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NICCOLO’ AMMAMITI

                  NICCOLO’  AMMANNITI

                   Da Come Dio Comanda

                   Ti prendo e ti porto via

                    Io non ho paura

 

Niccolò Ammaniti è nato a Roma il 25 settembre 1966, ma ha fatto così tante cose che sembra abbia il doppio dei suoi anni. avendo la tesi già praticamente scritta, il cui titolo era Per pochi esami non si è laureato in Scienze Biologiche, Rilascio di Acetilcolinesterasi in neuroblastoma”. Qualcuno dice che la bozza di quel lavoro mai consegnato, sia diventato “Branchie!”, il suo primo romanzo. Assieme al padre, docente di Psicopatologia generale e dell’età evolutiva, ha pubblicato un saggio sui problemi adolescenziali intitolato “Nel nome del figlio”. Nel 1996 esce la raccolta di racconti “Fango” che gli consente di accedere al grande pubblico. Dal primo racconto di questa raccolta, intitolato “L’ultimo capodanno”, Marco Risi ha tratto l’omonimo film con Monica Bellucci, del quale esistono due versioni. La sua collaborazione con riviste di cinema, viaggi e libri è sempre viva: i suoi articoli si possono trovare su “Ciak”, “Pulp”, “Tuttolibri”, La bestia”, “Micromega”, “Musica!” e “Amica”. Ammaniti non scrive soltanto romanzi, tanto è vero che nel 1997 Radio-Rai trasmette un suo radiodramma, “Anche il sole fa schifo”. Assieme alla sorella si è anche divertito a fare un piccolo cammeo nel film “Cresceranno i carciofi a Mimongo”, di Fulvio Ottaviano con Valerio Mastrandrea e Daniele Liotti.  Nel 1999 esce “Branchie”, del regista Francesco Ranieri Martinotti, che ha come attore protagonista, un inedito Gianluca Grignani. La sua frenetica attività gli permette di collaborare a tantissime iniziative, senza distrarlo dalla pubblicazione dei suoi libri. Il suo ultimo capolavoro, “Come Dio comanda” è stato insignito del “Premio Strega”, una delle massime onorificenze assegnate alle opere della letteratura italiana. Ha inoltre pubblicato “Il momento è delicato”. Ha esordito nel genere pulp, diventandone uno dei maggiori esponenti grazie al romanzo Branchie (1994) e alla raccolta di racconti Fango (1996). Successivamente il suo stile ha raggiunto maggiore equilibrio con romanzi quali Ti prendo e ti porto via (1999), Io non ho paura (2001), da lui stesso trasposto nel film di G. Salvatores del 2003, e Come Dio comanda (2006,Premio Strega 2007 ), nei quali la realtà degradata della periferia urbana, lo scontro tra il mondo  dei bambini e quello degli adulti e le contraddizioni di una società ideologicamente alla deriva sono resi con scrittura rapida e linguaggio crudamente aderente ai temi. La stessa lucidità senza scampo, coniugata qui a una pronunciata rivisitazione delle no  pulp degli esordi, anima il successivo romanzo Che la festa cominci (2009), mentre il romanzo Io e te (2010) segna il ritorno ai temi dell’adolescenza e della complessità del processo di crescita. Nel 2012 è tornato ai racconti brevi con la raccolta Il momento è delicato, mentre è del 2014 la cura dell’antologia Figuracce, che raccoglie anche il racconto Marco Risi contro la Maga della Maglianella dello stesso A.; nel 2014 lo scrittore ha inoltre debuttato nella regia cinematografica con il documentario-reportage The good life, mentre è dell’anno successivo il romanzo Anna. Tra le sue altre opere occorre citare Nel nome del figlio (1995), saggio sull’adolescenza scritto in collaborazione con il padre Massimo (n. Roma 1941), docente di psicopatologia, e il radiodramma Anche il sole fa schifo (1997). Nel 2018 lo scrittore ha debuttato nella regia con la serie televisiva Il miracoloSi possono scorgere contaminazioni di moltissimi generi diversi, che, uniti, lo rendono un’opera unica: fumetto, videogioco, fiaba e romanzo di denuncia sembrano mischiarsi in vortice

 

                                                    BRANCHIE

Marco Donati è un ragazzo romano appassionato di pesci, malato terminale di cancro e deciso a non farsi curare. Un giorno riceve una lettera da una misteriosa anziana signora inglese che gli propone di recarsi in India per costruire un acquario, “l’acquario più grande di Delhi”. Anche per fuggire da due rapporti ormai divenuti asfissianti, quello con la fidanzata e quello con la madre, Marco decide di accettare l’incarico e di partire. Non appena mette piede sul continente asiatico tuttavia si rende conto di essere perseguitato da un gruppo di “arancioni”, che cerca in tutti i modi di rapirlo. Aiutato dai suoi nuovi amici, la Banda dell’Ascolto Profondo, un gruppo musicale che suona nei sotterranei di Nuova Dehli, Marco scopre che gli arancioni sono collegati con il terribile e misterioso dottor Subotnik. Il giovane ragazzo romano si trova così coinvolto in un’avventura roccambolesca e visionaria, talvolta drammatica e talvolta esilarante, che lo condurrà, insieme al lettore, a esiti inaspettati.  “Branchie” è il romanzo d’esordio di Niccolò Ammaniti, pubblicato per la prima volta nel 1994, e vi si possono s visionario e a tratti fantascientifico. I personaggi sono paradossali, caricaturali: Ammaniti sceglie per loro delle caratteristiche che accentua fino al limite della verosimiglianza. I luoghi hanno tratti surreali, magici.  Nel complesso “Branchie” potrebbe essere definito un “romanzo a colori”: il lettore non può esimersi dal trasformare mentalmente in figure le parole che sta leggendo.

                                     IL MOMENTO  E’ DELICATO

 “Quel che resta dell’Italia…”ovvero una favola a rovescio (Sottotitolo) Un Ammaniti inedito per certi versi; toltasi la pesantezza di testi più grevi, si è lasciato scivolare una storia impazzita che ricorda certi musical degli anni ottanta, dove tutto è esagerato e paradossale (ma non troppo). La trama, in breve, è quella di un parvenu della peggior specie, Sasà Chiatti, un immobiliarista/palazzinaro, cafone quanto non basta e megalomane all’ennesima potenza, il quale organizza una super-mega festa a Roma, a Villa Ada, sua proprietà, ed invita “Tutti i nomi che contano” del rutilante mondo dei VIP. Ci sono proprio tutti: politici, attori e attoruncoli, artisti di svariati generi, calciatori, donne e donnine inconsistenti se non ornate di bellezza, per lo più rifatta, elefanti, tigri e quant’altro, insomma un campionario e una fauna umana, archetipi di una specie tanto stigmatizzata e, al contempo, corteggiata dai mass media perché spettacolarizza e sensazionalizza! C’è lo scrittore di successo, “Tu sei forte, tu sei bello, tu sei imbattibile, tu sei incorruttibile, tu sei un …AH…AH…Cantautore”, Fabrizio Ciba, preoccupato solo del suo ego e dell’immagine che deve dare di sé. Da antologia cinefila, la scena…”Con un colpo gli strappò la chiavetta USB da 40 gb dal collo…” del grande autore dei capolavori della letteratura italiana degli anni settanta, ormai cadavere. Ci sono le belve di Abaddon, una patetica setta satanica di Oriolo Romano, il cui leader Saverio Moneta cerca nel male un riscatto alla sua tapina e fantozziana vita. Una folla di personaggi affolla la scena narrativa, impazza in preda ad un’euforia lugubre da bolgia infernale, è una festa tragicomica, iperrealistica e sopra le righe dall’inizio alla fine. Un’umanità tronfia e ridicola, persa nel suo isterico vaneggiare, tesa ad inseguire e perseguire, spesso il nulla, cieca nel non vedere il precipizio che gli si para di fronte. Sono scene apocalittiche, in tono mondano, fatuo e satirico, quelle che si palesano davanti agli occhi dei lettori, dove tutto è esasperato fino al parossismo, la comicità graffia e irride. Sembrano tutti delle marionette senza umanità e sensibilità, omnia transeat… “Con il tempo, anche questa brutta esperienza sarebbe passata, avrebbe perso la sua drammaticità e l’avrebbe ricordata con un misto di divertimento e di rimpianto”, gli Umani si orientano come certi voltagabbana della politica e non. Critica feroce all’ex URSS, gli atleti sovietici partecipanti alle olimpiade del ’60 a Roma che preferiscono alla vita soffocante in Unione Sovietica quella altrettanto soffocante, ma libera delle catacombe: alla prigionia della mente la libertà di scelta… Siamo una società, si spera una parte, alla deriva, travolti da quell’onda anomala, “l’acqua della condotta esplose dal bacino ed aprì una voragine nella terra e sfondò la volta di tufo di una galleria che passava proprio sotto il lago, e cominciò a riempirla come fosse un’enorme tubazione”, che tracima e porta a galla senza una razionale selezione. Certo che siamo anni luce lontani dalla morale manzoniana della peste che amministra la giustizia separando i vizi dalle virtù; i confini tra il male e il bene non sono più tracciabili, tutto può essere accettato, importante che raccolga consensi e plausi pubblici. Non è un pamphlet: Ammaniti non è un fustigatore delle storture e delle deviazioni di certa umanità, ma come gli artisti di razza, imbastisce una favola, solo che rovescia le parti, non sono protagonisti gli animali umanizzati, bensì gli uomini animalizzati in tutta la loro ferinità. Dialoghi comici e battute mordaci contrappuntano uno stile attuale e carico di vena sardonica dove galleggia ciò che resta della nostra “Povera Patria”, gli avanzi di un pranzo o di una cena mal digerita. (A. Cammalleri)

                                    CHE LA FESTA COMINCI

E’ una storia pazzesca, questa raccontata in “Che la festa cominci “. Ammaniti ha dato sfogo a tutta sua meravigliosa fantasia, alla sua verve e al suo innato talento. Il libro è ambientato a Roma e si muovono, personaggi particolari, se osservati nei dettagli, e assolutamente comuni, se visti nella massa. Il Talento, sta appunto, nell’osservare oltre le apparenze Il primo da ”osservare“ è Saverio Moneta. Saverio è un ragioniere stanco e insoddisfatto, sposato con una donna insopportabile che lo tratta come se fosse pezza da piedi. Lui ha una vita parallela, perché è il capo di una setta satanica, Le Belve di Abbadon, setta, a dire il vero un pò sfigata. Non riescono a organizzare nulla e poi sono solo in quattro a farne parte. Lui tenta (sogna) di organizzare qualcosa che li faccia balzare al primo posto tra le sette sataniche italiane. Il secondo è Fabrizio Ciba, scrittore fermo da cinque anni nella stesura del suo ultimo romanzo. Fabrizio è un bravo scrittore, ma conduce una vita circondato da una vasta schiera di intellettuali ignoranti. Specie di donne “stupide“, perché così il suo ego può emergere. Entrambi partecipano alla festa organizzata dall’imprenditore Sasà Chiatti a Villa Ada., il party dell’anno, attricette, veline, calciatori, chirurghi estetici e vari pseudo-intellettuali. Ciba cerca di spaziare, mentre Saverio è lì con la sua setta per   realizzare un piano diabolico ai danni di una cantante convertita da poco al cattolicesimo. Durante la festa avverranno avventure incredibili, che Ammaniti riesce a raccontare in maniera semplice e comica, dove emergono le sfaccettature dell’essere umano nella nostra epoca colma di vizi, di futilità e della perdita totale della dignità, tanto che  uno dei personaggi asserisce che non esiste più la classica “figura di merda“. Che un tempo ossessionava gli uomini   e ora non esiste più..,  Oggi tutto è lecito, anche le cose più più spregevoli. E ciò  rende una persona,  più affascinante,  e  meritevole di attenzione.. Si ride dall’inizio alla fine, anche se sarebbe più serio piangere, per la distruzione di tutti i valori che davano   un senso valido all’esistenza., ( di Lucia Dell’Omo)

                                         COME   DIO   COMANDA

Come Dio Comanda è un romanzo sorprendente, in cui Niccolò Ammaniti riesce a non tralasciare nessun particolare, suggerendo anche una qualsiasi la soluzione finale. Dal libro è stato tratto l’omonimo film con la regia dello stesso Ammaniti si dividono in quattro parti: Il Prologo, è la parte iniziale che consente un primo approccio con i personaggi più importanti cioè Rino e Cristiano Zena; in breve: si assiste all’uccisione del cane del vicino degli Zena da parte di Cristiano, che disturbava, abbaiando insistentemente, il sonno di Rino. Nel prologo, è sicuro che ci si farà subito un’idea del temperamento di Rino Zena (!). La seconda parte, preceduta da un versetto della Bibbia di Geremia, è chiamata “Prima” (pag. 29), alludendo ai tre giorni prima della notte del colpo; questa parte è suddivisa a sua volta in altre tre: 1) Venerdì, 2)   Sabato, 3) Domenica. La terza parte, preceduta da un passo tratto dal libro “Attraverso lo specchio” di L.Carroll, è “La Notte”, cioè la sera in cui dovrebbero effettuare il colpo; infine c’è “Dopo”, preceduta da una battuta della canzone “Quando sarai grande” di E. Bennato, è il proseguimento della parte “Prima”, alludendo ai tre giorni dopo la notte e suddivisa a sua volta in tre parti: 4) Lunedì, 5) Martedì, 6) Mercoledì con cui si conclude il racconto.

Personaggi:

Rino Zena è uno dei personaggi principali ed è il padre di Cristiano con cui vive da una vita nella casa presso il Forgese. Credente e di fede Nazista, si occupa sporadicamente di edilizia, quando e se viene chiamato per il lavori; è in perenne guerra con i servizi sociali che vogliono togliergli la custodia del figlio. Il passato di Rino è soprattutto riferito alla sua relazione con Irina, la madre di Cristiano che aveva tanto amato. Lei voleva abortire, Rino gliel’aveva però proibito. Una mattina, Rino si svegliò nel suo letto, accanto a lui un fagottino contenente Cristiano e Irina sparita. Delle caratteristiche fisiche sappiamo che ha la nuca rasata,il naso a becco, i baffi e il pizzo, il collo e le spalle muscolose. A pag. 41 è presente la descrizione di Rino da parte del figlio, che vorrebbe essere come il padre: “Gli piacevano la forma del cranio, le orecchie piccole e tonde […]. La mascella squadrata e i puntini neri della barba, il naso piccolo, gli occhi color ghiaccio e le rughette che gli venivano intorno quando rideva. E poi gli piaceva che non fosse troppo alto ma proporzionato, come un pugile. Con un sacco di muscoli ben definiti. E gli piaceva il filo spinato tatuato intorno al bicipite. Meno, la pancia gonfia e quella testa di leone sulla spalla che sembrava una scimmia. E anche la croce celtica che aveva sul pettorale non era male.”Rino ha 36 anni, ma, come egli stesso osserva, sembra che ne abbia 50. Il motivo è molto semplice: Rino è alcolista di “professione”, con un fortissimo mal di teste che non gli dà tregua. Basti pensare quando, appena nel prologo, Rino sia già ubriaco alle 3 del mattino e non disdegni di aprire un’altra lattina di birra. Alla fine del racconto, il vizio di Rino che più volte si convince di voler estinguere, gli sarà quasi fatale. Non sono di certo le caratteristiche fisiche e il suo bere troppo che identificano questo personaggio, bensì il suo temperamento duro, forte un po’ come…Bruce Willis o Mel Gibson, un po’ come quelli che vanno in Vietnam (pag. 41). E’ un uomo orgoglioso, pronto a tutto per il rispetto, violento, cattivo, non guarda in faccia nessuno, sprezzante dei figli di papà, delle vallette-prostitute della Tv pronte a tutto per arrivare al successo, dei presentatori truccati, della loro gentilezza ipocrita,dei politici, dei leccaculo,della gente che parla di finta libertà, perché bisogna sapere che Rino pensa che la libertà esiste solo per chi ha soldi e lavoro…”Se non hai soldi non vai da nessuna parte…dov’è la libertà?”. Egli è rozzo nel linguaggio (non c’è battuta in cui non dica parolacce!) e negli atteggiamenti. Unica cosa cara a Rino e il ribadire  più volte nel testo, senza la quale sarebbe completamente perduto, è il figlio Cristiano. Il loro rapporto è tormentato, una sorta di amore e odio tra i due. La notevole dimostrazione d’affetto nei confronti del figlio è quando Rino decide di non tentare più il colpo al Bancomat, perché come afferma egli stesso, è pericoloso e potrebbe portargli via Cristiano. Rino infine è un uomo poco paziente, che arriva subito al dunque, che alza le mani se non ottiene quello che vuole o se preso in giro. Si pensi all’incontro con il direttore del posto in cui lavora!
Sono interessanti le lezioni di vita che Rino impartisce a Cristiano, che costituiscono poi i “valori” su cui si basa l’esistenza di Rino, per esempio: cosa bisogna fare per non farsi mettere i piedi in testa, che il mondo non ti aspetta se soffri, la libertà,Hitler (da lui considerato un grande uomo), la feccia degli immigrati di colore e i cinesi che rubano il lavoro agli italiani, il costruirsi la vita con unghie e denti per guadagnarsi un po’ di rispetto. Rino oltre che lezioni morali, insegna a Cristiano…a sparare.Conosciuto per il suo carattere forte e prepotente, Rino è temuto e rispettato da tutti in città. Basti pensare a quando le persone nei pubblici.o.locali.si.ritraggono.e.ammutoliscono.davanti.al.suo.passaggio.
Cristiano Zena è il figlio di Rino. Orfano di madre, ha 13 anni e frequenta la terza media. Marina di frequente le lezioni e non ha amici al di fuori di quelli del padre. Cristiano è un ragazzino esile, alto per i sui 13 anni, con i polsi e le caviglie sottili, le mani lunghe e scheletriche e il 44 di piede. In testa gli cresce un cespo ingarbugliato di capelli biondicci che non riescono a nascondere le orecchie a sventola e che proseguono sulle guance con due basette poco curate. Gli occhi grandi e azzurri divisi da un nasino piccolo all’insù, e una bocca troppo larga per quel viso smilzo. La sua camera è grande, con i muri non ancora intonacati. In un angolo c’erano due cavalletti con una tavola di legno su cui erano impilati i quaderni e i libri di scuola. Sopra il letto, un poster di Valentino Rossi che faceva la pubblicità alla birra. Accanto alla porta spuntavano i tubi di rame tronchi con termosifone che non era mai stato montato.Vestito spesso con jeans e felpa con cappuccio, Cristiano è un ragazzo mite, silenzioso in lotta perenne con il padre con il quale, un attimo prima è arrabbiato per le sue violenze e un attimo dopo, esplode d’affetto per lui. La sua timidezza lo ha sempre emarginato dai suoi coetanei e dalle ragazze, in particolare Fabiana ed Esmeralda, le due compagne di scuola per cui ha una cotta, ma che allo stesso tempo disprezza perché consapevole che le due lo prendono in giro. Cristiano vorrebbe essere come il padre, un duro come lui ma invece cerca sempre di nascondersi per essere considerato il meno possibile. Oltre agli occhi color ghiaccio, c’è un’altra cosa che accomuna padre e figlio: anche Cristiano parla con linguaggio volgare, divertente anche se si pensa a come si rivolge al compagno di scuola secchione ( Colizzi , pag. 69) oppure all’assistente sociale Beppa Tracca. E’ un figlio affettuoso pronto, come si vedrà soprattutto alla fine del racconto, sempre ad aiutare il padre, a difenderlo, a proteggerlo. Cristiano non lo abbandonerà mai, il suo pensiero sarà sempre al padre e al modo per salvarlo. La sua famiglia, oltre al padre, sono anche gli amici di Rino sui quali, è convinto, può sempre fare affidamento. Purtroppo per Cristiano, egli crescerà troppo in fretta a causa delle “bravate” di quelli che considera le persone migliori che conosca. Gli eventi crudi e dolorosi che trascinano Cristiano senza che lui abbia alcuna colpa, lo riducono, come egli stesso afferma, a un corpo vuoto, che non riesce a sentire più niente, perché ormai solo. E’ un ragazzo dunque distrutto, strappato a un’adolescenza già troppo dura per un ragazzo di quell’età e catapultato nella realtà di omicidi, stupri, violenze che lo portano ed esserne complice. Cristiano è vittima degli eventi che gli rubano l’innocenza dei suoi 13 anni, alla fine del racconto si vedrà un ragazzo stremato con la faccia schiacciata al finestrino di un’auto, che pensa all’accaduto e a tutti i modi per sfuggire al destino e per portare il via il padre da quel teatro di sofferenza. Verso la fine del racconto, la mente di Cristiano si trasforma in un mosaico di pensieri contrastanti, un turbinio di riflessioni su tutto l’accaduto, che pendono ora in un’opinione, ora in un’altra completamente diversa, tutto a causa della rapidità con cui, bruscamente, gli si sono parati di fronti gli avvenimenti.
Corrado Rumitz alias 4 Formaggi e…L’ Uomo delle Carogne, è uno dei due amici di Rino e forse, migliore amico di Cristiano. E’ detto 4 Formaggi per “un’insana passione per la pizza ai quattro formaggi con cui si era nutrito per gran parte dei suoi 38 anni”. Alto 1.87, è così magro, braccia e gambe scheletriche come un giocatore di Basket, uscito da un lager.  I capelli, al contrario della barba, sono neri e lucidi e gli calano sulla fronte bassa come la frangetta di un indio. Staziona in casa” con mutande lerce, vestaglia di lana scozzese che gli arrivano alle caviglie e con sdruciti stivali Camperos. Il suo passatempo preferito è   della donna fino alla follia. Corrado può sfogare il suo desiderio solo su se stesso. La sua ossessione nei confronti di Ramona, lo porterà a identificare la ragazza in una compagna di scuola di Cristiano di nome Fabiana. Una ragazza bionda, molto simile a Ramona, vittima della demenza di 4 Formaggi. Nella vita reale, prova dei sentimenti per Liliana, una ragazza robusta sempre cordiale con lui. Corrado pensa siano perfetti per le cose che li accomunano: sono entrambi single e vivono da soli; vorrebbe invitarla a cena, ma saprà che è già fidanzata. Corrado aveva avuto una brutta esperienza che lo aveva segnato per tutta la vita e che lo aveva riempito di tic e reso marcio il cervello: un giorno, era andato a pescare al fiume con la sua nuova canna da pesca, barattata con un fucile e con la quale poteva acchiappare anche le nutrie al centro del fiume. Lanciò la lenza, ma al primo tentativo fallì; al secondo, il filo si era aggrappato ai cavi dell’alta tensione sulla sua testa. Fu un attimo: la canna in carbonio, era un ottimo conducibile elettrico. Venne ritrovato, mezzo carbonizzato, per terra, accanto al fiume. Per qualche anno non riuscì più a parlare, gli unici movimenti erano scatti. Si era poi ripreso, ma erano rimasti spasmi al collo, alla bocca e alla gamba, alla quale doveva tirare, di tanto in tanto, un pugno per risvegliarla. Il danno maggiore fu quello al cervello, che però sarà “visibile” solo verso la fine del racconto.4 Formaggi era cresciuto in un orfanotrofio insieme a Rino. Erano diventati amici quando quest’ultimo, affermando: “D’ora in poi, questa è proprietà di Rino Zena!”, lo aveva salvato da un gruppo di bulli. Da quel giorno, Corrado non fa altro che ringraziare Rino e ripetere a tutti che è “un grande”. La prima impressione che quest’uomo dà all’inizio del racconto, è quella di una persona mite, timida, docile, quieta, che pensa sempre a come costruire e rendere più bello il suo presepe in un angolo della casa e costruito con cartacce e lattine e, i cui personaggi, sono giocattoli abbandonati nel parco vicino a casa (dove non fa entrare nessuno!); un uomo insomma che “non farebbe male a una mosca”, dunque indifeso. 4 Formaggi è . spinto a compiere anche le cose più assurde: “[…] bastava un piccolo stratagemma. Tenergli il muso e trattarlo con freddezza.”(pag. 62).In questo modo, pur di tornare in pace con gli amici, dopo neanche tre giorni, 4 Formaggi accettava la richiesta. Ecco come 4 Formaggi si presenta all’inizio..L’idea iniziale si capovolge completamente, a partire dalla terza parte “La notte”.Corrado si rivelerà per quello che è veramente: un folle. Il riferimento più consono a questa affermazione è dalle pagine 219 in poi. Corrado “sente” la voce di Bob il boscaiolo (protagonista, insieme a Ramona, del suo film preferito) che gli dice, quando vede Fabiana sul motorino che torna a casa, che lei lo sta aspettando,deve seguirla. Si convince poi che se Fabiana prenderà la strada del bosco di San Rocco invece che la tangenziale, allora Bob il boscaiolo ha ragione: Fabiana/Ramona lo sta proprio aspettando. Il “dialogo” a cui si assiste, è delirio puro. Corrado è accecato dal desiderio di avere Ramona, tant’è che chiama Fabiana proprio con quel nome. La follia culmina quando si lancia addosso alla ragazza e la stupra per poi ucciderla nel bosco, perché non è riuscito ad avere quel piacere che da tanto cercava e desiderava da Ramona. Un altro esempio del delirio di 4 Formaggio è infine rappresentato dalla giustificazione che dà ai suoi atti: è Dio che ha voluto che facesse tutto quello, è Dio che comanda così, Dio è dalla sua parte; come Cristiano, anche la mente di 4 Formaggi è un misto di pensieri diversi e contrastanti: si noti infatti che in un momento pensa che Dio sia dalla sua parte, in un altro che Dio invece lo punirà per quello che ha fatto; si alternano dunque attimi di lucidità, nei quali Corrado riconosce concretamente la crudeltà commessa e vorrebbe confessare tutto, attimi in cui afferma che non è lui il colpevole, ma Ramona che ha preso la strada verso San Rocco. C’è da aggiungere poi, che verso la fine del racconto, Corrado pensa addirittura che quello stupro possa etichettarlo come persona importante e famosa che “ha cambiato i destini” di tantissime persone, ed è pronto dunque a dire a tutti che è stato lui l’artefice dell’accaduto. Il delirio di Corrado ricade anche su Rino: infatti ha paura che l’amico, venuto a conoscenza dell’accaduto, riveli tutto alla polizia; questo timore scatena una furia omicida nei confronti di Rino: vuole infatti ucciderlo così non parlerà. 4 Formaggi è poi convinto di vedere la morte: un ombra nera con le piume, di cui sente i passi e che lo aspetterà alla fine del  .racconto.per.assistere.al.suo.suicidio. Infine, si autonominerà “l’uomo delle carogne”, perché in un sogno una voce lo chiamerà così ed.l’autore, lo chiamerà così proprio per l’omicidio  commesso. Si assiste poi a un rifiuto del nome 4 Formaggi che lui non ha mai sopportato e che non gli sta per niente bene. La doppia individualità che caratterizza questo personaggio è proprio quella tipica di un pazzo. Danilo Aprea è l’ultimo dei quattro amici, ha 45 anni, è un uomo alto, grande e grosso con la pancia gonfia, “ […] non si può dire che sia grasso, è bello sodo e ha la pelle bianca come marmo. Ogni cosa in lui è squadrata: le dita, le caviglie, i piedi, il collo. Ha un cranio cubico, un muro al posto della fronte e due occhi nocciola incassati ai lati di un naso largo. Una sottile striscia di barba gli incornicia le guance perfettamente rasate. Porta dei Ray-Ban da vista con montatura dorata e si tinge i capelli, tagliati a spazzola, con una tonalità di rosso mogano.” (pag. 43). Si veste con camicia di flanella a quadri perfettamente stirata, gilè da cacciatore con mille taschini, pantaloni di jeans con le pince, scarpe da ginnastica e attaccata alla cintura, una custodia con un coltellino svizzero e il cellulare. Parsimonioso su tutto ma non sul suo aspetto, va dal barbiere ogni 15 giorni. Ha dietro un passato molto sofferto e doloroso, che lo hanno trascinato nel tunnel dell’alcol, “sostanza” prima a lui assolutamente sconosciuta. Il motivo è la morte, appena 4 anni prima, della figlioletta Laura di soli tre anni, a causa di un tappo dello shampoo incastrato nella trachea che l’aveva soffocata all’istante nonostante i soccorsi del padre. In seguito alla tragedia, i rapporti con la moglie, Teresa, una donna che aveva sposato nel 1966 e come dice Rino, sciapa come una minestra di dado vegetale, si erano incrinati fino al divorzio a un anno dalla morte della figlia. Danilo non si era più ripreso, nonostante fossero passati 4 anni e si era dunque aggrappato all’alcol. Teresa però continua a stargli vicino di nascosto dal nuovo marito: gli porta da mangiare, gli pulisce la casa, gli stira gli abiti. Danilo aveva provato più volte a riprendersi la moglie, a convincerla a tornare con lui, come risposta Teresa diceva che “non si può campare con un alcolizzato.” L’amore ossessivo che Danilo prova per la donna lo portano più e più volte a chiamarla nel cuore della notte, anche ubriaco, per implorarla a riprovarci. Il centro dell’esistenza di Danilo è ovviamente Teresa, l’unica donna che avesse amato in vita sua; non a caso il primo pensiero, quando architettano il colpo al Bancomat, va a lei: egli
pensa che quando sarà ricco, Teresa vorrà tornare con lui e potrà darle tutto quello che prima non le aveva dato; potrà aprire con lei una boutique. Il colpo al Bancomat gli darà alla testa: il desiderio di diventare ricco (praticamente pensa di avere già i soldi in tasca!) lo portano a comprare un quadro che raffigura un pagliaccio che scala una montagna per raggiungere un fiore, visto la notte del colpo alla televisione. Il pagliaccio nel quadro, quando si renderà conto che gli amici (Rino e Corrado) abbandonano il piano del bancomat, sarà la sua fonte di ispirazione per la rapina: anche Danilo, come 4 Formaggi con Bob il boscaiolo, intraprende un delirante dialogo con il pagliaccio del quadro che lo spinge ad effettuare il colpo da solo, così i soldi andranno tutti a lui e potrà farci quello che vorrà senza pensare a nessuno. Danilo si riconosce nel pagliaccio: “anche lui era stato trattato come un pezzente, quasi un assassino, un alcolizzato deriso da tutti, ma quella notte avrebbe sfidato la montagna, avrebbe rischiato la vita solo per cogliere un fiore. La boutique da regalare a Teresa […].” (pag. 189) A lui non sembra vero che non dovrà dividere la somma con nessuno: saranno suoi e di Teresa. Nei confronti degli amici c’è solo disprezzo: sono dei codardi che l’hanno abbandonato.Beppe Tracca è l’assistente sociale che si occupa di Rino e Cristiano Zena.Ha 35 anni ed è nato ad Ariccia, una cittadina sui castelli romani. Si è trasferito a Varrano dopo aver vinto un concorso come assistente sociale. E’ alto 1.70 e magro di costituzione. Sulla testa gli cresce una palla di ricci biondastri che “si ribellano anche ai gel più tenaci”. Per l’ansia e agitazione che lo caratterizza, ha sempre a portata di mano un medicinale chiamato “Xanax”. E’ innamorata di Ida Lo Vino, la moglie del suo migliore amico: Mario, che un giorno aveva baciato e come scoprirà dopo, ricambia il suo amore. Ida  era una bellissima donna di 27 anni che lo faceva stare bene e c’era sempre stata per lui nei momenti più difficili, insieme a Mario: come quando, tornato depresso da Ariccia, era stato accolto in casa Lo Vino e lì, aveva scoperto che anima fantastica era Ida.Beppe Tracca andava a casa Zena una volta al mese, di Sabato per controllare che tutto fosse a posto: aveva consigliato agli Zena, per consolidare il rapporto padre-figlio, di giocare a Monopoli tutti i giorni. Ovvio che i due, tiravano fuori il Monopoli solo quando arrivava Beppe! E’ un personaggio completamente estraneo alla vicenda del racconto, ha una storia sé nel libro, cioè quella con Ida. Sarà importante alla fine della storia, perché si occuperà di Cristiano quando rimarrà solo. Egli viene “considerato” soprattutto alla fine del libro: è tormentato dal voto fatto con Dio una notte, quando aveva investito un uomo di colore in bicicletta. Se Dio avesse salvato l’uomo, Beppe avrebbe rinunciato a Ida. Pronunciato il voto, poco dopo, vide il nero di nuovo in piedi. Il voto è il cruccio di Beppe, è costretto a rinunciare a Ida e fino alla fine del libro, proprio l’ultima pagina, la evita, con le lacrime agli occhi, deciso a non vederla più e ad andarsene appena fosse stato possibile; chiede addirittura consiglio a un prete che non gli dà la risposta sperata: deve rispettare il voto. Ma poi Beppe decide che tutte quelle storie sui voti erano fesserie, che dopotutto, “il nero poteva anche essere svenuto” e il voto che aveva fatto non era stato proprio un bel niente, ma una sciocca convinzione. Proprio per questo si vedrà che Beppe, tornerà da Ida. E’ un personaggio la cui esistenza ruota solo intorno alla donna che ama. Il suo animo scaturisce dal rapporto con lei: è insicuro, ha paura che sia un tranello e che Mario possa scoprirli, è dolce e affettuoso e ha paura di fare brutta figura quando faranno l’amore per la prima volta; ma anche con Cristiano: con lui è disponibile,gentile…ma tutto questo solo finché crede che il voto è valido e dovrà,per il resto della vita far del bene alle persone. Questo non lo porterà comunque ad abbandonare Cristiano Fabiana Ponticelli. È una delle compagne di scuola di Cristiano. Biondissima, con gli occhi verdi come l’acqua stagna, labbra grandi ed esangui. Magra, alta, con il nasino all’insù, collo lungo, i capelli lisci fino a metà schiena e poco seno. Porta un anello d’argento con un teschio e piercing sul sopracciglio, sulla lingua e sull’ombelico. La sua migliore amica è Esmeralda Guerra, dalla pelle scura e con gli occhi neri. Sempre insieme: a scuola, a casa, in giro, a farsi le canne e ubriacarsi. Sono le ragazze più belle della scuola, molto ambite dai ragazzi così come da Cristiano. Si divertono a rubare nei negozi e prendere in giro i ragazzi, scambiandoseli. Fabiana è figlia di una ricca famiglia che abita in una bella villa a Giardino Fiorito. Il suo rapporto con i genitori è pessimo, tant’è che chiama suo padre con un termine fortemente volgare. La madre invece è sempre piena di antidolorifici e calmanti, assolutamente incurante della figlia. Il primo a preoccuparsi di Fabiana quando non viene vista tornare è il padre, Alessio Ponticelli, per il quale Fabiana, come dice alla fine, è la cosa più bella che gli sia mai capitata. Il suo rapporto con Esmeralda è di amore/odio: invidia l’amica perché pensa abbia una madre fantastica, Serena, che si preoccupa di lei. Va spesso a casa dell’amica, ma dice che odia quella casa perché troppo ordinata e il troppo ordine le sa di follia. Fabiana è, insieme a Cristiano anche se in modi differenti, vittima degli eventi: la notte che Fabiana sta tornando a casa, vede 4 Formaggi caduto dal motorino di fronte a lei, solo per aiutarlo e per prestare soccorso a quell’uomo, viene ingannata, picchiata, inseguita nel bosco, violentata e poi uccisa.

                                                 IO NON HO PAURA:

LA TRAMA

I protagonisti del libro sono:Michele Amitrano: protagonista e narratore è un bambino di nove anni altruista, generoso, disponibile. Sarà proprio Michele a trovare in un pozzo in mezzo alla campagna sperduta fuori dal suo paese un ragazzino rapito. In questa circostanza, nonostante Michele abbia paura, si comporta in maniera molto matura ed è così premuroso e gentile che alla fine il bambino diventa suo amico e vive la prigionia paura non hanno il peso che pensava e che è meglio fare davvero attenzione al pericolo costituito dalle persone che ti stanno vicino e che conosci, trasformate da una vita misera e dal denaro, che arrivano a fare una cosa ignobile pur di affermarsi, soprattutto economicamente. Filippo Carducci, di nove anni è il bambino rapito. Di lui la descrizione non è chiara: è presentato come un “mucchio di stracci”, un animale, un cane ”non si muove neanche dopo che gli viene tirato un sasso. Impietrito dalla paura, dal buio, viene tenuto in condizioni disumane tra sporco e rifiuti, la faccia è nera e sudicia, i capelli biondi e sottili impastati con la terra. Non riesce ad aprire le palpebre per lo sporco. Diffida di Michele ma solo per poco tempo.

Altri  Personaggi

Teresa, la mamma di Michele: bella con lunghi capelli neri che tiene sciolti, alta,formosa e con occhi scuri e grandi come mandorle, una bocca larga, denti forti e bianchi e un mento a punta: ”sembrava araba” dice Michele. E’ una figura importante per la sua famiglia, ma è anche una vittima, ha subito le decisioni del marito e dei complici, non può dire la verità ma spesso piange ed è triste. Pino Amitrano , il padre di Michele, un uomo piccolo e magro, nervoso con i capelli neri, tirati con la brillantina, la barba ruvida e bianca sul mento. Odora di sigarette e acqua di colonia. Ha un lavoro non ben definito con meno angoscia. Michele si preoccupa molto del bimbo rinchiuso e cerca di confortarlo. Michele scoprirà grazie a questa esperienza che le cose che gli procuravano al Nord, ma poi nel corso del romanzo capiamo che non è vero, e che ha guadagnato i suoi soldi in modo disonesto.  E’ un padre distaccato, severo anche se in alcuni momenti scherza con i figli. Alla fine del romanzo sembra ravvedersi quando lo vediamo preoccuparsi per il figlio piuttosto che per la sua incolumità.

Salvatore Scardaccione, 9 anni, il più intelligente della compagnia. Per una lezione di guida svelerà un segreto molto importante.

Antonio Natale, detto il Teschio, ha 12 anni, è un ragazzino molto egocentrico, vuole rispetto dagli altri bambini ed essendo il più grande si sente autorizzato ad avere sempre la meglio o comunque a sottomettere gli altri, infatti, è definito il “capo” della banda.

Felice Natale: fratello maggiore di Teschio un amico di Michele. Un personaggio cattivo che picchiava i più deboli e bucava il pallone ai bambini. Viene definito un “povero diavolo” ed è l’esecutore materiale del sequestro. Non mostra nessun sentimento di pietà, nè di pentimento.

L’ambiente        

Sergio Matera, amico del padre di Michele: faceva un sacco di rumori: tossiva, soffiava…fumava molto. Sappiamo solo alcuni particolari fisici (la pelle flaccida, ossa lunghe) ma l’autore ci racconta di un dolore ancora vivo, riguarda suo figlio morto suicida in un burrone. Non  ha nessuna evoluzione nè positiva nè negativa., frazione di Lucignano,un piccolo paese, nell’estate del 1978. Nel libro vengono descritti per lo più gli spazi aperti, i cambi che circondano il paese, le colline, ma abbiamo anche qualche dettaglio sulla casa del protagonista, che fa da sfondo alle vicende dei personaggi. Anche i luoghi, così dispersivi e ameni sono protagonisti delle vicende: tutto è accentuato da Ammaniti per rappresentare la desolazione e l’angoscia di quei posti; descrive infatti il contrasto tra la luce del sole abbagliante, e il buio della tana, come pure il silenzio e le grida degli amici, la giocosità dei loro gesti e l’immobilità forzata del recluso simile alla morte.

LO  STILE.

Il linguaggio di Ammaniti è semplice, efficace e descrittivo: Michele è una voce narrante molto diretta. Tutto è narrato con cura e dovizia di particolari dal punto di vista del bambino. Tipici del libro sono i monologhi interiori che aiutano il lettore ad immedesimarsi nella triste vicenda e nel tormento del protagonista.

TEMATICHE:  I più gravi mali che affliggono la società attuale e lo straziante grido finale dello sfortunato bambino Michele:”Io non ho paura”,con la consapevolezza acquisita di aiutare il prossimo salvando la vita al suo nuovo amico.

Le principali tematiche affrontate nel libro sono:L’amicizia tra Filippo e Michele, il rapporto umano che si instaura tra i due fino a non avere più paura l’uno   dell’altro. La giustizia e il crimine, che fanno da sfondo alle vicende. Uomini in cerca di affermazione economica si spingono fino a rapire un bambino, senza una parvenza di umanità. La delinquenza, favorita da una mancanza cronica di lavoro. Emblematico è il caso del papà di Michele. Il coraggio e la ricchezza di valori umani del protagonista. Il romanzo, scritto con uno stile contemporaneo, mette al centro episodi di assoluta attualità come la criminalità e la delinquenza, la mancanza di lavoro e l’abbandono culturale e sociale di alcuni contesti. Ammaniti riesce ad essere sempre diretto e semplice, complice il fatto che l’intera vicenda venga raccontata attraverso gli occhi di un bambino, Michele. Per lui la vicenda di violenza, corruzione e mafia che condiziona il suo mondo e segnerà indelebilmente la sua vita ha comunque un’aurea fiabesca: il bimbo nel pozzo, il piccolo Filippo,è un tesoro da custodire, i suoi amici sono aiutanti magici e, ovviamente, ci sono i cattivi. Non mancano, comunque, episodi che fanno tornare alla realtà Michele ,con paura e sgomento, rendendo il lettore conscio del fatto che il ragazzino è un protagonista in parte inconsapevole di una realtà molto più grande di lui e terribile. Il romanzo è maturo e coinvolgente, ben lontano dalle trame dei racconti precedenti di Ammaniti, più semplice rispetto agli altri ma comunque molto appassionante. L’autore però non rinuncia ai personaggi caricaturali che caratterizzano i suoi romanzi: i protagonisti, nella loro descrizione, sono un misto di luoghi comuni e originalità che a tratti li rende davvero grotteschi, come, per esempio, l’organizzatore del rapimento. Il mondo del piccolo paesino di Acqua Traverse è realistico e al contempo immerso in una brutalità e amenità da renderlo crudo, ma inserito perfettamente in un contesto sociale tipico della cronaca italiana degli anni in cui Ammaniti si accinge a scrivere il romanzo, e da cui trae sicuramente spunto per rappresentare una società corrotta,propensa alla delinquenza, dove manca completamente un assetto sociale stabile. In questo contesto si inserisce perfettamente il fatto di cronaca, il rapimento di Filippo, come per evidenziare che la ricchezza spropositata di alcuni  sia ingiusta e in un certo senso danneggi altri. Per porre rimedio a questo divario e a questa supposta ingiustizia, gli uomini del racconto decidono che delinquere è l’unica via possibile e agiscono in maniera brutale rapendo un povero bambino e pensando che un riscatto sia metaforicamente un modo per essere risarciti della loro disgrazia, una sorta di riscatto sociale. Il modo di narrare di Ammaniti è esemplare da questo punto di vista perchè è capace di riportare la cruda realtà attraverso gli occhi spensierati di un bambino, seppur costretto a relazionarsi con uomini senza scrupoli; così facendo Michele ci racconta tutto con innocenza e purezza. In un mondo dove l’omertà e la cattiveria prevalgono il bimbo affermerà più volte ‘io non ho paura’, riconoscendo che la cosa giusta da fare è aiutare il suo nuovo amico mettendo in pericolo la sua stessa vita. Enorme importanza incisività formativa delle connotazioni ideali che l’uomo deve coltivare nella vita, se vuole salvarsi dalla mostruosa apocalisse moderna,in cui l’essere è suddito schiavizzato dalla delirante febbre dell’Avere, dell’accumulo del denaro, della “roba” del possesso del sesso e del successo, che lo trasformano in mostro sociale, rendendo brutale anche la sua stessa vegetarietà.  Superando il percorso impervio dell’uomo nella giungla del male, dove Caino continua a infierire sul corpo senza vita di Abele, Ammanniti recupera alla letteratura la sua antica e nobile funzione di affratellamento degli esseri di tutta la terra.

ANNA

Anna – Niccolò Ammaniti

Sono passati quattro anni da quando la Rossa si è portata via i suoi genitori, insieme a tutti gli adulti dell’intera Sicilia. Probabilmente dell’intero pianeta, cosa di cui Anna è convinta. Il virus arrivato dal Belgio, che ha spazzato via l’umanità, resta latente fino all’adolescenza per poi manifestarsi con macchie rosse e febbre. Non c’è scampo. Anna, rinchiusa nella casa di campagna del Podere del Gelso, ha un unico scopo: non morire di fame prima del previsto. Così, per sostentare se stessa e il fratellino Astor, di otto anni, perlustra ogni giorno i dintorni in cerca di cibo scaduto e ammuffito, pile ancora cariche per l’unica torcia rimasta, e qualunque cosa possa aiutarla a sopravvivere. In questa vita sospesa, mentre segue le indicazioni che la madre le ha lasciato nel quaderno delle “cose importanti”, e attende quella pubertà che le porterà la morte, entrano Coccolone, un maremmano feroce ma fedele, e Pietro, un ragazzino strambo convinto che la salvezza risieda in un paio di Adidas gialle che cerca per tutto il paese. La triste quotidianità viene interrotta dal rapimento di Astor. Al Grand Hotel Terme Elise, l’Orso, un ragazzo di nome Rosario, usa i bambini per preparare la festa in onore della Picciridduna, che si favoleggia sia l’unica adulta ad aver sconfitto la Rossa. Con l’aiuto di Pietro, Anna riuscirà a strappare il fratello alla follia di un gruppo di sopravvissuti che ha ricreato una società basata su gerarchie e sfruttamento dei più deboli.Finalmente liberi, i tre decidono di affrontare un lungo viaggio che li porterà fino a Messina, dove attraverseranno lo stretto per vedere se sul continente esistono davvero dei Grandi che hanno trovato un vaccino. Per la prima volta dopo tanto tempo, la speranza si insinua nel cuore di Anna, insieme a un sentimento nuovo che non sa gestire.PMa ora la cosa più importante è trovare le Adidas di Pietro. Per andare oltre.parte. Incurante delle critiche, Ammaniti va avanti per la sua strada con uno stile brutale, scurrile, con un senso di pulp che lo ha accostato spesso a Tarantino, e quella capacità di creare storie che viaggiano su binari paralleli per poi ritrovarsi nel finale (caratteristica per la quale è stato definito uno Stephen King italiano).

 “Anna” è uno dei romanzi forse più tragici e toccanti di Ammaniti. Uno scenario post-apocalittico, una umanità sterminata da un virus, una Sicilia devastata da malattie, abbandono, incendi, dove la natura sta riprendendo possesso del paesaggio, mentre i corpi giacciono sparsi ovunque, ancora nella posa in cui la morte li ha colti. Lo sterminio della popolazione adulta ha modificato profondamente i luoghi in cui i ragazzi hanno sempre vissuto. Ogni cosa è in rovina, l’abbandono e l’incuria hanno contribuito al disfacimento di tutto ciò che l’uomo aveva creato: gli edifici cadono a pezzi, le recinzioni sono divelte, nei locali i pavimenti sono senza piastrelle; tutte le case che Anna incontra lungo il tragitto sono state svuotate di cibo e cose preziose e spesso distrutte. Lo scrittore si sofferma sui paesaggi desolati con un amore e una tristezza non rassegnati, anzi rafforzati dalla certezza che la natura, dopotutto, avrà la meglio, rifiorirà e tornerà padrona della nostra terra. Piante, fiori, alberi, tutto sta crescendo senza freno, in modo incontenibile, ma quasi poetico. I colori del mare e del tramonto sembrano non essere mai stati così intensi. Persino gli animali, quelli che sono sopravvissuti alla fame, appaiono più numerosi e selvaggi.Le vicende si svolgono in un futuro post apocalittico rispetto all’anno di pubblicazione del romanzo. Siamo nell’estate del 2020, sono passati tre anni da quando Anna e Astor si sono rinchiusi nel Podere del Gelso, e il tempo scorre in modo diverso rispetto a prima; ha perso ogni importanza, così come i compleanni, le ricorrenze, i mesi o i giorni. L’unico elemento che lo scandisce è l’arrivo delle macchie, ossia il prima e il dopo la pubertà Su questo sfondo si colloca uno studio attento e ironico della società (quella distrutta e quella sopravvissuta), degli errori commessi e della mancanza di valori.L’Apocalisse è quando muoiono tutti perché Dio ha detto stop.LQuello che colpisce è che i piccoli protagonisti, ormai padroni del mondo, non hanno imparato dagli sbagli degli adulti, ma trascinati dall’istinto umano hanno ricreato una società che si basa sulla legge del branco, del più forte, nella totale indifferenza degli uni verso gli altri. La regola che vige nel nuovo mondo è semplice: salva te stesso, anche a costo di uccidere gli altri. Come a dire che lo spirito di sopravvivenza è difficile da spezzare e che davanti alla fame e alla morte non c’è spazio per la solidarietà. Gli errori del passato tornano inevitabilmente a essere compiuti da chi dovrebbe essere ingenuo e puro. In questa nuova vita Anna ha bisogno di affetti; si lega al fratello Astor come se fosse l’ultimo dono che le è stato lasciato e scopre in Pietro un amico e un compagno su cui appoggiarsi. L’intreccio del romanzo non è originale, anzi ricalca molte opere famose scritte prima di questa. Eppure lo stile di Ammaniti è unico: è crudamente realistico, scurrile; il linguaggio è spesso involgarito da espressioni dialettali siciliane; gli eventi sono barbari, sanguinosi, inverosimilmente inumani e spietati, descritti in modo accurato e freddo, e i colpi di scena risultano sempre inaspettati e crudeli. Quello che colpisce di più è l’uso dei bambini, che lo rende certamente più duro, ma anche più toccante. Ne risulta una lettura semplice ma che sa essere reale ed efficace, impregnata, come spesso accade nelle opere dell’autore, da una ironia che smorza i toni tragici. Eppure alla fine, nonostante l’amarezza di fondo, la certezza della morte imminente, la mancanza di redenzione e un finale che lascia interdetti per la sua inaspettata realisticità, c’è un barlume di speranza che non sia stato tutto invano. Perché lo spirito di sopravvivenza è troppo forte nell’essere umano e la necessità di amare e di essere felici non può essere estirpata. Alla fine non conta  quanto dura la vita,ma come si vive.Se si vive bene,una vita corta vale quantoi una lunga.Tante cose sono state dette su “Anna“: che sia una metafora della pubertà che uccide l’innocenza dei bambini; che le Adidas tanto ricercate siano la possibilità dell’uomo di riparare ai propri errori; e ancora, che la cultura, l’educazione siano le sole cose che possono salvare l’uomo (“Proteggi tuo fratello e insegnagli a leggere” sono le due raccomandazioni della madre). E allora occorre proseguire la lettura, nonostante i colpi di scena imprevedibili e impietosi, perché come sempre, e più di sempre, Niccolò Ammaniti è trascinante e avvincente. Perché la vita è più forte.E la vita di Anna ci attraversa l’anima, travolgendola.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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