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LEONARDO SCIASCIA, il grande scrittore siciliano che attinse i motivi della sua creatività nelle millenarie piaghe sanguinanti della sua Isola e usò la letteratura come strumento di denuncia, di accusa e di esplorazione dei rapporti segreti tra politica, associazioni e servizi segreti, criminalità organizzata, riti “satanici” per la lottizzazione del potere. Ai siciliani e ai peones del pianeta lascia, nel CENTENARIO DELLA SUA NASCITA, una vigorosa lezione di lotta per la difesa della dignità umana, sociale, per la libertà e per l’autoriscatto da ogni sopruso dei poteri forti, per scongiurare l’affermarsi di un più pericoloso feudalesimo.

LEONARDO SCIASCIA

Nato a Racalmuto in provincia di Agrigento nel 1921 e morto a Palermo nel 1989, fu uno dei maggiori scrittori del Secondo Novecento che dalla analisi-denuncia della misera condizione subumana della Sicilia, schiavizzata anche dallo strapotere mafioso nella vita pubblica e privata, esplorata e raffigurata in memorabili romanzi, espande l’orizzonte narrativo alla situazione italiana endoscopizzata nei suoi mali più devastanti scaturite dal malcostume generale e dall’inesistenza di ideali etici, da corruzione incondizionata, dai delitti e dalle stragi di Stato, da nauseanti spartizioni del potere, e dalle disumane collusioni e complicità nel delinquere tra i diversi poteri egemoni nella società italiana che hanno lottizzato fonti illegali di denaro e inquinato le istituzioni democratiche fino a “strappare” parti importanti della Carta Costituzionale, stravolgendo a vantaggio degli interessi personali l’attività legislativa dei parlamentari. Come è noto, Sciascia si formò con le idee illuministiche, per cui si fece guidare nel suo lavoro dalla razionalità e dalla ostinata ricerca della verità, A partire dalla più importante opera iniziale “Le parrocchie di Regalpetra”, egli appare fedele in tanti altri romanzi alle problematiche della sua terra, la Sicilia con la sua storia e con i suoi scottanti problemi. Nell’opera indicata ci sono cronache di un paese immaginario della Sicilia, in cui si ritrovano le condizioni di vita degli altri paesi dell’isola: l’insopportabile peso della storia di luttuose invasioni barbariche di ogni etnie e di lingua diversa e le ose e prepotenti rapine di tutto da parte delle nobili categorie dominanti della nobiltà feudale e del capitalismo emergente, alleate nell’ espoliazione radicale del popolo inerme con tutti i mezzi coercitivi. L’opera di Sciascia, con le scene della vita di provincia, rinveniva nella letteratura di Nino Savarese un suo predecessore che aveva trovato nell’elegia e nella ricerca oleografica e di costume lo sbocco di un lacerante vitalismo sociale. Sciascia, invece, sviluppò la risentita dimensione civile in speranza nei poteri della ragione e nelle radici evolutive della storia e le sue conquiste liberatrici, consolidate dalla personale fede nella forza della ragione, ereditata dalla sua vocazione illuministica. Diversamente, in Sciascia c’è la dolente coscienza delle carenze e delle colpe della classe dirigente di ieri e di oggi e della loro insensibilità e miopia verso i drammi e le lacrime e il sangue, versato nei solchi da loro arati a vantaggio del padrone, che faceva comodo ignorare. “Le parrocchie” sono un libro di laceranti cronache locali che precedono numerose opere successive di Sciascia e di autori di altre regioni del Sud, in cui è esplorata in ogni direzione la complessa problematica della irrisolta questione meridionale. Dopo la fase politico mafiosa di diversi volumi, in cui la violenza mafiosa, trasgressiva di ogni regola etica o istituzionale, adopera incredibili ordigni delittuosi, intimidendo col terrore la gente e gli imprenditori industriali e le imprese delle grandi opere con taglieggiamenti e sabotaggi estorsivi, talvolta ideati, organizzati e compiuti dalla segreta alleanza tra mafia, politica e poteri occulti e con il coperchio della magistratura, che spesso ritardava le indagini, per dare il tempo ai responsabili di occultare le prove o per far scadere i tempi per la prescrizione. Si creava così un cordone di omertà istituzionale impenetrabile che, con violenze, con aggressioni giudaiche, con eclatanti azioni criminali o con la misteriosa scomparsa di personaggi scomodi, ingabbiavano orrorosi delitti, di cui conoscevano i colpevoli, senza riuscire a sottoporli a processo, per il rifiuto “in zona Cesarini”, di testimoni-chiave che contraddicevano quanto emerso in fase istruttoria, per le minacce di morte indirizzate alle famiglie o mediante la cementificazione di corpi nei pilastri dell’autostrada, dato in appalto a imprese poco pulite, che utilizzavano materiali “indeboliti” e lavoratori in per accumulare alti profitti. Tutte le opere dello scrittore di Racalmuto (sono attraversate da pigmentazioni meridionalistiche e di denunce politico-mafiose, responsabili dell’immobilismo ancestrale dei siciliani, imbavagliati nella morsa degli inganni e trame di sabotaggio o di morte dei “millepiedi” dei poteri forti, ben radicati nel suolo dell’intero Meridione. Già ne “Il giorno della civetta” è condotta una esauriente biopsia dello scontro irrisolto tra le ragioni dello Stato e quelle del potere mafioso, interpretati da don Mariano Arena, padrino della mafia degli Anni cinquanta, e dal Capitano Bellodi, trasferito in Sicilia, dopo aver combattuto nelle file della Resistenza, che crede fortemente nella legge che rappresenta. Il colloquio tra i due si svolge tra diffidenza e accortezza che caratterizzano il comportamento del capomalavitoso nelle risposte date al capitano per sviare le sue domande, replicando con controdomande e con risposte evasive confinate nei luoghi comuni. Egli si mostra indifferente alle diplomatiche inquisizioni del capitano, consapevole della sua forza e dei poteri politici che lo sostengono, ma mostra rispetto per Bellodi, in cui riconosce i metodi d’indagine rispettosi della dignità-razionale della persona umana. Ed è in questa prospettiva che don Mariano snocciola la sua visione degli uomini sulla scala dei valori, distinguibili in: uomini, mezzi uomini, ominicchi, i pigliainculo, e i quaquaraquà. La vita degli uomini va rispettata, mentre quella dei quaquaraquà non vale niente ed è giusto che gli venga tolta. Il capitano, anche se ha una visione opposta a quella dell’interrogato, tuttavia riesce a comprendere la ragioni storico-sociali di una massa irredenta, afflitta dalla solitudine e da una tragica volontà della classe dirigente, con il susseguirsi di dominazioni straniere impostesi con la forza, cancellando i più elementari diritti umani, interessati a mantenere nell’immobilismo putrido la realtà sociale dell’isola, “al silenzio degli onesti e dei disonesti”, alla paura, alla miseria, alla fame, allo sfruttamento, alle angherie di ogni genere, all’omertà, alla continua richiesta di protezioni, all’imperversare dei soffocamenti feudali, che hanno ostacolato la formazione di una classe media, che agisse da intermediaria tra l’aristocrazia e il bracciantato agricolo. In virtù di tale riflessione, Bellodi riesce a decifrare la mentalità del capomafia e a vedere in lui un uomo, i politici corrotti, quali “gli Sciortino-Caruso” e i “Mancuso –Livigni” imperversano incontrollati nel saccheggio del bene pubblico per arricchirsi smisuratamente. Per questo, le riflessioni di Bellodi lo inducono a concludere che: “don Mariano aveva davvero il vantaggio di essere uomo”. Naturalmente, tali riflessioni non impediscono al capitano la ricerca della verità. Perché dietro lui avanza la lucidità razionale di Sciascia che dispiega la sua visione illuministica nella necessità dei controlli fiscali, catastali e bancari incrociati, per individuare le fonti di arricchimento dei signori del potere e confrontare le esibizioni di ricchezza con gli stipendi normali e trarne le conseguenze legali opportune. Il capitano riuscirà a trovare le prove della colpevolezza del “padrino”, ma la politica romana, l’intricata burocrazia e la magistratura ostacolano in ogni modo l’avanzare dell’inchiesta, depistando anche le conclusioni di Bellodi. Amareggiato, ma non arreso, si allontana da Palermo per una breve licenza a Parma, ma al ritorno l’inchiesta è stata amputata dalle prove e dalle testimonianze sparite, per cui don Mariano è rimasto impunito. Tutto ciò, non piegherà la voglia di continuare a combattere la mafia, fino a “rompersi la testa”. Con Bellodi, Sciascia ha creato un personaggio –simbolo, fiducioso nella capacità di riuscire a far prevalere il codice della giustizia (e dello Stato), per poter liberare i siciliani dalle catene della atavica schiavitù. Sciascia è riuscito a capovolgere gli estremi della questione meridionale, con la sua tesi ancora attuale, sia per la Sicilia che l’intera Italia, dove la nuova classe dirigente ha mostruosamente ingigantito le “rapine di stato” che rimangono impunite per una nuova alleanza e copertura reciproca tra i vari poteri. Per cui personaggi determinati, come Bellodi, vengono sì onorati, ma trasferiti in luoghi di periferia per farli tacere. Nel 1962, un anno dopo la pubblicazione de “Il giorno della civetta”, veniva istituita la Commissione antimafia, costituita da un guazzabuglio politico, ma nessuna iniziativa di rilievo fu avviata, tanto che Sciascia, ancora nel 1987, dalle pagine del “Corriere della sera” (36, I) tuonava con tristezza: “ È stato mai sollecitato un censimento, e una conseguente azione, riguardo alle usurpazioni di beni appartenenti ai demani statali e comunali: acque, fabbricati, aree urbane e suburbane?”          

Il romanzo breve “Il giorno della civetta” (Einaudi, 1961) è incentrato sull’inchiesta del capitano Bellodi su un delitto di mafia, avvenuto in un piccolo paese della Sicilia orientale, di cui fu vittima l’imprenditore, Salvatore Colasberna che ha rifiutato la protezione mafiosa a pagamento. La storia procede, secondo le regole manzoniane sul romanzo, tra situazioni romanzate e uno sfondo storico sociale e ideologico molto reale, si direbbe non romanzo di mafia, ma romanzo di stato

(1) C. Ambroise, in “Invito alla lettura di Sciascia” (Mursia, Milano, 1974) e costituisce il primo capitolo di una tetralogia che potrebbe avere come sottotitolo “Le istituzioni delinquenti”. Il titolo è un ossimoro molto eloquente, in quanto la civetta non può cantare di giorno, perciò si aspetta il giorno per poter rivelare i nomi dei mandanti del delitto compiuto nell’oscurità o se compiuto di giorno, oscurato dall’omertà. Il giorno costituisce un altro simbolo rappresentativo della speranza di un accordo tra partiti politici. Popolo, e istituzioni si troveranno uniti nella lotta antimafia e avranno il coraggio di denunciare pubblicamente i loro crimini. In questa opera, oltre la denuncia dei mali della Sicilia, i suggerimenti per il ripristino della legalità e l’esortazione della necessità di una coraggiosa presa di coscienza, Sciascia riesce a fondere il suo lucido moralismo con un altrettanto coraggiosa carica di pietà.

Nella prima parte, lo scrittore esamina i diversi profili di due personaggi: il capitano Bellodi, un valido e responsabile rappresentante delle istituzioni caparbiamente deciso nel combattere contro il potere mafioso, e il capomafia, Don Mariano Arena, facilmente individuabile nel suo ruolo dallo stesso linguaggio, dall’ambiguità delle risposte evasive, dai tentativi di depistaggio e dalla consapevolezza del suo potere e delle coperture politiche di cui gode. Tuttavia, egli mostra rispetto per la lealtà con cui procede nell’interrogatorio, rispettoso della dignità umana. Egli, pur se Settentrionale, riesce a capire le ragioni storiche e socioeconomiche di una massa irredenta che vive in solitudine, schiava di una cieca e tragica volontà di morte. del retaggio di sudditanza alle deleterie dominazioni barbariche che hanno soffocato con la forza ogni elementare diritto, mirate a salvaguardare l’immobilismo stagnante, con il silenzio degli onesti e dei disonesti, mediante la paura, l’omertà, lo sfruttamento, la fame, la povertà, le trame clientelari, il rigido e complice sistema feudale, impedendo la nascita di una classe intermedia, come l’organizzazione di una borghesia capitalistica, possibile strumento di equilibrio tra aristocrazia terriera e i lavoratori agricoli e tra gli straricchi e i miserabili. Bellodi ostenta rispetto per don Mariano, perché egli ha un codice d’onore, anche se non condiviso, e dimostra di essere uomo, a differenza della classe politica dominante che compie all’ombra del potere, odiose operazioni di speculazioni e di sciacallaggio. Dietro la lucida indagine, ci sono le riflessioni di Sciascia, che, dopo le annotazioni degli atavici e inestirpabili mali della sua terra natale, anche se, per certi aspetti, attuale prosecutore del verismo meridionale e, come nel verismo la sua opera è infarcita di problemi e situazioni narrative, tipiche della questione meridionale.

I due antagonisti assumono valore emblematico: Bellodi, ex partigiano, rappresentante dell’Italia uscita dalla Resistenza, che si accinge a darsi un’organizzazione politica, fondata sulla giustizia e sulla libertà. Don Mariano rappresenta l’Italia arcaica, feudale, fondata sulla prepotenza e sul privilegio, che ha saputo crearsi un sistema utilitaristico di alleanze e torbidi intrecci con importanti rappresentanti dello Stato. Egli ha accumulato la sua ricchezza con metodi criminali e con collusioni, complicità, intimidazioni, tangenti e omertà forzate. Egli da vero “uomo d’onore” ostenta rispetto per i valori della tradizione, la famiglia, la religione, un linguaggio ambiguo, per cui egli rappresenta il modello della vecchia mafia. Di contro, il capitano riconosce in don Maiano una statura umana più nobile della corrotta ed egoistica classe politica siciliana e nazionale, responsabile della putredine in cui galleggiano e affondano i nuovi Titiro, soffocati con la forza nel diritto, senza intervenire per lasciare immobile la realtà meridionale. Nei suoi successivi romanzi fino a “A ciascuno il suo”(1966), Sciascia tende a una più profonda conoscenza della realtà italiana con le sue contraddizioni, le sue storture, la gestione del diritto, la corruzione nell’assegnazione degli appalti, le manipolazioni elettorali e il criminale sistema dell’assegnazione delle più alte cariche pubbliche, gli scippi mafiosi a danno dei contadini, le varie forme di arretratezza, suggerendo elementi per l’identificazione dei responsabili dell’adamitico dolore meridionale. Ci sembra calzante riportare in questa sede, riportare un brano de “Il contesto” che, al di là delle sequenze episodiche, definisce esemplarmente sia gli intrecci segreti del romanzo, sviluppato in una Italia immaginaria (ma quanto reale!!!), perciò dalla tonalità parodistica. “ Ad un certo punto, la storia comincia a muoversi in un paese del tutto immaginario; un paese dove non avevano più corso le idee, dove i principi-ancora proclamati e conclamati- venivano quotidianamente irrisi, dove le ideologie si risolvevano in politica a pure denominazione nel gioco delle parti che il poter si assegnava, dove soltanto il potere per il potere contava. Un paese immaginario, ripeto. E si può anche pensare all’ Italia, si può anche pensare alla Sicilia. Ma nel senso del mio amico Guttuso quando dice: anche se dipingo una mela, c’è la Sicilia” la luce, il colore. E il verme che di dentro se la mangia?. Ecco il verme in questa mia parodia, è tutto di immaginazione. Possono essere siciliani e italiani la luce, il colore (ma c’è, gli accidenti, i dettagli; ne è poi?). Ma la sostanza (se c’è) vuole essere quella di un apologo sul potere del mondo, sul potere che sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa” o di familismo violento.

A differenza delle altre versioni del Neorealismo, incentrato sul pietismo documentaristico, l’indagine di Sciascia si fonda su un lucido rigore razionale e crede che le idee illuministiche possano determinare le condizioni per la creazione di una società più giusta. Ma le conclusioni dei suoi romanzi sfociate nel fallimento dei protagonisti, ricercatori della verità, ha incupito le convinzioni illuministiche nello scrittore, che nelle opere successive carica di amaro sarcasmo, del procedimento ironico e corrosivo della scrittura. Con “Il contesto” (1971), sviluppato con la tecnica del giallo, che lo scrittore utilizzerà in altri romanzi, un ispettore di polizia indaga in un paese immaginario (l’Italia) su misteriose uccisioni di giudici, scoprendo un complotto contro lo Stato, ma viene ucciso dai servizi segreti, senza alcun procedimento di inchiesta, per non rivelare la sua intuizione dell’accordo segreto di potere che garantisce alcuni equilibri tra i vari poteri del governo e l’apparente opposizione. Sciascia riesce a captare in anticipo le trame promiscue segrete che emergeranno negli anni della strategia della tensione che, negli attentati e nei delitti dei responsabili delle istituzioni, soprattutto nel “delitto Moro” espresse la vocazione stragista dei gruppi eversivi, ritenuti dallo scrittore la “Longa Manus” dei potentati politici assegnatari delle maggiori cariche dello stato. Sulla stessa linea della segreta esplorazione è ripresa in “Todo modo”(1974), in cui lo scrittore opera un altro tentativo di esplorazione dei torbidi meandri delle bolge infernali della politica italiana, di cui, lo scrittore, dotato di ben affilati strumenti razionali e di un istintiva proiezione verso la chiaroveggenza, tipica degli intellettuali, opera una diagnosi rigorosa dei malesseri non indotti del sistema politico italiano, egemonizzato dalle truppe governative democristiane, che segretamente si riuniscono in un albergo di lusso, con la scusa degli esercizi spirituali e, invece, con l’obiettivo di procedere alla spartizione del potere, tramando insidie, intrighi affaristici, senza l’esclusione del delitto per ogni opposizione alla loro spartizione. Ma il raduno è sconvolto da una serie di misteriose scomparse che registrano i segreti dei delitti subiti dai convegnisti. La mancata individuazione del colpevole, segretamente protetto dai mandanti, sigla ulteriormente la sconfitta della ragione nella ricerca della verità. Lo scrittore, tuttavia, non si arrende a ogni imperversare della sconfitta, ma dalla sua solida formazione illuministica, nasce un significativo romanzo; “Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia”, dove sotto l’influenza delle idee illuministiche, affronta il tormentato rapporto con gli inganni e le perversioni del P.C.I., suo partito di appartenenza, che crollano davanti al sorgere di un puro sogno di felicità e di libertà di Candido, che condanna con la sua scelta, l’ottusità e la repressione di un anacronistico sistema sociale. Con “Porte aperte” (1987), Sciascia si schiera contro la pena di morte, mentre con l’ultimo romanzo breve “Una storia semplice” (1989), già in prossimità della fine, riprende, come testamento, la denuncia contro la mafia che ha impregnato tutti i meccanismi dello Stato, divenendo la centrale decisiva di ogni problema e di ogni destino, a dimostrazione finale della detenzione del potere assoluto delle forze eversive, che certamente, con il loro agire, aggraveranno la “questione meridionale” o la utilizzeranno per continuare il suo potere sulle “anime morte” di un Sud che progressivamente affonda verso il sottosuolo della storia.

Da: “ Il mare colore del vino”—Racconti-Einaudi, Torino.

 IL LUNGO VIAGGIO

In questo racconto, tratto dalla raccolta Il mare colore del vino, Sciascia racconta la terribile beffa di cui sono vittime alcuni poveri contadini siciliani che, all’inizio del Novecento, vorrebbero emigrare in America per sfuggire a una vita di stenti e miseria. Dopo aver preso accordi con un losco individuo, il signor Melfa, e avergli pagato un’ingente somma di denaro, gli emigranti si ritrovano di notte, pieni di paura ma anche di speranza, su una spiaggia vicino a Gela, e si imbarcano sulla nave che dovrebbe portarli a New York. Dopo un lungo e difficile viaggio, durato undici notti, Melfa li fa sbarcare. Ma i loro sogni di ricchezza e benessere saranno atrocemente delusi: una brutta sorpresa li aspetta…

Da: Il mare colore del vino- Racconti, Einaudi, Torino

Era una notte che pareva fatta apposta, un’oscurità cagliata che a muoversi quasi se ne sentiva il peso. E faceva spavento, respiro di quella belva che era il mondo, il suono del mare: un respiro che veniva a spegnersi ai loro piedi. Stavano, con le loro valige di cartone e i loro fagotti, su un tratto di spiaggia pietrosa, riparata da colline, tra Gela e Licata ; vi erano arrivati all’imbrunire, ed erano partiti all’alba dai loro paesi; paesi interni, lontani dal mare, aggrumati nell’arida plaga del feudo. Qualcuno di loro, era la prima volta che vedeva il mare: e sgomentava il pensiero di dover attraversarlo tutto, da quella deserta spiaggia della Sicilia, di notte, ad un’altra deserta spiaggia dell’America, pure di notte. Perché i patti erano questi – Io di notte vi imbarco – aveva detto l’uomo: una specie di commesso viaggiatore per la parlantina, ma serio e onesto nel volto – e di notte vi sbarco: sulla spiaggia del Nugioirsi, vi sbarco; a due passi da Nuovaiorche… E chi ha parenti in America, può scrivergli che aspettino alla stazione di Trenton, dodici giorni dopo l’imbarco… Fatevi il conto da voi… Certo, il giorno preciso non posso assicurarvelo: mettiamo che c’è mare grosso, mettiamo che la guardia costiera stia a vigilare… Un giorno più o un giorno meno, non vi fa niente: l’importante è sbarcare in America. L’importante era davvero sbarcare in America: come e quando non aveva poi importanza. Se ai loro parenti arrivavano le lettere, con quegli indirizzi confusi e sgorbi che riuscivano a tracciare sulle buste, sarebbero arrivati anche loro; “chi ha lingua passa il mare”, giustamente diceva il proverbio. E avrebbero passato il mare, quel grande mare oscuro; e sarebbero approdati agli stori e alle farme8 dell’America, all’affetto dei loro fratelli zii nipoti cugini, alle calde ricche abbondanti case, alle automobili grandi come case. Duecentocinquantamila lire: metà alla partenza, metà all’arrivo. Le tenevano, a modo di scapolari9, tra la pelle e la camicia. Avevano venduto tutto quello che avevano da vendere, per racimolarle: la casa terragna il mulo l’asino le provviste dell’annata il canterano le coltri. I più furbi avevano fatto ricorso agli usurai, con la segreta intenzione di fregarli; una volta almeno, dopo anni che ne subivano angaria: e ne aveva soddisfazione, al pensiero della faccia che avrebbero fatta nell’apprendere la notizia. “Vieni a cercarmi in America, sanguisuga: magari ti ridò i tuoi soldi, ma senza interesse, se ti riesce di trovarmi”. Il sogno dell’America traboccava di dollari: non più, il denaro, custodito nel logoro portafogli o nascosto tra la camicia e la pelle, ma cacciato con noncuranza nelle tasche dei pantaloni, tirato fuori a manciate: come avevano visto fare ai loro parenti, che erano partiti morti di fame, magri e cotti dal sole; e dopo venti o trent’anni tornavano, ma per una breve vacanza, con la faccia piena e rosea che faceva bel contrasto coi capelli candidi. Erano già le undici. Uno di loro accese la lampadina tascabile: il segnale che potevano venire a prenderli per portarli sul piroscafo. Quando la spense, l’oscurità sembrò più spessa e paurosa. Ma qualche minuto dopo, dal respiro ossessivo del mare affiorò un più umano, domestico suono d’acqua: quasi che vi si riempissero e vuotassero, con ritmo, dei secchi. Poi venne un brusìo, un parlottare sommesso. Si trovarono davanti il signor Melfa, che con questo nome conoscevano l’impresario della loro avventura, prima ancora di aver capito che la barca aveva toccato terra. – Ci siamo tutti? – domandò il signor Melfa. Accese la lampadina, fece la conta. Ne mancavano due. – Forse ci hanno ripensato, forse arriveranno più tardi… Peggio per loro, in ogni caso. E che ci mettiamo ad aspettarli, col rischio che corriamo?

5Nugioirsi: New Jersey, stato della costa atlantica degli Stati Uniti, dove si trova la città di Trenton. Il nome straniero è pronunciato con una storpiatura dialettale. Nuovaiorche: altra storpiatura popolare per New York. “chi ha lingua… mare”: il senso del proverbio è che chi sa parlare è capace di arrangiarsi e può arrivare dovunque. agli stori e alle farme: pronuncia dialettale per i termini inglesi stores (“magazzini”) e farmes (“fattorie”). (scapolari: immaginette sacre su stoffa che si tenevano sotto i vestiti, appese al collo. terragna: bassa, modesta. angaria: sopruso. l’impresario: il signor Melfa è l’organizzatore del trasporto: dovrebbe imbarcare i contadini e sbarcarli in America.)

Tutti dissero che non era il caso di aspettarli. Se qualcuno di voi non ha il contante pronto – ammonì il signor Melfa – è meglio si metta la strada tra le gambe e se ne torni a casa: che se pensa di farmi a bordo la sorpresa, sbaglia di grosso: io vi riporto a terra com’è vero dio, tutti quanti siete. E che per uno debbano pagare tutti, non è cosa giusta: e dunque chi ne avrà colpa la pagherà per mano mia e per mano dei compagni, una pestata che se ne ricorderà mentre campa; se gli va bene… Tutti assicurarono e giurarono che il contante c’era, fino all’ultimo soldo. – In barca – disse il signor Melfa. E di colpo ciascuno dei partenti diventò una informe massa, un confuso grappolo di bagagli. – Cristo! E che vi siete portata la casa appresso? – cominciò a sgranare bestemmie, e finì quando tutto il carico, uomini e bagagli, si ammucchiò nella barca: col rischio che un uomo o un fagotto ne traboccasse fuori. E la differenza tra un uomo e un fagotto era per il signor Melfa nel fatto che l’uomo si portava appresso le duecentocinquatamila lire; addosso, cucite nella giacca o tra la camicia e la pelle. Li conosceva, lui, li conosceva bene: questi contadini zaurri, questi villani.

Il viaggio durò meno del previsto: undici notti, quella della partenza compresa. E contavano le notti invece che i giorni, poiché le notti erano di atroce promiscuità, soffocanti. Si sentivano immersi nell’odore di pesce di nafta e di vomito come in un liquido caldo bitume. Ne grondavano all’alba, stremati, quando salivano ad abbeverarsi di luce e di vento. Ma come l’idea del mare era per loro il piano verdeggiante di messe quando il vento lo sommuove, il mare vero li atterriva: e le viscere gli si strizzavano, gli occhi dolorosamente verminavano di luce se appena indugiavano a guardare. Ma all’undicesima notte il signor Melfa li chiamò in coperta: e credettero dapprima che fitte costellazioni fossero scese al mare come greggi; ed erano invece paesi, paesi della ricca America che come gioielli brillavano nella notte. E la notte stessa era un incanto: serena e dolce, una mezza luna che trascorreva tra una trasparente fauna di nuvole, una brezza che allargava i polmoni. – Ecco l’America – disse il signor Melfa. – Non c’è pericolo che sia un altro posto? – domandò uno: poiché per tutto il viaggio aveva pensato che nel mare non ci sono né strade né trazzere ed era da dio fare la via giusta, senza sgarrare, conducendo una nave tra cielo ed acqua. Il signor Melfa lo guardò con compassione, domandò a tutti – E lo avete mai visto, dalle vostre parti, un orizzonte come questo? E non lo sentite che l’aria è diversa? Non vedete come splendono questi paesi? Tutti conven, con compassione e risentimento guardarono quel loro compagno che aveva osato una così stupida domanda. – Liquidiamo il conto – disse il signor Melfa. Si frugarono sotto la camicia, tirarono fuori i soldi. – Preparate le vostre cose – disse il signor Melfa dopo avere incassato. Gli ci vollero pochi minuti: avendo quasi consumato le provviste di viaggio, che per patto avevano dovuto portarsi, non restava loro che un po’ di biancheria e i regali per i parenti d’America: qualche forma di pecorino qualche bottiglia di vino vecchio qualche ricamo da mettere in centro alla tavola o alle spalliere dei sofà. Scesero nella barca leggeri leggeri, ridendo e canticchiando; e uno si mise a cantare a gola aperta, appena la barca si mosse. E dunque non avete capito niente? – si arrabbiò il signor Melfa. – E dunque mi volete fare passare il guaio?… Appena vi avrò lasciati a terra potete correre dal primo sbirro che incontrate, e farvi rimpatriare con la prima corsa: io me ne fotto, ognuno è libero di ammazzarsi come vuole… E poi, sono stato ai patti: qui c’è l’America, il dovere mio di buttarvici l’ho assolto… Ma datemi il tempo di tornare a bordo, Cristo di Dio! Gli diedero più del tempo di tornare a bordo: che rimasero seduti sulla fresca sabbia, indecisi, senza saper che fare, benedicendo e maledicendo la notte: la cui protezione, mentre stavano fermi sulla spiaggia, si sarebbe mutata in terribile agguato se avessero osato allontanarsene. Il signor Melfa aveva raccomandato – sparpagliatevi – ma nessuno se la sentiva di dividersi dagli altri. E Trenton chi sa quant’era lontana, chi sa quando ci voleva per arrivarci. Sentirono, lontano e irreale, un canto. “Sembra un carrettiere nostro”, pensarono: e che il mondo è ovunque lo stesso, ovunque l’uomo spreme in canto la stessa malinconia, la stessa pena. Ma erano in America, le città che baluginavano dietro l’orizzonte di sabbia e d’alberi erano città dell’America. Due di loro decisero di andare in avanscoperta. Camminarono in direzione della luce che il paese più vicino riverberava nel cielo. Trovarono quasi subito la strada: “asfaltata, ben tenuta; qui è diverso che da noi”, ma per la verità se l’aspettavano più ampia, più dritta. Se ne ten fuori, ad evitare incontri: la seguivano camminando tra gli alberi.

Passò un’automobile: “pare una seicento”; e poi un’altra che pareva una millecento, e un’altra ancora: “le nostre macchine loro le tengono per capriccio, le comprano ai ragazzi come da noi le biciclette”. Poi passarono, assordanti, due motociclette, una dietro l’altra. Era la polizia. Non c’era da sbagliare: meno male che si erano tenuti fuori della strada. Ed ecco che finalmente c’erano le frecce. Guardarono avanti e indietro, entrarono nella strada, si avvicinarono a leggere: Santa Croce Camerina – Scoglitti. – Santa Croce Camerina: non mi è nuovo, questo nome. – Pare anche a me; e nemmeno Scoglitti mi è nuovo. – Forse qualcuno dei nostri parenti ci abitava, forse mio zio prima di trasferirsi a Filadelfìa: che io ricordo stava in un’altra città, prima di passare a Filadelfìa. – Anche mio fratello: stava in un altro posto, prima di andarsene a Brucchilin… Ma come si chiamasse, proprio non lo ricordo: e poi, noi leggiamo Santa Croce Camerina, leggiamo Scoglitti; ma come leggono loro non lo sappiamo, l’americano non si legge come è scritto. – Già, il bello dell’italiano è questo: che tu come è scritto lo leggi… Ma non è che possiamo passare qui la nottata, bisogna farsi coraggio… Io la prima macchina che passa, la fermo: domanderò solo “Trenton?”… Qui la gente è più educata. Anche a non capire quello che dice, gli scapperà un gesto, un segnale: e almeno capiremo da che parte è, questa maledetta Trenton. Dalla curva, a venti metri, sbucò una cinquecento: l’automobilista se li vide guizzare davanti, le mani alzate a fermarlo. Frenò bestemmiando: non pensò a una rapina, che la zona era tra le più calme; credette volessero un passaggio, aprì lo sportello. – Trenton? – domandò uno dei due. – Che? – fece l’automobilista. – Trenton? – Che Trenton della madonna – imprecò l’uomo dell’automobile. – Parla italiano – si dissero i due, guardandosi per consultarsi: se non era il caso di rivelare a un compatriota la loro condizione. L’automobilista chiuse lo sportello, rimise in moto. L’automobile balzò in avanti: e solo allora gridò ai due che rimanevano sulla strada come statue – ubriaconi, cornuti ubriaconi, cornuti e figli di… – il resto si perse nella corsa. Il silenzio dilagò.

 – Mi sto ricordando – disse dopo un momento quello cui il nome di Santa Croce non suonava nuovo – a Santa Croce Camerina, un’annata che dalle nostre parti andò male, mio padre ci venne per la mietitura. Si buttarono come schiantati sull’orlo della cunetta perché non c’era fretta di portare agli altri la notizia che erano sbarcati in Sicilia.C

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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