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LUCIO ZANIBONI POETA SCRITTORE E CRITICO LETTERARIO PREMIO ALLA CULTURA TERZO MILLENNIO-24live–2021

 LUCIO ZANIBONI-

UNO DEI PIU’ GRANDI POETI 

DELL’ULTIMO SECOLO FINO AD OGGI

Visualizza immagine di origineLucio Zaniboni è nato a Modena. Vive a Lecco. Ha insegnato in scuole di vario ordine e grado. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia che hanno avuto, tra gli altri, prefatori Bellezza, Cappi, Esposito, Lanza, Manacorda, Martelli, Martellini, Moretti, Pazzi, Piromalli, Rea, Ruffilli, Sanesi, Sozzi, Spagnuolo, Squarotti, Ulivi, Valli, ecc. Segnalato al Premio Internazionale Montalpe, ha vinto diversi Premi, tra cui due volte il Premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Collabora a giornali e Riviste. Ha curato sette Antologie, comprendenti la maggior parte delle più importanti voci poetiche contemporanee, con l’ultima delle quali “La poesia del Terzo Millennio” sono state presentate due Tesi alla Facoltà di Lettere e Filosofia.

È stato tradotto in francese, inglese, greco, spagnolo, portoghese, cinese e albanese. Inserito nella Storia della Letteratura Italiana-Il Secondo Novecento,1993 e in vari repertori. È tra gli autori di Poeti Latini tradotti da Scrittori Contemporanei (Bompiani,1993) italiani. È inserito in varie antologie.

In scuole di ogni ordine traccia più visibile e vera percorsa dalla poesia di Lucio Zaniboni può essere individuata nella perimetrazione del sublime che consente al poeta  di proseguire  nei confronti della tradizione, non come mimesi del già consunto artificio ritmico, strofico e nematicamente occultato come oggetto di analisi, ma occorre, invece, individuare sotto la dinamica variazione formale, la peculiarità tematica corrispondente ad un modello di società e di vita settentrionale, economicamente connotata e gravitante attorno al triangolo industriale che, con la promozione dei meccanismi produttivi e consumistici, è sfociata in  prospettive di modelli comportamentali e in parametri  nuovi di gusto estetico, influenzati da inedite proposte di poesia, oscillanti tra le connotazioni timbriche lombarde e il caotico pullulare di sperimentazioni linguistiche, spesso arrotolate in un breve arco temporale e trascinate sul binario morto di un angusto tramonto. Lucio Zaniboni, che nella sua lunga attività creativa di poeta si è costantemente saputo mantenere distante tra le due estremità di tanto non sempre qualificante fermento, ma si è sapientemente collocato equidistante dagli opposti estremismi , da una parte con cauta sorveglianza della liricità, dall’altra riuscendo, con inapparenti accostamenti  linguistici, densi di pregnanti potenzialità liriche, a scongiurare  la fluente illusione del canto. Ciò gli ha consentito di alimentare una visione poetica autonoma dagli esibizionismi narcisistici o le talvolta arroganti prevaricazioni  delle mode correntizie, ma, sulle ben salde radici di un intramontabile pentagramma di risonanza classica, ha avanzato a far risuonare limpidamente  i toni  più trasparenti della potenza armoniosa della sua ispirazione, con lo scarto della banalità di una comune gestualità, di detriti turpitudinosi interiori, di torpori ideali e culturali di una società plagiata dalla egoistica cupidigia di beni effimeri e di un egoismo esasperato e crudele, e con il profondo anelito di decifrare le artificiose contraddizioni e le antinomie sovrastrutturali dell’essere, per far rigermogliare i fiori del bene accarezzati con l’immarcescibile splendore policromatico e inebriante di soave profumo. Nell’attraversamento di un circa un secolo, il poeta Zaniboni non ha mai avvertito dentro la sua anima alcun attrito di certezze assolute, né il sotterraneo scricchiolare di arpeggi soavi, senza distrarsi mai da deragliamenti realistici, perché la sua poesia è stata sempre la spina dorsale genetica del suo agire e del suo poetare, invulnerabile alle seduzioni fallaci e sconvolgenti del canto delle Sirene  ammaliatrici, e non necessita di teorie scientifiche o lascive, né di individuare oscuri interstizi della psiche, perché essa è un solido organismo con radici inestirpabili nel suo cuore e nei suoi circuiti intellettivi, interconnessi da una incrollabile certezza di una vita interpretata e vissuta come dono supremo e, pertanto, pone in grado il poeta di colloquiare con le cose e con se stesso, senza rimandi, senza allusioni o mistificazioni, ma stimolando a rivisitare la propria esistenza anche il lettore, che spesso si sottrae a proiettare sullo schermo la propria nudità, per cui l’uomo moderno è riluttante e diventa problematico per il poeta convincerlo, suscitando, perciò, odio e amore, che spingono il poeta, di fronte a tanta miope  resistenza, a mutare forma, per rendere meno renitente il fruitore. Ma l’effetto si svilisce e l’attimo fuggente della fruizione esegetica si vanifica nella voragine del nulla. Ma il quadrante etico del poeta-missionario non subisce deformazioni, e il lettore può abbandonarsi alla lettura, consapevole che non potrà naufragare, perché l’”artiere” possiede la piena consapevolezza della sua missione di “salvezza”, perché a lui sono stati forniti dalla natura materiali da usare oculatamente, facendoli diventare punto d’incontro tra suoni, significati, immagini e comportamenti. Alla fine, Zaniboni,  con un filo di impercettibile ironia e senza invettive, riesce a mantenersi fedele al suo modello originario di poetica, ma senza che il suo poetare diventi monocorde e iterativo, perché la poesia di Zaniboni, che va autorevolmente annoverato tra i fari luminosi della poesia attuale, si adorna frequentemente di fluidità, sia quando osserva aspetti e forme banali del quotidiano, sia quando il suo sguardo si muove a ventaglio sulle cose apparentemente insignificanti, sia quando si sofferma a fotografare e endoscopizzare gli innumerevoli volti della realtà o le indecrittabili e misteriose bellezze dell’universo.

Le sue opere poetiche rivelano un eccezionale equilibrio compositivo e stilistico, inconfondibile anche per l’uso rarefatto della punteggiatura, le variazioni di collocazione delle cesure, di un ben pausato tra verso o frammento di verso e spazio bianco sulla pagina, che non ha solo funzione tipografica, ma condensa dovizia di suggestioni emotive, sociali e civili. Si veda la raccolta “Interno e finestra” (La Vallisa, 1987). Qui la vita diventa poesia e si riveste prevalentemente del monologo interiore, per rappresentare l’interrotto fluire della realtà, che non rasenta mai alcuna forma di pessimismo cosmico, ma risulta pigmentata di innesti lirici, concise immagini simboliche, osservazione dello stupefacente e dell’arcano, senza mai eccedere in sciabordamenti del significante. Al centro del labirinto di lessemi, stilemi, figure retoriche e mormorio verbale, s’innalza e domina il proscenio della poesia la pisside aurea di Dio.  Si intersecano giochi di rime interne, assonanze e allusioni che riconfermano la voce limpida di un poeta, colto e raffinato nel suo intenso tirocinio di ricerca poetica.

In “Crittografia Termale”, il titolo rivela  due contrapposti versanti di significato: Il linguistico e il termale, la delicata grazia della registrazione e il sotterraneo abbandono sentimentale, che allontana il poeta dal rischio del coinvolgimento. Il filo del racconto si distende in parabole, l’imprevedibile emergere della malinconia è sfumato dal velame ironico e  bloccato nel lacerto di un attimo e le assonanze interne ottundono l’ammiccante gorgheggio  sperimentale.

Molto opportuna ci sembra riportare una perspicace osservazione di Roberto Sanesi sulla tecnica elaborativa di Zaniboni: “anche se il risultato secco e ragionato di Zaniboni indica una matrice lombarda, l’avventura descrittiva e lacustre esposta in una antologia e quella più eccentrica e libera testimoniata in alcuni poeti è in direzione concettuale e tormentata. Una malinconia ironica, non facile, costituisce una sorta di viatico verso un’accettazione fra scettica e allegra della morte. Alla ricerca di un’identità più profonda è la poesia del poeta In “quadricromia dell’esilio”. Si assiste ad una saltellante emergenza dal profondo, una intermittenza di viaggio nel buio, la parola affiora con filamenti insanguinati.

Il flusso mentale è perforato da “isole vaganti”, da frammenti di oggetti e di specchi, il filo delle parole lega insieme dettagli marginali in una mappa lacunosa della vita, indicativa della realtà segnata dal dissolvimento delle creature e di tutte le cose. La poesia Di Zaniboni, apparentemente lineare, riserva inserti plurilinguistici nell’improvvisa scansione di rime e nell’improvviso rovesciamento delle funzioni logiche, il gioco dell’ironia sottile e quasi sfuggente ribalta la situazione sotto una sapiente regia, convinta che occorre parlare per invenzione, anzi, per sottrazione, per poter capire il giusto senso di una realtà crudele e feroce: “…si spalanca la grande azzurra/porta ad inghiottir la barca incauta/ e il nauta;  “I am very sorry il cristallo/di neve si è disciolto la perfetta /geometria è svanita oltre il cancello/della vita”. Il passo lento, preciso e certosino, viene ora utilizzato, per antifrasi, a rappresentare  la terribile enigmaticità della vita. L’antifrasticità serve ancora a contrapporre la bellezza luminosa della vita a quella crittografia testuale ossessivamente presente in ogni immagine definitoria,  sempre attenta in Zaniboni. I temi della poesia di Zaniboni tendono sempre a coinvolgere l’uomo e la società, fino alla trascendenza dell’individuo, animata da una ricerca poetica, avviata verso determinanti approdi. La oggettiva calibratura tra orditura sintattica e fluenza del narrato si adegua morbidamente alla mutevolezza delle diverse stazioni del componimento. La linea lirico-medianica sublima gli enigmi del vivere, senza la pretesa di poterli risolvere, ma lasciando in sospeso la perplessità e la riflessione del lettore. La struttura del verso la sua complicata sensibilità contribuisce marcatamente al ritmo interno del discorso, che appare lineare e senza laceranti fratture con il mondo, ma con una sovrapposizione  densa di trasparente ansietà che lega le cose al punto di congiunzione con i sentimenti dell’uomo, dove ogni notazione diventa folgorante immagine di vita. Una continuità che diventa aggancio indispensabile con gli affetti e con le ragioni letterarie del canto, ma discutibilmente con il destino generale dell’uomo.

Il poeta Lucio Zaniboni è un esempio di poeta che, pur puntando alto, non disdegna di colludersi con la cronaca, certo come egli appare che dai fatti minimi altri maggiori ne possono scaturire. Sì che nella mappa ideale che egli disegna, il discorso induce sempre al centro di un paese, dove l’incanto della vita e della poesia si invera con l’impeto più ampio della storia che si fa e disfà sotto i nostri occhi.

E allora avviene che da questo libro nasca, per accumulo inavvertito di materiali tutti significanti, un diverso tipo di approccio con l’incanto del nostro tempo e di tutti i tempi: quella sostanza primigenia che un poeta, quando è davvero tale, deve recuperare per consegnarla alla meditazione e alla ammirata valutazione di una società intera, a un consequenziale modo di intendere non tanto e non solo la poesia quanto tutta, e tutta insieme, la vita.

Nel recentissimo “Il tempo e l’eterno” (Laterza, gennaio 2021), Lucio Zaniboni  utilizza tutte le note più limpide ad alte della sua arte poetica, già tratteggiate, per  continuare ad indagare lucidamente nel guscio delle cose e restituirci il vero senso della nostra esistenza, abbassandosi fino al volo di una mosca o al canto di un canarino, cioè fino alle microoccasioni del vivere che sono parti indispensabili della stessa vita. In ogni sua poesia si può cogliere lo stupore del sentimento di vivere:    “un bocciolo di rosa nel giardino/declina bellezza. Si dilata il respiro /della luna: Al balcone della notte/m’inebrio di Profumo”.

Zaniboni non ammira solo il bello della vita, ne gli può sfuggire l’insidia  del Male (che però relega in parentesi, emarginato e condannato). In questo alto sentimento della vita, c’è anche un acuto, ma sereno sentimento della morte, filologicamente cristiano, sotteso quasi in ogni poesia. Con il progredire della lettura, la dimensione della fine acquista maggiore chiarezza e intensità, fino a diventare un inno di preghiera e un momento di acquisita saggezza:”… Si spegne una vita La mente va/ai prati celesti alle rive fiorite./Una preghiera e siamo pronti al commiato./Requiescat in pace ora la campana tace”. Accanto all’accorato commiato, si leva realisticamente l’immagine di un  accenno sociale, con la stringata chiarezza che è meritevole dei bambini affamati:”…ma le mani dei fanciulli/ che hanno fame/ e chiedono pane/punteranno l’indice/nel giorno del giudizio universale”. 

Ora Zaniboni che ha sempre tenuta contenuta la propria disperazione per lo sterminio nelle camere a gas, nel tempo dei bilanci, pur provando sentimenti di orrore, per i mostri partoriti dalla storia, non può più trattenere la condanna morale dei carnefici, spietati macellai dei fratelli, ma sulle onde del sangue vivo ancora fluente sulle colline e nei vicoli dei palazzi cittadini, trova solo le insostituibili parole di perdono cristiano, ripetendo la stessa frase , pronunciata da cristo morente sul Golgota: “Padre perdona loro che non sanno quel che fanno”.

La poesia lega l’anima all’eterno, la poesia che talvolta è acre ironia, ma adoperata solo come terapia e mai come funambolismo verbale. Il senso della sua vita si misura con il metro della poesia. Zaniboni non cessa mai di interrogarsi, cercando sempre un intimo raccordo con la genuinità dell’espressione poetica, perché il poeta cerca sempre la verità, consapevole, come agostinianamente crede che la verità è dentro di noi e soltanto attraverso il balzo dalla fatuità del quotidiano, l’uomo potrà essere dentro l’essenza celeste del significato.  Ora il poeta, (che già in un precedente volume aveva annotato appunti per un interrogativo) sente il bisogno di esprimere con inequivocabile limpidezza il complesso mondo del suo credo religioso di assoluta moralità e di fideistica alimentazione, sempre con coraggiosa fermezza per fissare le parziali risposte di un infinito interrogarsi.

Il lettore non può non sentirsi coprotagonista del sentimento della vita e della morte, non può non essere frugato all’ansia del mistero della morte e cercare forsennatamente le risposte conclusive del nostro dolorose pellegrinaggio terrestre. Il poeta cristiano ora utilizza un repertorio lessicale biblico a conferma definitiva della sua fede: “tutto passa/nel giro calcolato del mondo/tutto torna a Dio che addita/le radici della vita”. Zaniboni è stato definito un poeta totale, perché è un uomo totale che osserva con gli occhi ingenui di un fanciullo lo spettacolo del mondo e come un vecchio saggio  guarda l’immagine rasserenante della morte allegramente come una festante e cristiana vendemmia: “Si piega l’arco del giorno/aliti salgono dal lago a rinfrescare./Soave starsene all’approdo/assaporando ore di pace prima/del plenilunio mentre la rondine/ stride e poi scompare”.

Fin dal titolo, si evince chiaramente il malinconico indugio sugli altalenanti pulsioni del cuore, come la fiamma tremolante nel soffiare del vento, con il ritmo oscillante del sangue nella cupola del cielo, dove occhieggia l’ultimo palpito di luce, mentre il poeta, senza accennarne il nome, invoca l’Assoluto invisibile, ma in costante ascolto, per rivolgerGli l’ultima supplica: “Ferma il tamburo/ un istante./Lasciami udir la voce/della risacca/e il grido del gabbiano/che volteggia nel cielo”. “ Fugge/.L’anima è sospiro/di ricordi./Di volti ormai scomposti, nel puzzle della mente./quando alla tua vita/ o a quelli di chi ami/ e posta una scadenza,/si ferma il tempo/ e diviene un tarlo./Allora è eterno,/fisso marmo al vento./Atroce è quel momento/ e solo Dio/può venirti incontro”.

IL TEMPO E L’ETERNO

Poesie

NOTA INTRODUTTIVA

Una poesia che “non vuole saziarsi di parole”

Introduzione di Angelo Mundula

Zaniboni è uno di quei (rari) poeti che, ad ogni nuovo libro innesca tutta una serie di immagini e di invenzioni stilistiche, per restituirci il senso sempre più intrepidamente e lucidamente indagato, della vita e della morte, che è poi come dire il senso della nostra esistenza e dei destini ultimi dell’uomo: insomma, un’immagine totale del mondo e della vita. Ma non disdegnando di «abbassarsi», come ben dice un critico come Ferruccio Ulivi, «al senso delle occasioni». E le occasioni di Zaniboni sono talvolta perfino il volo di una mosca o il canto di un canarino o il buon odore del pane all’alba, ossia micro occasioni del vivere, ma che pure, del vivere, fanno parte integrante e, talvolta indispensabile.

In ogni sua poesia si può cogliere limpidamente, come un piccolo oggetto d’oro, qualche frutto almeno di questo suo sentimento del vivere oltre che della sua innata capacità di stupirsi e di bearsi del suo stesso stupore per le piccole cose: «Un bocciolo di rosa nel giardino / declina bellezza. Si dilata il respiro / della luna. Al balcone della notte / m’inebrio di profumo». Zaniboni non pare mai sazio di cogliere rose dalla vita, di sentirne il gusto, il calore, il colore, il profumo.

La sua è una poesia impastata di vita, impregnata di reale e di magico insieme. E il poeta si trova a dominare tutta una materia che gli ribolle nelle mani e che gli affluisce da tutte le parti, riuscendo sempre a distribuirla, per dir così, e a incanalarla in limpidissimi canali, ritagliando soltanto gli elementi che gli servono da supporti alle sue immagini e alle metafore subito totalizzanti.

Una goccia d’acqua o di vino nel calice di Zaniboni, ne fanno il calice della vita. Ma non si pensi, per questo, che Zaniboni non abbia occhi per il bello (e il buono) della vita stessa. Solo che il Male è messo volentieri fra parentesi, emarginato e presto anche rifiutato e condannato. Insieme con questo alto senza della vita, c’è in Zaniboni un senso altrettanto acuto, ma sempre sereno della morte. Questo, anzi, è libro in cui il sentimento della fine, il sentimento anche filologicamente cristiano della fine, è tra i più ricorrenti e quasi sotteso ad ogni poesia.

Il poeta ce ne parla da un approdo di saggezza: «… Si spegne un vita. La mente va / ai prati celestiali alle rive fiorite. / Una preghiera e siamo pronti al commiato. / Requietscat in pace ora la campana tace».

Con qualche accenno di denuncia sociale: «… ma le mani dei fanciulli / che hanno fame / e chiedono pane / punteranno l’indice / nel giorno del giardino universale». O di severa condanna morale per i carnefici delle camere a gas, con parole insostituibili del perdono cristiano: Padre perdona loro perché non sanno quel che fanno. La poesia lega l’attimo all’eterno, vivendo fino in fondo serenamente, talvolta perfino allegramente, la sua «ansia di cielo».

Poesia che lascia spazio, talvolta, all’humor, all’ironia e perfino a calembour, com’è, del resto, nella tradizione di questo poeta, ma mai per mero divertimento, mai per un uro gioco verbale fine a se stesso.  

La “febbre di vita” di Zaniboni «non vuole saziarsi di parole», tanto meno il suo sereno, costante, sentimento della morte.Il senso della vita coincide col senso della poesia.

L’inchiesta vitale e morale, di cui tanto felicemente parla Ulivi, trova poi da sé, ogni volta, le sue metafore più appropriate, le sue immagini più persuasive, le soluzioni stilistiche più convincenti, proprio perché Zaniboni non cessa mai d’interrogarsi, nel doppio versante di res et verba, cercandovi quell’intima rispondenza, quel felice raccordo, che ci restituiscono il senso della necessità e, insieme, della freschezza e genuinità del dire. Basta, talvolta, uno scatto della fantasia o del cuore, per innalzare improvvisamente appena un quadretto di vita quotidiana ad un’altra e alta funzione, uno spicchio di realtà a dimensione emblematica del vivere. Ma ciò accade perché Zaniboni cerca continuamente la verità sapendo agostinianamente ch’essa abita in interiore homine e che mai si allontana da lui; e che, perciò, soltanto dentro è possibile verificare ciò che accade fuori di noi, soltanto con l’altra vista è possibile vedere le cose del mondo, solo con un’altra e ferma concezione della vita è possibile il salto della (apparente) insignificanza e banalità del quotidiano alla pregnanza del significato.

Dietro le parole, limpide e semplici, di questa poesia c’è tutto il mondo complesso e variegato, moralissimo e sempre più “religioso”: non una poesia dichiaratamente religiosa (ma perciò anche, talvolta, meno efficace sul piano della resa poetica), ma una poesia che tenta, ogni volta, con grande coraggio e fermezza, di leggere la realtà totale e di cercare, al fondo, le risposte con una interrogazione senza fine. (Appunti per un interrogativo s’intitolava un altro, indimenticabile libro di Lucio Zaniboni). In questo senso , una poesia coinvolgente quant’altre mai.

Nessuno può leggerla, sentendosene indifferente. Qui la penna intinge nel sangue vivo e il sentimento della vita e della morte, l’ansia dell’eterno, ci riguardano tutti. Del resto: «Tutto passa / nel giro calcolato del mondo / tutto torna a Dio che addita / le radici della vita». (E appena un florilegio lessicale: vite, ramo, radici della vita, il mietitore che raccoglie il grano oltre a più evidenti e perfino dichiarati prestiti biblici confermano la già notata cristianità del sentimento della vita e della morte in questa poesia).

Poesia totale, Zaniboni, ma perché uomo totale, pieno ancora di meraviglia come un fanciullo innocente davanti allo spettacolo del mondo, ma insieme saggio come un vecchio saggio davanti all’immagine, quasi rasserenante, di una morte leggera come una foglia e perfino allegra come una festante (e, ancora, molto cristiana) vendemmia: «Si piega l’arco del giorno / aliti salgono dal lago a rinfrescare./ Soave starsene all’approdo / assaporando ore di pace prima / del plenilunio mentre la rondine / stride e poi scompare».

                                                                       Angelo Mundula

                                                       da:“L’Osservatore Romano

cancellata la notte

con la gomma del sogno

La vita riprende.

Ti specchi,

scoprendo negli occhi

la voglia di fare.

Cantando,

discendi le scale:

sei pronto al dovere.

Il treno dei giorni

aggancia al convoglio

un nuovo vagone

Irrompono sulla pista

i giocolieri del giorno.

Ognuno ricerca l’equilibrio

mascherando il rischio

di non farcela,

se grigio è il giorno

al suo apparire.

Il rito dell’incenso

non dà risposte certe

né dalle viscere

vengono presagi

e neppure dal volo

degli uccelli.

Si conta il presente

in raggi alla beta gamma

senza schermo

né scherno.

Da l’odore delle felci

la notte.

Avvolge con le ombre

confonde le cose

in un buio profondo.

Facile sarebbe

lasciarsi andare

lasciarsi annullare

dall’artificio nero

che nasconde il il viale,

cedere al male…

Tornerà il sole

sul calice del filo

d’erba,

sull’ala del gabbiano,

apostrofo all’infinito

nel sereno.

Tornerà il sole

padre della luce.

Spazzerà quel velo

che a volte seduce,

restituendo la speranza

e la costanza

a credere nel cielo.

Gira la ruota.

Non farti cattivo sangue.

Si arresta un istante

per farti vedere

quanto a volte è triste

il mondo

con la fame

e la febbre di avere

possedere

per avere un’illusione

La ruota ora

riprende il giro

e precipiti un poco,

soltanto un poco

nel vuoto.

Già non esisti più.

Non è una resa

la vita

se in cuore

coltivi il sogno,

se nella resa,

non ti fai spazio

con urtoni

e in ogni cosa

vedi anche lati

buoni.

Non è una resa

se in cielo

per te vibra una stella

e prima della notte

dici un’orazione.

Allora la vita

non è persa.

Girasoli

Nel fulgore del sole.

“E luce fu”

Dio mio, al tuo splendore

Reggeranno gli occhi

E il cuore?

Voce di mare,

canti di sirene

nella conchiglia

dolce e lasciarsi andare

a immagini di vele,

dimenticando le ansie della vita

nel fremere dei cieli.

Un po’ parafrasando,

un po’ celiando

la giornata si chiude

in controluce.

Mi è parso stanco

l’albero,

le braccia al cielo,

assalito dagli insetti

a tradimento;

eppure è questa

la nostra arte

di vivere.

Resistere agli attacchi

del tempo

alla ruggine

che corrode,

al mestiere di amare

e credere,

accettando il volere

divino

senza troppo pretendere.

Se non scrivo

crederò di essere morto

di avere già la lapide

e la croce,

di aver raggiunto la foce

là dove non può

non essere poesia.

Là dove immagino

il mio dopo

come una persona

senza pena.

Inventerò le parole

per rimanere desto,

perché anche la notte

io viva.

Troppo facile

lasciarsi andare alla deriva,

cullandosi nel sogno

con l’ultimo pensiero:

domani.

Inventerò i gesti

per il proscenio di pietra,

quando la luna

sgattaiola sui tetti

a miagolare.

Datemi la ricetta

di questo sogno

ad occhi aperti,

inventatemi le frasi

da affacciare al balcone

della notte.

Altre ore verranno

di silenzio,

altre albe forse

e il canto degli uccelli

nel giardino

potrò riudire.

È ansia questa,

paura di finire

voglia di vivere,

di scrivere.

Accontentarsi

di vivere

ringraziando del dono

all’alba e al tramonto.

Sognare l’azzurra onda

del mare,

gli occhi fissi al sole,

ascoltando le voci

del vento.

Accettare la vita

e viverla vivendo.

L’anima s’imbarca

e salpa

e naviga in questo mare,

rosso dal tramonto.

Sono trascorsi

i giorni dell’estate,

delle ginestre

tessute di sole.

L’anima s’imbarca

salpa

e naviga,

sperando nell’approdo.

Si accende la luce

dei ricordi

e inquadra il volto

di mia madre alla finestra

a vigilare i figli,

sfrenati un poco

Nel lasciarsi andare;

poi di mio padre

che torna dal lavoro

e ha un sorriso complice

sul viso.

Così come il giorno,

viene e va

il ricordo.

Speriamo che Caronte

non voglia

un lasciapassare

e che Cerbero si distragga

al mio arrivo.

Sono tante le ombre

sul mio viso

a rifletter le colpe.

Speriamo

Dio abbia misericordia

e a chi chiede perdono

apra la porta.

Non può non essere

vero,

non è possibile

non avere fede

nel mistero della vita.

Tutti anelano al divino:

il primitivo, l’evoluto,

il bambino.

Tu che hai creduto

avrai in dono

il cielo.

Giorno dopo giorno,

ora per ora,

svolgo il filo

della spola.

Ringrazio all’alba

e al tramonto.

Colgo la rugiada

con respiri d’azzurro.

Pungo le mani ai rovi,

ricordando la croce.

Quando il filo

sarà all’ultimo strappo,

anch’io, Signore

senza livore

porgerò il labbro.

Padre, perdona noi

che abbiamo peccato

e che per le nostre colpe

sei stato caricato

della croce

e crocefisso.

Allora la terra ha tremato

si son spaccate le rocce,

aperte le tombe

e il tuono del cielo

con la voce di Dio

ti ha rivelato.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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