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I MAESTRI DELLA LETTERATURA ITALIANA DEL NOVECENTO: ALBERTO MORAVIA- LA CRITICA PIU’ RECENTE LO HA DEFINITO: “UN ANGELO INERME PRIGIONIERO DELLA TERRA” –SAGGIO DI CARMELO ALIBERTI–

A L B E R T O   M O R A V I A

Alberto. MORAVIA – Nacque a Roma il 28 novembre 1907 da Carlo e da Teresa Iginia (Gina) de Marsanich, secondo di quattro fratelli: preceduto da Adriana (1905) e seguito da Elena (1909) e Gastone (1914).Dal padre architetto, discendente da una agiata famiglia ebraica di origine veneta, ereditò il doppio cognome; la madre, marchigiana, ma di lontane origini slave, aveva lavorato da giovane come dattilografa. Fino all’età di otto anni studiò privatamente, acquisendo tra l’altro una buona padronanza della lingua francese. Nel 1915 iniziò a frequentare la quarta classe elementare presso l’Istituto italo-inglese Crandon. L’anno successivo la famiglia si trasferì da via Sgambati a via Donizetti, in un villino più ampio e di recente costruzione. Si manifestarono già allora i sintomi della coxite, una forma di tubercolosi ossea all’anca. Per alcuni anni trascorse le vacanze estive in Versilia: sulla spiaggia di Viareggio conobbe il pressoché coetaneo Mario Soldati.

Nel luglio del 1922 ottenne il diploma di licenza ginnasiale. A ottobre iniziò a frequentare, sempre al Tasso, la prima classe di liceo, ma una nuova recrudescenza del male lo costrinse, dopo appena due mesi, ad abbandonare gli studi. Amelia Rosselli, sorella del padre, convinse i parenti a consultare i medici dell’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna: la nuova terapia diede benefici immediati. Per completare la cura, ai primi di giugno del 1924 venne ricoverato presso l’Istituto elioterapico Codivilla di Cortina d’Ampezzo, sezione montana del Rizzoli. I Rosselli fecero pervenire a Moravia giornali e riviste e lo abbonarono alla Biblioteca del Gabinetto Vieusseux di Firenze: «[…] sette volumi ogni settimana, e all’arrivo del nuovo pacco avevo già esaurito il contenuto del precedente» (cfr. A. Moravia, Intervista sullo scrittore scomodo, 1978, p. 98). A certificare il graduale insorgere di una ‘vocazione’ narrativa fu il carteggio con la zia Amelia, già destinataria delle sue prime prove poetiche.

A settembre poté finalmente congedarsi da Cortina. Trascorse quindi due mesi a Bressanone, dove avviò la stesura del suo romanzo d’esordio; a fine novembre fu di nuovo a Roma, a festeggiare in famiglia il diciottesimo compleanno. A dispetto delle sollecitazioni materne decise di non riprendere gli studi regolari; si impegnò anzi in una serie di viaggi: Merano, Monaco, Garmisch, Courmayeur, di nuovo Cortina. Nell’ottobre 1926, a Perugia, conobbe Umberto Morra di Lavriano, amico di Carlo e Nello Rosselli. Sollecitato dalla lettura di un brano dell’Ulysses sul primo cahier di 900, compose un breve saggio sullo scrittore irlandese e lo spedì al cugino Carlo, il quale lo fece pubblicare a firma A.P. e con il titolo J. Joyce sul settimanale milanese Il Quarto Stato (23 ottobre 1926). Un altro articolo sulla ‘crisi del romanzo’, contestualmente inviato (con il sostegno di Morra) a La Fiera letteraria, vide la luce solo un anno dopo (9 ottobre 1927); l’omonimia suscitò però le proteste di un altro Alberto Pincherle, storico delle religioni: da qui la decisione di Moravia di eleggere a nome d’arte il suo secondo cognome.

Mentre Morra lo introduceva nella cerchia cortonese (facendogli conoscere tra gli altri Pietro Pancrazi, Guglielmo Alberti e Bernard Berenson), per il tramite di Andrea Caffi e Corrado Alvaro entrò in rapporti con la redazione di 900: nel Cahier de printemps 1927 venne pubblicato il suo primo testo narrativo, Lassitude de courtisane. La collaborazione si estese ad altre due testate ‘novecentiste’, L’interplanetario e I Lupi; fu qui che nel gennaio del 1928 venne annunciata l’imminente pubblicazione, per i tipi dell’editrice Sapientia di Roma, di dodici romanzi: tra questi anche quello di Moravia, con il titolo ancora provvisorio di Cinque persone e due giorni (modificato in La palude in un successivo avviso). Rifiutato dal primo editore, il romanzo – con il definitivo titolo Gli indifferenti – venne pubblicato dalla Alpes di Milano grazie al beneplacito del direttore Cesare Giardini e al contributo finanziario del padre di Moravia.

Dal fine stampa (2 maggio 1929) alla prima recensione trascorsero quasi due mesi: sul numero del 30 giugno del quindicinale Augustea – diretto da Franco Ciarlantini, fondatore della Alpes – uscì un articolo a firma A.R. Ferrarin. Il 21 luglio, ne L’Italia letteraria e nel Corriere della sera apparvero altre due recensioni a firma Cesare Zavattini e Giuseppe Antonio Borgese: fu quest’ultima a determinare la fortuna dell’opera, che nel corso dell’estate guadagnò l’attenzione delle principali testate. Alle riserve avanzate da alcuni critici (sui difetti strutturali del romanzo e/o l’incompiutezza artistica dei personaggi), fecero seguito le accuse di morbosità e disfattismo lanciate dalle frange più accese della pubblicistica fascista, che trovarono un’insperata sponda ‘politica’ nel presidente della Alpes, Arnaldo Mussolini: in un discorso tenuto il 31 ottobre 1929 alla Casa del fascio di Milano il fratello del duce definì Moravia «negatore di ogni valore umano» (ai primi di dicembre venne anche aperto un fascicolo a suo nome da parte della Regia Questura di Roma).Diversi furono i viaggi compiuti dopo l’uscita del romanzo: Viareggio, Firenze (dove conobbe Eugenio Montale), Zermatt; a Divonne-les-Bains visse un’intensa storia d’amore e compose uno dei suoi racconti migliori, Inverno di malato.

Nell’agosto 1930 avviò una collaborazione al quotidiano La Stampa, allora diretto da Curzio Malaparte; vi pubblicò qualche novella e le sue prime corrispondenze (dall’Inghilterra). Nell’estate del 1931 si trasferì alla Gazzetta del popolo, cui destinò nuovi articoli di viaggio e altre prose narrative. Scrisse alcuni saggi critici per le riviste FronteL’Italia letteraria e Oggi, il settimanale diretto da Mario Pannunzio; nell’agosto 1933 tradusse per L’Italiano di Longanesi una novella di Hemingway (I sicari); saltuaria la sua partecipazione a Quadrivio. L’evento biografico più rilevante del periodo fu la turbinosa liaison sentimentale con la pittrice svizzera Lélo Fiaux, durata circa sei mesi tra l’inverno e l’estate del 1934. Ad agosto, assieme a Nicola Chiaromonte (conosciuto tre anni prima), si recò a Pontigny per partecipare a una décade sul tema dell’intolleranza. Nel febbraio del 1935 l’editore Carabba pubblicò la raccolta di racconti La bella vita. Partecipò alla realizzazione di Caratteri, il mensile diretto da Pannunzio e Antonio Delfini (il primo fascicolo uscì a marzo). Affidò il suo secondo romanzo, Le ambizioni sbagliate, all’editore Mondadori, ma il nulla osta alla stampa venne revocato dopo la pubblicazione su Giustizia e libertà di un articolo in cui si denunciavano interventi censori a danno dell’opera. Sospeso anche dalla Gazzetta del popolo, Moravia protestò inviando – sollecitato forse dall’editore o dallo zio Augusto de Marsanich, fratello della madre nonché sottosegretario alle Poste e Telegrafi – una prima lettera a Benito Mussolini e Galeazzo Ciano (26 marzo) e una seconda a quest’ultimo (giugno). La stampa del volume venne infine autorizzata (luglio), ma la sospensione dal giornale confermata (agosto). Ulteriormente amareggiato dall’insuccesso del romanzo, nel dicembre del 1935 accettò l’invito di Giuseppe Prezzolini, direttore della Casa Italiana della Columbia University, a recarsi negli Stati Uniti dove tenne alcune conferenze su temi letterari. Tornato a Roma in aprile, tentò invano di riattivare i rapporti con la Gazzetta del popolo; una nuova lettera a Mussolini (9 luglio 1936) gli consentì di riprendere servizio al giornale.

Nel febbraio 1937, mentre si trovava in Cina come inviato, Bompiani pubblicò L’imbroglio. Ai primi di giugno, appresa la notizia dell’assassinio di Nello e Carlo Rosselli, si ritirò a Capri in compagnia di Elsa Morante, presentatagli mesi prima dall’amico Giuseppe Capogrossi. Il lavoro per la Gazzetta del popolo proseguì senza intralci fino al luglio 1938, allorché il direttore Ermanno Amicucci gli comunicò che, per effetto dei provvedimenti razziali, il rapporto doveva considerarsi interrotto. Moravia inviò una vibrante lettera al duce («Io ebreo non sono […] mia madre è di sangue puro e di religione cattolica», 28 luglio): la collaborazione poté riprendere, ma agli inizi del 1939, mentre era in Grecia per conto del giornale, Le ambizioni sbagliate L’imbroglio vennero inseriti nell’elenco dei «Libri epurati dalla Commissione della bonifica libraria». Fu forse l’insieme di tali ‘molestie’ a indurlo a ricorrere al primo dei suoi pseudonimi: sul terzultimo numero di Omnibus del 14 gennaio 1939 figurò come Renzo Diodati (firma poi replicata sul settimanale Tutto e su Oggi, il rotocalco di Benedetti e Pannunzio).

Dall’ottobre 1939 subentrò come segretario di redazione di Prospettive al direttore Malaparte, impegnato sui fronti di guerra. Durante il 1940 si dedicò prevalentemente al lavoro per il cinema e alla stesura di alcuni ‘pezzi di fantasia’ destinati a una raccolta, I sogni del pigro, data alle stampe il successivo settembre. Nel gennaio 1941 inviò a Bompiani il testo de La cospirazione (mutato poi in La mascherata). Nonostante una velina del 13 febbraio invitasse i giornali a «non occuparsi di Moravia e delle sue pubblicazioni» e una nota ministeriale del 26 ribadisse il divieto alla distribuzione de Le ambizioni sbagliate e de L’imbroglio, ad aprile l’ufficio censura del ministero della Cultura popolare (Minculpop) diede il nulla osta alla pubblicazione de La mascherata. Contestualmente il direttore della Stampa italiana Gherardo Casini imponeva a Moravia il divieto di firmare i propri articoli; sul numero di maggio del mensile Documento fece la sua prima comparsa il nom de plume di Pseudo.

Il 14 aprile 1941 Moravia si unì in matrimonio con Elsa Morante (officiante il gesuita Pietro Tacchi Venturi, testimoni Longanesi, Pannunzio, Capogrossi e Morra); in estate i novelli sposi si trasferirono ad Anacapri. L’8 settembre una circolare indirizzata ai prefetti dal ministro della Cultura popolare, Alessandro Pavolini, invitava i «direttori di quotidiani e periodici locali at non più (dicesi non) pubblicare scritti di Alberto Moravia»; il 27 settembre fu imposto il divieto alla ristampa de La mascherata. La morte del fratello Gastone sul fronte libico (30 settembre) e l’ormai acquisita condizione di coniuge di «donna di razza italiana» indussero le autorità a rimuovere il veto (31 ottobre). Rimase tuttavia l’obbligo di firmare sotto pseudonimo: ai già collaudati Pseudo e Renzo Diodati si aggiunsero Tobia Merlo e Giovanni Trasone. Frattanto intensificò il lavoro per il cinema collaborando – non accreditato – alle sceneggiature di Tragica notte di Soldati, Un colpo di pistola e Zazà di Renato Castellani e La freccia nel fianco di Alberto Lattuada (marginale il suo contributo a Ossessione di Luchino Visconti); svolse alcune traduzioni per Americana, l’antologia curata da Elio Vittorini per Bompiani. Nell’agosto del 1942, a Capri, scrisse Agostino ma lo pospose alla pubblicazione di una nuova raccolta di racconti, L’amante infelice; la distribuzione del volume, pronto il 20 luglio del 1943, fu sospesa dopo la crisi di governo. Durante l’interregno badogliano venne contattato da Corrado Alvaro, assurto alla direzione del Popolo di Roma, sul giornale romano firmò in chiaro due coraggiosi articoli: Folla e demagoghi (25 agosto) e Irrazionalismo e politica (7 settembre). Dopo l’annuncio dell’armistizio apprese di essere nella lista dei ricercati; Moravia ed Elsa Morante tentarono di raggiungere Napoli ma il treno si fermò alla stazione di Fondi. Trascorsi alcuni giorni «presso dei contadini non lontano dalla città», si inerpicarono a più alta quota e vennero infine ospitati in località Sant’Agata dal contadino Davide Marrocco, in «una piccola stalla addossata alla sua casa»; qui trascorsero quasi nove mesi «passati a cercare roba da mangiare e a discutere la situazione militare»; finalmente «il ventun maggio [1944], i tedeschi se ne andarono e giunsero le prime pattuglie alleate» (A. Moravia, Vita nella stalla, in Mercurio, dicembre 1944, pp. 203-206). Moravia raggiunse Napoli e da qui si recò a Sorrento a far visita a Benedetto Croce; sulla rivista Aretusa pubblicò le prime note di un suo Diario politico. Verso la fine di giugno Moravia e Morante fecero ritorno a Roma. Andarono ad abitare nella casa di via Sgambati, lasciatagli in eredità dal padre nel frattempo deceduto. La partecipazione ai numeri d’esordio di Domenica (6 agosto) e Mercurio (1° settembre) sancì l’immediata ripresa delle collaborazioni alla stampa. A offrire nuove opportunità fu l’ex direttore del mensile Documento, Federigo Valli, che nei mesi in cui Moravia era rifugiato a Sant’Agata aveva già dato alle stampe il racconto La cetonia e il romanzo breve Agostino (in 500 copie e con due litografie di Renato Guttuso). La Documento Editrice – che agiva in accordo con Bompiani, bloccato a Milano – pubblicò ancora la raccolta L’epidemia e affidò a Moravia la direzione della collana Il Moto perpetuo (primo titolo il saggio La speranza ossia cristianesimo e comunismo). Rilevante il contributo al settimanale Città, alla cui direzione vennero nominati Moravia, Guido Piovene e Goffredo Bellonci in rappresentanza degli altri redattori (Bontempelli, Maselli, Masino e Savinio); sulla rivista Moravia curò la rubrica I sogni del pigro e pubblicò le sue prime cronache cinematografiche; l’esperienza di Città si arenò al sesto numero (21 dicembre 1944), logorata dalle scarse vendite e da sopraggiunti attriti con la proprietà. Nel dicembre 1944 Moravia iniziò a collaborare a La nuova Europa: al settimanale di Luigi Salvatorelli affidò alcuni aforismi politici e numerose recensioni di film. Nel febbraio 1945 partecipò come cronista di cinema al varo del quotidiano L’Epoca, diretto da Leonida Répaci e redatto da Giacomo Debenedetti; dopo qualche settimana si trasferì a Libera Stampa, il giornale edito da Luigi Barzini jr.; collaborò anche a Risorgimento, il mensile einaudiano diretto da Carlo Salinari; altri interventi su temi politici e d’attualità apparvero su La città libera. Tra il settembre e il dicembre 1945 pubblicò sul Corriere d’informazione alcuni racconti ispirati alle esperienze vissute in Ciociaria.

Il compimento del processo di Liberazione ridefinì anche gli assetti editoriali: tra la primavera e l’estate del 1945 le opere di Moravia vennero riproposte da Bompiani (a eccezione de Gli indifferenti, uscito a luglio per le edizioni Darsena, Roma, e del volume Due cortigiane e serata di Don Giovanni pubblicato in agosto da L’Acquario, Roma). Decisiva per la fortuna del romanzo la ristampa di Agostino, che nel marzo 1946 fece guadagnare al suo autore le 100.000 lire del premio indetto dal Corriere lombardo. Interrotti i rapporti con La nuova Europa e Libera Stampa, Moravia iniziò a lavorare per L’Europeo e Il Tempo: sul quotidiano diretto da Renato Angiolillo pubblicò, tra il 1946 e il 1948, racconti e articoli di attualità. L’uscita de La romana nel maggio 1947 rinnovò, a quasi vent’anni di distanza, il successo del romanzo d’esordio; la pubblicazione di altri due romanzi brevi – La disubbidienza (1948) e L’amore coniugale (1949) – consolidò il rapporto con l’editore di Milano.Nel settembre 1948 Moravia vendette la casa di via Sgambati e con il ricavato acquistò un appartamento in via dell’Oca 27. Dall’ottobre 1948 iniziò la lunga collaborazione con il Corriere della sera, proseguita fino al 1990. Durante il 1949 pubblicò diverse cronache letterarie su Il Mondo, il settimanale diretto da Pannunzio. Nel febbraio 1950 avviò su L’Europeo una rubrica di critica cinematografica (proseguita fino all’aprile 1954). Sempre nel 1950 con il cortometraggio Colpa del sole si cimentò nella sua unica esperienza di regia cinematografica. Il 15 aprile 1951 Bompiani licenziò Il conformista: il romanzo, per i riferimenti più o meno espliciti alla tragica vicenda dei fratelli Rosselli, fu da subito oggetto di critiche molto aspre. Nell’aprile 1952 uscirono I Racconti 1927-1951; lo stesso mese la Congregazione del S. Uffizio decretò l’inclusione dell’opera omnia di Moravia nell’Indice dei libri proibiti; la comunità letteraria reagì assegnando a I Racconti il premio Strega.Nel marzo 1953 fondò con Alberto Carocci – e il sostegno finanziario di Adriano Olivetti – il bimestrale Nuovi Argomenti. Nel febbraio 1954 Bompiani pubblicò la prima serie dei Racconti romani (premio Marzotto) e, in novembre, il romanzo Il disprezzo, ben accolto dalla critica. Fin dal primo numero de L’Espresso (2 ottobre 1955) Moravia assunse la titolarità della rubrica di cinema. Dopo le rivelazioni di Nikita S. Chruščëv al XX Congresso del PCUS, promosse sul n. 20 (maggio-giugno 1956) di Nuovi Argomenti l’inchiesta 9 domande sullo stalinismo (tra gli intervistati: Cassola, Jemolo, Silone e Togliatti). Nello stesso anno si recò in Russia al seguito di una delegazione invitata dalle autorità sovietiche (diario dell’esperienza il volume Un mese in URSS, 1958). Nel maggio 1956 riunì ne L’Epidemia. Racconti surrealistici e satirici i ‘pezzi di fantasia’ già compresi nelle raccolte del 1940 e 1944 con l’aggiunta di altri successivamente composti.Nell’aprile 1957 uscì La ciociara: l’immediato apprezzamento del romanzo  e il successivo rilancio (conseguente alla trasposizione cinematografica di Vittorio De Sica nel 1960) ne fecero uno dei suoi titoli più fortunati. Nel gennaio 1958 subì un delicato intervento chirurgico per sospetto tumore allo stomaco. A fine anno viaggiò in Iran con la moglie Elsa. Trascorse in quel periodo diverse estati a Fregene, spesso in compagnia di amici e artisti. Nel giugno 1959 uscirono i Nuovi Racconti romani. In veste di presidente del Pen Club, si recò in Brasile nel luglio dell’anno seguente. Nel novembre 1960 venne pubblicato La noia; l’assegnazione del premio Viareggio 1961 ne sancì il successo di critica e pubblico. Nel gennaio 1961 compì con sua moglie e Pier Paolo Pasolini – da tempo amico della Morante – un viaggio in Oriente (dall’esperienza nacque il volume Un’idea dell’India, 1962). La rottura del rapporto coniugale si consumò alla fine dello stesso anno, quando ad accompagnare Pasolini e Moravia nel programmato viaggio in Africa fu Dacia Maraini, conosciuta due anni prima. La nuova relazione determinò, sul piano logistico, il trasloco nell’appartamento di Lungotevere della Vittoria e su quello esperienziale la scoperta dell’Africa, meta di reiterati viaggi le cui cronache andarono poi a comporre le raccolte A quale tribù appartieni? (1973), Lettere dal Sahara (1981) e Passeggiate africane (1987). Sul piano intellettuale il rapporto suscitò una nuova attenzione al tema dei diritti delle donne, che trovò espressione in tre raccolte di racconti ‘al femminile’: Il Paradiso (1970), Un’altra vita (1973) e Boh (1976). Di poco precedente fu la ripresa della scrittura teatrale (rimasta ferma all’unicum di Beatrice Cenci, pubblicata in Botteghe oscure nel 1955). Moravia, Maraini ed Enzo Siciliano – conosciuto anni prima in casa di Attilio Bertolucci – diedero vita al Teatro del Porcospino: l’intrapresa, avviata nella stagione 1966-67 con la messa in scena di un atto unico di Moravia (L’intervista) e altre pièces dei due sodali, non incontrò il favore del pubblico e si concluse l’anno seguente. Altre esperienze notevoli del periodo furono un viaggio a Cuba e l’incontro con Fidel Castro (1966), la presidenza della Biennale cinematografica di Venezia (1967), le interviste a Yasser Arafat e Tito per L’Espresso (1971). Cruciale in quegli anni la presenza di Pasolini, che già dal 1966 affiancava Moravia e Carocci alla direzione di Nuovi Argomenti. Compagno ormai assiduo nei viaggi di lavoro e nelle prime estati trascorse a Sabaudia (dove nel 1972 i due amici divennero proprietari di due appartamenti contigui), lo scrittore friulano si impose come interlocutore nelle battaglie ideali del periodo. Momento topico di tale confronto fu la contestazione studentesca: entrambi oggetto delle critiche del movimento (cfr. i dibattiti Processo a Moravia e Vi odio cari studenti, in L’Espresso, 25 febbraio e 16 giugno 1968) furono poi solidali nel denunciare le indagini ‘deviate’ sulla strage di piazza Fontana. Il dissidio sul tema dell’aborto, consumatosi sulle colonne del Corriere della sera nel gennaio 1975, ebbe il suo contraltare nell’orazione pronunciata da Moravia a Campo dei Fiori il 5 novembre, tre giorni dopo il rinvenimento del cadavere di Pasolini sul litorale di Ostia.Il periodo successivo alla pubblicazione de La noia vide l’uscita della raccolta L’automa (1962), della silloge L’uomo come fine e altri saggi (1964), del romanzo L’attenzione (1965) e dei racconti Una cosa è una cosa (1967). Il decennio editoriale si chiuse con la pubblicazione dei testi teatrali Il dio Kurt (1968) e La vita è gioco (1969); ad aprire quello seguente fu il romanzo Io e lui (1971). Era ormai evidente l’ingresso, nell’universo narrativo di Moravia, di temi quali il sesso, l’alienazione borghese, l’incomunicabilità «enucleati nel loro valore sociale e socio-simbolico in tutte le loro sfaccettature. Da critico del paleocapitalismo borghese de Gli indifferenti Moravia trascorre alle nuove e più sofisticate ambiguità e menzogne della società neocapitalistica e del benessere» (G. Pampaloni, Realista utopico, in A. Moravia, Opere 1927-1947, Milano 1986, p. LVIII). Negli anni dell’impegnativa stesura de La vita interiore, Moravia e il suo editore proseguirono nel riordino del già pubblicato, affidato alle eminenti cure di Siciliano (dal 1972 anche condirettore di Nuovi Argomenti in sostituzione dello scomparso Carocci). Il romanzo uscì nel giugno del 1978, poco prima della conclusione del rapporto con Dacia Maraini. Nel settembre 1979 il procuratore della Repubblica de L’Aquila ordinò il sequestro del libro per oscenità; analogo provvedimento colpì il film che ne trasse, l’anno seguente, Gianni Barcelloni. Nel gennaio del 1982 venne avviata la terza serie di Nuovi Argomenti sotto la direzione di Moravia, Siciliano e Leonardo Sciascia. Nel corso dell’anno uscirono il romanzo 1934 (premio Mondello) e la raccolta di fiabe su animali parlanti Storie della preistoria. Nell’ottobre 1982 effettuò il suo terzo viaggio in Giappone: la visita a Hiroshima fu all’origine di un interesse crescente per la questione nucleare, cui dedicò articoli e inchieste su L’Espresso. Nel 1983 si recò in Portogallo con Carmen Llera, conosciuta due anni prima a Sabaudia: alla nuova compagna dedicò la raccolta dal titolo La cosa e altri racconti (Milano 1983). Dopo aver declinato l’invito a candidarsi al Senato nelle elezioni del 1983, si presentò alle ‘europee’ del giugno 1984 come indipendente nelle liste del Partito comunista italiano (PCI). Durante il suo mandato intervenne più volte a Strasburgo sui temi del nucleare, della carestia in Etiopia e dei diritti umani; nel dicembre 1985 gli venne conferito il premio Personalità Europea. Il 27 gennaio 1986, due mesi dopo la scomparsa di Elsa Morante, sposò con rito civile Carmen Llera. Compì ancora altri viaggi (Yemen, Siria, Giordania, Iraq, Irlanda) spesso in compagnia del fotografo e regista Andrea Andermann; risalgono a questo periodo i commenti parlati ad alcuni servizi realizzati per la RAI da Gianni Barcelloni. Pubblicò ancora due romanzi: L’uomo che guarda (1985) e Il viaggio a Roma (1988); due raccolte: L’angelo dell’informazione ed altri scritti teatrali (1986) e L’inverno nucleare (a cura di R. Paris, 1986).Dopo aver trascorso l’ultima estate a Sabaudia, Moravia morì a Roma, nella sua abitazione di Lungotevere della Vittoria, la mattina del 26 settembre 1990.

Opere.

A una prima serie delle Opere complete di A. M. (I-XVII, Milano 1952-67) e a una seconda d’impianto tematico (I-VI, Milano 1967-74) seguì una terza – cronologicamente ordinata – composta da Opere 1927-1947, a cura di G. Pampaloni (Milano 1986) e Opere 1948-1968, a cura di E. Siciliano (Milano 1989). Postumi la raccolta d’inediti Romildo, a cura di E. Siciliano (Milano 1993) e i volumi Viaggi. Articoli 1930-1990 e Romanzi e racconti 1929-1937, entrambi per cura e con introd. di E. Siciliano, postfaz. di T. Tornitore e Cronologia di E. Romano (Milano 1994 e 1998); a cura di Siciliano anche la silloge Le chiese rosse e altri racconti (Pistoia 1998). Postumi sono usciti inoltre La villa del venerdì e altri racconti (Milano 1990), La donna leopardo (Milano 1991); Diario europeo (Milano 1992); I due amici, a cura di S. Casini (Milano 2007). Dopo la pubblicazione dei Racconti dispersi 1928-1951, a cura di S. Casini – F. Serra (Milano 2000) è stata avviata l’edizione integrale delle Opere, diretta da E. Siciliano, di cui sono usciti – con la Cronologia di S. Casini e puntuali Note ai testi – i volumi 1. Romanzi e racconti 1927-1940, a cura di F. Serra (Milano 2000); 2.… 1941-1949, 3.… 1950-1959 [in due tomi] e 4.… 1960-1969, a cura di S. Casini (Milano, rispett. 2002, 2004 e 2007).Un repertorio degli scritti di M. è stato approntato da P. De Marchi – G. Pedrojetta in A. Moravia, Romanzi e racconti 1927-1937, cit., pp. 1331-1363. Per la genesi dei primi testi si rinvia a M. Ciocchetti, Sugli esordi di A. M., romanziere e saggista (1926-1927), in Esperienze letterarie, XXXVIII (2013), 4, pp. 67-96; un elenco degli articoli pubblicati nel 1944-45 è in Id., Percorsi paralleli. M. e Piovene tra giornali e riviste del dopoguerra, Pesaro 2010, pp. 227-248.

A fronte di una bibliografia critica quantitativamente sterminata, si segnalano i contributi più generali. Basilare il profilo tracciato da G. Manacorda in I Classici italiani nella storia della critica, dir. da W. Binni, III, Firenze 1977, pp. 775-835; si veda anche La fortuna critica, in A. Moravia, Opere 1927-1947, cit., pp. 1129-1160. Notevole per mole di dati F. Alfonsi – S. Alfonsi, An annotated bibliography of M. criticism in Italy and in the english-speaking world (1929-1975), New York-London 1976 (del solo F. Alfonsi i voll. A. M. in America… A. M. in Italia… (1929-1969), rispett. Catanzaro 1984 e 1986); la bibl. fu poi aggiornata al 1993 da P. De Marchi – G. Pedrojetta, op. cit., pp. 1364-1375. Alcune recensioni al primo romanzo sono state riproposte, a cura di L. Desideri, in appendice a Gli indifferenti (Milano 2007 e 2012), pp. 347-432; utili i regesti di T. Tornitore, Gli indifferenti e la critica, in Nuovi Argomenti, s. 3, 1991, 37, pp. 60-98 e Agostino e la critica [in tre parti], ibid., 40, pp. 16-36; 1992, 41, pp. 23-42, e 43, pp. 20-35. Buone rassegne critiche ‘ragionate’ sono Il punto su M., a cura di C. Benussi, Bari 1987, e P. Voza, M., Palermo 1997. Imprescindibili le monografie M., a cura di O. del Buono, Milano 1962, ed E. Sanguineti, A. M., Milano 1962; di G. Pampaloni si veda il profilo A. M., in Storia della letteratura italiana (Garzanti), IX, Il Novecento, Milano 1969, pp. 667-681 (poi Milano 1987, pp. 471-483) nonché il saggio Realista utopico, in A. Moravia, Opere 1927-1947, cit., pp. XXXV-LXI. Pregevoli gli studi di R. Manica, M., Torino 2004, e di G. Dego, M. in bianco e nero. La vita, le opere, i viaggi, Lugano 2008. Si vedano anche i tre numeri ‘speciali’ di Nuovi Argomenti (s. 3, 1991, 37; s. 5, 2000, 12; 2007, 40), il fascicolo di Poetiche, X (2008), 1-2, a cura di V. Mascaretti e la sezione Per A. M., in L’immaginazione, XXVII (2010), 258. Gli Atti dei convegni di Sabaudia (A. M. e gli amici, 2010), Fondi (A. M. e «La ciociara»…, 2010 e 2012) e Avellino (A. M. e Pier Paolo Pasolini…, 2011) sono raccolti in più ‘speciali’ di Sinestesie: i primi tre a cura di A. Fàvaro (Avellino 2011, 2012 e 2014), il quarto a cura di A. Granese (Avellino 2014). Notevoli per ampiezza di indagine A. M. e l’America. Atti della conferenza… 2011, a cura di F. Capoferri – P. Prebys, Roma 2012, e A. M. tra Italia ed Europa, Atti del convegno… 2014, a cura di S. Casini – N. Melehi, introd. di D. Maraini, Firenze 2015.

Gli Indifferenti” Emblema di Crisi Morale (1979)

L’editore Bompiani ristampo’ (1979) in lussuosa veste tipografica Gli indifferenti di Alberto Moravia. Cominciato nell’ottobre del 1925 a Bressanone, quando lo scrittore aveva sedici anni e mezzo, e finito nella primavera 1928, il romanzo fu pubblicato a spese dell’autore nel 1929 ed ebbe subito un tale successo di critica e di pubblico da costituire un vero e proprio caso letterario. In effetti Moravia, riprendendo la lezione manzoniana e attualizzando i motivi del verismo, al di fuori del dilagante estetismo dannunziano e dell’accademismo rondista, rompeva con la sperimentazione del frammento” e postulava un progetto di romanzo teso a radiografare, nella dimensione psicologica del proprio tempo, l’abbassamento del livello morale tipico del clima del primo dopoguerra, il disorientamento delle idee, la situazione grottesca della coscienza borghese che, dopo essere stata protagonista della nuova era scientifico-industriale, sembra essere vittima dell’inazione e dell’indifferenza dinanzi a un contesto sociale in movimento. Lo scrittore, con la promozione di una trama narrativa attorno alla problematica psicologia dell’indifferenza, filigrana una condizione storica, come dimostra una sintesi veloce dell’intreccio. Vi si narra la squallida vicenda di una famiglia che, nel corso degli Anni Venti, vive in una condizione di vizio, di corruzione, di alienazione, per cui ogni tentativo di reagire risulta velleitario. Leo, rappresentante tipico della borghesia, si è annoiato della relazione con Maria Grazia e corteggia Carla, la figlia di lei che, come assalita da una vertigine sentimentale dentro il vuoto che circonda la vita familiare, non si sottrae alle premure dell’uomo. Michele, il fratello, vive segretamente il disgusto di questa situazione e, tuttavia, pur disprezzando Leo e vituperando la madre, non riesce a tramutare la serpeggiante irritazione in un atto di rivolta. Inspiegabilmente si sente attratto da Lisa che è stata l’amante di Leo, e quando la donna gli rivela la relazione di Leo con Carla e lo stimola a prendere una decisione, abbozza una reazione disperata, ma l’arma con cui affronta l’amante della madre e della sorella è scarica, per cui il tentativo di ima soluzione morale fallisce grottescamente. Così la vicenda narrativa, che sembra risentire di un’impostazione da tragedia greca, anziché risolversi in un gesto di violenza, si scioglie nella recitazione di un dramma interiore, attraverso il quale Moravia, con rara lucidità intellettuale, percorre le sequenze dell’anima dalla presa di coscienza del male a quel dissolversi dei valori etici tradizionali che traduce in indifferenza ogni conato di rivolta. Dietro il dipanarsi degli eventi interiori, pertanto, risulta sempre più illuminata una specie di inettitudine fisiologica, una mortale malattia dello spirito che trova riscontro letterario, forse, negli “inetti” di Svevo, e da cui in Moravia emerge l’istintivo adattarsi a una grigia esistenza, dominata da un’erosione intema che rende abulici, incapaci a reagire e su cui lo scrittore versa il succo della propria nausea. Con dieci anni di anticipo, dunque, sull’apparizione de La nausea di Sartre e de Lo straniero di Camus, Moravia svela una condizione esistenziale di negatività, individuando nella solitudine e nell’incomunicabilità, nell’inerzia interiore e nell’abulia, gli esiti della vocazione all’insincerità di una classe sociale, sempre più narcotizzata dall’aggressione degli istinti e delle passioni, senza alcun palpito di tensione ideale.In questi anni di caotica situazione culturale disseminata di incertezza e di lusinghe, Gli indifferenti costituirono un documento dissacrante dell’imperante conformismo, teso a denudare nell’euforia apparente i grovigli psicologici di una dimensione sociale, tramato di instabilità e di artificiose passioni. Ne deriva un esempio di sperimentazione letteraria tesa alla scoperta di zone inesplorate della coscienza, dove incalzano le velleitarie ribellioni e i fallimenti, la lucida intelligenza della perdizione morale e l’impotenza reattiva della volontà, il rifugio nell’apatia e nell’indifferenza di fronte alla tragedia di una situazione in cui, da una parte si incarnano le “costanti” poetiche del decadentismo, dall’altra emergono le indicazioni di ima letteratura permeata di denuncia e di rivolta contro i distorti meccanismi della storia. Ma, al di là di ogni interpretazione parziale, l’autore (è luì ad affermarlo) “non intendeva criticare una società”, ma rappresentare le connotazioni di un malessere insito nell’animo dell’uomo, la coscienza di una crisi in cui l’uomo è costretto a rotolare, ridotto a una maschera. L’esito è un’inquadratura ambientale fatta di luci ed ombre, di angosciose atmosfere e di chiaroscuri ambigui, un insorgere deformato di colori, tipico degli espressionisti francesi, dove l’ambiente è piegato a rispecchiare una realtà più intima, e i personaggi, avvolti nell’alienazione e nel buio, annaspano nell’ombra alla ricerca della luce, con un’intonazione drammatica che si collega alle forme tragiche dei simbolisti francesi, quasi a sottolineare il clima interiore di tragedia. La struttura narrativa, semplificata nel numero dei personaggi e nella durata romanzesca ridotta a due giorni, slitta dalla rappresentazione oggettiva della dissoluzione di una classe, all’analisi psicologica dell’alienazione e della crisi del personaggio, e utilizza ora il dialogo piano e dimesso, ora il soliloquio franto e incandescente, ora l’andatura saggistica e didascalica, con una concentrazione espressiva che, attraverso legamenti paratattici e il flusso incolore dell’orditura, mira a tracciare una rappresentazione mimetica della realtà, intesa come fiotto naturale di coscienza, senza preferenze e obliterazioni. Calzante, perciò, si rivela l’uso di una lingua media che incorpora le quotidiane abitudini lessicali per un’adesione asettica, e perciò più realistica, al materiale narrativo. Nel ricorso costante alla metafora si proietta l’ansia morale dello scrittore che tende a visualizzare i dettagli della tragedia, resa più tangibile nelle svirgolature ironico-grottesche che scattano al vertice del dramma. L’aggettivazione ora incapsula il sostantivo con combinazione binata, quasi a espandere il circuito semantico delle implicazioni scontate, ora mira a scandire, con un’analitica selezione delle valenze, le reali dimensioni della angoscia e dell’impotenza, con una successione di scelte ordinarie, idonee a rendere il grigiore e l’incapacità di tradurre, nel grafico della rappresentazione narrativa, il valore storico del fallimento. Con Gli indifferenti, Moravia, trascinato dai congegni ideologici di un’inedita attenzione al reale, sommessamente tramata di rifiuto, da un lato rovescia le forme liriche della prosa d’arte in strutture narrative e in istituti espressivi antiletterari più idonei a riprodurre la natura della vicenda; dall’altra cancella la connotazione formale della poetica della memoria del “frammento”, per offrire una chiave di lettura realistica della società contemporanea e tradurre nel simbolo dell’indifferenza l’impotenza sentimentale e intellettuale di una condizione storica (e psicologica) che anticipa per certi aspetti il nuovo capitolo del neorealismo. (1979). Gli indifferenti  di Alberto Moravia è stato pubblicato nel 1929, nel periodo in cui il fascismo italiano proseguiva trionfante il suo cammino, ed in Germania il nazismo si accingeva a prendere il potere. In questo romanzo, nato da un diretto desiderio di un  analisi moralistica e satirica, vengono ritratti gli aspetti disperati e corrotti della vita e del costume della società borghese di quel periodo storico,  con una lucidità e una freddezza puntigliosa che sembrano rifiutare gli ideali della politica trionfalistica del regime, e sottintendono, il giudizio negativo dell’autore nei confronti delle aspirazioni del fascismo italiano. E’ proprio dalla descrizione realistica, opaca,  squallida, più vicina alla cronaca che alla poesia e dalla creazione di personaggi carichi di una profonda autenticità che traspare il parere di Moravia e che gli ha aperto la via del realismo.

Moravia ha sempre negato che nel suo romanzo fossero presenti istanze sociali o politiche: tuttavia è evidente che l’indifferenza si carica nel romanzo di connotazioni storiche precise: si tratta del conflitto dell’individuo con la vita, ma anche del conflitto dell’individuo con una determinata società, come dimostra Moravia, che, in tutto l’arco della sua produzione narrativa, colpirà successivamente con la sua polemica ironica e fredda la società conformista del ventennio fascista, quella violenta del dopoguerra, e quella alienata del neocapitalismo industriale (vedi La noia).  I temi de  Gli indifferenti  si ripeteranno poi nei romanzi successivi, i personaggi chiave presenteranno le stesse caratteristiche esistenziali, anche se di volta in volta sono calati in ambienti e situazioni storiche diverse. Queste caratteristiche comuni permettono di raggruppare i personaggi moraviani in due schiere opposte: vinti e vincitori. Alla schiera dei vinti appartengono quelli che sono destinati allo scacco, che tentano in modo spesso velleitario di ribellarsi al destino: di questo gruppo Michele, protagonista de Gli indifferenti . All’altro gruppo appartengono invece i personaggi che accettano la vita senza farle il processo e che proprio per questo risultano alla fine vincitori o per lo meno non del tutto sconfitti. Sono personaggi che non possono fallire, perchè manca loro un impegno, un progetto di vita: caratteristica di questa schiera è Mariagrazia, la madre de “Gli indifferenti”

LA ROMANA

La trama

Fin dall’inizio Adriana si sente portata a condurre una vita onesta, semplice e tranquilla. Vive con la madre Margherita, una modesta camiciaia che, sedotta da un ferroviere e poi abbandonata, ha maturato un vivo disgusto per la vita coniugale, fatta di sacrifici e rinunce.In mezzo alla miseria più nera, la donna progetta un avvenire migliore, facendo affidamento sulla notevole bellezza della figlia, cui consiglia di sfruttare al meglio questa sua dote; pertanto la propone ad alcuni pittori come modella sia per trarne vantaggi economici che per far conoscere lo splendore statuario del suo corpo. Adriana alterna le lunghe ed estenuanti pose ai lavori di casa ma, contrariamente ai desideri della madre, s’innamora di Gino, un giovane autista povero e squattrinato al servizio di nobili e ricchi signori, ed in lui ripone il sogno e la speranza di un matrimonio felice. Questi, abile nel carpire l’indole sognatrice e la buona fede della ragazza, si finge celibe e seriamente intenzionato a sposarla, mentre in realtà, da subdolo e menzognero qual è, approfitta del fiducioso amore della protagonista per sedurla. Negli studi dei pittori Adriana si lega in amicizia con una modella di nome Gisella: la ragazza, però, denota suito un temperamento diverso dal suo e un carattere orgoglioso, spigoloso e risentito; frequenta diversi uomini e si fa mantenere da un amante ricco, Riccardo, che la copre di regali e di bei vestiti. Prova invidia per l’onesto fidanzamento dell’amica e, rinfacciandole continuamente la miseria in cui vive, col pretesto di aiutarla a trovarsi un corteggiatore altolocato, non fa altro che spiare l’occasione per renderla simile a sé. A questo punto entra nella vita di Adriana, perché s’innamora perdutamente di lei, un tal Astarita- uomo sposato, ricco e voglioso- funzionario della polizia politica fascista. Durante una gita a Viterbo egli riesce ad avere Adriana col ricatto e con ogni altro mezzo subdolo, grazie alla complicità di Gisella, che impedisce all’amica di fuggire quando l’uomo si apparta con lei, dietro la minaccia di raccontare tutto a Gino. Di fronte alla perfida crudeltà di Gisella e alla determinazione animalesca di Astarita, questa cede, ricevendo come ricompensa dal suo “corteggiatore” la somma di tremila lire, e poi cerca di dimenticare l’accaduto andandosi a confessare.

Lo stesso Astarita scopre che Gino Molinari, il fidanzato di Adriana, è gia sposato e, dopo aver convocato la ragazza nel suo elegante e imponente ufficio, le rivela ogni particolare e tutti i dati possibili. Le offre, poi, il suo amore e la sua casa, informandola di essere separato dalla moglie e in attesa dell’annullamento del matrimonio. Il disgusto e la delusione inducono la protagonista ad abbandonare i suoi buoni propositi di crearsi onestamente una famiglia: si libera in lei l’istinto che la porta ad essere amante di tutti, avviandola al suo destino di prostituta. Adriana, tuttavia, nella sua innata bontà non riesce a concepire disegni di vendetta contro chi le ha fatto del male. Chiede a Gino di condurla nella villa dove egli presta i suoi servigi e di fare l’amore nel letto della padrona, nonché di lavarsi nel bagno di lei, cosa che ottiene con una certa difficoltà da parte del fidanzato, che teme di perdere il posto, al quale nel suo egoismo tiene tanto. Poi, dopo l’amore, riceve la conferma di quanto riferitole da Astarita e, nella stanza della padrona, ella ruba un portacipria d’oro massiccio con rubino, oggetto di grande valore, facendo ciò perché il giovane capisca a quale stato di abiezione l’abbia fatta giungere con i suoi inganni. Scoperto il furto e timoroso di essere licenziato, Gino in un primo momento reclama da Adriana la restituzione del portacipria e la ragazza acconsente, anche per impedire che venga arrestata una cameriera innocente, ma successivamente spinge la sua insensibilità morale fino a far vendere l’oggetto da un certo Sonzogno e a perfezionare addirittura l’accusa contro la cameriera, mettendo nella stanza di lei dei dollari rubati. Inoltre se ne vanta con la protagonista come se si trattasse di una bella azione. Risentita, Adriana si sbarazza per sempre di Gino facendolo eliminare da Sonzogno, che ha conosciuto qualche tempo prima, ma fatalmente diventa anche l’amante di questo pericolosissimo individuo, un delinquente “dal pugno proibito” e dalla forza spropositata, dall’animo malvagio e insensibile, che ama a suon di sberle ed è sempre pronto ad offendersi e ad usare le mani anche con le donne: durante un loro incontro, questi le confida di aver ucciso barbaramente un gioielliere per un portacipria e le regala l’oggetto, ma la ragazza, riconosciuta la refurtiva e chiesto consiglio ad Astarita, restituisce il portacipria tramite il confessore, facendo in modo che la cameriera arrestata innocentemente sia liberata.

Nel frattempo Adriana e Gisella conoscono, sul marciapiede, Giancarlo e Giacomo. Il primo, molto ricco, regala un appartamento a Gisella, che finge sempre più la sua falsa e disperata felicità, mentre Adriana si innamora del secondo. Giacomo, o Mino, è il vero protagonista della seconda parte del romanzo: studente in Legge e appartenente ad una ricca famiglia della borghesia provinciale, complessato e sempre scontento di tutti e di se stesso, appare continuamente turbato da risvolti psicologici. Impegnato politicamente, trama una non ben precisata congiura antifascista e stampa, con l’aiuto di complici, dei volantini di propaganda contro il regime. Sembra deciso a perdere la vita per i suoi ideali, ma in realtà non sa bene che cosa vuole, tarato da debolezza di volontà. Con la sua anarchia improduttiva, incapace cioè di tradursi nel concreto, è indubbiamente il personaggio più sofferto dell’opera.Qualche tempo dopo Adriana si accorge di essere incinta e scopre che il padre del bambino che aspetta è Sonzogno, ma per legare affettivamente a sé il sempre più depresso Giacomo, che è stato arrestato a causa della congiura sventata, gli fa credere che il figlio sia suo. Sonzogno si rifà vivo dalla giovane prostituta, poiché, vedendosi pedinato dalla polizia, crede che ella abbia denunciato l’omicidio da lui commesso e, giunto a casa sua, vi trova Astarita, il quale gli intima di stare alla larga dalla ragazza e lo schiaffeggia brutalmente. Adriana riesce ad ottenere che il poliziotto faccia rilasciare Giacomo, il quale in un momento di debolezza tradisce i compagni di fede politica e poi, tormentato dal rimorso che gli deriva dall’irreparabilità del suo gesto, si uccide, lasciando alla protagonista lettere per il riconoscimento legale del nascituro, mentre Sonzogno, fuggito via sparando sui poliziotti, raggiunge Astarita a casa sua e l’uccide, ma, preso poco dopo, muore in uno scontro a fuoco.Il romanzo si chiude con l’immagine fiduciosa di Adriana e del bambino che deve nascere, in un mondo meno infelice, più schietto e augurabilmente meno contrassegnato dalla violenza.

LA  ROMANA

Scritto tra il ’43 e il ’46 e pubblicato nel 1947, La romana segna una tappa importante nello sviluppo della narrativa di Moravia. Protagonista del romanzo, ambientato a Roma al tempo della guerra d’Etiopia, è una straordinaria figura femminile profondamente viva e moderna, Adriana, un’attraente diciottenne.In questo romanzo lo scrittore si dimostra incline alla pietà, novità questa che conferisce all’opera un carattere diverso rispetto alle motivazioni moraviane dell’indifferenza e del disgusto della vita, quali si riscontrano nei romanzi precedenti: l’ideologia dell’autore è “riveduta” in virtù di un sentimento c1he si eleva al di sopra delle vicende, delle afflizioni e dei turbamenti quotidiani.

Moravia ha travasato ne La romana la concezione pessimistica della vita, elaborata nell’arco di quasi vent’anni, senza mai renderla così elementare ed esplicita. Ancora una volta ci si trova di fronte a personaggi tarati o afflitti dal “male di vivere” e qui, come fa notare il Pandini, «appesantiti da intellettualistiche velleità dimostrative o esplicative, le quali assumono una loro falsa risonanza, sotto il peso di un’allegoricità e di un ideologia inautentiche, che soffoca quegli stessi personaggi, facendone le maschere di una verità nient’affatto universale e soltanto moraviana».(1) Il Pandini inoltre si dimostra alquanto scettico «di fronte alla costruzione dei personaggi e al mondo narrativo, che non riesce quasi mai ad elidere alcuni stridori di interpretazione, come il fatto che una prostituta, che narra le proprie esperienze e vicissitudini in prima persona, usi un linguaggio assolutamente improbabile per la sua condizione, o si ponga delle domande sull’esistenza così sottili e profonde da renderle in lei poco credibili».(2) Davide Conrieri, analizzando una delle sequenze iniziali del romanzo (3), fa notare che «alla voce della protagonista-narratrice del romanzo si sovrappone o si sostituisce un’altra voce, che dice per lei parole che possono bensì esprimere i suoi sentimenti, ma che non le si possono attribuire verosimilmente. […] Così il lettore si trova ad intuire fin da subito, dalle primissime mosse del romanzo, che in esso il realismo moraviano non è vincolato a una misura mimetico-naturalistica, ad un adeguamento linguistico che presumibilmente avrebbe il linguaggio della protagonista narratrice, ove ce la trovassimo davanti in carne ed ossa» (4). A parte le dovute eccezioni, come ad es. la descrizione della visita al pittore nel cap. I, il linguaggio di Adriana non solo si allontana volutamente da coloriture dialettali e da un piano di realismo linguistico direttamente documentario, ma si sottrae pure al livello espressivo di una popolana di Roma, quale la ragazza ama definirsi. Pertanto il realismo moraviano non va inteso sic et simpliciter come attribuzione ad ogni personaggio del linguaggio che gli è proprio, ma si configura piuttosto come “realismo psicologico”. Nell’intero romanzo, infatti, come ha ben sottolineato il Conrieri, «l’inventività linguistica è posta al servizio di un impegno di descrizione e di scrutinio degli atteggiamenti morali, tesa a rendere verbalmente, con la massima esattezza possibile, la loro natura per lo più composita e talvolta contraddittoria, le loro sfumature, e persino a dare il senso della loro non piena affabilità (‘non so che’, ‘una certa’, ‘una specie di’). Forse proprio qui, in questo sforzo di accuratezza nel fissare situazioni psicologiche ed etiche, e nel ricorso a certe connessioni lessicali, è da riconoscere la punta più rilevante del manzonismo nella Romana» (5).Adriana si duole spesso della sua “pochezza e ignoranza”, ma quando descrive situazioni e moti sentimentali lo fa con una penetrazione, con una sottigliezza e con una finezza espressiva per nulla inferiori a quelle che si riscontrano nei discorsi di personaggi-narratori moraviani di cultura e condizione sociale più elevate: si prenda, ad es., il Silvio de L’amore coniugale. Insomma, dal punto di vista della mimesi linguistica, il referto di Adriana è difettoso per eccesso, essendo il discorso della protagonista-narratrice del romanzo decisamente superiore, tanto nelle articolazioni mentali e verbali quanto nelle risorse lessicali ed espressive, alla condizione assegnatale.Il modello cui Moravia dichiara di ispirarsi consapevolmente nella costruzione del personaggio di Adriana è quello offerto dalla Moll Flanders di Defoe , il quale a sua volta, nella prefazione ai lettori del romanzo, si era soffermato sul linguaggio in cui è raccontata in forma autobiografica la storia della protagonista, avvertendo che il linguaggio del racconto originale e ostile della signora in questione erano stati modificati per rendere la narrazione più decorosa. Ma mentre Defoe “riscrive” il resoconto di Moll, Moravia sovrappone, come si è visto, la propria voce a quella della protagonista, mantenendo le originarie parole di questa. La battuta iniziale de La romana – «A sedici anni ero una vera bellezza»– riprende puntualmente la descrizione che Moll Flanders fa di se stessa adolescente, quando afferma di essere ritenuta «molto bella, o, se permettete, una vera bellezza» (trad. di Cesare Pavese, 1938). Un modello siffatto permea di sé alcune linee portanti della fisionomia e del resoconto di Adriana, sicché è lecito riferire a questa alcune brillanti osservazioni che Pavese faceva a proposito di quella, come ad esempio: «Non si ferma ad annotare divertita o commossa parole o gesti caratteristici, ma di ciascun individuo coglie il significato essenziale, colto attraverso il dolore o la gioia che ne ha ricevuto», o queste altre di Virginia Woolf: «Ella deve dipendere totalmente dal proprio ingegno e giudizio, e affrontare ciascuna emergenza al suo nascere mediante una morale pratica che si è forgiata da sola nella testa». «Furba e pratica di necessità, ella è tuttavia perseguitata da un desiderio di romanticismo», romanticismo che si concreta nel desiderio di una serena, appagante vita coniugale e familiare, talvolta emergenti nel corso delle storie di Moll e di Adriana (6).Queste osservazioni giustificano la sfasatura tra condizione sociale e culturale della protagonista e la qualità del suo discorso, che lungi dal denotare una manchevolezza dell’autore nei confronti del realismo linguistico, tendono ad additare la direzione peculiare entro cui esso si muove, la quale si prefigge appunto come scopo, la raffigurazione e la resa verbale più precise e sottili possibili della vita psicologica ed etica dei personaggi, disposta a sacrificare esigenze anch’esse “realistiche”, ma avvertite come secondarie. Del resto sulla pagina letteraria il realismo assume sempre e inevitabilmente una forma particolare: quella che un dato scrittore in una data occasione ricerca riesce ad ottenere. Ne La romana, la volontà di rappresentare realisticamente la dinamica interiore dei personaggi attraverso un linguaggio che ne renda con la massima esattezza e nettezza i movimenti bruschi o lenti, le svolte o le oscillazioni, prevale sull’esigenza che quel linguaggio risulti adeguato appieno alla condizione del personaggio che lo adopera (7). Identificare concretamente, cioè nelle vicende dei personaggi, il dato sentimentale, descriverlo con rigore, rappresentarne l’insorgenza e le manifestazioni, farne intravedere anche il carattere libero e gratuito, appare la massima forma di realismo: un realismo che coglie «il dispiegarsi della coscienza e il suo atteggiarsi in rapporto con il mondo ad essa esterno, nell’individualità dei processi interiori dei personaggi, e che insieme rimanda ad una visione generale dell’uomo e della sua esistenza». Esistenza nell’accezione tecnica dell’Esistenzialismo. Tracce di tale filosofia sono riscontrabili, appunto nell’atteggiarsi di Adriana e di Mino di fronte alla vita: entrambi i personaggi provano sentimenti di angoscia e disperazione, che nell’una, sicuramente intensi, sono tuttavia legati a crisi episodiche e destinate a risolversi, mentre nell’altro originano un tormento continuo ed implacabile, anche se talvolta è camuffato sotto l’apparenza di un’allegria e giocosità tese e crudeli. In Mino il porsi in rapporto con gli altri in modo da ammetterne concretamente l’esistenza autonoma assume i connotati aggressivi e violenti di esperimento volontaristico dal dubbio successo, esplicitati, ad esempio, nello storcere il dito di Adriana, durante il suo primo incontro con lei, per rendersi conto, dal dolore che le ha cagionato, che ella esiste realmente – ma poi estesi a tutta la relazione che lo studente mantiene con la donna; nella protagonista, invece, tale atteggiamento prende le forme di una riuscita relazione simpatetica, che si instaura a partire da un moto spontaneo di comprensione ed immedesimazione, come accade, ad esempio, nei confronti prima di Gisella e poi Astarita: verso di essi la protagonista avrebbe, nel momento in cui si apre a capirli e a compatirli, buoni motivi di risentimento ed insofferenza, che però vengono tacitati da un impulso di partecipe intelligenza. Adriana riferisce di aver chiaramente notato come Gisella provasse nei suoi confronti dispetto e invidia, e prosegue: «ma pur comprendendola così bene, anzi appunto perché la comprendevo, ebbi compassione di lei». Ugualmente racconta del fastidio che le procurava Astarita con atti dettati dalla sua “pazza libidine” e delle proprie irritate reazioni, registrando poi un subitaneo movimento di comprensione: «Improvvisamente mi sembrò di comprenderlo troppo bene», che si concreta nella raffigurazione diretta delle passioni di cui Astarita era succube: «Aveva atteso quell’appuntamento per non o quanti giorni […] non aveva fatto altro che pensare alle mie gambe, al mio petto, ai miei fianchi, alla mia bocca”, e che finisce per spegnere in lei l’irritazione, sostituita da costernata compassione». Si notino poi gli atteggiamenti con cui Adriana e Mino si pongono di fronte al tema esistenzialistico della “scelta”: Mino non trova conciliazione tra le condizioni reali della sua vita, i suoi effettivi comportamenti, da un lato, e il desiderio di darsi un’identità essenziale che egli possa riconoscere come autentica e che lo sottragga al tormentoso sentimento di mancanza al tormentoso sentimento dell’assurdità del suo esistere, dall’altro. La sua consapevolezza di intellettuale, le sue elaborazioni speculative, i suoi tentativi volontaristici di partecipazione vera al mondo non riescono a produrre quella conciliazione. L’impossibilità di essa verrà sancita da un vero e proprio atto gratuito, che peserà molto sul personaggio che l’ha compiuto: la delazione, attraverso la quale Mino si costituisce come persona che non si piace, provocando in sé un rifiuto invincibile e definitivo di se stesso. «E qui è tutto il guaio» – afferma lo stesso Mino. Diversamente da lui, Adriana è capace di non rifiutarsi per quella che gradualmente si viene costituendo nel corso della sua vita, per effetto dei suoi atti e di quelli degli altri, ossia di scegliere un atteggiamento di accettazione verso le identità essenziali che nel tempo la vengono definendo, riformando di conseguenza il progetto che ha per sé. I mutamenti di prospettiva e gli aggiustamenti progettuali costano ad Adriana sofferenza e risentimento, ma riescono a conciliarla, sia pure a volte in forme di conciliazione rassegnata, con se stessa e con il mondo. Amaro sarà per lei il dover constatare che l’aspirazione alla normalità, così intensamente coltivata ed intesa come «una vita tranquilla, con un marito e dei bambini», cozza contro una diversa, più potente e vera “normalità”: «La normalità della vita non erano i miei progetti di felicità bensì il contrario, tutte le cose, cioè, che sono ribelli a piani e programmi, che sono casuali, che si rivelano difettose e imprevedibili, che portano delusione e dolore» (cap. VI della parte prima). E ugualmente amaro le sarà il pensare alla trasformazione, cui il comportamento di Gino l’ha indotta: «E pensai che ero sempre stata dolce e buona e che, forse, da quel momento non lo sarei più stata, e questo pensiero mi riempì di disperazione». Eppure, nonostante la “delusione” e la “disperazione”, Adriana riesce, tramite atti concreti (accogliendo quel Giacinti «così antipatico» nella sua «povera camera destinata ad usi tanto diversi», fingendo con Gino sentimenti che avev4a provato, ma che ora non poteva più provare, a rinunciare agli antichi sogni di «farsi una vita decente e normale», e lei che si era raffigurata assieme alla madre e al fidanzato come «la sola che non recitasse una parte», a «recitare una parte come un’attrice sul palcoscenico» (Cap. VIII della parte prima). Adriana affronta questi cambiamenti, accogliendo i messaggi che le arrivano dalla sfera del corporeo, per quanto li senta in contrasto con la sua volontà, con il suo cuore e con il suo animo: è il «sentimento forte di complicità e sensualità», che pare sorgere dal suo temperamento e che ella sperimenta prima con Astarita e poi con Giacinti nel ricevere denaro in cambio d’amore, a farle scoprire la sua “vocazione” e a farle capire che doveva «essere proprio fatta per quel mestiere», anche se con il cuore aspirava a cose tanto diverse. Ed è il riconoscimento della forza autonoma del corpo, che continuando a vivere in un momento in cui ella «avrebbe voluto non vivere più», incurante della “volontà” di lei la porta a risolversi per l’accettazione pacata della vita nella nuova forma in cui le si prospetta: «Tanto valeva, pensai a mo’ di conclusione, adattarsi a vivere e non pensarci più» (8). Pertanto, come hanno ben evidenziato Romano Luperini ed Eduardo Melfi, «la protagonista de La romana trova nella propria passività una rivalsa naturale alle umiliazioni sociali, che le permette non solo di sopravvivere, ma di abbandonarsi alla propria vitalità sensuale. Adriana, con la sua naturalezza istintiva, riesce ad amare, mentre Giacomo, l’intellettuale borghese, ne è incapace, perché osserva se stesso agire, si sdoppia in gesti e coscienza, è irrimediabilmente estraneo a tutto ciò che fa» (9). «Il rapporto che corre tra Adriana e lo studente» – ha detto Moravia – «è proprio quello che corre tra chi accetta il proprio destino, ossia il temperamento e le condizioni naturali sociali, e chi non le accetta. Ed è anche il rapporto tra una natura passiva, anzi la natura senz’altro, ed un principio attivo» n (10). Una simile affermazione può essere interpretata come centro ideologico dell’intera opera, che trova la sua esplicita formulazione nelle parole conclusive del cap. II della parte seconda: «Così, dopo poche ore di angoscia, io rinunziai a lottare contro quello che pareva essere il mio destino, e anzi lo abbracciai con più amore, come si abbraccia un nemico che non si può abbattere; e mi sentii subito liberata. Qualcuno penserà che sia molto comodo accettare una sorte ignobile ma fruttuosa, invece di rifiutarla. Ma io mi sono sovente domandata perché la tristezza e la rabbia abitino così spesso l’animo di coloro che vogliono vivere secondo certi precetti o uniformarsi a certi ideali e perché invece coloro che accettano la propria vita, che è anzitutto nullità, oscurità e debolezza, sono così spesso gai e spensierati. Del resto, in questi casi, ciascuno obbedisce non a precetti, ma al proprio temperamento che in tal modo prende figura di vero e proprio destino. Il mio, come ho già detto, era di essere, a tutti i costi, lieta, dolce e tranquilla; e io l’accettavo». (11) Vivere significa accettare la propria “naturalità” con passiva e ferma rassegnazione e abdicazione. L’aver compreso questo, conferisce alla “romana” un’aura di saggezza, come era nelle intenzioni dell’autore, il quale ha dichiarato: «Con La romana ho voluto creare la figura di una donna piena di contraddizioni e di errori e, ciò nonostante, capace – per forza ingenua di vitalità e slancio d’affetto – di superare queste contraddizioni e di rimediare a questi errori, e giungere ad una chiaroveggenza e ad un equilibrio che ai più intelligenti e ai più dotati spesso sono negati». critto tra il ’43 e il ’46 e pubblicato nel 1947, La romana segna una tappa importante nello sviluppo della narrativa di Moravia. Protagonista del romanzo, ambientato a Roma al tempo della guerra d’Etiopia, è una straordinaria figura femminile profondamente viva e moderna, Adriana, un’attraente diciottenne. In questo romanzo lo scrittore si dimostra incline alla pietà, novità questa che conferisce all’opera un carattere diverso rispetto alle motivazioni moraviane dell’indifferenza e del disgusto della vita, quali si riscontrano nei romanzi precedenti: l’ideologia dell’autore è “riveduta” in virtù di un sentimento che si eleva al di sopra delle vicende, delle afflizioni e dei turbamenti quotidiani.

 

AGOSTINO

Agostino racconta della crescita interiore del giovane, che entra in contatto per la prima volta con la sessualità e il denaro, in seguito alla rottura di equilibri nei rapporti con la madre. Quest’ultima è da sempre oggetto per lui di grande venerazione e ammirazione. E tanto grande è la delusione quando ella si concede a Renzo, trascurandolo. I rapporti tra madre e figlio diventano tormentati e Agostino entra in contatto con un gruppo di ragazzi poveri e delinquenti, che gli mostrano la realtà da un nuovo punto di vista e alla cui vita egli vuole adeguarsi. Cerca quindi di nascondere le sue origini borghesi e si comporta come uno di loro. Alla fine anche da questi ragazzi riceve una grande delusione e da quel momento inizia la sua crescita, che è però ancora lontana.

Personaggi

Agostino: tredicenne borghese, orfano del padre, che vive con la madre quasi in simbiosi, tenuto lontano dalla realtà e considerato ancora come un bambino. Dopo la scoperta della sessualità si sente confuso e disorientato.

La madre: vedova che si concede ad un uomo più giovane di lei e risulta attraente anche agli occhi del figlio, oltre che a quelli degli altri ragazzi della zona.

Renzo: giovane amante della madre, che le fa compagnia nelle gite in pattino.

Berto, Homs, Il Tortina e gli altri ragazzi della banda: di bassa estrazione sociale, che vivono di espedienti in piena libertà. Sono loro ad accompagnare Agostino alla scoperta della sessualità e del mondo degli adulti.

Saro: proprietario di una barchetta, che “accudisce” i giovani sbandati, appoggiando le loro ruberie e tenendo con loro rapporti ambigui.

Riassunto

Il giovane tredicenne di estrazione borghese trascorre con la madre un periodo di vacanza estiva al mare. Egli vive in una dimensione ancora fanciullesca, protetto dalla madre e privo di una reale conoscenza del mondo. I suoi equilibri si rompono quando Renzo si frappone a loro, rubando le attenzione fin’ora solo a lui dedicate. Le consuete uscite in pattino ora non sono più riservate solamente a madre e figlio, ma è Renzo ad accompagnare la madre. Dopo una litigata in cui Agostino prende in giro la madre che attende fiduciosa l’arrivo del pattino con Renzo, Agostino si allontana dal suo bagno e in una cabina fa la conoscenza di Berto, uno dei ragazzi che stavano giocando a guardie e ladri e si unisce a loro in cambio di un pacchetto di sigarette rubate dalla borsa della madre. I ragazzi provengono dalla classe sociale più bassa e riempiono le loro giornate di piccoli espedienti, guidati dal Saro, uomo spaventoso anche nell’aspetto poiché possiede sei dita. Quest’ultimo, durante un attraversamento in barca, tenta un approccio pedofilo con Agostino, il quale si allontana intimorito e nega che sia accaduto qualcosa agli altri, che però non gli credono e lo rendono oggetto di derisione. È con questi giovani che Agostino apprende il significato del denaro e del sesso. Si fa convincere dal Tortima a sottrarre alla madre soldi e a rompere il salvadanaio con i risparmi della sua fanciullezza per pagare un rapporto sessuale in una casa di prostituzione. Viene però raggirato dal compagno e all’ingresso gli viene impedito di entrare perché troppo piccolo. Riesce solamente a vedere da una finestra l’immagine di una prostituta. Resta quindi derubato dei soldi, tradito e umiliato. Ritorna dalla madre e prima di dormire le chiede di essere trattato come un adulto e di poter partire il giorno seguente.

Commento

Agostino viene considerato da Giancarlo Pandini come «una delle prove più complete di Moravia» (in Invito alla lettura di Moravia) e riceve subito il premio del Corriere Lombardo, primo premio letterario conferito a quest’autore. All’inizio del romanzo tutto il mondo dell’adolescente è racchiuso nella madre, che per lui è bellezza pura e perfezione. Da questo piedistallo la figura della madre cade nel momento in cui Agostino apprende della relazione con Renzo e nota in lei atteggiamenti che la fanno apparire una qualunque tra le donne (“pareva compiacersi in femminili goffaggini”). Agostino scopre nella figura materna l’elemento femminile e da esso è attratto inconsapevolmente. A mostrargli la verità sul sesso e sulla vita sono i ragazzi di estrazione sociale diversa alla sua, che lo mettono in contatto con la realtà della povertà. La madre viene vista poi come peggiore rispetto alle altre donne per avergli negato queste conoscenze: il loro rapporto diventa tormentato. Egli prova fastidio per le sue attenzioni, per le sue carezze e per il suo modo di trattarlo ancora come un bambino. La casa diventa per Agostino una sorta di prigione, in cui è bloccato da un rapporto quasi edipico con la madre. Per liberarsi di questa angoscia vuole avere un rapporto con un’altra donna, una prostituta, ma il suo intento fallisce. Evidente nel protagonista è l’elemento dell’incomunicabilità: egli non riesce ad aprirsi in un dialogo costruttivo con la madre e il tormento che prova di fronte alla sua figura rimane interiore. Non riesce neppure a comunicare con gli altri ragazzi, a cui non arriva mai davvero ad uniformarsi. Emblematico a questo proposito è il momento in cui, dopo la gita in barca col Saro, Agostino tenta di spiegare che non è successo nulla, ma non viene creduto, anzi, viene deriso. La rottura del muro di solitudine avviene alla fine del romanzo, quando riesce finalmente a liberarsi di una parte dei suoi tormenti confidando alla madre il desiderio di partire il giorno dopo e di essere trattato come un adulto. Il romanzo è chiaramente di formazione, con la distruzione delle certezze che hanno accompagnato la fanciullezza del giovane e la necessità di crearsi nuovi valori. Il finale, tuttavia, non è pienamente positivo poiché Moravia lascia intuire che occorreranno ancora lunghi anni prima di arrivare al raggiungimento della piena felicità.

Anche in Agostino ricorrono temi cari all’autore,quali la vestizione     (Carla ne Gli Indifferenti o Rosetta ne La ciociara), in questo caso della madre e l’elemento dello specchio, in cui ella si riflette.Infine, interessante è notare il commento di Dominique Fernandez in Il romanzo italiano e la crisi della coscienza moderna (1960): «La psicanalisi ha salvato Moravia dal naturalismo: Moravia è uno scrittore realista sì, ma integralmente realista; e la realtà che appare alla fine di un’inchiesta freudiana è la negazione della realtà piatta e semplice dei naturalisti». Il romanzo è infatti permeato dall’analisi, da parte dell’autore, del tormento interiore del protagonista.

LA  CIOCIARA

Pubblicato nel 1960, “La noia” è un romanzo bellissimo: i dialoghi con Cecilia sono richieste di compravendita, le parole con la madre sono sferzanti. Dal libro è stato tratto l’omonimo film di Damiano Damiani. Su Youtube un’intervista ad Alberto Moravia che presenta il romanzo. Dino è un artista, un pittore, è scontento di quello che dipinge. Dino è ricco, si può permettere di non vendere i propri quadri e di vivere nell’agio. Dino conosce una ragazza giovane leggermente ottusa che non è innamorata di lui. Fanno l’amore continuamente, anche nella stanza della madre di lui; lui è ossessionato da questa fanciulla che si chiama Cecilia, una piccolo borghese, con un padre così così, una madre già vecchia di abitudini domestiche. Dino la frequenta senza un motivo, poi ne diventa ossessionato, vuole comprare Cecilia affinché sia tutta sua. Invece la ragazza lo tradisce anche con altri uomini. Dino impazzisce e poi… la fine non si dice mai.

Oltre a una ragazza, una madre, una casa, una macchina, Dino ha i suoi quadri. Dino si annoia da quando era piccolo, sempre costantemente. Non la noia intesa come non fare niente, ma come avvizzimento della realtà. Le parole di Moravia sono di un’incredibile bellezza, la noia come riduzione:

“è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà”.

Dino fa l’esempio di un bicchiere: se io lo guardo continuamente il suo valore d’uso si riduce, più lo guardo, meno capisco a cosa serve e perché si chiami così.

“Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’ inverno… oppure la mia noia rassomiglia all’interruzione frequente e misteriosa della corrente elettrica in una casa… oppure la mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina”.

Dino vede solo cose: la madre è una cosa, i soldi sono una cosa, Cecilia è una cosa che però non gli appartiene. Lei è libera e lui con la sua gelosia e il sesso sfrenato vuole comprarla. Dino non riesce a possedere veramente e carnalmente Cecilia perché non è un oggetto.Pubblicato nel 1960, “La noia” è un romanzo bellissimo: i dialoghi con Cecilia sono richieste di compravendita, le parole con la madre sono sferzanti. Il film di Damiano Damiani a un certo punto vede Cecilia (ovvero Catherine Spaak), sul letto della madre di Dino (interpretata da Bette Davis), ricoperta completamente di soldi. Il sesso per Moravia poi era una forma di conoscenza: nei suoi romanzi, non solo in questo, non c’è compiacimento, tanto meno pornografia.

 

LA  VITA  INTERIORE

 

 

La vita interiore, cervellotico sforzo moraviano, è una narrazione privata di sterili fronzoli, un giudizio volto a incorniciare una particolare classe sociale: la borghesia. Seduto di fronte alla propria macchina da scrivere, Moravia impiegò sette travagliati anni di stesure («…era un enorme groviglio di fili. Così prima ho dovuto fare il gomitolo e poi sfilarlo», La Vita di Moravia, Moravia – Elkann), prima di lasciare che il romanzo, nel 1978, giungesse fra le mani di chi, fermandosi alla superficie, non ne comprese da subito il significato simbolico. In una prosa scarica di artifici letterari e buone maniere, in un linguaggio parlato, spesso insistentemente volgare, ma non ipocrita, un’adolescente romana di nome «Desideria» racconta di sé all’autore, indicato con il pronome «Io». Dalle prime battute il romanziere s’accorge d’avere di fronte non una persona, ma due: oltre a Desideria, una Voce. Quest’ultima, come la protagonista stessa spiega, insieme alla verginità è ciò che la rende somigliante alla figura di Giovanna D’arco; la Voce parla, decide, guida e comanda dalla sede dei pensieri della ragazza, dalla sua mente.La narrazione non ha tempo, si svolge in un presente non databile ricco di flashback attraverso cui la protagonista ripercorre esperienze vissute, talvolta meditate e volute, più spesso frutto di un inesorabile plagio della Voce. Come annebbiata dagli effetti di una droga, Desideria si lascia trasportare da essa fino a cercarla, ad accorgersi di non poterne più fare a meno, ad esserne paralizzata e sconcertata, ma succube. Figlia adottiva di una madre ricchissima e spietata, perversa e ossessionata dall’erotismo, Desideria comincia ad esserne amata solo quando, da «grassona» (come lei stessa si definisce), diventa bellissima; ciò nonostante, il sentimento di Viola, non è mai ben piantato, ma sempre oscillante fra l’affetto materno e l’amore incestuoso. Desideria non odia la madre, le è sostanzialmente scostante, ma il vero disprezzo per Viola è della Voce: «Ogni volta che mi attribuisco dei pensieri ostili a Viola, devi intendere che questi pensieri mi erano suggeriti oppure imposti dalla voce e che io non c’entravo», spiega la protagonista al romanziere. Il testo ha due motori a dargli lo stimolo narrativo: da una parte il senso simbolico, come Desideria stessa spiega («nella vita pratica si agisce realmente, ma nella vita interiore tutto avviene simbolicamente»), dall’altra la «rivolta», elemento costante e ossessivo nella vita e nelle opere di Moravia. La stessa verginità della ragazza è votata alla rivolta: ella aspetterà l’uomo che saprà attuare la rivoluzione, prima di dissolvere la propria purezza. Attraverso un «piano di trasgressione e dissacrazione», la Voce pone Desideria di fronte al fatto compiuto: simbolicamente le fa vivere l’esperienza della prostituzione e poi, di seguito, la lascia scivolare lungo «gli anni criminali» durante i quali, seppure in una staticità di conseguenze pratiche, la ragazza non indugia nel lasciarsi andare al furto, alla fuga, alla dissacrazione del linguaggio, della cultura, della religione, della famiglia, del denaro e della stessa vita umana. Infine, come Desideria racconta, si svolge «l’ultima e suprema dissacrazione», quella dell’amore.La protagonista, in un istante del veloce evolvere degli eventi, sente il freno della coscienza, le apparizioni della lucidità e giunge a disubbidire a ciò che le è dettato da dentro innamorandosi di Giorgio, un ragazzo borghese del suo stesso quartiere. E’ il momento in cui lo stimolo interiore scompare e Desideria resta «atterrita dall’idea di tornare ad essere come era prima dell’apparizione della Voce: un pezzo di carne massiccio, anche se dotato di smaniosa, fisiologica vitalità». L’assenza della Voce non dura molto: spinta da un invincibile bisogno, in ultimo la giovane decide di respingere Giorgio e di riaccoglierla più che mai nella propria vita.In modo quasi crescente, il desiderio di rivoluzione e un’ubbidienza ormai totale ai suggerimenti interiori la spingono oltre, in un vortice senza ritorno che la coinvolge in situazioni estreme: un’orgia, la pianificazione del sequestro della madre e, da ultimo, l’azione, la rivolta e il suo cinico e truce risvolto nel duplice omicidio. E’ interessante notare come Moravia indugi sull’abbigliamento di Desideria per simboleggiare la rivoluzione che in lei è fine ultimo; in un passo del romanzo Tiberi, amante e amministratore dei beni di Viola, si rivolge alla giovane protagonista dicendole: «Parlano per te i tuoi vestiti, il tuo maglione, i tuoi pantaloni»; in effetti essi non sono certo quelli di una ragazza ricca, borghese, «pariolina», come la stessa Voce, con intento provocatorio,usa definirla.Nel primo romanzo di Moravia, Gli indifferenti, Michele vorrebbe uccidere Leo, amante della madre e della sorella, ma a causa del suo essere «indifferente», non ha una giustificazione morale per farlo e finisce, così, col dimenticare di caricare la pistola. Ne La vita interiore, invece, quella che per Michele era stata solo un’intenzione, per Desideria diventa azione. La ragazza spara e Moravia la lascia fare, poiché ella, a differenza di Michele, ha un motivo per farlo. La protagonista segue il dettato della Voce e uccide due volte. Si potrebbe dire che con La vita interiore Moravia abbia ripreso, continuato e portato a termine ciò che ne Gli indifferenti aveva solo accennato senza risolvere.Il romanzo non termina, resta sospeso. Desideria se ne va, rincorsa dall’autore che le grida di aspettare. Tuttavia, lei conclude: «La tua immaginazione mi ha bruciata, consumata. Alla fine non esisterò più, se non nella tua scrittura, come impronta, come personaggio». Moravia segue, in questo modo, una tradizione già calcata da scrittori illustri come Kafka, in definitiva la tradizione della vicenda non compiuta secondo cui «fine del romanzo non è quello di avere una conclusione, ma piuttosto quello di permettere ai personaggi di manifestarsi» (D B, Italialibri).

Il  disprezzo

1^ edizione: 1954

Pubblicato nel 1954 da Bompiani, Il disprezzo di Alberto Moravia narra la storia coniugale di Riccardo Molteni, sceneggiatore cinematografico, ed Emilia, pacata dattilografa di provincia. In una Roma borghese degli anni ’50 Riccardo racconta come i sentimenti della moglie verso di lui si siano lentamente ma inesorabilmente affievoliti e poi mutati, fino ad arrivare a quel solenne disprezzo che sembra inspiegabile sia agli occhi del protagonista sia agli occhi del lettore, ma che pure Moravia sceglie come titolo. Perchè è il disprezzo, personificato e tangibile nei dialoghi, che diventa personaggio e modifica i ruoli dei protagonisti, anzi diventa protagonista lui stesso, motore da cui scaturisce ogni azione e reazione della coppia.

Io ti disprezzo…ecco quello che provo per te, ed ecco il motivo per cui non ti amo più…Ti disprezzo e mi fai schifo ogni volta che mi tocchi…Eccola la verità…ti disprezzo e mi fai schifo.

È un sentimento incomprensibile e indefinibile: Emilia stessa non riesce a dare una coerente ed esaustiva motivazione del suo cambiamento e per tutto il libro impera l’ossessivo “perchè?”, che si fa ora violenta e morbosa curiosità ora razionale indagine psicologica che esige una definizione: perchè Emilia disprezza suo marito?  Da parte sua Riccardo è un uomo riflessivo, un intellettuale abituato a pensare. Ragiona ed analizza con lucidità non solo ogni possibile causa del nuovo sentimento di sua moglie, ma anche le sue reazioni:

Un male incerto provoca inquietudine,perchè, in fondo, si spera fino all’ultimo che non sia vero; ma un male sicuro, invece, infonde per qualche tempo una squallida tranquillità.

Insieme alla crisi coniugale sono almeno altri due i temi centrali del romanzo: il cinema come mondo piegato elle esigenze di mercato, svuotato da ogni pretesa ed essenza artistica, e l’Odissea, che non è solo pretesto per il susseguirsi degli eventi, ma diventa lo specchio in cui Riccardo cerca di riflettersi, per poter comprendere ciò che succede tra lui e sua moglie. Il lavoro di sceneggiatore è vissuto da Riccardo, che avrebbe voluto scrivere per il teatro, come svilente: lo sceneggiatore è spesso costretto ad accettare ogni tipo di soggetto per necessità economiche, e per di più le sue fatiche rimarranno sempre nell’ombra (come la “mano che gira la manovella “ di Serafino Gubbio operatore):  si svena del suo miglior sangue per il successo di altri e, sebbene la fortuna del film dipenda per due terzi da lui, non vedrà mai il proprio nome sui cartelloni pubblicitari dove sono invece indicati quelli del regista, degli attori e del produttore. E il produttore ora comanda a Molteni un’Odissea spettacolare, un kolossal con fanciulle seminude che fanno il bagno, e con un Ciclope che rassomigli a King Kong. Il testo omerico, già chiamato in causa innumerevoli volte nelle riscritture novecentesche del mito, diviene oggetto di nuove interpretazioni da parte dei personaggi del romanzo di Moravia, e in particolare del regista tedesco Rheingold che, in disaccordo col produttore, vorrebbe mettere in scena una moderna Odissea “psicologica”, in cui le vicende di Ulisse e Penelope vengano analizzate come sul lettino di Freud. Il regista innesca un dubbio: non è possibile che Ulisse abbia lasciato Itaca volontariamente perché non andava più d’accordo con sua moglie? Che avesse fatto di tutto per ritardare il suo ritorno a casa? Nella spiegazione di Rheingold Ulisse, per amor di pace e per avidità di doni, consiglia alla moglie di accettare la corte dei Proci già prima della sua partenza per Troia, distruggendo così con la sua prudenza l’amore di Penelope, la quale accetterà il marito al suo ritorno solo a patto che egli dimostri di “reagire da uomo” ed uccidere i pretendenti. Il produttore Battista è l’Antinoo omerico che seduce Emilia sotto gli occhi del marito e Riccardo, moderno Ulisse, non viene più riconosciuto dalla moglie, esattamente come Penelope non riconosce nel mendicante arrivato a palazzo il suo sposo. E questo non riconoscimento da parte della persona amata si trasforma in impossibilita di identificazione da parte di Riccardo stesso:

Ciò che mi faceva soffrire di più, naturalmente, era la nozione di essere adesso non soltanto non più amato,ma anche disprezzato; però, incapace del tutto di trovare un motivo qualsiasi, anche il più leggero, per questo disprezzo, provavo un senso violento di ingiustizia e, insieme, insieme, il timore che, in realtà,ingiustizia non ci fosse e che il disprezzo fosse obbiettivamente fondato e che io non me ne rendessi conto, mentre per gli altri era cosa evidente. […] Ora, ecco, quella frase di Emilia mi faceva sospettare per la prima volta di non conoscermi nè giudicarmi qual ero, e di essermi sempre adulato, fuori di ogni verità. Il tema del riconoscimento, già centrale nell’Odissea, diviene perno di ogni riscrittura che il Novecento ha prodotto sul mito del guerriero acheo, che nella contemporaneità diventa suo malgrado Nessuno come aveva fatto credere al Ciclope (o a volte lo diventa volontariamente, come l’anti-eroe di Capitano Ulisse di Alberto Savinio che preferisce uscire di scena, ormai stanco di tante avventure). Non stupisce che le vicende di Riccardo ed Emilia abbiano affascinato uno dei più cinefili tra i registi: Jean-Luc Godard, che nove anni dopo libro di Moravia dirige Le mépris. Godard non si limita a proporre uno straordinario esempio di metacinema, ma inserice dentro al film un altro “mostro sacro” del cinema stesso: Fritz Lang, che interpreta se stesso con una delicatezza e un’intelligenza che si distaccano dal freddo e introspettivo cerebralismo di Rheingold e che fanno di lui un personaggio chiave del film. Inizialmente accolto dalla critica e dal pubblico con scarso successo, dovuto all’ostracismo di Carlo Ponti, Le mépris è un omaggio all’estetica e alla forma (del corpo femminile, del mare, delle statue greche). Il romanzo di Moravia viene rappresentato piuttosto fedelmente nei contenuti, ma le differenze non mancano e sono evidenti: è difficile ritrovare nel fascino conturbante della splendida Brigitte Bardot (Camille) la compostezza di Emilia, e anche Michel Piccoli (Paul) e la sua superba interpretazione sembrano avere un piglio più sicuro dell’indeciso e timido Riccardo.Quest’ultimo si conferma essere anche nel film un uomo riflessivo, che indugia a lungo sugli eventi, forse troppo a lungo per Emilia-Penelope che vuole un marito che agisca con virilità e decisione. Riccardo medita fino alla fine sulla decisione da prendere: Quello che devi fare te l’ha consigliato Rheingold…Ulisse, per riconquistare l’amore di Penelope, uccide i Proci…in teoria tu dovresti uccidere Battista…ma viviamo in un mondo meno violento e assoluto di quello dell’Odissea…sarà sufficiente che rinunzi alla sceneggiatura….

Ma quando sembra essere pronto per agire è già troppo tardi: i suoi pensieri hanno sempre uno sfasamento temporale con le azioni di Emilia, e alla fine la perdita dell’amata giungerà definitiva e senza possibilità di comprensione. Non stupisce che nel panorama delle riscritture novecentesche un altro romanzo – e un altro film – ci ricordino come la forza del mito sia tuttora intensa e pregna di significati ancora da indagare. Ma dopo il tragico del Novecento l’armonia arcaica non è più perseguibile (se lieto fine c’è è perchè si inventano nuovi e altri personaggi, che vivono altre storie diverse dalla fonte originale, come nel caso di Itaca per sempre di Malerba o dell’ Ulysses Joyciano): e allora le Sirene di Kafka staranno in silenzio e il Minotauro della Yourcenar non sarà altro che il tormento della nostra psiche, e perfino il fedelissimo e perpetuo amore di Penelope per Ulisse si tramuterà in disprezzo.

L’AMORE  CONIUGALE

Bompiani, 2011 – Il dramma di Silvio è quello di amare senza essere ricambiato: amare la moglie per riceverne in cambio affetto, amare la letteratura senza riuscire a ricrearla, per poi ingannarsi amaramente e capire, talvolta, che sta solo barando con se stesso.

(Alessio Iovino)

Silvio è un intellettuale benestante che conduce una vita oziosa, insieme alla bella e giovane moglie Leda. Tuttavia, segretamente insoddisfatto, cova l’ambizione di scrivere un romanzo degno di nota, benché dubiti di avere il talento necessario per farlo. L’impresa, inaspettatamente, sembra arridergli durante la permanenza in una vecchia casa, nella quiete della campagna toscana. Spronato dalla moglie alla quale ha confidato le proprie ambizioni, nonché trasportato da un insolito slancio creativo, Silvio si dedica anima e corpo alla stesura di una nuova opera, persuaso questa volta – mano a mano che il lavoro procede – di riuscire a raggiungere il proprio obiettivo. Solo a lavoro finito, rileggendo il tutto, si renderà conto di aver fallito per l’ennesima volta. Non solo, a distanza di poche ore, scopre che la moglie tanto amata si concede una fugace avventura con un altro uomo.Alberto Moravia pubblica “L’amore coniugale” nel 1949, riuscendo a condensare in questo racconto lungo – o romanzo breve che dir si voglia – la summa del suo pensiero e della sua poetica. “L’amore coniugale” trabocca infatti di significati, palesi e reconditi. Dal punto di vista più superficiale, la vicenda racconta il fallimento di un uomo, così amaro poiché – come si diceva – preceduto da un periodo di genuine illusioni. Appena sotto la scorza di questo fallimento, si nasconde invece quel rapporto problematico che i protagonisti dei romanzi di Moravia hanno con una realtà sempre ambigua ed impossibile da interpretare, che genera di volta in volta sentimenti di estraneità ed alienazione. Non è un caso, in questo senso, che Silvio sia abitualmente un critico letterario, ovvero un semplice fruitore di opere altrui; questo già lo colloca in un rapporto indiretto con la realtà, che gli si manifesta dinnanzi come una maschera fuggente e beffarda. È dunque facile capire che il suo tentativo di diventare artista, significa – prima di tutto – anelare un contatto diretto con il reale; la volontà di edificare la propria vita invece di esserne soltanto amorfo spettatore. Analogo discorso riguarda la relazione con la moglie, anch’ella – essenza ondivaga ed inafferrabile – specchio della labirintica essenza delle cose. Tutto questo, peraltro, è esplicitato dal protagonista nelle prime battute della storia, quando racconta delle sue giovanili crisi depressive, stemperate dalla consapevolezza che “solo l’amore per una donna e la creazione artistica” avrebbero potuto dare senso al tutto. Appare chiaro, dunque, che il duplice scacco egli subisce – sentimentale e professionale – non è altro che l’eterno scacco degli eroi di Moravia di fronte alla loro condizione umana.

Ma come si diceva sono molti i temi presenti nel racconto, al di là del tessuto filosofico sottostante alla vicenda. Da una parte, abbiamo le riflessioni sul rapporto di coppia, crogiolo di complessità. Se infatti Silvio ama Leda disperatamente, tanto da farne il perno del suo essere, l’amore di Leda è più un affetto sincero per il marito, un “voler amare” più che un amare vero e proprio; un nodo stretto dalla volontà e non da un vero slancio emotivo. Quindi l’amore coniugale è un compromesso, che nella sua valenza (dopo la sua fugace avventura sensuale Leda tornerà ad essere la solita moglie affettuosa ed accondiscendente) presenta comunque una dose di ipocrisia, più o meno palese, giacché marito e moglie non si trovano mai in perfetta simbiosi. Essenziale poi la descrizione del processo artistico che coinvolge il protagonista. Silvio si esprime sinceramente durante la scrittura, ma ciò non ha importanza: il risultato non corrisponde a quello che egli sta cercando di fare. Moravia evidenzia con chiarezza come possa risultare difficile – se non impossibile – giudicare per un artista o aspirante tale il valore della propria opera, almeno durante il processo in atto. Solo a scrittura terminata Silvio smette i panni dell’artista e torna ad indossare quelli del critico, analizzando il proprio lavoro come se fosse il lavoro di un altro. Allora Moravia mostra quali sono i criteri oggettivi attraverso i quali un romanzo può essere giudicato. Ciò che Silvio sa con certezza è che non basta la precisione dello stile per rendere viva un’opera d’arte, ci vuole qualcos’altro. Non basta il mestiere, l’esperienza, per diventare scrittore: bisogna imprimere alle pagine una forza che non può essere contenuta – né ricondotta – al tessuto stilistico dell’opera stessa. C’è bisogno dunque di quel talento indefinibile per le parole che Silvio – dentro di sé – sa bene di non possedere. In sintesi, per Silvio il dramma è quello di amare senza essere ricambiato; amare la moglie per riceverne in cambio affetto, amare la letteratura senza riuscire a ricrearla; e se da una parte egli è costretto ad ingannarsi sulla natura di queste fattualità che si presentano davanti a lui, nei momenti di lucidità non può non capire che sta solo barando con se stesso.Certo per la potenza e la lucidità che riesce ad imprimere alla narrazione e alle riflessioni sottostanti, al valore della scrittura in sé, “L’amore coniugale” rimane una delle opere più appassionanti di Alberto Moravia.

LE  AMBIZIONI  SBAGLIATE (1935)

Moravia non è mai stato molto clemente con questo romanzo, definendolo un “lavoro spaventoso” di oltre cinque anni, un pensum di contenuto dostoevskiano con la scrittura manzoniana. Di questo turbine di parole salva solo Andreina, che per lo meno le è servita per liberarsi de Gli indifferenti, prima di arrivare ad Agostino. Questo romanzo, che sembra un enorme testo di teatro, è fitto fitto di dialoghi, stanze buie, poche uscite all’aria aperta e solo in tassì; è un esemplare unico nella narrativa dello scrittore, in cui non c’è il solito personaggio primadonna, ma tanti umani sfaccettati e verissimi, in cui i protagonisti non ragionano troppo ma vivono secondo la propria coscienza, e in cui c’è una donna, Andreina, costruita con una tale empatia da rimanere impareggiabile anche fra le scrittrice femmine. Moravia, che ha la penna leggera, qui si lascia andare a un po’ di pesantezza, alle frasi lunghe e alle descrizioni corpose, ma che si incastrano a meraviglia con il procedere di questo racconto un po’ giallo.

LA  MASCHERATA

(I ed. 1941)

Alberto Moravia Pincherle (Roma, 28 novembre 1907 – 25 settembre 1990) è stato uno dei più grandi narratori italiani. Scrittore ed artista e, al tempo stesso, agitatore culturale è riuscito ad attraversare le esperienze dell’esistenzialismo e del neorealismo senza mai rinnegare se stesso ma, attraverso le più diverse forme anche stilistiche, esprimendo la sua particolare visione del mondo, la sua Weltanschauung, la sua forte critica nei confronti della morale e della società borghese attraverso quella che il compianto Edoardo Sanguineti, autore del saggio probabilmente più significativo sull’autore romano, chiamerà “morale del borghese onesto“. Ho scelto di recensire questo libro non certo perchè più significativo da un punto di vista letterario se confrontato con opere come “Gli IndifferentiAgostinoLa disubbidienza, La RomanaLa ciociaraLa noia” e tanti tanti altri. Ma perchè, paradossalmente più di altri, sta a chiarire come Moravia anche nei suoi testi considerati minori ed atipici saprà sempre essere dentro il dibattito politico e culturale della società in cui viveva e sempre con un’alta qualità artistica.La Mascherata appartiene al periodo “surrealista” di Moravia, probabilmente per evitare (anche se con scarso successo) la censura di quel regime che già dagli Indifferenti aveva espresso antipatia e avversione verso l'”ebreo” Moravia. Ciò non gli impedì però di subire la censura nei confronti del libro (alla seconda edizione) anche per il tema trattato.Se Gli Indifferenti avevano trattato, come dirà in seguito lo stesso Moravia non consapevolmente, il tema della crisi della famiglia durante il fascismo, questo romanzo criticherà le forme del potere (qualunque esso sia), come esso si esplica, ed il conformismo dilagante che fa sì che i discepoli divengano peggiori dei dittatori. La critica inoltre coinvolgerà anche i cosiddetti oppositori, incarnati nel velleitario Saverio, utopista ed idealista ma senza una reale ed autentica prospettiva rivoluzionaria. Una critica in cui molti intravvidero una polemica nei confronti dei fratelli Rosselli e, più in generale nei confronti degli ambienti antifascisti, nei cui confronti Moravia era all’epoca molto critico vedendoli esattamente nella rappresentazione di Saverio. Ciò che è poi interessante notare in questo romanzo è che chi ne esce paradossalmente meglio degli altri all’interno di questo mondo che, pur se allegorico è tipicamente moraviano, sarà proprio il dittatore Teresio, uomo del popolo innamorato della ingannatrice Fausta, che nella sua ingenuità verrà ingannato dalla donna di cui è innamorato e dal capo della polizia Cinco che insieme al fido Perro lo inducono a credere che si sta progettando un attentato ai suoi danni. Ancora una volta Moravia, dunque, in questo suo romanzo, riesce con una semplicità linguistica e formale (anche senza ricorrerem ancora, qui al dialogo continuo ed incessante, il continuo ricorso al passato prossimo e l’utilizzo della prima persona) che rimarrà probabilmente unica nella letteratura italiana, attraverso la chiave di lettura del rapporto uomo-donna, riesce a descrivere la banalità del potere e quell’alienazione vitale che riesce a coinvolgere dominati e dominanti (un po’ come in Agostino alienati erano i popolani così come i borghesi), rivoluzionari velleitari e agenti del potere repressivo della dittatura. Significativa ed altamente simbolica sarà infine l’illustrazione di questo squallido mondo nella rappresentazione del funerale di Fausta che conclude il romanzo:

Erano tutti mascherati, gli invitati; e in quell’ombra della galleria poco illuminata, addensavano una moltitudine di visi dipinti, di costumi colorati, di lustrini e di pennacchi. L’ombra non era così densa che non si scorgesse qui un enorme naso scarlatto e bitorzoluto di cartone, lì una testa gigante di pulcinella, qui una gialla sembianza di cinese, lì una maschera mostruosa, bianca e rossa, contratta in una risata avvinazzata. Come videro apparire i quattro che portavano la branda, gli invitati non seppero fare altro che scoprirsi quelli che avevano un cappello, e gli altri togliersi chi il naso di cartone, chi la maschera, chi la finta barba di stoppa. Così i quattro servitori trasportarono la morta verso la cappella, sotto gli occhi avidi della folla travestita. La duchessa, imbambolata, il bariletto ballonzolante al fianco, incapace per una volta di ritrovare il solito sussiego, veniva dietro insieme con il segretario, malinconico e occhialuto spilungone. Poi l’agente e Doroteo. Ultimo seguiva Tereso impettito e rigido nella sua attillata uniforme, il pollice nella cintura.

MORAVIA

-Sono vivo, Sono morto-.

(Edizioni Cliky, Firenze, 2015)

Di Giorgio Dell’Arti

L’elegante volumetto MORAVIA di Giorgio Dell’Arti uscito nel novembre del 2015 presso le Edizioni Cliky, nella collana “Les petits elephants”, contiene un ritratto, molto utile alla conoscenza del Moravia privato che il critico ha sapientemente tracciato, ricucendo brevi testimonianze di vari scrittori, frequentatori della vita privata del più grande scrittore del Novecento, dai giorni dell’infanzia, quando il treenne Alberto soleva nascondersi dietro l’angolo in attesa del passaggio del padre nel corridoio della casa in Via Sgambati per assalirlo, ma quando arrivava il momento gli veniva meno il coraggio. Il romanziere, divenuto un mito, viene scandagliato da Dell’Arti con la capillarità dell’entomologo, riconfezionato come uomo, colto nei suoi comportamenti quotidiani e nei suoi momenti di sofferenza e di rabbia, nella scansione delle sequenze del suo vivere quotidiano e nel suo modo singolare di amare, nelle sue apparizioni pubbliche, negli slanci gesi e nei suoi crucci, nelle sue reazioni pubbliche e nelle sue ire private, come quando smarriva le chiavi di casa ed inveiva contro chi gli era accanto, e poi scopriva di aver dimenticato dove li aveva lasciato. Il proposito di aggredire il genitore anche per gioco rimase solo immaginato, come ricorda lo stesso Moravia. La sorella Adriana attesta che “un giorno la madre ci portò dal medico e, davanti a lui, rimproverò Alberto perché picchiava le sorelle e pregò il medico di rimproverarlo. Aveva le mani dure come il ferro. Alla nipotina Gianna diceva: ” Se ti fai dare un pizzicotto, ti do mille lire”. L’altra sorella Elena ricorda:” Non era affettuoso per niente”. Per questa forma di insofferenza, non frequentò, se non saltuariamente, le scuole elementari. Agli inizi della terza classe la famiglia lo mandò all’Istituto Crandon, ma rinviato ad ottobre, quando fece gli esami e fu promosso. A sedici anni, ad una fiera di beneficenza, si mise a correre in pieno inverno e con il freddo si ammalò di polmonite. Lo stesso scrittore rivela che ebbe il primo amore a undici anni verso un’amica diciannovenne della madre. Gli piacevano i burattini e li vestiva e svestiva. Nel “23, mentre passeggiava con il padre, avvertì un lancinante dolore all’anca destra. Gli diagnosticarono una distorsione al bacino, per cui lo ingessarono, ma l’insistente dolore indusse la zia Amelia (Amelia Roselli) a farlo visitare a Bologna. Gli fu diagnosticata una tubercolosi ossea. Nel marzo del 1924 all’ottobre del “25, rimase ricoverato nel sanatorio di Codivilla di Cortina, dove avvertì il peso della solitudine e innervosito per l’immobilità coatta rovesciò a terra un vassoio di tè. Il prof. che lo seguiva, disse che “ero uno schizoide. Allora capii che dovevo stare solo. Scrissi su un vetro appannato de nosocomio dove era ricoverato: “ Da grande voglio diventare uno scrittore”, e incominciò a scrivere il suo primo romanzo “Gli indifferenti”, con cui aprì vie nuove alla letteratura. Si parlò di nuovo realismo, cioè un modo diverso di rappresentazione del vero, ma dissimile dal verismo e dal realismo del romanzo ottocentesco, che affidava alla storia del romanzo la rappresentazione esistenziale di una famiglia borghese., come specchio della società sotto il regime, cioè il disfacimento morale di una madre, una figlia e un figlio, tutti vittime di Leo, un nuovo arrampicatore sociale, un fedelissimo del fascismo che si avvaleva del suo ruolo per impossessarsi del patrimonio, seducendo la madre, Mariagrazia, avido di denaro e di sesso, e successivamente la fragile figlia Carla che, già annichilita dalle esibizioni erotiche dei due, non riesce a resistere alle pressioni dell’amante della madre, divenendone, come la madre, sua amante. Al centro c’è Michele, il giovane figlio intellettuale di Mariagrazia appartenente alla borghesia romana che, vivendo un doloroso dramma interiore, vorrebbe restituire l’onore alla famiglia uccidendo il corruttore e quindi cancellare le impronte del disfacimento morale che ha frantumato l’apparente conformismo borghese, in una società mutata, in cui domina l’apparire più dell’essere ; ma la pistola si inceppa e Michele si trasforma in un altro sconfitto di fronte all’incarnazione della borghesia nel potere assoluto della dittatura, e si rassegna a vivere nell’indifferenza. Interessante per capire l’influenza degli scrittori sulla formazione del giovane Moravia, Mario Soldati, tra il 219 il “20, ad un suo spettacolo di marionette, tutti ridevano, mentre Alberto seduto accanto a lui sulla sabbia, se ne stava serio e diffidente e di poche parole. Qualche anno dopo leggeva già Dostoevskij. Aveva 13 anni, ma già leggeva 5 libri ogni settimana che riceveva dal Gabinetto Viesseux. I cugini Rosselli gli regalarono in francese “I fratelli Karamazoff”. A Bolzano, dove si recò con un amico triestino, noleggiando una carrozza. Ma alla fine, quando il vecchio triestino suggerì l’indirizzo, il guidatore non voleva portarci. Avevo l’apparecchio ortopedico ed era la prima volta; con difficoltà feci l’amore con una vecchia maestra”. Un giorno al ristorante, incontrò un giovane fascista con una bella e bionda ragazza. L’uomo mi fece capire che potevo fare l’amore con quella ragazza. Andammo a casa sua e il ragazzo spogliò la donna, la distese sul letto e se ne andò. Alla fine volevo pagare qualcosa per il disturbo, ma il fascista rispose:” Signor Pincherle, questa non è carne che si vende” (Moravia). In ospedale, nascondeva la penna sotto il lenzuolo e ogni tanto scriveva un brano. ”Mettevo la punteggiatura, secondo il ritmo del parlato”. Lavorando ogni giorno, portò a termine “Gli Indifferenti”. Scrisse un articolo su “La Fiera Letteraria”, intitolato “C’è una crisi del romanzo”, firmato con il nome “Alberto Pincherle”, un prof. che Moravia non sapeva esistesse. Quando l’interessato protestò, egli decise di firmarsi come Alberto Moravia, il terzo termine del suo nome. Portò il romanzo alla rivista Novecento, ma il direttore rispose: “ è un mucchio di inutili parole”. Allora si rivolse alla casa editrice Alpes, presieduta da Arnaldo Mussolini. Si fermò un poco a Milano, ma la risposta non arrivò. Ritornato a Roma, dopo un mese, ricevette una lettera dal direttore Cesare Giardini che gli comunicava di non poter proporre al Consiglio di amministrazione un autore sconosciuto e gli chiedeva 5.000 lire per la pubblicazione. Una cifra notevole che lui chiese al padre. Questi, senza alcuna titubanza, accontentò la richiesta. Quando Moravia ebbe la prima copia in mano, gli ven le lacrime. Avevo riscritto ben 12 volte il romanzo ed era molto emozionato. Furono stampate 1300 copie che si esaurirono in una settimana. Il famoso critico Borgese elogiò il libro sul “Corriere della sera” e Moravia si recò a Torino per donare al critico una copia firmata de “Gli indifferenti”. Ma fece una “gaffe”, chiedendo: ” Lei si chiama Giuseppe Antonio o Giacomo Antonio?”. Borgese rispose: “Lei è talmente avveniristico da permettersi di non sapere il mio nome”. Moravia rimase imbarazzato e da allora si chiuse ancor più in se stesso, tanto da apparire superbo”. (Brancati). La critica del regime, invece, vide con sospetto l’esordio del nuovo e giovanissimo scrittore, tanto da farlo registrare nell’elenco degli antifascisti da monitorare. Regalò una copia del romanzo anche alla nonna Amelia, ma questa non gradì il dono, accusandolo di non aver avuto alcun rispetto per i suoi figli, i fratelli Rosselli, che, perseguitati dal fascismo, si erano rifugiati in Francia, dove sarebbero stati scovati ed uccisi dai sicari del regime. Ciò raffreddò i rapporti tra i due che non si frequentarono più. Nel 1936 conobbe Elsa Morante, che gli fece credere di essere stata innamorata di un omosessuale e Moravia fino al 1982 era solo consapevole di ciò. Il matrimonio con la Morante fu celebrato con rito religioso, per accontentare la donna. Ma Elsa si sentì umiliata ed esclusa dagli ambienti snob, dove lo scrittore era adorato. Durante l’inaugurazione di una mostra, lo scrittore arrivò al punto di non presentare Elsa come sua moglie agli accademici presenti e la donna rimase in un angolo con le lacrime agli occhi. Da allora, i due vissero in casa, ciascuno nel proprio mondo, per cui Elsa sprofondò in una spaventosa solitudine, aggravata dalla mancata andata a Parigi per la celebrazione del trionfo del marito. Elsa, infatti, non fu invitata e la loro distanza si moltiplicò sempre più. Dopo l’otto settembre, un ungherese lo avvisò che egli era nella lista da arrestare, per cui si premurò a seguire la via dei rifugiati, sollecitando Elsa a seguirlo, ma la moglie rispose:” Non ci penso nemmeno, debbo finire il romanzo (Menzogna e sortilegio) (A. Debenedetti). Il treno a Fondi si fermò e la compagnia si avviò verso il Monte delle Fate. Aveva nella borsa “I fratelli Karamazoff” e la Bibbia, aveva lasciato in custodia “Agostino” ad Alberto Lattuada. I due trovarono rifugio in una vecchia casa di contadini (Davide Marrocco), che ricorda qualche particolare, come il ticchettìo delle macchine da scrivere dei due in uno spazio di tre metri per tre. Dormivano su un materasso riempito di spoie. Un giorno, Moravia uscì con sette maglie e a chi rideva, rispose: “Meglio così, altrimenti se le rubano. “Al momento della partenza, Moravia mi chiese dei sacchi per mettervi le sue cose, assicurandomi che me li avrebbe restituito. Ma nessuno lo vide più. Per l’ospitalità ricevuta, ci ricompensò con una modesta manciata di denaro, eppure i soldi li aveva, perché per tutto il tempo della sosta da noi, andava a fare la spesa e mia madre, ogni giorno riscaldava l’acqua per il bagno della signora e la accudiva per tutta la giornata”. (D. M. cit.) Lo stesso scrittore ricorda che, mancando la carta igienica ed era tempo di guerra, ” adoperammo le pagine dei “Fratelli Karamazoff” francesi, quelli dei Rosselli. Un giorno, avendo

 saputo che Moravia si trovava a Roma, Lattuada si recò a casa sua per riportargli “Agostino”, che gli era stato affidato in custodia, ma quando gli fu consegnato, Moravia gli disse: “Ti ringrazio, ma mica era l’unica copia”. Infatti, già l’autore aveva avuto trattative con l’editore Valli, che lo stampò in 500 copie. Era il romanzo più limpido e formativo della sua intera opera, che aveva come protagonista il ragazzino Agostino che, dalla spiaggia dove fu lasciato a giocare con la sabbia, assistette al rito sessuale che la madre, donna dell’alta borghesia romana, consumava nell’acqua salata con l’amante. Da allora Agostino, con una lacerazione profonda fu introdotto nel clima untuoso degli adulti. Agostino è un ragazzino violentato nella sua purezza e certamente si identifica con l’autore e con la generazione del suo tempo che ha subito l’arroganza della tirannide e che vede naufragare nella schiuma convulsa del mare, frequentemente schizzante dalle onde turbate dal dimenarsi dei corpi avvinti degli amanti, i suoi sogni infantili, rimanendo congelato nell’anima. Perciò, una piccola pattuglia di critici non intruppati individuarono in Agostino, “un angelo decaduto nella melma del mondo” che, nella produzione successiva, da “La ciociara”, in cui si snoda il racconto di una madre che, durante lo sfollamento da Roma in Ciociaria, è costretta a vivere spiacevoli vicende, fino ad assistere alla violenza sessuale subita dalla figlia in una chiesa abbandonata da un gruppo di militari tedeschi in ritirata, e straziata ingoia dolore, fino ad assistere alla perdizione volontaria della figlia, dalla quale la madre aveva sempre lottato per proteggerla. “La Noia”(1960), raffigura la disintegrazione di ogni valore nella società del neocapitalismo, in cui l’uomo ha innalzato nuovi altari ai nuovi dei, quale il denaro, con cui ci si è illusi di poter acquistare anche il corpo di una donna disperatamente inseguita, come ultima scialuppa di salvataggio dalla “noia” di vivere, che ha spento nell’uomo contemporaneo ogni svampo ideale del cuore. Il protagonista, infatti, un pittore ricco e di successo e di denaro, non riesce più a dipingere e cerca nuovi stimoli inseguendo una giovane donna di straordinario fascino sessuale. Ma la ragazza, più è inseguita, più il pittore desidera di possederla e farne l’oggetto di nuove emozioni e possederla fino al risucchio nella vagina infinita di un altro paradiso. Ricopre anche la donna di banconote di 10.000 lire, come in un vestito di enorme valore, ma una febbrile disperazione lo sommerge, sconfitto, Con il fantasma di lei che oscilla nei suoi occhi, mentre la rincorre per le vie del quartiere, la sua auto va a sbattere contro il muro della sua villa. Moravia, ora si sporge sul baratro allucinante del nichilismo, ma nel tormento insanabile dell’uomo nella società neocapitalistica, ogni valore si è dissolto e l’essere umano si disintegra e affonda nella voragine della noia di vivere e nel nulla. Sopravvive un insoddisfatto anelito di appagamento esistenziale, ma la denarolatria ha scavato abissi in cui si sprofonda, senza riuscire a salvarsi dal vuoto mediante adeguati strumenti di salvezza. Il monologo con il proprio fallo in “Io e lui” rappresenta la definitiva deriva verso l’inferno di esistere in modo demenziale e la voce della riflessione e delle scelte si declina ne “La vita interiore”, in cui Moravia affida la funzione salvifica ad una voce interiore echeggiante nell’io, ma l’approdo nel viaggio di una vita intricata, come “la selva oscura “ dantesca, non riesce ad adeguarsi organicamente alla arida realtà. Il linguaggio progredisce dalla trasparenza del primo romanzo, al prosciugamento di digressioni o sovrapposizioni barocche o gli avvallamenti nostalgici o neoromantici, per cui, nello sgranarsi del discorso dialogato diventa scheletrico e perforante come una lama. Il matrimonio con Elsa si è già deteriorato agli inizi degli Anni “60, senza figli che, forse i due avrebbero voluto, “ma non sono venuti, vuol dire che non dovevano venire”(Moravia). A chi gli consigliava di separarsi, dopo i frequenti scontri verbali che generavano il balbettio dello scrittore, Moravia rispondeva; “ gliel’ho detto, ma lei non vuole. Avere dei figli significa tendere all’immortalità, come fanno quelli che ricostruiscono l’albero genealogico. Ma l’immortalità si raggiunge con il dipingere un bel quadro o scrivendo un bel romanzo ( approdo cui era pervenuto anche Foscolo nel carme immortale de “I Sepolcri” (n.d.a.) Li teneva congiunti la consonanza del ticchettìo della macchina da scrivere, sia in casa che in vacanza o in montagna, durante lo sfollamento a Fondi. Quando Elsa fu ricoverata a lungo per un male persistente, egli fece appello al presidente della Repubblica, Sandro Pertini, affinchè le assegnasse un aiuto finanziario secondo la legge Bacchelli, per pagarsi le spese delle cure e della degenza in ospedale, perché Elsa era povera. Pertini la aiutò personalmente, ma dopo la scomparsa della moglie, si seppe che Elsa aveva lasciato alle nipoti un patrimonio immobiliare di circa 650 milioni di lire. Moravia impugnò il testamento ed ebbe diritto ad un dodicesimo del patrimonio. Alain Elkan, autore di una biografia completa dello scrittore romano, conclude” Rimane sempre il bambino ferito (come il suo Agostino (n.d.a.) che ha sciupato la sua adolescenza e ha impegnato molti anni della sua giovinezza a ritrovare la salute”. Rimasto solo, nella sua casa sul lungotevere arriva la giovanissima Dacia Maraini, reduce dal fallimento del primo matrimonio, e che si lega con affetto allo scrittore, già dominatore della scena letteraria italiana e famoso anche all’’estero. Avevo un breve romanzo, da sottoporre al vaglio del Maestro. Gli diedero il titolo di “L’età del malessere”, con cui la Maraini partecipò al “Premio Formentor” (1962) che aveva nella giuria anche Moravia, chiamato da Maria Bellonci. IL premio, alla libreria Einaudi di Roma, venne assegnato al romanzo di Dacia, ma lo scrittore venne accusato di aver influenzato gli altri membri della giuria a favore della Maraini, sia per la convivenza tra i due, sia per l’affinità della scrittura trasparente e connotata dalla concatenazione dei dialoghi, ridotti a veloci e sintetici fonemi e stilemi; si arrivò anche ad ipotizzare l’intervento della penna dello scrittore nella revisione totale del dattiloscritto. Ciò provocò una violenta reazione verbale dell’accusato, da cui traspariva la rudezza del carattere scontroso, individuato in lui da alcuni suoi amici. Moravia urlava l’infondatezza delle accuse, mentre in un angolo Dacia piangeva. La stessa Dacia ricorda:” No, Moravia non ha mai pensato di insegnarmi niente. Forse perché è troppo impaziente, non ha l’animo del maestro…Eppure con l’esempio è riuscito a trasmettermi il suo rapporto di onestà intellettuale con la scrittura.  È stato sempre lontano da ogni scambio o traffico o traffico losco, da tutto quel sottobosco letterario che sopravvive a forza di favori e di false amicizie. Lui è istintivamente alieno da ogni calcolo e cinismo, purtroppo così comuni tra i letterati. Non l’ho mai visto scendere a compromessi: in questo senso lo considero un maestro”. Lo storico Lucio Villari ci offre un esempio concreto della sua sensibilità sentimentale, la sua tenerezza, lui che sembrava di cartesiana intelligenza e limpidezza, quando nell’estate del ’63 ad Ischia vide Dacia sparire nell’acqua del mare e guardava zitto l’acqua turbata dalle onde, allora ad alta voce, preoccupato scandì:” Ma dove sarà andata” e si buttò tra le onde per cercarla. Sul loro rapporto, la sorella Adriana osserva:” Nessuno ha avuto su Moravia l’ascendente di Dacia, lo placava senza far niente di particolare, una volta che lui si mise ad urlare contro di lei perché era troppo impegnata, non la vedeva mai, lei si limitò a sfiorargli una mano e guardarlo negli occhi”. Come Elsa, amava i cani e si vedeva passeggiare per il lungotevere e altrove, con Arancio, un meraviglioso spinone regalatogli da Vincenzo Cerami. Lo stesso scrittore confessava di amare gli animali, perché in fondo anche lui al 95% si riteneva un animale, cioè era abitudinario e quotidianamente, alle ore sette era già in piedi e pronto per iniziare a scrivere in uno spazio di tempo sempre uguale, pranzava alla stessa ora e il primo pomeriggio si dedicava alla vita sociale e agli appuntamenti letterari nei migliori salotti della capitale, sia dell’alta borghesia, sia di letteratura, come quello di Ungaretti. Frequentava i ristoranti più economici, perché li riteneva migliori, come cucina e come servizio. Alle 18, rientrava in casa, per riprendere una lettura interrotta o per un breve riposo, prima di affrontare le ore serali. Il sodalizio culturale con Pasolini e con Enzo Siciliano produsse la nascita della prestigiosa rivista Nuovi Argomenti e gli autori in cerca di pubblicazione si alternavano nella sua abitazione o nella redazione della rivista, certi del passaggio decisivo per le loro ambizioni letterarie. Sosteneva sempre che esercitare l’attività di scrittore era un mestiere e suggeriva:” Se vuoi diventare scrittore, con quaderni e penna, sali in soffitta, concentrati e inizia a scrivere, alla fine, leggi, correggi, riscrivi, correggi e scendi solo, quando ritieni che non hai niente da dire. Essere poeta, invece, non è un mestiere, ma un misterioso e quasi magico trasporto nella sublimità, che si espande su un repertorio di eventi, di miraggi naturali ed ideali che riverniciano la vita, l’essere e il mondo di un arcobaleno di sogni, di speranze e d’amore. Io non sono riuscito ad essere poeta (n.d.a.). “Di Moravia mi ha sempre colpito la costanza, la coerenza, la testardaggine del suo impegno pubblico, la presa di posizione rispetto ai problemi politici e sociali del paese, …insomma questa ritiene la funzione dell’intellettuale nella società.”(L.Tornabuoni).

 “ Moravia l’ho visto sempre elegantissimo, spiritosissimo e molto venerabile tra le signore romane che lo coccolano. Crede in se stesso, appare decentemente vanitoso, maligno, ma senza cattiveria……Scrive, descrive, non fa il furbo. Non insegna a pensare, non ricatta, non moraleggia, non prescrive, non segna a dito…Non lo faranno senatore a vita. Speriamo gli diano il Nobel per la letteratura o per la pace civile, cui ha molto contribuito (G. Ferrara). A chi lo accusava di essere uno scrittore immorale, rispondeva: “Anche Boccaccio nel Decamerone affronta temi scabrosi, ma è solo la realtà io denudo, se i miei romanzi sembrano immorali, vuol dire che la realtà è immorale, la vita è quello che è, e una cosa è una cosa”. Amava, come già si è ricordato, anche il cinema che commentava sui giornali. Un giorno, al tavolo di un bar, volle dimostrare la semplicità e la celerità con cui stendeva una scheda critica sul film in visione. L’amico che era con lui, si impossessò del testo e lo pubblicò con il proprio nome. Era appassionato della musica e agli amici, come A. Gennari, che si sorprendeva per tale passione, perché non sentiva, lo scrittore rispondeva” Non la sento, ma vedo i colori”. Il cinema era una delle sue passioni, dopo la letteratura e il cinema, come lo stesso confessa e il grande regista Federico Fellini apprezzava molto la sua capacità di esortare gli intellettuali di esprimere il loro punto di vista su quanto accade, li esortava ad intervenire sulle storture della politica e della società, per contribuire a migliorarla. “Sapere che c’è Moravia, capace di essere un artista, uno scrittore e nello stesso tempo un lucido testimone della realtà che stiamo vivendo, mi conforta molto. Nelle sue critiche, non c’è malanimo, né critica feroce, ma tolleranza e visione rispettosa che lo indicano come uno dei critici più acuti e attendibili.” Esprimeva le sue considerazioni scabrose, faccia a faccia, su persone amiche e non, in maniera sincera, senza suscitare rancore. In realtà, come afferma Dacia, Alberto non era tale, ma veniva ritenuto tale, perché al telefono rispondeva con un forte timbro di voce, perché, essendo sordo, rimarcava il “Chi è”. Un giorno telefonò ad Arbasino che lo aveva definito erotomane, ma Arbasino si giustificò attribuendo la definizione ad un suo personaggio e Moravia rispose: “ Piacerebbe a te, che io ti chiamassi “stronzo”, come un tuo personaggio?”. Invece, era te e premuroso, come trasparì verso i deboli contro i soprusi. Nessuno scrittore, meglio di Moravia, riuscì, in maniera capillare e coinvolgente, ad evidenziare la cosificazione dell’Essere senza alcuna possibilità di riscatto, e trasfigurato in automa senza pulsioni sentimentali e senza chimerici approdi, ma ridotto a semplice meccanismo di avidità, maniacale, disperata e sconvolgente istintività sessuale dell’uomo, che non aveva come fine la gnoseologia del giusto senso trascendentale della vita, ma solo una divinizzazione delle vibrazioni corporali e la distorta ansia di poterle placare nell’appagamento nel possesso totale della femmina. In tale ottica, dopo aver esplorato l’esplosione di ogni idealità e la delusione della disfatta di ogni codice morale dell’uomo, ridotto all’omologazione coatta dei sentimenti e della ragione al clima catastrofico e dissacrante di ogni visione ideale dell’esistenza nell’ incalzare di una pagina buia della storia letta sulla piattaforma coscienziale declinata fino al materialismo più dispregiativo, in cui annega ogni limpida emozione del cuore, in attesa che nella oscura prigione terrestre si apra il montaliano “varco” che nuovi mondi schiuda”, La creatura umana si è trasfigurata in entità zoologica con parallela denotazione, per cui “l’uomo come fine” si è appiattito nel “fine di una cosa”. La contingente realtà soggettiva e storica, cioè la malattia, il fascismo e la guerra furono esperienze che gli fecero disistimare la classe dirigente italiana, responsabile del disastro atomico, alimentando in lui la simpatia verso il mito proletario, che sostituì l’incombenza del vuoto che stava risucchiando l’intero genere umano nell’imbuto di una labirintica tortura. Perciò, rimase sempre racchiuso nel guscio dell’amarezza.

ALBERTO MORAVIA ___ELSA MORANTE

UNA TRAGICA STORIA D’AMORE “SENZA INNAMORAMENTO”

Lo scrittore conobbe Elsa nel 1936 e nel 1947 la sposò, separandosi nel 1983, senza sciogliere ufficialmente il matrimonio. Il loro non fu un rapporto normale, né si consumò in una comunione culturale e le frequenti lontananze, colmate inizialmente da connotazioni prosaiche di intonazione onirica, ma successivamente, come si evince dalle missive di Moravia, si appassirono le espressioni dei sogni e il loro legame si rivelò prosaico e il sentimento, senza mai innamoramento, si isterilirsi in una protocollare iteratività. Le “epistule”, indirizzate dallo scrittore alla moglie, si contraddistinguono dai tradizionali epistolari traboccanti di afflato romantico o di un proficuo scambio di segreti privati, ma la comunicazione sentimentale spesso diverge in trasmissione verso l’inquietudine lirica della creazione poetica, in interrogativi sul non-senso della vita.Particolarmente Moravia dismette i panni dello scrittore e proietta il suo discorso in aree neutre della banalità quotidiana, senza tentativi di soffocamento culturale, limitandosi a parlare di cultura in maniera vaga e sfuggente, asserragliandosi nella usualità del parlato.

“Quando verrai sarò felice” (Bompiani, pag. 266, 19, 00 €) a cura di Alessandra Grandelis raccoglie le lettere che Alberto Moravia indirizzò alla moglie Elsa Morante (il matrimonio non fu sciolto mai), dal 1947 al 1983, cioè praticamente nell’arco di una vita. In parte forse è questo senso unico a togliere enfasi alle missive (la lettere di Elsa non ci sono più, e tutto quello che resta di scritto sul suo rapporto con Moravia possiamo dedurlo da lacerti di diario, dove spesso vengono ricordati sogni, l’andamento della prosa è onirico), ma certo fa impressione mano a mano che ci si addentra nell’epistolario, scoprirlo così prosaico e tutto sommato anonimo. Le lettere di Moravia a Elsa non hanno nulla a che vedere con la grande tradizione degli epistolari romantici la cui summa, probabilmente, è costituta dal corpus di missive tra Sibilla Aleramo e Dino Campana, in cui i due poeti non dismettono i loro panni neppure nel privato, anzi il privato diventa cassa di risonanza del loro modo poetico di stare al mondo, e la comunicazione sentimentale, in alcuni passaggi, sta alla pari della produzione poetica, inquieta e lirica. Moravia invece nelle sue lettere non fa mai lo scrittore con Elsa, e parla delle sua attività e più in generale di cultura quasi di sfuggita, senza accanimento, non più di quello che farebbe un uomo mediamente istruito. En passant, in una lettera, gli scappa: “Se mi daranno il Nobel risolverò i problemi della casa, altrimenti.i.soldi.me.li.daranno.quelli.del.cinema”.

Moravia conobbe la Morante nel 1936 grazie all’amicizia comune col pittore Capogrossi. Lui borghese, imponente e insofferente, eppure attaccato alla vita e perfino alla mondanità; lei di umili origini, minuta e nervosa, meno suscettibile alle sirene della società letteraria, più visionaria. Si sposano nel 1941 e poi scappano a Fondi perché Moravia era sulle liste fasciste di persone “sgradite”: sarà un’esperienza che cementerà il loro rapporto in via definitiva. Poi arriva il successo letterario per entrambi, anche se nell’Italia conformista del dopoguerra Alberto brilla più di Elsa, e lei ne patisce. I due però, pur in un rapporto che è senz’altro fortemente competitivo, continuano a incentivarsi a vicenda. Elsa considererà Alberto sempre come un semidio della letteratura; dal canto suo Alberto, anche dopo la rottura e il trasloco nella casa sul Lungotevere della Vittoria, continuerà a spronare Elsa sul suo lavoro di scrittura. Le lettere sono terribili proprio perché non hanno niente di speciale, perché registrano gli alti e bassi di un rapporto che, nelle parole di Moravia, è amore senza innamoramento: “Ho molto amato Elsa Morante, non sono mai stato innamorato di lei”. Così la passione amorosa è fagocitata da un mare di telegrammi stringatissimi dove la parola che ricorre di più è “affetto”. Parola temuta da tanti amanti, ambigua, scivolosa, triviale: quando il bene trionfa sull’amore, si sa, le vite si riempiono di altre persone. Per Moravia c’è la giovane scrittrice Dacia Maraini; per Morante un’infatuazione per Luchino Visconti, e poi una storia tormentata col pittore Bill Morrow. Scrive Moravia nel 1958 da Capri: “ È assurdo che tu rimanga a Roma l’estate. Vieni qui, io ti troverò una stanza altrettanto bella della mia. Se tu vuoi, potrai non vedermi che poco o per niente affatto. Insomma quando e se ti farà piacere”. E quando si era mai vista una lettera d’amore così terribile, dove si parla subito di letti separati e la prima preoccupazione è mettere in chiaro che lei può infischiarsene di lui?

POESIA

Poesie

Alberto Moravia

Alberto Moravia si è dedicato alla poesia da ragazzo. Erano poco noti i testi poetici più tardi, scritti tra gli anni settanta e i primi anni ottanta. Le ottantatré poesie di questa raccolta, in gran parte inedite, allargano gli orizzonti dello sguardo artistico di un autore di cui tanto è stato detto e scritto, e che pure non smette mai di affascinare la critica e i lettori. Sono testi intimi che dialogano con il resto della sua opera perché attraversati da una riflessione sulla letteratura avviata in una fase matura della vita. Vi tornano costanti alcuni temi tipicamente moraviani – l’eros, il viaggio, il rapporto tra natura e storia, il passato e la memoria – affrontati nella forma di un diario personale in cui riprendere contatto con la parte più giovane di sé. Moravia si abbandona alle emozioni, le libera in versi narrativi che rinviano ai grandi argomenti metafisici, a cominciare dal tempo, per parlare poi del mondo, della passione, degli amori: a esplicita dimostrazione del suo profondo interesse per la poesia, manifestato anche come autore di racconti e romanzi in cui versi isolati o interi componimenti contribuiscono alla costruzione della trama.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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