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LA GRANDE LATTERATURA RUSSA CONTEMPORANEA a cura di Carmelo Aliberti

LA GRANDE LETTERATURA RUSSA

Questa rubrica nasce dal suggerimento di qualificati lettori che,insoddisfatti della frammentazione del romanzo attuale,suggeriscono una rilettura dei Grandi della Letteratura mondiale contemporanea che lasciarono in eredità un patrimonio culturale di elevato valore etico,formativo e creativo, che oggi può essere considerato di tempestiva avanguardia. I profili propoati in questa sede, faranno parte di una mia Letteratura Mondiale,già in fase di avanzata preparazione.

 

Turgenev, Ivan Sergeevi

Turgenev Ivan Sergeevič. – Scrittore russo (Orël 1818 – Bougival Parigi, 1883). Tra i primi autori ad essere conosciuto e apprezzato in Occidente, T. ottenne un grandissimo successo con i racconti della raccolta Zapiski ochotnika (“Memorie di un cacciatore”, 1852), atto d’accusa contro la servitù della gleba. Altrettanto successo ebbero i lavori scritti dopo il trasferimento a Parigi, quali Dvorjanskoe gnezdo (“Un nido di nobili”, 1859) e Otcy i deti (“Padri e figli”, 1862), tutti accolti con successo e interesse, ma che al tempo stesso suscitarono polemiche per il fatto che ad essi venne attribuito, al di là delle reali intenzioni di T.,  un messaggio ideologico sulla società russa del tempo.

VITA E OPERE

Nacque dal matrimonio di un ufficiale dei corazzieri, di antica famiglia nobile decaduta, con una Lutovinov, di famiglia poco nota, ma ricchissima. Donna energica e dispotica, Varvara Petrovna ebbe nell’educazione d’Ivan e dell’altro figlio Nikolaj, un’influenza negativa. L’istruzione dei due ragazzi nei primi anni fu disordinata e confusa, in cui però emerse l’innata passione di T. per la lettura. All’età di dodici anni, nel 1830, egli fu messo in collegio a Mosca, dove compì gli studi secondari e iniziò quelli universitari continuati poi a Pietroburgo. A Mosca conobbe P. A. Pletnëv e, per suo invito, esordì come poeta nella rivista Sovremennik. Per completare gli studi si recò in Germania, dove, a Berlino, conobbe A. I. Stankevič, N. V. Herzen, M. A. Bakunin, e subì l’influenza della filosofia hegeliana. Nel 1841 T. tornò in Russia, dove si legò a circoli progressisti del tempo, conobbe V. G. Belinskij e giurò a sé stesso di combattere contro la servitù della gleba. Solo più tardi però questo giuramento trovò eco nel suo lavoro letterario; per il momento egli continuò a scrivere poesie liriche, poemetti in versi (ParašaRazgovor “Conversazione”, Andrej, ecc.) e in prosa (Andrej KolosovBretër “Il duellista”, Tri portreta “Tre ritratti”) e scene drammatiche (Mesjac v derevne “Un mese in campagna”, pubbl. nel 1855; Neostorožnost´ “Un’imprudenza”, Zavtrak u predvoditelja “Un pranzo dal capo della nobiltà”, pubbl. nel 1856; Nachlebnik “Il parassita” o “Pane altrui”, pubbl. nel 1857). Nel 1843 aveva conosciuto la cantante Pauline García Viardot alla quale rimase legato tutta la vita. Nel 1847, sempre nella rivista Sovremennik, usciva la prima opera in prosa di T., il racconto Chor´ i Kalinyč (“Ch. e K.”) con il sottotitolo Dalle memorie di un cacciatore, cui seguirono numerosi altri racconti che T. riunì in seguito (1852) nel volume intitolato Zapiski ochotnika. Il successo fu grandissimo, e non solo per l’arte con cui erano descritti la campagna e i contadini russi, ma soprattutto forse perché molti videro in quei racconti un vero e proprio atto di accusa contro la servitù della gleba, cosa che indubbiamente favorì il movimento di liberazione, contribuendo anche, a quanto pare, alla decisione dello zar Alessandro II che nel 1861 procedette alla liberazione. Intanto però T. veniva confinato (1852) nella tenuta materna di Spasskoe, per un articolo scritto in occasione della morte di Gogol´. Terminato l’esilio, T., divenuto ricco per la morte della madre, lasciò la Russia e si stabilì a Parigi presso la famiglia Viardot. Nel 1856 uscì il suo primo romanzo Rudin, cui seguirono rapidamente Dvorjanskoe gnezdoNakanune (“Alla vigilia”, 1860), Otcy i deti. Allo stesso periodo appartengono pure alcuni dei suoi migliori racconti: Mumu (1854), Jakov Pasynkov (1855), Asja (1858), Pervaja ljubov´ (“Primo amore”, 1860). Tutti i romanzi di T. furono accolti, oltre che con successo per l’indubbia arte dello scrittore, con interesse sempre crescente per le idee che T., solo preoccupato in realtà di descrivere con veridicità e vivezza la vita russa del tempo, imbevuta come era di problemi e polemiche ideologiche, faceva esprimere dai suoi personaggi; le sue opere furono così fonte di polemiche, di lodi e di accuse che spesso amareggiarono lo scrittore. Inoltre la rottura dei suoi rapporti con Herzen e con N. G. Černyševskij acuì le polemiche intorno a Padri e figli poiché le giovani generazioni, vedendo nel protagonista Bazarov una caricatura dei loro ideali, lo accusarono di essere reazionario; T., lontano dalla patria, preso da nostalgia e avvilito dall’incomprensione che credeva di trovare, interruppe l’attività letteraria. Solo nel 1867 uscì un nuovo romanzo, Dym (“Fumo”), e dopo altri dieci anni l’ultimo romanzo di T., Nov´ (“Terra vergine”, 1877), entrambi inferiori ai precedenti, e questa volta realmente tendenziosi o per lo meno volutamente ideologici. Il temperamento poetico e romantico di T. si riversò ancora negli ultimi anni in opere più brevi, ma di alto livello lirico e drammatico, come Stepnoj korol´ Lir (“Un re Lear delle steppe”, 1870), Vešnie vody (“Acque primaverili”, 1872), Pesnj toržestvujuščej ljubvi (“Il canto dell’amore trionfante”, 1881), gli ultimi racconti delle Memorie di un cacciatore (Konec Čertopchanova “La fine di Čertopchanov”, 1872; Živye mošči “La reliquia vivente”, 1874;  Stučit! “Batte”, 1874), Klara Milič (1883), e soprattutto quel breve capolavoro che sono le Stichotvorenija v proze (“Poesie in prosa”, 1878-82). Nel 1880 T., tornato in Russia, vi fu accolto entusiasticamente e pronunciò, come Dostoevskij, un discorso per l’inaugurazione del monumento a Puškin. Poi lasciò di nuovo la Russia e questa volta definitivamente, poiché nel 1883, dopo aver dettato il suo ultimo racconto a P. Viardot, si spense a Bougival. La sua salma fu trasportata in Russia e sepolta a

Quando apparvero, tra il 1847 e il 1850, i racconti raccolti in Memorie di un cacciatore suscitarono grande impressione nel pubblico, che li lesse come un atto di denuncia sociale: le condizioni miserevoli dei contadini, il dispotismo dei proprietari, il processo di impoverimento delle campagne, descritti con un’evidenza così incisiva da suscitare emozione. I racconti rivelano altri aspetti dell’arte di Turgenev: il sentimento della natura, il respiro della steppa, le voci del bosco, i colori del cielo, il mutare delle stagioni. Con queste Memorie Turgenev non ci offre soltanto un documento importante della civiltà contadina russa, ma un libro che con straordinaria naturalezza trasmette al lettore l’impressione della vita. “Memorie di un cacciatore” è una raccolta di 25 racconti, pubblicati da Turgenev a metà Ottocento. Difficile scrivere dopo di lui” diceva Tolstoj. L’ispirazione per questi racconti, viene da esperienze vissute direttamente dall’autore. “Uno dei principali vantaggi delle caccia, miei cortesi lettori, sta nel fatto che essa vi costringe a passar di continuo da un posto all’altro, cosa che per un uomo disoccupato è molto piacevole”. I suoi non sono semplici racconti per intrattenere i lettori, ma sono delle vere e proprie denunce nei confronti del sistema russo in cui “quel che era vecchio è morto e quel ch’è nuovo non nasce!”. Turgenev racconta le cattive condizioni di vita dei contadini servi e dei piccoli proprietari terrieri. Ogni personaggio è diverso dall’altro, ognuno con il suo carattere e con le sue storie. Sono racconti brevi ma completi. La vecchia Russia, immersa in tutta quella campagna sconfinata, con le sue tradizioni, i rapporti tra contadini e possidenti, in una nazione in cui: “Vivendo allora come molti vivono in Russia, senza un quattrino, senza stabile occupazione, campava poco meno che di manna dal cielo”. Turgenev con la sua scrittura conquista il lettore; è così attento alle esigenze dei suoi “sostenitori” da rivolgersi molto spesso direttamente ad esso. Descrittivo, realista ed incisivo, ha conquistato le persone del suo tempo, ma direi anche quelle del nostro. Alcuni affermano che grazie anche al suo contributo, che ha colpito molto la popolazione russa, si sia giunti all’abolizione della servitù della gleba.

NIDO  DI  NOBILI

Fjòdor Ivànyc Lavrètskij appartiene a un’antica e blasonata famiglia. Viene cresciuto da un padre distante, che non si è mai curato di lui, e da una zia intransigente e crudele. A ventitré anni si trasferisce a Mosca per studiare. Una sera, a teatro, vede la giovane Varvàra Pàvlovna. Lavrètskij ne resta ammaliato e riesce successivamente a conquistarla e sposarla. I due si trasferiscono a Parigi, dove Varvàra diventa molto popolare nei salotti della buona società. Dopo qualche anno di felicità, Lavrètskij scopre però un tradimento da parte della moglie. L’uomo torna allora in Russia, dove conosce Liza, ragazza pia e di buon carattere, la cui indole contrasta con quella irrequieta e indomita di Varvàra. Tra i due inizia una tenera amicizia, ma l’ombra della moglie non accenna ad abbandonare Lavrètskij. Quando si pensa ad un nido, l’immagine è confortante, una casa a cui si vuol sempre far ritorno, ma qui non parliamo di un nido qualsiasi ma di un nido di nobili. Fjodor Lavrètskij è il protagonista di questo libro, un nobile cresciuto in un ambiente un po’ particolare, con un padre con idee tutte sue, una zia tirannica e una madre debole; tutto questo ha condizionato la sua vita: “Disgraziato il cuore che nella fanciullezza non ha potuto amare”. Il libro inizia con il suo ritorno in Russia dopo che ha scoperto l’infedeltà della moglie, qui spera di ritrovare un po’ di pace. Non sono molti i personaggi di questa storia ma sono ben caratterizzati. Troviamo la pura Liza, sua madre che rappresenta bene il ruolo della signora russa, l’egocentrico Pànscin, la furba e opportunista Varvàra, in lei ho ritrovato molto della Principessa Hélène di Guerra e pace ed infine lo sfortunato Lemm, insegnante di musica, questa frase spiega molto di lui:“Colui che è stato sfortunato, anche da lontano riconosce un altro sfortunato, ma quando è vecchio, difficilmente simpatizzerà con lui; e questo è logico perché con l’altro nulla potrà dividere, nemmeno la speranza”.Il libro si legge velocemente, ma se Turgenev da una parte caratterizza bene i suoi protagonisti, dall’altra poco indaga l’aspetto interiore.

PADRI  E  FIGLI

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Ivan Turgenev, Padri e figli: il dramma del nichilista

 

 

Il romanzo Padri e figli di Ivan Turgenev, pubblicato nel 1862, segna indelebilmente un’epoca; rappresenta un momento di svolta nella storia della letteratura, e non solo russa. Turgenev è infatti il primo scrittore a dedicare un’opera al nichilismo, e ricordare la centralità che avrà questo tema in Dostoevskij e Nietzsche, il primo il più grande scrittore, il secondo il più grande filosofo della seconda metà del XIX secolo, può aiutare a comprendere l’esatta misura dell’importanza, della portata innovativa, rivoluzionaria di Padri e figli.

Sono due le principali direttrici tematiche del romanzo di Turgenev: 1) il conflitto ancestrale tra genitori e figli, come indica il titolo; 2) la difficoltà di essere nichilisti, sottolineata soprattutto dall’esperienza sentimentale dello spigoloso protagonista, il giovane medico Bazarov, e del suo amico e discepolo Arkadij. Il conflitto ancestrale tra genitori e figli si manifesta in due modi differenti. Nel caso di Arkadij si mantiene a un livello, diciamo così, spirituale, poetico e filosofico, mentre nel caso di Bazarov si esprime a un livello tutto carnale, e in tal senso sono emblematiche le parole pronunciate dalla madre di Bazarov a suo marito, in seguito alla partenza del figlio appena tre giorni dopo il suo ritorno: «Che farci, Vasja? Un figlio è un pezzo di carne tagliato via» [1] (160). Tale differenza è certamente frutto dell’appartenenza delle due famiglie a classi sociali diverse, ma non è forse da sottovalutare la presenza-assenza di colei che è il vero fulcro della coppia genitoriale, la madre. Madre assente nel caso di Arkadij, perché defunta da tempo. Passando alla seconda delle due principali direttrici tematiche, la difficoltà di essere nichilisti, occorre innanzitutto chiarire che cos’è un nichilista. Memorabile in tal senso la definizione fornita da Arkadij: «Un nichilista è un uomo che non s’inchina davanti a nessuna autorità, che non accetta nessun principio come fede, di qualunque rispetto questo principio sia circondato» (26-27). Questa definizione aderisce perfettamente a Bazarov, come un vestito fatto su misura. Egli è l’uomo-contro, che nega, che ostenta noncuranza e disprezzo per le convenzioni sociali e per le ideologie dei padri, siano esse politiche, poetiche, filosofiche.

«Un buon chimico è venti volte più utile di qualunque poeta» (30), «L’importante è che due e due fanno quattro, e tutto il resto sono sciocchezze» (51), «La natura non è un tempio, ma un’officina e l’uomo è in essa un operaio» (ivi), «i miei genitori, sono occupati e non si danno pensiero della propria nullità, essa non li disgusta… io invece… io non sento che noia e rabbia» (148), «Qualunque calunnia si rovesci su un uomo, in realtà egli merita venti volte peggio» (151), dichiara sprezzantemente Bazarov. Tra i bersagli privilegiati del protagonista vi è l’amore, contro cui non perde occasione di scagliarsi, ogni volta che ne ha l’opportunità: «io dico che un uomo il quale ha giocato tutta la sua vita sulla carta dell’amore femminile e, perduta questa carta, si è infiacchito e lasciato andare al punto di non essere più capace di nulla, una persona simile non è un uomo, non è un maschio» (38-39), «Ognuno deve educare se stesso; come me, per esempio… Quanto ai tempi, perché dovrei dipendere dai tempi? Dipendano essi piuttosto da me. No, caro, tutto questo è libertinaggio e vacuità. E cosa sono queste misteriose relazioni tra l’uomo e la donna? Noi, fisiologi, sappiamo che relazioni sono. Studia un po’ l’anatomia dell’occhio: di dove può venire lo sguardo enigmatico, come tu dici? Tutto questo è romanticismo, puerilità, roba muffita, artificio» . Ma Bazarov conosce l’avvenente Odincova e di lei si innamora. Qualcosa nel protagonista si spezza per sempre. Bazarov sa di non poterla conquistare, eppure non riesce ad allontanarsi da lei, si scopre romantico e prova una feroce indignazione verso se stesso, si disprezza. Arriva persino a dichiararsi, ma non ne ottiene nulla ovviamente, anche perché Bazarov ha scelto una donna che sì vorrebbe amare, ma ne è incapace («la tranquillità è pur sempre quel che c’è di meglio al mondo», pensa l’assuefatta Odincova). Anche Bazarov è dunque vittima dello scandalo dell’amore, e la vergogna che gli deriva da questa sua caduta in ciò che più disprezza, se la porta dentro fino al suo ultimo giorno di vita. Una vita breve, stroncata da un’infezione contratta fortuitamente. Anche Arkadij finisce per cedere alle lusinghe dell’amore, diviene una cornacchia, si sposa e mette su famiglia: diviene padre. Questa contraddizione è il punto fondamentale, il fulcro di Padri e figli. Turgenev rappresenta la difficoltà, se non addirittura l’impossibilità, di essere nichilisti. Sarà poi Dostoevskij, nei Demòni, a dimostrare come il nichilismo sia spaventosamente possibile, attraverso i personaggi di Stavrogin [2] e Kirillov [3], pur trattandosi di due nichilismi differenti: puramente e nudamente esistenziale il primo, filosofico-esistenziale il secondo.

PRIMO  AMORE: IL CANTO DELL’AMORE TRIONFANTE

Due tra i più suggestivi racconti lunghi dell’autore delle “Memorie di un cacciatore” e di “Padri e figli” dedicati all’amore. Dalla dolcezza di un’estate nella campagna russa nella prima metà del XIX secolo (“Primo amore”) alla cupa atmosfera di intrigo e magia della corte di Ferrara ai tempi dell’Ariosto (“Il canto dell’amore trionfante”). L’innocente amore del giovane Vladimir per la bellissima e affascinante Zinaida, che ai suoi occhi di adolescente incarna l’ideale dell’eterno femminino; la torbida passione di Muzio che, grazie alla magia nera appresa in Oriente, vuole strappare Valeria a suo marito Fabio: la storia di due amori difficili e impossibili. Ma anche un’analisi dell’amore vissuto come sogno, come rimpianto e anche come mezzo di formazione. Cercando le parole per descrivere l’effetto finale che questi racconti di Turgenev hanno lasciato su di me, trovo nella mente l’immagine di un pizzo finemente lavorato, con la sua delicata perfezione, o di un variopinto arazzo, con i suoi fili meticolosamente intessuti. Si avverte una scrittura levigata, curata e armoniosa, in cui ogni vocabolo è stato finemente cesellato per trasmettere una precisa sfumatura emotiva. È un racconto di sfumature e suggestioni, in fondo, “Primo amore”. Pochi sono infatti gli accadimenti e la bellezza di questa lettura risiede nella poetica evocazione dell’animo del protagonista, colto in due momenti fondamentali nella vita di un sedicenne: la dolce scoperta di un innocente sentimento amoroso e la dolorosa delusione della presa di coscienza della realtà. Vedere la bella e capricciosa Zinaida ed innamorarsene, per il giovane Vladimir, è la stessa cosa. Perché l’amore a sedici anni è così: ogni sensazione è amplificata, ogni parola ha il peso di una verità divina e, senza calcoli o astuzie, egli può solo abbandonarsi con ingenuità alla tenerezza e alla crudeltà di queste nuove emozioni. Al giovanile e innocente sentimento di Vladimir si intrecciano poi altri amori e altri personaggi. L’amore come gioco, capriccio e seduzione di Zinaida. L’amore della gelosia, della distruzione o dell’irrazionalità, negli altri corteggiatori. L’amore peccaminoso e inevitabile. L’amore tradito e sottomesso. E, infine, l’amore che da un lato affascina e attrae, e dall’altro respinge e allontana, come quello così complesso tra Vladimir e suo padre, in bilico tra venerazione e rivalità. Alla fine, resta sulle labbra la malinconia dolceamara del ricordo di un tempo ormai perduto.  Due anni fa mi trovai a leggere un piccolo libro di Charles Simmons, dal titolo “Acqua di mare”…e me ne innamorai. Soltanto dopo ho scoperto che si trattava di un romanzo liberamente ispirato (per ammissione dello stesso autore) a “Primo amore” di Turgenev.
E finalmente oggi mi sono regalata questa lettura “madre”.
Un racconto straordinario. Un racconto di formazione sentimentale, introspettivo, psicologico e poetico. Siamo nella Russia degli anni ’30 dell’Ottocento. Vladimir, sedicenne di ottima famiglia, s’innamora della bella e spregiudicata Zinaida, 20 anni, figlia di una principessa caduta in miseria.Lei è piena di vita, consapevole del suo potere seduttivo, gioca col suo girotondo di uomini che la corteggiano, emancipata e intelligente, combatte contro le convenzioni del tempo e cerca un uomo capace di dominarla.”In assenza di Zinaida languivo: non mi entrava in testa niente, mi cadeva tutto di mano, per giorni interi pensavo intensamente a lei…languivo…e in sua presenza le cose non andavano certo meglio.Ero geloso, ero cosciente della mia nullità, da sciocco mettevo il muso e da sciocco mi umiliavo, e tuttavia una forza invincibile mi trascinava da lei, e ogni volta varcavo la soglia della sua camera con un brivido involontario di felicità.” Ma Vladimir non sarà l’unico ad innamorarsi di lei. Al suo amore dolce e romantico, si contrappone quello maturo, passionale e peccaminoso di suo padre. Per la stessa donna.E qui entra in gioco, a mio avviso, la parte più bella e profonda del racconto: il rapporto padre/figlio che, a quanto pare, è anche molto autobiografico.Turgenev ha patito la sofferenza di avere un padre bello, giovane (che ha sposato una donna molto più grande di lui solo per interesse) e che lo ha sempre trattato con grande indifferenza alternata a dolcezza. Ora le sue mani lo accarezzavano, ora lo respingevano.
Un uomo incredibilmente tranquillo, sereno, ma anche egoista e dispotico.
Esattamente come il padre di Vladimir in “Primo amore”, e proprio allo stesso modo il giovane Turgenev lo amava e idolatrava sopra ogni cosa.
La figura della madre, sia nel romanzo sia nella vita dell’autore, è terribile: una donna severa, incapace di amore, affetto e divorata da una gelosia invalidante. Nel triangolo venutosi a creare “figlio/donna/padre” tutti perdono qualcosa…chi l’amore, chi l’innocenza, chi la vita…ma è vero anche che tutti e tre “amano” davvero per la prima volta. Una lettura dal sapore malinconico, non soltanto per la storia in sé di un amore infelice, ma anche per i difficili legami familiari, per i ricordi di una giovinezza ormai passata, con tutto il suo carico di equilibri fragilissimi. Affrontare un autore russo potrebbe spaventare, ma vista la brevità del racconto (meno di 90 pagine) è un’occasione per emozionarsi senza lo spettro della possibile noia.
Perché a volte, un libro come quello di Turgenev è il luogo della memoria, dove le prime pagine sono la porta segreta per accedervi e ogni un lungo sentiero che si addentra nelle profondità dell’animo umano. Questo racconto non è altro che il luogo del cuore. Quell’angolo misterioso del nostro corpo dove si celano dolci e struggenti ricordi di un tempo perduto. Il tempo del primo amore. Tutto comincia con una scena intima e familiare. Il quadro ottocentesco di una serata fra vecchi amici che, per riempire la noia di un dopocena, rinvangano a turno i fantasmi del loro primo amore. Quel sentimento che racchiude la tenerezza di un incontro e il fatale presentimento che il destino sia pronto ad insinuarsi nella magia di quegli attimi. Perché in ogni primo amore esiste una lotta, una disperata battaglia contro il nostro desiderio di rendere eterno il sentimento che proviamo per l’altro e la consapevolezza della fragile precarietà del nostro sogno.
Ed è su questa duplice visione dell’amore che si fonda il racconto, incarnandosi nella figura di Zinaida, principessa decaduta, figlia di un aristocratico ridotto sul lastrico a causa dei suoi debiti di gioco e di madre una volgare e intrigante, dedita alla costante ricerca del denaro perduto.Vladimir Petrovi? è l’adolescente che, nell’estate dei suoi sedici anni, s’innamora perdutamente di lei. Nell’incantevole cornice della campagna alla periferia di Mosca, dove tutto è immerso nella quiete di giardini e fontane, l’affascinante e ambigua figura della giovane vicina di casa diventa l’oggetto di un inaspettato desiderio, di una passione che diventa ossessione. Circondata da ammiratori, Zinaida si diverte a giocare, ad inventare racconti e storie di regine davanti ai giovani amici che si radunano ai suoi piedi in intriganti serate notturne che si svolgono nella sua proprietà ormai decadente. E lei, al centro di quel cerchio perfetto, incarna il fascino del doppio. Fata e strega, principessa e zingara, creatura innocente e insidiosa seduttrice. Una figura eterea che si aggira nel buio della notte, una voce che si espande nel silenzio con la dolcezza di uno scroscio d’acqua e, contemporaneamente, contaminata da parole allusive. In ogni suo gesto si coglie l’incanto di un’ideale d’amore e una misteriosa quanto torbida forza che si agita dentro di lei. Un’inquietudine e un oscuro segreto che, nonostante la spinga in parte a ricambiare l’amore che ha acceso nell’inesperto Vladimir, le impedisce di abbandonarsi tra le sue braccia.
Qualcosa la trattiene. Qualcosa che spinge il protagonista sull’orlo di una follia omicida e che lo porterà a scoprire una verità sconvolgente. Una verità che aveva inconsciamente ignorato e che contaminerà per sempre la sua idea dell’amore.La prosa lirica e poetica di Turgenev ci svela il potere magnifico e, allo stesso tempo, malevolo dell’amore. Rappresenta con un stile a tratti commovente, a tratti spietato, il doloroso passaggio dall’adolescenza, dove tutto è immaginazione, sogno, magia, all’età adulta, dove non resta nient’altro che la malinconia del ricordo. Che dire, questo piccolo gioiello della letteratura russa emoziona come sanno fare solo i classici. Dimostra che nella grande letteratura i personaggi possono rivivere in noi, resuscitare le nostre stesse memorie e lasciare aperto il confronto con le proprie esperienze personali.Purtroppo, non ho ancora letto il secondo racconto di questa raccolta, preferendo un’altra edizione dove compare solamente Primo amore. Ma penso che presto colmerò la lacuna.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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