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ALIBERTI – MAGRIS – CALVINO SCALFARI Quattro voce alte e diverse della letteratura di oggi

CARMELO ALIBERTI

Biografia

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Castroreale (ME), dove risiede e ha insegnato   materie letterarie e latino nei licei di Barcellona P.G..(ME).

Si è laureato in materie letterarie all’Uviversità di Messina,con una tesi su Pascoli latino, rivisitato da Aliberti dopo circa 60 anni di silenzio critico sui “ Carmina”, con una traduzione moderna e un’analisi critica appropriata, che evidenzia la grandezza poetica dei poemetti latini del poeta teorizzatore del “fanciullino”, ora proiettato maggiormente nella grande  storia e nella quotidianità di Roma, dove sfilano le pù alte figure dell’Urbe sul proscenio della vita.  

Ha iniziato l’attività letteraria nel decennio 1960-70, con la pubblicazione di numerose raccolte di poesia tra cui: Una spirale d’amore (1967), Una topografia (1968), Il giusto senso (1970), C’è una terra (1972), Teorema di poesia (1974), Il limbo e la vertigine (1980), Caro dolce poeta (1981), Poesie d’amore (1986), Nei luoghi del tempo (1987), Aiamotomea (1988), Le tue soavi sillabe (1999), Il pianto del poeta (2002), La ferita del tempo (2005), Itaca (2007 – tradotta in spagnolo, francese, inglese, croato e ungherese). Abbina l’attività poetica a quella giornalistica, letteraria e saggistica. Come saggista, ha approfondito i complessi incroci esistenti tra politica e letteratura; con La questione meridionale in letteratura (1995), e si è distinto per l’acume critico con il quale ha letto ed esplorato tante opere di poesia e di narrativa. Nell’ambito della poesia, ha esteso i suoi interessi a poeti siciliani (Poeti a Castroreale, 1995; Poeti dello Stretto, 1995) ed a Cattafi in particolare (Sul sentiero con … Bartolo Cattafi, 2000;  Nuova Edizione in Edizioni Terzo Millennio; Poeti siciliani del Secondo Novecento, Vol. I, II, III – 2002-2005; Cento poeti per l’Europa del Terzo Millennio, 2007), Parallelamente con grande passione si dedica alla critica letteraria,esplorando la letteratura del Novecento fino alla produzione narrativa e poetica dei nostri giorni. Fra i suoi vasti interessi, annoveriamo Silone (Come leggere Fontamara di Ignazio Silone, 1977-1989; Ignazio Silone, 1990), Freni (Come leggere La famiglia Ceravolo di Melo Freni, 1988), Mastronardi (Guida alla lettura di Lucio Mastronardi, 1986), Prisco (Michele Prisco, 1993; La narrativa di Michele Prisco, 1997), Fulvio Tomizza (2000) Nuova Edizione Terzo Millennio (2014), Sgorlon (La narrativa di Carlo Sgorlon, 2003: “Carlo Sgorlon, cantore delle popolazioni emarginate e la ricerca scientifica di Dio” (edizioni Terzo Millennio (2015),  Letteratura Siciliana Contemporanea, Pellegrini “(2008); L’altra Letteratura Siciliana Contemporanea (con prefazione di Giorgio Barberi Squarotti, La Medusa Editrice (2013). La questione meridionale in Letteratura (2014). “Andrea Camilleri”,(saggio sull’opera narrativa dell’autore  del Commissario Montalbano). Molteplici i premi ed i riconoscimenti, sia a livello regionale che nazionale, tra cui il riconoscimento di Benemerito della Cultura, della Scuola e dell’Arte dalla Presidenza della Repubblica e la nomina a Cultore di Letteratura Italiano presso l’Università di Messina. Oltre che promotore culturale, ha fondato recentemente e dirige la Rivista Internazionale di Letteratura “Terzo Millennio”.

Temi della poesia di Aliberti

La lirica di Aliberti si pone come felice punto di convergenza di tre fattori: l’ispirazione autentica e genuina, i dialoghi attenti profondi con i testi della poesia novecentesca (Ungaretti, Montale, Quasimodo, tra gli altri), la presenza della sua Sicilia, tra crudeltà della storia e dimensioni mitiche.Poeta dai forti contrasti storici ed esistenziali e dall’alto senso dell’eticità, Aliberti ha una visione dialettica della vita, variamente presente nelle sue raccolte.

I temi della sua poesia si possono così sintetizzare:

critica impietosa agli anni del dopoguerra ed ai miti effimeri della società del benessere;

denuncia degli assurdi ideologici, che tendono a sancire il “patto di Marx con Dio”;

requisitoria, fra rabbia ed amarezza, dei meandri perversi del potere;

coscienza del ruolo anonimo del poeta nella società contem-poranea, ridotto a figura desacralizzata e relegato a semplice pedina nella convulsa scacchiera della vita;

sofferenza per la mancanza di Dio, lontano e sconosciuto;

l’inesorabile trascorrere del tempo assassino, che “macina” e brucia tutto ciò che attraversa;

la ricognizione dei destini umani, raffigurati in un continuo andare alla deriva, tra ferite del vivere, immobilità dell’“Io”, essiccamento dell’esistenza, caduta dello spirito competitivo.

Nel fondo della sua poesia serpeggia un incessante agonismo dell’essere e del vivere, teso alla ricerca del vero senso della vita e determinato a squarciare sia le tenebre esteriori del materialismo che quelle subdole dell’interiorità, fatte di smarrimento e di vertigine, di paure e di angosce. Analizzare e descrivere l’opera poetica di Carmelo Aliberti è come addentrarsi in una foresta di immagini e concetti, di emozioni e sensazioni, di virtuosità formali ed afflato lirico, di problematiche sociali e di aura siciliana Penetrando ei labirinti della sua poesia, infatti, è possibile leggere il percorso esistenziale di un uomo nei risvolti di un parallelismo letterario e dialettico con i poeti e le correnti del Novecento, da Ungaretti a Montale, da Saba a Quasimodo, da Cattafi a Piccolo, dal Simbolismo al Postmoderno. Riporta in auge il percorso artistico di Aliberti il recente e accurato saggio di Francesco Puccio, dal titolo Carmelo Aliberti Poeta della dialettica esistenziale. Ricognizione sulla poesia del Novecento (pagine 156, edito dalla Bastogi nel 2004).  Il saggio arriva, infatti, a coronamento di una quasi quarantennale carriera del poeta e si fa apprezzare per la sua equilibrata impostazione, oltre che per la profonda e meticolosa analisi critica del linguaggio, dei temi e della poetica del Nostro. In esso non mancano ampi cenni alla sua opera critica, che risale in buona parte al periodo della lunga parentesi poetica, tra gli anni ’80-’90, quando la sua attenzione si è spostata verso la critica letteraria con saggi di una certa intensità su Silone, Freni, Prisco, Tomizza, fino al più recente Sgorlon e alla Letteratura Siciliana Contemporanea (2008). Si è parlato molto, nell’ambito letterario e culturale, di meridionalismo, di disoccupazione, di crisi impellente e duratura, ma a che punto siamo della questione meridionale? Innanzi tutto mi preme chiarire che parlando di meridionalismo conviene suddividere un campo economico-socio-politico da un campo culturale. Suddivisione, questa, che non è possibile, però, chiudere in due sfere autonome, dato che ogni campo parte da una circostanza unica: Meridione inutilizzato oppure Meridione misconosciuto. In questo senso le implicazioni poetiche e narrative si risolvono, per grandi linee di generalizzazione, nella letteratura sulla mafia e nella tensione di chi «è stufo di chiacchiere e di incomprensioni» secondo l’espressione del De rebus Siciliae di Lucio Zinna. Chiaramente questa seconda risoluzione del meridionalismo si dipana su una linea molto complessa ed in cui possiamo collocare l’opera di Carmelo Aliberti. Basta osservare le differenziazioni tra l’opera di Aliberti e quella di Ottieri per rendersi immediatamente conto come il meridionalismo (con tutti i problemi e le enfatizzazioni) sia trattato in modo più crudo e particolareggiato nei meridionali fuori del luogo d’origine, invece meno direttamente negli autori che vivono in loco. Ovviamente in un ampio panorama vi sono espressioni altre ed intermedie, basti ricordare Lucio Zinna che, nonostante ciò, fa emergere (posizione palese anche in Aliberti) il dramma dell’intellettuale straniato, esiliato:

Comprimete gli artisti, costringeteli

all’emarginazione o alla diaspora

concimeranno rancori.

Comunque è da sottolineare che nel secondo dopoguerra, abbandonate in parte le forme del Primo Novecento, gli scrittori meridionali, e più precisamente gli autori di Sicilia, hanno risolto l’immagine mitica della terra d’origine in un «altrove» in cui potersi immergere. Cioè si affievolisce l’interesse per la ‘pura’ realtà, ma aumenta l’interesse per ciò che essa rappresenta e può rappresentare (basti citare Sciascia e Bonaviri che rispettivamente hanno superato il neorealismo attraverso l’avventura della ragione o della visione surreale della vita). In questo contesto il rapporto con gli altri poeti siciliani diventa essenziale nell’economia della criticità di un autore quale Aliberti. Se l’Unità d’Italia è stata vista per il Meridione quasi sempre in senso negativo, innegabile è la coscienza letteraria nata da una Unità voluta da alcuni, desiderata da molti, sopportata da tutti. Dà adito quindi a vari risvolti l’analisi della sicilianità e della meridionalità di Aliberti, vista in rapporto ad una società per certi aspetti in continua evoluzione e per altri che tende allo statu quo, quasi per dirla con Giuseppe Tomasi di Lampedusa: «Se vogliamo che tutto cambi,occorre elaborare una formula letteraria sintetica e penetrante come..ratio.vivendi.cambiare.tutto.per.non.cambiare.nulla.nel.labirintico meandro, in cui appare tutta una problematica sociale, e soprattutto una denuncia, nei confronti di certe situazioni abnormi ed aberranti. Ed è questa denuncia che Aliberti propone in alcune sue liriche, denuncia fatta con parole così delicate e incisive che l’autore si dimostra non solo profondo conoscitore dell’animo umano, ma soprattutto conoscitore della problematica meridionale e innamorato della sua terra attraverso un legame di amore-odio, ma più di amore che di odio Il suo non vuole essere, però, un processo storico né sociale. La sua processualità è una condanna per quei politici che sanno solo servirsi di parole ampollose e demagogiche, facendo parte di quell’esercito di corrotti, che creano uno stallo sociale, come gli Uzeda di De Roberto, come i Salina di Tomasi di Lampedusa. I gestori del potere sono falliti, dovrebbero ritirarsi dagli organismi politici, ed in effetti si fanno indietro, ma non per scomparire, solo per trasformarsi, per assumere altre vesti, per riassumere il potere, per fare altre promesse, magari opposte a quelle precedenti. É il circolo vizioso della politica e della corruzione, contro cui il poeta-cantore Aliberti, profeta non di sventure ma fautore di un’analisi sociale della propria terra, si schiera, così come si può evidenziare nel seguente brano tratto da una delle liriche più significative, Caro dolce poeta:

                  Eccoti tuffato nella pazienza della fame

nel sudario dei campi straziati

sui selciati dell’esilio per l’Europa

assediato dal gorgo delle lacrime

al sorriso dei figli e delle madri.

Eccoti nuotare nelle tossine della fabbrica

incollarti alla catena di montaggio

benedire la mano del padrone

che ti assicura lavoro e farmacia…

Se compito di questo breve intervento è approfondire l’aspetto poetico e letterario della meridionalità di Aliberti, per l’aspetto critico e l’approfondimento della problematica in questione bisogna rimandare al saggio indicativo dello stesso Aliberti: La questione meridionale in letteratura del 1995. Questa resta comunque un’occasione per approfondire la sua opera letteraria, che prende le mosse da un percorso esistenziale per giungere ad una analisi della società contemporanea, soprattutto meridionale, percorso che comprende le sue principali opere a partire da Una spirale d’amore (1967), Una topografia (1968), C’è una terra (1972), Teorema di Poesia (1974), Caro dolce poeta (1978-80), Aiamotomea (1986), per giungere alla più recente produzione confluita ne Il pianto del poeta (2002) e in Itaca   in 10 lingue (2007-2009-2011—2012-2013-2014-2015-2016) «La grandezza della poesia di Aliberti, secondo Francesco Puccio, consiste nell’aver saputo innestare il problematicismo dialettico di Baudelaire, Ungaretti e Montale sul proprio vissuto e sul proprio sostrato isolano, pervenendo ad una poesia autonoma e dalla forte identità. Egli ha toccato con mano la miseria ed il razzismo socio-ambientale della Sicilia; ne ha interiorizzato l’immaginario, tra mito e leggenda; ha assunto in sé l’inconscio collettivo della sua terra, ma è riuscito ad evitare il pericolo di un eccessivo e lacrimevole meridionalismo, trasformando la propria sicilianità da spunto storico-immanente a veicolo metastorico trascendente». Aliberti crede con la poesia di poter incidere nel tessuto sociale e perciò si trasforma in poeta-cantore, ponendosi in un rapporto biunivoco e bidirezionale (pensiero ed incisività) con la società in cui vive per analizzarne il meccanismo. Il poeta assurge così a figura-simbolo di raccordo tra società e politica, nell’illusione di poter cambiare le loro leggi di ragion di Stato e favorire un progresso socio-economico della sua terra. Ecco perché il suo dire corre tra Certezza e Incertezza, come dire tra Assoluto e Relativo. La Certezza e l’Incertezza diventano due mondi a se stanti e contrapposti. La Certezza è sinonimo e simbolo dell’Assoluto. L’Incertezza è sinonimo e simbolo del Relativo. Il mezzo per condurre a questo Assoluto-Relativo è la Poesia, elemento filosofico e irrazionale (ma nel contempo prodotto di una razionalità interiore), espressione dell’uomo-cantore, o poeta-cantore, che opera nel sociale, e nel caso specifico in una terra periferica, la Sicilia, simbolo di un Meridione bistrattato ed emarginato, ma che ha voglia di riscatto. La poesia diventa allora cosmologia gnoseologica, cioè raziocinio su una problematica universale, che coinvolge il Sud, ogni Sud o Meridione della terra e scaturissero dalle medesime condizioni. Per realizzare quest’analisi si prospetta allora un’ipotesi di soluzione ‘politica’. Ma il fallimento di una politica corrotta, porta al fallimento delle riforme e quindi al fallimento della società, perché la politica argina il poeta, in quanto ne ha determinato la fine. La dialettica dell’essere e del divenire non è più l’assenso, bensì il Nulla, quale punto di partenza per giungere al Tutto, quel Nulla che restituisce l’essere a se stesso e lo rende padrone delle proprie azioni, cioè lo conduce verso la libertà. E la vita è desiderio di libertà, come scaturisce dalle poesie “meridionali” di Aliberti. Allora l’uomo del Meridione non rimane abbandonato a se stesso. No. Perché l’autore riesce a proiettarsi e a proiettarlo in una dimensione noumenica, nel tentativo di superare la dimensione fenomenica. L’assolutezza del Tutto porta all’assolutezza di Dio, anche se il Dio si rivela Dio del Nulla, così come si esprime Aliberti nella lirica dal titolo emblematico:

Dio del nulla e del dolore

Dio dei poveri mio Dio

assistimi ti prego nel salire

i gradini del buio

con l’involucro del male

con la pena del prossimo nel cuore.

Il male di una categoria sociale, di un luogo circoscritto, diventa quindi male universale. Il Dio del Nulla diventa potenza, aiuto e comprensione. Là dove la politica ha fallito, l’Universale Assoluto può soccorrere.

                        Dio del Nulla e del dolore

Dio riemerso dal buio a intermittenze

nel delirio ingiusto dell’ingiusto

assistimi, ti prego mentre sgrano

storie di pietà e di speranza…

All’Assoluto e quindi alla Certezza, si contrappone in questa dialettica il Relativo e l’Incertezza. Alla problematica che si vuole risolvere si contrappone l’inganno, la mancanza di risoluzione, il fallimento e quindi il mondo appare nella sua relatività. È il mondo delle piccole cose e dei grami problemi che attanaglia l’uomo comune. Dio non sembra più esistere. L’uomo si trova a combattere contro tutto e contro tutti. Si trova in una tempesta e può fare affidamento solo sulle sue forze, proprio come Bastianazzo di Verga, che dopo aver comprato un carico di lupini, vuole andarli a vendere a Riposto, ma la tempesta infrange ogni sogno. La Provvidenza, il nome della barca, naufraga e con essa naufragano le speranze. Ma i sogni che Aliberti si propone e ci propone non naufragano, l’uomo di Aliberti non perde la speranza. Va altrove, cerca fortuna. È l’emigrante. Che si chiami Marco o con altro nome non importa. Così scrive Aliberti, infatti, nella lirica Marco:

Lo incontrai alla stazione che partiva

l’interrogai, mi rispose – Vado via

in questi luoghi non ho più nessuno

la mia terra verde fiorita

non ha uno spicchio di pane per me.

In questa negatività dell’esistere del meridionale che non trova lavoro, nasce la speranza e la fiducia di un futuro migliore. L’uomo comune ha fiducia nella parola, e soprattutto nel sogno. Ma il sogno, come quello di Bastianazzo, di Luca o di Padron ‘Ntoni, si infrange anche in Aliberti e si rompe. Anche i sogni di Marco si infrangono: perde la vita.

Più tardi appresi

che era rimasto sepolto sotto il crollo

di una miniera in Belgio.

Ma il poeta-cantore non abbandona il suo personaggio, non abbandona le sue emozioni e i suoi sogni, non lo abbandona mai neanche quando rimane vittima del destino, proprio perché Marco è simbolo di una terra particolare, la sua, che è terra di emigrazione e di problemi atavici irrisolti, di dolore e di morte. Ma il poeta sa raccontare, sa trarre simbolicamente una conclusione dall’esperienza, sa comunicarla agli altri.

Gli amici assorbivano tristi

il fiato delle mie parole:

in quella storia sentivano ripetere

la vita di tutti loro.

Marco, dunque, un emigrante come tutti gli altri, uno sconfitto, assurge a simbolo, diventa lezione di vita e di esperienza. In lui si identificano gli altri meridionali, gli altri uomini del Sud, che a milioni sono andati altrove per fare fortuna, per costruirsi una vita migliore. Marco rappresenta quelle migliaia di emigranti che tra Ottocento e Novecento, andavano all’estero, in America, Brasile, Argentina, rappresenta coloro nel secondo dopoguerra sono andati in Francia, in Belgio, in Germania, in Svizzera, ma rappresenta anche gli emigranti di oggi, gli extracomunitari che vanno alla ricerca di fortuna nelle nostre terre. La sofferenza e il dolore è uguale. Le difficoltà di Marco sono le loro difficoltà. È chiaro che non tutti gli emigranti hanno fatto e fanno la sua fine, sarebbe un assurdo, ma tutti potrebbero farla. È il rischio della partenza, ma la speranza nella positività dell’esistenza è un risvolto tutto umano. Se da una parte quindi il crollo di un mito sembra non lasciare spazio alla speranza, se tutto può sembrare negativo, se la storia sembra travolgere ogni cosa, alla fine è sempre possibile trovare «la tua bocca piena di garofani». È questa la conclusione cui l’autore giunge nella brevissima lirica, Verrà la morte, con un riferimento storico a Portella delle Ginestre, dove alcuni contadini vengono massacrati, in un periodo oscuro forse per la storia siciliana, dalla banda di Salvatore Giuliano il primo maggio del 1947.La metafora in negativo, simbolo di morte, può essere interpretata quale allegoria positiva. La coincidenza degli opposti dà adito alla speranza. Si tratta, forse, di false illusioni, ma chi ama la propria terra, chi lotta per essa non può abbandonare la speranza. Si partirebbe sconfitti. Aliberti non è poeta-cantore sconfitto, ma poeta in positivo. La Sicilia è il suo grande amore, e la morte fa parte della vita. L’uomo di Aliberti, infatti, non perde la fiducia. L’uomo di Aliberti è combattivo, mentre il poeta-cantore sa trovare una parola di conforto e di incitamento. L’universalità emozionale ed umana di Aliberti si trasforma quindi in sicilianità. La parola umana conquista e si fa materia di canto. Il Relativo coincide con l’Assoluto, la Certezza con l’Incertezza. Il tema della Sicilia viene ancora una volta ripreso in due liriche-poemetti davvero significativi: Aiamotomea e Nei luoghi del tempo. Qui Aliberti parte da presupposti autobiografici, come molti poeti, per giungere alla metafora e quindi al simbolo, passando però attraverso la riflessione sulla problematica meridionalista, dal particolare ancora una volta all’universale. Aiamotomea ha una sua struttura interna complessa, in cui appunto luogo della memoria e luogo ideale si fondono e si intersecano quasi in una equazione concettuale. Ad Aiamea della prima strofa, luogo ideale, corrispondono il Motomea della seconda e la generazione dei ciclopi-zaccaini della terza. Nella prima strofe al luogo ideale si contrappone il luogo della memoria le balze del Peloro, nella seconda il vico Molinella e la Portella della Croce, nella terza Pizzo Sughero, Colla e Salvatesta, oltre che Passo dei Lupi e Volta Ilice. Questo passaggio dall’ideale al reale è perfetto, come bene si evidenzia nella strofe centrale, la quarta, dove il mare, il silenzio e la parola diventano riflessione filosofica e concettuale dell’esistere. Si passa quindi all’idealità più completa, al mito. Il mito non quale entità astratta, ma quale entità che scaturisce da una realtà topografica tradizionale. Aiamotoaiamotomea, espressione che costituisce l’incipit della quinta strofe, perde interamente i suoi connotati realistici per acquisire quelli mitici e ideali. Infatti alla vita e alla morte resiste ogni bava della memoria, mentre compaiono le lastre profumate del Longano, fiume che scorre nei pressi di Castroreale, quasi un groviglio di storie incenerite. Al Longano alcuni studiosi, tra cui l’Arezzo nella sua Corographia Sicula, collegano il mito di Aci e Galatea, e si crede che nei pressi sorgesse una città greca di nome Gala, anch’essa forse mitizzata, presso la quale c’erano delle sorgenti termali. Ma il mito ormai non è più luogo di memoria, esso è mito contingente, che richiama il mondo classico. Ecco perché, come afferma Aliberti, egli ritorna a cercare

riverberi di cronaca e di mito

e nello sgomento celestino

innalzo questo grido di memorie

al vento della terra Aiamea.

Ma come il mito di Aci e Galatea è un misto di amore e di morte, di odio e di passione, anche il luogo mitico di Aliberti  appare quale luogo

dove gli avi speranze profanate

irrorarono di vento

nella cruna di vita morte e amore,

dove l’impronta del mio passo incerto

resiste ad ogni bava di memoria.

Galatea diventa quasi la parola che fugge, la ricerca di quiete e di pace, ma il destino degli uomini a volte è crudele

seppellirono nel silenzio delle sere

il soffio della parola innamorata

e la ninfa fuggita dal mare

arsa da furore clandestino

mostrò agli astri le labbra inviolate

nel golfo scintillante del tuo seno.

Il passaggio dal mito alla realtà avviene in un batter d’occhio. Aliberti non cede al sogno. Rapporta ogni azione alla sua esperienza di vita.

Dal grembo anemico sgorgarono

nel diluvio dei mandorli fioriti

degli anni dilaniati

i sogni per l’isola sommersa

e nella morta stagione del rigurgito

all’esilio soave

si aggiunge un altro esilio

di agonia e di nulla.

Nonostante prospettive e tecniche diverse, ciò che accomuna tutta la produzione meridionale è il sicilianismo come insularità. In Carmelo Aliberti si presenta il concetto di uomo-isola, anzi più propriamente sembra esser appropriato il termine di «isolitudine», termine che, coniato da Gesualdo Bufalino, ingloba, nella condizione dell’intellettuale che vive in Sicilia, l’idea dell’insularità connessa all’essere soli nel mondo. A ciò, però, si aggiunge una tendenza centrifuga, la ricerca di una connessione con il mondo attraverso la memoria. Questa memoria è l’insularità dell’essere. L’insularità del siciliano, costretto ad andare via per fare fortuna. L’esilio diventa allora dolce, soave, ma anche ineluttabile. Il riferimento diventa autobiografico, richiamandosi al soggiorno triestino dell’autore. Ma quest’amore di Aliberti per la Sicilia, viene da chiederci, è sicilianità, sicilitudine, sicilianite, sicilianismo o isolitudine? Il problema diventa a questo punto molto più vasto e complesso. Aliberti è siciliano, ama la sua terra, ne sviscera i contenuti morali ed umani, le tradizioni e i suoi problemi, ma la Sicilia non è per lui attrazione filosofica (sicilitudine), non è per lui pretesto politico (sicilianismo), non è per lui malattia morbosa (sicilianite), ma per lui è pura e semplice sicilianità: amore sincero per tutto ciò che si ama, tendenza che a volte lo spinge all’isolamento (isolitudine). Aliberti non può essere quindi catalogato tra coloro che, come afferma Michele Pirrera nel saggio del 1995, La spola infinita, esagerano e travisano la Sicilia: «Molti intellettuali siciliani hanno per altro contribuito a diffondere quella che chiamasi piuttosto sicilianite, una mania geofolclorica che non solo si compiace di se stessa, ma pretende un capitolo tutto speciale nel libro dei fenomeni contemporanei». Più che di meridionalismo quindi si può parlare di sicilianità, di atto di fede nei confronti della propria terra, in essa c’è uno stato di violenza (e qui sarebbero moltissimi i rimandi letterari), in essa avviene l’incontro-scontro con il mondo, e in via trascendentale, con un Dio, quasi del Nulla, quel nulla negativo, quell’impatto con il reale negativo che sfocia nella consapevole illusione della missione letteraria, testimone dell’apocalisse in atto.

La dialettica della poesia di Aliberti, infatti, risiede tra la negatività del contemporaneo storico e la speranza (via via sempre più flebile) di un mondo diverso. Il pessimismo descrittivo, a cui approda la sua opera, sostiene una linea ben marcata della letteratura siciliana, ma con un’ostentata ricchezza d’immagini si può cogliere anche il simbolo, il mito, quel luogo tanto caro al poeta (la terra natia, la Sicilia), che si avvicina alla mitizzazione della terra stessa, mitizzazione in positivo o in negativo, ma pur sempre fonte di mito. In tal senso sembra rivivere nelle parole di Carmelo Aliberti la fusione delle tre categorie espressive di Américo Castro: abbiamo nella sicilianità del poeta la descrittibilità dello spazio vitale, antro originario, cui si affiancano sia la suggestiva eventografia sia l’assimilata negatività del processo storico. Per la categoria dell’evento (che potrebbe essere imputabile) in tutto il percorso poetico, è possibile ricordare i rimandi (anche nelle opere precedenti al Pianto del poeta) a brevi scorci sociali, eventi appunto che si estrinsecano nelle citazioni di luoghi vicini al poeta.

Ma il canto del Nostro non è afflitto da desolato e solitario intimismo, né dalla presunzione di ravvisarsi «nel ‘disimpegno’ e nell’evasione», secondo l’espressione di Renato Barilli. La sicilianità, il meridionalismo, la mediterraneità, l’isolitudine dell’opera alibertiana risiede nella contingenza di spirito e di materia con la propria terra. E la sua liricità mediterranea acuisce la nostalgia delle sottili note poetiche di un altro grandissimo siciliano: Salvatore Quasimodo. La lirica meridionale negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta ha smarrito il proprio fine, il proprio dettato, la propria essenza peculiare. In opposizione al neoavanguardismo (non a caso i nomi di questo movimento sono quasi tutti settentrionali) il poeta ha perso la propria coscienza relegandosi nel vittimismo, insoddisfatto dalla condizione economica, sociale, culturale della propria terra. E nonostante la grande fuga di intellettuali, essi, uno per uno, hanno vissuto, e vivono tutt’ora, nell’ossimorica condizione esistenziale tra il dramma e la speranza, tra l’umoristico e il compianto. Carmelo Aliberti invece s’inserisce nella privilegiata, e forse ultimamente trascurata, linea poetica che è riuscita ad oltrepassare la neoavanguardia per porsi come guida degli anni a venire. La Sicilia, infatti, non è mai in Aliberti oggetto di affezione morbosa, ma solo un luogo che si vuole far conoscere e si vuole migliorare. Nello stesso tempo è luogo ideale, oggetto di una fitta trama di sentimenti e di emozioni, di risentimenti e di idealità che fanno capo a mille allusioni e ad alcune reticenze. Ecco perché i luoghi reali sono minimi. Aiamoto è una contrada del Comune di Castroreale, in dialetto ariamotu, ma può essere benissimo un luogo immateriale e quindi espressione di universalità. La Sicilia di Aliberti, per dirla in breve, è diversa quindi dalla Sicilia verista di Verga, o favolistico-realistica di Capuana, o psicologico-sociale di Pirandello, o mafioso-criminale di Sciascia, o dalla sottile sfumatura frustrante e immobilista politico-postrisorgimentale di un Tomasi di Lampedusa o di un De Roberto. La Sicilia di Aliberti è un’isola che, pur tra i suoi contrasti, vuole assurgere ad universalità. E la lirica Aiamotomea bene interpreta nei suoi risvolti socio-psicologici, questa realtà. Aiamoto è la terra divina del poeta, è l’alma tellus e l’alma mater. È la terra che, propizia di frutti, appare nutrice di amore e di affetti. Ma a questi affetti si contrappongono i riti millenari della civiltà contadina, di quegli uomini che sanno offrire la loro fronte al sole perché la terra porti frutti, e sanno soffrire e sopportare. Vengono così colti i gesti più umili:

Peppi Giaurri torturato dal sole

con le bertole ancora riaffiora

dal Paradiso perduto nella valle

alle necropoli dei vivi.

Ed ecco riemergere allora l’infanzia perduta, una lettura disincantata della vita, quasi a proporre squarci di luminosità interiore attraverso gli scogli della sofferenza e del dolore, dei dubbi e delle nostalgie, delle incertezze e delle perplessità, quasi un percorso attraverso la realtà cruda e non illusiva di questi tempi, una ricerca filtrata dal fanciullino che è in noi, che «ha paura del buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra di sognare, ricordando cose non vedute mai» secondo l’espressione pascoliana, ma il paragone può sussistere solo in quanto Aliberti si pone con verginità d’incanto (ma non incantata) e di lettura di fronte all’universo circostante. Quest’incanto è il fascino dei mandorli fioriti, ma pure dell’oro dei fiori, delle felci ramificate e intessute con pazienza certosina, del sole che brilla nel cielo, degli aculei nascosti tra le foglie e i fiori delle ginestre. A tutte queste cose si contrappone l’immagine emblematica dei ciclopi-zaccaini. Ancora una volta il mito si fonde con la realtà. La vita degli umili contadini, dei boscaioli, di coloro che nei secoli bui, quali

anime passate a sbriciolare

febbri d’anima

nelle occidue sterpaglie del Bosco

si snodano tra passato e presente, tra mito e oggettività. Ancora una volta il mitico ciclope Polifemo si interseca con i luoghi della memoria, con il mito di Aci, con la figura graziosa di Galatea. Quel che Aliberti ci presenta quindi in questa lirica è il contrasto tra il reale e il virtuale, tra l’immaginario e la vita quotidiana, ma soprattutto la lotta di chi mira al progresso sociale ed umano, alla promozione e alla conquista di migliori condizioni di vita, tutto questo avviene attraverso la fede nella sacralità della vita:

la tua voce mi strazia di morte

la tua voce mi acceca di infinito.

La poesia di Carmelo Aliberti, come possiamo notare, agisce lontano dai centri di potere delle grosse case editrici, in maniera disinteressata, in una terra periferica e decentrata, ma non per questo di minore importanza, dimostrando come la periferia possa anche diventare centro e luogo di incontri culturali e di movimenti di pensiero, e come nella provincialità si possa superare il provincialismo. E sono proprio i temi della poesia alibertiana a far superare questo scoglio. In Aliberti, infatti, appare la convergenza di alcuni fattori principali, quali un’ispirazione autentica e tormentata, la presenza della nostra Sicilia tra tempo della memoria e crudeltà della storia, dimensione mitica e funzione simbolica, fattori che si esemplificano in una critica impietosa della mitizzazione dell’effimero nella società del benessere attraverso la denuncia di certi assunti ideologici, il ricorso al mito e alla leggenda, la requisitoria dei meandri del potere, e soprattutto attraverso la presa di coscienza della svalorizzazione continua del ruolo del poeta, che, perdendo la condizione di Vate o di Saggio, oggi è una voce fra tante, e forse la meno ascoltata, è un semplice cantore. La società contemporanea, infatti, rischia di dissolvere la figura del poeta e nello stesso tempo la poesia, credendola espressione anacronistica e inadeguata a trasmettere al mondo contemporaneo messaggi-emozioni. Nasce così la strumentalizzazione e la mercificazione della poesia da parte dei mass-media riducendola nel migliore dei casi a spettacolo effimero. «Il postmoderno è emblema di una crisi latente, perché la società moderna, esaurite tutte le linfe vitali, resta priva di creatività e di prospettive, ed è quindi una società della crisi. Gli aspetti del suo sapere sono i meccanismi dei mezzi di comunicazione di massa, le mode letterarie, l’interscambio di codici linguistici diversificati, il concetto di ‘libro’ come riciclaggio di altri testi, l’informatica e la telematica, il crollo di ogni spirito avanguardistico».In questo senso la poesia di Aliberti si presenta spesso quale poesia civile ed impegnata, con la capacità di sferzare i perenni mali dell’uomo e l’arroganza del potere, delle ingiuste carriere, delle perversioni delle mode e dei mercati. Egli prospetta un’umanità ben collocata nel suo contesto sociale e naturale, per raggiungere una delle finalità inalienabili degli uomini: la felicità. Questo spirito dialettico tra la spirale dell’effimero e il vagheggiamento di un sogno di innocenza è il tema essenziale di una delle opere che stanno all’apice della produzione poetica di Aliberti, Caro dolce poeta, poemetto che ripercorre circa quarant’anni di storia, di passioni, di emozioni e di conquiste dagli anni della seconda guerra mondiale e della Resistenza agli anni Ottanta. Qui viene messa in atto un’indagine sociale ed introspettiva, attraverso cui il poeta può approdare a “sogni di libertà e d’amore”. E questo sogno di libertà e d’amore è espresso soprattutto in una delle ultime liriche, Il pianto del poeta, dove ancora una volta appare la sicilianità di Aliberti, che mette il dito sulla piaga degli eterni problemi del Meridione: lo sfruttamento, l’abbandono, ma soprattutto la demagogia, il clientelismo, l’assistenzialismo che lo hanno fatto affossare. Ha fatto comodo ai governanti, accontentare il meridionale, spingerlo ad emigrare, ma lasciandolo nei suoi atavici problemi. È come l’animale addestrato che dopo aver fatto il suo esercizio viene accontentato dall’addestratore con la caramella. Allora al poeta-cantore non resta altro che piangere, ma non è un pianto romantico e commiserativo, è un pianto virile, una sofferenza che scaturisce dal cuore, un desiderio di lotta e di evoluzione sociale, che parte dal luogo minimo: Bafia, Castroreale, il Tirreno, i luoghi anonimi circostanti:

A Castroreale in trincea volgo gli occhi,

allagati dai concerti dell’estate,

verso i campi radi di alberi e declivi

di questo tempo privo di fusi e di arcolai

avido di smagliare le afflizioni,

nei dolci fiati dell’adolescenza.

Attraverso la memoria, o meglio attraverso il confronto tra passato e presente, qui si cerca di travalicare la mistificazione ideologica. Per Aliberti il miglior modo per dare luce alla Sicilia è appunto fare un’analisi dettagliata dell’idea di Sicilia. Ma che cos’è la Sicilia per il siciliano? Che cos’è la Sicilia per Aliberti? Emblematico in tal senso è il volume di Sebastiano Aglianò, apparso nel 1945 e dal titolo Che cos’è questa Sicilia?, il quale scrive: «Non vorrei istituire qui un rapporto di causa ed effetto tra il paesaggio e la psiche dominante dell’isola: sarebbe un assurdo. Ma è impossibile pensare ai siciliani senza vedere per riflesso l’aria mediterranea che li avvolge, la sagoma dei fichi d’india e delle piante tropicali, senza sentire quasi il profumo delle zagare che d’estate addormentano i sensi in un nirvana senza risvegli». E per Aliberti:

qui si continua con i traffici più immondi

ad irrigare di gloria e di avere

il regno dell’anarchia e del potere,

qui con la ferocia delle belve

si continua a lapidare il Giusto

e si rèlega l’uomo di colore

nel ghetto dei bambini e dei poeti.

Ed Aliberti è vicino al dolore della sua gente, cerca di comprendere la sua tristezza, mettendoci in guardia però da un meridionalismo enfatizzato, dalle inflessioni puramente ideologiche, filosofiche e non sociali, quasi un sicilianismo amorfo e sterile. Da questo bisogna guardarsi, soprattutto se per «sicilianismo vogliamo intendere quell’ideologia sostanzialmente apologetica e autocelebrativa che ha caratterizzato la storia della cultura isolana dopo l’Unità, manifestandosi soprattutto nell’accusa allo Stato di aver ridotto la Sicilia alla stregua di una colonia piemontese» scrive Massimo Onofri. E tutto questo dice Aliberti nel Pianto del Poeta, in cui ideologia ed ideale, umanità e socialità si fondono con l’arte del poetare. L’autore attraverso l’arte forbita della parola vuole comunicare con gli uomini. In questo senso Il pianto del Poeta è un capolavoro compositivo, credo il più riuscito di Aliberti, insieme ad Aiamatomea, per l’impostazione generale e retorica che alla lirica, o meglio poemetto, viene data. In essa, infatti, appare una struttura complessa e una rete di immagini, che ancora una volta partono dal particolare per giungere all’universale. Nella prima strofe appare una realtà locale, attraverso una toponomastica precisa e puntuale: il mondo che circonda il poeta. È la Recanati del Leopardi, sono i Colli Euganei di Foscolo, è la Firenze di Dante, ma è la Milano di Manzoni o la Acitrezza di Verga. Qui è Bafia il luogo di partenza, è la trincea in cui si combatte, in cui si lotta. Il tono della poesia che corre tra l’elegiaco e il lirico, è intriso da un contrasto tonale di assenza-presenza, di creato-increato, di assoluto-relativo, di certezza-incertezza. La prima strofe è il preambolo, è l’avvio dall’atmosfera tipicamente siciliana, ma che sa astrarsi dalla contingenza per la capacità di palesare un contrasto generazionale, una tristezza epocale, un sadismo politico che poi ricade sull’uomo. Carmelo Aliberti, infatti, è un poeta che ricerca nelle sue occasioni poetiche l’essenzialità della parola e la molteplicità della cosa. Atteggiamenti, questi, che possono ricordare la differenziazione di uno ‘stile di cose’ che perpetua la linea meridionalistica della poesia alibertiana. Il legame con la propria terra dunque è pregnante: egli, il poeta della crisi, concorre ad offrirci un’immagine della nostra regione non scontata, non convenzionale, fatta di richiami sottili e tenaci, fatta di sentimento che è la diretta confidenza con la parola, e quindi con il lettore, affiancata alla visionarietà del dettato. Chiaramente per Carmelo Aliberti non si può parlare di sicilitudine e neppure di sicilianismo: dato che il primo presuppone una condizione astrattiva in cui, nonostante si possa fuggire dall’isola, non si può sfuggire alla sua influenza, il secondo, nella felice definizione di Giuseppe Zagarrio, «comprende studi e studiosi di lingua siciliana e dialetto», dunque ha un carattere più scientifico. In Carmelo Aliberti rivive però quella sicilianità, o meglio quella isolitudine, cui lo stesso Luigi Pirandello faceva cenno nel discorso che tenne a Catania nel 1920 in occasione dell’ottantesimo compleanno di Giovanni Verga e che riprese, quasi con le stesse parole, il 3 dicembre 1931 nel suo Discorso alla Reale Accademia d’Italia, tenuto per la celebrazione del cinquantesimo anniversario della pubblicazione de I Malavoglia. In esso, parlando dei siciliani e facendo riferimento alla sicilianità di Verga, afferma che «tutti in Sicilia in fondo sono tristi, perché hanno quasi tutti un senso tragico della vita ed anche una quasi istintiva paura di essa oltre quel breve ambito del covo, ove si senton sicuri e si tengono appartati, per cui son tratti a contentarsi del poco, purché dia loro sicurezza. Avvertono con diffidenza il contrasto tra il loro animo chiuso e la natura intorno, aperta, chiara al sole, e più si chiudono in sé perché di quest’aperto, che da ogni parte è il mare che li isola, cioè li taglia fuori e li fa soli, diffidano, e ognuno è e si fa isola a sé, e da sé si gode, ma appena, se l’ha, la sua gioia, da sé taciturno e senza conforti, si soffre il.suo.dolore.spesso.disperato. Ma ci son di quelli che evadono; di quelli che passano non solo materialmente il mare, ma che, bravando quell’istintiva paura, si tolgono, o credono, da quel loro poco e profondo che li fa isole a sé…». Il siciliano di Pirandello, contrapposto e diviso, è per Aliberti il siciliano dei sogni e delle speranze, del desiderio e della quotidianità, delle piccole cose che permettono di continuare a vivere. Ma una certa insicurezza nasce dalla tendenza all’isolamento che, nota Sciascia, tende alla presunzione di perfezione (concetto che nella linea meridionalistica assume talora l’accezione di normalità). Da questa stessa condizione esistenziale, che grava tra eros e thanatos (non in senso freudiano), nasce la dimensione insoddisfatta, problematica, che caratterizza la produzione di Aliberti e di gran parte dei letterati siciliani dell’ultimo ventennio. Dunque il meridionalismo del Nostro vive in un ripiegamento interiore, una discesa nella memoria personale e collettiva che si ricolleghi al proprio dolore e alla propria indignazione, che diventano coscienza del mondo, coscienza universale. Questa condizione è metafora della Sicilia, come la Sicilia (e qui riprendiamo Sciascia) è metafora del mondo. Alla fine è un sogno, intriso di sensazioni e sentimenti, direttamente legati ai miti mediterranei. Il fatalismo, la diffidenza, il sofisma sono concetti tanto lontani quanto una passionalità fatta di conquiste reali e.di.analisi.socio-poetiche.fattive.e.fattibili. È vero, la società siciliana, come ogni società è diffidente, sospettosa, apprensiva. C’è quel desiderio di evadere. Ma alla fine si scopre che la vera evasione non è l’allontanarsi dall’isola, ma restarci per combattervi e combattere le storture, senza acrimonie o finti paternalismi. L’abbandono dell’isola è la conquista dell’Isola. Anche la scrittura di Carmelo Aliberti fonda le proprie radici nell’humus mediterraneo, che ha risultati linguistici inequivocabili, intrisi di passionalità e colori che «espliciti o rarefatti, aleggiano tra le righe di una scrittura che sembra scorrere su maggiori spazi fisici e su maggiori volumetrie» secondo l’espressione di Nicola Romano.  È presente dunque una fruizione luministica, una solarità d’espressione che ossimoricamente si unisce alla malinconia della propria insularità. Si tratta di una mediterraneità che, in linea con i grandi poeti, esce al di fuori dei confini regionali, un po’ quello che è avvenuto e avviene tutt’oggi per autori in lingua come Quasimodo, Piccolo, Cattafi, Angelo Maria Ripellino o in dialetto come Santo Calì, Mario Grasso e Vann’Antò. L’esperienza triestina di Aliberti alimenta questo desiderio di conoscenza della propria terra. Gliela fanno scoprire, al suo ritorno, nuova e diversa, egli stesso la riscopre integra dentro di sé, e sente di poterla raccontare così com’è, non come l’aveva immaginata. Nasce così una ontologia negativa, espressa attraverso un linguaggio anaforico. Egli scrive nel Pianto del Poeta:

Non vedo più

le soavi ombre dei cari

trapassate nel silenzio

ad aspro esilio…

Non vedo più i fazzoletti bianchi

in testa alle colombe di mia madre

sventolare sonore…

Non vedo più

il fratello porgere al fratello

il torsolo di mela

sottratto ai vermi della pattumiera

e all’arsura.

Qui la ripetizione anaforica assume anche un valore simbolico. Il tre è perfezione classica e teologica. Anche il numero delle strofe riporta al tre. Queste, infatti, sono nove, più una di introduzione. Il richiamo alla Commedia dantesca è chiaro: tre cantiche con 33 canti per ciascuna, e un canto introduttivo. Qui tre triadi di strofe, più una introduttiva. Ed è sulle nove strofe (nove multiplo di tre) che ci si deve soffermare. Nelle prime tre l’iterazione è in negativo, un incipit solenne ed incisivo. Una ontologia negativa, non vedo più, che viene ripresa nella terza delle tre strofe (la quarta della lirica) con una iterazione concettuale (al verso 29, poi al verso 31 e infine al verso 34). L’assenza non è quindi più esteriore o apicale, ma pure interna, e soprattutto mitica, in quanto il non vedo si riflette su «le perle canore del mio Titiro». E Titiro è il mitico pastore che sa cantare canzoni d’amore alla sua amata ninfa, che sa cantare la sua terra, che vede la negatività dell’esistere, e pure l’essenzialità dell’essere.

Fortunato vecchio, qui tra noti fiumi

e sacre fonti godrai una frescura ombrosa:

da un lato la siepe sul vicino confine di sempre…

spesso con lieve sussurro ti concilierà il sonno;

dall’altro ai piedi di un’alta rupe canterà all’aria

il potatore; ma frattanto le roche colombe, tua cura,

e la tortora non cesseranno di gemere dall’alto dell’olmo.

La quinta, la sesta e la settima strofe del Pianto del poeta riprendono l’anafora delle prime tre, anafora che passa dall’assenza al desiderio, alla volitività. L’uomo Aliberti vuole, è suo desiderio dire, parlare, comunicare. E sono tante le cose che il poeta vuole dire:

E vorrei dire dei recessi del maniero,

sospesi tra le grotte di Torace

e le latomie di Carbone

dove l’ulivo greco

si contorce sulla bocca di una giara.

E vorrei dire

di Artemisia, dei muschi, delle zagare…

Vorrei dire di Via d’Amelio e di Capaci,

dei naziskin, di Mogadiscio e Sarajevo…

Dall’ontologia dell’assenza ora il poeta prende coscienza del passaggio da una società contadina e patriarcale ad una società nuova che, se da una parte diventa mito, dall’altra mette in secondo piano i vecchi valori. Nuovi valori o pseudovalori prendono il sopravvento, mentre risuonano alla mente odori antichi: i muschi, le zagare, la calia e il castrato. Ma ecco proprio lì all’angolo la realtà sconvolge il mito (Artemisia, Eolo), perché si fanno impellenti le immagini raccapriccianti di Via d’Amelio, la strage di Capaci, Mogadiscio, il Vietnam e Sarajevo, la corruzione e il male. L’input di cantare il male è apotropaico. Il desiderio quindi si trasforma in realtà, la realtà siciliana, ma soprattutto la realtà internazionale. Ancora una volta dal particolare si giunge all’universale, dalla strage di Via D’Amelio si giunge a Sarajevo o in Vietnam, la Sicilia diviene metafora del mondo.

Non sono più le orge verbali che contano,

ma le parole sono asettiche vernici

spalmate sul delirio quotidiano.

Al poeta-cantore non resta quindi che urlare, urlare il suo dolore e la sua rabbia universale, oggi, qui, ora. Il passato si annulla nel presente, la storia non cambia. La sofferenza umana è condizione perenne dell’uomo, non solo del siciliano. La Sicilia si annulla nella Milano e nella Roma di oggi, dove «non c’è più eroe pronto ad uccidersi». Le ultime tre strofe del Pianto del poeta sembrano sfuggire alla struttura anaforica precedente. Se l’anafora è scomparsa, gli avverbi iniziali restano pur sempre in posizione enfatica, iterando il tempo presente: oggi, qui, ora. Il poeta è poeta per sempre e deve cantare, deve capire, deve parlare, deve esporre il male del mondo, farlo conoscere agli altri, non quale male di vivere, ma quale male da scacciare. Il percorso da Bafia a Milano, dal microcosmo al macrocosmo, è completo.  L’Eli Lema Sabactani è il dolore e il pianto universale.
Il poeta non ama commiserare se stesso o gli altri o la sua terra, vuole far conoscere al mondo la violenza, vuole arginare il male, come condizione negativa, non come romanticismo ideologico. Il poeta non vuole salvare né vuole illuminare. Vuole solo confrontarsi con gli altri. Ecco perché, come afferma Francesco Puccio nel suo saggio, «i toni si fanno severi e contenuti: è il passaggio dall’elegia e dall’urlo espressionistico alla virile fermezza di chi persiste in una volontà etica dura a morire».  E qui nasce, da un meridionalismo non amorfo, la figura del poeta e la sua funzionalità, che per la società ha perso ogni valore, ma che per Aliberti continua ad avere un significato etico e morale. «L’anima del poeta, e con sé l’anima del mondo, attingendo alle fonti dell’infanzia, fra smaterializ-zazione e rarefazione, potrà recuperare il sogno di un’innocenza primordiale ed attendere, con sacrificio e volitività, l’alba della resurrezione non come conquista perenne ma come un momento di luce fra le tenebre striscianti, nell’eterno, drammatico ed innocente divenire della storia».  Secondo Aliberti, insomma, il poeta è colui che sa esprimere il sentimento dell’umanità, che appare quale sperduta monade in un universo privo di finalità teleologiche ed escatologiche, e al quale non è dato trovare alcuna verità, né immanente né trascendente. Ma l’uomo Aliberti, pur nel suo tormento, non perde la fiducia in se stesso, non si rinchiude in uno status impenetrabile, non perde la sua combattività, anzi al contrario cerca la comunicatività. In questa analisi del macrocosmo-microcosmo umano alibertiano, in questo universo apocalittico e planetario, l’uomo, come l’Urlo di Munch, grida la sua rabbia e la sua disperazione, anche nel rapporto biunivoco con la divinità, quel Dio del Nulla, che non è emblema dell’appartenenza e della rivelazione, bensì cardine vitale per miseri e afflitti nel tentativo del recupero della speranza. Ecco perché al Caro dolce poeta si bilancia il più recente Pianto del poeta: al poeta che canta, cigno dei pensieri e delle aspirazioni, si sostituisce il poeta che piange le miserie umane, che sono le miserie del suo Meridione e della sua Sicilia. La Sicilia bistrattata, ma di cui si propone un miglioramento sociale, un’isola che da terra desolata si trasforma in metafora della desolazione interiore, e punto propulsivo per spingere il poeta a penetrare negli aggrovigliati meandri umani, nei tormentati sentieri di un “Io” nascosto e subdolo, ma in perenne lotta con se stesso, un “Io” che si nega e si afferma in continuazione, senza pietà, un “Io” che, mentre discende agli inferi, assapora la freschezza e la sublimità dell’azzurro cielo. Tutto questo il poeta esprime attraverso una poesia funzionale ed equilibrata, che si serve di una vasta gamma di figure retoriche, di immagini delicate e di un linguaggio chiaro ed incisivo, che al momento opportuno sa essere emblematico. Questo linguaggio non mira che ad un solo obiettivo: la libertà interiore ed esteriore dell’uomo. Si tratta della ricerca della libertà dell’anima, ma soprattutto della libertà dal peso schiacciante della storia che condiziona e limita, in una realtà che è quella meridionale o siciliana in particolare, tematica che compare già nella silloge di poesie C’è una terra del 1972. In essa vi si scopre il dolore del Sud, attraverso una ribellione interiore. Si tratta della Sicilia del dopoguerra, in cui la fame e la miseria la fanno da padrona. La gente è costretta ad emigrare. Era quello il tempo del terremoto del Belice, di un’umanità ferita e lasciata in abbandono, la speranza di un risanamento sociale ed economico era solo un’utopia. Ecco perché sembrano allora non restare che due vie: o l’emigrazione o l’immobilismo. Molti hanno scelto la prima, altri la seconda. Ma esiste una terza via, è la via che Aliberti propone e fa sua: la lotta, il combattere il male del mondo attraverso una libertà dell’anima, che sa soddisfare le interiori aspirazioni, qui, oggi ora. In questo contesto meridionale e meridionalista, Aliberti, intellettuale di provincia, ma per nulla provinciale, cerca di trovare la sua soluzione, cerca di definire il compito del poeta nella società moderna, quasi «strumento sperimentale per descrivere le condizioni e le istanze (gli urli) dell’uomo nuovo e vecchio del suo Sud» per parafrasare un’espressione di Teodoro Giùttari. Il poeta cerca di porre in contrapposizione il paesaggio interiore con il paesaggio geografico, passando dal dolore fisico a quello metafisico. Il tempo mitico e il tempo storico, benché contrastanti e diversi, si fondono quasi in un’unica essenzialità. Ogni illusione cade di fronte alla realtà. L’uomo interiore si svuota, ma non finisce in una bolla di sapone, la lotta continua. Se questa è la poesia di Aliberti, se questa è la sua visione del Meridione e del meridionale, essa ha anche un presupposto teoretico, benché il poeta sia cosciente dell’inadeguatezza della parola. «La parola poetica sublime e mistica resta quella del silenzio, quando il poeta vive il sentimento allo stato puro, come anelito, come percezione assolutizzante dell’essere e del vivere, che come tale sfugge ad ogni tentativo di essere ingabbiata nei limiti restrittivi del significante». Questi presupporti teoretici vengono enunciati dalla Carta 94 – Poesia del Duemila, un documento che Carmelo Aliberti ha firmato e sottoscritto insieme ad altri autori nel 1994 e che pone, come principio fondamentale della creatività, l’uomo con la sua coscienza critica, con le sue responsabilità e la sua tendenza all’educazione al dubbio e al recupero della Ragione, affinché «ogni tempo resti sempre il tempo dell’uomo». E così nella poesia di Aliberti, l’uomo diventa ed è, per restarci, tempo e misura di tutte le cose.           

                                                                                                                      (A. Manitta)

Il pianto del poeta

Al balcone dopo il tramonto sopra il mare

nell’oasi beata della Torre

tra lo squillare dei suoni e dei colori

che affollano a pelo

gli smalti azzurri dei laghi

nella cornice viola sul Tirreno

a Bafia in trincea volgo gli occhi,

allagati dai concerti dell’estate,

verso i campi radi di alberi e declivi

di questo tempo privo di fusi e di arcolai

avido di smagliare le afflizioni,

nei dolci fiati dell’adolescenza.

Non vedo più

le soavi ombre dei cari

trapassate nel silenzio

ed altro aspro esilio.

Non vedo più i fazzoletti bianchi

in testa alle colombe di mia madre

sventolare sonore

sull’orlo dei mattini trasparenti

dentro le strade versi e d’oro

che si impennavano verso il promontorio

del cielo, rigogliose

di vasche piumate e di basilico.

Non vedo più

il fratello porgere al fratello

il torsolo di mela

sottratto ai vermi della pattumiera

e all’arsura; non vedo più

il pane caldo della comare

fare le capriole nella mia stanza;

non vedo più sulla cresta della pisside

brillare le perle canore del mio Titiro,

non vedo più, non vedo…

E vorrei dire dei recessi del Maniero,

sospesi tra le grotte di Torace

e le latomie di Carbone

dove l’ulivo greco

si contorce sulla bocca di una giara

risucchiata da Eolo a spirale

nel cratere dell’Acropoli di Atene.

E vorrei dire

di Artemisia, dei muschi, delle zagare

e le sagre di Pietro Pallio e di Crizzina,

degli spiedi sfrigolanti dentro la Conca d’oro

di càlia e di castrato.

Vorrei dire di Via d’Amelio e di Capaci

dei naziskin, di Mogadiscio e Sarajevo,

dei mille Vietnam che esplodono

nella tangentopoli di casa e nel deserto,

vorrei dire, vorrei dire, vorrei dire

per poter scorgere nei flutti del Longano

la verità dentro orge verbali e il paradosso,

ma le parole sono asettiche vernici

spalmate sul delirio quotidiano.

Oggi non mi resta che urlare

il pianto del poeta

per questa Milano saccheggiata,

per questa Urbe flagellata dal voto di scambio

per questo teatro di violenza e di guerra

dove scorrazzano nuovi barbari e califfi

che risommergono d’aceto

l’“Eli Lema Sabactani”,

che hanno imbrattato la civiltà di un popolo,

che hanno cancellato voce memoria e tutto.

Qui si continua con i traffici più immondi

ad irrigare di gloria e di avere

il regno dell’anarchia e del potere,

qui con la ferocia delle belve

si continua a lapidare il Giusto

e si relega l’uomo di colore

nel ghetto dei bambini e dei poeti,

qui, nel proscenio di rovine,

con la droga si incendiano

i sensi incantati di una generazione,

qui nel paradiso del sadismo politico,

si svendono merci, cuore ed intelligenza,

la pietà muore senza mirra ed oro

e per la libertà e per l’amore

delle nuove pecore sgozzate

in ogni angolo dall’alba al tramonto,

non c’è più eroe pronto ad uccidersi.

Ora non chiedermi vibrazioni di luce

su questo pianeta violentato

dove nel quotidiano mercato della vita

si consuma la fiamma di odio-amore.

Io nel volo dei gabbiani

Aspetterò il risveglio delle cose

tra i miraggi degli stupori mattutini

e su sindoni di pietra

berrò le perle colorate dell’infanzia

in attesa che dentro la nuda anima

risorga l’alba, l’azzurra alba di Dio.

Guida alla comprensione del testo

La prima parte della lirica (vv. 1-34) si contraddistingue per il sentimento dell’assenza e della mancanza, con il quale il poeta prende coscienza della transizione da una società patriarcale e tradizionale a quella contemporanea, privata degli antichi valori. Dopo un arioso ingresso nel mito greco-siculo ed in una natura pura ed incontaminata (vv. 35-46), segue l’amara requisitoria dei mali del tempo, dai delitti di origine mafiosa (v. 47 Via d’Amelio… Capaci) alle tante guerre che onnubilano la terra (v. 49 mille Vietnam), dalla retorica delle parole (v. 59 Urbe flagellata dal voto di scambio), dallo svuotarsi del messaggio cristiano (vv. 62-63 risommergono d’aceto / l’“Eli Lema Sabactani) al dilagare del male e delle ingiustizie (vv. 66-82).  Ma nella parte finale (vv. 83-93), svuotata la figura del poeta di ogni copertura salvifica ed illuminatrice (v. 83 non chiedermi vibrazioni di luce), l’elegia si trasforma in inno, la rabbia in speranza. Ritornano le immagini delicate degli uccelli (prima le “colombe” al v. 18, ora i gabbiani, al v. 87) e l’attesa di un risveglio mattutino. L’anima del poeta, e con sé l’anima del mondo, attingendo alle fonti dell’infanzia, potrà recuperare il sogno di un’innocenza primordiale ed attendere, con sacrificio e volitività, l’alba della resurrezione, vista non come una conquista perenne, ma come un momento di luce fra le tenebre striscianti, nell’eterno, drammatico ed incessante divenire della storia.

Linguaggio letterario

La poesia è suddivisa in dieci strofe di versi liberi. L’avvio è descrittivo del paesaggio nel contempo però introduce un’atmosfera sospesa e di attesa, soprattutto nell’immagine del “tempo privo di fusi e di arcolai” (v. 10), metafora di un tempo dissacrato, che sfocia nell’idea della caduta e della mancanza, presente nella seconda, terza e quarta strofa, suggellate dalla martellante anafora di “Non vedo” (vv. 13, 17, 25, 29, 32).  La dissacrazione del tempo e della storia persiste nelle strofe centrali, ove i toni si infiammano e si fanno incandescenti. Il dolore si fonde con la rabbia. Non c’è più posto per le parole sussurrate o per la voce singhiozzante: il pianto deve essere urlato a squarciagola perché possa estendersi all’immenso “teatro di violenza e di guerra” (v. 60), sul filo di un “qui” (vv. 66, 69, 73, 76) anaforico ed ossessivo, fra urgenza paratattica e personificazioni (v. 78 la pietà muore senza mirra ed oro).

Nella strofa finale i toni si fanno severi e contenuti: è il passaggio dall’elegia e dall’urlo espressionistico alla virile fermezza di chi persiste in una volontà etica dura a morire. Le immagini diventano lievi ed aeree (v. 87 volo dei gabbiani; v. 89 stupori mattutini), si caricano dei simbolismi dell’attesa e della rinascita (v. 88 aspetterò il risveglio delle cose), si animano di significati sacrali (v. 90 sindoni), recuperano il tempo mitico dell’infanzia (v. 91 berrò le perle colorate dell’infanzia), si sciolgono nell’attesa di un’alba celeste e purificatoria che possa illuminare il nuovo cammino di un’umanità redenta (vv. 92-93)

in attesa che dentro la nuda anima 

risorga l’alba, l’azzurra alba di Dio).

Capitolo 37

CLAUDIO MAGRIS

TEMPO CURVO A KRAMES

Immagine correlataI cinque protagonisti di questi racconti si ritrovano tutti a fare i conti con un tempo che sembra non avere inizio né fine, corrente di un fiume che conduce alla foce e alla sorgente.

«Uno dei più grandi scrittori del nostro tempo»Mario Vargas Llosa.

«Sempre vuol dire vivere o morire? Il vetro della clessidra si accende e si colora nella luce che lo attraversa, una luce dorata rugginosa quando la clessidra è colma di sabbia e giallorosa pallido quando si svuota.»

I cinque protagonisti di questi racconti si ritrovano tutti a fare i conti con un tempo che sembra non avere inizio né fine, corrente di un fiume che conduce alla foce e alla sorgente. Il ricco e ormai vecchio industriale che inscena una beffarda ritirata dalla vita; il maestro di musica che dopo tanti anni rivede il proprio allievo in un incontro di ambigua ed elusiva crudeltà; il viaggiatore che, nella piccola e assopita cittadina di Krems, mosso da una coincidenza apparentemente insignificante, scopre il non tempo della vita e dell’amore in cui tutto è presente e simultaneo; il vecchio scrittore ospite d’onore di un premio che misura la propria estraneità al mondo e ai riti della letteratura; e infine il sopravvissuto della Grande Guerra e della grande stagione culturale della Trieste absburgica e irredentista che osserva le riprese di un film dedicato a una vicenda della sua giovinezza e di quella dei suoi amici stentando a riconoscere sé stesso e i propri compagni nei gesti e nelle battute degli attori che li interpretano. Ironicamente crudeli, malinconicamente sobri, i cinque personaggi sembrano a poco a poco attutire l’intensità delle loro esistenze, sfumando la distinzione tra finzione e realtà, con la consapevolezza che anche «le pagine invecchiano come le cose vive: fanno orecchie d’asino, si sgualciscono, avvizziscono. Come la mia pelle».

Gli occhi dei protagonisti non più giovani vedono la realtà come sdoppiata:la realtà di oggi e quella del passato.Il tempo non procede come una linea retta, ma come una linea curva ripiegata su se stessa.Il primo racconto si intitola “Il custode”,un anziano giunto a Trieste ai tempi dell’impero dalla Moravia,che ha accumulato un impero finanziario,ma ad un certo punto della sua vita, decide di spogliarsi di tutto,lasciando per sé, solo un condominio di dieci appartamenti,ritirandosi a vivere nella guardiola del custode,ignorato dagli abitanti del condominio,dormendo nel sottoscala e svolgendo le funzioni di portiere dell’intero palazzo. Il secondo ha per titolo “Lezioni di musica”,che scandisce la vita del

 musicologo triestino Vito Levi e del suo allievo Raffaello de Banfield-Tricpovich.”Tempo curvo a Krems,trae il titolo da una cittadina dellla bassa Austria,nota per la sua produzione vinicola ed ha come protagonista lo stesso autore che, dopo una conferenza, si trova a cena con una signora triestina che riferisce di parlare spesso di lui con Nori,sua compagnadi classe del liceo classico,bellissima e ammirata da tutti i compagni, che di fronte a lei, non riuscivano a parlare (tale comporta-mento assume anche Petrarca di fronte alla sua Laura che: “Gli occhi non riuscivan a guardare”). Magris paragona la sua conferenza con una lezione seguita da studente al Centro di Fisica,nella quale il tempo era definito come una serie di “coni di luce” nello spazio che viaggiano con una velocità vertiginosa. Ne “Il Premio” l’atmosfera friulana trasferita in Piemonte, a Torino,dove Magris si laureò ed iniziò la sua carriera di docente di letteratura germanica. Gianni Stuparich nel profilo di un anziano lo ritroviamo in “Esterno giorno in Val Rosandra,dove si sta girando un documentario sulla vita dello scrittore triestino.La figura femminile è interpretata da una ragazza romana che è la donna amata da Stuparich,che non ha le quaità della donna triestina aiu tempi dell’Austria.Il tempo è curvo anche a Trieste come a Krems. I cinque racconti intessono una sintesi,tra parte saggistica legata al mistero del tempo e una narrativa,fuse armonicamente ,grazie al miracolo della poesia. Alla fine si ha la percezione di un viaggio tra i riecheggiamenti di un tempo sepolto nel passato e le suggestioni del presente piatto su cui galleggiano i fantasmi riemergenti di un tempo perduto.

Capitolo 38

Il TORMENTATO PERCORSO NARRATIVO

DI ITALO CALVINO

Risultati immagini per italo calvinoNato all’Avana nel 1923 e tornato bambino in Italia, ha vissuto a Sanremo finché si è trasferito a Torino nel dopoguerra, lavorando presso la casa editrice Einaudi.Dopo aver drammaticamente sofferto l’esperienza della Resistenza ed aver collaborato nell’immediato dopoguerra al Politecnico, Calvino matura la decisione di vivere fino in fondo il proprio ruolo di uomo di cultura, nello sforzo di deviare i fermenti evolutivi della realtà verso un’ipotesi di riscatto collettivo dai rigurgiti iniqui della violenza della storia sugli impulsi illu­minanti della coscienza e della razionalità.Con la sua opera prima II sentiero dei nidi di ragno, egli compie un’operazione di recupero del verismo verghiano e, concentrando la sua ricerca nell’ambito di quella categoria sociale, inchiodata durante il Risorgimento ad minimo ruolo subalterno, ne coglie le fasi decisive della lotta tesa a scongiu­rare la secolare emarginazione sociale per approdare, attraverso la conqui­sta di una dimensione interiore positiva, ad un ruolo decisionale nella storia.

Si delineano così, all’interno di secolari furori, le direzioni fondamentali della poetica calviniana (già affiorate nel breve racconto Ultimo viene il corvo, 1945) e nei tre personaggi principali di questo primo romanzo, si esprime la dialettica ideologica di fondo che anima l’impegno narrativo di Calvino: da una parte l’operaio Feresina trascinato dal suo istinto di classe, dall’altra il ragazzo Rim, depositario della crisi sociale della borghesia cui appartiene, e al centro dei due emisferi sociali, la favolosa figura di Pin, il ragazzetto ontro, nel­l’era degasperiana, dei due contrastanti emisferi ideologici e la giovanile speranza calviniana, in una nuova fase costruttiva della storia, si mostra destinata al fallimento. Dalle ceneri di questa nuova disastrosa esperienza narrativa (del resto allora tenuta nel cassetto) Calvino angosciosamente si proietta ne II visconte dimezzato, (che apre la “Trilogia degli Antenati”) in im’operazione di traslazione simbolica del suo impegno civile e, non essendo ancora riuscito a conciliare individuo e società, tenta di uscire dall’impasse” intellettuale attraverso il codice critico dell’ironia che, filtrato in un ventaglio ben arti­colato di registri narrativi e di invenzioni fantastico-surreali dell’apologo e della satira, acquista il sapore di una nuova dimensione morale. Sempre teso alla ricerca di im più consapevole possesso della realtà, in Calvino va maturando implacabilmente l’esigenza di una verifica raziona­le alle radici della propria formazione esistenziale ed ideologica, al fine di decifrare i lineamenti essenziali della propria identità naturale e storica, per scoprire la matrice del suo rigido moralismo, e le origini del suo antifa­scismo. Così, nei tre racconti a L’entrata in guerra, l’autobiografismo memoria­le si oggettiva storicamente e recupera le ragioni di un’etica esistenziale che oppone alla barbarie della guerra e allo sbaraglio della solitudine, la suggestione umana della moralità, l’approdo allo scrutinio intellettuale, il magico oscillare della fiaba. E là dove Pavese coglieva l’impossibilità di osmosi tra soggettività e og­gettività, per cui cedeva tragicamente al fallimento, Calvino continua a macerarsi attorno ai nodi inestricabili della realtà e riesce a salvarsi conti­nuando a cercare “nella trincea della cultura”, sempre più adeguati valori morali e razionali. Con II barone rampante (scritto in tre mesi nel 1957) prosegue la ricerca autobiografica di Calvino, teso nell’angoscioso sforzo di armonizzare le ra­gioni morali dell’individuo con le regole spesso spietate della realtà sociale, per cui la favolosa avventura di Cosimo Provasco di Rando che trascorre la sua vita sugli alberi, risulta la traslazione metaforica di im’esigenza indivi­duale di libertà, realizzabile utopisticamente attraverso l’immagine poeti­ca di una condizione esistenziale posta al limite dell’irrazionalità, dell’amo­re, della morte e della follia, scanditi nei labirinti della metamorfosi fanta­stica. Da un tormento intellettuale, sempre teso all’inseguimento di un nuovo aggancio con la realtà e dalla collisione della soggettività con i contestuali processi di massificazione dell’attrito dell’individualità come presenza ra­zionale e morale con la realtà oggettiva del mondo, scatta la favola de II cavaliere inesistente (1959). Da una condizione originaria di inesistenza, il protagonista Agilulfo, immerso nei congegni della civiltà industriale, perviene ad una dimensione esistenziale di meccanicità e di astrattezza, di assenza e di inesistenza, attraverso cui risulta riconquistata l’armonia del rapporto con la realtà, grazie al dialogare della fantasia di Calvino che si impegna ad equilibrare l’irreale vicenda del protagonista con la funzione complementare degli altri personaggi inchiodati alle soglie della coscienza nella loro tensione verso la perfezione, in attesa di caricarsi di valenze emblematiche, a seconda degli influssi che ricevono dal contatto con il personaggio principale ed in cui lo scrittore organizza la matassa dei simboli e le orchestrazioni del paradosso e della satira. La pagina risulta perforata da un rigore morale che imprime al mosaico narrativo una patinatura razionalizzante, attraverso cui l’itinerario auto­biografico di Calvino, che filigrana sempre i risvolti delle sue creazioni, ri­sulta dominato dall’inevidenza di vm vigore stoicistico che, nel pessimismo storico dello scrittore, apre nel futuro una breccia di ottimismo lirico.

Il senso del comico, un rapporto parodistico-grottesco, un gomitolo di situazioni fantastiche, sostanziano la struttura di fondo su cui si sedimen­ta la “disumana” avventura di Marcovaldo (1963), il manovale proletario che, prigioniero della tentacolare mostruosità della città, si immerge in un ingenuo tentativo di conquista della natura e, perciò intellettualmente e psicologicamente impreparato ad accettare la struttura sociale diversa cre­ata dalla civiltà industriale, risulta inesorabilmente condannato alla scon­fitta. Con La speculazione edilizia (1957) si registra il ritomo di Calvino ai drammatici temi della realtà storica e, nel boom edilizio degli anni 1950-60, lo scrittore innesta la vicenda di Quinto Anfossi, un intellettuale bor­ghese comunista dotato di grande consapevolezza ideologica che, dinnanzi alle storture e all’iniquità della società di quegli anni, subisce la bruciante delusione del militante che ha combattuto la Resistenza per costruire una società diversa e registra il precipitare verso la sconfitta delle proprie rigo­rose scelte morali.In contrapposizione dialettica al progredire della crisi ideologica del pro­tagonista, Calvino innalza la figura del Coisotti che, con le proprie spregiu­dicate operazioni speculative, svolge nel dipanarsi della crisi dell’intellet­tuale, un ruolo organico di attrazione e rigetto ed incarna il processo invo­lutivo della società italiana degli anni ’50 che, agli obiettivi di moralizzazio­ne delle istituzioni, contrappone i cinici arpeggi di operazioni speculative, attraverso cui la civiltà del cemento armato celebra i suoi prevaricanti trionfi in una prospettiva storica di deterioramento ideologico e morale. Così Calvino, anche ne La speculazione, mediante un processo di anali­si, sospeso tra visione naturalistica e andatura ironico-favolistica, ritenta un’operazione di verifica delle illusioni di rinnovamento di Kim (nel Sentie­ro), ma è costretto a registrare una piii angosciosa erosione dei rapporti tra intellettuale e società.

Con La nuvola di smog del 1959, risulta maggiormente approfondita la condizione alienante della città, già illustrata in Marcovaldo, per cui le figure risultano imbalsamate nel circuito del proprio isolamento, della pro­pria visionarietà e dei propri incubi nella città industriale, insomma di una malattia spirituale, che kafkianamente progredisce dinnanzi alla terrifi­cante “nuvola di smog” e che lo scrittore invano cerca di scongiurare, me­diante l’adozione del correttivo razionale e della rivitalizzazione della dete­riorata mitologìa della natura. Nei ritmi ossessivi della caoticità del reale, l’inserto saggistico concorre ad evidenziare il disagio morale dello stoicismo calviniano, e la struttura assurge a strumento speculare della dimensione ideologica ne La giornata di uno scrutatore (1963), un racconto in cui il cosciente rivoluzionarismo del comunista Ormea si scontra con la realtà del non-essere e del dolore del Cottolengo, provocando nel protagonista lo scatenamento di in dramma interiore che lo costringe a recuperare, davanti al buio della disperazione e della tragedia, alcuni valori considerati perduti; per cui il furore della ra­gione e dell’ideologia, la ripugnanza e la condanna di un responsabile co­stume politico si liberano dal settarismo originario, per rinvenire, nell’im­mobilità di quelle creature “un fuoco spirituale originario”, una rinata fidu­cia nel potere spirituale dell’amore, attraverso cui quelle sventurate crea­ture si innalzano ad una specie di compiutezza umana, capace di rigenera­re altri valori di fede e di libertà, di pietà e di amore, inquadrate in una struggente suggestione e nella pienezza dell’angoscia, che consente a Cal­vino di imprimere alla denuncia il connotato della poeticità, al di sopra ormai di ogni processo storico-politico.Dopo gli spossanti conati intellettuali nel tentativo di stabilire saldi rap­porti tra soggettività e storia, tra cultura e società, in Calvino, sempre di­battuto tra i due contrastanti emisferi etici ed intellettuali, sembra preva­lere una sorta di stoico scetticismo circa la possibilità di redimere l’uomo dalla irreversibile decadenza e restituirlo ai genuini connotati della sua dignità umana e razionale.Ancora una volta è la trincea della letteratura a salvare lo scrittore dal­l’esuberanza ideologica e dal buio storico, per cui nei racconti de Le Cosmi-comiche, Calvino con la creazione di un emblematico pedagogista, Qfwfq, varca i confini della terrestrità che si avvia ad inoltrarsi nel buio di ima nuova era con i fragili strumenti umani della ragione, in un nuovo tentativo di dominio dell’irrazionale, in cui gli impulsi romantico-irrazionali sembrano apparentemente sopraffatti dalla conquista della cultura scientifico-positivista, ma dove in realtà, come anche in Ti con zero (1968 ) Calvino non approda a soluzioni definitive, capaci di ipotizzare un migliore destino per l’uomo, ma lo “stupore dell’ultramondo” rifluisce in un rimpianto fiabesco della vita, che maschera con obliteranti operazioni linguistiche di sapore sperimentale, il pessimismo di fondo della ricerca calviniana, la resa gnose­ologica della ragione dinnanzi alla astraente fluidità delle cose.

Nel Castello dei destini incrociati (1969) la tensione dell’esplorazione razionale nel sistema delle metamorfosi figurali sprofonda inesorabilmen­te nell’universo dell’utopia, dove, nelle asintattiche peregrinazioni fra lem­bi di realtà frantumate e le folgorazioni visionarie del sogno, redige una nuova ipotesi di società ideale, governata da un “computer”, in cui l’uomo, irrimediabilmente abraso dallo sviluppo tecnologico, possa paradossalmente rinverginare la sua originaria matrice di supremazia e di trionfo sulla na­tura e sulla metamorfosi storica in modo da riuscire a siglare definitiva­mente il patto tra razionale e irrazionale, tra iniquità e giustizia, tra “eros e cibernetica” con l’obiettivo di assicurare al cosmo ima pohzza assoluta di vitalità e di armonia. Nel recente Se una notte d’inverno un viaggiatore (Einaudi, 1979), nei 10 capitoli, introdotti dall’iterativo “incipit”, attorno a cui si raggrumano gli sterih tentativi di ricapitolare e illuminare i termini ambigui del rap­porto dello scrittore con il lettore, riesplode tormentosamente il groviglio del dubbiorazionale, della disgregazione intellettuale, della crisi espressi­va dello scrittore ancora sommerso dallo sforzo perenne di liberazione e di tensione alla verità e all’assoluto. Allora il viaggio dell’autore, nella notte invernale del mistero, si risolve ancora vma volta nell’emblematico approdo all’incubo della precarietà del reale e del crepuscolo gnoseologico, per cui il punto terminale della pluralità realistico-surreale delle voci e del labirintico espandersi delle trame im­maginarie, scandite attraverso la segnica dicibilità della provvisorietà e del paradosso, rivela la penombra conoscitiva deir”arché” originario e ultrafisico, il vuoto vertiginoso di ima dimensione psicologica, invasa dai circuiti del buio intellettuale e dal decimante pulsare della cromosomica tragedia morale e razionale dello scrittore che, dalla nausea di vivere nella nostra epoca evirata di ogni salvifico respiro lirico, temporaneamente si salva con una nuova fuga verso la trincea sperimentale della letteratura.Dalla stesura neorealistica del Sentiero dei nidi di ragno, pigmentata di accensioni lirico-fiabesche che riconducono la deformazione grottesca della storia ad una ideale tensione di armonia con l’utilizzazione di un linguag­gio essenziale, agli ingorghi espressivi e strutturali de I giovani dell’80 e al razionalismo ironico-critico de II visconte dimezzato declinato attraverso i registri narrativi dell’apologo e della satira, dell’espressionismo fantastico-surreale e dell’ironia eretta a codice morale; dalla verifica autobiografico-ideologica de L’entrata in guerra, alla traslazione metaforica favolosa della vita verso i limiti dell’irrazionale ne Il barone rampante, resa mediante l’organizzazione di diverse modulazioni linguistiche (dialettali e intema­zionali, liriche, barocche, aristocratiche e antiquate) idonee a tradurre i continui trapassi dal monologo al dialogo con uno stile minuto e capzioso; dalla paradossalità comico-fantastica parodiante la condizione della scon­fitta del Marcovaldo, al realismo epico-storico de La speculazione edilizia, dove l’andatura saggistica esplora nella dimensione favolistica una condi­zione d’angoscia ideologica; dalla razionalizzante visionarietà de La nuvola di smog carica di alienanti suggestivi kafkiano-surreali, dove la sponteneità della struttura risulta abrasa dal fluire saggistico dello stoicismo calvi­niano, allo spessore dialettico-ideologico perforato di inquietante psicologi­smo de La giornata di uno scrutatore, incagliato in una complessità sintat­tica e in un mutamento strutturale che rivela nei segmenti saggistici ima visurale partecipazione al dolore; dedla complessità emblematica dei mono­loghi de Le Cosmicomiche e di   Ti  con zero, dove il respiro cosmico delle vicende infrange la limpidezza linguistica con un’operazione sperimentale inglobante un lessico dovizioso che va dal biologico al matematico, al fiabe­sco, all’apocadittica dissoluzione elaborativa e creativa, o radicata nelle più approfondite ragioni storiche del suo scetticismo, che caratterizza II viag­giatore, Calvino sembra ora bloccato in un’area di immobilità creativa, dove non gli sarà facile ricucire i frammenti dello sgretolamento del suo micro­cosmo tematico, per librarsi verso nuove immediate avventure.Il romanzo, nei magmatici congegni dell’evoluzione strutturale, in cui le fasi speculari dell’incontro-scontro con il lettore si sedimentano in un tu-multuante fluire di frammenti narrativi quasi a voler raffigurare le aggro­vigliate sequenze immaginarie-paradisiache-grottesche di una inedita ed emblematica storia d’amore, in realtà potrebbe essere interpretato come la translucida, geometrica e delirante metafora dell’allucinante problematica interiore dello scrittore, “rientrato” dalle sue più recenti avventure siderali della trilogia cosmicomica (Le cosmicomiche, Ti con zero, Il castello dei de­stini incrociati) e dall’implicito arsenico fideismo nell’alienante progresso scientifico-positivista, alla sua iniziale oscillazione tematica, all’urgenza di possedere la sfuggente realtà e di sottrarsi all’angoscia della solitudine e del dolore, per cui era “fuggito” dalla prosaica quotidianità, nell’illusione di riesumare i valori etici e lirico-fiabeschi dell’esistenza.Con il consueto procedimento esplorativo di stampo illuministico-razionale, teso ora a formulare una ipotesi nuova di poetica idonea a concertare un lembo di accordo tra soggettività e oggettività, tra individualità e storia, in realtà Calvino non è riuscito ad appannare l’anemica prospettiva del suo istologico stoicismo, per cui sopravvivono immutate, nella sua nuova pagi­na narrativa, il senso della sconfitta e della morte e i tormentati conati di scalare pareti di vetro, in realtà siglano l’irreversibile precipitare della in­telligenza verso l’area della decimazione e della catastrofe. Allora il viaggio dello scrittore, nella notte invernale del mistero, si ri­solve emblematicamente ancora una volta, nell’approdo all’incubo della perdita dei segni del reale e della provvisorietà gnoseologica, per cui punto terminale della rassegna di voci e di immaginarie vicende, scandita dalla indecifrabile ambiguità del paradosso e dell’incertezza, si rivela la penom­bra, la vertigine del vuoto spirituale di una condizione interiore, speculare delle tendenze della nostra epoca, ma che nella foresta del mondo frantu­mato di Palomar riesplode la tragedia del buio intellettuale che ha domina­to ogni stagione della storia dell’uomo e da cui ancora una volta lo scrittore si salva con il rifugio in una nuova elaborazione sperimentale della “trincea della letteratura”. Più marcatamente nelle sue Lezioni americane (1985) e in Sei proposte per il prossimo millennio (1988), rimaste incompiute, Calvi­no riprospetta, nella finzione della scrittura, l’ultimo baluardo consolato­rio (ma forse onanistico), verso l’allucinante vicenda terrestre dell’umanità.Si dissolve, così, la giovane e ingenua ubriacatura ideologica e neoreali­stica in un più complesso itinerario narrativo, progressivamente lacerato dalla necessità di fondere il simbolo di una utopistica autenticità, che le dimensioni dell’umano e del naturale hanno contribuito a dissolvere in ambivalenze iperfantastiche e corrispondenze dialetticamente sofisticate, nelle lacerazioni di una condizione umana che si autoannienta nel quoti­diano divenire nell’estremo tentativo di ricomporsi nella elaborazione uto­pica. (1980-1981).

Capitolo 39

EUGENIO SCALFARI

L’ORA DEL BLEU

Einaudi, 2019

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Nel recentissimo volume di versi “L’ora del bleu” di Eugenio Scalfari i testi poetici del grande giornalista-scrittore portano l’impronta della sua complessa personalità, hanno il timbro della riflessione esistenziale e autobiografica e meritano di essere letti anzitutto perché scritti da lui, da un signor Scalfari ha trovato più congeniale la riflessione filosofica. Si interroga sul fondamento della morale in Alla ricerca della morale perduta, compie un viaggio nella modernità in Per l’alto mare aperto, scava nella caverna degli istinti in Scuote l’anima mia Eros. E lo fa nel suo stile. Con le poesie compie, con una coerenza assente in campo politico, l’operazione di sempre: racconta la sua filosofia (in versi): l’Io, il Tempo, l’Eros, la Morte, la Malinconia In Una finestra sul mare parla della casa di Civitavecchia dov’è nato (gli dedica uno dei capitoli più belli anche in Incontro con Io): “Da quella finestra/ cominciò la mia vita,/ la mia memoria, la mia malinconia/ e anche il mio risentimento/ e la voglia di compensare/ non so quale torto subito.” Si possono criticare i versi finché si vuole, ma quella “voglia di compensare/ non so quale torto subito” andrebbe indagata con attenzione da chi intenda comprendere la personalità del nostro. Nei suoi libri, antologizzati nel Meridiano Mondadori, c’è la chiave per apprezzare alcune poesie: Parole intirizzite, per esempio (“Una volta le parole / diventarono solide”) riprende pagine della “morale perduta”. Filosofia in versi. Eros. Vita vissuta. Il tempo. Temi legati alla morte e alla finitudine. Il trionfo passa “lasciando il posto alla Malinconia”. Sono piacevoli queste poesie,dove Scalfari con sincerità si mette a nudo e già per questo merita d’esser letto: “Chi scrive libri – dice – parla di se stesso” (Vita amore e poesia). Al di là dello stile interessano i temi e la testimonianza de L’ora del blu:Qualche critico ha espresso una certa immotivata riserva sulla poesia descrittiva de La ribellione dei poveri: gridavano, “siamo poveri e vogliamo/ che tutti quanti siate come noi/…”. Continua: “…urlando, l’esercito dei poveri/ giunse fino al palazzo del governo/ (…) / sfondò la porta, entrò, fece saccheggio…”.Ma la tesi che affiora non viene condivisa da qualcuno: “non mi piace il concetto di Storia che emerge dal testo, come se per i poveri non possa esserci riscatto sociale”. La chiave di lettura non è politica, ma stilisticamente privata veicolata in chiave dimessa e triste con strumenti linguistici epifanici di un percorso esistenziale verso il riscatto degli indifesi atavicamente beffeggiati e umiliati dalla storia delle vittime e nel riconoscimento della dignità al diritto di creature umane soffocate nell’oblio, di cui Scalfari non dimentica la carica progressista dei suoi vecchi testi, le ragioni della sinistra difese su Repubblica e MicroMega, pensa che tutto resti eternamente immobile, bruciato dolorosamente dalle sue stesse convinzioni di cambiamento  con la forza delle idee rivoluzionarie marxiste, ma  anche che quest’immobilità dovesse tradursi in lotta per il cambiamento . Invece oggi, in Italia, sul piano politico, Scalfari nella sua rara e preziosa coerenza intellettuale, scopre la subdolità della classe politica odierena sono destinate sempre a prevalere . La ribellione dei poveri si chiude con un’idea fissa: “…i poveri mai scomparvero:/ sono una gemma sporca/ che vive sotto un cielo senza luce.” Non c’è speranza di riscatto per gli ultimi, se non sapranno interpretare progressivamente il brulichio della luce aurea sul blu dell’agonia attuale. In tale endoscopia metaforica le parole di Scalfari sono un manifesto di attesa dell’alba di un nuovo giorno,in cui si invereranno le dolorose speranze di risorgimento interiore dell’uomo che,con la chiaroveggenza della poesia e il realismo della ragione,sapranno ritrovare il sentiero della redenzione sociale. Il prossimo oggi per Scalfari non si identifica nell’inesistente senso del diritto di chi governa, perché “Voi amate il prossimo /(…)/ ma non amate tutte le persone che lo compongono. / Moltissime non le conoscete / altre le odiate /(…)/ Amate i vostri figli / perché li avete creati / e i genitori vostri /(…)/ voi, la vostra persona, / è prossimo soltanto e unico” (Vita vissuta). Non è il massimo dell’altruismo: non si esce dalla propria persona e dalla difesa politica dell’ordine costituito che la protegge. “La vecchiaia è una bella stagione”, forse è anche l’età in cui ogni scossa alle gerarchie in cui s’è vissuto suscita paura. La società civile, il popolo, il povero che si ribellano – dice in fondo Scalfari – non disturbino, c’è chi pensa per loro. A parte questo, le poesie meritano d’essere lette. Alcune, l’abbiamo visto, anche per essere contestato. Con questo libro Scalfari ha regalato alla storia poetica del nostro paese, una parte della sua anima che è tormentata da un vissuto sociale,in cui emerge non l’uomo, ricco di risorse spirituali e umanistiche provenienti da una formazione e vocazione umanitarie,ma l’uomo zoologico,molto pericoloso per il bene comune. Con questa conclusione, Montale nel discorso pronunciato nella circostanza dell’assegnazione del Nobel,concludeva che solo la poesia potrà creare l’uomo nuovo,capace di creare una società illuminata e giusta. Ma anche dal punto di vista tecnico-strutturale. la poesia di Scalfari è caratterizzata da frequenti richiami mitologici, pregni di una calzante attualità di significati simbolici, da un sottile flo che si innalza dalla cecità dell’uomo verso i vertici di un’infinita luce, dentro cui si immerge il cuor del poeta per poter rinascere da ogni sconfitta. Di fronte ai modelli letterari del nostro tempo,Scalfari non è un esibizionista delp proprio sapere,ma,indossando i panni umili della poesia, travolge il manierismo scomposto di ogni velleitario e autorefenziale sperimentalismo linguistico che ha svuotato di significati etici la parola e crea un prototipo di poesia,adeguata a sorpassare la trincea babelica degli afoni segni verbale, e recuperare alla parola la sua completezza espressiva,nel solco della elevata preziosità esplorativa degli aneliti sommersi negli interstizi dell’anima,che diventa in Scalfari-poeta.l’ancora di approdo alla metaforica isola del cielo blu,dove luccicano le dorate scintille di luce nell’attesa che brilleranno all’alba del nuovo giorno. Nel concludere,temporaneamente,questa breve nota, occorre segnalare che Eugenio Scalfari,nella moderna Babilonia linguistica,sommersa nel groviglio del caos globale,riesce a ricaricare il verso di dolcezza comunicativa,con cui guida i lettori,con rigorosa razionalità dentro il solco del proprio passato,alla ricerca dei veri sentimenti per poter riconquistare un senso profondo dell’esistenza,con cui neutralizzare la paura dell’inconoscibile,con la armonia dei versi,dove il tormentato fluire del tempo possa trasformarsi in infrangibile dolcezza di vivere. A tal fine, seleziona immagini icastiche che innalzano le pulsioni del cuore dal crudele realismo quotidiano alla sterminata prateria del mito visibile e intangibile nella stazione finale della vita,mostrando all’attenzione di tutti le proprie fragilità,le proprie ansie e i propri timori,che vivono nei cuori degli esseri viventi,di fronte all’incubo del mistero che ci avvolge,senza alcuna possibilità di fuga. Un vero capolavoro di limpida sintesi della ribellione dei popoli,incastonata nello scorrere del tempo storico,ma bisogna anche riflettere sui versi della lirica che inducono il poeta a recuperare lo sguardo puro dell’nfanzia fino a quello dell’uomo maturo,in cui galleggia un’atmosfera di crepuscolare malinconia e indica,attraverso la osservazione dell’ora blu della incombente tensione del buio, trapunto dall’aureo fibrillare della stelle, rimane in attesa dei primi bagliori dell’alba,consapevole del rischioso roteare della luce nel solito cerchio del tempo e dell’esistenza, mentre i ricordi della giovinezza,la passione vibrante, la natura pulsante tra realismo e mito,la ricerca della quiete attraverso la sinfonica armonia dei versi, rivelano la profondità interiore,in cui il poeta nomade,tra il blu del mare e il blu del cielo, s’immerge in una commovente dichiarazione dichiarazione d’amore per la vita,che fuga ogni ombra di pessimismo e di immobilismo per avviarsi pacato e rassegnato in un diverso viaggio,

“Ora son vecchio e prima ero bambino

Cosa che cambia e non è mai la stessa

Con il mare che ha il colore dell’oblio

Nell’accecante buio del sole”

Pensieri fuggitivi

La dolce amica Saffo

Si lamenta con Eros:

tramontano le Pleiadi

al mezzo della notte

e lei nel suo letto

resta disperata e sola

col tormento dei desideri

che insoddisfatti crescono

lasciandola senza respiro.

Così la nostra vita si dipana.

Crescono sempre e inseguono

Il ricurvo timone dell’Orsa

senza sapere

dove lo condurrà.

Anch’io son preda

Dei miei pensieri fuggitivi.

Dove vanno non so

Ma non li inseguo.

Resto sotto le stelle

Che già son morte

Ma la loro luce

M’illumina il destino

Di quel che ancora resta

Della mia lunga vita.×

(da “L’ora del blu”-Einaudi,2019)Your Online Choices Logo

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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