto da Balzac con grande entusiasmo.   

 

Gli scritti autobiografici

Nel suo Journal  iniziato da giovane, nei suoi Ricordi d’egotismo o nella Vita di Henry Brulard, Stendhal non ha mai smesso di perseguire una continua interrogazione sulla sua vita, le sue scelte, i suoi amori. Ma odia l’egoismo compiacente degli scrittori che fanno belle frasi per mettersi in valore. Rivendica quello che chiama “egotismo”, quella ricerca sincera della verità, che “è un modo di dipingere il cuore umano”.  Stendhal usa la stessa tecnica di scrittura, uno stile fondato sulla spontaneità. I sentimenti sono analizzati a partire dalle sensazione immediati, esprimendo così sincerità. Le parole sono sempre espresse con uno stile spontaneo e sincero.

LA CERTOSA DI PARMA

L’ambientazione, la splendida penisola italiana. I temi trattati, storie d’amore, intrighi politici e noti casi giudiziari, il romanzo “La Certosa di Parma”,  scritto in meno di due mesi, narra la storia del nobile Fabrizio del Dongo, partendo da alcuni anni prima della sua nascita, quando l’esercito di Napoleone calò sulla Lombardia, con immenso dolore per il marchese suo padre. Fabrizio è guidato invece da ben alti ideali, tanto da scappare di casa per unirsi alle truppe francesi; decisione che sarà poi la causa scatenante della maggior parte degli eventi più importanti della sua vita, come la spinta data ad una fila di tessere del domino. Le conseguenze di un gesto impulsivo compiuto in giovane età, porteranno Fabrizio a viaggiare un po’ in tutta Italia, divisa all’epoca in principati, regni e territori, sotto il controllo di potenze straniere. Questo permette all’autore, di soffermarsi per chiarire qualche “bizzarria” italica,  concedendo  al lettore di ammirare le accurate descrizioni dei superbi sfondi su cui scivolano le vicende, come i suggestivi laghi della Lombardia. Negli anni, Fabrizio verrà perseguitato dai suoi errori e anche da una buona dose di sfortuna, ma senza cambiare molto fino al fatale imprigionamento nella torre Farnese, luogo in cui il suo carattere muterà sensibilmente: da giovane impulsivo, a uomo adulto capace  di distinguere tra veri desideri e sterili capricci. La maggior parte dei personaggi è guidata dai  desideri , spesso in netto contrasto con  il prestigio sociale o il denaro. Un manipolo  di altri personaggi, di cui solo i principali risultano ben caratterizzati, mentre gli altri si manifestano  macchiettistici. In confronto ai personaggi maschili, Alcuni  personaggi femminili appaiono più interessanti. Tra tutti, brillano la duchessa Sanseverina e Clelia Conti, e un’intrigante antagonista come la marchesa Raversi. La Sanseverina è una vera dama,anche se frivola, sicura e capace di utilizzare il suo potere sul genere maschile, per il suo tornaconto e risulta alla fine il personaggio–protagonista. Anche Clelia ricopre un ruolo fondamentale, nonostante la sua assenza per buona parte del romanzo. Ho trovato abbastanza emozionante la sua relazione con Fabrizio, specie negli ultimi capitoli: inizialmente la loro storia ricorda alcuni moderni romance, con un lui bello e dannato e  donnaiolo, che viene “redento” da una lei ingenua, pia e solitaria. le parti descrittive risultino molto inferiori alle poche dialogate, fatto che rende disomogenea la lettura e il frettoloso finale, dopo una lunga commedia, termina con un vero dramma. Ingenuo, appassionato, onesto, generoso, carico di ideali romantici e di sogni di gloria, Fabrizio del Dongo, appartenente ad una nobile e antica famiglia della Lombardia, ha soltanto diciassette anni quando decide di scappare di casa per unirsi a Napoleone, che è in procinto di combattere la battaglia di Waterloo, ma pur ansioso di lottare al fianco del suo eroe, Fabrizio riuscirà appena ad intravedere la battaglia prima di essere ferito e dover rientrare in Italia. Denunciato alle autorità dal suo stesso fratello, è costretto prima all’esilio, poi, a Parma, a intraprendere la carriera ecclesiastica sotto la protezione della zia, la duchessa di Sanseverina. Bellissima, intelligente, affascinante, nel piccolo regno assoluto del principato di Parma, amante del primo ministro del sovrano – Ranuccio Ernesto IV Farnese – e legata al nipote da sentimenti ambigui che oscillano tra l’affetto e l’amore, la duchessa dispiega tutte le armi in suo potere per favorire Fabrizio. Fra intrighi di corte, giochi di potere, passioni, gelosie, avvelenamenti, inganni, si dipanano le avventure talvolta rocambolesche del “nostro eroe”, come Stendhal chiama spesso il suo Fabrizio, ispirato ad un personaggio realmente esistito. Nel 1838, infatti, Stendhal, console francese negli stati pontifici, ritrova a Civitavecchia la copia di un manoscritto del Cinquecento, “Origine della grandezza della famiglia Farnese”, dedicato alla figura di Alessandro Farnese, che nel Quattrocento divenne papa dopo una giovinezza dissoluta e avventurosa. Da qui nasce Fabrizio del Dongo, che dovrebbe essere “il nostro eroe” e che invece, con le sue rocambolesche avventure, distrugge dall’interno il paradigma dell’eroe cavalleresco, e la ricerca continua di gloria, amore, felicità, è destinata a restare insoddisfatta. La gloria militare, tanto ansiosamente e ingenuamente inseguita sui campi di Waterloo, si rivela un mito irraggiungibile nelle pagine con cui Stendhal fornisce alla tarda modernità il paradigma della non visibilità, non comprensibilità e non narrabilità degli eventi bellici. L’amore, rincorso attraverso avventure brevi e leggere, non è che una promessa illusoria, e anche dopo l’incontro con la bella figlia del governatore della cittadella di Parma, Clelia Conti, che finalmente suscita in Fabrizio sentimenti autentici, il suo sogno di felicità stenta a realizzarsi. Perfino la ricerca di un’identità stabile sembra essere vana per Fabrizio, prima giovane aristocratico, poi aspirante soldato, poi a un passo dal prendere i voti. A cominciare da quella battaglia di Waterloo, di cui il giovane e inesperto soldato, vede soltanto i cadaveri delle vittime e il fumo della polvere da sparo, l’incomprensibilità del mondo che ostacola la ricerca del giovane protagonista, letteralmente “avviluppato” in una realtà storica confusa e in perenne evoluzione, e capace di sconvolgere l’esistenza dell’individuo. La parabola esistenziale di Stendhal, che ha solo sei anni quando scoppia la Rivoluzione francese, segue quella di Napoleone Bonaparte: prima soldato nelle campagne napoleoniche, poi entra nell’amministrazione dell’esercito, infine cade in disgrazia insieme a Napoleone. Egli sa bene, dunque, che la storia è una forza travolgente, alla quale il singolo non può opporsi, neanche quando, ormai esauritisi gli slanci dell’età rivoluzionaria e napoleonica, la storia degenera nei piccoli e meschini intrighi di politici, ministri e cortigiani. Alla fine del romanzo Fabrizio, come la duchessa di Sanseverina, dovrà accettare l’impossibilità di sottrarsi ai meccanismi di un potere malato, in un mondo, quello della Restaurazione, in cui l’autore stesso non ha più un posto. I protagonisti si ritireranno nella solitudine e nel silenzio, rappresentati da quella Certosa di Parma che appare soltanto nell’ultima pagina del romanzo e verso la quale la narrazione sembra precipitare inesorabilmente. In questo romanzo l’interesse per la storia si unisce ad un profondo amore per l’Italia, che appare a Stendhal un paese non ancora pienamente civilizzato, luogo di passioni e desideri primitivi e indomabili, misteri, intrighi, omicidi e vicende storiche dal sapore romanzesco. Il principato di Parma, descritto da Stendhal, non è mai esistito nella realtà e appare fuori dal tempo, frutto di numerosi incroci e contaminazioni tra l’Italia rinascimentale e quella contemporanea, tra la “vera” Parma, Roma e Bologna. Ma la degenerazione del potere diventato “un gioco” di cui bisogna seguire le regole, la viltà, la crudeltà, la corruzione, la meschina ricerca di inutili onori, riflettono perfettamente l’età della Restaurazione e non solo: questi meccanismi sono in realtà fuori dal tempo, proprio come la Parma “inventata” da Stendhal, appartengono ad ogni età e dunque anche alla nostra. Pur essendo un romanzo storico sui generis, “La Certosa” si configura come un’opera capace di parlare al lettore di ogni epoca e lo stile elegante, nitido, incalzante e ricco di ironia contribuisce a renderlo un romanzo di straordinaria modernità. Se le regole della politica non cambiano mai, come quelle di un gioco, la piccola corte di Parma diventa uno specchio dell’umanità di ogni epoca. E poi, una volta che ci si è abituati alle regole, per quanto assurde, ridicole o sbagliate possano essere, “giocare è divertente”, afferma la spregiudicata duchessa di Sanseverina.  Purchè si vinca e si continui a vincere, certo. Fabrizio del Dongo, che passa fra i combattimenti di Waterloo senza capire se aveva partecipato ad una battaglia e la svolta storica che ne sarebbe seguita, è stato citato in un articolo di A. Cazzullo come modello della società attuale che vive un tornante della storia senza rendersene conto. Questa chiave di lettura del personaggio principale della “Certosa di Parma”, dopo un promettente inizio come romanzo storico, cambia rotta e si immerge nelle vicende di una corte parmense di pura fantasia, che fa da cornice alle vicende romantiche che costituiscono l’elemento portante del libro. Il romanzo risente dell’epoca storica in cui si svolge: spenta la fiammata bonapartista, non ancora accesa quella risorgimentale, il periodo della restaurazione è un grigio momento della storia. Inoltre gli intrighi sono raccontati in modo così dettagliato che lo stesso Stendhal a un certo punto se ne scusa con il lettore. Sensazioni che ho ritrovato in questa nuova lettura, pur nel tentativo di andare più a fondo nei personaggi e nel loro rapporto con lo scrittore. Si deve prendere atto che i quattro personaggi principali sono un campionario disarmante della miseria umana. Fabrizio del Dongo è di fatto un antieroe, pilotato nelle sue scelte di vita dalla zia Gina, duchessa Sanseverina. Di fatto un personaggio bello e stolido, visto che le poche volte in cui agisce in autonomia rischia grosso e mette in difficoltà chi lo protegge: amante senza amore, ecclesiastico senza fede, lo stesso Stendhal ne fornisce un ritratto poco accattivante “voleva bene a Napoleone , ma nella sua qualità di nobile pensava di essere fatto per la felicità e trovava ridicoli i borghesi. Dopo il collegio non aveva più aperto un libro e quelli che aveva letto erano tutti riveduti e corretti dai gesuiti”. Lo stesso duello che lo incastra per l’uccisione di un teatrante non è esaltante né per l’oggetto della contesa, né per lo svolgimento, né per il suo comportamento dopo l’omicidio. Solo l’incontro con Clelia riesce ad accendere in lui il sacro fuoco di un amore che appare però del tutto insensato per come nasce, per come lo vive e per come si conclude.
In tale rapporto Clelia Conti, unica figura aliena da intrighi e bassezze, diventa nelle conclusioni il classico agnello sacrificale. La zia Gina, duchessa Sanseverin, a a pieno agio negli intrighi di una corte dispotica, cinica al punto che lo stesso Stendhal nella prefazione ne prende le distanze, per amore del nipote – un amore che sente quasi incestuoso, anche se rimane platonico – diventa autrice di operazioni spericolate per salvarlo, con l’impeto e la passione di un’eroina romantica. Il Conte Mosca è un intelligente cortigiano, eminenza grigia del principato, in bilico tra un Machiavelli ed un Metternich su piccola scala: solo nel rapporto con la Sanseverina subisce il fascino e il gioco della donna, di cui è innamorato al punto di mettere a rischio per lei patrimonio e carriera, anche se poi è l’unico che riesce a conseguire i propri, concreti obiettivi. Il romanzo è stato scritto in 53 giorni, un tempo record che ha però comportato un pesante squilibrio nella sua struttura. Solo la prima parte, sino al capitolo V, è ricca di tensioni ideali, con piacevoli descrizioni del paesaggio lacustre. La parte successiva, sino alla conclusione (quindi l’ottanta per cento del romanzo) è dedicata a intrighi, veleni e sgherri, peripezie, slanci amorosi e frenate, il tutto con un dettaglio descrittivo che non regge la potenziale tensione narrativa. La conclusione, che dovrebbe essere la parte più emozionante, è invece sintetizzata in metà del capitolo finale, sembra su sollecitazione dell’editore che chiese a Stendhal di tagliare trecento pagine. Il libro si chiude con  l’uscita di scena di quasi tutti gli attori. A merito di Stendhal si può ascrivere il ricorrente richiamo all’italianità, al carattere ed al temperamento degli italiani portati a motivazione di comportamenti ed atteggiamenti diversi da quelli che attribuisce ai francesi. Valutazioni che esprimono il suo amore per il nostro Paese, anche se basati su stereotipi che fanno sorridere, ben poco realistici in un Paese frammentato come l’Italia di allora, dove l’italianità era tutta da costruire come affermò D’Azeglio anni dopo. Tuttavia, quei richiami ad una identità unitaria, espressione di una realtà nazionale, possono aver contribuito ad alimentare l’idealismo risorgimentale. “La presenza del pericolo da’ lampi di genio all’uomo ragionevole, e lo solleva per così dire al di sopra di se stesso; all’uomo d’immaginativa, invece, ispira romanzi audaci, si, ma spesso anche assurdi”. Con questa affermazione Stendhal descrive fedelmente il protagonista del suo romanzo, il giovane Fabrizio del Dongo, secondogenito maschio di una nobile casata Comasca. Fabrizio è l’essenza dell’immaginativa, dell’audacia, della lotta costante contro le regole imposte. Un magnifico eroe romantico, è il figlio di quell’ondata d’entusiasmo che innescò l’ascesa di Napoleone, ed è orfano alla sua caduta, con la morte di un ideale che diventa utopia. Fabrizio vive la sua vita alla ricerca forsennata dell’amore, della passione, dell’avventura, libero dai gioghi materialistici e dell’arrivismo che impera nel suo tempo. Egli vive il suo sogno, fa’innamorare perdutamente le anime nobili che incrocia sulla strada della sua vita, si fa’ nemico di chi in lui vede la minaccia per un sistema reazionario, totalitario e assolutistico invano ristabilito con la restaurazione, ma ormai al collasso. Ed è con questa visione scanzonata e piena di passione che attraverso gli occhi di Fabrizio, Stendhal dipinge il suo tempo: i sogni infranti, la speranze, la fiducia negli impeti nobili dell’animo umano. Stendhal non manca di ironizzare sulle bassezze e la stupidità degli uomini di potere, e su quelli che lo bramano. Flaubert attaccò aspramente il suo connazionale all’uscita di quest’opera per la pessima prosa, sarà che sono assuefatto, sarà che sono un pessimo lettore, ma ho trovato lo stile magnifico a tratti di una bellezza spiazzante, come ad esempio, quando l’autore descrive l’incantevole vallata Comasca senza orpelli e fronzoli, parole che scorrono melodiose. Questo è il frutto maturo di Stendhal, è il resoconto spassionato della sua esperienza, la somma delle considerazioni di una vita che ormai, per lui forse consapevolmente , sta’ volgendo al termine. Meno profondo de “Il rosso e il nero”, ma emotivamente più forte. Pecca il finale, che forse se sviluppato meglio potrebbe aver fatto di questo romanzo un capolavoro assoluto.

ALLE SOGLIE DEL RISORGIMENTO

Amore, duelli, guerra, politica, intrighi, invidie, gelosie, veleni. Gli ingredienti per un’ ottima storia ci sono tutti e infatti questo romanzo merita la fama internazionale che lo circonda da quasi due secoli. Se si supera un inizio lento e pieno di riferimenti storici e una prosa per forza di cose un po’ antiquata si ha la possibilità di leggere un libro bello e piacevole che rappresenta una pietra miliare della letteratura europea. Stendhal ci guida in un’ Italia alle soglie del Risorgimento attraverso le vicende di Fabrizio del Dongo, giovane figlio di un marchese ultraconservatore che tradirà gli ideali paterni per amore di Napoleone andando in Francia per arruolarsi nell’ esercito guidato dal grande generale corso. Ma questa avventura non andrà secondo i suoi sogni e al ritorno in patria comincerà per lui una vita di esilio, fughe e pericoli in cui conoscerà la galera ma anche l’ amore, l’ amicizia e la fama. Attorno a Fabrizio troviamo un nugolo di personaggi molto diversi per estrazione, modo di vivere e carattere, attraverso i quali l’ autore traccia un preciso ritratto delle classi sociali, della vita e delle consuetudini dell’ Italia dell’ epoca dimostrando un grande amore per il Bel Paese e per i suoi abitanti. Secondo Stendhal infatti gli italiani sono l’ unico popolo d’ Europa capace di farsi guidare nella vita dalla passione e dai sentimenti, d’ amore o d’ odio che siano, e non esclusivamente dalla sete di denaro. Da sottolineare le figure del conte Mosca e soprattutto della bellissima zia di Fabrizio, Gina, legata al nipote da un fortissimo sentimento d’ amore che sfiora la morbosità pur restando comunque platonico. Questi due personaggi saranno fondamentali nella vita del protagonista e aiuteranno il lettore a capire gli intrallazzi e i sotterfugi del potere, le tresche e le rivalità di corte, l’ importanza delle alleanze politiche e l’ influenza che certe donne riuscivano ad avere nella vita pubblica. Un romanzo da leggere non solo per la sua fama ma anche perché interessante, intrigante e divertente, in cui è facile trovare vizi e virtù che fanno ancora parte della vita contemporanea.

UNA CONDANNA DELLA POLITICA

Stendhal non aveva affatto l’intenzione di realizzare solo un romanzo d’avventure; il suo scopo è stato ben più elevato e non a caso l’ambientazione è in uno stato assolutista quale era il Ducato di Parma. La sua è una ferma condanna della politica, che tutto piega alla ragion di stato, tanto che mi verrebbe spontaneo dire, rifacendomi a quanto osservò Balzac, entusiasta dell’opera, La Certosa è il romanzo che avrebbe scritto il Macchiavelli se fosse vissuto a quell’epoca e fosse stato messo al bando dai poteri imperanti.Insomma, secondo me, tutti i romanzi di Stendhal, ma soprattutto questo, sono delle vere e proprie dissertazioni di amoralismo politico. E ciò è tanto più vero se si osservano i tre personaggi principali: Fabrizio Del Dongo
—Vive come distaccato dalle azioni che compie, è un essere per certi versi più spregevole del Julien Sorel de Il rosso e il nero, perché, benché ne abbia tutte le opportunità, reputa di scarso peso occupare una nicchia ben precisa nell’umanità, al punto, anche, di essere incapace di amare. La Sanseverina–E’ una romantica pura, passionale al massimo, nel suo amore per Fabrizio che si accresce tanto più quando deve essere protettiva e allora sboccia immediata l’arguta trama politica, intesa sì come una necessità per porre rimedio ai gesti inconsulti del giovane Del Dongo, ma anche come gioco necessario per poter a pieno titolo essere parte di un mondo di sottili intrighi, di rivalità, di capovolgimenti di fronte, di alleanze tradite e riprese. In poche parole per essere colei che conduce la politica.                  

Il conte Mosca—-Il politico per eccellenza che si adopera per accontentare tutti senza scontentare nessuno. A suo modo è una figura simpatica e sembra di vederlo questo aristocratico cavalcare le varie fazioni con la dignità che gli è propria, ma la mancanza di rispetto per se stesso. Preciso che la personalità del Mosca è quella di una brava persona, ma che manca di ideali, tanto che, fedele servitore del Principe, finisce con il suggerire soluzioni inapplicabili, in modo che qualche cosa abbia momentaneamente a cambiare per riconfermare alla fine l’immobilismo più assoluto. Questi tre personaggi, apparentemente diversi nel comportamento, finiscono con l’essere accomunati dalla tragicità di non credere a nulla, di vivere il loro rapporto a tre come se al mondo esistessero solo loro, in una totale mancanza di ideali a cui cercano di supplire tramite i rapporti personali, alla ricerca di una felicità impossibile in chi può far progetti e invece vive, o meglio vegeta, alla giornata. C’è, inoltre, un quarto personaggio a cui Sthendhal  guarda con la più viva simpatia, desiderando in cuor suo di potergli somigliare: Ferrante  Palla, un liberale condannato a morte in contumacia, un po’ vanesio, se non pazzo, e che del politico è esattamente l’opposto, con una fede incrollabile nel suo ideale, tanto da esser disposto a tutto, anche a sacrificare la vita. E’ innamorato della Sanseverina, anche se sa che questo sentimento sarà senza speranze, ma è egualmente felice, perché, come crede nei suoi principi liberali, crede anche fermamente nel suo amore. Da notare che questa figura, simpatica nelle sue vesti di Robin Hood, assume toni ridicoli, quasi a diventare una parodia della libertà e della giustizia, a cui solo chi non è savio di mente può credere come realizzabili, sembra dirci Stendhal.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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