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BARTOLO CATTAFI CERCO’OSTINATAMENTE DIO E LO TROVO’NEI LABIRINTI DEL CUORE IN GINOCCIO SCINTILLANTE DI LUCE METAFISICA:

IL  SEI  LUGLIO  ALLE CINQUE  DEL MATTINO

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BB

Bartolo Cattafi, una delle voci più intense e originali del secondo Novecento, nacque a Barcellona P.G. (ME) nel 1922 da un’agiata famiglia. Rimasto orfano di padre in tenera età, condusse un’adolescenza solitaria e triste nella città natale, dove rimase fino alla laurea in Giurisprudenza, conseguita presso l’Università di Messina. Erano gli anni in cui nella Città dello Stretto, operava il gruppo futurista, raccolto attorno alle prestigiose figure di Guglielmo Jannelli e Nino Pino che, pur con opposte motivazioni ideologiche, si erano incontrati nella necessità di sprovincializzare la poesia per aprirne i ritmi al dinamismo della più progredita civiltà industriale.

La lettura dei componimenti di tali autori, si ripercuote nelle prime esercitazioni del poeta barcellonese, sotto forma di fulminea linearità rappresentativa, senza contaminare i turbamenti creativi “in progress” della sua interiorità.

Nel periodo successivo incisero anche nella sua attività le operazioni sperimentali del Gruppo ’63 che si riunì a Palermo e che, tra gli altri, vide cimentarsi in elaborazioni di poesia nuova, poeti come Antonio Porta, Edoardo Sanguineti, Umberto Eco, Angelo Guglielmi.

Di questa esperienza, Cattafi assimila inconsciamente la costante tendenza all’ardito sguainamento della parola all’interno di nuovi pentagrammi espressivi, su cui impasta il materiale del suo poetare con inusitata cesellatura razionale, condensata in rifrazioni simboliche e, perciò, di difficile interpretazione. L’adesione alla cosiddetta linea lombarda, durante il lungo soggiorno milanese, contribuì a rendere più geometricamente delineate e più scoppiettante di assonanze, anafore e potenza lirica l’utilizzazione concentrata della parola, mediante espedienti tecnici di ascendenza illuministico-razionali, con l’obiettivo di “colpire il cuore” e squarciare ogni schermo occlusivo di ogni rifrangente presa del reale. Già con la lirica Qualcosa di preciso (1961) egli evidenzia di aver compiutamente metabolizzato, a Milano, non solo la lezione della migliore poesia europea americana, ma anche i qualificanti livelli della produzione lirica dei poeti della “Quarta Generazione”, impegnata a rifondare la poesia con un più moderno, concreto teorema di estetica, più vicino al quotidiano. Con i primi versi della lirica citata:

 

«Con un forte profilo

secco bello scottante

qualcosa di preciso

fatto d’acciaio o d’altro

che abbia fredde luci»,

 

dimostra di voler ridurre all’osso la poesia, in modo da poter più nitidamente operare la cattura e l’inventario degli oggetti e delle proteiformi manifestazioni della natura e dell’inconscio, riuscendo a desacralizzare la funzione poetica, con il correlato abbassamento del tono e degli strumenti espressivi.

Nell’immediato dopoguerra, il poeta si trasferisce a Milano, dove si lega presto d’amicizia agli intellettuali di formazione ermetica che solevano riunirsi al City bar, e in fase di orientamento verso forme poetiche più aperte alla concretezza del reale. Tecniche ermetiche e solerte, affilata attenzione ai più esigui sommovimenti della realtà oggettuale, incisi con perforante razionalità, caratterizzano progressivamente la produzione cattafiana che, dopo l’incipiente sensibilità verso il dramma storico della propria terra, si impegnerà quasi ossessivamente a catturare nella ragnatela del verso frammenti dispersi della dimensione metafisica.

La vita di Cattafi è scandita da numerosi viaggi in paesi europei e africani con frequenti ritorni a Milano e in Sicilia, dove si stabilisce definitivamente nel 1967 a Terme Vigliatore. Muore a Milano nel 1979. La sua attività letteraria può dividersi in due tempi che, pur attraverso l’inarginabile proliferazione dei versi, risultano unificati da motivi comuni.

Il primo comprende le raccolte: Nel centro della mano (1951); Partenza da Greenwich (1955); Le mosche del meriggio (1958); L’osso l’anima (1964). Il secondo: L’aria secca del fuoco (1972); La discesa al trono (1975); Marzo e le sue Idi (1977); L’allodola ottobrina (1979). Il terzo Chiromanzia d’inverno (1983); Segni (1986) e la raccolta Occhio e oggetto precisi (1999) che comprende poesie inedite, stralciate dalla raccolta: La discesa al trono, dove il tema della morte sembra clonare ogni componimento.

I luoghi della poesia cattafiana, oltre a quelli geografici memoriali, sono rappresentati dai luoghi della storia, dal repertorio degli oggetti e dal paesaggio siciliano (“La terra dei tre capi”) e particolarmente da quello messinese, dello Stretto tra Scilla e Cariddi, dal triangolo visivo, formato dall’arcipelago delle Eolie al promontorio del Tindari, a Messina, a Marchesana, esplorati dall’osservatorio della casa tra i limoni, in cui il poeta si rifugiò definitivamente, continuando a tormentare le cose con il bisturi di un procedimento lirico sorretto da una perforante razionalità creativa.

Dall’Europa all’Asia, Cattafi ebbe modo di misurare la sua ansia di esplorare i polimorfici aspetti del reale, ma proprio in Sicilia, nei vicoli silenziosi della sua città natale e sull’incantevole costa tirrenica di Marchesana invasa dal profumo delle zagare e dall’accecante scintillio dello specchio azzurro del mare, aveva sentito risuonare dentro di sé il richiamo irresistibile della poesia.

Fin dalla primavera del 1943, mentre la guerra semina dovunque distruzione e morte, Bartolo, rituffato nelle voci e nei calori della sua isola, appare in preda ad una misteriosa ebbrezza e incomincia a scrivere versi, in cui si condensa un suo primo e ingenuo inventario della vita.

Con il tempo, le radiazioni emotive si fanno più intense e il poeta affida sempre più responsabilmente al verso i diagrammi della vicenda quotidiana con emozione e tormento, facendo oscillare la linea di lettura tra isolanità e universalità, tra la conturbante quotidianità del reale e le inquietanti istanze extrasensoriali, da cui scaturisce un dolore biologico, paradigmato sulla struttura lancinante dell’epigramma. È la captazione della progressione lacerante del mondo nel pianeta frazionato della parola, attraverso cui il poeta avvia tentativi di verifica delle sue verità relative con i coefficienti zigrinati della ragione, nel buio di un contesto gnoseologico in perenne divenire.

Sin dalle prime espressioni liriche, al centro della esplorazione poetica affiorano, tra gli altri, come motivi fondamentali, il mistero di Dio, la ricerca delle ragioni del male, il giusto senso della vita, l’incombenza del buio sulla destinazione finale dell’uomo, l’esigenza di approdo ad una irreversibile certezza, avvertiti con lacerante drammaticità (anche se linguisticamente contenuta), il sentimento costantemente dominante della morte, più marcatamente sedimentato in lui dagli orrori della guerra e che il poeta, sin dalle sue prime esercitazioni, fa trasparire, anche se riesce ad anestetizzarlo con lo scintillio, i profumi e l’incanto della sua terra.

A Giacinto Spagnoletti il poeta dichiara:

Cominciai a scrivere versi non so come, ero sempre in preda non so quale ebbrezza, stordito da sensazioni troppo acute, troppo dolci. Tutt’intorno lo schianto delle bombe e le raffiche degli Hussicane, degli Spitfire… Me ne andavo nella colorita campagna, nutrendomi di sapori, aromi, immagini: la morte non era un elemento innaturale in quel quadro; era come un pesco fiorito, un falco sulla gallina, una lucertola che guizza attraverso la viottola.

Il poeta era ritornato da poco in Sicilia (nella primavera del ’43) per trascorrere, in contrada Mollerino di Castroreale Bagni (oggi Terme Vigliatore) un periodo di convalescenza, in seguito ad una drammatica esperienza militare che, nel ’71 e ’72, in una riemersione della memoria, approderà nelle due sezioni di L’aria secca del fuoco, Lo Stretto e A Dicembre Badoglio. Intanto l’urgenza di scrivere produrrà una copiosa produzione che successivamente confluirà nelle prime due raccolte: Nel centro della mano (1951) e Partenza da Greenwich (1955) e poi fuse nel volume mondadoriano Le mosche del meriggio (1958).

Nei versi di questa prima raccolta, si evidenzia la condizione di disadattabilità esistenziale del poeta, che scorge un’umanità precipitata da una primordiale dimensione edenica, in una sorta di smarrimento, anzi di naufragio cosmico, da dove sembra impossibile riemergere verso il “celeste Arcipelago”. La vita appare come uno scenario di «carcasse spolpate» (pag. 15), su cui si agita un’umanità dilapidata nelle strettoie della miseria postbellica: «Noi straccioni barcollando…» (pag. 17), espressione-spia della grave questione meridionale, aggravata dal disastro mondiale, squarciata dal materialismo ossessivo, che ha disintegrato ogni istanza del cuore, della tradizionale fenomenologia interiore e che riaccende nel poeta un’amara visione pessimistica della vita, gli fa avvertire il “terror vacui”, l’inutilità del suo ruolo e l’alienante e superflua funzione della poesia.

Da tali premesse realistico-concettuali deriva una scelta linguistica che vela di sottile ironia la multiformità della dimenticanza, scandita da Cattafi mediante una terminologia disincantata, da cui traspare la parziale adesione (o forse la ripugnanza) per ogni forma di disvelata liturgia del piacere: termini come “bordelli”, “latrine”, “il sangue abbaia nelle stanze”, rivelano la conflittualità sotterranea del poeta che, nella osservazione di contrapposti ed eterodossi comportamenti umani, oscillanti tra ingenua esaltazione e degradante abiezione, non riesce ad armonizzare le dicotomie della coscienza, destinate a fluttuare senza sosta nei gorghi delle razionali immersioni cattafiane dentro la scorza dei sentimenti e delle cose, tramutando l’ansiosa ricerca di armoniche soluzioni e certezza in un disperato “viaggio” nell’aridità e nell’oscurità esistenziale nel tentativo di disvelamento del mistero e di poter penetrare, con il conquistato supporto di un barbaglio di luce divina, nell’inaccessibile regno del buio: «Ignoto è il regno, alba e attesa di un crepuscolo di nubi dove  Dio s’ annida come un colombo gutturale. / Oscuro è il regno…..(Nell’atrio in attesa).

Il tema del viaggio, definito da G. Caproni come un libro di lettura della vita, e da Cattafi spiegato in termini non solo geografici: «Per me viaggiare è stato un modo d’arricchirmi, d’abbracciare più geografia (per me materna), d’abbracciare più umanità (per me fraterna)» come confessa Enzo Fabiani (“Gente”, 22 luglio 1972) vibra delle pulsioni interiori del poeta che, mentre consuma il suo pellegrinaggio terrestre, in realtà concentra una simbolica direzione interpretativa nei labirinti misterici del proprio io:

 

… Nessuno sa che contrabbando compio

col petto tatuato, che tesoro

brucia nella grotta

e che grigia

cartuccia,

 che miccia nelle mani.

Mi scordo della prora,

 domani farò la rotta esatta,

 ora ho l’esempio, il budello,

 la fame diritta e secca dei gabbiani.

 

(Da “Nyhavn”)

 

L’illusorietà del girovagare consolida in lui l’indecifrabilità dei fantasmi che lo inducono a smarrire la rotta, alla pietrificazione di ogni ansia esistenziale e ontologica, al crollo della vertigine del vuoto, dove si annidano i mostri sconosciuti che simboleggiano le forze oscure del male di vivere, dominatrici della vita dell’uomo, imprigionato nelle reti dell’impotenza e dell’agonia, dove il poeta non si arrende nelle pastoie della inerzia sentimentale e razionale, ma sospinto dall’urlo del sangue, continua a ripartire da Greenwich, cioè dalla fase iniziale dell’innocenza, per riprendere il cammino, guidato dalla inestinguibile fiamma delle riemergenti illusioni.

Ma ogni percorso si risolve nella circolarità della parabola, per cui le inviolate speranze sono destinate alla presa di coscienza della propria fragilità. Il regno della luce, che il poeta avrebbe voluto raggiungere, offusca l’anima, condannata per sempre a sfidare l’enigmaticità esistenziale, con le armi ben affilate della ragione che sfodera un linguaggio saettante dentro le cose, da cui schizzano domande senza riposta. L’oscurità che grava «sul /cuore del mondo», non riesce a piegare definitivamente lo sgomento del poeta che, di fronte al dilagare della morte, non riuscirà a spegnere i suoi fuochi accesi sulla riva, per cui Cattafi continuerà a scavare nel cupo cerchio che lo tiene prigioniero e lo impegna in un processo di espoliazione di ogni residuo germoglio dal cuore e lo indurrà ad un ripiegamento-avanzamento progressivo, nel tentativo di sfuggire all’accerchiamento abbagliante, alla inarrestabile disintegrazione dell’io, che la stessa preghiera a Dio non riesce a scongiurare («La sua prua e il suo piede sono su altri / oceani…»).

Tuttavia Cattafi, pur dopo il lungo silenzio che durerà dal ’64 (L’osso, l’anima) fino al ’71, non si arrende alle frammentate acquisizioni, riprende il cammino dell’eplorazione gnoseologica e non cessa di contrapporre al fatuo trionfo della civiltà tecnologico-consumistica la necessità di continuare il setacciamento nel tunnel del mistero, nella complessa molteplicità del reale, e, di fronte ad un omologato senso dell’ordine apparente, non si arrende alla criticità del “non sense”, ma continua ad inseguire soluzioni idonee a placare le istanze più incarnate dell’uomo, di conquistare definitive e non mistificanti certezze.

Così, il viaggio continua nelle opere successive con l’obiettivo di poter sormontare la “grande muraglia”, per riuscire a lenire l’inestinguibile arsura di infinito che l’uomo-Cattafi si rivela inerme a soddisfare; anzi egli sembra annoiarsi nell’attesa di una cattura che sfocia nel niente, avvertendo l’estraneità del vivere all’interno della danza degli oggetti che invano tenta di decifrare, per riportare l’uomo dallo smarrimento metafisico sulla via della verità e della luce:

 

Il messaggio giunse trafelato

 disse che ormai correva

 solo per abitudine

 il rotolo non aveva più sigilli

 anzi non c’era più rotolo, messaggio …

…Tutto apparve concorde con un giro

 centripeto di vortice

 un senso precipite d’abisso”.

 (“La notizia”)

La condizione di sospensione sull’abisso della morte, rappresentata nell’involucro di molteplici configurazioni simbolico-realistiche, scorrerà nel subconscio lirico del poeta e ne sostanzierà forme, voci, suoni, monologo-colloqui, rasoiate linguistiche che trasformano Cattafi in guerriero-eroe in corsa su impraticabili piste metafisiche, dove il rinverginato palpito del cuore possa riconciliare l’uomo, torturato dall’inconoscibile, con le inebrianti armi della vita. Ora passioni umane, creature, oggetti, frammenti naturalistici sembrano congiurare all’interno di un processo di dissociazione tra l’io e la realtà. Privo della chiave di lettura del reale, l’uomo rimane intrappolato e sperduto sui percorsi del suo nomadismo, dove l’io disintegrato avverte una incurabile ferita, è torturato dal conflitto tra le sagome discendenti della morte e gli ascolti ascensionali, come ne L’osso, l’anima (1964), dove si dipanano le contraddittorie vicende tra il satanico e l’ultrafanico, attraverso cui il poeta confessa di aver smarrito «lo spirito e la lettera/della fede» (pag. 111) e l’assurdità della significanza delle creature celesti:

Seccamente dichiaro

su questo tema assurdo:

non amo gli alati.

Aquile, mosche, lepidotteri

fuori dal mio interesse.

Fuori dai piedi.

Senza alzare il tono della voce

ripeto che l’argomento fuoco

falena il basso l’alto

le ali bianche le nere

le squame, le piume, le membrane

gli angeli dall’ali dolorose

gli esorcismi del giorno e della notte

ripeto: argomento

da lasciare alla porta…

 

(“Aquile, mosche, lepidotteri”)

 

Di fronte all’imperversare del male, il poeta rimane sommerso e bloccato in un conato di tensiva speranza; di contro la latitante presenza di Dio, simboleggiato nelle creature alate dentro i circuiti della storia dell’anima, rende tutto più ambiguo e incerto, per cui: «i conti, le misure, il modo che il mondo di girare» (pag. 112) e il codice della morte rendono possibile anche l’ipotesi di autoannientamento, fantasticamente vagheggiata:

Si muore dalla noia.

C’è un modo di aggredire la questione!

col coltello / … /

Sarei stato anch’io

preciso puntiglioso

equilibrato serio

uomo di guerra

per la pace eterna

sul viso o sulla nuca

usandola sui miei

 grandi emisferi.

 

(“Metodologia)

 

L’esperienza drammatica di un amore mercenario è raccontata nella sezione intitolata “Avviso”, che comprende ventinove poesie, scritte tra il ’50 e il ’60, dove l’amore è raffigurato tra finzione e tradimento. La delusione cattafiana che deriva dallo stravolgimento della propria pulizia interiore, contaminata dal rapporto sessuale istintivo, aggravata dal dolore per la perdita della madre (1960), riduce all’osso il cuore spolpato e, come se il poeta si sentisse sulla soglia della morte, dopo aver conosciuto la nausea, il dolore e una sorta di rimorso del peccato, avverte il bisogno di affidare la propria indegnità alla usuale misericordia divina:

Oggi ignorando tutto

di questo giorno

se d’Avvento o Passione,

imparando i colori, le pianete…

m’inginocchio nella tua casa

sotto la tenda che portiamo ovunque

per aprirla, per chiuderla a tua offesa,

aprirla ancora nei boschi

in fuga, su secche, su frangenti,

dal capolinea a un punto della corsa.

 Non frugarmi, non chiedere.

Tu sai il perché d’un labbro

che tremando si sporge più dell’altro.

Accoglimi.

Assieme ai pesci sguazzando all’ingrosso

sull’acqua del Giordano

nella tua conca di marmo

ai due cani

ringhiosi clandestini

che baruffano nell’angolo più buio

della tua navata.

 

(“Oggi”)

 

Gradualmente le immagini cattafiane profluviano a spirali, tendendo a raggrumarsi attorno all’obiettivo molecolare di una certezza concreta, sembrano moltiplicarsi in iterazioni ossessive, per tornare a frazionarsi, vanificarsi e ricomporsi nella finale specularità della metafora, dentro cui il poeta trasferisce il tabulato delle proprie ambiguità, in un ironico gesto di rifiuto dei disvalori della vita e della storia. Ne “L’osso, l’anima” la vocazione di voyageur risulta incrinata da un sentimento di precarietà intellettuale che sottolinea la dimensione del fallimento e della resa dell’uomo nell’incapacità di affrontare e di saper attendere con speranza il futuro.

Nelle opere del primo tempo della produzione del Nostro, affiora anche una singolare passione civile, che diversamente da quella dolorosamente urlata di Quasimodo, si esprime in Cattafi con netta osservazione storica intrisa di pacata ironia. La catabasi agli Inferi della sua terra agevola l’approdo ad un “topos” doloroso della storia e il dramma della sua isola pulsa in un gomitolo di versi, prefiguranti la croce della tortura secolarmente subita.

Allora la Sicilia diventa il luogo privilegiato della concentrazione della passione civile di Cattafi verso la terra-madre, dopo lo sterile periplo gnoseologico nell’universo esistenziale.

Da qui sgorga il distillato canto alla sua Trinacria, di cui il poeta, con raro anche se segretamente sofferto equilibrio, infilzato dalla locazione allegorica («Terra di molti mali») denuncia, in maniera disincantata, l’atavica condizione di asfissia di un popolo, incapace di ribellarsi al dilagare delle dominazioni straniere:

 

Omero ne parla perché Ulisse

l’incontrò sul mare

la terra dei tre capi

ricca, fiera, boscosa

America avanti lettera

favole correvano da un cateto all’altro

dovevano ancora venire

le agavi le arance

i paladini di Angelica

i sonni sull’amaca.

Ora è un triangolo arido

figura piana e montuosa

di marine solitudini

terra di molti mali

di problemi scottanti

non per colpa del sole.

Se vi sbarchi è come

un approdo in Nord Africa

o al Partenone

in un’aria di semicolonia

e si è metà dentro metà fuori

di un chiaro capitolo di storia

 

(“Thrinakrie”).

 

Cattafi ha raffigurato, così, in maniera apparentemente asettico-cronachistica, uno straziato itinerario storico-sociale, listato di simbolica figurazione di agonia, impregnato di spugnosa densità lirica, connotato da eloquenti figure stilistiche che, sulla linea dello scorrimento denotativo, metaforicamente incidono significati di irreversibile sconfitta, tra “climax” ascendenti e discendenti, con anafore che, oltre a scandire la veridicità concettuale, servono ad identificare la cadenzata musicalità lirica del canto che, espoliato di annientatrici spiralizzazioni retoriche, si presta ad alleviare le incancrenite lacerazioni epocali della sua terra.

Altrove è la patinatura oleografica a prevalere con rappresentazioni calcinate dal sole, con lo scintillio delle acque azzurre, riassorbenti paesaggi e rottami esistenziali, vegetali e animali, in cui puoi scoprire i segreti, reali umori dell’anima cattafiana, ora condannata a subire l’incanto terrestre, ora improvvisamente percorsa da uno strale di pungente ironia; allora, dentro il lastricato dolore di un tragico destino collettivo e all’interno delle inguaribili frustrazioni di un’antica epopea di genuflessioni, senti pulsare una rabbiosa pena di vivere, nelle griglie di una prigione, personale e storica, che logora le cinghie di resistenza dell’anima del poeta. Si legga, a proposito, la lirica “Eredi della Grecia”:

Popoli prolifici

eredi in Italia della Grecia

arrancano portando masserizie

picchiano nocche ai freddi profilati

pensano la dura integrazione.

Luogo di provenienza

leggibile nel volto

 nel colore del pelo, nel parlare maco.

Seguirono soltanto transumanze

in montagna sul mare

di pecore e di pesci

di magre stagioni lungo stretti

sentieri tormentosi.

Non ebbero tempo e modo di capire

i tarli del tempo le grandi prostrazioni.

Ricordano che la luce dell’estate,

l’olio, l’aglio, il pane

le ridde iridate degli insetti

hanno forti canzoni,

fanno errori sono

tra Scilla, Cariddi e sempre

lontani dalla Grecia.

Dovranno camminare

conoscere la Grecia.

In questo componimento emerge una congerie globalizzante di motivi che evidenziano nitide, sofferte nozioni di conoscenze storiche che modernamente rimbalzano tra assonanze, consonanze, similitudini, litote, zeugma, elegiacamente orchestrati con originali e ossificati strumenti espressivi, sul pentagramma di una sensibilità angosciata.

Emerge, tra il definitorio ritaglio degli oggetti, un illuminismo linguistico-razionale, tale da far risplendere il magma materico del fluire fattuale nello speculare linguaggio degli oggetti. Si legga “Un 30 agosto:

 

si vide che si metteva tutto bene

eventi macroscopici, nessuno.

Il sole ad un passo da settembre

diede la prima razione alle isole di fronte,

il mare mandò lampi di freschezza,

il caldo soltanto fra tre ore,

un immenso celeste ancora un giorno

per l’uva e gli altri frutti di stagione

i tuoi pochi numeri di paese

l’ossigeno sibilando disse

di non farcela più con il suo cuore.

Di primo mattino la morte di mia madre,

 

dove appare evidente come i destini e i dolori individuali si fondono a destini di dolore storico-cosmico, dinnanzi ad una scintillante indifferenza della natura che, distortamente leopardiana, contribuisce a trasformare la tragedia in una passivamente orchestrata raffigurazione di morte-spettacolo.

Negli anni 1972-’73 incomincia la seconda fase della attività creativa del poeta di cui sono frutto i volumi La discesa al trono e Marzo e le sue Idi editi nel 1975 e ’77, oltre le già analizzate ventuno poesie, confluite postume nel citato volumetto Occhio e oggetto precisi.

In realtà, tali componimenti dovevano far parte della raccolta La discesa al trono, ma furono estrapolati e seppelliti per anni in un cassetto (ad eccezione di un florilegio apparso sulla rivista “Poesia”, Crocetti editore), perché l’ossessiva presenza della morte avrebbe forse impedito al lettore di poter agevolmente seguire lo sviluppo della straziante ricerca cattafiana del trascendente.

Nelle prime due raccolte, infatti, all’inizio appare più accentuato il sentimento dell’angoscia che sembra offuscare ogni possibilità di speranza del poeta, incagliato in una sorta di depressione maniacale che, attraverso una rapinosa immersione nella caoticità del magma sentimentale privato, riesce ad estendere anche la sua riflessione sulla vicenda universale dell’uomo. Così, da una condizione apparentemente statica, Cattafi compie “viaggi internati” oltre il tenebroso sipario dell’esistere, rievocando stagioni trascorse, con profonde discese nella zona più aggrovigliata dell’essere, sotto l’urgere della necessità di una chiarificazione spirituale, per «snidare i mostri che dormono nei meandri sotterranei dell’io per poter stimolare spinte ascensionali verso gli imperscrutabili territori del trascendente». Il dinamismo interiore riscopre, in maniera più eloquente, il mistero di Dio che «fa vivere e fa morire / scendere agli inferi e risalire». Riappare, in diverse liriche, il binomio “tenebra-azzurro”, “peccato grazia”, “buio-luce”, in contrapposizione-integrazione emblematica della vita, intesa come eterna lotta tra bene e male, tra luce e buio. L’antinomia si chiarifica con la prefigurazione dell’avvento di Cristo, che ipotizzerà, in tempi imperscrutabili, l’inveramento del regno di Dio. Si legga la poesia “Per il frutto”:

Non c’è scalata

 per il frutto dell’al di là

 sul ramo arcuato

sul fusto spalmato di sapone

c’è il salto il volo

se vuoi sentirti scendere

nel tubo giusto

 l’armonioso bolo.

 

Al “bolo” (la grazia),

 

gli uomini devono essere chiamati da Dio e tale luce intravede solo il poeta, che ne è escluso. Ora il Cristo, che Cattafi intravede, è una creatura umanissima, priva di peccato e trattato, invece, da peccatore a vantaggio della salvezza eterna dell’uomo. Nella rassegna delle diverse divinità, dove il Verbo è scritto, sulla pagina cattafiana, con la iniziale maiuscola, quasi che nel poeta si avverta la disponibilità ad accoglierlo:

È un dolce commercio

darti questo o quello

di me

mani piedi testa

ciò che più bolle

in pentola con visceri del mondo

solo un eden ebbi

fu talvolta l’intreccio

delle mie brame belanti

con le tue trame

 

(“È un dolce commercio”).

 

La discrezione cattafiana esibisce con estrema moderazione il sentimento religioso, anche se frequentemente traspare nei suoi versi l’esigenza dell’unità del reale: «Vorrei mettere in ordine / e a piombo / questa materia grezza…». Ma l’instabilità interiore di Cattafi, le infinite convulsioni razionali e le spinte sentimentali per riuscire a penetrare nella nuda verità dell’oggetto-mistero e del paesaggio-vita risultano prive di approdo a certezze tangibili e inficiano la pienezza della comunione con Cristo, anche se la lirica “Oltre”, pubblicata postuma in Segni, richiama il principio e la fine della storia umana:

 

«L’alfa e la beta per cominciare

e va oltre

 troppo oltre l’omega

 l’anima inquieta»

 

(da: L’allodola ottobrina).

Il poeta riesce, così, ad estrapolare dalle latitudini aeree degli oggetti le rifrazioni di una funzionalità reale e potenziale, in cui negativo e positivo si fondono nella ricognizione degli assiomi e dei dubbi, ad esprimere quanto l’io di sé non riesce più a dire per delusione o agonia. Sullo sfondo di configurazioni atomistiche del reale, Cattafi accampa una pluralistica presenza dell’io che ricarica di tensione autobiografica i drammatici itinerari dell’immaginazione dentro la vibrante teatralità delle cose, in un riemergente anelito di approdo ad un frammento di certezza assoluta. Ne-L’aria secca del fuoco e ne La discesa al trono, Cattafi è impegnato ad identificare, nel magma della frammentazione apocalittica degli oggetti, un codice vitale di conoscenza che giustifichi gli aridi confini della materia con “qualcosa di preciso” per poter sottrarre l’uomo dal diluvio neutralizzante degli “organismi” e restituirgli il senso ultrafanico delle sollecitazioni arcane. In Marzo e le sue Idi la rete oggettuale si tramuta in elemento simbolo di un’anima che, inabissatasi disperatamente nel labirinto molecolare della materia, riesce a liberarla dai contorni spurii, recuperandone le trasparenze possibili, nell’ansia di raccordare armonicamente il banale esistenziale e l’eterno.

La raccolta è disseminata di molteplici motivi che la stringata tecnica espressiva cattafiana riduce a percettibili frammenti: riferimenti a viaggi allegorici e reali, ricorso a razionali invettive, frequente apostrofe del divino, tentativo di cattura della fisicità come esigenza di approccio alla dimensione metafisica, ma soprattutto la presa di coscienza del male che è dentro l’uomo, la visionarietà deformata degli oggetti e la loro introspettiva intangibilità che si contrappone ad una esauriente delineazione gnoseologica traspaiono dalle ricognizioni creative cattafiane, ostacolano l’epifanizzazione di un Dio equilibratore delle coordinate del vivere del poeta e dell’uomo, un Dio razionale, chiarificatore e convincente della benefica assolutezza dell’esistere:

Se tenti di andare al di là degli ulivi

Atena ti scagli una pera in faccia

Con l’intera selva, con l’ultimo suo sonno

Per farti capir

Che in quella pagina bianca

Non c’è traccia dei leoni

Non c’è altra belva, altrove

All’infuori di te

(Al di là degli ulivi)

 

 

 

Con L’allodola ottobrina il poeta traduce in pulviscolo di immagini, ritagliate con i conati della ragione, la dilaniata metafora del regesto quotidiano secondo i ritmi febbrili di un gioco surreale di aggregazione-scomposizione, di folgorazioni violente e di biologie minime, tese a scandire inedite parabole di ricerca, in un’ostinata operazione di lettura “cattafiana” della realtà e del mistero.

Nelle poesie di queste raccolte, prevale il concetto di poesia come strumento di proiezione nell’eterno e come occasione di stimolo verso la palingenesi, per cui tra il profluvio di invenzioni mitico-classicheggianti il mestiere del poeta si risolve in impegno elaborativo, teso ad innestare sul livello tematico, quello fonetico-metrico-simbolico, al fine di poter adeguatamente estrapolare segmenti di credibilità dalla matassa aggrovigliata del mistero, simbolicamente incarnata nella magico-mitica atmosfera dello Stretto di Messina, scenario incantevole dove trionfa l’inesplicabile fenomeno della Fata Morgana, sopravvissuto simbolo mitico-surreale di un cammino storico comune alle comunità e alle terre delle due sponde, oggi separate da cataclismi, da vicende e destini divaricati da irrazionali impulsi della natura e dalla pirateria degli egoismi:

«In origine era unica la porta

Calcidese

fu poi divisa in due

metà e metà dirimpettaie

su due sponde diverse

lievitarono in due distinti modi

alla distanza di tremilacinquecento

metri d’acqua di fiume

torrente rigagnolo salato

 

(“Nottole e vasi”)

 

(…) / li accomuna e li angoscia

l’ascia di Damocle di un terremoto, d’un pirata

un drappo nel cielo.

Brevemente talvolta nelle calme

nelle calde giornate

la Fata Morgana ravvicina

con una lente illusoria sospesa

a una favola dell’atmosfera

Reggio a Messina

(“Nottole e vasi”).

E Messina, che poco conserva

del suo glorioso passato,

è diventata la “povera Messina”:

Fu quel suo male un tempo sconosciuto

umidità alle basi, alle radici,

la terra e il mare sommersi

oscillanti, incredibili nemici

e la guerra

e chi successe alla guerra

 e chi successe e non fu succeduto»

 

(“Messina”).

 

La conclusione di tale lirica ricalca, in maniera più evidente, la visione pessimistica cattafiana della storia della sua isola, che il poeta accetta con desolata rassegnazione, perché ben sa che i versi non possono ribaltare i clandestini decreti provvidenziali che hanno fatalisticamente predeterminato la sconfitta degli esclusi dai cicli vitalistici del progresso, relegandoli, sia singolarmente che come comunità, nel ghetto della non-speranza. In tale ottica, Cattafi eredita le verghiane, vittoriniane e lampedusiane conclusioni, in particolare, che il conseguimento dell’unità nazionale non solo non è riuscito ad attenuare l’aggravio delle secolari iniquità e sopraffazioni, ma ne ha ulteriormente aggravato la condizione di solitudine individuale e sociale, che il poeta vorrebbe lenire con il visionario ripescaggio di una formula, anche se precaria, di pace, individuata in qualche «piega del cuore»:

… E lasciando perdere Mameli

Il nostro inno lo suona il marranzano

Isolana anima per ossa

Da un inutile fiato di dolore

 

(“Mare Grosso”)

 

… l’anima non puoi mica mandarla sulla forca

… ti arrangi, ficcato tra le spine

se la tieni addosso te la piangi.

 

(“La costrizione”)

 

Attraverso l’introduzione di un ideale interlocutore, l’alter-ego che percorre l’ossessiva simbologia del “terror vacui”, ora si esprime con acre ironia il furore morale del poeta verso la violenza e gli inganni, le usurpazioni e i tradimenti della vita, che hanno spinto Cattafi ad isolarsi nell’oasi incontaminata di Terme Vigliatore e ad identificare nel canto desolato, la sua vicenda di uomo e la funzione di intellettuale.

Sulle rovine di un’interiorità devastata da una pensosità accorata e pungente, prende quota la necessità dell’approdo ad una superiore verità-rivelazione nella quale alla fine riconoscere il giusto della vita e annullarsi. Ora i frammenti degli oggetti si illuminano di valenze impalpabili e la “vis poetica” cattafiana, nel repertorio delle “allusioni-simbolo” sprigionate dall’interno delle cose, recupera i riverberi della dimensione metafisica, riempiendo il disamore e il vuoto esistenziale con il “repechage intellettuale” dei valori positivi dell’esistere:

È qui che Dio mi assiste

lungo la parte più assurda della curva

saldamente incollato

su questa traiettoria

ad occhi chiusi io vinco

la vertigine il vuoto e la mia storia

 (“È qui che Dio”).

In questo quadro, il rapporto con la sua Sicilia rappresenta la necessità biologica del rientro nell’antica vagina, un richiamo necessario alle radici remote della sua storia di mortificazione e di secolare schiavitù, per cui il poeta proietta, con maggiore determinazione, in un circuito di più storicizzata sofferenza, gli “afflati” agostiniani della propria anima per l’acquisizione di un equilibrio più alto e profondo.

In Chiromanzia d’inverno, Cattafi risale alla tensiva virtualità dilemmatica delle alternative, dissemina i segni tersi di un disperante conflitto interiore, teso ad indirizzare le situazioni e le voci della quotidianità alla riscoperta dei richiami ultraterreni dell’“omega dell’anima”.

Perciò il riemergente anelito al divino ricarica di ostinazione il bisogno di capire il messaggio segreto dell’apparente “fuga” di Dio dall’insensatezza del contingente e dalla caducità dell’immanente. Allora l’essere messinese di Cattafi, affiorato nell’effrazione lirica di occasioni storico-geografiche isolane e mediterranee, si dilata verso orizzonti planetari, in cui la vera misura della poesia, non solo persiste in luoghi e nella storia di una terra e di un popolo, ma coinvolge anche la creatura umana in uno spessore cosmico-escatologico, dove il mare, esponente privilegiato dell’esopismo cattafiano, con la sua foresta di simboli, assurge a spazio edenico, oasi di smembramento e di libertà, riesumazione di identicità dal negativo della realtà contemporanea.

L’ironia del poeta acre e sapienziale, volta a catturare le impercettibili variazioni dell’io razionale, dinnanzi alle macroscopiche o anacronistiche degenerazioni della vita e della storia, oltre a caricarsi di segnali demistificatori e corrosivi delle degradanti anomalie creaturali e naturali, è sostanziata da una spasmodica tensione ultrafanica, volta a decrittare gli aspetti inautentici e futili della stessa esistenza individuati nel “diverso fisico” della scenografia materico-naturalistica.

La discesa all’interno degli oggetti diventa catabasi dentro la galassia metafisica dell’anima, denudata nell’aristocratico distacco della produzione e nel delirante ribollire esistenziale dell’esilio biologico e dell’inganno estetico-sensoriale.

Per cui, la decodificazione cattafiana della realtà sincronica e diacronica degli eventi umani e oggettuali, che scandiscono la storia privata e universale della fantasia creatrice e della febbrile aggressività intellettuale, si rivolge in una saettante effervescenza di una umoristica e dolente perforazione logica attraverso un rigoroso, labirintico baudeleriano viaggio “au fond de l’inconnu”, in un’etica urgenza di verifica della storia morale e civile dell’uomo nelle bolge della sua prometeica interiorità e nelle insopprimibili istanze di proiezione verso l’assoluto.

La parabola della visione esistenziale cattafiana tende ad incupirsi nella raccolta Il buio, in cui affiora una condizione di totale offuscamento della conoscenza, scaturita da un’inguaribile lacerazione ideale, da un irrefrenabile male di vivere, da una inarginabile piaga metafisica che coincide con una sorta di montaliano negativismo esistenziale, dove il dramma dell’uomo diventa angoscia e lo specchio della vita rivela l’identità dell’uomo come creatura destinata alla morte, o alla tentazione di fuga verso il regno del buio. Si apre nelle intercapedini del reale, epifanicamente dinamico, uno squarcio sintagmatico di inconscia frantumazione, dove la luce si tramuta in rifrazioni di esseri denudati, destinati al dissolvimento imprevedibile, per cui il buio si rivela simbolo di enigmatico annullamento e gli oggetti si prefigurano come messaggeri di partenza definitiva:

… piccole

morte prematura

che nell’ombra mandano le mani

alla luce che vengono a fare

 terribili capriole

fingendosi vivi.

 

(“In agosto l’olivo”)

 

Il sentimento del buio induce anche all’approdo verso certezze religiose.In “Segni”, apparso postumo nel 1986 composto tra il 1972 e il ’73 (cioè contemporaneamente a La discesa al trono e a Marzo e le sue Idi e rielaborato fino al 1979), è possibile individuare, attraverso le plurime ricreazioni dei testi, una tendenza alla scansione gnomica con un’intonazione apodittica, mediante la quale la visione più realistica del destino umano, si concentra nell’accentuazione dicotomica dell’interazione tra materialità e trascendenza, tra contingentismo temporale ed espansione extraspaziale, dove si affollano le oscillazioni afflittive della spiritualità del poeta, solcata dall’urgenza del disvelamento di assiomi, con cui poter conciliare le storture della vita e il mistero del dolore, il gocciolare delle visioni di morte con la febbrile arsura dell’aspirazione ultrafanica.

L’operazione creativa, piegata a specularità iconica degli oggetti, si risolve in sventagliante profluviare di aspetti del reale, dilatati al limite della visionaria prefigurazione o nella analogica determinazione figurale, diafanizzata fino alla dissolvenza metaforica, in cui «le macerie della realtà risultano permeate dall’anelito cattafiano a cogliervi la coesistenza della totalità dei significati con l’esigenza dei segni di proiezione verso l’infinito, oltre i circuiti, cioè, di ogni cronologica fisicità». In tale contrasto,

i grafemi, intesi inizialmente come parole ancora

«non sciorinate

non ordinate (…)

ti premono l’aria i polmoni “

la luce dalle ciglia

 

(..Parole…)

 

si tramutano in transitorietà gnoseologica e in soffocamento esistenziale, pronte, però, a traslocare ontologicamente dall’universo dell’inafferrabile, alla pregnante essenzialità del reale.

Tuttavia alla radice di tale ambiguità permane l’impotenza del poeta di ricondurre, pur attraverso il sistema della folgorazione onirica, il frazionamento oggettuale all’unità circolare dei segmenti, rivelando l’astrattezza, anzi l’inappartenenza segnica all’identità dei frammenti delle forme, dietro cui si cela l’angoscia di Cattafi, smarrito dinnanzi alla scoperta della propria inadeguata lettura del senso delle cose e alla propria deformante interpretazione dell’ipogeicità esistenziale, per cui, con la presa di coscienza dell’inestricabile enigmaticità del vero, il poeta tende a ricancellare i segni che si rivelano «incerti deambulanti nella pagina / incespicanti zampe di gallina», per inzuppare la parola nella dimensione della personale indifferenza, se non di rassegnata resa dinnanzi al disastro ricognitivo, nelle spiralizzanti deformazioni della sfuggente verità esistenziale e

«quando

chino sulla mia vita scrivo

l’atto di presenza

…l’assenza certifico

attesto la finzione»

(“ su bianco”).

 

Il fuorviante geometricismo segnico-espressivo, con cui Cattafi ritaglia, sia la discesa negli abissi razionali, che l’affilato o ironico approccio agli automatismi figurali o alle eruzioni emotive, e che impedisce una nitida percezione degli schizzi impressi sulla cartografia delle ambiguità, offuscanti la visione dei reali lineamenti delle cose, imprime al tragitto orizzontale della metafora una spinta ascensionale verso la trascendenza e l’assoluto, delineando oltre la perimetricità terrestre «spicchi di mondo esterno», idealmente identificabili con la ricerca montaliana del “varco” verso un paesaggio metafisico, in cui possano ricomporsi “gli oltraggi” di una vita frantumata in saldi e non facilmente deteriorabili equilibri di strutture verbali e ideali, idonei a cancellare le dissonanze del reale e l’incombenza della catastrofe mentale e sentimentale.

Allora, al di là dei presagi funesti, il poeta, attraverso i paradigmi della trasfigurante visionarietà, riesce a cogliere stabili scaglie di luce e, senza rinunciare alla lotta contro la tragedia del vivere, alla poesia affida le residue sinergie, investendola della responsabilità di opporsi alle irreversibili devastazioni operate dalla morte, al fine di riuscire ad evocare la luce dalle tenebre e il conforto della fede, dopo aver individuato che

“ è Lei …«…

 nunzia foglia farfalla

con l’ala appuntita

che stride e scrive sulla lastra

parole impalpabili

perdute sull’altro

lato della vita”

 

( È lei ).

 

In Segni si avverte, pertanto, un tormento religioso che preme l’anima inquieta a spingersi oltre l’omega, ad evadere, cioè, dalla monade del tempo e dello spazio e dalla prigione della materialità per approdare ad una verità, ad un regno definitivo, dove si possa sopravvivere all’incombente disfacimento materico razionale; rintracciabile anche

 

 “….in un margine dimenticato

 …. ai confini del nulla

 del segno mai tracciato”

 

(“In fondo”).

 

Come si può notare, la ricerca di Dio risulta non facilmente agevole, quasi sempre intricata e mai nitidamente declinata o enfatizzata, a testimoniare ulteriormente la precarietà della certezza percettiva, l’impossibilità della cattura definitiva dell’indefinibilità dell’infinito, per cui l’accostamento alla divinità si può ipotizzare in richiami diretti e indiretti, ora con l’eloquente definizione di Dio, ora nella mediazione nominale del verbo. Nel secondo caso, l’allusione al Cristo incarnato attesta una maggiore vicinanza di Dio all’uomo, identificativa della persona del padre e perciò dell’amore di Dio verso le sue creature. Si può notare, a proposito, anche la concezione contrapposta tra la raffigurazione del Dio distante e quasi sottesamente irraggiungibile, visibile ne-L’allodola ottobrina, dove «Le pergole di Dio» risultano paragonabili con i metaforici «alti / inimmaginabili motivi» e quella trasparente nel citato volume postumo, dove il verbo, cioè Gesù Cristo, è visto da Cattafi «scritto su basse pergole» (“Le pergole”). Tale verticalizzazione rappresentativa dalle vette dell’inattingibilità alla tangibilità della decifrabilità, sancita dall’intermittente accorciamento della distanza tra creatore e creatura, attraverso un processo discensionale di interiorizzazione e di percettività, dimostra che l’itinerario cattafiano verso l’attingibilità della fede, non è frutto di supina accettazione o di epidermiche sollecitazioni esterne, ma l’esito, riconfermato anche in questi versi, di un razionale tormento e di una disperata ricerca dentro i labirinti del buio terrestre, la risposta a laceranti interrogativi sulla mistericità dell’essere e del fatale dissolvimento biologico, in cui l’ancoraggio metafisico pare avvertito con lucida perforazione intellettiva, senza particolare illuminazione delle strutture fideistiche, ma come approdo all’iperuranio, dopo un angosciante tragitto dell’anima che si conclude, non con la conquista della tradizionale beatitudine catechistica, ma con una sorta di ipnotico ricongiungimento del frammento materico-esistenziale all’insondabile vagina della spiritualità eterna.

La recente raccolta Occhio e oggetto precisi contiene ventitrè poesie composte nel 1972-’73 che dovevano apparire in La discesa al trono e che il poeta, invece, accantonò in un cassetto con la semplice giustificazione di non voler eccessivamente “appesantire” il volume, contenente già 388 liriche, e pubblicate postume. A noi sembra che le ragioni di tale esclusione vadano ricercate altrove. Infatti, queste poesie sono ossessivamente, anche se spesso in maniera velata o simbolica, attraversate dall’ombra della morte. Ciò ci induce ad ipotizzare che Cattafi, per poter continuare a terapizzare con i versi il suo male di vivere, aveva bisogno di far tacere l’urlo di morte, che segretamente lo aveva ferito e che era scaturito dalla razionale constatazione della dilagante irrazionalità della vita e della storia dell’anima, seppellendo in un cassetto un lacerante documento di provocazione anche se tali elaborati erano parzialmente conosciuti in un ristretto ambito amicale.

La visibile assenza dell’uomo, che clandestinamente si aggira all’interno dell’orizzonte degli oggetti con l’obiettivo di potersi aggrappare ad un solido appiglio delle cose, si evidenzia nella stessa inquietudine con cui Cattafi cataloga gli oggetti, simbolicamente oscuri nel loro reale significato all’interno della scorza dei segni.

Negli interstizi del reale che scorre, visibile e invisibile, si annida fremente l’ansia di libertà, di evasione, di volo oltre l’orizzonte materico. Ma nel suo tentativo di fuga, il poeta rimane prigioniero nel labirinto del vuoto, bloccato al momento del varco. Le illusorie parvenze lo impigliano nel recitativo segnico, con cui tenta di invitare l’interlocutore a sgretolare con un gesto l’impossibilità atmosferica nella fissità degli oggetti, galleggianti in uno scenario di luce. Perciò, la tendenza al gesto violatorio diventa effimero nel dominio della riemergente disperazione e più netto si staglia, in contrasto tra oscillante realtà esterna e l’essere grottescamente condannato ad essere sopraffatto dalla mobile circolarità effettiva delle cose, dentro l’efficace strumento della ragione o del sentimento, vanamente protesi a rintracciare la luce dentro l’involucro ossificato della storia degli oggetti, reconditamente palpitanti nel grumo del cuore, che sembra visualizzarsi per un attimo nel contorno straziante di epifanie assurde ed inalterabili come un lampo.

La vita, in questa raccolta, traspare con maggiore nitidezza nel reticolo dei suoi misteri, con il suo nulla, con la sua anima nuda, alla ricerca di un frammento di concretezza che l’occhio possa strappare alla sagoma dell’ignoto.

Sfila sulla pagina una tastiera di suoni, di cenere, di spicchi d’ombra, di briciole esistenziali, in cerca di un saldo ancoraggio che possa ribaltare per un attimo, nel buio sterminato dell’esistere, l’assurdità e l’inutilità del vivere. Ecco affiorare le parvenze dei morti, scandire l’inganno degli eroi, far riecheggiare le menzognere ombre della notte con un brandello tangibile di chiarore e di voce e poi svanire oltre le cose, lasciando in scena il canto che sgomitola orditi e si inoltra con il segno dell’iperbole, tipicamente cattafiana, in una massa di inganni, di masse anonime di bagliori riemersi dall’oscurità della storia ad esplorare un’energia vitale su cui si mantiene ancora l’esistenza. Il misurarsi con la forza degli eroi consente al poeta di riscoprire la memoria di meraviglie perdute. Drammatica diventa, però, l’avventura della ragione, la quale non trova geometrie, ma schegge laceranti di visioni e di parole, deliri sillabati nel deserto della solitudine, dove la vita perde anche i ricordi più incisi e la deformazione illusoria spinge il poeta verso un crepuscolare idoleggiamento dell’infanzia, dove riemergono «bambini in girotondo», con palloni gonfiati che tuttavia riportano nel loro spessore alla «putritudine del mondo».

Questi versi si evidenziano come determinante produzione lirica, attraverso cui il poeta barcellonese, dopo aver sperimentato un barbaglio di colloquio dal sottosuolo della vita con le anime vive delle apparenze effimere delle più nobili anime dei vivi, riscopre in maniera più drammatica, dato lo sforzo teso, la sconfitta dell’uomo inerme di fronte alla certezza della morte che ci immobilizza per sempre. Non ci sono più schemi tematici, cocci di cose, riflessi di volti luminosi che possano far illudere l’uomo a scongiurare il crollo, il disastro totale da cui nessuna siepe leopardiana, né alcuna fede certa, possa salvarci dal mostro del tempo che ci ha condannato alla disgregazione, senza alcuna possibilità di evasione dalla cella del vivere quotidianamente la beffa della fine. Ora Cattafi rivela chiaramente il fallimento o meglio gli atroci inganni dell’esistere e, con l’acutezza precisa della luce intellettuale, surrogata da una vasta gamma di risonanze oggettuali (i correlativi oggettivi cattafiani) fa sfilare dinnanzi ai nostri occhi una travolgente angoscia, in cui nonostante si avverta quasi morbosamente il bisogno di metafisiche certezze, si ritrova solo nelle griglie della tempesta dell’essere, a ritagliare indefessamente lacerti di fiamme che lo condannano alla cecità di fronte all’infinito.

Dal punto di vista dell’elaborazione e della resa, accanto al tradizionale codice espressivo, connotato dal “flash” folgorante sulle rocce, inchiodate alla linea denotativa, su cui esplodeva il significato simbolico con la conscia e radente rasoiata, nella nuova recente raccolta si schiudono anche spazi realistici ed esistenziali, più dilatati nel cerchio figurativo, che offrono al lettore quadretti e un armamentario episodico-oggettuale di meno oscura visibilità, un linguaggio non più assorbito totalmente nella parola-spazio.

Prevale invece un’articolazione figurale e linguistica trasfigurata nel racconto lirico di un evento, armonicamente e razionalmente strutturato, che offre al lettore una collezione di immaginarie vicende, di gesti e di memorie, in maniera da incapsulare nel micro-evento, una scheggia segreta della storia del poeta, a lungo laccata da una dilagante luminosità, una tavolozza di colori, di viaggi e d’avventure della mente, che ora si può interpretare coma la lunga “mascherata” lirica, ora evidenziata con inettitudine, rancore, sentimento di sconfitta della razionalità e di ogni tentativo poetico-gnoseologico, con un linguaggio cooptante nella simbologia dell’oggetto, racchiuso nella fosforescenza esterna.

Intanto, “l’altro” Cattafi, rapito da una cieca furia creativa, sembra dimenticarsi persino di esistere.

Le ventuno poesie della nuova raccolta, gelosamente custodite nel portafoglio delcuore, ora ci risucchiano nel centro del mistero che fin dalla nascita, ad uno stillicizzante quotidiano morire.

+Pure nell’esiguità del numero delle composizioni, Cattafi utilizza lo stesso repertorio tecnico-linguistico-stilistico-retorico-metrico-simbolico delle altre raccolte, ora aerate da una necessità di auto-confessione cosmologico-esistenziale di un accentuato e martellante sentimento della morte che assedia l’essere, prigioniero del relativismo oggettuale, disperatamente proteso invano ad esorcizzare la disintegrazione d’ogni simulacro d’identità, mediante la fragile seta della poesia.

L’ultimo censorio approdo dell’estrema condizione del poeta nella foce del post-decadentismo, o per meglio dire, nell’ambito più estremo del Decadentismo, di un poeta, come Cattafi, dal punto di vista della sicura gnoseologicità si è innalzato ai vertici più alti, dopo Montale, di un neoilluminismo poetico, ed è, alla fine, eternamente vagante nella ragnatela del nulla.

La rete strutturale dei componimenti è caratterizzata da assonanze, consonanze, enjambement, come in “Una grave valigia chiusa” «… protese / acciughe», dove “protese” suggerisce un’ipotesi d’espansione esistenziale, mentre “acciughe” delinea una sensazione di compressione vitalistica.

La litote, in tale contesto risulta determinante, giacchè il poeta, con rilevante evidenza, ritaglia una conclusione in contrasto con l’affermazione-osservazione dell’“incipit” di numerose poesie. Con la digressione rafforza e approfondisce, con l’inserimento di altre realtà nella descrizione iniziale e finale, una resa più chiara del tema trattato. Si veda “Al cospetto”, pag. 13:

 

«Al cospetto di grandi cose

nel rigore dell’angolo retto

all’ombra dei grandi colori

dell’oro di cornici

sul pavimento lucente

in punta di piedi

ruotando su sè stesso

mingici sopra a trecento

 sessanta gradi».

 

Iperbato e chiasmo spesso si associano alla similitudine come in I morti pag. 29, dove anche l’antropoformizzazione attribuisce ad oggetti ed esseri inanimati sentimenti e sensazioni umane:

«I morti ci sono addosso

sparsi qui attorno come una pioggia

muschio dietro alberi muri e macigni

(si noti il “climax”)

ci guardano per quel tanto di confuso

di tenebre incluse nella luce

di luce in paludi appiccicose

che il transfuga ricorda a mezzaconta.

Cose egregie sbattono

impiccate agli alberi di Giuda

e le mie mani nei neri mercati

commerciano con mano di defunti

stringono patti menzogneri

si congiungono in false preghiere,

dove l’anafora» … «nella luce

di luce»,

inserita in un contesto d’oscurità, tende a guidare verso la luce, per far ripiombare in una realtà spaventosa, contrapposta ad una visione di bellezza, schizzata dall’angelica anima ferita di Cattafi che, mediante una serie di figurazioni e azioni, contesta la falsità, l’inganno, il patto menzog, come un patto dei vivi con la vita, con la morte e con l’eterno, identificato in un processo di disgregazione del tutto.

L’anastrofe, l’ossimoro, il “climax” ascendente e discendente

 

«Affiorano nitidi

i muscoli degli eroi

 precisi sotto pelle

macchine scorrevoli

sempre umane e divine

che fanno schizzare fuori

il grano della paglia

 l’anima dal corpo»

 

rendono più visibile il percorso progressivo del presunto eroismo dell’uomo, colto nella sua appariscenza più corposa, fino alla fuga dell’anima dal corpo.

Cattafi merita di essere annoverato tra i più significativi poeti del Novecento, non solo per l’originale struttura delle sue liriche, ma anche per aver vissuto con disperazione la vita, sognando inutilmente l’abbraccio con un Dio, dal poeta drammaticamente e aristocraticamente anelato con l’occhio lucido, sempre impegnato razionalmente (ma sterilmente) ad individuare il divino, nel guscio ermeticamente chiuso dell’oggetto.

In tale contesto, particolare significato acquistano le liriche del ’76’77. Nonostante persistano accenti pessimistici, emerge un Cattafi più rassegnato, rasserenato dalla sofferenza della coscienza del proprio male, che ha recuperato i valori positivi della vita, della famiglia, dell’amicizia e quelli, altrettanto positivi, della corporeità e della terrestrità. Il sentimento religioso si carica di accenti e di linguaggi sacrali, per cui il poeta, quasi riconciliato con la vita in dissolvimento, confessa di essere: «lieto del molto che è fuggito / del poco che rimane alla mia mente» (“Ponti d’oro”).

Ora, rischiarato da un ago di luce divina, il passato «anni un tempo ondeggianti / bestialmente ruggenti» (“Gli anni passati”) pur nella sua ambiguità, rivela la prospettiva di un provvidenziale finalismo.

Anche la persona umana ora è colta nella sua dimensione bivalente di materia e spirito: una è rivolta all’immanente, l’altra anche al trascendente, immersa nel divampante segreto decisionale di Dio. Per cui, «di fronte alla morte, l’enigma della condizione umana si identifica con il sonno e una vita, offesa nella sua speranza di durare, si affida alla pazienza, si placa nell’“Occhio della fede”

«Oh! Si non alzo abbasso le mie ali

ai tuoi piedi mi metto

libero lieve occhi socchiusi

aspetto assorto accetto

dall’ultimo al primo i tuoi soprusi».

Per il poeta la sofferenza e i soprusi sono paradossali, perché sconvolgono le attese dell’uomo, ma esse costituiscono il passaggio obbligato per la piena conquista del traguardo finale.

La sconcertante correlazione tra abiezione e candore, tra peccato e grazia, rappresentano il legame tra caducità e purificazione, presupposto necessario per la riconciliazione con Dio.

Dopo l’avventura umana, tormentata dal male biologico, dalla malattia dell’anima, dalla resa della ragione di fronte al mistero e alla morte, nella dimensione assoluta della grazia, a cui il poeta è approdato al termine di un’esistenza, salvata dapprima dall’ironia e dalla fede nella poesia, e infine dalla fede istintuale nell’invisibile assoluto, tutte le vicende umane riacquistano senso concreto in Cristo. Una poesia scritta a Cimbro il 12/2/1979, un mese prima della dipartita, può considerarsi come l’atto di fede percettivamente più esplicito, il testamento spirituale della straziante avventura terrestre di Cattafi:

 

«In te confido

tutto ho rubato al mondo

sei il Cubo, la Sfera, il Centro

me ne sto tranquillo

tutto t’è stato ammonticchiato dentro»

 (“In te”).

Viaggio e mito nella poesia di Cattafi-

Il tema del viaggio nella poesia di Bartolo Cattafi rappresenta il nucleo epicentrico del tormento esistenziale e gnoseologico del poeta.

Il viaggio, come si sa, può essere considerato come l’indissociabile dinamismo interiore che, per diverse motivazioni e con eterogenei percorsi, sospinge l’uomo, l’eroe o l’autore alla conquista di approdi reali o ideali, come dimostrano quelli di Ulisse, Enea, Giasone, Dante, ecc.

Un gomitolo di interpretazioni può essere attribuito al viaggio di Cattafi che, più specificamente degli altri, sgorga da ragioni particolari e si dirige verso finalità individuali.

L’accostamento più visibile, su un binario connotativo, può individuarsi per certi versi con il nomadismo della ragione e dell’anima di Ulisse. L’eroe omerico, preferibilmente nella versione dantesca, obbedisce ad un codice di conquiste intellettuali progressive e assolute e ad una concezione della virtù, come una tavolozza di “schegge” etiche, che lo risucchiano nei gorghi dell’ignoto, da cui razionalmente rimane inghiottito per sempre.

Il viaggio di Cattafi, consumato nel clima del Decadentismo più estremo, scaturisce dalla necessità biologico-esistenziale, alimentata dall’urgenza di poter rinvenire esaurienti e salvifiche risposte alla sua condizione di uomo, cosciente e disperato, che consuma il pellegrinaggio terrestre nei criptici labirinti del proprio io. Consapevole, fin da giovane, durante la guerra, asfissiato dalla brutalità e dal sangue innocente dei fratelli vittime di un demente conflitto, incapsulato nell’arido “recinto” dell’inerzia, delle macerie mentali e sentimentali, fu massacrato dall’inguaribile febbre del male di vivere che gli impediva di identificare un congegno razionalmente funzionale del mondo e di poter rintracciare un sorso di pietà nella quarzata desertificazione del reale, con cui poter irrorare per un attimo i combustionanti crateri del cuore. Eccolo allora sospinto a ricercare, dapprima nella storia della propria terra, la Sicilia, l’identità delle proprie radici, la verità del proprio io, dei propri palpiti, il dissolvimento del mistero, per scongiurare la frantumazione dolorosa, la nevrotica e disperata psicopatologia di esistere e riappropriarsi della dimensione interiore della quiete.

Allora tenta di allontanare la tentazione dell’immolazione, mediante l’inglobamento del sentimento della morte nella verniciatura verbale; così il dubbioso viaggiatore può adoperarsi ad evitare i condizionamenti emozionali e religiosi, durante l’indefinito viaggio-confronto, ed approdare alla percezione di un balenico spessore d’angolo remoto dell’ignoto, in cui avverte il riecheggiamento del confuso pulsare della vita. Eccolo avviarsi verso un’ipotetica e credibile rotta, scavare nelle tortuose sequenze dell’epoca classica, che ha impregnato la cultura della sua terra, momenti di autentico splendore, particolarmente nel vagheggiamento mitico di una fase della civiltà della Magna Grecia e, nei circuiti ideali dell’immaginazione, richiamare Omero a cantare, con la sua simbolica cecità, il sentimento dell’incanto di un tempo, identificabile con il fascino di una bellezza paesaggistica, la cui magica spettacolarità sedusse Ulisse, durante il suo viaggio, particolarmente lungo la costa del Mar Tirreno di fronte al paesaggio dell’azzurro splendore delle acque, in cui si immergono i raggi dorati del sole, che allietarono il regno di Eolo e alimentarono (con l’assedio dei miti di Vulcano, delle Sirene, di Scilla e Cariddi, dei Ciclopi, tra cui Polifemo, della Fata Morgana, delle mucche del Dio Sole) la produzione lirica di Cattafi, particolarmente nell’ultimo ventennio della sua vita, trascorso in Contrada Mollerino del Comune dell’attuale Terme Vigliatore (Messina), laboratorio-osservatorio della sua attività creativa. Numerosi componimenti risultano disseminati di richiami, trasparenti o allusivi, ad un così denso patrimonio meridional-siculo di ascendenza classica, ma soprattutto evidente si rivela, nella poesia “Trinakrie”, la visione incantata (anche se espressa con estremo rigore figurale e lessicale) di personaggi e luoghi mitici, di Ulisse e della “terra dei tre capi”, immortalati da Omero, in una cornice di atmosfera edenica e favolosa, tipica dell’età classica, che Cattafi individuò come realtà speculare di un momento felice della vicenda esistenziale, contrapposta allo squallore, anzi all’orrore, della realtà presente, intrisa della miseria morale e della desolazione globale di una terra di devianze, di morte e di emarginazione dai cicli produttivi del progresso, «perché terra di tanti mali / non per colpa del sole», non della mitica terra di Sicilia, vorrebbe dire Cattafi, ma certamente dell’uomo decaduto nella melmosa palude terrestre dal podio nobile in cui la natura lo aveva collocato.

La presa di coscienza della realtà contestuale costringe il poeta a ripiegare verso «l’arcipelago del cuore», da dove Cattafi riparte verso nuove avventure, che lo riportano verso altre aree geografiche dell’Europa, dell’Africa ed altrove, dove, purtroppo, non esistono spiragli di visibilità di certezze, anzi si aggrava la dimensione della sconfitta, nonostante l’apparente modello di vita da bohèmienne che si impone per congenialità caratteriale, tesa a mascherare la propria fragilità strutturale. Egli non ricalca le orme dell’edonismo coi suoi casuali rapporti sessuali che, in realtà, non producono nel poeta alcuna sensazione di totale appagamento.

Egli insegue, anche se vanamente, l’inestinguibile “piacere della mente” e le etiche istanze dell’anima per poter continuare ad illudersi di lenire i giorni del dolore. Cattafi, però, non si arrende alla sconfitta e la sua sanguinante esistenza in un mondo desolato non ha anestetizzato i suoi costanti stimoli a resistere ed indagare; allora riprende la rotta del suo periplo, tra parcellizzazione realistica del frammento e fantasmagorica, mitica visionarietà e l’antinomia tra buio e luce, vita e morte, dischiude lo scenario su cui si svolgono le tregende umane del poeta, trascinato, nel suo delirante anelito di trivellamento dall’urgenza di poter aprire “un varco” (il ben noto montaliano varco), attraverso cui poter vedere affiorare, nel personale regno delle tenebre nitidamente profilato nella lirica “Nel pieno dell’estate”, un ago di luminosa certezza o speranza catartica (da Marzo e le sue Idi):

«Vita larvale di sotterra

 piombai nelle tenebre sull’alto

pino d’aleppo

vorticando ad ali irrigidito

nel pieno dell’estate

caddi di schiena

lontano da ogni eliso

non larva non alato,

dove la discesa verso l’Acheronte,

sulla cui riva si assiepano gli uomini-eroi».

Ne “I muscoli degli eroi”, (da Occhio e oggetti precisi), brulica l’angosciosa ansia di risalire dagli Inferi ad una vita non cosificata o oggettualizzata. Prigioniero, ancora una volta, dell’effimero e straripante di malessere, il poeta ritorna alla sua Itaca, lasciandosi riavvolgere dai suoi ingenui ed infantili inganni e richiamato da una inossidabile voce indecifrabile, si reimbarca sul vascello della ragione e si avvia verso mete di inesplorate nuove direzioni, tra l’incombere di nuovi rischi autodistruttivi.

Allora è l’Ulisse-Cattafi che, scivolando verso abissi da lui non ancora sondati in cerca di ipotetici assiomi, idonei a placare «l’ansia di vivere così», si imbottisce di riferimenti gnoseologici e, vagando nell’universo classico, si accosta alla cosmogonia atomistica di Democrito, anelante di risposte idonee a placare le ulissiache istanze di chiarezza e penetrare nel buio di ogni conoscenza, al fine di riuscire ad inchiodare ad un ordine concreto e indistruttibile, il groviglio caotico delle disintegrazioni, in un sistema razionalmente strutturato «gli atomi / gli atomi di Dio» (“Atomi”, L’allodola ottobrina, pag. 44, v. 2). La concezione atomistica, tuttavia, non è esauriente di riscontri che possano contenere l’astrattezza oggettuale nel contesto di una soddisfacente evidenziazione ed attenuare il rischio di una disastrosa implosione razionale. Collegamenti con il mondo classico vengono ancora attualizzate attraverso terminologie e riferimenti, connettibili con il microcosmo mitico. Si veda in “I Peloritani” o in “Aspromonte”, in cui il livello classico si riconferma “strutturale” dei procedimenti razionali della ricerca filosofica e delle riflessioni-comparazioni tra le due contrapposte epoche: quella ideale ed idilliaca del regno dei tempi-mito e quella odierna del regno dei mostri e del nulla:

«Fin dai tempi di Omero ci dicono

Fate e Mostri marini,

ma oggi supini in fila come

nella piazza-mercato

i nostri numi d’un guano

sotto voli di gazza da cui geme

liquido losco lerciume

a grappoli e mosche

e ancora intorno

la torma ansimante dei fedeli»

(“Numi”, L’allodola ottobrina, pag. 110).

Anche visioni negative, estrapolate dal repertorio classico, talvolta affiorano nella pagina cattafiana, che però non riescono a ridimensionare il lerciume della modernità, a conferma di come la cultura classica con i suoi miti abbia permeato in positivo i degradanti motivi e figure del Nostro, rappresentative di una certa mentalità di questo tempo:

Mancavano pagine

il marmo dell’epigrafe

era scheggiato

due sole parole

cetera sunt (…) parole sul frontone

di un tempio vuoto

vorticanti col vento come per dirci

solo noi ci siamo

tutto il resto manca

era questo che non sapevate»

 

(“Il resto manca”).

 

Di contro, talvolta s’involano pagine cariche di sogni, anelanti una proiezione esistenziale nell’antichità:

«Anch’io vorrei essere ad Olimpia

ultimo il peggiore della lista…»

 

(“Davanti alla grotta di Massabelle”),

 

dove il poeta quasi agonizzante cerca di tenere lontano il sentimento del solipsimo e della morte, in un estremo conato di slancio vitale del suo ulissiaco nomadismo cosmico. Cattafi, nell’ampio ventaglio delle sue opere, non riesce a strappare dal suo essere il sentimento della morte, neppure nello sforzo di perforazione degli oggetti, che egli fruga nelle svariate variazioni e venature; ma nelle prime fasi, in cui la ricerca di Dio emerge strisciante, è ancora la mitologia classica che àncora il poeta all’esistenza. Per cui il suo viaggio, sgomitolato in coordinate complesse, alla fine:

 

Accettati i tempi dell’attesa

le vele ancorate all’orizzonte

ven a connettersi in concreto

il ripieno e l’ordito

e ciglio alzato

senza muovere dito

condannato a guardare

sbattuto sotto il naso

il petto congelato…

 

Il condannato, nell’assenza di risposte consolatorie, con un guizzo della fantasia, ripiegato nell’ombra della sconfitta, è approdato, nella disperazione del silenzio, alla visione “congelata” del consolante profilo della sua eterna Penelope, che conclude la sua ricognizione esplorativa con l’estremo ritorno “all’arcipelago del cuore”, dove trionfa la figura della Penelope di Omero, classico e mitico simbolo sintetico di ogni alto ideale. Ma è in “Enigmi” (in L’allodola ottobrina pag. 144) che, se il buio della ragione si ispessisce, il richiamo a brani di Saffo e Simonide (“Oscurità d’Omero”) diventano incarnati in Cattafi, perché, attraverso l’intravista “crepa”, in una realtà estranea ed impenetrabile, la poesia innalza ad una funzione di preveggenza, configurazione appannata della sola possibile certezza, con cui, nella concretezza del canto, il poeta ha cercato di terapizzare ogni giorno la morte.

Cattafi tra purezza verbale e disperazione metafisica

Bartolo Cattafi pubblica nel 1958 Le mosche del meriggio (Milano, Mondadori, 1958) in cui confluiscono Nel centro della mano e Partenza da Greenwich, mentre in Italia imperversano tendenze neorealistiche, ma il poeta non si lascia condizionare dagli spazi dei paradigmi ideologici sottesi al movimento del Neorealismo verso cui mantiene un “aristocratico” distacco. Egli, che ha assorbito le memorie storiche e mitologiche della sua isola, incomincia a tradurre in accensioni paesaggistiche e in inventario di oggetti, gesti e avvenimenti sollevati dal bozzettismo oleografico in immagini meno abbaglianti, riassunte nella misura della solarità, in svampi lirici più contratti, sempre sottratti alle pulsioni dell’elegia. Il suo iniziale nomadismo, che lo aveva spinto a risolvere le movenze claunesche in presenze concrete nel canto, si va progressivamente attenuando, fino a ridurre la presenza-assenza della vocazione poetica da una posizione di protagonismo nella dialettica convivenza di scansioni sceniche e di articolazioni ritmiche più dense nell’aggravio epifanico dei concetti e poi alleggerite nella diluizione delle immagini e delle notazioni, dove il “climax” verticalizzante dell’aggettivazione, applicato agli elementi della natura, risulta esteso alla realtà astratta delle prime composizioni, trasformando la centralità delle scene verso la raffigurazione concreta ed esterna del tabulato realistico interno della desolazione. Si veda, come riferimento esemplificativo, il verso finale di una poesia del 1952 “Da Nyhavn” («La fame diritta e secca dei gabbiani») si carica di maggiore tensione sequenziale nell’ultimo Cattafi del 1978 in un verso, dove la condizione di malessere dell’universo ornitologico (ora spostata dai gabbiani ai passeri) risulta più marcatamente e incisivamente incalzante («il passero / malmesso indirizzato gracidante»).

L’evoluzione linguistico-strutturale evidenzia come Cattafi abbia operato progressivamente un viaggio all’interno della parola, corrispondente all’abbandono della mediterraneità iniziale, che lo ha indotto alla rinuncia della sovrabbondanza nominale e alle accensioni liriche accentuate, per far filtrare, dagli spazi invisibili della creatività, le rasoiate razionali e una rassegna di dati e di colori con cui l’analisi frantuma il guscio della realtà e la cifra simbolica, sempre più incalzante, si tramuta in folgorante proiezione dell’anima verso scenari metafisici, quasi nel tentativo di enuclearne la più autentica interna identità. Il poeta ripudia la bulinatura delle sovrastrutture elencatorie per far ricorso all’utilizzazione degli occhiali, al fine di penetrare più in profondità nell’alveo della consumazione della fame della conoscenza e scoprire le radici della disgregazione gnoseologica, per scandirne le ambigue dissolvenze con lucidità di indagine che prefigura l’ansioso inseguimento dell’Assoluto all’interno dell’intreccio della negazione :

 

«Copie

svenate di copie

stinte sinergie dei muri

stanco mondo protrattosi

di figura in figura

mendicando una bava

di terra di Siena, di prussica

al fantasma di turno

————-

che più gli conviene».

Oltre ad un impulso di dispiegamento orizzontale, la selezione aggettivale spia anche la cifra di un meandro educato a cogliere i segni della nitidezza paesaggistica dell’isola di cui nella prima fase della poesia di Cattafi si riflettono gli accecanti stupori della luce e lo scintillio delle acque come affiora dai sintagmi: “il grigio della pietra”, “mare abbrunito”, “azzurre correnti”, “pesce azzurro”, “bianco futuro”, “celeste arcipelago”.

L’elencazione degli oggetti, nel dipanarsi dalle varie raccolte, la rassegna dei luoghi, i colori vibranti, le svirgolature ironiche, le visioni surreali risultano trascritti in un registro consistente di ingredienti e di schegge destinate a tramutarsi in implosioni razionali di assiomi, siglati da sfumature analogiche, in cui le vibrazioni degli oggetti rimbalzano in altre figure di contesti dissacrati, attraverso cui traspare la migrazione di significato dall’elemento minimale a quello attributivo, sintesi di una traiettoria di viaggio dalla fisicità all’enigma. I versi si avviano sui fragili sentieri metafisici dove cosmiche paure e vuoti siderali suscitano trasalimenti razionali senza produrre formali copioni visionari, dove lo sventagliare lancinante delle immagini, divenute scarne ed essenziali non si traduce in distorta misura dell’esistenza ma in ribaltamento visibile di segmenti illuminanti dell’attesa dell’attimo fatale, in cui l’occhio della ragione possa ritagliare con precisione la dimensione e le connotazioni dei riflessi dell’oggetto metafisico.

Allora lo scontro rabbioso tra il corporeo quotidiano si scontra con gli ineludibili richiami del mistero celeste, simboleggiato tra «i lupi questuanti» e «la gabbia», oscillanti tra istanza di consapevolezza e l’amarezza del rifiuto, incombente sulla resistenza dell’inattingibilità del mistero:

 Ecco il problema la rabbia ululante

 marcata in fronte

 la bava alla bocca

 vorrebbero tutti entrare

 in un’unica gabbia

 i lupi questuanti …

 Oh loro si che possono

 raffinare i lingotti

 ridurli a un lieve stato puro di natura

 ombre macchie presenza rifulgenti

 scintille incancellabili negli occhi.

 (“Lupi”)

La parola, che in Chiromanzia d’inverno annaspava ancora nella vana perforazione dei frammenti realistici e osservava con non artefatta innocenza i rottami della ricognizione investigativa dove il sentimento della morte e il frastuono della poesia erravano per la «foresta sbiadita», in L’allodola ottobrina riesplora la terrestrità nel recupero delle “cose”, che ridiventano occasione di canto estremo, recuperando la facoltà di riattivare segrete energie assopite.Le roventi tensioni metafisiche riaccese in un ermetico organismo semantico si proiettano in traiettorie arcane, costantemente inseguite dal poeta con visionaria disperazione intrisa di indistinti filtri di ironia, filigranati di sottile sarcasmo di fronte alla disfatta dell’esplorazione ultrafanica.

Vengano le targhe frantumate

i puzzle i rompicapi

le parole profonde

cicatrici sul petto

ciò che non corrisponde.

i puzzle i rompicapi

le parole profonde

cicatrici sul petto

ciò che non corrisponde.

Le parole si caricano di simboli necessari mentre il poeta è dietro “il muro di nebbia”, da dove appunta l’attenzione sui muri familiari ed è assalito dal dubbio di poterlo oltrepassare. Allora l’occhio quasi anela ad essere coperto dagli occhiali, attraverso cui gli oggetti vengono osservati nella loro nudità ossificata, mentre l’anima si tramuta in fantasma inafferrabile costante, inseguita dalla urgenza di conoscenza di Cattafi. È ora lo stesso poeta che torna a gestire il significato profondo delle sillabe e, di fronte all’ossessivo incombere delle ombre, torna ad un rapporto di sofferenza, di vita e di morte con le cose, in un interrotto esercizio di metamorfica alchimia per imprimere alle esuberanze del dettato intellettuale una sorta di cosciente misura dei limiti umani nello sforzo di perforare il guscio delle sillabe e ricomporre i frammenti di verità nascoste dentro le cose, destinate a soggiacere alla devastazione del tempo. Riscriverò a lungo / minuzioso lento / nel folto delle messi / riscoprirò il primo dentro l’occhio / l’unica cosa che mi interessa. Allora il verso ritaglia fotogrammi e ritratti, immagini senza dispersione musicale, la rima avanza implacabile con assonanze, iperbati e climax in cui la voce senza tremori penetra nella poltiglia del mistero in cerca di chiarezza sulle orme di enigmi che proseguono indefessamente all’infinito, dove alla fine si dissolve il residuo suono della voce poetica del cuore.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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