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PER MICHELE PRISCO ARCHEOLOGO NEL BUIO DELLA COSCIENZA DELLA CRISI DELLA BORGHESIA VESUVIANA MAGISTRALE VOCE NELLA LETTERATURA DEL SECONDO NOVECENTO Nel Centenario della sua scomparsa di CARMELO ALIBERTI

A differenza di tanti scrittori che innestano le trame dei loro romanzi in progetti strutturali e con obiettivi a tesi precostituite, Prisco avanza sulla pagina verso approdi di verità, partendo da situazioni narrative scaturite dal vissuto quotidiano, di cui ignora la densità di spessore e la chiarezza delle motivazioni, e tende all’individuazione delle proprie tentazioni intenzionali, con una continua diffidenza delle proprie capacità fabulatorie, dopo gli angosciosi avvìi, contrassegnati dall’urgenza di sottrarsi alla circolarità della storia, senza abbandoni alle coordinate strutturali e alle tradizionali peculiarità specifiche del ritaglio dei personaggi e della ordinata progressione temporale, tipico del romanzo ottocentesco, con pause riflessive, con curvature interrogative, ripiegamenti memoriali e scomposizioni cronologiche e spaziali che sottraggono il romanzo di Prisco all’orizzontalità espositiva degli eventi, proiettandolo, invece, verso la necessità di ricomposizione omogenea degli agenti che determinano il tracciato della vicenda verso uno scioglimento antinaturalistico della trama in un’atmosfera sospensiva o in soluzioni nebulose dei dilemmi.

Perciò, la tecnica elaborativa di Prisco si fonda “su strutture narrative che vanno dalla scomposizione della cronologia, al racconto a presa diretta, alla scelta di un osservatorio affidato alla voce di un personaggio narrante, alla moltiplicazione dei piani, all’incastro tra le varie storie, non senza il calcolato margine di polivalenza che deriva al soggetto da una simile sofisticazione”. La narrazione, come si può intuire da alcune analisi, non si dipana diacronicamente sul piano temporale, ma procede sinotticamente sul piano spaziale, destrutturando e riformulando la storia, in cerca di interferenze fra i nuclei sincronici dell’ambiguità del vissuto e l’estrinsecarsi dei polivalenti movimenti coscienziali con il sovrapporsi di penombre e dissolvenze dell’istante, per una totale scomposizione decrittante e ricomposizione dell’evento, sospeso tra l’incalzare dell’attualità e la specularità della memoria.

All’interno dell’organizzazione logistica, i personaggi si scrollano dalle apparenze e dalla condizione esistenziale del presente, inabissandosi nell’alveo deformante della memoria, per sottoporsi ad un riesame critico del momento degenerativo del loro percorso creaturale, ma spesso la verifica si risolve, non nell’identificazione di un’indiscutibile verità, ma nella prospettiva multiforme delle interpretazioni, si conferma, per rivelazioni interne ai suoi procedimenti narrativi, senza la necessità di ricorrere ad esplicitazioni teoriche tipiche del romanzo ottocentesco, la distanza tra la narrativa di Prisco e la produzione letteraria del naturalismo, incentrato su un sistema paradigmatico continuo di una precisa collocazione sociale e delle correlazioni connotative dei personaggi e dei loro ascendenti, oggettivamente messi in scena dall’autore.

Particolare importanza assume, nelle opere prischiane, il paesaggio che ricopre la funzione di un personaggio in scena come quello che lo osserva, lo tratteggia e ne subisce il fascino e l’influsso, positivo o negativo, nel suo corteggiamento del vuoto, con l’espandersi della solarità e della bellezza, con la tetraggine o l’afrore, distintivi di certe stagioni e con lo splendore e gli incanti delle inebrianti esalazioni naturali sullo sfondo dilemmatico della coscienza.

Più che il paesaggio urbano, la presenza della natura concorre a cancellare atmosfere essenziali, a rischiarare i segmenti di un comportamento o di un segreto, correlati alla raffigurazione di uno stato d’animo o tra le smagliature dei rimandi al prelievo di un momento psicologico nella stesura del personaggio e nello smembramento o rifacimento ben camuffato delle vicende storiche, a vantaggio della verità della storia ufficiale, nei millenni sempre riversata a favore della classe egemone e dei propri gruppi di potere e di arroganza aristocratico-borghese.

La stessa predilezione della provincia vesuviana, dove si srotolano quasi tutti gli intrecci fabulatori di Prisco, sgorga dalla necessità, pur nella modulazione dei percorsi inventivi inalveati nei ripostigli caotici della realtà o dispiegati sul binario dei sentimenti inventati, di immergersi nel regno delle proprie inossidabili radici, per poter arginare il rischio del naufragio della propria autenticità e divenire universalmente credibili.

Si veda, a proposito, l’ambientazione topografica descritta ne Le parole del silenzio, in cui sembrano rispecchiarsi i lettori di qualsiasi parte del pianeta, conglobante la lezione del silenzio e dell’attesa, l’etica del rovello riflessivo e l’oasi riutilizzata della verità, dove una categoria naturale di onestà si fonde ad una dolorosa comprensione dello straniato errare.

La tematica del sesso, che esplode morbosamente nel periplo familiare e la conseguente usura dei sentimenti, riconvertiti in strumenti di avidità carnale ed economica che deteriora la codificata sacralità della famiglia domina, fino ai confini del paradosso, la vicenda de Gli eredi del vento, in cui lo scrittore ha coniugato passione e drammaticità, universo romanzesco e contesto realistico, attraverso la ricostruzione del disfacimento della famiglia di Damiano, soffocata dalla delirante mitologia dell’attivismo del maresciallo Mazzù, ai confini della provincia partenopea.

Qui, Nicola Mazzù, per riscattarsi delle frustrazioni dell’ambiente degradato e in cui è cresciuto nella miseria, insegue con spasmodico egoismo, la appagante conquista della ricchezza, la verghiana “roba”, sposando paradossalmente una dopo la scomparsa dell’altra quattro sorelle, ma alla fine rimarrà vittima della propria voracità, a causa dell’assenza di un’equilibrata dimensione etica e della maniacale avidità che stravolge in lui il senso della realtà.

Ma nel romanzo, tuttavia, si configura, come correlativo oggettivo, un progetto ideale di famiglia, prefigurato nella prospettiva affettiva del figlioletto di Antonietta e del Mazzù.

In Figli difficili, la mappa di una famiglia borghese e la profilatura immobile di una città, velate da conformismo e dal torpore psicologico di una gioventù incerta di fronte alla vita, avvilita dalla catastrofe dell’ultima guerra, corrosa dal disagio interiore, dalla solitudine e dall’incomprensione, scaturiti dal conflitto tra l’eroismo sbagliato di una madre e la fittizia opposizione, in realtà tramutata in assuefazione alla resa, da parte dei figli.

In questo romanzo, come nella produzione letteraria, particolarmente in quella teatrale successiva all’immediato secondo dopoguerra, da Albertine di Valentino Bompiani ad Antigone di Jean Anouilh, ad A porte chiuse di J. P. Sartre, si registra una sorta di processo morale, declinato attraverso la conflittualità delle creature, immerse nella dimensione privata del disordine della coscienza afflitta da una confusione sentimentale e morale, corrosiva dell’ordine tradizionale della famiglia.

Da una parte si erge nella trama una donna, impegnata a riscattarsi dalle proprie delusioni, lottando dispoticamente per il conseguimento della promozione sociale e il soddisfacimento della propria vanità, dall’altra i figli che, imbrigliati nello schema di una fittizia e compromettente stabilità; e sollecitati dal ritorno di una presenza-ombra (Maddalena), privata di un’obiettiva lettura della realtà e simbolo della necessità di verità della libertà della coscienza, consapevole della falsità e della meschinità dell’ambiente, tendono, attraverso un dilaniante esame collettivo di coscienza, al recupero della propria identità, stravolta dalla barbarie della guerra, che ha distrutto ogni idealità nei rapporti affettivi e familiari dei figli della nuova generazione.

Di fronte a tanto ribollente materiale narrativo, lo scrittore, rispecchiato nel narratore-testimone Andrea, non pronuncia sentenze di condanna, ma assume atteggiamenti di comprensione, per non dire di assoluzione, verso le colpe dei propri personaggi, smascherati nelle ragioni più profonde del loro operare e nella loro fisiologica impotenza a ribellarsi alle oscure trame della vita. Ambientazione popolare mescolata a segmenti di inquadrature borghesi e scenari di malinconie e ardimenti scheggiati da sobbalzi luminosi di sapore neorealistico, attraverso le pagine dei racconti “Fuochi a mare” e “Puntofranco”, dove la guerra rimane inghiottita come un’eco sui fondali della storia, di cui permangono inconsce e perturbanti suggestioni nei comportamenti dei personaggi che, nelle scaglie delle distorsioni e della peccaminosità, si mostrano impegnati a ritrovare sentimenti di ingenuità e di candore. Nell’attesa dell’impossibile evento che schiuda un varco verso nuove seduzioni esistenziali, si tramutano in metafora di anelati accordi sulla griglia infuocata del dolore, rifranti in accenti neorealistici sfumati in tonalità crepuscolari. Con il romanzo storico La dama di piazza, Prisco esaurisce la scansione dei motivi di ispirazione popolare, già sufficientemente

analizzati nei racconti, sovrapponendo ad una convincente ed obiettiva raffigurazione del quadro delle vicende tra le due guerre, un’esplorazione attenta dell’itinerario esistenziale e del ritratto interiore di Aurora De Simone, una semplice popolana, travagliata dalle edonistiche contraddizioni del proprio tempo, che si staglia come raffigurazione emblematica della distruzione inconsapevole di ogni scaglia di idealità morale, dinnanzi al dilagare della nuova religione del benessere e dell’ascesa sociale, dell’avidità e del sesso, maturata nel clima del regime, sia come genetica propensione naturale, che. come ingiustificata trasgressione istintiva, che in realtà cela, oltre che le eversive pulsioni del corpo di fronte alla catastrofica rovina, anche la spia di una voluta trasgressione di una ineludibile disfatta sociale. L’ambizione sociale spinge la protagonista, dapprima, a due matrimoni destinati a naufragare, poi, in seguito al disorientamento psicologico scaturito dal progressivo slabbrarsi della ferita sentimentale, la riduce a spettrale sembianza di creatura automaticamente ripiegata- verso la        febbrile soddisfazione della propria   animalità sessuale e sempre più annientata nella propria identità umana dall’istintivo mescolarsi di disponibilità sensitiva e infatuazione erotica.

Allora, di fronte alla innaturale disgregazione dell’io a causa del delirante malessere dell’inappagamento, assorbe la coscienza del dolore nella pazienza dell’esistere e recupera, nel flusso vitale della naturalità, le più sfuggenti energie segrete che, con il declinare del tempo, la riducono a vivere sotto la falsità della maschera. All’interno della polverizzazione di ogni scaglia etica, si accende una scintilla di speranza, individuabile nella comunione con il vitalismo della città e lo splendore della natura con il conforto della riduzione del piacere all’interno dei limiti di un istintivo e naturale filtro contingentato della passione. Se ne La provincia addormentata Prisco rappresenta l’ambiente borghese e provinciale del Mezzogiorno radiografato al tempo che precede l’ultima guerra, cioè nei limiti temporali della fase del “‘ventennio nero”, che Prisco programmaticamente ignora, sia perché è un vero e libero scrittore ancorato alla tastiera di non commerciabili valori etici, sia perché l’adesione ad una delle imperanti ideologie del tempo, oltre a deformare o annientare i limpidi connotati spirituali, aprirebbero un conflitto mortale con il proprio simile, non ipotizzabile nemmeno nella giungla zoologica, situazione configgente con la gigantesca dimensione umana di scrittore, che fa trasparire un flash spirituale nel fluire delle vicende, di cui lui segue le orme dei comportamenti dell’essere, scoprendone la miserabilità e lo squallore morale, senza condanne o assoluzioni, perché Prisco non appartiene alla schiera di scrittori merciaiuoli, che utilizzano il mestiere per vendere copie anche deformanti e immorali, ma esercita la sua scelta professionale come missione, assegnatagli dal destino su libera scelta personale, tesa a coadiuvare le invisibili energie del Bene, per impegnarsi alla vittoria della forbitezza morale, sentimentale e razionale, per indurre l’uomo a essere degno di apprezzare e gioire di fronte allo splendore di una bellezza cosmica, in tutte le sue espressioni, che la cecità scaturita dal Male gli otturava lo sguardo. In Una spirale di nebbia il racconto indugia a rivelare, nel rapido bagliore di un’epoca, e attraverso le ardite e convulse impalcature strutturali tipiche della tecnica poliziesca, l’intenzione metanarrativa dell’Autore intento a fissare nella trama le ripercussioni e i mutamenti scaturiti dall’esplosione del “miracolo economico” forzato e interpretato nei suoi immediati effetti della conquista del benessere generalizzato, che trasforma mentalità, equilibrio interiore, razionale e sociale, comportamenti religiosi e umanitari, personali e interpersonali, airinsegna di un edonismo feroce, che ha cestinato per sempre la ineguagliabile gioia del donare all’abitante della porta accanto, le briciole che rotolano dalla tavola sul pavimento, destinato ai mastini di famiglia e negati al tradizionale immobilismo della società meridionale, ipnotizzata dalla millenaria condizione di privazioni, di povertà, di lotta per la riproduzione della forza- lavoro per poter affrontare, senza crollare nei campi o nei minuscoli poli industriali nascenti, con cui si voleva procedere allusivamente alla redenzione umana e civile del Sud, che, con i suoi temporanei surrogati sostegni, affidavano a società straniere lo sviluppo industriale del Mezzogiorno, e a tal fine, il governo del 2° dopoguerra aveva istituito la Cassa del Mezzogiorno, che però fu gestita, non nel rispetto delle finalità previste, con prestiti promozionali agevolati a contadini e piccole imprese gocciolanti sull’isola, per l’industrializzazione dei settori, ma tutti i finanziamenti vennero prosciugati da ricche persone senza scrupoli, che sottrassero ad “usum delphini” ogni centesimo per costruirsi lussuose ville in zone panoramiche senza alcun vincolo urbanistico, né specifici controlli sulle modalità, finalità, e attività previste dalle richieste di miglioramento del piccolo fondo personale e dell’alimentare, per qualità e quantità dei prodotti incentivati, anzi furono devastati fondi già redditizi, e stravolte le finalità con la complicità di ispettori, nominati dalle regioni, che neppure si recavano sui posti mistificatoriamente danneggiati, per relazionare sul modo legale e regolare dei lavori da eseguire, ma convocavano i beneficiari del contributo a recarsi nella sede più vicina dell’Ispettorato agraria, per fingere di controllare solo le carte. Naturalmente con una mano afferravano il 50% del contributo in lire e con l’altra restituivano i documenti, con un biglietto di visita dentro per ulteriori pratiche. Naturalmente, poiché spesso la stampa denunciava all’opinione pubblica alcuni di tali casi, il meccanismo pubblico della vergogna e del reato, venne a conoscenza dei cittadini, né potevano sfuggire a Prisco simili scandali di dilapidazione del denaro pubblico, allora misero, per le devastazioni della guerra e per lo sperpero ingiustificato, per festini imperiali tra i più agguerriti sostenitori di un regime criminale, gestito per vituperevoli ambizioni di espansione territoriale (in altri termini per la atemporale restaurazione dell’antico impero, che avrebbe creato nuove divinità) festini, prebende, regalie, vacanze gratuite, costosissimi regali, pingui conti in banca in Italia e all’estero, di grandi evasori che nessuno controllava, tranne quando l’impiegato comunale responsabile della riscossione delle tasse irrompeva con atteggiamento serio nella stalla di un contadino, che per festeggiare il buon rendimento del grano, dell’olio o delle patate, stava immolando un proprio animale domestico per festeggiare l’evento con i contadini vicini, come sempre soleva farsi, e il contadino già pronto usciva con la borsa in mano per andare a depositarla nel cofano della vecchia auto del funzionario comunale, il quale distribuiva un saluto ed un augurio e andava via, senza voler accettare un bicchiere di vino. Prisco, nelle sue opere, per scelta teoretica e morale e per la concezione del ruolo alto dello scrittore nella società, non prese posizione ideologica contro l’innumerevole numero di casi di illegalità o di latrocinio pubblico della casta parlamentare, ma come Platone redasse, nelle sue opere, il calendario intenso dei “fainomem” che la pellicola della storia proiettava in maniera distesa nelle sue pagine, per offrire al lettore la nauseante prigione di immoralità e delitti in cui viveva, ma suggeriva che nulla avviene per fatalità o miracolo e ipotizzava che quello scenario di illegalità ed empietà fosse emanazione misteriosa di divinità sconosciute, che dagli antri bui della caverna proiettavano dal nulla un film elaborato con noumeni. Per cui i suoi personaggi, non sono veri o inventati dalla sua fantasia, ma sono manifestazione di altre autentiche realtà, a cu lo scrittore ha impresso una regola logica e cronologica della devastazione dei puri ideali, su cui la sua realtà era impestata.

Ora Prisco squarcia la maschera delle apparenze, sotto cui vive, sopraffatta dal proprio inferno psicologico, l’alta borghesia al tramonto, travolta nelle proprie effimere certezze tradizionali ed incapace di sintonizzarsi sulle onde idolatriche del nuovo contesto socio-economico e politico egemonizzato dal codice globalizzate del neocapitalismo che la sta espellendo dall’alveo vitale della storia.

All’interno di una problematica universalizzante, paradigmatica dell’usura dei sentimenti che sospingono il personaggio ad assestarsi nel guscio dell’incomunicabilità, riducendolo a vivere sotto la cenere dei propri inganni e fallimenti in una dimensione di alienazione, di falsità sentimentale, di dubbiezza e di follia, si dispiega il processo di disgregazione del rapporto  coniugale assieme alla correlata dissacrazione dell’istituto familiare, sotto la spinta dell’intollerabilità di ogni legame che la civiltà del benessere andava maturando.

Sul diagramma della crisi interiore, lo scrittore mira ad estrapolare le contraddittorie definizioni che rio” ha elaborato della propria immagine, il ritratto che si è inciso negli altri e, perciò, l’insondabilità della monade individuale, dentro cui si va progressivamente configurando la dicotomia caratteriale, sociale e culturale dei due partners, provenienti da realtà esistenziali e storiche opposte, l’uomo dal profondo Sud, la donna dal pianeta Nord, disciplinate da antinomici codici psicologici e morali, espressioni di due Italie, non ancora omogeneizzate, ad un secolo dall’unificazione territoriale.

Nel periodo in cui Prisco era impegnato ad elaborare il romanzo, in Italia si andavano diffondendo le teorizzazioni de “l’ecole du regard”, provenienti dalla Francia, e l’affermazione delle neoavanguardie imprimeva alla parola slanci lirici e orchestrazioni prosastiche tesi a destrutturare i parametri tradizionali della periodizzazione, a favore di una sorta di anarchia espressiva, idonea a rispecchiare la condizione di emarginazione, di disintegrazione e di nevrosi dell’io in balbettamenti, deliri e diluvi verbali affidati alla strumentazione tecnica del monologo interiore, di cui è concretizzazione eloquente II male oscuro di Berto.

Accanto a tale filone, fioriva la letteratura industriale, i cui reperti, poetici e narrativi, indugiavano nella tessitura di trame incalzanti, imperniate su un’andatura rappresentativa corrispondente ai processi di automatismo del soggetto, e quella contadina come oasi utopica alternativa ai valori perduti dell’uomo o come canto nostalgico di un’irripetibile civiltà.

A queste linee fondamentali di ricerca letteraria, Prisco affianca una personale e coerente operazione creativa, pilotata da un’intenzione investigativa spinta oltre la cortina tentacolare della psiche per cogliere il personaggio nella condizione di crisi, dopo la demolizione dei miti umanistici e spiritualistici, opponendo, ad un’indagine disarmonica, illogica ed inautentica dell’esistenza, gli esiti di una razionale presa di coscienza della crisi, insiti nel recupero del ruolo di centralità della globalità dell’uomo nel cosmo, premessa inscindibile per una umana e più vivibile dimensione di sopravvivenza.

Lo scrittore, dopo essere frequentemente disceso, in questo primo ciclo di opere, alle radici della storia più recente, esplorandone i motivi più emblematici, con il romanzo I cieli della sera, scritto tra il 1968 e il 1970, si tuffa nel ribollire della cronaca del decennio, cioè, in cui esplodeva la contestazione giovanile e si andavano prefigurando i prodromi del terrorismo degli Anni Settanta, per affrontare il tema attuale ed eterno della violenza, affidando coraggiosamente e significativamente ad un eroe moderno un tormento simile a quello di Oreste, particolarmente analizzato nelle Coefore di Eschilo.

Il ritorno di Davide (l’io-narrante) alla dimora paterna, sospinto dalla categoriale urgenza di dipanare, nei fantasmi del passato, il mistero della violenza che, durante l’infanzia, lo ha privato dei genitori, non si risolve, come quello di Oreste, nella delittuosa consumazione della vendetta e nella conseguente esplosione della

follia provocata dalle Erinni vendicatrici, ma si conclude con il sopravvento della ragione sulla disperazione del protagonista, dopo la rivelazione della verità da parte della sorella Giustina, vittima innocente ed eroina ad un tempo, che, come Elettra nella tragedia greca, è rimasta prigioniera nelle pareti domestiche a custodire dolorosamente il segreto del traumatizzante disastro familiare.

Il personaggio, dopo aver subito i laceranti riflessi del disinganno, in seguito allo smascheramento degli aberranti impulsi dell’odio, scaturito dalla gelosia, che ha provocato la tragedia, si allontana dai luoghi testimoni della follia, con la speranza di liberarsi dal rischio del contagio attraverso il diaframma della distanza, e in tal modo recidere per sempre la catena implacabile del male.

In questo 11 romanzo, Prisco è riuscito a riconvertire, in maniera personale, non solo la lezione di Eschilo, ma anche la proustiana “recherche” del tempo perduto, caricandolo di molteplici compulsioni estetiche e tematico- narrative con l’amcchimento di ulteriori implicazioni del potere evocativo della parola. Il sentimento della “pietas” che tutto patisce e compatisce, e alimenta la capzione sottile evocativa del clima contestuale, di adeguamento del personaggio al paesaggio, di fusione tra storia e invenzione, tra storia individuale e sociale, tra storia ideale ed effettuale, intride l’epilogo delle situazioni e degli scarti con un pacato tono religioso di ascendenza manzoniana.

Ne Gli ermellini neri risulta assente la consueta cornice della “provincia addormentata”, il “milieu” sociale, la borghesia vesuviana, alla quale lo scrittore è rimasto per tanti anni fedele, ma la tematica evidenzia rilevanti consonanze con quelle degli altri romanzi; anzi nasce, potremmo osservare, dai bagliori spirituali dei Cieli della sera, esaltati dalle squallide ceneri dello sgretolamento psicologico.

Nel nuovo romanzo, infatti, lo scrittore si addentra oltre lo schermo della memoria nelle bolge dell’inconscio, spingendo all’estremo limite la riflessione sul male e sulla violenza, fisica, psicologica e morale, che è stato motivo conduttore dell’impegno narrativo di Prisco.

Nel protagonista, Alvaro Surace, che vive prigioniero di frustrazioni, di psicosi e di aberrazioni, schermato da un conformistico alone di doppiezza e di inganni e interiormente divorato da irrazionali insorgenze di sapore satanico fino al sadico, è possibile riscontrare l’incarnazione di un modello negativo della gioventù del nostro tempo, nella misura in cui la gratuità del delitto contrassegna la necrosi spirituale caratteristica della società odierna, che ha disintegrato definitivamente la ricchezza del bene interiore e tramutato in tracotante irruenza gli alti valori sociali e affettivi ereditati nel DNA dalla nostra radice spirituale. Gli interessi narrativi e umani di Prisco non sono polarizzati nella indistinta massa della sua generazione partenopea, che si è trapiantata, non più sui tradizionali delitti camorristici, che con le pistole fumanti o con altre forme di più lacerante violenza, o in feroci agguati per conflitti d’amore, per cui lo scrittore amareggiato mi confessa, mi confessava, in un incontro a casa sua, il suo scoraggiamento “per il genere umano perduto”, e come Vittorini si tormentava per lo schiavizzante e feroce dilagare totalitario in diverse nazioni europee.

La situazione romanzesca è sigillata da dilemmatiche incertezze sulla partenogenesi del male, nel cuore della creatura umana, oscillante tra consapevole responsabilità dell’individuo, proteso alla ricerca del momento e delle ragioni della propria devianza, e l’emersione di antropologiche stimmate dell’inconscio sotto la spinta di un movimento biologico di ascendenza darwiniana che, sul piano etico, si traduce in una sorta di dolorosa accettazione giansenistica dell’ipotesi della predestinazione della libera scelta del male, di fronte a cui lo scrittore non assume toni moralistici di condanna, ma rivela una evangelica vocazione alla tolleranza. Ancora una volta, si riconferma il carattere sperimentale insito nelle operazioni narrative di Prisco, laddove per sperimentalismo deve intendersi la necessità di una straziante ricognizione interiore, fluttuante tra il piano della problematicità dei drammi del personaggio-simbolo della dispersione dei valori tradizionali nella società attuale, e il fermentare di dilemmatiche incertezze e angosce esistenziali che spesso esigono, nella rappresentazione della tragica conflittualità psicologica dell’uomo, proiezioni tormentose verso ancoraggi metafisici.

Nei trentatré racconti de II colore del cristallo e nei cinque del Quintetto si rifrange il bisogno di approdo ad una possibilità di comprensione del segreto della verità interiore, del significato della vita e della morte, attraverso la riscoperta di un ricordo, del frammento di un colloquio o l’occasione di un momento, risuscitati dall’ansia di creature sommerse dalla fatalità, avide di alleviare, nella evasiva pausa di un attimo, il bruciore dell’inguaribile ferita esistenziale.

Con Le parole del silenzio, Prisco, quasi in preda ad un doloroso furore interiore, scaturito dalla constatazione del progressivo deterioramento di ogni codice etico e del crollo delle ideologie, sotto l’imperversare dei nuovi canoni egoistici del consumismo materialistico, appare rivolto a ricomporre un itinerario di limpidità morale con cui surrogare la piattaforma dei sani sentimenti, risalendo verso atmosfere narrative percorse da un edificante respiro etico, resuscitato con le preziose e insostituibili risorse della volontà. Perciò, la protagonista Cristina, che si libera da una originaria condizione di sudditanza alla peccaminosità ed acquisisce consapevolezza del proprio ruolo e del proprio destino, attraverso un ascendente processo di resistenza, potrebbe costituire la dimostrazione di una tesi, a cui lo scrittore affida la speranza di ancora possibile metamorfosi interiore e di redenzione spirituale dell’uomo e della società, agevolata dal contributo dei valori della ragione e della fede in un titanico sentimento di solidarietà, capace di accomunare gli uomini in un progetto di arginamento del dolore e dell’infelicità.

Nella rivisitazione del passato Cristina, pertanto, evita il naufragio nei tortuosi intrecci della morbosità e nella torbidezza dei destini involontari, mediante l’eroismo della volontà, consolidata dalla presa di coscienza della comune condanna alla sofferenza e alla sconfitta, in cui le versioni della memoria del dolore si piegano a riorganizzare i segni di un messaggio di verità e di luce.

L’ostinato interrogativo di Prisco si attorciglia, così, attorno al problema fondamentale della vita e, cioè, ripropone il dubbio se l’uomo sia libero di scegliersi il proprio destino o se sia la vita a determinare per noi le scelte essenziali, per cui i personaggi si piegano ad accettare una condizione di immutabile dolore, senza sentimenti di colpa, perché si sentono in armonia con le proprie innocenti suggestioni affettive.

Una visione di torbidezza intride anche l’intrecciarsi dei dubbi, destinati a non essere definitivamente chiariti, perché Prisco non è confezionatore di certezze inamovibili, ma è uno scrittore sempre teso alla ricerca della verità, che alla fine sfocia in un ventaglio di soluzioni che lasciano indeterminata la vera radice della drammaticità delle situazioni, in una specie di “suspense” determinativa di ogni scelta.

Lontano dal modello romanzesco dell’Ottocento e riassorbito nella prospettiva tematica e descrittiva tipica del Decadentismo, il romanzo riesce a fondere esistenzialismo fatalistico, che induce ad identificare il concetto cristiano del prossimo con il prossimo individuale presente in ogni creatura destinata alla resa dinnanzi agli indecifrabili itinerari esistenziali, e il sinottico delinearsi di un prototipo laico di cristianesimo esistenziale, che è il modo attraverso cui Prisco elabora la concezione religiosa della vita.

Lo specchio cieco appare a circa un quarantennio di distanza da La provincia addormentata in cui lo scrittore, pur essendo rimasto ancorato al familiare angolo geografico della falda vesuviana, tuttavia nel romanzo non riproduce più i richiami, le descrizioni ambientali, le suggestioni paesaggistiche dei racconti dell’esordio, ma sviluppa la radice di una comune condizione psichica ed etica, che, sul complesso scenario del presente, ridisegna il ricordo di una provincia acquisita dal tempo e, perciò, immobile nella cerniera del passato, per cui il recupero delle stagioni perdute ripropone equilibri infranti e il viaggio retrospettivo viene riprospettato come edificio della memoria, dove i fatti risultano catalogati nella retrodatazione del vissuto. Sempre statica rimane la borghesia nella qualità dell’animo e nelle ritualità sociali, per cui i sentimenti soggiacciono aH’imperversare di antiche risonanze, rilanciate in nuove vibrazioni, sospesi tra usura, ansia, turbamento, indecisione che fissano la realtà nelle sequenze del ripiegamento, della decifrazione e dell’ascolto dei baluginanti contorni e del ricordo, sovrapposti dentro le confuse immagini riflesse nello “specchio cieco”.

Ne deriva un recupero del reale, ricongiunto ad un atteggiamento di accettazione e di abbandono, una dimensione interiore che collega la provincia del cuore alla nuova dimensione provinciale. Il personaggio, ora proteso dentro le atmosfere del presente, costringe lo scrittore a mutare modalità di lettura del suo microuniverso ispiratore, attraverso cui è possibile rinvenire un cambiamento obiettivo dei luoghi dell’infanzia, un diverso rapporto di estraniamento, di inappartenenza, di distanza e di dissolvimento dei fantasmi borghesi che l’hanno popolata con le loro connotazioni interiori e i rituali comportamenti di superbia, di orgoglio, di superiorità e di apparente aridità.

Dallo sgomento monadismo della memoria si evidenzia, alla fine, il vagolare di un tentativo di riappropriazione dei polisemici significati delle rimembranze, ma la geografia dei luoghi e il crogiuolo dei suoni e dei profumi, pur essendo ancora inebrianti, si presentano in cornici sfumate, con un’orditura di segni stratificati in sovrapposizioni, che lasciano la realtà inattingibile nella sua assolutezza e il personaggio finisce con il ritrovarsi ontologicamente imprigionato nella fredda cornice di uno specchio cieco.

Ne I giorni della conchiglia, Prisco prosegue la sua azione di “cronista deiranima” e, con una ben dosata tecnica esplorativa, imperniata su tesi e arsi del binomio presente-passato, riesce a cogliere il codice spietato degli infingimenti morali, le interferenze delle manipolazioni sentimentali, il breviario destabilizzante del cuore e della coscienza che, nei percorsi di un’educazione sentimentale non riscaldata dall’affetto materno, fanno del protagonista Mauro, sulla soglia dei quarant’anni, una creatura diversa, frantumata in una brutale crisi esistenziale, biologicamente che lo spinge alla ricerca della verità delle proprie radici biologiche e spirituali.

Il romanzo, pertanto, può essere letto come la metafora della tragedia della coscienza contemporanea, scaturita dalle violenze psicologiche ed etiche dei codici perversi del bigotto conformismo borghese, in cui lo scrittore sembra voler implicitamente suggerire un messaggio di riappropriazione delle disperse verità morali e della più nuda e autentica identità sentimentale, al fine di poter arginare il disordine interiore dell’uomo ed attenuare lo sbaraglio morale del mondo, con l’ansia di luminosità e di assoluto.

In Terre basse, vi si incontrano storie esemplari, impregnate di castità e di pudicizia, accanto a trame attraversate da violenza istintuale, e personaggi trascinati da sordide passioni verso aree di allucinanti follie, scandite da tragicità e innocenza, attraverso cui ritorna la predilezione dello scrittore per le vicende familiari, costantemente al centro della sua attenzione, scandagliate con l’armamentario di una strumentazione espressiva soffice e frondosa, corrispondente al ritaglio dei protagonisti in una cornice di crisi.

Particolarmente al racconto finale del volume, “Le fotografie” (1991), Prisco affida la drammatica confessione della resa dello scrittore dinnanzi all’impenetrabilità del mistero esistenziale, che la scrittura può solo captare nei provvisori barbagli e che la ragione si tormenta invano a catturare nella sua più autentica essenza, rimanendo alla fine travolta dal profluvio deH’immodificabile disordine, visibile emblema dell’impenetrabile buio, in cui l’uomo quotidianamente consuma i passi del proprio destino.

Gli Altri

Lo scrittore, quando già crede di aver concluso il suo percorso narrativo, riscopre in un vecchio cassetto un romanzo che aveva dimenticato di avere scritto e di aver abbandonato incompiuto per le sue incertezze drammatiche interiori, per la convinzione di non riuscire a portarlo a compimento, quasi una rinuncia a continuare a scrivere, ritenendo superflua la scrittura. Si può ipotizzare in tale rifiuto il segno di una momentanea crisi, di cui non spiega le ragioni, come irrisibili e sospese nell’ambiguità e con la “suspense” vengono sottoposte alla riflessione per dipanarne il mistero. Lo scrittore, forse in crisi creativa per essere costretto a vivere in una città violenta, aggressiva, pronta ad uccidere per pochi soldi, schiacciato dall’insopportabile peso del disamore, Prisco attratto da una curiosità di verifica delle sue ragioni narrative, comincia a rileggere il manoscritto, lo interroga per chiarire a se stesso alcuni impenetrabili dubbi, senza riuscire a capire le ragioni della sua fragilità, anzi dell’inutilità dell'”ars scribendi”, letta da pochi e ignorata dai molti che non riescono a penetrare nel regno del buio interiore, Mentre rilegge l’ingiallito manoscritto, sente progressivamente più indebolito nel circuito della vita e più coinvolto nella storia di una donna Amelia, che vive isolata da tutto, finché un giorno un uomo, Felice a lei sconosciuto irrompe improvvisamente in casa sua per riferirle che un uomo, sta morendo, invocando il suo nome. Il libro, di spesso valore letterario, procede su due registri: quello letterario che ruota attorno all’annuncio sconvolgente recente che scuote Amelia, un’anziana maestra di ricamo che conduce una piatta vita, e quello memorialistico, si dipana sull’esperienza della scrittura, di quel romanzo lasciato e ripreso tra tanti dubbi, interrogativi non trova, delusioni della scrittura, tensione di inutilità, della sua arte di scrivere: Il suo costante e severo confrontarsi con la sua scrittura eccezionale dello stile narrativo di elevata fattura e di un gomitolo intrecciato di slanci e di cadute, di atteggiamento volitivo ma sfilacciato, di continuare e di smarrimenti di fronte ad un modello della vita degli altri sospeso nella vacuità del niente agghindata che egli rifiuta, perché dominata non senso e nell’assedio di una nuovo male mortale e solo, perché la scrittura sembra aver avuto il sopravvento sullo scompiglio mentale dello scrittore che, tra gli altri, perché la buona scrittura vive di vita propria. Con questa ultima pubblicazione si capì che Prisco aveva già regalato le sue migliori opere, chiudendo un intenso e costante itinerario letterario ed umano, lasciando in eredità alle future generazioni uno scrigno  di autentici valori, mantenuti sempre vivi nel suo quotidiano esistere e operare, tracciando romanzo dopo romanzo, una lezione in filigrana di un ineccepibile codice etico esistenziale e culturale, ancora ignorato da molti giovani, dalle donne (che sono le vere protagoniste, le cui esperienze di vita interiore, ancora palpitanti del dolore di una tragedia segreta) di cui lo scrittore si appassiona, con un inespugnabile senso del dovere che l’autore eredita dalla sua interpretazione del ruolo dello scrittore o del poeta, considerati in maniera sacrale, come il poeta-vate, il vero maestro della società, non per autoreferenzialità, ma come investimento professionale da parte di chi è il titolare di invisibili energie interiori, che ciascun essere mortale dovrebbe apprendere ed imitare. Ogni romanzo di Prisco può dignitosamente essere definito un capolavoro, traboccante di ideali e di vocazione etica, non artificialmente elaborati, ma incisi dalle leggi naturali, a cui si aggiungono procedimenti razionali, particolarmente nella perfetta costruzione della struttura e della lingua, elaborata con una aerea levità della tastiera linguistica, per agevolare una non difficile, ma profonda fruizione dei messaggi del testo, accostamento e immersione nella silenziosa catabasi del lettore e maggiormente le lettrici dovrebbero ricercare nelle opere di Prisco una parte della loro interiorità devastata dai modelli irrazionali o dagli istinti razionalmente non controllati, o dalle ossessioni scaturite da sentimenti estremizzati senza riscontro, o dalla morale della famiglia d’origine. Chi legge un romanzo di Prisco non s’inoltra in strutture corrosive, né nei labirinti della perdizione dell’anima, ma riesce a metabolizzare il male fino al prosciugamento o all’esplosione per distruggerlo e riconquistare responsabilmente le cause della tragedia, del dolore e del male e tornare più cauti a vivere la parte migliore della vita degli “altri” che per lo più, nel sottostante cortile, essi scontano in banali inseguimenti di altri dei le illusioni fatue di poter evadere dalla mediocrità di chi li ignora e li ghettizza nel ristretto perimetro del male. Il nobilissimo scrittore rifiuta lo spettacolo ibrido della ruvidità espressiva, ma le sue pagine risplendono di trasparenti perle di scrittura che tu senti scivolare nell’anima come una medicina, generando dolcezza e ristoro anche nei cuori crudelmente lacerati da vaste ferite. E’ un laborioso, ma non cattedratico, discorso con sé sui problemi delle sue inconsapevoli creature e ne “Gli altri”, lo scrittore avverte l’urgenza inarrestabile di mettere a nudo la propria storia, ricercandone gli errori o le scelte sbagliate nel ritaglio del ritratto degli altri, un modo di capirsi in ciò che ha scrìtto e di mostrare “agli altri” se stesso come oggetto di riflessione e punto di riferimento di una spontanea metodologia indagatrice che non debba far vergognare l’uomo dei propri errori, ma lo guidi con la forza dell’esempio a capire che, come i1 nudo scrittore ha bisogno di mostrare al pubblico i propri difetti, così anche loro, dotati di libero arbitrio, potranno conquistare il vero senso cristiano della vita e riconoscersi nella loro incontaminata identità di creature celesti, riuscendo, in tal modo, a rendere più vivibile la loro vita e quella de “Gli altri”, in una pacifica società di fratelli che si amano, seppellendo ogni forma di male e di violenza. Ne “Gli altri”, le esplorazioni dei rapporti tra le creature umane emergono gradualmente dal buio del passato sull’orlo della morte, quando l’uomo desidera rivedere la donna amata di un tempo, lo scrittore riscopre un romanzo che aveva scritto molti anni prima e dimenticato. Comincia a rileggerlo e si trova coinvolto nella storia di una donna, Amelia, che vive isolata da tutti finché un giorno qualcuno irrompe in casa sua per dirle che un uomo che lei non ha mai conosciuto, Felice, sta morendo invocando il suo nome., in cui i misteriosi legami del destino si intrecciano inesorabilmente nella cecità gnoseologica, né  risulta sufficienti  gli sforzi della memoria per poter delineare un volto, una parvenza di verità per suffragare il delirio della gente, che di fronte all’evaporazione della vita, si aggrappa al rantolo di un nome di donna che non ha mai conosciutoDa tempo, lo scrittore taceva, disteso su una comoda poltrona per disabili che Annella e Caterina avevano regalato al padre, trasferendolo al piano terra del loro appartamento di Via Stazio 3, in modo che i suoi sempre cari amici, potessero fermarsi per accertarsi del livello del divorante male che aveva colpito “a tradimento” quel grande uomo che era vissuto con dignità, con umiltà, con infinito amore per la famiglia, per l’angelica moglie Sarah Buonomo, donna dolcissima e delicata, eccellente esperta di musica, che lo sostenne proficuamente nel suo difficile lavoro di scrittore, sostenendolo particolarmente nei frequenti tormenti interiori di cui conosceva le costanti aritmie della creazione, che sognava di poter consolare e aiutare a risorgere dalle lacerazioni segrete che beffardamente la storia infligge, per punizione o per capriccio, a creature fragili della borghesia vesuviana, padrona assoluta, nel succedersi degli evi, del doloroso destino dei suoi sudditi-schiavi. Prisco, che fin dall’infanzia aveva osservato attentamente le esercitazioni di delirio di questa categoria sociale, nelle cui mani e nei comportamenti traspariva la maturazione dei grido di Munch, spinto da una compartecipazione alla pena di attori protagonisti che con fiumi di pianto e di amarezza seppelliti nella gola, volle capire il capovolgimento sociale ed economico di una classe sociale, che aveva navigato sempre avvolta nello splendore dei vestiti preziosi e incipria nel viso, nei capelli e in tutto il corpo in procinto di avviarsi ad un appuntamento o solo per gongolarsi cinicamente nelle schiere di poveretti che allungavano la mano per chiedere elemosina. Il filo conduttore, come già si è esplorato in quasi tutte le creature dei suoi romanzi e racconti, si aggrovigliava nel contrastante modo di vivere delle diverse componenti della società napoletana, sempre dominata dalla cupidigia del potere e della ricchezza, pronta ad operare ogni forma di transumanza politica, con una pseudo verginità sempre messa in atto, per non perdere le leve del potere. In tutta la sua produzione narrativa egli ha operato anabasi nelle più intime fibre del cupre, sìa della opulenta borghesia con ampi trivellamenti del sottosuolo dell’io, dove misteriosamente nel buio si tramano gli umani destini, con l’obiettivo di potere smascherare le forze occulte che li determinano e consegnarne le cause alle vittime per trovare gli strumenti di prevenzione o di asportazione delle radici del male che proprio nella buia clandestinità trovano il concime necessario per ramificarsi. Con “Gli Altri”, romanzo apparentemente semplice, ma in realtà, una vera endoscopia dei mali, delle devianze, delle invidie, degli odi, del ribollire di ogni forma di avversione verso i propri simili, catturati da Prisco in una ragnatela narrativa con tutti i radicali noduli del male che silenti corrodono e bruciano la vita umana in maniera in­apparente, ma implacabilmente aveva anche sciolto i nodi contorti del fallace e distorto male che esplode nella coscienza, quando all’interno del nostro io, o per ignoranza o per libidine passionale incontrollata dal solido timone dei cuore e dell’incoercibile forza della ragione, l’uomo non riesce a coniugare Eros e Agape per il godimento di uno spiritualizzato sentimento, lasciandosi trascinare nella brace dei sensi da un impulso di irrazionalità. Mancavano all’appello nella offuscata mente dello scrittorie, quattro creature che egli aveva ritratto fin dalla metà degli anni’40, caratterizzato da un registro stilistico e dalla forza tematica che costituiscono la mappa inconfondibile del Prisco in costante cammino verso la conquista di una limpidezza comunicativa sempre più nitida e coinvolgente per il fascino della appropriata selezione verbale e nominale, per la millimetrica unione di sintagmi e stilemi che ammaniglielio la struttura del periodo, senza indugi di ostacoli lessematici o digressive proiezioni che avrebbero distolto l’attenzione del lettore in altre direzioni, privandolo dell’inondazione simmetrica di quel fiume odoroso e melodico di poesia che vibra soavemente ad ogni gorgoglio. Nessun altro scrittore come Prisco riuscì a delinear la scena del mondo, sommerso dalle storture umane, generatrici di infelicità, come Prisco, che, come il poota-vate ebbe fede fino airultimo respiro nell’indistruttibile potenza della cultura, narrativa, poesia e arte, i soli strumenti umani, donati dalla natura all’essere, assieme alle chiavi indispensabili per disserrare le porte dell’anima per poter recepire un inebriante messaggio ecl invito metafisico, Le figlie sapevano bene che l’inquietudine silenziosa che agitava il mondo interiore di Michele, non era attribuibile al malore fisico, ma ad un dolore più radicato per l’assenza o la perdizione di quei 4 racconti, dalle cristalline strutture narrative, da un registro lessicale che allineava in maniera trasparente le sequenze, talvolta involontariamente in decrittabili, ma ugualmente penetrante e sempre dal progredire elegante, con tematiche di squallore o disperazione, attutite nella percezione del lettore, per la risonanza magnetica che diffondeva dalle sue labbra, sazie delle severe e poetiche selezioni di arcipelaghi di parole e istmi distesi della punteggiatura che trasmettono nella mente del lettore soavità di suoni e compattezza di armonie. Erano i pregi di un vero scrittore che ancora giovane metteva involontariamente in mostra la mappa di una tematica e di una scrittura, che sembrava direttamente raccontare il sorriso ingenuo dell’infanzia, ma anche le problematiche confuse di una generazione che osserva con occhi smaltati e smarriti, la società che lo ha soffocato nel pieno diritto naturale a vivere con allegria gli anni dorati dell’esistenza. Quattro racconti inediti, dagli anni ’40 fino a un più recente registro stilistico, dove la nitidezza del linguaggio, il gesto morbido dello stile, rappresentano una lezione di scrittura indimenticabile. Una narrativa al di fuori del tempo, dove ogni storia e personaggio restano indelebilmente impressi nella memoria, fino a doverli considerare un testamento di limpidezza esistenziale, nonostante il doloroso cammino tra i rovi e le nefandezze della vita. La pietra bianca, simbolo di luminosa trasparenza etica, continuerà a trasmettere modelli di vita travagliata,  ma semplice e rassegnata, ma con la fiamma della speranza che cova nel guscio della vacuità  terrestre.

La Pietra Bianca

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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