1 Commento

VLADYNYR MAJAKOVSKIJ, IL POETA RUSSO CHE CANTO’ LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE E AVVIO’LA FASE SPERIMENTALE DEL FUTURISMO RUSSO

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/c/cb/Mayakovsky_Vladimir.jpg/220px-Mayakovsky_Vladimir.jpg

VLADIMIR VLADIMIROVIC  MAJAKOVSKIJ

Vladimir Vladimirovič Majakovskij (in russo: Влади́мир Влади́мирович Маяко́вский) (Bagdadi, 7 luglio 1893 – Mosca14 aprile 1930) è stato un poeta russo.

Collabora a Wikiquote«Non ti chiudere nelle tue stanze, partito, rimani vicino ai ragazzi di strada»

.Per oltre un decennio cantò la rivoluzione d’Ottobre e la nascente società sovietica.

Nato a Bagdadi (poi Majakovskij) in Georgia, figlio di un guardiaboschi, orfano a soli sette anni, ebbe un’infanzia difficile e ribelle. A tredici anni si trasferì a Mosca con la madre e le sorelle. Continuando il ginnasio fino al 1908, quando si dedicò all’attività rivoluzionaria. Aderì al partito bolscevico clandestino e venne, per tre volte, arrestato e poi rilasciato dalla polizia zarista. L’artista racconta del terzo arresto nel saggio autobiografico Ja sam (Io stesso). In carcere cominciò anche a scrivere poesie, ma il quaderno andrà perduto.

Nel 1911 si iscrisse all’Accademia di Pittura, Scultura e Architettura di Mosca dove incontrò David Burljuk, che, entusiasmatosi per i suoi versi, gli propose 50 copechi al giorno per scrivere. Majakovskij aderì al cubofuturismo russo, firmando nel 1912 insieme ad altri artisti il manifesto «Schiaffo al gusto del pubblico».

Nel maggio del 1913 fu pubblicata la sua prima raccolta di poesie Ja! (Io!) in trecento copie litografate. Tra il 2 e il 4 dicembre l’omonima opera teatrale fu rappresentata in un piccolo teatro di Pietroburgo. Nel 1914 nel dramma Majakovskij lanciò la famosa quanto equivoca equazione “futurismo=rivoluzione”. Ma Majakovskij rivoluzionario lo era sul serio. Nel 1915 pubblicò Oblako v stanach (La nuvola in calzoni), mentre l’anno successivo Flejta-pozvonocnik (Flauto di vertebre).

Iscritto sin da ragazzo al Partito Comunista, ben presto mise la sua arte, così ricca di pathos, al servizio della rivoluzione bolscevica, sostenendo la necessità d’una propaganda che attraverso la poesia divenisse espressione immediata della rivoluzione in atto, in quanto capovolgimento dei valori sentimentali ed ideologici del passato.

Un poema ed un dramma segnarono l’inserimento di Majakovskij nella rivoluzione, e della rivoluzione nella sua poesia: il poema150.000.000 ed il dramma Mistero-Buffonata, con cui descrisse quanto di grande e di comico ci fosse nella rivoluzione ed in cui “i versi sono le parole d’ordine, i comizi, le grida della folla… l’azione è il movimento della folla, l’urto delle classi, la lotta delle idee…”.

In questa luce vanno considerate tutte le opere di Majakovskij, dai poemi di propaganda proletaria come Bene! e Lenin, alle commedie come la La cimice e Il bagno, espressioni critiche del mondo piccolo-borghese.

Di grande importanza è anche tutto il complesso lirico in cui si riflessero i problemi della realtà quotidiana, realtà che Majakovskij visse lavorando alla Rosta (agenzia telegrafica russa).

L’ultima opera di Majakovskij, uno dei punti più alti della sua poesia, è il prologo di un poema incompiuto, A piena voce, del 1930, che potrebbe quasi dirsi il suo testamento spirituale. Nell’aprile dello stesso anno Majakovskij, ormai in declino e inviso alle autorità staliniane, si uccise sparandosi un colpo al cuore. Nella sua ultima pagina scrisse:

Collabora a Wikiquote«Scusate: non è questo il modo (ad altri non lo consiglio), ma non ho vie d’uscita»

LA  NUVOLA  IN CALZONI

Tetrattico. 

PROLOGO. 

Il vostro pensiero, sognante sul cervello rammollito, come un lacchè rimpinguato su un unto sofà stuzzicherò contro l’insanguinato brandello del cuore: mordace e impudente, schernirò a sazietà. 

Non c’è nel mio animo un solo capello canuto, e nemmeno senile tenerezza! Intronando l’universo con la possanza della mia voce, cammino – bello, ventiduenne. 

Teneri! Voi coricate l’amore sui violini. Il rozzo sui timballi corica l’amore. Ma come me non potete slogarvi, per essere labbra soltanto da capo a piedi! 

Venite a istruirvi dal salotto, vestita di batista, decente funzionaria dell’angelica lega, voi che sfogliate le labbra tranquillamente come una cuoca le pagine del libro di cucina. 

Se volete, sarò rabbioso a furia di carne, e, come il cielo mutando i toni, se volete, sarò tenero in modo inappuntabile, non uomo, ma nuvola in calzoni! 

Non credo che esista una Nizza floreale! Da me di nuovo sono esaltati uomini che a lungo hanno poltrito come un ospedale e donne logore come un proverbio.       

1. 

Voi pensate che sia il delirio della malaria? 

Ciò accadde, accadde a Odessa. 

«Verrò alle quattro» – aveva detto Maria. 

Le otto. Le nove. Le dieci. 

Ed ecco anche la sera nel ribrezzo notturno se n’è andata via dalle finestre lugubre, dicembrina. 

Nella sua schiena decrepita sghignazzano e nitriscono i candelabri. 

In questo istante non potreste riconoscermi: una congerie di nervi geme, si contorce. Che può volere un simile masso? Oh, questo masso ha molte voglie! 

In realtà non importa che tu sia di bronzo e il cuore una fredda piastra di ferro. La notte si ha desiderio di nascondere il proprio suono in un morbido corpo di donna. 

Ma ecco, gigantesco, mi incurvo alla finestra, ne struggo con la fronte il vetro. Ci sarà, non ci sarà l’amore? E di qual dimensione, grande o minuscolo? 

Di dove un grande amore in un tal corpo? Probabilmente un piccolo, un mansueto amoruccio, che si scansa se un’auto strombetta ed ama i campanellini dei cavalli. 

Ancora e ancora, stringendomi alla pioggia, col viso nel suo viso butterato,

aspetto, e mi spruzza lo scroscio della risacca cittadina. 

Mezzanotte, agitandosi con un coltello, l’ha raggiunta e sgozzata: fuori dunque! 

La dodicesima ora è caduta come dal patibolo la testa d’un giustiziato. Nei vetri grigie goccine di pioggia si sono attorcigliate con un urlo, accatastando una smorfia massiccia, quasi ululassero le chimere sulla cattedrale di Notre-Dame di Parigi. Maledetta! Ebbene, ancora non basta? Fra poco da un grido sarà squarciata la bocca. Sento che senza rumore, come un malato dal letto, un nervo è balzato. Ed ecco: 

dapprima passeggia appena appena, poi piglia la corsa, agitato, preciso. Ed ora lui e altri due accanto a lui si dibattono come un fanello disperato. 

E’ crollato l’intonaco al pianterreno. 

Nervi grandi, minuscoli, molteplici saltellano rabbiosi e un attimo dopo più non si reggono in gambe. 

Ma la notte sempre più s’impantana per la stanza, – dalla melma non può districarsi l’occhio appesantito. 

Tutt’a un tratto le porte si sono messe a cigolare, quasi l’albergo battesse i denti dal freddo. 

Sei entrata tu tagliente come un «eccomi!», tormentando i guanti di camoscio, hai detto:

«Sapete, io prendo marito». 

Ebbene, sposatevi. Che importa. Mi farò coraggio. Vedete, sono così tranquillo! Come il polso d’un defunto. 

Non vi sovviene? Voi dicevate: «Jack London, denaro, amore, passione, ma io vidi una sola cosa: vidi in voi una Gioconda che bisognava rubare!

E vi hanno rubata. 

Innamorato, rientrerò nel giuoco, rischiarando col fuoco la curva delle ciglia. Ebbene! Anche in una casa distrutta dalle fiamme dimorano talvolta vagabondi privi d’asilo! 

Volete stuzzicarmi? «Meno delle copeche d’un pitocco sono gli smeraldi delle vostre follie». Ricordate! Perì Pompei quando esasperarono il Vesuvio! 

Ehi! Signori! Dilettanti di sacrilegi, di delitti, di massacri, avete visto mai ciò che è più terribile: il viso mio quando io sono assolutamente tranquillo? 

E sento che l'”io” per me è poco. Qualcuno da me si sprigiona ostinato. 

Allô! Chi parla? Mamma? Mamma! Vostro figlio è magnificamente malato! Mamma! Ha l’incendio del cuore. Dite alle sorelle Ljuda e Olja ch’egli non sa più dove salvarsi.. 

Ogni parola, persino ogni burla ch’egli vomita dalla bocca scottante si butta come nuda prostituta da una casa pubblica che arde. 

Gli uomini annusano: odor di bruciato! Raccozzano dei tipi strani. Rutilanti! Con gli elmi! A che scopo quegli stivaloni! Dite ai pompieri: sul cuore ardente ci si arrampica con le carezze. 

Farò da me. Rotolerò come botti gli occhi gonfi di lacrime. Lasciatemi appoggiare alle mie costole. Salterò! Salterò! Salterò! Salterò! Sono crollati. Non puoi saltare dal proprio cuore! 

Sul viso in fiamme dallo spacco delle labbra un piccolo bacio carbonizzato cresce per lanciarsi. 

Mamma! Non posso cantare. Nella chiesetta del cuore la cantoría prende fuoco! 

Combuste figurine di parole e di cifre schizzano dal cranio come bambini da un edificio che avvampa. In modo non diverso la paura sollevò, ansiose di aggrapparsi al cielo, le braccia fiammeggianti del ‘Lusitania’.

Verso coloro che tremano nella quiete degli appartamenti con cento occhi un bagliore s’avventa dalla banchina. Ultimo grido, tu almeno

gemi nei secoli che io sto bruciando!  

2. 

Glorificatemi! Non sono pari ai grandi. Su tutto ciò che fu creato pongo il mio “nihil”. 

Non voglio mai leggere nulla. Libri? Ma che libri! 

Una volta pensavo che i libri si facessero così: arriva un poeta, lievemente disserra la bocca, e di colpo comincia a cantare il sempliciotto ispirato: di grazia! 

E invece risulta che i poeti, prima di effondersi nel canto, camminano, incalliti dal lungo girellare, e dolcemente diguazza nella melma del cuore la stupida tinca dell’immaginazione. 

Mentre fanno bollire, strimpellando rime, una brodaccia di amori e usignoli, la via si contorce priva di lingua: non ha con che discorrere e gridare. 

Noi torniamo a innalzare con superbia torri babilonesi di città, ma Iddio dirocca di nuovo le città in campagne arate, mescolando le parole. 

La via trascinava in silenzio il suo tormento. Un grido le si rizzava dalla faringe. Si gonfiavano, incagliati attraverso la sua gola, tassì paffuti e scarne carrozze. Le calpestarono il petto. Peggio d’una tisi. 

La città sbarrò la strada col buio. 

E quando – tuttavia! la strada scatarrò la calca sulla piazza, dopo avere respinto un sagrato che le schiacciava la gola,

parve che fra i cori degli arcangeli Dio, depredato, si recasse a far giustizia! 

Ma la via si sedette strepitando: «Andiamo a divorare!» 

Truccano la città Kruppi e Kruppetti con le rughe di ciglia minacciose, mentre nella bocca si decompongono parole morte. Solo due sopravvivono, ingrassando: «canaglia» e ancora un’altra che sembra sia «minestra». 

I poeti, inzuppati nel pianto e nel singhiozzo, si dànno alla fuga, arruffando le chiome: «Come cantare con due parole simili la signorina e l’amore e il fiorellino sotto la rugiada?» 

E dietro ai poeti le turbe di strada: studenti, prostitute, appaltatori. 

Signori! Fermatevi! Voi non siete accattoni, voi non osate chieder l’elemosina! 

Noi gagliardi dal passo poderoso non abbiamo bisogno di ascoltare, ma piuttosto di svellere costoro che si sono appiccati come un’aggiunta gratuita a ogni letto a due piazze! 

Si dovrebbero forse umilmente implorare: «Prestateci aiuto!», supplicarli di un inno, di un oratorio! Noi stessi siamo artefici nell’ardente inno- frastuono della fabbrica e del laboratorio. 

Che m’importa di Faust che in una ridda di razzi scivola con Mefistofele sul pavimento del cielo! Io so

che un chiodo nel mio stivale è più raccapricciante della fantasia di Goethe! 

Io, che ho la bocca d’oro più d’ogni altro e con ogni parola rigenero l’anima e dò un onomastico al corpo, vi dico: il minimo granello di polvere d’un vivo vale più di quello che farò e che ho fatto! 

Ascoltate! Predica, dimenandosi e gemendo, l’odierno Zarathustra dalle labbra urlanti! 

Noi dal viso come lenzuolo assonnato, dalle labbra pendenti come lampadario, noi, galeotti della città-lebbrosario, dove oro e fango hanno ulcerata la lebbra, noi siamo più puri dell’azzurro veneziano, lavato a un tempo dai mari e dai soli! 

Me ne infischio se negli Omeri e negli Ovidi non c’è gente come noi, butterata e coperta di fuliggine. Io so che il sole si offuscherebbe a vedere le sabbie aurifere delle nostre anime! 

Muscoli e nervi sono più sicuri di tutte le preghiere. Dovremmo impetrare le grazie dal tempo? Ciascuno di noi tiene nelle sue cinque dita le cinghie motrici dei mondi! 

Ciò mi fece salire sui Golgota degli auditorî di Pietrogrado, di Mosca, di Odessa, di Kiev,  e non vi fu uno solo il quale non gridasse: «Crocifiggi, crocifiggilo!» 

Ma a me voi uomini, compresi quelli che mi hanno insultato, siete più cari e più prossimi d’ogni altra cosa.

Avete visto come il cane lecchi la mano che lo batte?! 

Io, dileggiato dall’odierna generazione come un lungo aneddoto scabroso, vedo venire per le montagne del tempo qualcuno che nessuno vede. 

Là dove l’occhio degli uomini si arresta insufficiente, alla testa di orde affamate con la corona di spine delle rivoluzioni avanza l’anno sedici. 

Ed io presso di voi sono il suo precursore, io sono sempre là dove si soffre: su ogni goccia di fluido lacrimale ho posto in croce me stesso. 

Ormai non si può perdonare più nulla. Io ho incendiato le anime, dove si coltivava la tenerezza. Questo è più difficile che prendere migliaia di migliaia di Bastiglie! 

E allorché, proclamando con una sommossa il suo avvento, uscirete incontro al Salvatore, io vi strapperò l’anima e, dopo averla calpestata perché sia grande, ve la darò insanguinata come un vessillo!   

3. 

Ah, per quale ragione, di dove nella lucente allegria questo agitarsi di sordidi pugnacci! 

Venne e velò la testa con la disperazione il pensiero dei manicomi. 

E come nel naufragio d’una “dreadnought” per gli spasmi soffocanti si lanciano nel boccaporto spalancato, così attraverso il suo occhio lacerato sino all’urlo

si inerpicava, impazzito, Burljùk.

Quasi insanguinando le palpebre corrose dalle lacrime, ne strisciò fuori, si mise in piedi, si mosse e con tenerezza inattesa in un uomo pingue mi prese e disse: «Bene!» 

Bene, quando una gialla blusa protegge l’anima da tanti sguardi! Bene, quando, scagliati fra i denti del patibolo, si grida: «Bevete cacao van Houten!» 

E quest’attimo bengalico, squillante non cambierei con nulla, nemmeno con… 

Ma dal fumo d’un sigaro come un bicchierino di liquore si è allungato il viso alticcio di Severjànin. 

Come osate chiamarvi poeta e, mediocre, squittire come una quaglia? Oggi bisogna a mo’ di frangicapo conficcarsi nel cranio del mondo! 

Voi, turbati dal solo pensiero di ballare con eleganza, osservate in qual guisa me la spasso io, truffatore di carte e ruffiano di piazza! 

Da voi che siete fradici d’amore, da voi che nei secoli grondaste lacrime io mi staccherò, incastrando il sole come un monocolo nel mio occhio divaricato. 

Camuffatomi in modo incredibile, me ne andrò per la terra a destar godimento e ad infiammarmi,

e innanzi a me condurrò alla catena Napoleone come un bòtolo. 

La terra tutta, sdraiandosi come una donna, dimenerà le sue carni, vogliosa di darsi; le cose si animeranno, le labbra delle cose biascicheranno: «zàza, zàza, zàza!» 

A un tratto i cirri e il resto della nuvolaglia levarono sul cielo un incredibile rullìo come se bianchi operai si separassero, dopo aver dichiarato un rabbioso sciopero al cielo. 

Un tuono da dietro una nube strisciò fuori imbestialito si soffiò le enormi narici con aria provocante, e il volto del cielo si corrugò per un attimo con la rigida smorfia d’un ferreo Bismarck. 

E qualcuno, che si era impigliato nelle pastoie dei nembi, protese le braccia verso un caffè con maniere donnesche e amorevole quasi, e quasi fosse affusto di cannone. 

Voi pensate sia il sole a date un buffetto dolcemente alla guancina del caffè? E invece di nuovo a fucilare gli insorti avanza il generale Galifet!  

Cavate, bighelloni, le mani dalle brache: prendete una pietra, un coltello o una bomba, e se qualcuno è sprovvisto di mani, è venuto per battersi magari con la fronte! 

Fatevi avanti, affamati, molli di sudore, umili, inaciditi nel sudiciume pulcioso! Fatevi avanti! I lunedì e i martedì col sangue noi tingeremo a festa! 

Sotto i coltelli la terra ricordi chi voleva rendere triviale! La terra, impinguata come un’amante su cui Rothschild sfogò la sua libidine!

 Perché garriscano bandiere nella febbre delle scariche, come in ogni festa ragguardevole, levate in cima, pali dei lampioni, le insanguinate carcasse dei mercanti. 

Bestemmiava, implorava, trinciava, si arrampicava dietro qualcuno per addentarne i fianchi. 

Sulla volta celeste, rosso come la marsigliese, sussultava, crepando, il tramonto. 

Ormai la follia. 

Non ci sarà più nulla. 

La notte verrà a rodere e a mangiare. Vedete? Come un Giuda vende di nuovo il cielo per una manata di stelle spruzzate di tradimento. 

E’ venuta. Banchetta alla maniera di Mamaj,  appollaiata sulla città. Non riusciremo a sbrecciare con gli occhi questa notte nera come Azèf!  

Mi rannicchio nel fondo d’una bettola, innaffio col vino l’anima e la tovaglia e vedo in un angolo occhi rotondi. Si è confitta con gli occhi nel mio cuore la Madre di Dio. 

Perché far dono alla marmaglia della bettola di un’aureola dipinta secondo uno stampo? Vedi? Ancora una volta preferiscono Barabba al martire del Golgota coperto di sputi. 

Io, forse, a bella posta nell’accozzaglia umana non ho il viso più nuovo di quello degli altri. Io, forse, sono il più bello di tutti i tuoi figli. 

Concedi loro,

ammuffiti nel gaudio, una rapida morte del tempo, perché i bambini che devono crescere, se ragazzi, diventino padri, se fanciulle, rimangano incinte. E fa’ che i neonati si coprano della canizie scrutatrice dei Re Magi, ed essi verranno a battezzare i bambini coi nomi dei miei versi. 

Io, che decanto la macchina e l’Inghilterra, sono forse semplicemente nel più comune vangelo il tredicesimo apostolo. 

E quando la mia voce strilla oscenamente da un’ora all’altra per intere giornate, forse Gesù Cristo annusa le miosotidi della mia anima.  

4. 

Maria! Maria! Maria! 

Lasciami entrare, Maria! Non posso restare in istrada! Non vuoi? Tu aspetti che con le guance infossate, assaggiato da tutti, insipido, io venga a biascicar senza denti: «Sono oggi mirabilmente onesto. 

Maria, vedi: ho già cominciato a incurvarmi. 

Nelle vie gli uomini bucheranno il grasso nei loro gozzi a quattro piani sporgeranno gli occhietti lisi da quarant’anni di logorio, per ammiccare l’un l’altro ghignando che fra i miei denti – di nuovo! – è il panino raffermo della carezza di ieri. 

Zuppo ladruncolo stretto dalle pozzanghere, la pioggia, spruzzando singhiozzi sui marciapiedi, lecca il cadavere delle vie tartassato dai ciottoli, e sulle ciglia canute – sì! – sulle ciglia dei ghiacciuoli gocciano lacrime dagli occhi – sì! – dagli occhi abbassati delle grondaie. 

Succhiò tutti i pedoni il muso della pioggia, mentre nelle vetture luccicava una fila di pingui atleti: scoppiavano certuni, rimpinzati a crepapelle, e attraverso gli spacchi stillava la sugna, come un torbido fiume dalle vetture scolava, insieme con un pane maciullato, la masticatura di vecchie cotolette. 

Maria! Come ficcare una dolce parola nel loro orecchio coperto di grasso? L’uccello va mendicando con una canzone, canta, affamato e squillante, ma io sono un uomo, Maria, semplice, scatarrato dalla notte tisica nella sudicia mano della Presnja.  

Maria, vuoi un uomo simile? Lasciami entrare, Maria! Con lo spasmo delle dita stringerò la gola metallica del campanello! 

Maria! Diventano feroci i pascoli delle strade. Sul collo come una scalfittura le dita della calca. 

Apri! 

Fanno male! 

Vedi? Sono confitti nei miei occhi gli spilli dei cappelli femminili! 

Mi ha lasciato entrare. 

Bambina! Non ti spaurire se sul mio collo taurino seggono come un’umida montagna donne dal ventre sudato: gli è che attraverso la vita io trascino milioni di enormi casti amori e milioni di milioni di minuscoli sudici amorucci.

 Non ti spaurire se ancora una volta nell’intemperie del tradimento mi stringerò a migliaia di vezzose faccine. 

«Adoratrici di Majakovskij!»: ma questa è davvero una dinastia di regine salite al cuore d’un pazzo. 

Maria, più vicino! 

Con denudata impudenza oppure con un pavido tremore concedimi la florida vaghezza delle tue labbra: io e il mio cuore non siamo vissuti neppure una volta sino a maggio, e nella mia vita passata c’è solo il centesimo aprile. 

Maria! Il poeta canta sonetti a Tiana mentre io, tutto di carne, uomo tutto, chiedo semplicemente il tuo corpo, come i cristiani chiedono: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». 

Maria, concediti! 

Maria! Io temo di scordare il nome tuo come un poeta teme di scordare qualche parola nata fra i tormenti delle notti, uguale per grandezza a Dio. Il tuo corpo io saprò custodire ed amare come un soldato, stroncato dalla guerra, inutile, ormai di nessuno, custodisce la sua unica gamba. 

Maria, non vuoi? Non vuoi? 

Ah! 

Ed allora di nuovo, afflitto e cupo,

io prenderò il mio cuore e, irrorandolo di lacrime, lo porterò come un cane porta nella sua cuccia la zampa stritolata dal treno. 

Con il sangue del cuore allieterò la strada, fiori di sangue si incolleranno alla polvere della mia giubba. Mille volte danzerà come Erodiade il sole attorno alla terra- cranio del Battista. 

E quando avrà finito di danzare il mio numero di anni, d’un milione di gocce di sangue si coprirà la traccia che mena alla casa di mio padre. 

Uscirò fuori sudicio (per le notti trascorse nei fossati), mi metterò al suo fianco, mi chinerò per dirgli in un orecchio: Ascoltate, signor Dio! 

Non vi dà noia inzuppare ogni giorno nella composta di nuvole gli occhi ingrassati? 

Su via, vediamo insieme di fare un carosello sull’albero della conoscenza del Bene e del Male! Onnipresente, tu sarai in ogni armadio, e a tavola porremo vini tali che anche all’accigliato Pietro Apostolo verrà voglia di ballare un ki-ka-pù. E in paradiso di nuovo ospiteremo le Evucce: basta che tu dia un ordine e questa notte stessa ti porterò in gran frotta da tutti i viali le ragazze più belle. Vuoi? Non vuoi? Scrolli la testa capelluta? Aggrondi le ciglia canute? Tu pensi che quello con le ali che ti sta dietro sappia cosa sia l’amore? 

Anch’io sono un angelo; io lo ero, guardavo negli occhi come un agnello di zucchero,

ma non voglio più offrire alle giumente vasi plasmati nella farina di Sèvres. 

Onnipossente che hai inventato un paio di braccia e hai fatto si che ciascuno avesse una sua testa, perché non hai inventato una maniera di baciare, baciare e ribaciare senza tormenti?! Pensavo che tu fossi un gran Dio onnipotente, e invece sei un insipiente, un minuscolo deuccio. Vedi, io mi curvo, di dietro il gambale traggo il trincetto. 

Alati furfanti! Rannicchiatevi in paradiso! Rabbuffate le vostre piumette in uno sbigottito brivido! Te, impregnato d’incenso, io squarcerò di qui sino all’Alaska! 

Lasciatemi! 

Non mi fermerete. Sia che mentisca o mi trovi nel giusto, non potrei essere più calmo. 

Guardate: hanno di nuovo decapitato le stelle, insanguinando il cielo come un mattatoio! Ehi, voi! Cielo! Toglietevi il cappello! Me ne vado! 

Sordo. 

L’universo dorme, poggiando sulla zampa l’enorme orecchio con zecche di stelle. 

Dai Poemi 1914 – 1930. Vladimir Majakovskij

 Mi sembra opportuna una Nota  esplicativa del poema (che io trovo ottima sintetica e chiara), fatta da  Remo Faccani, facilmente  rintracciabile in internet, e che qui mi permetto di riportare : La nuvola in calzoni è il capolavoro della stagione «prerivoluzionaria» di Majakovskij, e uno dei testi più significativi del futurismo russo e della letteratura russa del Novecento. Composto tra il 1914 e il 1915 da un Majakovskij poco più che ventenne, il poemetto trabocca di una forza lirica tesa, appassionata, che vuole essere dissacrante, antiborghese, antifilistea, ed è soprattutto intensamente libertaria. Majakovskij vuol portare dentro l’arte della parola la carica dirompente di una visione nuova o rinnovata della realtà, dei sentimenti, dell’idea stessa della poesia e della scrittura. E lo fa ricorrendo a un’incalzante sequela di immagini provocatorie, a un’orchestrazione sonora aspra e dissonante, a un’arditezza compositiva frutto di una maturità sbalorditivamente precoce. L’«eroe lirico» della Nuvola cerca disperatamente l’amore di una donna, l’amore tra gli uomini della Terra, l’amore universale tra l’uomo e il cosmo. Sogna di vedere cancellata la sofferenza dei reietti e degli oppressi; esalta la ribellione, il tumulto popolare. Ma davanti a sé non trova che il rifiuto, la desolazione, il silenzio dell’universo (e di Dio). Così, nella colata lavica del poemetto confluiscono via via la passione amorosa, lo spirito di rivolta contro una società ingiusta e violenta, la polemica letteraria, l’ossessiva «lotta con Dio», il doloroso vagheggiamento di una rivoluzione che il poeta sa utopica, perché incapace di riscattare l’uomo nella sua totalità di «cuore» e di «anima». L’unico fragile scampo sta nell’accettazione di una propria «terrestrità» profondamente creaturale e nella ricerca spasmodica di un amore che – come Majakovskij dirà in seguito – sia «il cuore di tutte le cose».

                                       “Il flauto di vertebre”

«Ho bestemmiato.
Ho urlato che Dio non esiste,

e lui ha tratto dal fondo dell’inferno
una donna che farebbe tremare una montagna,

e mi ha comandato: 

amala!»

Come ha giustamente scritto Stefano Garzonio, “per Majakovskij la poesia è la dimensione totalizzante dell’essere“. L’eroe lirico di Majakovskij non si può disgiungere dal suo ruolo di poeta e futurista, né dalla sua identità più intima di persona reale. La sua poesia non tocca lievemente il tema dell’amore, le sue rime non sfiorano soavemente delle amene romanticherie: la poesia di Majakovskij è un fiume in piena, e come travolgenti e impetuosi sono i suoi versi politici e rivoluzionari, altrettanto decisa è la sua presa di posizione artistica e umana nei confronti dell’amore. La sua passione è talmente intensa e sofferta da spremergli una raffigurazione dell’amore incredibilmente vivida e potente: per la donna che ama, Majakovskij annuncia nel Prologo:

«Oggi io suonerò il flauto

sulla mia colonna vertebrale.»

Majakovskij compone il brevissimo e straordinario poema (inizialmente intitolato Versi a lei) nell’autunno del 1915. Nell’estate dello stesso anno aveva conosciuto quella che sarebbe diventata una delle persone più importanti della sua vita: Lilja Brik. Vladimir (o meglio, Volodja) conosceva El’za, la sorella di Lilja, ed era andato a trovarla nella dacia dove viveva con i genitori, nei pressi di Mosca: si era attardato a passeggiare con lei nel bosco, il contatto con Lilja era invece stato minimo. Non si trattò certo un colpo fulmine. Solo a luglio la incontrò di nuovo, a Pietrogrado, e insieme a lei c’era Osip Brik: il marito.

I rapporti si intricarono subito, ma non divennero mai ostili: Majakovskij si innamorò perdutamente di Lilja, ma contemporaneamente divenne un caro amico di Osip Brik, che era legato all’ambiente dei futuristi, e i due si trovarono anche a lavorare felicemente insieme. Brik era consapevole del rapporto di Volodja e Lilička, e non aveva niente in contrario. Majakovskij, al contrario, era lacerato: amicizia, stima, un amore dirompente e una gelosia furibonda lo tormentavano.

Il flauto di vertebre è il risultato straordinario dell’intensa situazione sentimentale vissuta da Majakovskij. Il poema è un trionfo di quello che Trockij ha chiamato majakomorfismo, è un riferimento continuo alla sensibilità dell’Io del poeta, e gronda di intensità amorosa e di acerrima e frustrante gelosia. L’enormità dell’oggetto del poema e l’incredibile eleganza della sua forma riempiono di meraviglia.

Nel Flauto si possono rintracciare molti dei temi ricorrenti in Majakovskij e anche le sue caratteristiche stilistiche si manifestano pienamente: l’uso costante della metafora, il topos letterario che preferisce; quello abbondante dell’iperbole, figura retorica perfetta per esprimere i picchi di trasporto e dolore; i toni solenni e i richiami alla religione, le invocazioni a Dio. Un amore così sofferto e disperato assimila, nel linguaggio di Majakovskij, lui a un martire. Non c’è catarsi purificatrice nella sua sofferenza, ma solo un abbandono desolato: l’invocazione a Dio – un dio a cui il poeta non credeva – è l’unica cosa a cui Majakovskij senta di potersi appigliare, del tutto impotente.

Si rivolge a Dio familiarmente, in tono perentorio e insieme supplice, con le parole:

«come una forca

distendi la Via lattea,

e impiccami subito come un criminale.

Fa’ quello che ti pare.

Squartami, se vuoi.

Io stesso, giusto, ti laverò le mani.

Però,

ascolta!

Portati via la maledetta,

che m’hai comandato d’amare!»

L’amore non è un dolce sentimento, le metafore e le similitudini scelte per illustrarlo non sono rosee e soavi, ma un «arcobaleno di spasimi». L’amore di Majakovskij è «vivido come l’incarnato di un tisico». È così atroce da fargli desiderare la morte, e dà un brivido pensare che proprio di propria mano morirà il poeta, sparandosi un colpo di pistola, solo quindici anni più tardi.

«Ora è tale l’angoscia che desidero

soltanto fuggire al canale

e il capo cacciare nell’acqua digrignante.»

Ma ancora più profetici e tremendi sono i versi 6-8, proprio all’inizio del componimento. Versi che propongono ancora il tema del suicidio, che sarà ricorrente nell’opera di Majakovskij fino alla realizzazione concreta, versi che mostrano lucidamente, gelidamente il tarlo che iniziava a rodere il poeta:

«Sempre più spesso mi chiedo

se non sia meglio mettere il punto

d’un proiettile alla mia sorte.»

Eppure, Majakovskij sa di stare vivendo un’eccezione, o almeno non l’unica delle alternative: sa che l’amore non è solo un tormento macabro e autodistruttivo, una monomania dolorosa che vota all’angoscia e al disastro. Dice: «Ho spremuto a non finire la mia disperazione.» Ma canta anche quell’amore familiare ed estremo, quell’ultimo baluardo di dolcezza prima della fine: l’amore del soldato morente, quello che troviamo ne La guerra di Piero di De Andrè, per cui il soldato, in punto di morte, pensa alla sua Ninetta. Nonostante la sofferenza, perfino nonostante il profilarsi fatalistico o cercato della morte, Il flauto di vertebre è quindi la più pura e vibrante tra le forme di poesia: una dichiarazione-d’amore.

«Sono forte,

avranno bisogno di me

e mi ordineranno

muori in battaglia!

Il tuo nome

sarà l’ultimo,

rappreso sul mio labbro spaccato dal proiettile.»

MISTERO  BUFFO

Majakovskij ‹mëiëkòfsk’i›, Vladimir Vladimirovič. – Poeta, autore drammatico e pittore russo (Bagdadi, od. Majakovskij, presso Kutais, 1893 – Mosca 1930). Grande innovatore, esercitò enorme influenza sui movimenti artistici russi d’avanguardia. Militante nel partito bolscevico, fu inizialmente pittore e fece parte del gruppo dei cubofuturisti; nel 1923 organizzò il LEF (Leuyj Front iskusstv “Fronte di sinistra delle arti”). Tra le opere: i poemi Oblako v štanach  (“La nuvola in calzoni”) e Flejta-pozvonočnik  (“ll flauto di vertebre”), entrambi del 1915; la commedia Misterija-Buff (“Mistero buffo”, 1917), sulle vicende della Rivoluzione russa; il poema Vladimir Il´ič Lenin (1924). 

VITA

Ancora adolescente, svolse intensa attività politica nel partito bolscevico e fu arrestato tre volte. Dedicatosi poi allo studio delle arti figurative, fu espulso (1914) dall’Istituto di pittura, scultura e architettura di Mosca per la sua appartenenza al gruppo dei cubofuturisti. Nel 1913 apparve il suo primo libro, Ja! (“Io!”). Nel dic. 1913 interpretò a Pietroburgo, al teatro Luna Park, la propria tragedia Vladimir Majakovskij. Accolse la rivoluzione con entusiasmo e nel 1923 organizzò il LEF (Levyj Front iskusstv “Fronte di sinistra delle arti”), che raggruppò artisti, poeti, scenografi, registi, filologi vicini al futurismo, e pubblicò la rivista omonima. In quegli anni fu il simbolo di tutto ciò che v’era di moderno e di audace nell’arte sovietica. La campagna condotta contro di lui dalla critica di partito, le delusioni politiche e motivi amorosi lo spinsero al suicidio. 

OPERE

Strenuo innovatore, fuse le tendenze ribelli e anarchiche del futurismo con l’attività di tribuno e di agitatore durante la rivoluzione d’Ottobre. La sua opera maggiore prima della rivoluzione è il poema Oblako v štanach (“La nuvola in calzoni”, 1915), in cui il motivo d’amore e quello sociale s’intrecciano in una trama iperbolica, esasperata. Gli stessi accenti ritornano nei poemi Flejta-pozvonočnik (“Il flauto di vertebre”, 1915), Vojna i mir (“La guerra e l’universo” , 1917),  Čelovek (“L’uomo”, 1916-17). Le vicende della rivoluzione sono trasposte su un piano biblico nella commedia Misterija-Buff (“Mistero buffo”, 1917) e rivissute come scene di canti epici e di vignette popolari nel poema 150.000.000 (1921), che contrappone in un grottesco duello il gigante russo Ivan e Woodrow Wilson. Al tema d’amore M. tornò nei poemi Ljublju (“Amo”, 1922) e Pro eto (“Di questo”, 1923). La morte di Lenin gli suggerì il poema Vladimir Il´ič Lenin (1924) e il decimo anniversario della rivoluzione l’affresco epico Chorošo! (“Bene!”, 1927). Accanto a queste ampie composizioni, scrisse odi d’intonazione oratoria, versi di propaganda commerciale e politica, poesie satiriche, scenari cinematografici, pantomime, canovacci per scene di circo, commedie come Klop (“La cimice”, 1928) e Banja (“Il bagno a vapore”, 1929). L’influenza di M. sui movimenti artistici russi d’avanguardia fu enorme. M. era stato inizialmente pittore, e della sua attività figurativa, dopo che si era dedicato agli scritti e all’azione politica, sono importanti le ricerche tipografiche e compositive fatte in collab. con A. Rodčenko (pagine della rivista Lef, 1923 segg.).

https://i0.wp.com/imalpensanti.it/wp-content/uploads/2018/01/Majakovskij-2.jpg?resize=750%2C370&ssl=1

Vladimir Majakovskij, La guerra è dichiarata

Vladimir Vladimirovič Majakovskij (1893-1930), il più illustre esponente del futurismo russo, compose La guerra è dichiarata nel rovente luglio del 1914, alla notizia dello scoppio del primo conflitto mondiale.

«Edizione della sera! Della sera! Della sera!
Italia! Germania! Austria!»
E sulla piazza, lugubremente listata di nero,
si effuse un rigagnolo di sangue purpureo!

Un caffè infranse il proprio muso a sangue,
imporporato da un grido ferino:
«Il veleno del sangue nei giuochi del Reno!
I tuoni degli obici sul marmo di Roma!»

Dal cielo lacerato contro gli aculei delle baionette
gocciolavano lacrime di stelle come farina in uno staccio,
e la pietà, schiacciata dalle suole, strillava:
«Ah, lasciatemi, lasciatemi, lasciatemi!»

I generali di bronzo sullo zoccolo a faccette
supplicavano: «Sferrateci, e noi andremo!»
Scalpitavano i baci della cavalleria che prendeva commiato,
e i fanti desideravano la vittoria-assassina.

Alla città accatastata giunse mostruosa nel sogno
la voce di basso del cannone sghignazzante,
mentre da occidente cadeva rossa neve
in brandelli succosi di carne umana.

La piazza si gonfiava, una compagnia dopo l’altra,
sulla sua fronte stizzita si gonfiavano le vene.
«Aspettate, noi asciugheremo le sciabole
sulla seta delle cocottes nei viali di Vienna!»

Gli strilloni si sgolavano: «Edizione della sera!
Italia! Germania! Austria!»
E dalla notte, lugubremente listata di nero,
scorreva, scorreva un rigagnolo di sangue purpureo.

(Trad. it. di A. M. Ripellino, in Poesia straniera del Novecento, a cura di A. M. Ripellino, Garzanti, Milano 1961.)

In questo componimento il poeta, piuttosto radicale nelle forme e nello stile, accantona la caratteristica e propriamente avanguardista demolizione del linguaggio tradizionale, in favore di penetranti immagini allusive che si rincorrono numerose, donando ai versi una straordinaria efficacia. Versi inoltre attraversati da una elettrizzante tensione politico-sociale che svela già quello slancio, quell’impeto rivoluzionario a cui Majakovskij aderirà nel 1917.

Leggendo la poesia emerge con evidenza tutta la distanza che separa l’autore russo dai colleghi futuristi italiani. A differenza di questi, che si gettano a capofitto con sconfinato giubilo nella tragedia bellica, Majakovskij si discosta dalla guerra, condannandola in quanto vicenda del tutto contrastante con la solidarietà umana e con i reali bisogni della popolazione. Secondo il poeta russo infatti, il conflitto non è che un “capriccio” di quelle classi agiate legate al passato, che perseguono solamente i loro interessi e non quelli della collettività.

Il componimento è caratterizzato da una pregevole alternanza tra intensa tragicità, sottile e tagliente umorismo ed autentico e sentito dolore. Una miriade di analogie abbaglianti e palpitanti si incalzano in un ritmo eccezionalmente sostenuto, ossessivo, dando vita ad una forza visiva, e fisicamente concreta, che colpisce, quasi stordisce il lettore, trascinandolo con veemenza nel “bel” mezzo del dramma, anche grazie ad immagini cruente («mentre da occidente cadeva rossa neve / in brandelli succosi di carne umana», vv. 19-20).

Lo sguardo inquieto di Majakovskij, che potete ammirare nello splendido scatto posto in copertina, scruta la realtà, osserva le sanguinose vicende storiche che segnano il mondo ed opera una cronaca in versi. Una cronaca poetica originale, notevole e vigorosa, come del resto l’intera produzione del geniale autore russo, animo proletario, rivoluzionario, irrequieto, che la musa Lilja Brik descrisse così: «Se non avesse esasperato tutto non sarebbe stato un poeta. Sentiva e viveva con forza iperbolica: amore, devozione, amicizia. Non si apriva facilmente, ma era calmo e tenero. Era infelice. Solo nei primi anni della rivoluzione visse con furore e lietamente, ma non sapeva accettare il declino, non sapeva rassegnarsi all’idea che la giovinezza è un attimo, e che il futuro è spesso mediocre.»

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

Un commento su “VLADYNYR MAJAKOVSKIJ, IL POETA RUSSO CHE CANTO’ LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE E AVVIO’LA FASE SPERIMENTALE DEL FUTURISMO RUSSO

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: