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PREMIO STREGA  2021

IL VINCITORE

EMANUELE  TREVI—DUE VITE—romanzo-Premio Strega 2021

La prosa quasi poetica di Emanuele Trevi in “Due vite” e la sua capacità di raccontare le emozioni gli sono valsi, ieri sera, il 75esimo Premio Strega (edito da Neri Pozza) con un totale di 187 voti. Trevi scrive un racconto emozionante, poetico nella prosa e ricco di riferimenti culturali, in grado di essere letto tutto d’un fiato. Un piccolo gioiello della letteratura contemporanea che ha già fatto innamorare milioni di lettori.“Due vite” racconta l’amicizia di tre persone, o meglio, una persona racconta di due amici prematuramente scomparsi. Trevi, infatti, ci accompagna nel ricordo degli scrittori Rocco Carbone, morto all’improvviso in un incidente assurdo con il suo motorino, e Pia Pera, lentamente divorata dalla SLA. Un libro che racconta di viaggi, avventure e serate tra amici, ma anche di battibecchi e caratteri forti. Soprattutto però, “due vite” racconta la nostalgia e l’assenza. La mancanza di qualcuno nella propria vita e il vuoto che lascia la sua scomparsa. Rocco Carbone emerge come un personaggio ostinato, eternamente insoddisfatto e “per niente facile”, a causa del suo disturbo bipolare. Pia, invece è un “essere incantevole”, descritta con malinconica ammirazione come persona curiosa e maliziosa.

I  FINALISTI

EDITH  BRUCK  Il Pane quotidiano  (Finalista Premio Strega 2021)

Finalista  al Premio Strega 2021, Il pane perduto, l’ultimo libro di Edith Bruck, unisce le numerose testimonianze che l’autrice ungherese ha già reso note nei suoi libri precedenti, sulla sua drammatica esperienza di deportata nei campi di concentramento. Scritto con freddezza, senza fare sconti a nessuno, né alla sua famiglia perseguitata, né ai suoi persecutori, l’autrice ripercorre i fatti vissuti in quel periodo.

“Sembrava l’Esodo dall’Egitto senza un Mosè, senza che apparisse l’Eterno, e invece del Mar Rosso si aprirono con un rumore lacerante i vagoni per bestiame, e la mandria umana veniva spinta dentro con violenza.”

“In quel luogo s’imparava tutto sull’uomo e sul mondo.”

“Un’immagine che è penetrata per sempre nell’anima. […] qualcuno balbettava il proprio nome e l’origine, qualcuno riuscì a dire: Racconta, non ci crederanno, racconta, se sopravvivi, anche per noi.”.

Essere sopravvissuta è stata una nuova difficoltà, illudendosi al pensiero di un mondo che s’inginocchiasse di fronte alle sofferenze patite. Non è stata la Palestina a risollevare lo stato d’animo dell’autrice, ma la scrittura.

“Gli altri non ci capiscono, pensano che la nostra fame, le nostre sofferenze equivalgano alla loro. Non vogliono ascoltarci; è per questo che io parlerò alla carta.”

Quando conosce il marito a Roma, le parole dignità e libertà ritornano ad avere un suono familiare e negli anni successivi l’autrice s’impegnerà nella sua missione, quella di raccontare ai giovani che “un vento inquinato da fascismi, razzismi, nazionalismi e antisemitismi” è sempre dietro l’angolo, perché sono piante velenose impossibili da sradicare.

Il pane perduto, citato nel titolo, non è solo quello preparato dalla madre dell’autrice il giorno in cui la famiglia fu deportata: quel pane, diventato pensiero ricorrente di quelle ore, era il nutrimento quotidiano di una famiglia normale, che non avrebbe più vissuto una vita normale.

DONATELLA  DI  PIETRANTONIO

BORGO SUD  

(Einaudi)


«Con quest’ultimo romanzo, Borgo Sud, Donatella Di Pietrantonio si conferma scrittrice di grande forza e solidità, che sa trovare la parola esatta per dire i sentimenti, grazie a una scrittura scabra ma densissima, che ha un passo tutto suo nel solco di una solida tradizione.
Qui a tema è il legame tenace, ondivago, spesso ambivalente tra sorelle, creature diverse eppure riconducibili alla stessa matrice, quella madre riluttante che in 
Borgo Sud è la ferita originaria per entrambe.
Donatella Di Pietrantonio racconta da sempre le spire dolorose del rapporto madre-figlia, ma in questo romanzo intenso e abilmente tessuto dal punto di vista narrativo, le due sorelle protagoniste sanno trovare l’una nell’altra conforto, pungolo, salvezza. Nella lunga notte in cui si mette in viaggio per ricongiungersi ad Adriana, la sorella indocile, spericolata, la narratrice compie un viaggio coraggioso nella memoria, in un andirivieni naturale, emozionante, seguendo il filo sottile e resistente dei ricordi. Perché allontanarsi, nello spazio e nel tempo, non basta a volte a ricucire gli strappi, a dimenticare certi amori giovanili precipitosi. L’appartenenza, nei romanzi di questa scrittrice, più che una condizione è infatti un movimento, una negoziazione continua con le proprie radici, i propri luoghi, così peculiari e tuttavia così universali, perché letterari. 
Un temporale disturba improvvisamente una giornata di festa, il vento e la grandine disperdono gli ospiti, una macchia di sangue si allarga sulla stoffa bianca del vestito. Le immagini con cui la Di Pietrantonio introduce il lettore nella vita dell’Arminuta, ormai cresciuta e diventata donna, sono cariche di drammaticità sin dalle prime pagine. Dalla conclusione del primo romanzo, ritroviamo la protagonista lontana dalla famiglia d’origine e dall’Abruzzo, più precisamente a Grenoble. L’adolescenza, la carriera universitaria, la relazione con la sorella Adriana e con il fidanzato Piero si trovano già alle sue spalle e restano ignote al lettore. I ricordi però irrompono di colpo nella mente dell’Arminuta, nel momento in cui giunge una terribile notizia che la richiama urgentemente nella sua terra. Capitolo dopo capitolo il lettore ricostruisce il passato di due sorelle che hanno affrontato la vita sole, unite da un’incolmabile solitudine che le ha rese fragili al confronto con il resto del mondo. Per entrambe il rifugio dalla solitudine è stato l’amore, vissuto come totalizzante e per questo destinato a trasformarsi in malattia, dannazione. Adriana e l’Arminuta si avvicinano e si respingono, in una sorellanza che si arricchisce di quella complessità propria della crescita. Attrazione e repulsione, desidero e negazione delle proprie origini. Fino alla fine c’è la volontà di liberarsi dal passato che le ha macchiate in modo indelebile, segnando il loro destino. “Abbiamo litigato a parole aspre, ma anche come bambine, a spinte e strattoni. Adriana sapeva riportarmi indietro, a tutto quello che avevo voluto lasciare.”

“Lei, al contrario, era sempre così viva e pericolosa. Provavo forte il disagio di essere sua sorella.

Borgo Sud è, più de L’Arminuta, un romanzo di luoghi. Ci sono le montagne di Grenoble, in cui la protagonista si rifugia per iniziare una nuova vita, ma soprattutto c’è l’Abruzzo, che torna prorompente a farsi largo nei suoi pensieri con i sapori marcati, gli odori e i suoni della città di Pescara. Linee invisibili solcano la terra, creando confini ideali che la protagonista attraversa dolorosamente. Il paese dei genitori, pur distando solo cinquanta chilometri, sembra appartenere a un altro mondo; Borgo Sud, il quartiere dei pescatori, le appare nascosto dal resto della città di Pescara, ben più accessibile. L’Abruzzo risuona nei dialoghi e nelle espressioni dialettali di Adriana e della famiglia, emerge nei gesti, nei nomi delle pietanze cucinate, nell’odore del mare che evapora in casa.

“Respiravamo un’aria sempre un po’ azzurra, entrava dalla terrazza affacciata sul mare. Il mare evaporava in casa nostra.”

Con la stessa maestria del precedente romanzo, anche in Borgo Sud l’autrice evoca immagini potenti, tratteggiandole rapidamente con un linguaggio essenziale, come scatti fotografici che appaiono d’improvviso nella mente del lettore. Il racconto, specie nella prima parte, procede attraverso l’utilizzo sapiente di salti temporali padroneggiati alla perfezione. Tutto il romanzo è percorso da una tensione emotiva che si dissolve solo alla conclusione: la scrittrice non manca di ricordare al lettore il presagio drammatico che aleggia sulla vita delle protagoniste. La prosa della Di Pietrantonio è un tributo alla sua terra, specie nelle espressioni dialettali di alcuni personaggi – il padre, Adriana, gli abitanti di Borgo Sud – ma anche nel pensiero magico, nei richiami alle superstizioni e alle maledizioni.

“Non eravamo più bambine, i segreti reciproci erano cresciuti con noi.”

GIULIA  CAMINITO

L’ACQUA DEL LAGO NON E’ MAI DOLCE

–romanzo- (finalista allo Strega 2021

Il libro di Giulia Caminito è finalista al Premio Strega 2021 e finalista al Premio Campiello 2021. Un libro duro, mai consolatorio, scritto con coraggio e forte consapevolezza delle diseguaglianze sociali che minano la convivenza, che rovinano i rapporti, che scavano solchi, che accendono micce pronte a esplodere, lasciando un senso di profonda prostrazione. Insomma tutto il materiale narrativo degli anni recenti in cui la scrittrice ha vissuto diventano un romanzo corale che ha per protagoniste assolute due donne, la madre Antonia e la figlia, Gaia, il cui nome compare solo una volta, alla fine del libro. Nell’incipit del romanzo appare Antonia, che si presenta all’Ufficio dove giace una sua richiesta per l’assegnazione di una casa popolare spacciandosi per un avvocato con appuntamento con la funzionaria preposta. Finirà male, ma questo tempestoso inizio ci pone già al centro della storia. Antonia ha una famiglia disastrata: il figlio maggiore, Mariano, avuto a diciassette anni da un uomo ora in prigione, e poi la ragazza, io narrante della storia, i due gemelli Maicol e Roberto, e il loro padre, Massimo, operaio edile precario che, caduto da un’impalcatura e paralizzato, vive stancamente su una sedia a rotelle. Tutto il peso di questa sconcertante famiglia ricade interamente sulle spalle di Antonia: una guerriera, coraggiosa, intraprendente, priva di remore, una leonessa capace di tutto per difendere il suo nucleo. I suoi sono valori forti e semplici: onestà, correttezza, dignità, amor proprio, senso del dovere. Si risparmia, si aggiusta, si studia, si lavora, il sistema educativo che propone ai suoi figli è severo e intransigente. Mariano è un ribelle e pur amando la famiglia verrà allontanato e mandato a vivere a Ostia dalla nonna. Il resto del nucleo, ottenuta finalmente l’assegnazione di un’abitazione, si trasferisce dal tugurio improbabile in cui erano stipati nel quartiere romano di Corso Trieste.La loro estrema miseria e la diversità delle abitudini mal si coniugano con le pretese piccolo borghesi dei condòmini, tanto che la ragazzina che si trattiene in giardino, cercando di catturare i pesci rossi nella fontana, viene rimproverata e sgarbatamente allontanata. Antonia capisce che non sono graditi, e scambia l’appartamento trasferendosi ad Anguillara Sabazia, sul lago di Bracciano. Qui crescono i ragazzi, qui vive la sua adolescenza e prima giovinezza Gaia, qui avviene la sua educazione sentimentale, sociale, culturale, emotiva. Le sue amiche, i suoi insegnanti, i suoi amori, gli incontri, i contrasti, gli sgarbi sono la trama intorno a cui la scrittrice costruisce la sua narrazione, fitta di un’infinità di dettagli, di oggetti, di abiti, di arredi, di cibi, di mobili, di mezzi di trasporto, di luoghi d’incontro, di interni ricchi e poveri, di luoghi desolati, di scorci di natura, di luoghi non luoghi: una campagna mangiata dalle villette a schiera, un lago deserto ma anche affollato di gitanti malvisti dagli abitanti del paese, un bar, una chiesa antica dove si celebrano i matrimoni, una brutta chiesa moderna dove invece avvengono i funerali. Giulia Caminito ci fa confrontare con Gaia, alle prese con sua madre, che la sorveglia in modo ossessivo, mai contenta del suo comportamento. Eppure lei è bravissima a scuola, ossessivamente studiosa, anche se priva di tutto quanto possiedono le sue amiche: non ha abiti nuovi, è magrissima e priva di forme, non ha scarpe alla moda, riesce a procurarsi una scassata bicicletta e un vecchio Motorola senza colori e senza internet, l’unico suo lusso che deve tenere ben celato alla madre. In casa si vive degli oggetti smessi dai più ricchi, si riusa qualunque cosa, non si decora l’albero di Natale, non si avrà il televisore fin quando non ne entrerà in casa un vecchio modello smesso dai datori di lavoro di Antonia, che si sfianca facendo la domestica. Ci sono alcuni episodi, nel lungo racconto, che colpiscono in modo quasi violento; le giostre, nel loro classico squallore, vengono ospitate una volta l’anno in paese. Oltre alle autoscontro e ai “calcinculo” non manca il baraccone del tirassegno. Il giovane Andrea offre a Gaia un po’ di tiri, per gioco. Lei spara mostrando una mira infallibile e una determinazione non comune, tra la sorpresa di tutti, e vincendo un enorme peluche rosa, un orso, che porterà a casa dove rimarrà come l’ oggetto simbolico di una violenta contraddizione. Non è rosa infatti l’infanzia di Gaia, non lo sarà la sua adolescenza, segnata da violenza, delusione, paura, morti precoci, tradimenti, sesso senza amore, amicizie fittizie.

Un’antropologia, quella raccontata da Caminito, mai dolce, come dice il titolo del libro, piena di angoscia, di miseria, di degrado, di abbandoni. Le due “personagge”, madre e figlia, vengono viste, con i loro capelli rossi malamente tagliati in casa, come due strani prototipi di un’umanità sofferente ma coraggiosa, povera ma non rassegnata, pronta a dare battaglia ai ricchi, ai parassiti, ai prepotenti, mettendo in campo ogni strategia, anche fuori della legalità. Una società provinciale, anche se così vicina alla capitale, che viene narrata con un linguaggio talvolta colorito, pieno di elenchi, liste di oggetti, particolari fisici che in pochi tratti sintetizzano una condizione esistenziale, delle marcate differenze, delle sofferenze dovute a particolari apparentemente insignificanti che sono invece così importanti nella fase della crescita: “Iris ha quel vestito giallo che le ho visto addosso la prima volta, ha legato i capelli in una coda alta, come quella di Agata, si muovono insieme verso di me e io non so distinguere più passato e presente, provo il dolore fisico di uno schiaffo, una bionda e una mora, bilanciate e seducenti, hanno sui loro corpi i colori giusti, sanno camminare sui tacchi più alti dei miei e si sono messe lo stesso rossetto color pesca”. Un libro duro, mai consolatorio, scritto con coraggio e forte consapevolezza delle diseguaglianze sociali che minano la convivenza, che rovinano i rapporti, che scavano solchi, che accendono micce pronte a esplodere, lasciando un senso di profonda amarezza. La studentessa di filosofia che sceglie lo studio e non si adatta al lavoretto precario parla di una generazione a cui è stato sottratto il futuro. Tema attuale su cui è importante riflettere e la letteratura in questo caso riesce ad aiutarci.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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