Lascia un commento

ALESSANDRO D’AVENIA Discepolo di Padre Puglisi— RIVELAZIONE DELLA NUOVA LETTERATURA ITALIANA

                            Alessandro D’Avenia

                Da BIANCA COME IL LATTE,ROSSA COME IL SANGUE

                                       DI  CARMELO  ALIBERTI

     IL GIOVANE SCRITTORE  ALLIEVO DI PADRE PUGLISI,RIVELAZIONE

                          DELLA  NUOVA NARRATIVA ITALIANA

Biografia

D’Avenia nasce il 2 maggio 1977 a Palermo da Rita e Giuseppe, terzo di sei figli. Nel 1990   frequenta il liceo classico Vittorio Emanuele II di Palermo, dove incontra padre Pino Puglisi che insegnava religione nello stesso istituto, dalla cui figura viene fortemente influenzato. Nel 2000 si laurea in lettere classiche alla Sapienza di Roma, relatore Luigi E. Rossi, con una tesi sulle sirene in Omero e il loro rapporto con le Muse nel mondo antico. vince poi il dottorato di ricerca a Siena, che completerà Fonda una compagnia teatrale dilettante e gira un cortometraggio. Nel 2006 frequenta a Milano un master in produzione cinematografica all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ha partecipato a diverse edizioni dei Colloqui fiorentini. Insegna lettere al Collegio San Carlo di Milano.  La sua attività di scrittore inizia contemporaneamente a quella di insegnante. Il romanzo d’esordio Bianca come il latte, rossa come il sangue esce nel 2010 e diventa rapidamente un successo internazionale, raggiungendo il milione di copie e ventidue traduzioni nel 2017. Il secondo titolo di D’Avenia è Cose che nessuno sa, pubblicato nel novembre 2011 e tradotto in dieci lingue. Collabora come pubblicista con alcuni quotidiani italiani (Avvenire, La Stampa. Dal gennaio 2018 tiene ogni lunedì una rubrica su Corriere della sera chiamata “Letti da rifare” in cui indaga il mondo dei giovani sotto diversi punti di vista.  Come sceneggiatore, nel 2008 ha firmato alcuni episodi della terza serie di Life Bites   Pilllole di vita presso Disney Italia. Tra il 2011 e il 2012 lavora alla sceneggiatura del film Bianca come il latte e rossa come il sangue, prodotto da Rai Cinem\a, uscito nelle sale cinematografiche nell’aprile 2013. A ottobre del 2014 esce il suo terzo romanzo, Ciò che inferno non è   tradotto in tre lingue nel 2017. I suoi primi tre libri risultano essere (secondo il sito del MIUR tra i dieci libri più amati dai giovani italiani. Il 31 ottobre 2016 è uscito il suo quarto libro, L’Arte di essere fragili Come Leopardi può salvati la vita divenuto anche un’opera teatrale. Il 31 ottobre 2017 è uscito il suo quinto libro, Ogni storia è una storia d’amore.

BIANCA COME IL LATTE; ROSSA COME IL SANGUE

Leo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il suo iPod. Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori “una specie protetta che speri si estingua definitivamente”. Così, quando arriva un nuovo supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad accoglierlo con cinismo e palline inzuppate di saliva. Ma questo giovane insegnante è diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega, quando sprona gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio sogno. Leo sente in sé la forza di un leone, ma c’è un nemico che lo atterrisce: il bianco. Il bianco è l’assenza, tutto ciò che nella sua vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il rosso invece è il colore dell’amore, della passione, del sangue; rosso è il colore dei capelli di Beatrice. Perché un sogno Leo ce l’ha e si chiama Beatrice, anche se lei ancora non lo sa. Leo ha anche una realtà, più vicina, e, come tutte le presenze vicine, più difficile da vedere: Silvia è la sua realtà affidabile e serena. Quando scopre che Beatrice è ammalata e che la malattia ha a che fare con quel bianco che tanto lo spaventa, Leo dovrà scavare a fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire che i sogni non possono morire e trovare il coraggio di credere in qualcosa di più grande.

COSE CHE NESSUNO SA

Trama

Margherita ha quattordici anni e sta per varcare una soglia magica e spaventosa: l’inizio del liceo. I corridoi della nuova scuola sono pieni di fascino ma anche di minacce, nel primo intervallo dell’anno scolastico si stringono alleanze e si emettono sentenze capaci di segnare il futuro. Chiusa nella sua stanza, con il tepore del sole estivo ancora sulla pelle, Margherita si sente come ogni adolescente: un’equilibrista su un filo sospeso nel vuoto. Solo l’amore dei genitori, della straordinaria nonna Teresa, del fratellino le consentono di lanciarsi, di camminare su quel filo, di mostrarsi al mondo e provare a diventare grande con le sue forze. Ma un giorno Margherita ascolta un messaggio in segreteria telefonica. È suo padre: annuncia che non tornerà più a casa. Per Margherita si spalanca il vuoto sotto i piedi. Ancora non sa che sarà proprio attraversando questo doloroso smarrimento che a poco a poco si trasformerà in una donna, proprio come una splendida perla fiorisce nell’ostrica in seguito all’attacco di un predatore marino. Perché questo è il segreto del dolore: sa dove si nasconde la vita e se ne nutre per farle crescere le ali. Questa volta però la saggezza sorridente di nonna Teresa non basterà a Margherita, e sarà dal suo nuovo mondo, quello scolastico, che giungeranno nuove voci in grado di aiutarla: quella di Marta, la compagna di banco capace di contagiarla con il suo entusiasmo, quella profonda di Giulio, il ragazzo più misterioso della scuola, e anche quella di un professore, un giovane uomo alla ricerca di sé eppure capace di ascoltare le pulsazioni della vita nelle pagine dei libri. Proprio in un libro, l’Odissea, Margherita legge la storia di Telemaco e trova le energie per partire in un viaggio alla ricerca del padre che cambierà radicalmente il suo destino.Dopo il grande successo del romanzo d’esordio Bianca come il latte, rossa come il sangue, Alessandro D’Avenia torna a raccontarci con tenerezza, coraggio e vibrante partecipazione l’adolescenza – i suoi tormenti, i suoi enigmi e insieme la sua spensieratezza e vitalità; ma questa volta ai suoi giovani protagonisti affianca personaggi adulti còlti nel passaggio stretto di una crisi: quello che prima o poi capita a tutti, rivelando fragilità e desideri che ci portiamo dentro e appartengono ai ragazzi che siamo stati.Cose che nessuno sa ha il passo lungo di una grande storia: quella di tutti coloro che sanno guardare in faccia i propri fantasmi e compiere il viaggio avventuroso che li riporterà a casa.(Ed. Mondadori).

Ciò che inferno non è 

Panormus, conca aurea, suos devorat alienos nutrit

Le parole incise sotto la statua del Genio di Palermo, a Palazzo Pretorio, ci dicono di una città conca d’oro che, come una madre famelica, divora i suoi abitanti ma nutre gli stranieri. Per definizione è tutta porto e tutta mare, è esplosione infinita di luce e buia come la notte, città segno di un’isola che – per usare le parole di Gesualdo Bufalino – è “una mischia di lutto e luce”.

A Palermo vive Federico che nel 1993 ha diciassette anni, un’età beffarda che suona come “un errore di tempistica tra domanda e offerta”. Ha tutte le domande ma nessuna risposta, si aspetta giorni luminosi e pieni di incanto e non sa ancora come può essere scura e labirintica la notte della vita. A Palermo vive anche il professore di religione di Federico, Padre Pino Puglisi, che diciassette anni non li ha più, ma come i ragazzi ha la mente e il cuore pieni di domande. Qualche risposta in più Don Pino ce l’ha, per esempio la vita gli ha insegnato che l’inferno non ha niente a che fare con il fuoco e le fiamme: 

L’inferno è pura sottrazione, è togliere tutta la vita e tutto l’amore da dentro le cose. 

Ogni giorno cammina per Brancaccio con le sue scarpe troppo grandi, si fa spazio tra l’inferno di un quartiere che “sorge sui detriti che ogni mare abbandona sulla costa” e tra i pezzi rotti trova tesori, bellezza e coraggio; dove gli altri distruggono lui costruisce, dove loro spogliano e svuotano lui riempie di speranza. Padre Puglisi porta Federico tra le macerie di Brancaccio, tra le quali il ragazzo trova una ragazza che diventa il suo paradiso. Gli fa scoprire un mondo che sembra dominato dalla sola forza bruta ma in cui c’è ancora la possibilità di sottrarsi alla legge di natura, la legge di Cosa Nostra. Questa è la vera lezione di Don Pino per i bambini di Brancaccio: ci si può allontanare dalla strada e costruire insieme un nuovo sentiero. Sulla strada sta l’umanità offesa di Palermo, che sogna di volare via, ma che con forza è riportata a terra da una forza di gravità che ha radici storiche, non scientifiche. I personaggi creati dall’autore hanno grande dignità e valore, sono gli indifesi (ma forti) figli di Don Pino, che è padre non solo per etichetta. Le loro storie arricchiscono questo libro di verità e di forza. Alessandro D’Avenia ambienta il suo terzo romanzo nella Palermo dei primi anni Novanta, a solo un anno di distanza dalla scomparsa di Borsellino e Falcone.  La città è fiaccata dal potere della mafia, si richiude su se stessa come il mare che la circonda, veicolo di mondi possibili e insieme forza capace di annullare ogni cosa: il cambiamento, i sogni, i desideri.  Il libro ha il vigore della testimonianza ma l’eleganza delicata della poesia, correlativo oggettivo di Federico, giovane e ingenuo collezionista di “parole àncora”: L’ ho scoperto alle elementari, quando tutto è appunto elementare: con le parole metto l’àncora a tutte le cose che se ne vanno alla deriva nel mare che è dentro il core, le ormeggio nel porto della testa. Solo così smettono di sbattere tra loro, di arenarsi, di spaccarsi. Ma la vera àncora è Don Pino, che a testa alta cammina tra la polvere, e alla rabbia della sopraffazione risponde con il sorriso. Ciò che inferno non è è un libro importante perché ci ricorda che la vita ha le sue regole feroci, ma esiste una forza più destabilizzante di tutte:l’amore.

BIANCA COME IL LATTE, ROSSA COME IL SANGUE   

Leo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il suo iPod. Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori “una specie protetta che speri si estingua definitivamente”. Così, quando arriva un nuovo supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad accoglierlo con cinismo e palline inzuppate di saliva. Ma questo giovane insegnante è diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega, quando sprona gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio sogno. Leo sente in sé la forza di un leone, ma c’è un nemico che lo atterrisce: il bianco. Il bianco è l’assenza, tutto ciò che nella sua vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il rosso invece è il colore dell’amore, della passione, del sangue; rosso è il colore dei capelli di Beatrice. Perché un sogno Leo ce l’ha e si chiama Beatrice, anche se lei ancora non lo sa. Leo ha anche una realtà, più vicina, e, come tutte le presenze vicine, più difficile da vedere: Silvia è la sua realtà affidabile e serena. Quando scopre che Beatrice è ammalata e che la malattia ha a che fare con quel bianco che tanto lo spaventa, Leo dovrà scavare a fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire che i sogni non possono morire e trovare il coraggio di credere in qualcosa di più grande.

I CONTEMPORANEI DEL FUTURO

Che cosa possono insegnarci i classici del passato in un’epoca di incultura progressiva? Ben più di una risposta si trova in questo libro che racconta, nella prima parte, l’origine e la storia avventurosa della parola “classico”. La seconda parte è un viaggio attraverso i classici: dalla navigazione degli Argonauti a Cartesio, dagli amori di Ovidio ai pirati di Defoe, Pontiggia ci introduce alla lettura dei grandi autori, avvicinandoli a noi in modo vitale ed estroso e invitandoci a un forte atto di resilienza alla dilagante rimozione del passato. E ci esorta a non dimenticarlo in nome del futuro, perché proprio i classici ne sono la riserva, i contemporanei di ieri e di domani.

ULTIMO  BANCO

«Mettere in sicurezza», una delle espressioni più abusate in questi tempi, adatta a impianti e apparecchiature, è ora, ahimè, usata per le persone, con esiti spesso opposti: «mettere insicurezza». Perché più vogliamo sentirci al sicuro e più diventiamo insicuri? «Sicurezza» viene dal latino cura (preoccupazione, pensiero) con un prefisso privativo, «sicuro» è chi è senza preoccupazioni: spensierato. Ma la possibilità di eliminare ogni «cura» purtroppo è un’illusione che può diventare  negazione (tras-curare) o ossessione (as-sicurare): invece di aiutarci a vivere ci rende meno capaci di agire nelle tempeste della vita. Non siamo macchine da «assicurare», ma uomini che si possono «rassicurare», perché le esperienze fondamentali della vita sono proprio le «perdite» di sicurezza. Chi si innamora, soffre, desidera… diventa «in-sicuro»: non si sente più padrone di se stesso. Mentre gli animali vivono nell’istante a cui rispondono d’istinto, noi ci proiettiamo continuamente in avanti. Questa capacità di progettare è il «futuro», cioè il controllo che possiamo avere del domani a partire dall’oggi: in base alle mie finanze progetto di comprare casa, in base alle caratteristiche dei miei studenti costruisco un percorso. Ma il futuro non esaurisce tutto «il domani». Come scrive Silvano Petrosino, in Lo scandalo dell’imprevedibile, per indicare il domani diciamo non solo «futuro» (forma latina del verbo essere che si può tradurre: ciò che, date certe premesse, si realizzerà), ma anche «avvenire», dal latino ad-venirearrivare (da cui advena, lo straniero): ciò che accade senza permesso. Il futuro è – entro certi limiti – prevedibile, l’avvenire imprevedibile. Il futuro si progetta, l’avvenire, invece, semplicemente accade. Una macchina, un esame, un matrimonio abitano nel futuro; un amore, un lutto, un figlio nell’avvenire. Di fronte all’imprevedibile mettersi «in sicurezza» non basta, perché ci impedisce di crescere. Chi riduce l’avvenire, per definizione imprevedibile, a progetto controllabile, tortura se stesso e la vita, cade nella paura e non trova soluzioni nuove. Scienza e tecnica, con la pretesa di controllare tutto, ci hanno illuso di poter ridurre l’avvenire in futuro: il progresso è il nostro idolo. Ma poi arriva lo straniero, l’imprevedibile: un virus. Scienza e tecnica arrancano. Il futuro crolla e si impone di nuovo l’avvenire, di fronte al quale non possiamo né negare né controllare la realtà, ma dobbiamo aprirci, lottare, dare un senso. L’imprevedibile non chiede la «sicura» ma la «cura», che non vuol dire essere spericolati, ma avere coraggio e inventiva: la preoccupazione diventa occupazione e il pensiero riflessione. Se avessimo fatto così non ci saremmo «preoccupati» per mesi solo di banchi, ma ci saremmo «occupati» delle persone, soprattutto le più fragili (è un principio base della didattica: se la preparo sul più debole della classe una lezione arriverà a tutti). Se ci fossimo occupati delle famiglie e dei ragazzi più bisognosi, avremmo potenziato laboratori, connessioni per la DAD e personale scolastico per il sostegno e per i doppi turni. L’imprevedibile si affronta «prendendosi cura»: affiancando i più deboli, non isolandoli, come tanti anziani o malati di altro genere privati di cure a causa del sovraffollamento degli ospedali. L’insicurezza chiede di avanzare non di fuggire, di tendere una mano non di ritrarla. Mi è di conforto il capitano Bulkington, memorabile personaggio di Moby Dick a cui Melville dedica poche ma monumentali righe: «Questo capitolo lungo sei pollici è la tomba senza lapide di Bulkington. Voglio dire che accadeva a lui come a una nave in tempesta, che passa vicino la costa. Il porto sarebbe disposto a dar riparo, il porto è misericordioso, nel porto c’è sicurezza, comodità, focolare, cena, coperte, amici… Ma in quel vento di burrasca il porto, la terra, sono il pericolo più crudele per la nave. Bisogna ch’essa fugga ogni ospitalità; un urto solo della terra, anche se soltanto sfiorasse la chiglia, scuoterebbe il bastimento da cima a fondo… Con ogni sua forza, esso spiega tutte le vele per scostarsi: il suo unico amico è il suo nemico più accanito. Capisci ora Bulkington?».
Quando la tempesta ci sorprende sotto costa la soluzione non è né ignorarla né rientrare in porto. Bisogna rischiare: il mare aperto è la salvezza. Il domani è la somma di futuro e di avvenire, ma nei momenti in cui è l’avvenire a prendersi tutto il domani, occorre accettarne la sfida per resistere e per inventare il nuovo, perché solo l’imprevedibile ci costringe a svegliarci dal nostro letargo di stanche abitudini prive della vita di cui avremmo invece bisogno. È solo andando incontro a ciò che accade che potremo tradurre l’avvenire in un futuro nuovo, un futuro che non sarà come ce l’aspettavamo, ma molto più ricco e sorprendente, proprio perché ha generato, in noi, l’imprevedibile.

L’APPELLO  (2020)

Un romanzo dirompente che, attingendo a forme letterarie e linguaggi diversi – dalla rappresentazione scenica alla meditazione filosofica, dal diario all’allegoria politico-sociale e alla storia di formazione –, racconta di una classe che da accozzaglia di strumenti isolati diventa un’orchestra diretta da un maestro cieco.

«Il protagonista del romanzo è un prof: si chiama Omero, è diventato cieco a causa di una rara malattia ma ha deciso di tornare dietro la cattedra come supplente di scienze (la sua passione) in una classe di alunni ufficialmente marchiati come quelli della “Quinta D, come disperati” per portarli alla maturità. In tutti i sensi»  Questa è la scuola che Omero Romeo sogna. Quarantacinque anni, gli occhiali da sole sempre sul naso, Omero viene chiamato come supplente di Scienze in una classe che affronterà gli esami di maturità. Una classe-ghetto, in cui sono stati confinati i casi disperati della scuola. La sfida sembra impossibile per lui, che è diventato cieco e non sa se sarà mai più capace di insegnare, e forse persino di vivere. Non potendo vedere i volti degli alunni, inventa un nuovo modo di fare l’appello, convinto che per salvare il mondo occorra salvare ogni nome, anche se a portarlo sono una ragazza che nasconde una ferita inconfessabile, un rapper che vive in una casa famiglia, un nerd che entra in contatto con gli altri solo da dietro uno schermo, una figlia abbandonata, un aspirante pugile che sogna di diventare come Rocky… Nessuno li vedeva, eppure il professore che non ci vede ce la fa. A dieci anni dalla rivelazione di Bianca come il latte, rossa come il sangue, Alessandro D’Avenia torna a raccontare la scuola come solo chi ci vive dentro può fare. E nella vicenda di Omero e dei suoi ragazzi distilla l’essenza del rapporto tra maestro e discepolo, una relazione dinamica in cui entrambi insegnano e imparano, disponibili a mettersi in gioco e a guardare il mondo con occhi nuovi. È l’inizio di una rivoluzione? L’Appello è un romanzo dirompente che, attingendo a forme letterarie e linguaggi diversi – dalla rappresentazione scenica alla meditazione filosofica, dal diario all’allegoria politico-sociale e alla storia di formazione –, racconta di una classe che da accozzaglia di strumenti isolati diventa un’orchestra diretta da un maestro cieco. Proprio lui, costretto ad accogliere le voci stonate del mondo, scoprirà che sono tutte legate da un unico respiro.

 Non è solo un romanzo, ma una chiamata alle armi. Chi lo prende diventa parte di una guerra che non può più essere rimandata.La guerra di cui parlo è quella da fare al proprio egoismo”. Il professore supplente che si scopre essere cieco a causa di una malattia che lo ha privato della vista in pochissimo tempo, ora deve capire se può ancora dedicarsi al suo mestiere: “Cosa può fare se non fare bene l’appello?”. Questo appello è però singolare: dopo che gli alunni hanno enunciato il proprio nome e cognome, il docente chiede che ciascuno racconti un pezzo di sé. “E grazie a questo accade che i ragazzi prendono coscienza della loro storia e si rendono conto di quanto questa storia sia grande e la mettono in comunicazione con quella degli altri”. Infine, viene loro domandato di avvicinarsi, così che l’insegnante possa mettere le sue mani sul loro volto per alcuni secondi. “Questa immagine  è la sintesi di che cosa succede quando si entra in classe, simbolicamente, metaforicamente, non fisicamente, tu devi essere pronto a mettere le tue mani su quel volto”, dice lo scrittore. “È una chiamata alle armi perché è un dire ‘diventa ciò che sei’. Per farlo però hai bisogno che qualcuno ti chiami. È una chiamata a una resistenza che è un modo di esistere”.

Questo singolare professore di quarantacinque anni si chiama Omero, che in greco significa “colui che non vede”: era destinato già nel nome. Invece il cognome, Romeo, riporta a una dimensione moderna rispetto all’antichità classica. La classe, formata da dieci discenti, è anch’essa una scommessa impegnativa: è una classe-ghetto, in cui sono stati raggruppati i casi disperati della scuola. Tra gli studenti ci sono una ragazza che ha difficoltà ad elaborare il lutto del padre, una che nasconde, dietro un’apparente allegria, un disturbo alimentare, un rapper che vive in una casa famiglia, un nerd che socializza solo attraverso uno schermo, una figlia abbandonata, un aspirante pugile che fa incontri clandestini per guadagnare un po’ di soldi, un ragazzo che soffre per la separazione dei genitori: giovani che smettono di essere invisibili proprio grazie a un professore che non vede. Attraverso la relazione reciproca di apprendimento tra le due figure di maestro e discepolo viene pertanto a realizzarsi una maturazione a più livelli. Alessandro D’Avenia, già autore di ‘Bianca come il latte, rossa come il sangue’ (Mondadori, 2010), ‘Cose che nessuno sa’ (Mondadori, 2011), ‘Ciò che inferno non è’ (Mondadori, 2014), ‘L’arte di essere fragili: come Leopardi può salvarti la vita’ (Mondadori, 2016) e ‘Ogni storia è una storia d’amore’ (Mondadori, 2017), molto popolari tra il pubblico degli adolescenti, torna ad occuparsi D’Avenia ha ricevuto il Premio Internazionale padre Pino Puglisi per “l’impegno mostrato a favore dei giovani”.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: