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GIUSEPPE PONTIGGIA UN GRANDE PROTAGONISTA DELLA LETTERATURA ITALIANA__Poeta, scrittore e traduttore degli immortali classici, fecondo operatore culturale e scopritore di voci nuove della poesia contemporanea- troppo presto dimenticato nella attuale società plutocratica, governata dalla dittatura dell’autorefenzialità

GIUSEPPE  PONTIGGIA

Giuseppe Pontiggia, detto Peppo (Como, 25 settembre 1934 – Milano, 27 giugno 2003) è stato uno scrittore, aforista, critico letterario e docente italiano.

Biografia

Nasce da una madre attrice dilettante e da un padre funzionario di banca, e trascorre l’infanzia a Erba, nella campagna brianzola. In seguito, dopo l’uccisione del padre da parte dei partigiani gappisti per ragioni mai chiarite, nelle prime avvisaglie della guerra civile (1943), la famiglia si sposta a Santa Margherita Ligure e poi a Varese, infine definitivamente dal 1948 a Milano.

Pontiggia, mosso da innata propensione allo scrivere e da un desiderio irrefrenabile di conoscere l’universo attraverso i libri, ereditato dal padre bibliofilo, scopre lo stile come felicità del linguaggio attraverso la lettura adolescenziale di Guy de Maupassant. Ultimato il liceo classico con due anni di anticipo, per necessità familiari comincia a lavorare in banca, e al contempo collabora fin dalla sua fondazione (1956) con la rivista d’avanguardia Il Verri , diretta da Luciano Anceschi. Intorno alla rivista Il Verri, della cui redazione Pontiggia entra presto a far parte con un ruolo importante (che non è sempre stato valutato adeguatamente dalla critica), ruotano anche Umberto Eco e Nanni Balestrini.

Contemporaneamente completa gli studi universitari e nel 1959 si laurea all’Università Cattolica del Sacro Cuore con una tesi sulla tecnica narrativa di Italo Svevo. Lo stesso anno pubblica il suo primo romanzo autobiografico La morte in banca, frutto d’una profonda insoddisfazione per la sua esperienza lavorativa e per un mondo che considera frustrante, pieno di adulti che non sono maturi. Grazie all’incoraggiamento di Elio Vittorini, che gli consiglia di dedicare più tempo alla narrativa, nel 1961 lascia l’impiego in banca e si dedica all’insegnamento serale.Nel 1963 si sposa con Lucia Magnocavallo, e sei anni dopo diviene padre di Andrea. Il tempo libero gli consente di approfondire letture, interessi ed esperienze culturali in molteplici direzioni. Pontiggia diventa consulente di alcune case editrici:  Adelphi per la quale pubblica nel 1968 L’arte della fuga; e la Arnoldo Mondadori Editore  con la quale collabora attivamente, anche curando insieme con Marco Forti l’Almanacco dello Specchio fin dal primo numero del 1972. Intanto amplia la sua attività di saggista e di critico e occupandosi di autori classici, quali Ausonio, Macrobio, Sallustio, Lucano, Bonvesin de la Riva, successivamente  Francesco Guicciardini  e anche di autori moderni e contemporanei come Manzoni, Verga, D’Arrigo, Sinisgalli, Porta,ecc.Nel 1978 pubblica-con  Mondadori il romanzo Il Giocatore invisibile. Protagonista ne è un professore (attaccato anonimamente su una rivista per l’etimologia di “ipocrita”), che vede crollare tutte le certezze su cui ha costruito falsamente l’esistenza. Il tema era stato suggerito a Pontiggia dalla lettura di un feroce scambio polemico tra filologi su una rivista di studi classici. Nel 1983 il tradimento di un infiltrato in un gruppo clandestino comunista sarà il filo conduttore del romanzo Il raggio d’ombra. Le vicende sono ispirate da un evento reale accaduto nel 1927; Pontiggia ripubblicherà il libro in un’edizione riveduta nel 1988, ma del risultato non sarà mai pienamente convinto. Siamo nel 1927 in pieno regime fascista: Enrico, militante comunista, chiede all’amico Mariano di nascondere per qualche giorno il compagno Losi, ricercato dalla polizia Siamo nel 1927 in pieno regime fascista: Enrico, militante comunista chiede all’amico Mariano di nascondere per qualche giorno il compagno Losi, ricercato dalla polizia.Dopo le prime titubanze Mariano, un medico dalla vita tranquilla e disinteressato alla politica, acconsente per amicizia. Ben presto, però, il protetto si rivelerà tutt’altro che un perseguitato del regime, bensì una spia che, alla fine, incastrerà sia il medico sia il gruppo di attivisti.Un onorevole, Travi, da quel momento si metterà sulle tracce di Losi, il traditore che nel frattempo è sparito dalla circolazione. La ricerca, lunga oltre trent’anni, si risolverà lasciando dietro di sé una scia di domande senza risposte.Partendo da un fatto realmente accaduto, Pontiggia trae spunto per raccontare una storia di taglio investigativo, alternando sequenze lente e propedeutiche a capitoli più “movimentati”. Straordinario, inoltre, il lavoro di scavo psicologico dei protagonisti, utilizzato già ne Il giocatore invisibile uscito nel 1978. Figura cardine intorno a cui ruota questo breve romanzo è Losi, convitato di pietra, un’ombra che aleggia dalla prima all’ultima pagina senza mai materializzarsi, priva di alcun tratteggio descrittivo, presenza ambigua e costante dai contorni inafferabili.Chi ama la lettura non può non rimanere colpito dal personaggio del professor Perego, un bibliomane impenitente sommerso in casa da una quantità innumerevole di libri, e il cui dispiacere di morire è dovuto al fatto di non avere il tempo necessario per poterli leggere tutti. La sua presenza, tra il grottesco e il surreale, spezza il pathos della trama.  Perego è la proiezione iconografica dell’autore: Pontiggia, instancabile divoratore di libri sin da bambino, arrivò infatti a raccogliere nella propria biblioteca oltre quarantamila volumi.Il titolo, in sé un ossimoro, rappresenta quel raggio di verità proiettato verso una direzione senza meta che si trasfoma, poi, in qualcosa di indefinito, insolubile, consegnato alla dimensione del mistero.Pubblicato nel 1983 e successivamente rivisitato dall’autore in alcune parti,Il raggio d’ombra costituisce un classico della narrativa italiana contemporanea.  Negli anni Ottanta comincia a tenere corsi di scrittura al Teatro Verdi e presso università e altre sedi, incentrati sui vari modi, problemi e aspetti dello scrivere e sullo studio del linguaggio della prosa.

Pontiggia inizia a pubblicare anche raccolte di saggi dalla scrittura limpida e di forte tensione stilistica e critica: Il giardino delle Esperidi (1984), a cui fanno seguito il volumetto satirico Le sabbie immobili (1991), L’isola volante (1996) e I contemporanei del futuro: viaggio nei classici (1998), una delle riflessioni più profonde del secolo su chi sono i classici e perché, e sul rapporto che è possibile intrattenere con loro. Nella narrativa riesce a cogliere brillanti successi, di critica come di pubblico. “La grande sera” di Giuseppe Pontiggia è un intenso romanzo che è valso all’autore il premio Strega 1989. Diviso in trenta capitoli, si incentra attraverso la narrazione, su alcune tematiche, in particolare l’assenza e la menzogna.E’ la storia di un uomo cui l’autore, nella narrazione, non dà nome e che scompare improvvisamente. La prima ad accorgersi di ciò è la sua amante che lo attendeva per un appuntamento. La donna, preoccupata, telefona a Mario, fratello dell’uomo: questi è sposato da molti anni ma con una vita coniugale priva di passione. Mario decide, così, di contattare la moglie dello scomparso, Giulia, che a quarant’anni si ritrova, dopo aver abbandonato passioni e ambizioni letterarie per il matrimonio, ad interessarsi nuovamente di poesia e, proprio quel giorno, presenta, insieme ad altri, le proprie composizioni in versi. Alle domande del cognato risponde di non sapere nulla del marito e lo indirizza verso le persone e i luoghi di lavoro. Mario conosce, così, un collega del fratello che afferma che lo scomparso avrebbe dovuto, quel giorno, partecipare a un corso di “psicologia della domanda” organizzato dal suo direttore, facoltoso uomo d’affari, tale Terragni. Questi, però, non ha visto il dipendente e consiglia di attendere il giorno successivo prima di preoccuparsi. “Aspettiamo domani” dice.“Aspettare: etimologicamente significa guardare verso. Ad spectare. E’ un verbo che può rendere sopportabile o insopportabile la vita“. I personaggi attendono tutti ma in maniera diversa. Ognuno manifesta, con le proprie reazioni, una differente tipologia che è indice sia di insito carattere, quanto del percorso fatto nella vita e dei rapporti con lo scomparso:Terragni, che a tutto vuol dare una spiegazione (perfino all’aldilà), cerca il significato delle parole che ha usato;Mario, inerme e timoroso nel prendere decisioni, rimane accanto al televisore a ricordare le ultime conversazioni scambiate tra fratelli; Giulia, svuotata da un matrimonio privo di significato, pare non pensare a nulla; Ada, l’amante, si preoccupa e fa telefonate. Ecco apparire altri personaggi tra cui spicca Andrea, figlio di Mario, un ragazzo infelice quanto lo erano state la sua infanzia e la sua adolescenza, vissute assistendo al triste spettacolo dei litigi tra i genitori. Forse lui è quello che capisce di più lo zio che, è ormai palese, ha deciso di sparire. Lo comprende perché anche lui che“nell’età chiamata evolutiva – come se qualcuna non lo fosse – aveva sognato la fuga: dapprima in uno di quei luoghi da cui si sogna di fuggire, un collegio, un convento, una caserma, poi un’università lontana, poi una nazione o un altro continente”.Infine, però, incontra una ragazza, di lei s’innamora e rimane.Nei tre mesi successivi vengono a galla stralci di vita dello scomparso noti, almeno in parte, ad alcuni personaggi, per altri inimmaginabili. Si scopre che l’uomo, oltre ad aver effettuato operazioni finanziarie non completamente lecite che coinvolgono alcuni fra i colleghi , era, a livello emotivo e anche fisico, desideroso d’esser vivo, d‘amare. Seppur nel nascondimento, in quegli anni, aveva condotto una vita diversa dalla grigia e monotona esistenza del fratello Mario. Sì, lui aveva vissuto e qualcosa di simile voleva avvenisse per il nipote Andrea. Lo zio, prima di scomparire, come si legge nell’ultima parte del romanzo, aveva disposto che al ragazzo fosse donato qualcosa di grande valore. “Tu hai bisogno di spazio” gli aveva detto in uno degli ultimi colloqui e aveva fatto il possibile, come si vedrà nel finale, per donarglielo. In quei tre mesi in cui si svolge la narrazione lo scomparso è il protagonista più vivo attraverso la sua assenza e questo evento inaspettato fa sì che ognuno si riveli a livello emotivo e che ogni inganno o debolezza venga a galla.La vicenda ha termine qui: tutti senza particolare dolore accettano la scomparsa dell’uomo. Ecco, quindi, si è al tramonto, alla sera degli affetti. La tristezza per la scomparsa troppo presto si mitiga e la vita va avanti, come se di sentimento, nel cuore dei personaggi, ne fosse albergato davvero poco e di ciò il protagonista, prima di scomparire, avesse già consapevolezza.Vinse tra l’altro il Premio Strega nel 1989 con “La grande sera”, un affresco a tratti perfino spietato della società italiana degli anni Ottanta il Super Flaiano nel 1994 con Vite di uomini non illustri (1993); il Premio Chiara alla carriera nel 1997; infine il Premio Campiello, il Premio Società dei Lettori e Pen Club nel 2001 con Nati due volte (2000), romanzo in cui un tema che lo tocca (la disabilità del figlio) si articola in una narrazione non riducibile all’autobiografismo e da cui è stato tratto il film Le chiavi di casa. Durante questo periodo felice, riesce a prestare attenzione a suoi vecchi lavori, ampliando o ripubblicando alcuni dei suoi precedenti libri. Pontiggia partecipò anche a numerose trasmissioni radiofoniche tra cui Dentro la sera, su Rai Radio 2, Vedi alla voceDamasco e infine Passaggi mobili, una serie di conversazioni radiofoniche progettata dall’autore stesso e interrotta però dalla sua morte improvvisa.

Pontiggia con Alberto Arbasino al Premio Campiello nel 1994

Oltre al film citato di Gianni Amelio, da Vite di uomini non illustri Mario Monicelli trae il film Facciamo paradiso, mentre nel 1989 il musicista Marco Tutino scrive Due arie per soprano e pianoforte su due testi di Pontiggia.Tra gli autori stranieri che ha presentato Herman Hesse, Isaac Bashevis Singer, Rex Stout, E.M. Forster, Valery Larbaud, ecc.Le sue opere, in particolare Nati due volte, ebbero grande successo internazionale e vennero tradotte in spagnolo, tedesco, inglese, olandese, ungherese, francese, svedese, cinese e giapponese. Muore a Milano il 27 giugno 2003, colpito da collasso cardio-circolatorio mentre è ancora in piena attività. Dopo i funerali milanesi, ai quali partecipa un ingente numero di persone, la salma viene portata al cimitero di Arcellasco, frazione di Erba.

Biblioteca e archivio personale

La sua biblioteca e le sue carte sono state acquistate nel 2005 dalla BEIC. La biblioteca è composta da 35.640 volumi comprendenti libri antichi, opere di narrativa, monografie e saggi, dizionari, vocabolari ed enciclopedie, riviste, cataloghi, estratti, manuali e testi scolastici. Sono inoltre presenti le sue opere in italiano e in lingua straniera. Tutto il fondo è catalogato e consultabile dalla BEIC. L’archivio comprende sue carte dal 1947 al 2004.

Dopo La morte in banca (2a ed. corretta e arricchita di altri sei racconti, 1979; 3a ed. con ulteriori correzioni e l’aggiunta di cinque racconti, 1991), libro non privo di suggestioni sveviane sulla crisi di un giovane intellettuale avviato a una mortifera carriera impiegatizia, la seconda opera di P., L’arte della fuga (1968; 2a ed. riveduta e ampliata, 1990), è un lavoro che risente della temperie sperimentale propria degli anni Sessanta, privo di una trama riconoscibile e ricco di molteplici livelli di lettura: una sorta di antiromanzo in chiave fenomenologica che, nonostante l’alto valore letterario, non ottenne i riconoscimenti sperati. Ottima accoglienza ottenne invece Il giocatore invisibile (1978), nel quale, traendo spunto da una polemica tra due studiosi, P. inventa una storia ambientata in un mondo accademico dove l’ipocrisia regna sovrana, proprio a partire dal violento attacco anonimo che un professore subisce sulle pagine di una rivista per l’erronea etimologia da lui fornita del termine ipocrita: ricco di colpi di scena, di illuminanti dialoghi e di magistrali caratterizzazioni, il libro ironicamente dimostra quanto l’essere prigionieri delle proprie certezze possa impedire di cogliere nell’enigmatico gioco del destino la lezione di verità che sola permetterebbe di affrontarlo. Da un episodio reale – l’arresto dei membri di un’organizzazione clandestina durante il fascismo, dovuto all’ambiguo comportamento di un infiltrato – prende le mosse anche Il raggio d’ombra (1983; 2a ed. riveduta e ampliata, 1988), romanzo che, pur con alcuni difetti strutturali, ha pagine bellissime, per es. sulla smodata passione per i libri (noto bibliofilo era lo stesso P.). Dopo l’incerta accoglienza riservata a La grande sera (1989; 2a ed. riveduta, 1995), romanzo dalla scrittura densamente aforistica, tutto centrato sul motivo dell’improvvisa scomparsa di un uomo e sulle reazioni che ne derivano con risvolti in chiave poliziesca, unanime consenso suscitarono le due ultime opere narrative: la prima, antifrasticamente intitolata Vite di uomini non illustri (1993), è una raccolta di diciotto profili biografici, storie di ordinarie esistenze ricostruite nei passaggi cruciali dalla nascita alla morte, in cui l’autore mette a frutto tutte le risorse di uno stile prosastico maturo, preciso e duttilissimo; la seconda, Nati due volte (2000), affronta il tema, direttamente autobiografico, del rapporto con un figlio disabile, traendone un racconto di straordinaria vivacità e ricchezza di toni, dall’ironia allo sdegno alla tenerezza, senza mai cedere a patetismi o a propositi dimostrativi. Un inno alla solidarietà, un’invocazione accorata alla concessione di un semplice sorriso. In questo libro, vincitore del Premio Campiello 2001, Giuseppe Pontiggia fa rivivere la sua esperienza personale, quella di un padre che deve convivere con la situazione di handicap del figlio. Nati due volte è un po’ come una “finestra aperta” sui problemi di una famiglia che vive la tragedia della malattia del figlio Paolo, colpito da tetraparesi spastica.

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Nessuna indiscrezione dato che è proprio il narratore, il prof. Frigerio, padre di Paolo (Giuseppe Pontiggia stesso in realtà), che l’ha aperta, per cercare forse un aiuto, un cenno di solidarietà, un sorriso, appunto.

Il rapporto del padre con il figlio disabile è tutto avvolto da qualche silenziosa richiesta, anche minima, di attenzione. Il libro è come un quadro che ritrae l’amore del padre per il figlio svantaggiato, di cui cerca di ricuperare tutte le potenzialità. E di fronte a ostacoli insormontabili per Paolo, non vuole arrendersi. Come spesso capita scatta la speranza di trovare negli altri un sostegno morale per chi, assistendo un familiare in difficoltà, ne rimane coinvolto emotivamente. Ma la “disattenzione” che, spesso, si manifesta nei confronti di chi è diversamente abile non fa che acuire nei familiari la consapevolezza di una sempre maggiore distanza che divide i disabili dai normodotati (p.70). Tuttavia Pontiggia ci fa capire che questo atteggiamento si manifesta anche in chi, come i familiari, è (in)direttamente colpito dall’handicap, che “spera” di intravedere in altri disabili una minorazione “più grave”, quasi a cercare, anche se labile, un conforto al proprio dramma. Una forma di distanza si manifesta anche nei familiari; quando, cercando riprendere il figlio con la macchina fotografica, la moglie Franca obietta al professore che non può ritrarlo in quella posizione e aggiunge «sarebbe difficile anche per noi» (p. 62). Ecco come ricorra spesso anche in chi assiste i disabili questa forma particolare di “distanza”. «Noi» come «perenne termine di confronto, simbolo di una normalità suprema.» (p. 62 L’esperienza non ci aiuta soltanto a capire l’handicap, ma è lo stesso handicap che ci aiuta a capire noi stessi. E questa conoscenza di noi stessi potremmo associare anche alla questione linguistica, alla terminologia utilizzata in maniera diversa da chi è affetto direttamente da un handicap rispetto a chi non lo è. «Le disgrazie, fra i tanti effetti, ne hanno alcuni linguistici immediati, ci rendono sensibili al lessico interessato dal problema» (p. 96). Chi usa il termine “spastico”, ad esempio, è perché «nessuno della sua famiglia lo è» (p. 96). Ma c’è anche un senso di colpa quando diciamo “non vedente” invece di “cieco”; «forse perché, dice Pontiggia, “cieco” definisce irreparabilmente una persona, mentre “non vedente” circoscrive l’assenza di una funzione» (p. 96). E’  il tipo di atteggiamento che spesso ferisce irreparabilmente non solo chi sopporta fisicamente il peso dell’handicap ma anche i suoi familiari, vale a dire l’”insofferenza”, un’«offesa ben più grave di uno schiaffo» (p. 128). E’ proprio in questa situazione che i disabili devono vivere, o meglio convivere, dato che se non sono sorretti da chi sta loro attorno, difficilmente potranno sopportare la difficoltà di (ri)vivere, di (ri)nascere alla vita. E’  come una nuova nascita, “nati due volte”: dapprima c’è la loro nascita naturale, certo impreparati come tutti, ma poi costretti a trovare un proprio spazio, una nuova vita fra tutti coloro che li attorniano, “apparentemente” normali, e con i quali devono pur sempre rapportarsi: nati due volte A integrare il profilo intellettuale di Pontiggia stanno le molte pagine della sua produzione saggistica, sempre felici per lucidità, ironia e civile consapevolezza, e per il vivace gusto dell’ossimoro e dell’aforisma: Il giardino delle Esperidi (1984); Le sabbie immobili (1991); L’isola-volante  (1996); I.contemporanei del futuro (1998); Prima persona  (2002), che riprende testi apparsi su Il Sole 24 Ore. Postumo è apparso il volume Il residence delle ombre cinesi (2004), comprendente racconti, articoli e saggi già pubblicati in varie sedi.

Pontiggia fu anche un poeta autore di alcune molto apprezzate raccolte di poesia, caratterizzate da una trasparente cristallizzazione espressiva, scandita da un fiume luccicante di limpida poesia,in cui si avvertono le voci del cuore, scandite dall’accostamento lirico di una terminologia soffice e ben collegata da un segreto filo interno ed invisibile,ma risonante di penetrante armonia lirica

POESIE  DI  GIUSEPPE  PONTIGGIA

 Ancora ti cuoce la polverosa

Ancora ti cuoce la polverosa

estate del sessantuno, quando

le mattine si disfano con il sole

già grande, cresce il meriggio cieco, e

più buie ombre declinano sul mondo

nel quale ci sei tu, accanto

a un tronco smangiato dalla folgore crudele

e un senso profondo di morte

lucente com’è solo la vita

che si scioglie a poco a poco

in un alveare di anni forse più ansioso

consumati tra strade di città

grandi, troppo grandi

per te rimasto sospeso fra

due tempi che non si uniscono

non possono, ma anzi si dividono

tesi in un tenue elastico

che si allunga, si allunga

fragile corda ormai

di un pensiero non mai mutato

mentre il vento già discende

sull’antico ballast, in un tardo

pomeriggio di suoni festivi

di agosto rosso e assoluto

che ancora erompe in forme estreme,

in fronde

oscuramente stormenti

fra le paglie del sonno leggero

su un lino di azzurro ancora teso.

Tiepide ombre

Tiepide ombre
celate nelle stanze,
legno dolce del mondo
in un pomeriggio di giugno,
fra onde polverose, sonnolente
che si sollevano alte
in un azzurro lento e ventoso
in un azzurro
che razza estremo
e arduo,
tra fuochi necessari, remoti
specchi ustori
di un destino in agguato
tra voi e me
in un pomeriggio del ’61
su un orlo del ’92
nel pulviscolo ferreo di un cuore
in un umile suono
in un salvo dolore

Lascia un segno nel celeste pomeriggio

Lascia un segno nel celeste pomeriggio,
brucia un’altra volta, passa
ombra di terra salvata dal fuoco,
da una forza più lenta, scura e sacra.
Niente è più arduo di cio che appare
semplice, affondato in un ginocchio
che sanguina, o nella polvere di un viottolo
che si curva per sempre, verso
un altro confine, quando
un fumo indiano sale, nell’aria
spessa e odorosa, e già diviene potenza
di una nuvola sposa. Ma chi cammina
con passi solitari, tra ombre, nel soffio
remoto di fruscianti mattine, e trova
spighe di nomi, nubi, splendori
di una vita lontana, pensa
alle api silenziose, erranti in una
personale arcadia,
e già forza
i cancelli di un buio più estremo.
Nomi stordenti e felici
di un cuore ormai severo, siete
alle soglie immemori, sul primo gradino,
in un tempo fisso, nel punto imo.

Alle soglie di un più remoto pensiero
Ombre ombre
della prima vita
– cortili folgoranti, vangati
da un sole sempre alto
porte inaccessibili
contro il nero di una stanza ancora
vuota, ignara, remota
dove bruciano nomi passati
che l’occhio pensa,
fiamma di una candela già spesa
in lenta lenta forma –
voi che salite da
un nero erebo,
tazze consumate da
bocche oh sempre, sempre più tacenti
porgete il vostro, che è estremo, suono
mentre già spirano nuove brezze, sensi più tiepidi
di questo fervente fuoco.

Quando l’ombra sale sulle terrazze

Quando l’ombra sale sulle terrazze
alte del solstizio, è giugno, è sera
e un’ala si adagia, tocca
il forte della terra
quando mondi oscillano, tremolano
venti lanciati verso il grembo, verso
l’opera (oh, quale vita, quali
torture sorgono intorno allora)
momento per momento se, nelle sere
dei giardini, fra le sedie, si levano
grandi uccelli silenziosi (fili, sì, tirati
dalla misteriosa casa), voi
versate il vino
notturno, eguali, simili a astri passanti
lungo la via che arretra
e non è dono, non è
onda, ma una scura crepa
che si dilata, aromatica, tra le forze,
nei figurati sensi, nella
sacca dello spirito che ronza, ronza, spremuto
in sogni, tra sonni, veglie, coriandoli
di pensieri, e rose
di antiche sere, perché‚
siete fra le verdi acque
nel primo nodo, nel luogo.

Ad gallicinium

Penso ai vostri giardini
lucenti e lontani, figlie della notte, Esperidi,
custodi dei frutti d’oro,
e alle onde
che battono pensose sulle rosse
sponde d’Africa, grani sciamanti
fra ombre di scuri satelliti
nel tepore di questa sera. Ma per noi
ora si annuncia un pensiero
più forte, celato in un sonno
molle di palpebre, mentre
il pianeta volge le sue ultime rotte
verso l’alba, e io
resto con voi, solo, nomi e scie
razzanti, povere polveri
del tempo che si accomiata
nella febbre di un’aurora già calda
e vi lascia
sospesi come fiammanti cimbe
nella bonaccia del mondo, sopra
ringhiere di luce e di nubi,
a una spanna dal nulla, in una
vertigine di scuro male,
nell’urna di un sonno claustrale.

Vi chiedo, spiriti del luogo
1
Quando
la polvere dei pomeriggi si scalda
in un fuoco quieto di rame, o quando
fiamme antiche crepitano alle
soglie del cuore ombroso,
in una sorte di agosto che tocca
gli ardori della Vergine, voi
restate qui, chiusi, celati
in un legno più forte del tempo.

2
Vi chiedo, spiriti del luogo,
di serbare segreto ogni nome.
Non c’è, vi dico,
luce più lunga del giorno
che si consuma semplice
nella sua ara chiara,
in un rogo devoto.

Al lettore

Viandante, che trai il tuo passo
per caso presso questo
margo appartato,
tra i fichi, i peschi, le ombre
odorose della grande estate
pensa che qui sovrastano,
ai confini di un campo assediato,
cieli più intensi e profondi
del tempo che infierisce con
orrendi oh non più presagi, ma
con fionde, con ferite, clangori
e lenti affioramenti
di miasmi e di occhi
infelici, lesi, tra soglie invase
che nessuno più onora
perché il tempo non è che la metà
brutale, paurosa dei pensieri
che sfiorano in questo mese
di agosto che avanza le nere
capitali del mondo colpito
dove anche tu, già ormai oltre
il cancello mortale dei miei versi,
appari tra la fine di un secolo scuro
e un altro ancora ignoto, troppo, per noi
viventi e non viventi
nel legno minaccioso delle stanze
quando ancora premono le forze
della vita che chiama, chiama
e dice: resta, non fuggire,
guarda!

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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