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CARMELO ALIBERTI- UN NUOVO SAGGIO SU LUCIO MASTRONARDI– SCRITTORE DCOMODO E DIMENTICATO –Introduzione di Jean Igor Ghidina

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Di ascendenza sia lombarda che meridionale, è probabile che Lucio Mastronardi abbia espresso gli aneliti contradditori di una generazione che venne confrontata a due modelli di acculturamento proprio nel frangente del cosiddetto miracolo economico. Difatti, la condizione meridionale non può prescindere dallla migrazione interna che significa anche la ricerca di una mobilità sociale, spacciata per promozione, come se la vita nel Mezzogiorno fosse soltanto squallore materiale e mentalità retriva. In realtà, non è esclusa una certa nostalgia di Mastronardi per alcuni valori tipici del Sud come l’amore per la famiglia, la solidarietà fra le generazioni e i rituali religiosi. Il nord, raffigurato attraverso il microcosmo di Vigevano, capitale della calzatura, si presenta alla stregua di una rimozione della cultura contadina, di cui il dialetto rimane pur tuttavia una spia identitaria, come il sussistere di una Weltanschauung non totalmente solubile nel paradigma dell’omologazione capitalistica. Vigevano, insomma, riesce l’approdo a una modernità livellatrice, ma Mastronardi palesa i sussulti e i contrasti stridenti che agitano il mondo degli scarpari, perché il pregio della sua opera sta nella capacità di tratteggiare i rovelli dell’anima o quanto meno i dissidi interpersonali di fronte alla coazione subdola, pervasiva e subliminale del dover produrre a un ritmo incalzante.

Aliberti sottolinea opportunamente le ascendenze ipotestuali ovvero le fonti, gli autori che hanno propiziato la genesi dell’opera mastronardiana, in cui spicca l’addentellato con Verga, Pirandello, Moravia, per il topos dell’inetto, e con Gadda, per il sollazzo plurilinguistico, cogliendone nel contempo il dialogismo, la carica dialettica e innovativa, perfino dirompente. Vittorini e Calvino, che possiamo considerare in certo qual modo i mentori di Mastronardi, ne carpirono subito l’audacia narrativa che va di pari passo con « una sensibilità da scorticato vivo ». Tale indole impedisce una rappresentazione mimetica e quindi tautologica dell’universo della pianura vigevanese, senonché non è agevole sapere se la lucidità esabercata del romanziere significhi il fomite oppure il corollario dei suoi disturbi mentali che lo condussero non solo a violenti screzi in ambito professionale, ma addirittura a vari tentativi di suicidio, fra cui quello fatidico nel 1979.

Della trilogia La gente di Vigevano fanno parte Il calzolaio di Vigevano (1959), Il meridionale di Vigevano (1964)e Il maestro di Vigevano (1962), ritenuto il capolavoro di Mastronardi e subito adattato al cinema nel 1963 sotto la regia di Elio Petri. Si evince dalla disamina critica di Aliberti la peculiarità tematica e narrativa di Mastronardi nella fase in cui avviene la trasformazione economica e anropologica dell’Italia. Viene raffigurato l’ambiente insieme grezzo e gretto in cui al retaggio sporadico della cultura atavica, ligia certo all’operosità ma pure al rispetto della sacralità della vita subentrano la ricerca affannosa del denaro e dell’interesse personale, in una spirale frenetica in cui imperano quindi i disvalori del cinismo e del successo materiale. Il miraggio dell’arrampicata sociale diventa lo scopo supremo cui è sacrificata l’esistenza dei ceti medi e umili i quali auspicano legittimamente il riscatto dalla miseria secolare, dall’endemica sudditanza, senza accorgersi che vengono accalappiati dalla mercificazione sia del lavoro sia dei rapporti interpersonali.

Antonio Mombelli, protagonista de Il maestro di Vigevano, chiaramente alter ego dell’autore, prova indefessamente a non rimanere succube della venalità che vede dilagare intorno a sé, solo che le sue velleità di decoro e di onore, sia pure in chiave borghese, si scontrano comunque con la moglie in balia di una pseudo emancipazione. Difatti, la donna si ingolfa in un vortice di iperattività che la rende indifferente al marito per cui la relazione extraconiugale equivale a una sovversione del nucleo familiare ormai frantumato e centrifugo, solo che la dedizione al lavoro si risolve prima in un’alienazione mortifera, per i veleni ingurgitati e per l’esaurimento fisico e mentale, poi addirittura in una morte prematura. A ragion veduta, Aliberti delinea in tale sfacelo disumanizzante quello che chiama suggestivamente « le coartazioni dell’inautenticità ». Non è che il protagonista abbia del tutto rimosso l’ideale della lotta ai crumiri nell’ambito di un impegno politico a favore del proletariato, ma la narrazione mostra che prevale ormai l’individualismo sulla mobilitazione collettiva perché non esiste una vera solidarietà fra operai, o locali o immigrati dal Mezzogiorno. Viene anche a galla il rinvilimento del mestiere di insegnante, non più mosso da una vocazione genuina o per lo meno dal senso di missione e di trasmissione di uno scibile, ma dal confronto con il reddito dei dipendenti dei calzaturifici. Indubbiamente, Antonio Mombelli rientra nella folta schiera degli antieroi che costellano la narrativa italiana dal decadentismo in poi, dandono un volto particolare in questo romanzo ambientato nella provincia lombarda. Aliberti cita in modo lungimirante il parere di Riccardo Di Gennaro che vede nel protagonista una figura quanto mai macchiettistica e grottesca. A rendere l’opera accattivante contribuisce certamente l’estro narrativo che riesce a fissare le sfaccettature dei vari personaggi con un alternarsi fra le focalizzazioni e le voci narranti, e un fraseggio ascrivile a parecchi registri linguistici, peraltro irto di anacoluti, incarnando con icasticità la dialogicità teorizzata da Bachtin, come perizia del narratore per attingere ai fulcri dell’interdiscorsività. A tale proposito, non si può mettere in non cale l’inventività pluriglossa di Mastronardi che imbastisce un reticolo un dove vengono inseriti lessemi dialettali. L’uso del dialetto non assolve una finalità esornativa, blandamente realistica, bensì potenzia nella divergenza fonosimbolica e semantica fra parlata lombarda e lingua nazionale il contrasto fra due forme di acculturamento, anzi le sgrammaticature nell’uso dell’italiano e l’annacquamento delle parole vernacolari palesano il dilemma identitario dei personaggi per i quali la perdita dell’idioma primigenio e l’adeguarsi alla nuova norma linguistica può significare altresì la supinità nei confronti del modello consumistico.

Il processo di deculturamento-acculturamento esogeno, in realtà omologazione materialistica contro cui si scagliò Pasolini, trova ulteriore conferma ne L’assicuratore (1975) che ritrae le vicende di un’operaia infatuata di un cantante, mera creatura catodica e del marketing. Ci imbattiamo di nuovo nel tramonto di una civiltà contadina, che tramandava comunque valori di dignità e di umiltà, sbaragliata dal nuovo paradigma dell’efficienza e dell’introiezione di immagini di successo e di volgarità, binomio questo tutt’altro che ossimorico.

In sostanza, i temi e le modalità espressive di Mastronardi lo includono nel novero degli esponenti della cosiddetta letteratura industriale la quale denuncia la reificazione in cui soggiacciono gli operai all’epoca del miracolo economico. Alla stregua di Luciano Bianciardi, Ottieri Ottieri e Paolo Volponi, Lucio Mastronardi rappresenta l’alienazione che conculca la vita familiare e professionale dei operai e degli insegnanti a Vigevano, senza che appaia un barlume di speranza. In un’ottica di storia letteraria, è d’uopo osservare in questi autori la ricorrenza del topos del personaggio disadatto e nevrotico, la cui malattia psicosomatica assurge a spia di una società che ha smarrito il senso dei limiti e dell’umiltà, feticizzando la produzione, il consumo dissennato e l’edonismo triviale. In tale filone, la peculiarità di Mastronardi sta nell’aver saputo concentrarsi sul microcosmo di Vigevano, nel quale rimangono invischiati senza via di uscita, operai, maestri e meridionali perché si è dileguata l’utopia rivoluzionaria di fronte alla cogenza capillare, onnivadente del capitalismo livellatore. Si potrebbe certo obiettare che non sempre nella letteratura contemporanea il lavoro è sinonimo di sfruttamento spietato e di stritolamento ontologico, perché Primo Levi, segnatamente, ne La chiave a stella (1979) dipana una vicenda di espatrio promettente imperniata sul protagonista Faussone che, come montatore, appaga le sue doti professionali dopo avere sperimentato la condizione di operaio massa appiccicato alla catena di montaggio. Faussone incarna l’altra faccia del lavoro italiano all’estero che significa anche maestria, dedizione e rapporto proficuo con l’alterità.

Comunque, citando i pareri dei critici più autorevoli, quali Calvino, Asor Osa, Barberi Squarotti e Prisco, Carmelo Aliberti annette la dovuta rilevanza alla narrativa di Mastronardi, sostanzialmente stridente, corrosiva e dissacrante nei confronti dei disvalori della modernità nella sua svolta antropologica nell’Italia del cosiddetto miracolo economico. Per quanto la letteratura non rispecchi mai una realtà univoca, Mastronardi ha saputo raffigurare e anticipare con la sua alacrità fantasiosa non la secolarizzazione della società postindustriale, ma perfino la sua atomizzazione per via della pervasività della tecnologia che non risparmia la famiglia, ormai defraudata della sua sacralità soprattutto nei confronti dei giovani.

Pertanto, il lavoro di Aliberti riesce assai pregevole nella sua fulgida capacità di cesellare un autore dallla narrazione dirompente e poderosamente attuale.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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