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CARO PIER PAOLO: “Tu umile,timido e dolcissimo amico” di DACIA MARAINI- ORIANA FALLACI: “Tu eri la nostra luce”. MARIA CALLAS: “SONO INFELICE PER TE”. Attraverso il sentimento con queste tre sincere, la fragilità e le traversie esistenziali, si coglie l’autoconsapevo- lezza del fallimento della sua lotta filoproletaria.

CARO PIER PAOLO,

DI DACIA MARAINI       

(Neri Pozza,2022)

Nel centesimo anniversario della nascita di PIER PAOLO PASOLINI “L’usignolo della Chiesa cattolica”, nell’ultima intervista a ENZO BIAGI,confessa la disfatta dei suoi sogni giovanili e la solitudine,la disperazione e la disfatta del suo impegno letterario e sociale per la redenzione degli ultimi, dei “Ragazzi di vita”(ora ristampato dal Corriere della Sera,come allegato al quotidiano,il primo volume della serie dedicata a Pasolini).

PIER PAOLO PASOLINI

“L’USIGNOLO  DELLA  CHIESA  CATTOLICA” 

(Con una lettera postuma di Oriana Fallaci, molto amica del poeta, da Lei definito: “Tu era la nostra luce, tu eri la luce)

CARO PIER PAOLO

di Dacia Maraini

 Un fiume di ricordi e pensieri scaturiscono nelle pagine di questo libro, che contiene una serie di lettere che l’autrice scrive al suo amico scomparso, un autore scomodo che attirava la rabbia e l’ira dei benpensanti.

Caro Pier Paolo

Caro Pier Paolo

Nel volume Caro Pier Paolo (Neri Pozza 2022, collana Bloom) di Dacia Maraini, la grande autrice di romanzi, racconti, opere teatrali, poesie, saggi e narrazioni autobiografiche, tradotti in oltre venti Paesi, ricorda la sua amicizia con Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre.1975).poeta, sceneggia tore attore,regista,scrittore e drammatur  go, nel centenario della sua nascita.

Neri Pozza ha inaugurato la sua collana di podcast di storie a puntate, con questo volume del podcast Caro Pier Paolo, in cui Dacia Maraini legge tre lettere tratte dal testo. Come tutti gli altri podcast è scaricabile.gratuitamente.da Spreaker,Spo- tify , Apple podcast  e sulle principali piattaforme di streaming.

“Caro Pier Paolo, i ricordi saltano come cavallette. Sembravano corpi morti, e invece eccoli vivi e vegeti, che si agitano per farsi sentire e vedere”.

Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini, due scrittori che hanno segnato il nostro tempo, il primo morto in circostanze ancora oscure, la seconda con le sue opere testimone instancabile, lucida e curiosa del passato e dei nostri anni incerti, ritratti insieme, giovani, in un giorno d’estate nella fotografia che fa da copertina a un libro denso di ricordi, come i tanti viaggi compiuti in Africa, e di riflessioni.

È morto un grande poeta. Di poeti come Pasolini ne nasce uno ogni secolo”, la voce addolorata e indignata di Alberto Moravia si levava forte e chiara il giorno dei funerali di PPP a Roma, con Campo dei Fiori affollata di persone. Era stato perpetrato il delitto di un poeta, dell’intellettuale più discusso, amato e criticato del Novecento, perché un poeta è anche una voce pubblica, una voce capace di narrare le angosce personali e sociali di un’epoca, finendo per colpire, attraverso le sue parole, il potere e quindi trasformarsi in un pericolo pubblico.

Pier Paolo Pasolini, un uomo mite, che nella sua vita privata, nel rapporto con gli amici, era un uomo paziente, docile, mansueto. Ma la gente aveva di Pasolini un’idea diversa. Era visto come una persona rancorosa, rigida, feroce nelle sue indignazioni e nelle sue ire ideologiche, ma questo era vero solo quando Pasolini scriveva o prendeva parte a un discorso pubblico.

“Tu volevi provocare ed eri bravissimo a suscitare collere, irritazioni e reazioni rabbiose. Eri contento quando riuscivi ad accendere furie viscerali e urgenti voglie di vendetta”.

Un fiume di ricordi e pensieri scaturiscono nelle pagine di questo libro, che contiene una serie di lettere che l’autrice scrive al suo amico scomparso, che appare spesso nei suoi sogni, un autore scomodo che attirava la rabbia e l’ira dei benpensanti, (anche quella dei giovani rivoluzionari del Sessantotto), avendo ricevuto più di ottanta denunce, tutte violente, ingiuste, persecutorie, accusato di oscenità, di offesa alla religione, di perversione, di corruzione di minorenni.

A quasi cinquant’anni dalla morte, Dacia Maraini nel sonno trova ancora il modo di ricordare e vedere PPP, che appare fermo nel tempo, come quel giovane cinquantenne “profeta sottile” dal corpo agile, sportivo, la faccia seria, non imbronciata, ma pensosa, lo sguardo sognante, il passo deciso e sempre pronto a correre, che l’autrice aveva conosciuto negli anni Sessanta e Settanta, quando gli intellettuali e gli artisti che gravitavano nella Capitale si ritrovavano a Piazza del Popolo, al bar Rosati o al ristorante La Campana, o da Gigetto al Portico d’Ottavia, per provare la gioia di incontrarsi e raccontarsi.

Fondamentali per PPP alcune figure femminili, iniziando dalla insostituibile madre Susanna, alla quale l’intellettuale dedicò una “amara e bellissima poesia” intitolata Supplica a mia madre, la giovane cugina Graziella Cerami, che preparava amorevolmente i cibi adatti allo stomaco recalcitrante di Pasolini sofferente di ulcera, causata da una forte ansia. Inoltre Pasolini aveva delle grandi amicizie femminiliElsa Morante con la quale lo scrittore aveva vissuto un legame fervido e appassionato, citando anche l’amore per Laura Betti e Maria Callas, “purché il sesso rimanesse chiuso fuori dalla porta sacra del tuo corpo”.

Ma il ricordo più struggente è quello legato al mare di Sabaudia, dove Dacia Maraini, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini avevano affittato una casa, Villa Antonelli, alla fine degli anni Sessanta con quelle dune bellissime e selvagge.

“Ora che sei in pace e cammini sulle dune celesti, non credi di potermi dare ragione? Ho in mente una bellissima fotografia di te, solitario come al solito, che cammini, no forse corri, sui dossi di Sabaudia, con il vento che ti fa svolazzare un cappotto leggero sulle gambe”.

Dacia Maraini:

“RIAPRITE L’INCHIESTA SULLA MORTE DI PASOLINI.

A QUALCUNO FA COMODO CHE RESTI UN  ENIGMA”  

Come tutti ricordano la morte di Pasolini,archiviata sull’autoaccusa di Giorgio Pelosi,che spontaneamente confessò l’omicidio come autodifesa da una tentata aggressione omosessuale,lasciò molti dubbi e sconcertanti perplessità nel pubblico,che per 46 anni continuò ad interrogarsi sulla credibilità della confessione del presunto omicida. Questa è la dichiarata  opinione della scrittrice DACIA MARAINI,molto amica del grande scrittore massacrato la notte del 2 novembre 1975 sul Lido di Ostia. Riportiamo la sua convinzione, espressa a Palermo recentemente a Palermo al Festival del Libro e riportata da Repubblica.it del 26 -4- 2021,esprimendo la necessità di riaprire il processo per le ragioni che Lei spiega:  

La scrittrice, ospite del festival “La via dei librai” di Palermo, torna sull’omicidio dell’intellettuale per chiedere che si faccia chiarezza con gli strumenti oggi a disposizione

“L’inchiesta sulla morte di Pier Paolo Pasolini va riaperta. Adesso ci sono strumenti tecnologici avanzati, rispetto a 50 anni fa. Si potrebbero ingrandire segni anche molto piccoli, o macchie di sangue non viste. Perché certamente non è stato Pelosi a uccidere Pier Paolo ma un gruppo di persone, questo sembra certo. Ma chi erano non lo sappiamo. Evidentemente fa comodo che la morte di Pasolini rimanga un enigma, un enigma storico…”. La scrittrice Dacia Maraini chiede la riapertura delle indagini sull’omicidio dell’intellettuale, massacrato di botte e travolto più volte dalla sua stessa auto in una squallida piazzetta dell’Idroscalo di Ostia nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975.

Maraini, che era amica di Pasolini e ha sempre sollevato dubbi sull’inchiesta, lo ha detto durante il festival “La Via dei Librai” di Palermo, intervistata dalla giornalista dell’Adnkronos Elvira Terranova. “Si potrebbero ingrandire, ad esempio, le tracce ematiche – spiega Dacia Maraini – e ricavarne il Dna, tanto è vero che la macchia è sempre lì”. E ricorda: “Non sono state distrutte le prove, ma evidentemente fa comodo che questa morte rimanga un mistero…”. “Mancano alcune prove – spiega ancora – Se si fosse fatta all’epoca una vera indagine approfondita probabilmente sarebbe venuto fuori dell’altro. Ma visto che all’epoca Pino Pelosi si addossò tutta la colpa si sono fermati là”. 

Pelosi, morto nel 2017 a 59 anni per un tumore, uno dei tanti “ragazzi di vita” consumati dalla strada, divisi tra microcriminalità e prostituzione maschile, era stato fermato la notte dell’omicidio sul lungomare mentre guidava contromano l’Alfa Giulia di Pasolini e accusato inizialmente solo di furto. Quando accanto al corpo della vittima fu ritrovato un grosso anello di Pelosi, dono di Johnny lo Zingaro, il quadro rapidamente cambiò. Pelosi parlò di un incontro a sfondo sessuale degenerato in una lite. Per difendersi avrebbe colpito l’intellettuale con l’insegna di via dell’Idroscalo e sarebbe fuggito a bordo della sua auto. Pasolini sarebbe stato quindi travolto per un incidente, la sua morte come conseguenza tragica di una nottata sordida. Sul luogo del delitto non ci sarebbe stato nessun altro. Una versione che non convinse mai del tutto: possibile che Pelosi non fosse solo? Che le ragioni fossero ben più complesse? Anni Settanta, Pasolini intellettuale scomodo.

I suoi attacchi alla Dc, accusata di contiguità con il fascismo, il caso Enrico Mattei, la sua ostinazione nel credere che dietro quella morte vi fossero i servizi segreti italiani e americani, l’ombra delle “sette sorelle”, le sue critiche anche alla sinistra, ai “figli di papà” del ’68, la diffidenza del Partito comunista, che lo aveva anche espulso perchè omosessuale, la pila di denunce per i suoi libri e i suoi articoli. Tutto questo, da subito, spinse parte dell’opinione pubblica a parlare di omicidio politico. Lo dissero ad alta voce gli amici, come Laura Betti, giornalisti e intellettuali.  La Maraini andò in carcere a trovare Pelosi e incontrò un uomo travolto dalle circostanze, dall’epoca, da chi lo ricattava. Non gli credette: troppe contraddizioni nei suoi interrogatori. E poi c’erano le testimonianze di chi viveva nelle baracche di Ostia, quel corpo massacrato che sembrava gridare un’altra storia. Erano in molti a pensarla come lei, ma la verità processuale fu quella del tragico epilogo di una questione tra omosessuali, Pasolini che cercava la morte ogni sua notte di “vita”, infine trovandola per mano di un diciassettenne che sembrava uscito direttamente dai suoi romanzi. 

Quando Pelosi tornò in libertà iniziò a parlare. Nel 2005 andò in tv e rilasciò interviste in cui si dichiarava innocente, accusò una banda dall’accento siciliano che aveva malmenato anche lui paralizzandolo di terrore. Si sollevarono nuovi interrogativi, si ritornò alla vecchia ipotesi investigativa che coinvolgeva i fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, siciliani noti nel mondo della malavita con i nomignoli di “Braciola” e “Bracioletta”, dediti al traffico di stupefacenti e militanti nell’Msi, poi morti negli anni Novanta. Di nuovo l’ombra degli Anni Settanta. Di nuovo Pasolini come intellettuale scomodo.

Il caso fu riaperto, ma per poco. E anche quando Pelosi scrisse la sua biografia, nel 2011, in cui sosteneva di essersi fatto il carcere per timore di venire ucciso, lui o i suoi genitori, nessuno gli credette veramente. Era stato pagato per andare in televisione, accusava persone nel frattempo morte, diceva e non diceva… Per tutti ormai era solo un bugiardo. Quando morì sembrò che con lui venisse sepolta per sempre anche la speranza di sapere la verità. Ora Maraini chiede di non arrendersi, forse c’è qualcosa ancora da fare per sapere cosa sia accaduto veramente quella notte all’Idroscalo di Ostia. 

“Quando in un processo si dice che c’è un colpevole che si autoaccusa non si va oltre – ha detto la scrittrice – ma se fossero andati avanti qualcosa sarebbe venuto fuori. E anche adesso, se solo si approfondisse, emergerebbero altri particolari. Ne sono certa, anche se è difficile”.

LETTERA POSTUMA DI ORIANA FALLACI A PIER PAOLO PASOLINI:

La lettera di Oriana Fallaci a Pier Paolo Pasolini-

La lettera che Oriana Fallaci scrisse allo scrittore, dopo la sua morte il 16 novembre del 1975…è un prezioso documento che la grande Oriana, fraterna amica dell’autore di “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, oltre ad essere testimonianza di una salda amicizia, consente al lettore e al critico di penetrare nei torbidi e angosciosi labirinti dell’animo del poeta e, mediante una retrospettiva narrazione dei momenti più cupi dell’universo interiore “dell’Usignolo della Chiesa Cattolica”, con le relative interlocuzione memoriali, scrive una pagina di intensa partecipazione allo strazio segreto dell’amico, nella cui cupezza del volto e nell’intonazione dei loro colloqui solitari e intimi, da “veri fratelli”, ci lascia un tracciato dell’Itinerarium animi in mortem”, con una dolcezza di confronto e di delicata misura verbale, che nella cattura di un fluviale tormento e nel recupero di lunghi frammenti di memoria, promuove la testimonianza ad una pagina aurea di verità e di immortale poesia.(C.A.) Questa lunghissima lettera di Oriana Fallaci è una significativa e prorompente testimonianza che ci aiuta a conoscere meglio i turbamenti del grande scrittore italiano. Fu indirizzata idealmente al poeta dopo la sua morte e al suo interno la Fallaci rievoca parole, pensieri ed emozioni che le aveva lasciato il poeta attraverso alcune lettere. Un documento prezioso che ci consegna un vero e proprio ritratto dell’autore.

“Da qualche parte, Pier Paolo, mischiata a fogli e giornali e appunti, devo avere la lettera che mi scrivesti un mese fa. Quella lettera crudele, spietata, dove mi picchiavi con la stessa violenza con cui ti hanno ammazzato. Me la sono portata dietro per due o tre settimane, le ho fatto fare il giro di mezzo mondo fino a New York, poi l’ho messa non so dove e mi chiedo se un giorno la ritroverò. Spero di no. Vederla di nuovo mi farebbe male quanto me ne fece quando la lessi e rimasi intirizzita a fissar le parole, sperando di poterle dimenticare. Non le ho dimenticate, invece. Posso quasi ricostruirle a memoria. Più o meno, così: “Ho ricevuto il tuo ultimo libro. Ti odio per averlo scritto. Non sono andato oltre la seconda pagina. Non voglio leggerlo, mai. Non voglio sapere cosa v’è dentro la pancia di una donna. Mi disgusta la maternità. Perdonami, ma quel disgusto io me lo porto dietro fin da bambino, quando avevo tre anni mi sembra, o forse erano sei, e udii mia madre sussurrare che…”. Non ti risposi. Cosa si risponde a un uomo che piange la sua disperazione di trovarsi uomo, il suo dolore d’essere nato da un ventre di donna? Non era una lettera diretta a me, del resto, ma a te stesso, alla morte che rincorrevi da sempre per mettere fine alla rabbia d’essere venuto al mondo grazie a una pancia gonfia, due gambe divaricate, un cordone ombelicale che si snoda nel sangue. E come consolarti, placarti, di una simile ineluttabilità? Le parole con cui consolarti erano nel libro che tu rifiutavi con ira, l’unico modo per placarti sarebbe stato prenderti fra le braccia: amarti come solo una donna sa amare un uomo. Ma tu non hai mai permesso a una donna di prenderti fra le braccia, amarti. Quel nostro ventre da cui sei uscito ti ha sempre riempito di orrore. Fuorché tua madre, che veneravi come una Madonna messa incinta dallo Spirito Santo, dimenticando che anche tu eri stato legato a un cordone ombelicale che si snoda nel sangue, noi donne ti incutevamo fisicamente un disgusto. Se ci accettavi, era per pietà. Se ci perdonavi, era per volontà. In ogni caso non dimenticavi mai la leggenda che dà a noi la colpa d’aver colto la mela, scoperto il peccato. Odiavi troppo il peccato, il sesso, che per te era peccato. Amavi troppo la purezza, la castità che per te era salvezza. E meno purezza trovavi, più ti vendicavi cercando la sporcizia, la sofferenza, la volgarità: come una punizione. Come certi frati che si flagellano, la cercavi proprio con il sesso che per te era peccato. Il sesso odioso dei ragazzi dal volto privo di intelligenza (tu che avevi il culto dell’intelligenza), dal corpo privo di grazia (tu che avevi il culto della grazia), dalla mente priva di bellezza (tu che avevi il culto della bellezza).

In loro ti tuffavi, ti umiliavi, ti perdevi: tanto più voluttuosamente tanto più essi erano infami. Di loro ci cantavi con le tue belle poesie, i tuoi bei libri, i tuoi bei film. Da loro sognavi d’essere ucciso, prima o poi, per compiere il tuo suicidio. Sono cattiva a dirti questo? Sono crudele anch’io? Forse, ma sei stato tu a insegnarmi che bisogna essere sinceri a costo di sembrare cattivi, onesti a costo di risultare crudeli, e sempre coraggiosi dicendo ciò in cui si crede: anche se è scomodo, scandaloso, pericoloso. Tu scrivendo insultavi, ferivi fino a spaccare il cuore. E io non ti insulto dicendo che non è stato quel diciassettenne a ucciderti: sei stato tu a suicidarti servendoti di lui. Io non ti ferisco dicendo che ho sempre saputo che invocavi la morte come altri invocano Dio, che agognavi il tuo assassinio come altri agognano il Paradiso. Eri così religioso, tu che ti presentavi come ateo. Avevi un tale bisogno di assoluto, tu che ci ossessionavi con la parola umanità. Solo finendo con la testa spaccata e il corpo straziato potevi spegnere la tua angoscia e appagare la tua sete di libertà. E non è vero che detestavi la violenza. Con il cervello la condannavi, ma con l’anima la invocavi: quale unico mezzo per compiacere e castigare il demonio che bruciava in te. Non è vero che maledicevi il dolore. Ti serviva, invece, come un bisturi per estrarre l’angelo che era in te. Io me ne accorsi fin dal primo incontro, quando ci conoscemmo a New York: ormai, dieci anni fa. E quel fatto mi impressionò più del tuo genio esaltante, della tua cultura irritante, della tua fantasia scatenata. Scappavi ogni notte nei quartieri dove neanche i poliziotti osano entrare armati. Non ti stancavi mai di sfidare la turpitudine, toccare l’orrendo, unirti ai relitti maschili dei drogati, degli invertiti, degli ubriaconi. Sia che tu ti recassi nella Bowery o a Harlem o al porto, eri sempre presente dove c’era il male e il pericolo. Arthur Rimbaud in confronto diventava un’educanda. Quante volte ho temuto di sentirmi dire che ti avevano trovato con la gola tagliata o una pallottola in cuore. Una sera te lo confessai. Eravamo dinanzi al Lincoln Center e cercavi un taxi per recarti in un posto che non volevi ammettere. Per l’impazienza apparivi inquieto, tremavi. Mormorai: “Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo”. E tu mi fissasti con occhi lucidi e tristi (erano sempre tristi i tuoi occhi, anche quando ridevi), poi rispondesti ironico: “Sì?”. Ricordi, vero, quei giorni a New York? Venivi nel mio appartamento, sedevi sul vecchio divano, chiedevi una Coca-Cola (non ti ho mai visto ubriaco) e mi raccontavi di amare New York perché era sporca, senz’anima. Di quella città straordinaria vedevi soltanto la miseria morale, da ex-colonia dicevi, da sottoproletariato, e una povertà che paragonavi alla povertà di Calcutta, Casablanca, Bombay.

Un pomeriggio esclamasti: “Mi dispiace di non esser venuto qui prima, 20 o 30 anni fa, per restarci. Non mi era mai successo di innamorarmi così d’un Paese. Fuorché in Africa, forse. Ma in Africa vorrei andare e restare per non ammazzarmi. Sì, l’Africa è come una droga che prendi per non ammazzarti. New York invece è una guerra che affronti per ammazzarti”. Eri giunto da Montréal con il treno. Eri sceso a una stazione sotterranea e non avevi trovato un facchino. Con le valigie che ti stroncavano le braccia avevi percorso un tunnel, e in fondo al tunnel c’era una luce accecante. La città t’aveva aggredito con la gloria di un’apparizione: Gerusalemme che appare agli occhi di un crociato, dicesti. I grattacieli invece li vedevi come le Dolomiti, e io ti ascoltavo in preda alla paura: eri solo poeta o anche pazzo? Non avevo mai pensato che New York potesse essere vista come Gerusalemme e i grattacieli come le Dolomiti. Ma in cima a quei grattacieli non volevi salire mai. Quante volte tentai di portarti all’ultimo piano dell’Empire State Building! Ti promettevo: “È come salire sulla vetta di un monte, il vento è pulito lassù”. Mi opponevi sempre una scusa: a te non interessava il vento pulito. Interessava la laidezza della Quarantaduesima Strada, con le sue luci rosse da inferno e i negozi che vendono pornografia. “Ieri, nella Quarantaduesima, ho visto un uomo che stava morendo. In mano aveva un pacchetto. L’ha fissato e poi l’ha scaraventato per terra con collera tale che il pacchetto s’è rotto. Dopo l’uomo s’è appoggiato al muro, è scivolato piano per terra ed è rimasto lì: a morire. Senza che nessuno si fermasse a guardarlo, aiutarlo. Neanch’io. Ma è male questo? È mancanza di pietà? Forse è una forma superiore di pietà. Capisci, lasciare gli altri morire”.

Diventammo subito amici, noi amici impossibili. Cioè io donna normale e tu uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti della cosiddetta civiltà, io innamorata della vita e tu innamorato della morte. Io così dura e tu così dolce. V’era una dolcezza femminea in te, una gentilezza femminea. Anche la tua voce del resto aveva un che di femmineo, e ciò era strano perché i tuoi lineamenti erano i lineamenti di un uomo: secchi, feroci. Sì, esisteva una nascosta ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da pugile, sulle tue labbra sottili, una crudeltà clandestina. Ed essa si trasmetteva al tuo corpo piccolo e magro, alla tua andatura maschia, scattante, da belva che salta addosso e morde. Però quando parlavi o sorridevi o muovevi le mani diventavi gentile come una donna, soave come una donna. E io mi sentivo quasi imbarazzata a provare quel misterioso trasporto per te. Pensavo: in fondo è lo stesso che sentirsi attratta da una donna. Come due donne, non un uomo e una donna, andavamo a comprare pantaloni per Ninetto (Davoli, ndr), giubbotti per Ninetto, e tu parlavi di lui quasi fosse stato tuo figlio: partorito dal tuo ventre, e non seminato dal tuo seme. Quasi tu fossi geloso della maternità che rimproveravi a tua madre, a noi donne. Per Ninetto, in un negozio del Village, ti invaghisti di una camicia che era la copia esatta delle camicie in uso a Sing Sing. Sul taschino sinistro era scritto: “Prigione di Stato. Galeotto numero 3678”. La provasti ripetendo: “Deliziosa, gli piacerà”. Poi uscimmo e per strada v’era un corteo a favore della guerra in Vietnam, ricordi? Tipi di mezza età alzavano cartelli su cui era scritto “Bombardate Hanoi”, e ci restasti male. Da una settimana ti affannavi a spiegarmi che il vero momento rivoluzionario non era in Cina né in Russia ma in America. “Vai a Mosca, vai a Praga, vai a Budapest e avverti che lì la rivoluzione è fallita: il socialismo ha messo al potere una classe di dirigenti e l’operaio non è padrone del proprio destino. Vai in Francia, in Italia, e ti accorgi che il comunista europeo è un uomo vuoto. Vieni in America e scopri la sinistra più bella che un marxista come me possa scoprire. I rivoluzionari di qui fanno venire in mente i primi cristiani, v’è in essi la stessa assolutezza di Cristo. M’è venuta un’idea: trasferire in America il mio film su san Paolo”. Della cultura americana assolvevi quasi tutto, ma quanto soffristi la sera in cui due studentesse americane ti chiesero chi fosse il tuo poeta preferito, tu rispondesti naturalmente Rimbaud, e le due ignoravano chi fosse Rimbaud. Per questo lasciasti New York così insoddisfatto? Io direi di no. Direi che lasciasti New York deluso perché non c’eri morto, perché ti eri affacciato sulla voragine e non vi eri caduto. Le notti trascorse in cerca del suicidio t’avevano reso soltanto le guance più scarne, lo sguardo più febbricitante. Mi sento, dicesti, come un bambino cui è stata offerta una torta e poi gliel’hanno sottratta mentre stava per addentarla. Sì, avresti dovuto bere mille altre amarezze prima di trovare qualcuno che ti facesse il dono di ucciderti, regalarti una morte coerente dopo una vita coerente. Dicono che tu fossi capace d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la compagnia della gioventù: giocare a calcio, per esempio, con i ragazzi delle borgate. Ma io non ti ho mai visto così. La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: “Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!”.

Forse per questo il destino ci fece incontrare di nuovo, anni dopo. Fu a Rio de Janeiro, dov’eri venuto con Maria Callas: in vacanza. I giornali scrivevano che eravate amanti. Lo eravate? So che due volte, nella vita, hai provato ad amare una donna: restandone deluso. Ma non credo che una di queste due donne sia stata Maria. Eravate troppo diversi, troppo divisi esteticamente e psicologicamente e culturalmente. Allo stesso tempo però sembravate così uniti da una misteriosa complicità. Il mio sospetto è che tu l’avessi adottata come sorella, per farle dimenticare l’abbandono di Aristoteles Onassis. Non ti staccavi mai da lei, l’aiutavi perfino a vestirsi e a spogliarsi. Sulla spiaggia le ungevi le spalle perché il sole non gliele arrossasse. Ai ristoranti subivi ogni suo capriccio. Sempre indulgente, paziente, sereno come un infermiere di Lambaréné (città del Gabon dove Albert Schweitzer fondò il suo ospedale, ndr). Sì, c’era in te l’eroismo del missionario che va a curare i lebbrosi, la bontà del santo che subisce il martirio con gioia. Una sera ne parlammo, sul mare di Copacabana, dentro un tramonto di rosa e d’oro. Maria sonnecchiava sulla sabbia, fasciata in un costume da bagno nero, io ti raccontavo delle torture con cui i brasiliani seviziavano i prigionieri politici: il pau de arara, gli elettrochoc. Ma ascoltavi malvolentieri, quasi ti irritasse turbare con tali discorsi un tramonto di rosa e d’oro. Non mi rispondevi neanche. Solo quando ti accorgesti che ciò mi feriva, e io ti aggredii dicendo che allora non eri sincero nelle tue proteste e nelle tue battaglie, eri solo un Narciso che fingeva di battersi contro l’ingiustizia per esaudire la sua vanità, ti mettesti a parlare di Gesù Cristo e di san Francesco. Nessun prete mi ha mai parlato, come te, di Gesù Cristo e di san Francesco. Una volta mi hai parlato anche di sant’Agostino, del peccato e della salvezza come li vedeva sant’Agostino. È stato quando mi hai recitato a memoria il paragrafo in cui sant’Agostino racconta di sua madre che si ubriaca. Ho compreso, in quell’occasione, che cercavi il peccato per cercare la salvezza, certo che la salvezza può venire solo dal peccato, e tanto più profondo è il peccato tanto più liberatrice è la salvezza. Però ciò che mi dicesti su Gesù e su san Francesco, mentre Maria sonnecchiava dinanzi al mare di Copacabana, mi è rimasto come una cicatrice. Perché era un inno all’amore cantato da un uomo che non crede alla vita. Non a caso l’ho usato nel libro che non hai voluto leggere. L’ho messo in bocca al bambino quando interviene al processo contro la sua mamma: “Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore. Ma è sufficiente credere all’amore se non si crede alla vita?”. Anche tu eri fatto d’amore. La tua virtù più spontanea era la generosità. Non sapevi mai dire no. Regalavi a piene mani a chiunque chiedesse: sia che si trattasse di soldi, sia che si trattasse di lavoro, sia che si trattasse di amicizia. Ad Alekos Panagulis, per esempio, regalasti la prefazione ai suoi due libri di poesie. E, verso per verso, con il testo greco accanto, volesti controllare perfino se fossero tradotte bene. Ci ritrovammo per questo, rammenti? Riprendemmo a vederci quando lui fu scarcerato e venne in esilio in Italia. Andavamo spesso a cena, tutti e tre. E mangiare con te era sempre una festa, perché a mangiare con te non ci si annoiava mai. Una sera, in quel ristorante che ti piaceva per le mozzarelle, venne anche Ninetto. Ti chiamava “babbo”. E tu lo trattavi proprio come un babbo tratta suo figlio, partorito dal suo ventre e non dal suo seme. Lasciarti dopocena, invece, era uno strazio. Perché sapevamo dove andavi, ogni volta. E, ogni volta, era come vederti correre a un appuntamento con la morte.

Ogni volta io avrei voluto agguantarti per il giubbotto, trattenerti, implorarti, ripeterti ciò che ti avevo detto a New York: “Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo!”. Avrei voluto gridarti che non ne avevi il diritto perché la tua vita non apparteneva a te e basta, alla tua sete di salvezza e basta. Apparlettera a pier paolo 32 teneva a tutti noi. E noi ne avevamo bisogno. Non esisteva nessun altro in Italia capace di svelare la verità come la svelavi tu, capace di farci pensare come ci facevi pensare tu, di educarci alla coscienza civile come ci educavi tu. E ti odiavo quando ti allontanavi su quella automobile con cui i tre teppisti t’avrebbero schiacciato il cuore. Ti maledicevo. Ma poi l’odio si spingeva in un’ammirazione pazza, ed esclamavo: “Che uomo coraggioso!”. Non parlo del tuo coraggio morale, ora, cioè di quello che ti faceva scrivere in cambio di contumelie, incomprensioni, offese, vendette. Parlo del tuo coraggio fisico. Bisogna avere un gran fegato per frequentare la melma che frequentavi tu, di notte. Il fegato dei cristiani che insultati e sbeffeggiati entrano nel Colosseo per farsi sbranare dai leoni. Ventiquattr’ore prima che ti sbranassero, venni a Roma con Panagulis. Ci venni decisa a vederti, risponderti a voce su ciò che mi avevi scritto. Era un venerdì. E Panagulis ti telefonò a casa ma, alla terza cifra, si inseriva una voce che scandiva: “Attenzione. A causa del sabotaggio avvenuto nei giorni scorsi alla centrale dell’Eur, il servizio dei numeri che incominciano con il 59 è temporaneamente sospeso”. L’indomani accadde lo stesso. Ci dispiacque perché credevamo di venire a cena con te, sabato sera, ma ci consolammo pensando che saremmo riusciti a vederti domenica mattina. Per domenica avevamo dato appuntamento a Giancarlo Pajetta e Miriam Mafai in piazza Navona: prendiamo un aperitivo e poi andiamo a mangiare. Così verso le dieci ti telefonammo di nuovo. Ma, di nuovo, si inserì quella voce che scandiva: attenzione, a causa del sabotaggio il numero non funziona. E a piazza Navona andammo senza di te. Era una bella giornata, una giornata piena di sole. Seduti al bar Tre Scalini ci mettemmo a parlare di Franco (Francisco Franco, il dittatore spagnolo, ndr) che non muore mai, e io pensavo: mi sarebbe piaciuto sentir Pier Paolo parlare di Franco che non muore mai. Poi si avvicinò un ragazzo che vendeva l’Unità e disse a Pajetta: “Hanno ammazzato Pasolini”. Lo disse sorridendo, quasi annunciasse la sconfitta di una squadra di calcio. Pajetta non capì. O non volle capire? Alzò una fronte aggrottata, brontolò: “Chi? Hanno ammazzato chi?”. E il ragazzo: “Pasolini”. E io, assurdamente: “Pasolini chi?”. E il ragazzo: “Come chi? Come Pasolini chi? Pasolini Pier Paolo”. E Panagulis disse: “Non è vero”. E Miriam Mafai disse: “È uno scherzo”. Però allo stesso tempo si alzò e corse a telefonare per chiedere se fosse uno scherzo. Tornò quasi subito col viso pallido. “È vero. L’hanno ammazzato davvero”. In mezzo alla piazza un giullare con i pantaloni verdi suonava un piffero lungo. Suonando ballava alzando in modo grottesco le gambe fasciate dai pantaloni verdi, e la gente rideva. “L’hanno ammazzato a Ostia, stanotte”, aggiunse Miriam. Qualcuno rise più forte perché il giullare ora agitava il piffero e cantava una canzone assurda. Cantava: “L’amore è morto, virgola, l’amore è morto, punto! Così io ti piango, virgola, così io ti piango, punto!”. Non andammo a mangiare. Pajetta e la Mafai si allontanarono con la testa china, io e Panagulis ci mettemmo a camminare senza sapere dove.

In una strada deserta c’era un bar deserto, con la televisione accesa. Entrammo seguiti da un giovanotto che chiedeva stravolto: “Ma è vero? È vero?”. E la padrona del bar chiese: “Vero cosa?”. E il giovanotto rispose: “Di Pasolini. Pasolini ammazzato”. E la padrona del bar gridò: “Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria! Ammazzato! Gesù! Sarà una cosa politica!”. Poi sullo schermo della televisione apparve Giuseppe Vannucchi (conduttore del telegiornale Rai, ) e dette la notizia ufficiale. Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?”

Oriana Fallaci 

Un rapporto di sincera e saldissima amicizia legò Pasolini alla grande cantante lirica Maria Callas, che lo scrittore- regista aveva scelto per l’interpretazione di Medea e che la Callas aveva accettato,rifiutando altre offerte di grandi registi,perché conquistata dalla umile dolcezza dello scrittore regista. Fu un sentimento molto travagliato,perché Pasolini,pur essendo totalmente risucchiato nel limpido amore di una straordinaria donna,sempre disponibile a capire la disperazione interiore di Pier Paolo, in un fitto carteggio tra i due,solo recentemente e parzialmente in circolazione, lo scrittore faceva trasparire la sua infelicità di non poter riuscire ad esprimere nel modo dovuto,il suo travolgente amore per la Diva e la Diva confessava di soffrire per la infelicità di quell’uomo tenero e dolcissimo che,in una vacanza su un’isola greca si attardava sulla spiaggia a ritrarre l’artista in mille immagini. Del carteggio, in una mostra a Venezia dedicata alla Callas, riproduciamo due lettere da cui emerge il tormentoso sentimento:

“Caro amico, sono infelice per te…”

Ecco l’inedita lettera scritta dalla Callas a Pasolini per consolarlo della perdita di Ninetto Davoli tratta dal libro Casta Diva di Bruno Tosi.

Ho ricevuto il libro poi la tua cara lettera. Sono infelice per te – ma contenta che ti sei confidato con me. Caro amico – sono infelice che non posso essere vicina in questi momenti difficili per te – come lo sei stato tu spesso con me. Tu sai bene in fondo anche se ti addoloro con questa predicuccia piccola – la realtà è quella che devi affrontare ma non puoi perché non vuoi. Ci riuscirai – ci sono riuscita io – donna con tanta sensibilità – eppure ho capito che solo in noi possiamo basarci. Se ahimè – non prendermi in giro – è triste anche e soprattutto per me dirlo – sugli altri non si può fidare a lungo. È legge di natura che sarebbe andato così. Se ricordi a Grado in macchina si parlava con Ninetto di amore o che so io. Dentro di me – le mie antenne tu dici – me lo dicevano quando Ninetto diceva che non si innamorerebbe mai – sapevo che diceva delle cose che era troppo giovane per capire. E tu in fondo, uomo tanto intelligente, lo dovevi sapere, invece ti attaccavi anche tu ad un sogno fatto da te solo…. Ti saluto come sempre molto caramente, la tua Maria.

“Perché dà tanta umiliazione sapere ciò che è così semplice?”

E la risposta di Pasolini.

Quest’ ombra caduta su di te, che io sento parlandoti ingiustamente, Da quanto tempo era rimasta nei suoi luoghi! Ora egli (1) l’ ha costretta ad allargarsi – come nei mesi in cui le sere discendono simili a dei temporali e attraverso i luoghi della vita, che son pochi Ha scelto te, infallibile e indifferente (per noi che giudichiamo come bambini); e su di te essa è caduta; l’effetto è che tu hai riacquistato la tua lontananza e l’equilibrio si è ristabilito; l’ equilibrio fatale; così, riportati ognuno. Perché dà tanta umiliazione sapere ciò che è così semplice? Sei stata giocata da quel Conoscitore, che concede lunghe pause; ma alla fine richiama sempre ai nostri doveri; che non consistono in altro che nel sapere che egli c’è . Ti ha manovrata come una delle tante creature; e tu, credendoti libera, ti sei gettata con impeto d’altri secoli, con muto impeto; col passo di un marinaio che va verso il mare. Ancora orgogliosa di essere “una ragazza di città” e piena della morale antica superbia di generazioni e di regioni Con tanto senso del ridicolo appreso (o confermato) nel gran mondo ti sei gettata ingenuamente, come un impavido pagliaccio al suo dovere, invasato di vocazione: non hai avuto mezze misure i tuoi sentimenti erano dei veri, grandi sentimenti: era il momento in cui egli lascia liberi completamente liberi.

Pier Paolo Pasolini

(1) Non si tratta di Dio!

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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