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BRICIOLE DI UN SOGNO di CARMELO ALIBERTI 2 Edizione Il romanzo della Rinascita dei sogni dopo l’Apocalisse contemporanea

BRICIOLE  DI  UN  SOGNO  2 Edizione 

                 di CARMELO ALIBERTI

                       ( 5  puntata )

Considerato il notevole numero di lettori che desiderano esprimere  la loro opinione e offrire suggerimenti e osservazioni, creiamo una rubrica,

L’AUTORE RISPONDE: e-mail terzomillennio2009@ gmail.com—– a cui i lettori possono inviare anche loro giudizi su tuti gli argomenti, oggetto di dibattito.          

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(Il doloroso percorso di Giacomo)

Prima di incontrarti, e di provare la meravigliosa esperienza dell’amore che riempie la vita di gioia, la mia esistenza era triste, grigia e vuota. Mi mancava qualcosa di importante, di fondamentale che disse un significato alle mie azioni, che mi liberasse soprattutto al senso di estraneità che opprimeva il mio cuore. Vagavo per le vie del paese, senza alcuna meta, né mi accorgevo che intorno a me camminavano persone. Vedevo solo ombre. Ma avevo un gran desiderio di capire il mistero della vita, la nostra provenienza, il significato della nostra presenza sul pianeta, la funzione delle stelle che brillano nel cielo e che trasformano la notte in un infinito mantello luccicante di perle dorate, l’apparire della stella polare, che sembra guidare un carro di lumicini geometricamente disposti, quale sarà il nostro traguardo finale, cosa dovrò fare nella vita quale sarà il mio destino. Avevo un viscerale anelito di studiare per capire gli invisibili meccanismi che governano tutti i movimenti e il funzionamento perfetto ed armonico delle varie attività del nostro organismo. Ma le mie condizioni economiche mi impedivano di poter frequentare la scuola fino in fondo, per approfondire il sapere. Allora, assalito da un opprimente febbre di conoscere, mi recai dal prete della parrocchia, a cui manifestai il mio ardente desiderio. Il prete mi garantì il suo impegno per poter realizzare il mio sogno e mi disse di stare tranquillo e di rimanere in attesa della sua comunicazione. Aspettai alcune settimane, senza alcun riscontro. Decisi di tentare un’altra possibilità. Andai al Comune e esposi il motivo del nostro incontro. Il Sindaco si mostrò molto interessato e, nel congedarci, mi disse:

” Giacomino, ti prometto che farò di tutto per poterti accontentare. Sei in cima ai miei pensieri. Al più presto, mi incontrerò con la direttrice e ti farò sapere”.

L’inizio dell’attività scolastica era ormai vicino ed io non ebbi alcuna notizia. Un signore, che abitava vicino a casa mia, mi suggerì di andare a parlare con u suo amico mormone, che nella loro comunità aveva istituito corsi completi di studio, con una squadra di docenti di alto livello culturale che adottavano strategie didattiche, tese alla concreta comprensione e applicazione delle nozioni imparate. Non esitai un istante. Mi precipitai all’indirizzo indicatomi, dove chiesi di poter essere ricevuto dal dirigente per un urgente problema. Fui accolto con dignitosa accoglienza e, quando illustrai il mio problema, fu lieto di avviare con me un colloquio, per una più dettagliata conoscenza delle mie capacità di apprendimento e la mia visione generale della società e per implicitamente esplorare la mia serietà etica. Rimase molto soddisfatto e subito mi fece compilare il modulo di iscrizione. Mi fornì l’elenco dei libri e mi indicò di poterli ritirare gratuitamente in segreteria. Mi sentii molto soddisfatto. Finalmente avevo i miei libri, di cui annusavo il profumo sublime. L’odore dell’inchiostro mi inebriava il respiro e, sfogliando le pagine, sentivo brillare i miei occhi nello scoprire una sequenza di immagini colorate che rimanevano impresse nella memoria come lo schiudersi di uno scrigno di prezioso sapere.

Alla fine dei corsi curricolari, iniziai il tirocinio porta a porta per diffondere la religione studiata ed ebbi l’occasione di poter constatare la falsità degli uomini che apparentemente mostravano riconoscere i paradigmi del più convincente legame con il divino, ma concretamente nella vita reale, tendevano a seguire il credo blasfemo di un materialismo dissacrante che vanificava ogni codice etico della religiosità e della vita. Una simile esperienza vissero i miei compagni della comunità che venivano guardati con diffidenza e con disprezzo, come se fossimo degli appestati. Passammo anche davanti al palazzo dei Normanni, dove si affollavano gruppetti di persone, mescolate ai politici, portaborse e indistinti criminali, che avevano dilapidato, come riportavano i giornali più audaci del tempo, il denaro pubblico, di cui si servivano per raccattare maggiori consensi elettorali e anche per autofinanziamenti con tecniche sofisticate con una rete di complicità di palazzo, lasciando l’isola ad affondare con il suo bagaglio di miseria, accanto alle vittime dell’immigrazione clandestina, finite in fondo al mare o per punizione o per il mare tempestoso che ha travolto i malconci barconi. Era il vento nuovo della rottamazione che aveva scalzato dalle poltrone i vecchi baroni del potere, calpestando anche la carta costituzionale, considerata un modello esemplare di democrazia, nata dalla saggezza collettiva delle diverse ideologie, che avevano alimentato la Resistenza. Sulle rovine della guerra, l’Italia rinasceva, come l’araba fenice, e in pochi anni riusciva a progredire, fino al traguardo del boom economico, grazie anche agli aiuti del piano Marshall, con cui gli USA avevano aiutato i paesi europei, devastati dalla follia di una guerra che aveva raso al suolo milioni di persone e l’economia mondiale. Ma il cosiddetto “miracolo economico”, se aveva favorito il benessere individuale e collettivo, aveva anche sviluppato la corsa sfrenata al consumismo che capovolse ogni valore etico, trasformando anche ogni codice etico, sostituito da una nuova schiavitù, quella del denaro e della febbre del consumismo, che diventò il codice della sete di consumo della nuova società. Ora la fede si era traslata in feticcio di ogni piacere, dal satanismo del sesso, dell’avere, del potere, dell’apparire e del successo, vendendo l’anima a Satana. In ogni casa scoprimmo che l’atteggiamento, anzi il voltafaccia delle persone, indifferenti, invece, anche ai giovani anestesizzati dalle allucinazioni della promessa del volo nei paradisi artificiali, che continuavano ad inseguire, barcollando sui marciapiedi delle città fino a stramazzare per terra, senza rialzarsi più, dove crollavano anche casualmente persone, colpite da un proiettile vagante e ristagnavano con la mano tesa anche persone che un tempo erano ricchi di cultura, che non erano riuscite a trovare un dignitoso lavoro. Su quei marciapiedi, stavano in attesa ragazze in minigonna in modo seducente, che bruciavano in amori mercenari i sogni limpidi della loro adolescenza. Si vedevano nei bagliori notturni anche madri che, disperate senza risorse economiche, per poter nutrire i loro bimbi, offrivano il loro corpo anche ai mendicanti per generosità o fermavano le auto ben note con un cenno invitante della mano. Non ti accennai a tanto squallore umano, per non turbare la tua sensibilità e per non farti soffrire, quando eri più serena sul sentiero della rinata voglia di vivere. Voleva proteggerti da un nuovo dolore e vederti felice come gli angeli che sorvegliano la natura nella Valle della Luna.

Allora decidemmo di partire in cerca di un luogo più adatto ad esercitare i riti e le preghiere del nostro credo. Ci avviammo verso l’interno dell’Isola, attraversammo le catene montuose delle Madonie, dei Nebrodi e arrivammo sui Peloritani, dove esaminammo le varie possibilità di insediamento. Scoprimmo numerosi paesi abbandonati, dove si sentiva risuonare solo il silenzio, rallegrato dal canto degli uccelli che si scioglieva nella concavità della valle con un sonoro sussurro. A Mandrazzi, nei pressi di Novara Sicilia, ci fermammo presso un villaggio di case vuote, in ottime condizioni strutturali, prive soltanto di porte e finestre, che probabilmente erano state divelte dai ladri. Da un vecchio contadino che riposava all’ombra dei castagni e che viveva in un pagliaio, apprendemmo che quelle case erano state costruite negli anni trenta, destinate gratuitamente a volenterosi contadini per lavorare in quelle terre vergini e che rimasero vuote, perché lontane dagli essenziali servizi sanitari, dove si poteva morire senza alcuna possibilità di curarsi e senza altre essenziali strutture, indispensabili per rendere vivibile la vita in un luogo così ameno.

Di fronte, l’Etna sembrava un gigante che eruttava colonne di fumo che si innalzavano alte nel cielo, fino a disciogliersi ed espandersi in un velo bianco trasparente e sottile. Ci ricordammo che eravamo nella terra dei miti, dove Ulisse si era salvato riuscendo a evadere dalla grotta del Ciclope con un solo grande occhio sulla fronte, aggrappandosi alla pancia del caprone più fedele a lui, mentre il ciclope gridava ferito perché Ulisse l’aveva accecato, perforandogli l’occhio con tronco appuntito e ardente.

Dopo aver seguito con lo sguardo la nuvola di fumo, scendemmo verso la Valle della luna, indicata da un cartello all’ingresso e ci ritrovammo in un villaggio abbandonata, perché una enorme frana lo aveva quasi sommerso. Gli abitanti sopravvissuti erano fuggiti, raggiungendo i parenti a Castroreale Terme e ricostruendosi una nuova vita. La cosa più strana fu che trovammo sulle mura delle case nomi e cognomi in francese, tanto che ipotizzammo che l’insediamento degli abitanti sarebbe risalito ai tempi dei Vespri siciliani, dopo la fuga da Palermo degli Angioini che dispersero in varie direzioni e un piccolo gruppo si era rifugiato nelle viscere di quella valle, non sapendo dove andare. Il fiume che scorreva nella valle era stato attraversato da Garibaldi, quando tese una trappola ai Borboni che si erano allocati a Milazzo. Mentre il grosso delle Mille camicie rosse inseguiva i nemici dalla costa, il generale lo aggrediva Milazzo dalle spalle, come poi si seppe perché un contadino che abitava sulla sponda destra del fiume Patrì si era unito ai garibaldini, come egli stesso raccontava, al ritorno dall’impresa. All’incrocio con il torrente di S. Venera, lo imboccammo e risalendo il torrente sul fianco sinistro del monte, arrivammo nella contrada Acquasanta, dove finalmente ebbi la fortuna di trovare l’approdo ideale per poter vivere serenamente. Poi arrivasti anche tu, in cui rividi il me stesso di prima, girovagando con il vuoto nel cuore. Avvertii vibrazioni interiori mai conosciute e mi sentii sollevato da tanti gravami. Poi la tua dolcezza, il tuo paziente soffrire, la tua tenerezza, nonostante ciò che avevi vissuto, lo splendore dei tuoi occhi, quando nacque il bambino, mi legò a te e mi rendesti segretamente felice. Ora che ci siamo dichiarati uniti, lo saremo per sempre.

Continuarono il cammino e Giorgio felice, ad alta voce ricordava una poesia del cileno Pablo Neruda, morto nel 1973, durante il regime dei colonnelli, contro cui aveva combattuto.

Nulla era mio

Prima di amarti, amore, nulla era mio:

vacillai per le strade e per le cose:

nulla contava né aveva nome:

il mondo era dell’aria che attendeva.

Io conobbi cinerei saloni,

gallerie abitate dalla luna,

hangar crudeli che s’accomiatavano,

domande che insistevan sull’arena.

Tutto era vuoto, morto e muto,

caduto, abbandonato decaduto,

tutto era inalienabilmente estraneo,

tutto era degli altri e di nessuno,

finché la tua bellezza e povertà

empirono l’autunno di regali.

(da: Poesie d’amore, Newton e Compton, Roma, 1975)

Erano già arrivati a casa. Venerina aveva ascoltato in silenzio, senza interromperlo, stando incollata al corpo di lui che con il braccio Le avvolgeva il collo, riscaldandola con il suo dolce calore. I loro cuori pulsavano all’unisono e segretamente si sussurravano: “amore, amore, mio dolce amore, staremo uniti per sempre”. Aveva ascoltato con disgusto il fluviale racconto di Giorgio, anche se della parte politica aveva percepito qualcosa, invece le erano profondamente penetrato nel cuore le carezzevole parole d’amore, concluse coni versi di Neruda che, in modo realistico e incisivo, le avevano spalancato le porte del cuore di lui, che nell’amore per lei, aveva cancellato la sua storia di dolorose esperienze ed ero riuscito a ritrovare l’uscita di sicurezza dal vuoto in cui si stava smarrendo. Prima di varcare la soglia di casa, si liberò del braccio di lui, si girò lievemente lo accarezzò dolcemente , le diete un bacio intenso e co un sottile filo di voce, mormorò: ”Grazie”.

Capitolo IV

1

Rimasi a lungo immobile con lo sguardo incollato al mio Dante, che continuava ad assorbirmi sempre più nella emersione di storie di dissesto esistenziale, di accecamenti sentimentali e accensione di percorsi d’amore dai suoi gironi infernali fino all’ascensione metafisica, dove l’amore puro guidava i passi delle creature che per amore erano crollate nel buio labirintico dei sensi, convinte di essersi perdute per sempre, ma che si erano riscattate con la accettazione della sofferenza con la rassegnazione cristiana, seguendo gli impulsi misteriosi dell’ostinata e biologica speranza. Mentre scivolavano nei miei pellegrinaggi memoriali storie emblematiche di secolari percorsi di vita degenerata, a causa della tendenza prevalente a godere sulle piaghe delle vittime di un destino di povertà e di schiavitù, in me sentivo chiaramente la severa voce di Dante, da me studiato con forte partecipazione, riconoscevo in me il suo tormento di uomo impegnato nella lotta per la pacificazione della sua Firenze, dilaniata nelle sanguinose guerre cittadine tra Guelfi e ghibellini, avidi di conquistare e detenere il potere assoluto nella città con l’eliminazione fisica degli avversari e nel garantire il trionfo della giustizia e l’uguaglianza a tutti i cittadini, come gli suggeriva la sua formazione filosofica e cristiana visione della vita e della società, guidata dai principi fondamentali della sua fede. Anch’io mi ero formato agli stessi principi, vivendo in una famiglia molto devota e impegnata nelle attività ecclesiastiche per moltissimi anni. Mio padre, che viveva fin dalla nascita con la sua famiglia in contrada San Nicola, dove sorgeva una pieve che aveva dato il nome alla piccola comunità che viveva e lavorava in quella Contrada, fin dalla tenera età aveva servito la chiesa di san Carlo, che era il santo protettore del centro di Bafia, per poter aiutare la sua famiglia povera, che stentava a mantenersi in vita, con i pochissimi proventi del lavoro in campagna, avuta in affido dal latifondista S. che, non essendo esperto di agricoltura, aveva ripartito il fondo in piccole particelle, affidandole a mezzadria ai tanti disoccupati della zona. Man mano che cresceva, incominciò ad imparare altri mestieri per poter sostenere la sua famiglia e a fare risparmi per il suo futuro. Aveva conosciuto, durante le messe domenicali, una giovane e modesta ragazza, Carmela che abitava vicino alla Chiesa, e si erano fidanzati. Secondo le usanze locali di quel tempo, i fidanzati si vedevano poco, unica occasione di vedersi, solo durante la celebrazione della messa domenicale e il loro sentimento si alimentava di sguardi e di qualche breve parola che riuscivano a scambiarsi all’inizio o alla fine della celebrazione. Quando furono consapevoli della profondità del loro sentimento, ufficializzarono in famiglia il loro rapporto e il padre di lei acquistò dal barone A. un piccolo terreno adiacente al paese, che fece spianare, contribuendo alla costruzione di una casetta a due piani, dove andarono ad abitare e dove mio padre al pianterreno riuscì a ricavare due stanze, per esercitare le attività di calzolaio e di barbiere. Erano i soli luoghi del paese dove era possibile incontrarsi e scambiarsi le proprie esperienze, esprimere le proprie opinioni su avvenimenti conosciuti o notizie di interesse locale sui bisogni della comunità. Mio padre, attraverso le privazioni dell’infanzia, trascorsa a Santa Nicola, insieme al fratellino Salvatore, girovagando nel castagneto in cerca delle castagne napoletane o in cerca di nidi di merli o di colombe “false” o di castagne o di fragole e di funghi, dopo la partenza per l’America con lo zio Domenico , attratto dalle notizie del benessere che si sviluppava vertiginosamente in quella terra, avvertì un inguaribile dolore per la separazione definitiva del fratellino che non rivide mai più. Infatti, divenuto adulto, aveva trovato lavoro in una azienda agricola molto vasta, dove aveva come compagni di fatica, numerosi negri. Un giorno litigarono per banali motivi e il negro lo colpì a tradimento con una spranga di ferro. La ferale notizia arrivò con molto ritardo, ma senza chiarimenti particolari. Questi li conobbe dopo molti anni, quando incominciarono a rientrare al paese i primi emigrati, che lavoravano con lui. Rimase molto turbato a lungo, dopo il distacco dal fratello e talvolta vedevo scorrere dai suoi occhi qualche silenziosa lacrima, durante il lavoro. La sera, prima di distendersi sul letto, realizzato con foglie di granturco, si soffermava davanti ad una vecchia fotografia, poggiata allo specchio del canterano e recitava preghiere, per ravvivare il ricordo. La sua bontà e la sua generosità erano incredibili e lui si mostrava sempre disponibile a porgere una mano di aiuto ai compaesani in difficoltà che avevano bisogno di aiuto concreto o di sostegno psicologico. Le sue eccezionali doti di altruismo disinteressato, lo avevano reso l’amico sincero di chi lo ha conosciuto. Aveva sempre il sorriso sulle labbra, quando poteva fare del bene e non si sottraeva ad alcuna richiesta di aiuto, anche se talvolta era consapevole di non potere offrire soccorso. In tal caso, ricorreva all’usuraio del paese per fare da garante a chi chiedeva denaro in prestito per affrontare una spesa imprevista per una malattia familiare o per poter acquistare uno strumento di lavoro, L’usuraio, avendo molta stima verso mio padre, si fidava pienamente e sapeva che questi avrebbe provveduto a saldare il prestito, nel caso di insolvenza dell’interessato. Ricordo in particolare il caso di Roccu Balivo, un povero invalido disoccupato, che talvolta mio padre chiamava in aiuto per poterlo ricompensare, senza umiliarlo, in modo che lui potesse comprare qualche chilo di pasta, di pane o una bottiglia di olio, per la moglie e per lui. Un giorno, mentre lavoravano, Rocco gli manifestò l’idea di comprarsi un mulo, adatto a trasportare materiale edilizio, o legna per il fuoco o patate e ogni altra cosa, perché darebbe stato l’unico a offrire tale servizio al paese, soprattutto alle persone anziane che non avevano nessuno in famiglia per farsi aiutare. Ma soprattutto sarebbe stato indispensabile per il trasporto di ferro e cemento, di porte e finestre, e altro, da Barcellona P.G. molto distante e impossibile da raggiungere, perché senza mezzi di comunicazione, persone che si trasferivano dalla campagna in paese e avevano il bisogno di costruirsi un piccolo rifugio. Ma Rocco, non aveva mezzi economici per potersi comprare il mulo e chiese a mio padre di richiedere il prestito a nome suo e lui lo avrebbe pagato a suo tempo con i proventi del suo lavoro. Mio padre si prestò subito per ottenere la somma necessaria, e s’impegnò a restituirla a rate. Rocco subito incominciò a lavorare intensamente per soddisfare le molte richieste e riuscì ad accumulare la somma dovuta in breve tempo, per cui pagò il suo debito pure in anticipo, prima della data pattuita. La sua gratitudine fu notevole, tanto che quando non era impegnato nel trasporto, trascorreva le ore, in compagnia di mio padre. Questi si trasferiva nella stanzetta accanto, quando arrivavano i clienti per la barba e per i capelli. Il lavoro si intensificava soprattutto il sabato e la domenica. Allora le persone in attesa del loro turno, si intrattenevano a parlare di tutto. Dalle vicende di maggiore attualità, della raccolta del grano, alla prossima raccolta delle olive o dalla vendemmia e della quantità del prodotto, facendo confronti con la produzione dell’annata precedente e delle ragioni della differenza e conseguentemente delle variazioni del prezzo di vendita e del numero di piante già invecchiate e improduttive da tagliare o da incrementare o per introdurre nuovi innesti per migliorare la qualità. Ma si ricordavano i tempi disperati della guerra, la paura quando si era al lavoro nei campi o mentre si era nella bottega di casa, mentre gli aerei militari dei nemici, si abbassavano molto vicino ai tetti delle case per scaricare una tempesta di bombe a tappeto, decimando intere famiglie, che non riuscivano a raggiungere in tempo i rifugi antiaerei. Dalle città vicine fuggivano in massa famiglie con bambini e familiari invalidi per raggiungere paesi più sicuri, lontano dagli agglomerati più esposti. Anche da Messina arrivavano a Bafia famiglie in cerca di un rifugio più sicuro che venivano accolti dai bafioti a braccia aperte e chi non poteva ospitarli in casa, si dava da fare per poterli sistemare in case vuote vicine, dove li avrebbero potuto rifornire di cibo, per aiutarli a salvarsi. Arrivò una numerosa famiglia da Messina che cercava mio padre, indicato a loro da persone incontrate per strada nel paese. In casa nostra non c’era spazio per ospitarli, mio padre si rammaricò molto, ma subito trovò la soluzione; pregò un suo compare, a cui aveva battezzato il figlio e che ancora era in montagna, ma aveva già pronta la casa per trasferirsi in paese, vicino alla nostra casa, di affittargliela per ospitare i rifugiati che avevano bussato alla porta, Naturalmente erano privi di tutto, i bombardamenti sulla città dello Stretto avevano distrutto anche la loro casa e loro si erano salvati miracolosamente, perché al suono d’allarme delle sirene, si erano precipitati nel rifugio antiaereo, dove udirono i boati degli ordigni di eccezionale potenza e, quando furono certi che gli aerei si erano allontanati, uscirono dal rifugio e videro la casa ridotta ad un cumulo di macerie. Il dolore spense nella gola anche il pianto, vedendo gli aerei tornare a bombardare la città. Ciò li costrinse a fuggire e a decidere di abbandonare la loro città, per cercare rifugio nei paesi montani. Così. A piedi o con qualche passaggio offerto loro dai carrettieri, approdarono a Bafia. Li chiamavano “sfollati” e la loro vita sembrava senza futuro. i miei si prodigarono a non fargli mancare nulla. Allora in paese non circolava moneta e, come poi mi raccontarono i miei genitori, le famiglie allevavano maiali, galline, conigli, qualche mucca, poche capre e pecore, per poter saldare i debiti che contraevano ogni giorno sempre per mangiare e per vestirsi, debiti registrati dal bottegaio su una “libretta” personale, trattenuta nel cassetto della stanza-retrobottega, serrata a chiave, perché timoroso che qualcuno potesse rubargliela. Spesso, però. Il bottegaio manometteva le cifre del conto, segretamente e, anche se il debitore se ne accorgeva, preferiva tacere, perché temeva di non avere più la possibilità di fare debito e non poter avere più avere credito a discapito del sostentamento della famiglia. L’accordo tra il negoziante e il debitore, prevedeva il pagamento totale o parziale, dopo la vendita degli animali. La famiglia sfollata aspettata ansiosamente l’arrivo di mia madre, che portava loro il cibo per l’intero giorno. Il padre della famiglia ospitata, non avendo alcuna possibilità di compagnia, trascorreva molte ore del giorno, in compagnia di mio padre e di mio fratello, durante il lavoro. Così, andò sviluppandosi tra loro un forte sentimento di amicizia, tanto che successivamente mio padre invitò l’intera famiglia a pranzare a casa mia. La moglie e le due figlie si sentirono sollevate dal peso della solitudine e arrivarono molto contente, al primo invito. Così, per l’intera durata dell’esilio, ogni giorno pranzavano a casa mia. Ebbi l’occasione di apprendere il cognome di famiglia, il padre si chiamava Scherò ed erano originari di Santa Teresa Riva e si erano trasferiti a Messina per motivi di lavoro e di studio delle figlie, frequentavano l’istituto “Don Bosco”, che era riservato solo a studentesse, che negli anni precedenti avevano conseguito ottimi voti e risultavano di rigorosa moralità, come assicurava il prete del loro paese, nella lettera informativa sulla loro condotta e la frequenza della Chiesa da parte della loro famiglia. Al prof. Scherò, sarebbe piaciuto rimanere nel paesino, dove regnava molto il sentimento di solidarietà e dell’amicizia e dove tutti si sentivano una grande famiglia, ma pensando alle figlie che avrebbero dovuto frequentare la scuola, abbandonò l’idea. Ma prolungò la sua permanenza fino all’inizio dell’anno scolastico. Dopo l’armistizio di Cassibile, firmato, come si è detto, l’8 settembre del ’43, era tornato a Bafia Coddulongu, un invisibile, privo di tutto, ma che l’intero paese amava come un figlio, per il suo simultaneo intervento d’aiuto, appena vedeva una famiglia in difficoltà. Nonostante, la sua miseria che si portava attaccata addosso, tanto da sembrare un pagliaccio, si manteneva di buon umore, salutando tutti scherzando, in modo tale da far dimenticare per un po’ la tragedia della guerra. Dopo la sua misteriosa scomparsa, u Poeta del paese, lo raccontò così:  

E come cancellare con un colpo di spugna

turi coddulongu, sbandato di guerra,

con il boato delle armi dentro il cuore,

gli occhi accecati dalle bombe,

la mente incapace di capire

che era un cimitero di stragi e di dolore

il mondo intorno a cui ruotava

appeso nel vuoto ad un aereo nemico

con la corda d’acciaio attorno al collo.

Turi tra urla infuocate di tormento,

turbinava con girandole del corpo

in sintonia con il boato dei motori

sferzati da turbine rapinose.

Quando i cittadini allibiti lo videro

penzolare, come un trofeo di guerra

e oscillare veloce, come il fuso della nonna,

attorno al triste campanile della pieve,

temettero per “il fu uomo” in agonia

per il sangue che gli fiottava dalle labbra

e il corpo nudo di stracci lacerati

per il fiato inceppato nella gola

rapinati invisibili dal vento.

L’aereo di guerra dei tedeschi

con volo avvoltolato si era schiantato

con l’ala nei pinnacoli del campanile.

cessarono tra le lamiere gli sghignazzi

della soldataglia ubriaca che sconfitta

vagava senza meta in mezzo al cielo,

con deliranti grugniti di vittoria

quando le squadre aeree alleate

che con abile strategia di volo

li avevano sospinti fuori rotta.

In paese la disperazione si tramuto’

in urla d’allegria, mentre l’aereo nemico

veniva spappolato in schedde volanti di lamiere.

E il sagrato sembrava decorato

da molteplici vaschette di carne

in cui il sangue tingeva di rosso anche l’alba.

Nessuno si accorse che Turiddu

era scomparso dalla vista degli astanti

che erano accorsi con l’ansia di salvarlo.

 lo trovarono accucciato sotto il marmo

del battesimale, con le mani attorcigliate

alla colonna che sosteneva il lavabo

con l’acqua benedetta per i neonati

che urlavano sotto la doccia fredda e benedetta.

e, dopo il pianto sconsolato,

aprivano gli occhi e le labbra illuminate

dalla trasparenza del sole variopinto

che saettava dai rondoni arcobaleno

e li guidava oltre l’ultima speranza.

 Come spari’ Turiddu non si seppe.

molto tempo trascorse e lui, nel dopo guerra

che ancora appendeva strisce nere

serrate sulle porte di dolore

da un popolo che aveva sacro il lutto,

riapparve come un fantasma una mattina

silenzioso senza motivo trasparente,

ricoperto di lunga barba bianca,

che argentea risplendeva fino agli occhi

che appena barbagliavano di vita.

 Era coperto di cenci Turiddu billiccu

e dove passava seminava sorrisi

a tutti abbacinati dal suo riaffiorare

dal regno dei defunti. gli offrirono

fichi secchi e pane, per placare

una sete di fame, senza tempo.

Turiddu coddulongu, creatura di dio,

prediletta come gli ultimi del mondo,

aveva un cuore molto generoso

e sarebbe morto per i suoi salvatori.

Diventato amico di tutti nel paese,

fu anche amato per la sua umilta’.

Era disposto ad ogni sacrificio

per l’affettuosa accoglienza ricevuta..

l’acqua non c’era nelle case

squarciate dai bombardamenti,

i bimbi piangevano a dirotto, soli in casa

la madre uscita per le urgenze quotidiane,

per andare in bottega a chiedere “a cridenza”

‘mminuzzagghi”, u semulinu, u risu e u pani

u pitroliu per lu lumi e a canigghia

pa crapa, i cunigghi e i jaddini

un pizzicu di sali e di sansa

chi custava pocu pa ‘salata

di patati e pumadoru.

 Turiddu, 60 anni,

ridotto ad uno scheletro di vita,

volle essere lui il servitore docile

di tutte le famiglie bisognose

di lavori pesanti e di servizi.

Così si attrezzò dei mezzi necessari

per portare brocche d’acqua in casa

riempita ad un’antica fontanella

sacra per la cura di certe malattie.

 Turiddu s’impegnava tutto il giorno

correndo per fontane e per botteghe,

tutti lo invitavano a pranzo in casa.

lui timido rifiutava e chiedeva

solo un’ ugna e pani due noci e un pomodoro

 che andava a mangiare alla fontana.

 correva sempre dove c’era pericolo

per la comunità

e riusciva a spargere serenità

nei cuori o nelle famiglie affrante

dal pericolo incombente. ormai era diventato

la mascotte, il totem, i l santo del paese,

che si prodigava fino allo sfinimento

per poter gratificare chi lo aveva accolto

come un simbolo di povertà, morte e amore.

Perciò, escogitò di offrire un salutare godimento

offrendosi per uno spettacolo rischioso, esilarante.

nel castagneto du quadaruni si procurò

rami rivestiti di foglie, chiese al prete,

al salone, al ciabattino, al bottegaio,

al macellaio, di annunciare a tutto il paese

 lo straordinario spettacolo che turiddu

voleva offrire al suo popolo adorato.

Di nascosto, si agghindò il capo con corone

di foglie di castagno, come pure il corpo e la gambe,

fino a coprirsi i babuzzi con fogliame,

proteso come unghie. si collocò come

una statua al muro della chiesa

con lui bombardata. anni prima..

quando tutti erano presenti e ansiosi,

turiddu gridò: “forza avanti,

impugnate i trincetti, i coltelli di ogni misura,

anche le spade, se volete, anche le accette

e lanciateli con precisione sul mio corpo”

“e’ un bel gioco, vi divertirete

perchè io schiverò i vostri dardi”.

Il pubblico traboccante sul sagrato

rimase congelato. il silenzio bloccò tutte le gole,

paralizzò le mani, ma turiddu li stimolò

a continuare con calorose frasi,

assicurando che nulla di grave sarebbe successo,

perchè lui avrebbe annientato ogni saetta

e sarebbe uscito indenne dall’agone.

Rassicurati gli arcieri scagliarono i loro dardi,

tra le risate sempre più amare di turiddu,

che, squarciato di ferite sotto le foglie

del suo vestito, cadde come un pero, disteso

sullo scalino del sagrato, ringraziando la folla

con il lieve movimento della mano,

e bisbigliando: “fratelli, cari fratelli

vi sono grato per avermi fatto vivere

e morire con il mio dio. siate sereni,

che il padre di tutti non vi abbandona”.

la gente, sconvolta, pregò per turiddu,

e, gravata da pensieri dolorosi

si dissolse nei gorghi dei consueti vicoli

verso casa, trovata per istinto,

gli occhi accecati dalle lacrime. un drone

illuminò il pianeta e una torcia umana

in un attimo si sciolse in un punto anonimo del cielo

dove una stella lampeggiò  bruciata.

Mio padre mi raccontava che ogni famiglia allevava molte galline e ogni mattina portava le uova in bottega per acquistare qualcosa per la colazione dei figli, particolarmente i quaderni, le penne e il solito panino e mortadella da portare a scuola per mangiarlo, durante la mezz’ora di ricreazione. Non dimenticherò mai mia madre che vedo ancora svoltare l’angolo della strada in salita, per portarmi velocemente il panino imbottito, che aveva comprato con le uova e che nascondeva sotto il grembiule, inventandosi un dolce sorriso, quando lo consegnava a me, che attendevo sulla soglia, pronto a partire a piedi, per percorrere i 7 Km per arrivare a scuola di Castroreale e altri sette per il ritorno, con il vento sferzante e con la pioggia battente, con le scarpe spesso rattoppare in cui penetrava facilmente l’acqua dei rigagnoli, che allagavano la strada. Non c’era alcun mezzo di comunicazione per raggiungere la sede scolastica e, come se ciò non bastasse, quando ero inzuppato, la Preside, molto scontrosa e prepotente, mi impediva di entrare nell’edificio, perché l’avrei sporcato, quindi faceva chiudere il portone in faccia dai bidelli, abbandonandomi fuori alla pioggia, al vento e al freddo che mi faceva battere i denti. Io aspettavo fino all’uscita dei compagni, riparandomi sotto l’arco di una terrazza o talvolta, quando trovavo l’ingresso aperto, nella saletta a pianterreno dell’ufficio registro che si trovava al piano di sopra, di proprietà della famiglia di Ninetto Stracuzzi, che sarebbe diventato, dopo qualche anno, insieme a Felice Spinella, il duo prezioso degli amici che accompagneranno fraternamente il mio percorso scolastico ed esistenziale Alcuni dei compagni provenivano dalle campagne vicine e anche per loro era riservato lo stesso castigo e venivano nel mio rifugio, in attesa che la pioggia cessasse. Noi che provenivamo dalle campagne, venivamo trattati come figli della gleba, costretti sempre a subire pesanti umiliazioni. Ricorderò sempre con affetto il docente di lettere delle scuole medie, il prof. Anselmo, che mi fece capire, tra l’altro, la complessa struttura della lingua latina e la prof.ssa Campo, insegnante di lettere al ginnasio, che mi ha accolto sempre con il sorriso sulle labbra. Ambedue ci spiegavano le lezioni con efficaci strategie didattiche e con limpidezza espressiva accompagnate da un’affettuosa tonalità verbale che ci coinvolgeva con la luminosità dello sguardo e, nello stesso modo, conducevano le verifiche orali, sostenendoci con incisivi inserimenti nel momento in cui sembrava che fossimo in difficoltà. In tale clima il mio rendimento era ottimo e la mia passione per lo studio cresceva, fino a consolidare in me il desiderio di conoscenza della origine e dei meccanismi di sviluppo e di funzionalità degli organi del nostro corpo, sia autonomamente sia nella sintonizzazione globale dell’armonia delle nostre azioni, governate con simmetrica perfezione, che produceva uno spettacolo di affascinante equilibrio dei movimenti fisici e delle omogenee girandole razionali. L’assidua presenza nelle attività di servizio e nelle ore di catechesi, contribuivano alla mia crescita spirituale, che scoprivo nel mio rapporto gentile e suadente con i ragazzi accomunati nelle le attività rituali, alternate con quelle ludiche. L’atmosfera religiosa che respiravamo, i compagni costantemente aggregati anche nella partecipazione ad altre iniziative della Chiesa, contribuirono a migliorare il nostro comportamento anche nell’ambito dei rapporti sociali, ma diventarono anche momenti di cementazione della nostra amicizia, per cui la attigua casa canonica era l’unico e edificante punto di incontro per la gioventù del paese. Il prete acquistò un ruolo fondamentale nella pacifica e amichevole convivenza e si responsabilizzò nel dovere di fornire ai parrocchiani momenti di incontro formativi e diversivi. Comprò un ping pong per i giovani, organizzò una struttura di proiezione di film, selezionati e adatti a trasmettere messaggi penetranti e costruttivi nella spalmatura sentimentale e razionale dei giovani, come i dieci comandamenti, Mosè, Saul, Vite dei Santi, La conversione di Costantino imperatore e ci impegnò come protagonisti della interpretazione di usanze religiose del XVIII sec., che la cingolata ruota del tempo aveva sotterrato. Così si videro riproposti in un vero racconto teatrale, le figure della visita dei pastori alla grotta, dove giaceva nella grotta di Betlemme su un lettino di paglia, il Bambino Gesù, accarezzato da Giuseppe e Maria e riscaldato dal tiepido respiro del bue e dell’asinello, accogliendo religiosamente i pastori immortalati nella tradizione come i primi adoratori e portatori di doni al Bambino Gesù. Giunsero anche i Re Magi, i potenti governatori dell’Oriente, ad adorare il lungamente atteso Redentore, come avevano preannunciato i profeti, appena scorsero in cielo veleggiare l’agognata Stella-cometa, che preannunciava la venuta al mondo del Figlio, inviato dal Padre di tutte le genti per salvarle dalla perdizione eterna l’umanità, che si era molto allontanata dalla già tracciata via del bene, affidando l’anima alle seduzione di Satana, feroce demone del male assoluto. Queste manifestazioni continuavano ad essere vive nel ricordo dei padri, che le avevano raccontate ai discendenti per tramandarli nei secoli. Ora che la tremenda guerra universale e le stragi della follia atomica avevano raso al suolo anche la speranza, mia sorella, votatasi al servizio di Dio come Suora Paolina, incaricata di diffondere la fede, con la parola della preghiera e con l’azione di girare per paesi, campagne e città a consegnare libri di catechesi e vite dei santi o romanzi centrati sull’educazione ai grandi valori celesti, quando le concedevano di venire a consolare mia madre, costretta a stare a letto per dolorosissimi tormenti articolari e che era stata privata anche della vista, stimolava insistentemente la gioventù ad organizzare manifestazioni di ogni tipo, e soprattutto quelle teatrali e di rappresentazioni cinematografiche. Constatando le loro difficoltà e quelle del parroco molto impegnato anche nell’assistenza ai poveri, prese in noleggio alcune pellicole dalla libreria delle suore paoline di Messina, si fece prestare un proiettore, in attesa che la Chiesa potesse acquistarlo, e avviò l’iniziativa del cinema, realizzata nell’ampia piazza aderente alla Chiesa. Fu un’iniziativa vincente, perché ogni sabato sera, in mancanza di televisori, la piazzetta recinta da una balconata di ferro, riempiva l’intera platea, che assisteva tranquillamente seduta su file di sedia preparate dai ragazzi e alla fine, soddisfatta, lasciava una piccola e volontaria offerta nel secchio collocato in un angolo sicuro. Nel caso di pioggia, freddo e vento la proiezione si spostava in canonica, distribuita in due serate, per motivi di spazio. Il sacerdote, dopo aver compiuto i rituali liturgici, spiegava in modo lineare il contenuto del film e ne declinava il messaggio. Inoltre la casa canonica rimaneva aperta tutto il giorno, per potere meglio assistere i ragazzi nello svolgimento dei compiti da fare a casa e il parroco si intratteneva con loro per aiutarli a colmare le loro carenze culturali e affettive. Avendo constatato il mio assiduo impegno e la mia affidabilità in ciò che faceva per la comunità, il prete ricorreva al mio aiuto per realizzare compiti complicati. Attraverso il mio contributo materiale dimostrato nella collaborazione con il prete, incominciai a capire profondamente, in che direzione sarebbe andata la mia vita. Dovevo impegnarmi a studiare, per facilitare la profusione del mio sostegno a favore delle persone che non riuscivano a superare le difficoltà della vita, che erano molto onerose in quegli anni in cui la guerra nucleare aveva devastato ogni cosa e, in particolare, aveva indotto al disarmo anche la speranza.

Il mio impatto con l’ambiente del liceo classico, dove i miei docenti mi avevano suggerito di iscrivermi, fu per me traumatico, non per la preparazione di base ben consistente, ma per le discrepanze e i favoritismi verso i figli della opulenta borghesia barcellonese. Infatti, amici miei che già avevano terminato gli studi, durante le lunghe passeggiate notturne fino alla icona di S. Giuseppe, che sorgeva a circa 1 Km dal paese, raccontavano episodi raccapriccianti sul comportamento del prof. di Matematico del liceo e ne mimavano ironicamente alcune sequenze essenziali, sottolineando la rozzezza verbale, con cui trattava gli alunni, come se fossero timide e impaurite prede, pronte a farsi colpire, senza accennare alcun segnale di fuga. Io ero molto vulnerabile in tal senso e non riuscivo a sottrarmi all’ignobile scherno di alcuno. Era il primo giorno di scuola. Io attendeva da un po’ il suono della campanella che sollecitava gli studenti ad entrare in classe per il puntuale inizio delle lezioni, che sarebbero state inaugurate con la consueta conversazione conoscitiva tra studenti e insegnanti, per poter meglio sondare le capacità e le reciproche conoscenze di insegnanti ed alunni, in modo da creare un clima di serena collaborazione nel dialogo cognitivo ed educativo. Inoltre, la conversazione introduttiva o il dialogo personalizzato era fondamentale per verificare le conoscenze cognitive di partenza e le reali potenzialità di ciascun discente per poter preparare una programmazione di classe e individualizzata a misura delle condizioni globali dei singoli allievi, Invece, appena entrò il professore di Matematica in classe, aveva un aspetto ruvido, che induceva a prefigurare un consono comportamento nel dialogo formativo con gli studenti, come sapevano in molti . Senza porgerci un saluto o un augurio o una qualche raccomandazione comportamentale o un suggerimento in chiave metodologico di studio, aprì il registro e lo scaraventò sulla scrivania, accompagnandolo con uno sguardo torbido. Impugnò la penna come una spada e, con lo sguardo seppellito nell’elenco degli alunni di classe, incominciò, con tono gutturale della voce, a chiamare l’appello. Il sottile sussurrare dei compagni crollò in un marmoreo silenzio, su cui si spalmò velocemente il tambureggiare cavernoso della voce appena riconoscibile.”Alibbetti”. tuonò la sua voce gutturale, “Alibbetti, chu iè, Aliberti”, (Aliberti, chi è Aliberti) incalzò nel non avere riscontro. Allora, i compagni, che erano rimasti inchiodati nel silenzio, scattarono in una giustificazione emotiva:

“E’ molto timido, professore. E’ la prima volta che esce dalla campagna e raggiunge Barcellona. Non ci sono mezzi di trasporto pubblico, né privato. Ha numerose difficoltà. Raggiungere Barcellona P.G. per lui è grosso problema”.

Fu un’attestazione di solidarietà e di sincera amicizia. Perciò il professore percepì in silenzio quanto detto, fingendo di non aver sentito, e continuò nella sua sgradevole modalità di inquisitore e di giustiziere, con incontenibile impeto gridò: ”Alibetti , chi si suddu, maladucatu. Rispundi e veni a lavagna”.(Aliberti che sei sordo, maleducato, rispondi e vieni alla lavagna) Io ero congelato. Nella mia giovane esistenza, neppure nelle condizioni più drammatiche, avevo assistito a spettacoli o avevo incontrato persone più repellenti, disgustose e meschine, come tale mostro e non riuscivo a sollevarmi dal banco, come se fossi cementificato sulla sedia, Ma la belva continuava a ringhiare: ”A veniri dda a tirarti cca ca ricchi?”(Devo venire a tirarti con le orecchie?). Io, congelato, non riuscivo più a sentire e il mio cervello ruotava nel vuoto. Mi scosse, il mio compagno di banco, Ninetto Stracuzzi e mi esortò ad andare alla cattedra l’altro compagno vicino Felice Spinella. Sostenuto affettuosamente da loro, mi scollai dalla sedia e, come un automa, arrivai accanto alla cattedra. “Ah! tu si, Alibbetti: “u beddu ‘nta ranciu”, comu na fimminedda! Va a lavagna e scrivi”( A tu sei Aliberti, il bello nell’arancia come, una femminuccia! Vai alla lavagna e scrivi). Io rimasi fermo, imbambolato. Lui, senza rivolgermi alcuno sguardo, continuò a fare scorrere il dito insalivato sull’elenco degli alunni. Io osservavo, pietrificato. Lui si sentì disobbedito e si adirò ancora di più, sbuffando:”Scimunitu, pigghia u gessu e scrivi”, ma inaspettatamente mi chiese: “A propositu, a propositu, tu dundi veni?” ( Scemo, prendi il gesso e scrivi. A proposito, a proposito, tu da dove vieni?) Io, stralunato a causa di quell’imprevedibile domanda, che arrivava tardiva e deviante dalla richiesta precedente, mi sentii spiazzato, mentre il mio pensiero mi trascinava altrove, riemergeva la triste immagine di Dante che, seduto sulla mia sedia e curvato a scrivere sul foglio bianco disteso sulla scrivania, versi di rammarico e di anelato amore, con la dolcezza del suo celeste amore per Beatrice.” Rimbambinutu, divintasti puru suddu? Ti dissi, tu dundi veni, dundi veni?”(Rimbambito, sei diventato anche sordo. Ti ho detto da dove vieni, da dove vieni?) Mi sentivo un pugile già stonato, sul punto di cadere sul ring. Ma i miei compagni intervennero e risposero a posto mio. “Professore, viene da Bafia”. Allura tu si bafiotu. Veni, allura dundi i lupa usavano u bastuni.(Allora, tu sei bafioto.Vieni allora da dove i lupi usavano il bastone, Ho capito, ho capito. Allura, sa chi ti dicu: Stu sceccu supra u ruulu non ci chiana”(Allora sai che ti dico: Questo asino sulla quercia non salirà) Per me era il colmo. In queste espressioni ebbi la conferma di quanto alcuni compagni mi avevano informato. Sì quell’ambiente non era fatto per me. Era solo per i figli della borghesia barcellonese e dintorni, a cui i docenti erano asserviti per fare ottenere a loro ottimi voti, indispensabile premessa di una splendida carriera. In quel momento mi sentivo capro espiatorio delle profonde divisioni sociali, sopravvissute anche dopo la rivoluzione francese e le numerose guerre combattute da centinaia di migliaia di contadini, caduti nelle trincee, illusi dal sogno di poter affratellare i cittadini del Nord e del Sud in un’unica patria libera da ogni schiavitù e di potersi creare da sola un proprio futuro. Garibaldi poi era sceso in Sicilia, promettendo una riforma agraria che avrebbe sancito il diritto ai contadini di avere assegnata in loro proprietà la terra atavicamente imbevuta dal loro sudore e dal sangue dei loro antenati. Ma tale promessa si rivelò falsa, perché il Sud che ancora una volta aveva inviato in prima linea i propri figli in camicia rossa, con l’illusione di potersi svincolare da una catena di schiavitù allungatasi nel tempo e finalmente poter vivere in una nuova società di fratelli, fu invece consegnato a nuovi padroni che continuarono a mantenere lo “status quo”, in quanto, come brillantemente era stato anticipatamente scoperto e profetizzato dal “Gattopardo”, principe di Lampedusa, nella conversazione con il nipote Tancredi , che era pronto ad arruolarsi con il nuovo esercito del Regno. Lo zio, prendendo atto di tale proposito, pronunciò la celebre frase riassuntiva del filo invisibile che ha sempre guidato le svolte della storia: “Occorre che tutto cambi, affinché tutto rimanga lo stesso.” Ciò avvenne anche quando, il popolo italiano liberatosi dal gioco delle potenze europee, fu intrappolato da un diverso regime, prima liberale, poi della sinistra DePetrisiana, poi di nuovo di Destra con Crispi, poi ancora dell’oscillante giolittismo e nel dopoguerra, le convulsive lacerazioni del mondo operaio, il fascismo sedicente di sinistra, intercettò i fermenti delle rivolte popolari e con un giravolta pseudo- programmatico silenzioso, le pilotò con la pagliacciata del golp fin sotto le ali della neoplutocrazia, che aveva agevolato, anzi finanziato, la cosiddetta marcia su Roma il 28 ottobre dei 1922. Furono anni nell’anarchico potere repressivo, che accomunò nella persecuzione i militanti di sinistra, e soffocò ogni alito di dissenso, con purghe e condanne di stato, riservate ai disobbedienti che si rifiutarono di sottoscrivere l’adesione al regime. Il giudizio su tale periodo storico spetta alla storia, come i genocidi e le atrocità che inondarono di sangue innocente il mondo intero. L’eredità che ci è stata lasciata è spaventosa: hanno spento ogni seme del bene e l’hanno sostituito con i carrarmati della morte, hanno usato armi invisibili e terrificanti per tentare di fare esplodere il nostro pianeta, hanno ucciso spietatamente bambini in viaggio verso la luce del sole nel ventre delle madri, hanno infornato esseri umani come carne di capra, agivano peggio delle iene, facendole risucchiare il sangue residuo dei sopravvissuti alla fame e alle torture mostruose , hanno incrementato smisuratamente l’odio verso i fratelli, armando il cuore come Caino, di invidia e di odio verso il proprio fratello Abele, seminatore di bontà e amore, lasciandoci solo ricordi di sterminio di ogni sentimento e di ogni idea, come le ceneri delle vite bruciate vive che tornano spesso a rivivere dentro di noi, raccontandoci con orrore la loro vita falciata dall’ istintivo appetito di morte e di sterminio del diverso, sostenuti da Satana, che era il loro dio. Il satanismo poi in maniera camaleontica si scatenò nel materialistico dio del consumismo dissennato  che alimentò la sconfinata sete di denaro, per soddisfare l’assolutismo egocentrico e, anche il delitto e le stragi, furono strumenti di follia, oltre il confine dell’immaginazione, e di morte disperata.

Prigioniero di tali pensieri, molto radicati nel mio cuore e approfonditi, dopo la lettura sconvolgente del “Diario di Anna Frank”, regalatomi da quel signor Preside, fortemente intriso di cultura umanistica, che aveva voluto incoraggiare un ragazzo come me, con il consenso collettivo del corpo docente, avvertii nel cuore l’assalto di una affilata lingua di fuoco, e trascinato da un irrazionale furore, fuggii per sottrarmi alle dementi inibizioni di quel disgustoso signore. Soffrivo immensamente e non riuscivo a trovare una giustificazione convincente davanti ai miei genitori, che erano sempre stati orgogliosi di me. Mentre ero fermo ad un crocevia, in attesa che passasse un qualche mezzo per chiedere un passaggio verso Bafia, dopo circa tre ore di attesa, vidi in lontananza il grande carretto di don Santo, il bottegaio, l’usuraio buono del paese, che, conoscendomi bene, forse per pietà, si fermò e mi diede un passaggio, anche se il carretto era quasi pieno di prodotti, acquistati all’ingrosso per la bottega. Ai miei dissi che ero uscito prima perché era il primo giorno di scuola. La mattina successiva di buon’ora, mi alzai, trovai vicino ai miei libri le poche monete per il panino, che mia madre non potè comprare, perché il fornitore del pane sarebbe arrivato intorno alle ore 8, venendo da Castroreale con il calesse. Il giorno prima avevo chiesto al lattaio, che raccoglieva il latte delle capre allevate dalle famiglie del luogo o che abitavano nelle contrade circostanti, e che lo portavano nei secchi al punto di raccolta, all’ingresso del paese, dove don Natale li aspettava per misurare la quantità portata da ciascuno, la versava nel grande raccoglitore di alluminio e annotava sul libretto di ciascuno e anche sul suo registro la quantità individuale quotidiana, conteggiando a fine mese il corrispettivo denaro come inizialmente stabilito. Lo stesso avveniva con la ditta Zelo, con cui aveva uno stabile rapporto commerciale. Le famiglie, con i guadagni totali, compresi quelli ottenuti con la vendita degli animali allevati in casa ed anche dalla vendita dei capretti e degli agnelli, nati nelle stalle di famiglia, si affrettavano a saldare i debiti dal bottegaio o i piccoli prestiti avuti. dai vicini o da persone amiche , o la sarta che aveva confezionato abiti modesti per la famiglia e il calzolaio che cuciva e ricuciva o riparava con toppe i buchi delle stesse scarpe, in cui i piedi già navigavano dentro, per l’infiltrazione dell’acqua piovana. Avendo ottenuto il consenso affettuoso di Natale, che mi aveva assicurato anche il trasporto per il ritorno al paese coincidente, quasi sempre con l’orario di uscita dalla scuola, pensai come dover spiegare alla famiglia la decisione di continuare a frequentare la scuola, evitando però di essere presente nelle ore di matematica, perché solo a vedere il disarticolato ed espanso corpo con un riccio spinoso sulla testa, pronto a lanciare le spine appuntite dei capelli contro invisibili nemici nel cielo, mi veniva da vomitare, o avvertivo acutissimi dolori alla testa, o mi venivano le vertigini o mi sentivo accelerati i battiti del cuore, con il rischio di un collasso. Mio Padre, che aveva un cuore d’oro, e che usava un sistema educativo, fondato sul carezzevole sorriso davanti ai previsti piccoli errori, frutto dell’ingenuità e dell’inconsapevolezza del ragazzino, accompagnato da semplici ragionamenti esplicativi sui gesti errati e sulle ipotetiche conseguenze anche di minimi gesti, aggiungendo: “Hai capito che non si deve fare”) e ci indirizzava a giocare. Con me, quando gli dissi piangendo che, per i suddetti motivi, non volevo più frequentare la scuola, con tono sereno, mi rispose:

” Pensaci bene; se tu non hai la volontà di andare, non fa niente, starai qui con me ed imparerai il mio mestiere che potrai continuare a fare, quando io più non potrò. Come vedi, si risolve tutto nella vita, purchè ci sia la salute e la buona volontà”.

Mi sentii più tranquillo, e continuai a sottolineare che io avevo un immenso desiderio di studiare, ma che mi sarei rifiutato di essere presente nelle ore di matematica, entrando alla seconda ora, quando la matematica era la prima e che sarei uscito prima dell’ora di matematica. Mio padre benevolmente accettò, perché capì che questa soluzione avrebbe evitato il peggio.

Trascorsi a casa alcune settimane, riprendendo il quotidiano impegno in Chiesa. Il prete mi accolse con gioia, ma mi fece rilevare di aver compiuto un grave errore che avrebbe potuto avere conseguenze negative sul mio futuro. Inoltre, evidenziò molto bene, che la mia intenzione di abbandonare gli studi, date le ingenti problematiche che cariavano già la nazione, mi avrebbero impedito di poter migliorare la condizione di vita. Avrei vissuto angosciosamente ogni giorno, inchiodato a lavorare la terra, senza poter nemmeno avere dalla terra le cose necessarie per sopravvivere o permettermi di creare una famiglia. Gli assicurai che ci avrei ripensato, ma avevo bisogno di un po’ di tempo per potermi disintossicare del veleno che mi aveva distrutto e lo pregai di impegnarmi al massimo, per quanto io avrei potuto fare nel servire la Chiesa. Fu di parola. Infatti, cominciò a farmi servire la Messa come chierichetto, di provvedere a suonare la campana a Mezzogiorno e al tramonto, di distribuire le figurine della Madonna durante la Messa, di ordinare le sedie dopo la S. Messa e, possibilmente di accompagnare mio padre, nella raccolta del grano, dell’olio per mantenere la lampada della Chiesa sempre accesa, perché una dimenticanza sarebbe stata una gravissima omissione da interpretare come gesto di trasgressione del rapporto di fede. Capii profondamente, che la lampada accesa era il simbolo vivente della nostra fede e anche della speranza e della presenza costante del Dio illuminante nei momenti bui della vita. Perciò lo spegnersi della lampada rappresentava idealmente la fuga di Dio da quella comunità di infedeli. Il mio zelo nel servizio utile alla Chiesa era molto scrupoloso. Oltre che a predisporre i paramenti per la celebrazione della S. Messa, incominciai a leggere il brano precedente alla spiegazione del Vangelo. Imparai anche ad accompagnare nel canto mio padre, che, a sua volta, aveva imparato da autodidatta suonare l’organo in Chiesa, sia durante i giorni di festa, che durante i giorni feriali o nei matrimoni e nei funerali. Avevo anche imparato da solo tutti i tipi di canto in latino, compresi i canti liturgici della notte di Natale e quelli della veglia pasquale. Mio fratello, più grande di me, purtroppo, era nato con difficoltà motorie ai piedi, li aveva “torti” e al Rizzoli di Bologna sconsigliarono a mio padre l’intervento chirurgico. L’amore dei miei genitori lo aiutò decisamente a non sentire il grande peso della sua invalidità, perciò crebbe circondato anche di molta fiducia che gli veniva costantemente dimostrata, fino a quando nostro padre non lo invitò a seguirlo in Chiesa, dove gli avrebbe insegnato a suonare l’organo. L’iniziativa fu da lui molto gradita e , constatando la sua crescente passione per la musica, mio padre pregò un suo vecchio amico di Castroreale, gentile e bravo in musica, che da tempo suonava, con passione e professionalità, nella banda del paese vicino e nella cattedrale, a salire a Bafia per insegnare la musica a Ninai, che già si mostrava molto coinvolto nella concertazione dei suoni, spiegandogli le difficoltà del giovane e la angosciosa preoccupazione per il futuro del giovane. Il Maestro, che aveva poca vista, accettò la preghiera di mio padre, che ora si sentiva più sicuro per aver potuto avviare il figlio sfortunato sulla via di un futuro più certo. Anch’io mi sentii felice, dopo lunghi anni di segreta sofferenza.

2

A riprendere lo studio, mi incoraggiò ancora mio padre, che, quando fui pronto a tornare a scuola, decise di accompagnarmi per esporre la mia situazione e chiedere come poterla risolverla, al Preside, un anziano ma equilibrato dirigente scolastico, molto stimato e temuto dai docenti per la vasta cultura e la saggia direzione dell’Istituto. Mio padre mi giustificò per le assenze fatte, ma chiese anche la Sua comprensione umana per il malessere psicologico che mi aveva bloccato la parola davanti al burbero insegnante che, con il cavernicolo tono della voce e con termini molto offensivi e beffardi, aveva congelato il mio entusiasmo di studiare e aveva provocato le premesse per il mio naufragio esistenziale. Il saggio Preside, che la città stimava, perché il liceo diretto con passione e orgoglio, aveva culturalmente educato, giovani preparati che si erano affermati in diversi settori della società italiana, insediandosi ai vertici delle istituzioni o avevano intrapreso la carriera giornalistica, culturale ed artistica, collocandosi in prima fila in ambito nazionale e internazionale. Con un tono gentile della voce, si impegnò con mio padre che mi avrebbe seguito con paterna attenzione e avrebbe consigliato ai docenti di quella prima classe, di umanizzare le strategie didattiche, perché quello era un liceo umanistico e l’esempio dei professori doveva adeguarsi ai nobili valori della cultura classica che aveva impregnato la civiltà europea particolarmente italiana, vera culla moderna di quella insuperabile cultura. Concluse la sua risposta, dicendo:

” Nicola, siamo amici da tempo, ed io ti prometto che seguirò tuo figlio con affettuosa attenzione. Perciò, vivi tranquillo e se, per caso ci fossero novità negative, ti chiamerò con urgenza. Ma tu dovrai provvedere a cercare a tuo figlio un alloggio sicuro a Barcellona, perché il ragazzo non potrà vivere nell’incertezza di trovare ogni giorno un passaggio di andata e ritorno, in quanto, come ben sai, non ci sono servizi di collegamento da Bafia con Barcellona”.

Poi, rivolgendosi a me, disse:

” E tu giovanottino, leggo nei tuoi occhi sincerità e amore di sapere. Perciò, per qualsiasi problema, vieni in Presidenza e informami di tutto. Senza provocare scandali deleteri, risolverò io la questione, facendo capire a tutto il corpo insegnante che siamo in un liceo classico, e non si devono scoraggiare alunni che hanno conseguito nelle scuole precedenti ottimi risultati, con enormi sacrifici, e non premiare, invece, i tanti bacchettoni, che scorazzano nella città, dedicando talvolta solo qualche ora allo studio. In questo liceo si sono formati ragazzi, che poi si sono affermati nelle alte sfere della pubblica amministrazione o nel mondo culturale. Per tutti, è piacevole ricordare Emilio Isgrò, che partito da Barcellona con la storica valigia di cartone, venne prima chiamato a collaborare al Gazzettino di Venezia, diretto dal messinese Poeta, critico, giornalista e scrittore Giuseppe Longo, che poi gli affidò la l’incarico di responsabile della Terza Pagina culturale. Poi si trasferì a Milano e, con il primo libro, edito da Mondadori, nella collana “Il Tornasole” riservata alla nuova poesia ”L’età della ginnastica”, che mi fu regalato dal mio conterraneo scrittore Mario Rappazzo, affettuosa guida dei miei primi passi sul sentiero della poesia, seguito da altre opere poetiche, narrative, teatrali, e che divenne un importante protagonista del più consistente filone dello sperimentalismo, ben distinto dall’accumulo di termini scollegati da ogni nesso strutturale e di legamento concettuale, ma utilizzando la sua tecnica sperimentale della “Cancellatura”, che, in termini semplici, sottraeva, cioè cancellava sintagmi, stilemi, o termini decorativi o espressioni baroccheggianti, restituendo il testo (come i Promessi Sposi) ad uno scheletro testuale su cui scorreva il filo scarnificato di una storia che o si riduceva a poche pagine o, letto da un’altra angolatura, si poteva ricondurre ad un essenziale classicismo post-moderno, ben lontano dai caotici sperimentalismi linguistici, che volendo migliorare estremizzando caoticamente il discorso poetico, in realtà lo sterilizzavano di ogni significato, barattando per ideologia un procedimento espressivo senza alcun significato. Contemporaneamente, coltivava l’arte della pittura e della scultura, applicando anche in queste arti il suo brillante genio creativo, come anche è possibile verificare nel gigantesco “Seme d’arancio”, donato alla sua città, simbolo dell’attività più remunerativa dei barcellonesi, definiti “I spiritara”. Anche il poeta Bartolo Cattafi e Vincenzo Consolo, numeri primi della poesia e della narrativa italiana del Secondo Novecento si erano formati al locale Liceo classico “L. Valli”. Al suono della campanella che scandiva la fine dell’ora e lo scambio di aula tra i docenti, Il Preside, raccomandando a mio padre di provvedere al suo suggerimento, scusandosi, ci congedò, per occuparsi di garantire un cambio d’aula veloce e tranquillo.

3

Durante le settimane “sabatiche”, il mio punto di riferimento assoluto era il servizio in Chiesa e l’impegno di collaborare con il prete nei progetti da definire per poter impegnare i ragazzi e i giovani in attività ludiche, culturali e religiose, senza farli stancare, ma ricercando strumenti e iniziative che li impegnasse con entusiasmo. Eravamo cresciuti abbastanza per capire anche cose impegnative, per cui il prete pensò di organizzare in modo utile i pomeriggi generalmente trascorsi a giocare correndo per le vie del paese e spesso litigando per futili discordanze. Giocavamo al quadrato, al nascondino, a batti-muro (cioè, utilizzavano le vecchie monete di metallo, ormai inutilizzabili, per tirarli contro i muri e risultava vincitore chi faceva rimbalzare più lontano la monetina). Spesso seduti sulle soglie di case disabitate, giocavano alla briscola o a sette e mezzo, o alla scopa (i soli giochi che conoscevamo), mettendo come premio al vincitore o ai vincitori un certo numero di cartine che riproducevano a colori i campioni sei diversi sport, ma soprattutto i beniamini del calcio, che noi seguivamo attraverso una radiolina tascabile a batteria, avuto in dono da un bafioto emigrato a Milano, dove era riuscito a ottenere una rappresentanza di salumi e formaggi per tutta la regione, accumulando abbastanza denaro. Era molto generoso e, ricordando sempre le stagioni di miseria dell’infanzia trascorsi con la nonna, da tempo defunta, quando riuscì a poter dare, ogni estate al primo luglio alle sette e mezzo del mattino, già la sua voce riconoscibilissima, rimbalzava nei vicoli dove abitavano suoi parenti o amici cari e compagni di gioco, gridando: “Carmela, undi sì, ancora dormi. Io non ho dormito un minuto, ho viaggiato tutta la notte, per venire a trovarti e tu dormi come un ghiro. Tuo marito dov’è? Ancor a guardare pecore? Iddu cu ssa mandra si ruinò. Si poteva godiri a bedda pinsioni e invece, deve pagare sempre debiti supra a debiti, né po purtari a casa na ricotta pi cannaluari per saggiari una fraviola, chi tu, mi ricordu, a to casa facivi benissimo. Iddu è troppu onestu e ci parsi chi tutti sunnu comu a iddu. Invece u mundu è ladru e i ricchi e i ladri sunnu i parenti chi ridendu u sfruttunu”. A questo punto, la voce di Carmela che si era alzata e affacciata al balcone, gli intimò di tacere:” Ti vo zittiri, battalora, non vidi c’a genti ancora dormi e tu vindi pisci a matunata. Si vo nchianari, nchiana, ti preparu u cafè”. Nato rispose: “Doppu passu, ora a ghiri a truvai a Churchill e a Peppi, Per organizzarci”. Salutò e andò via. La sua ampia borsa era piene di pacchetti di sigarette, di cioccolatini, ma anche di giocattoli e di un pallone sgonfia, che andava distribuendo ai ragazzi, sempre in attesa del suo arrivo. al poker, con cui trascorreva giornate intere fino a notte tarda, nella stanza al primo piano di Via S. Carlo, che era lo studio medico dell’ufficiale sanitario, spesso per passatempo, mettendo in palio qualche bottiglia di birra o di coca-cola. Talvolta, volavano sul tavolo monete di carta o assegni bancari con sei cifre, soprattutto nel mese d‘agosto, prima del ritorno a Milano, per la ripresa del lavoro.

Con la sua partenza, il paese cominciava a spopolarsi. Gli emigrati, tornati al paese per riabbracciare i loro genitori ogni anno più vecchi, con qualche ruga in più ben visibile sul loro viso, si affannavano a ripartire, riempiendo le valigie di prodotti alimentari, che la campagna, coltivata dalla famiglia, aveva maturato per loro. I genitori avevano prelevato dalla cantina le bottiglie di olio e di vino buono, avevano staccato dal soffitto corde di salame, fatto in casa, con la carne del maiale da loro allevato con alimenti naturali. Sollevavano con unico sforzo delle braccia un grosso rotolo di formaggio asciugato nel tempo dovuto per essere morbido e gustoso. Il fiocco di peperoncino essiccato e ardente, per condire le minestre con un pizzicante bruciore, molto utile alla circolazione del sangue e a mantenere calda la temperatura del corpo, ma soprattutto, secondo le credenze popolari, a tener lontano il malocchio di persone invidiose. Lo caricavano di baci e abbracci, rivolgendogli parole di buona fortuna, con la speranza di potersi rivedere presto, mentre un fiotto di lacrime inzuppava i loro abiti reciprocamente, come stigma di un invincibile affetto. Intanto, in Chiesa il parroco aveva steso una bozza di programma organizzativo per rendere organiche le varie attività. Per i bambini aveva previsto il Grest, da svolgersi ogni sabato pomeriggio con attività per le vie del paese. La Domenica era impegnata nella partita di calcetto, riservato ai ragazzi fino a sedici anni, da svolgersi nella piazzetta davanti alla chiesa. Lunedì una signora preparata spiegava il catechismo a chi doveva cresimarsi. Il giorno seguente c’era l’incontro con le coppie che dovevano sposarsi. Mercoledì si riuniva la commissione per concordare il programma per la festa del patrono. Il giovedì era un giorno particolare per la lettura dei libri, messi a disposizione degli studenti, scelti nella ben fornita libreria del parroco o nel Centro di Lettura, consigliatici dal maestro. Gli studenti avrebbero fatto una lettura individuale, dividendosi i capitoli, che riassumevano e commentavano oralmente. Alla fine della lettura, avrebbero dovuto, secondo un breve schema preparato, avrebbero steso una sintesi scritta con osservazioni proprie, traendo spunti dai commenti fatti ad ogni capitolo. Il venerdì era riservato all’elaborare gli elenchi delle famiglie povere del paese, prive di tutto per poter sopravvivere, A tal fine, si creavano dei gruppi di due ragazzi, che si recavano presso le famiglie più agiate, per ritirare le donazioni già pronte da consegnare ai ragazzi incaricati. Ogni giorno, chi era libero dall’impegno, poteva utilizzare il ping pong per giocare o organizzare partite a pallacanestro in un’altra parte del gran piazzale. Nelle ore serali, le persone più adulte potevano riunirsi in canonica per conversare, giocare a carte senza alcun lucro, o leggere, se sapeva leggere) e leggerli anche ai non alfabetizzati, i giornali che arrivavano in parrocchia. Le donne si occupavano di mantenere pulita la Chiesa e di provvedere a lavare il vestiario rituale. Particolarmente, ogni giorno, gli studenti potevano ricevere assistenza nello svolgimento dei compiti o ricevere spiegazioni su argomenti che a scuola non avevano capito. Tutto si sarebbe svolto in forma volontaria. E chi poteva, avrebbe potuto sostenere le varie attività in ogni modo. Tale programma, quando il parroco mi convocò per spiegarmelo e suggerire eventuali emendamenti o integrazioni, io mi dimostrai entusiasta e mi venne in mente di suggerire un sorteggio nella ricorrenza del Natale, mettendo in palio doni offerti dai fedeli e di preparare un calendario per poter disputare le varie gare, con l’assegnazione di punti e alla fine di ogni sfida, premiare con una coppa simbolica o una medaglia con la data e l’incisione di simbolo ecclesiastico. Inoltre, ai frequentatori del corso di lettura, sarebbe stato incoraggiante donare un volume della Bibbia, da poter leggere e commentare anche in famiglia. Il programma annuale era indicativo e suscettibile di variazioni, in caso di necessità. Infine, il parroco mi affidò l’incarico di coordinare la parte culturale ed io aggiunsi anche un corso di alfabetizzazione per tutti gli abitanti che non avevano potuto frequentare alcuna scuola. Così scorrevano le mie giornate, ma gli impegni svolti mi avevano aiutato molto a cancellare il dolore vissuto.

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Consapevolmente, comunicai a mio padre la maturata convinzione di riprendere gli studi ed egli si dimostrò soddisfatto della mia decisione. Intanto, le proteste dei cittadini delle contrade, escluse da ogni possibilità di trasporto pubblico, furono accolte dal Sindaco dell’intero Comune, che, assieme alla giunta Comunale, si impegnò a risolvere il problema a livello regionale, che già aveva avviato un programma di collegamenti strutturali tra i vari centri urbani e di investire capitali per fornire ad una Azienda statale di trasporti pubblici gli autobus necessari per estendere il diritto a viaggiare a tutti i cittadini dei centri abitati. L’arrivo del primo autobus a Bafia, fu accolto con un entusiasmo stellare. Tutti gli abitanti si precipitarono in Piazza, appena udirono in lontananza il bombardamento del claxon dell’autobus che si avvicinava al Centro. Chiunque era in possesso di uno strumento musicale, arrivò in Piazza e trovò già altra gente, intenta ad esplorare quel mezzo mai visto, che davanti allungava il muso di lamiera, dentro cui era custodito il motore. Si scatenò subito un’esplosione di suoni, dapprima disordinatamente, poi sempre più bene amalgamati, che si trasformarono la piazza in un teatro di spettatori gaudenti e felicemente cantanti in coro le antiche canzoni popolari, risalenti ai tempi della Scuola poetica siciliana, che aveva prodotto in vari centri, la creazione di storie popolari d’amore e particolarmente dalle nostre parti. la storia di serenate d’amore, chiamate “A Santaliciota” perché un innamorato le avrebbe cantate sotto il balcone una donna corteggiata del paese d Santa Lucia e poi divenute diario della psicologia d’amore intonato a squarciagola con l’accattivante suono dell’organetto a bottoni. Per rimarcare lo storico evento, che finalmente consentiva agli abitanti isolati nel recinto medievale di potersi affacciare alla finestra del progresso e di poter usufruire delle importanti scoperte, degli sviluppi degli arnesi di lavoro, del trattore a nafta da poter guidare con poco sforzo agganciando le mani alle due braccia del nuovo arnese, di poter compare le sementi e le piantine con agevolazioni nel prezzo presso la sede del Consorzio agrario, ma anche di poter accedere all’acquisto dei giornali, per poter essere informati degli avvenimenti nazionali ed internazionali e di documentarsi sulle leggi che il governo emanava anche in favore dei cittadini. I giovani conversavano intensamente sorridendo spesso e intonavano canti di allegria inventati per solennizzare l’indelebile data. Anche loro, finalmente avrebbero potuto continuare gli studi Superiori, per conseguire un diploma di maturità indispensabile per l’accesso alle facoltà universitarie, senza impedimenti di numero o distinzione sociale. Per affrontare le spese del viaggio, l’iscrizione alla facoltà prescelta e per l’acquisto del materiale didattico, compresi i libri di testo, i figli dei poveri e gli alunni diplomatisi con ottimi voti avrebbero potuto usufruire delle borse di studio, istituite dalle università e spesso anche da aziende private. Messina si poteva raggiungere con il treno dalla stazione più vicina, dove si sarebbe potuto arrivare con autobus  coordinati con gli orari del treno Il costo dell’abbonamento per l’intero anno accademico era irrisorio, in quanto il sistema ferroviario era statale e, secondo il dettame della costituzione, il diritto allo studio era libero a tutti e, all’occorrenza, poteva essere sostenuto dagli Enti locali o direttamente dal Ministero in casi di estreme difficoltà economiche. Don Santo, che gestiva la bottega vicino alla Piazza, con il pancione pendente verso terra, tirando affannosamente un carrello, con bottiglie di vino, caraffe e ampi bicchieri di legno, come quelli usati dai pastori e dei carbonai, si avvicinò alla calca e chiamò Andrea, un ragazzo robusto che spesso lo aiutava a scaricare la merce dal carretto, e lo pregò di aiutarlo per poter offrire a tutti un bicchiere della migliore riserva di vino, che custodiva gelosamente nello scantinato della bottega. Un lungo applauso s’innalzò dalla calca, in onore del bottegaio, che ora molto allegramente dimostrava una incredibile generosità, che stimolava una riflessione sulla complessità di capire il microcosmo interiore dell’uomo. Io tremavo di gioia fino a sentirmi salire la febbre, il problema che aveva sconvolto i miei sogni, sembrava risolto. Potevo riprendere gli studi dolorosamente abbandonati, riesumare i sogni sepolti, che l’evolversi delle cose ora mi consentivo. Lunedì, alle ore 6.45, sarei salito sull’autobus con gli altri studenti e arrivare a Barcellona alle ore 8 e dopo 10 minuti a piedi, sarei arrivato insieme ad altri compagni, davanti al portone del Liceo, uno storico edificio che era stato per secoli la sede dei monaci Basiliani, da dove lo sguardo si espandeva sull’intera città, sormontata dalla enorme e bella basilica al centro delle abitazioni. Alla base dell’edificio sorgeva un giardino di aranci e limoni, che emanavano un delizioso profumo di zagara, intenso durante il periodo scolastico. Domenica, durante la S. Messa, volli confessarmi e comunicarmi, per poter serenamente riprendere il corso della mia esistenza. Dopo la Consacrazione, mi misi in fila in attesa del mio turno. Mi guardai intorno e rivedevo con gioia i tempi non molto lontani dal mio lavoro svolto in quella Chiesa e anche i miei amici, con cui avevo trascorso momenti di impegno e di sincera amicizia. Poi girai lo sguardo verso il sacerdote, per verificare se fosse arrivato il mio turno. Rimasi fortemente sorpreso nel vedere una ragazza mai vista in paese che si accingeva ad imboccare l’ostia sacra dalle mani del sacerdote. Quando si girò con le mani congiunte, per raggiungere il suo posto, rimasi per un attimo fermo, misteriosamente attratto dall’armonico movimento del suo corpo, che mi spinse ad osservarla nel viso che emanava una dolce bellezza, mentre i suoi occhi brillavano di una rara luminosità, palpitante di perline di luce, incastrate in scaglie di verde che sembravano scheggiare lo sfondo oculare oscillante tra piccole onde di nero mescolate ad un luccicante nocciola. Quegli occhi sembravano rapirmi penetrando profondamente nel mio cuore. Un caschetto nero di capelli luccicanti incorniciava artisticamente il suo volto, tanto da imprimerle il fascino di una affidabile e dolcissima creatura. Mi guardò sorpresa dalla mia particolare e interessata attenzione e mi ricambiò umilmente abbozzando un contenuto sorriso. Ricevuto il Sacramento, la cercai in mezzo alla folla, ma non la rividi più. Tuttavia, mi illudevo di individuarla nei lineamenti di ogni fanciulla. La mia mente e il mio cuore rimasero bloccati nella visione di quel limpido volto, molto diverso, anzi unico ed incomparabile con qualsiasi altro. La notte stentai a chiudere occhio, la fantasia accese infiniti percorsi ideali e, smarrito nel loro intrecciarsi, inconsciamente precipitai nel sonno.              

Il giorno successivo alle 6, 45 ero sull’autobus  che sarebbe arrivato a Barcellona alle ore 8 e, dopo dieci minuti di camino a piedi, salendo da via Monastero, sarei arrivato nella grande piazza, dove ogni giorno erano parcheggiate le auto dei docenti, del personale amministrativo e degli operatori ATA. Il pullman era stracolmo di studenti e di altre persone che si recavano a Barcellona per procurarsi nuovi arnesi di lavoro in campagna, per esaminare la possibilità di acquistare, a rate, una motozappa, per poter lavorare più velocemente e con minore fatica. Al Consorzio agroalimentare, dove i prezzi erano notevolmente inferiori, trovarono le sementi, le piantine di arancio e di olive e qualche albero da frutta, mazzetti di cipollina da interrare e anche la nafta per il nuovo attrezzo meccanico. Comprarono anche falciatrici, zappe, zapponi, tridenti asce e vari tipi di disserbanti per ripulire i campi e le piante dall’assalto di diversi tipi di insetti nocivi che avrebbero provocato ingenti danni alle piante, curate attentamente dai contadini con profonda passione. Sul volto di tali persone che in paese sembravano murate nel cemento, ora conversavano con il volto disteso e sobbalzando talvolta in una distesa risata. Rastrellando con lo sguardo nelle fessure che si dilatavano ad ogni rimbalzo del pullman, scoprii un posto vuoto, occupato solo da una borsa di libri; accanto, con lo sguardo diretto fuori dal finestrino, giaceva seduta Rina, una cara amica, conosciuta alle medie, con la quale avevamo consolidato un rapporto trasparente di sincera e fraterna amicizia. Certamente era una ragazza di rara bellezza, viso raffinato screziato da qualche piccolissimo neo, capelli nero-corvino e brillanti ricongiunti dietro le spalle in una lunga treccia che accentuava la sua bellezza. Sembrava come una ninfa imbalsamata nel silenzio. Evitava le conversazioni e regalava uno stentato saluto, a chi le augurava “Buongiorno”. Sicuramente custodiva un misterioso malessere. Io, intuendo la sua fragilità interiore e il suo intimo riserbo, non osai mai tentare di conoscere i motivi che la rendevano triste, ma cercavo argomenti allegri e interessanti per stimolarla a conversare. Tra di noi non si parlava di problemi sentimentali in maniera personale, né di difficoltà scolastiche, ma si rifletteva su avvenimenti presenti o su qualche film di cui si parlava molto o su problematiche sociali, verso cui evidenziava la sua solidarietà a ogni tipo di emarginati o invisibili esclusi. Lei apparteneva a una famiglia agiata, ma aveva una sorella più grande, colpita durante l’infanzia dalla meningite, purtroppo allora pericolosissima e per la quale mancavano medicine adatte, né vaccini, né specialisti preparati, per cui ci si affidava all’ufficiale sanitario del Comune che abitando nel centro cittadino, saliva a Bafia per casi eccezionali, date anche le incredibili difficoltà dovute alla mancanza di idonee strade di comunicazione. Pensai anche ad un possibile traumatizzante dolore, vivendo quotidianamente a contatto di una sfortunata sorella, che non poteva aiutare in nessun odo, né si poteva comunicare per sollevarla da una straziante sciagura. Lei la amava moltissimo, e spesso la chiamava con dolcezza, ma la sorella rispondeva mugugnando e ciò somatizzava sempre più la dolorosa condizione della sorella. Forse per tale motivo rifiutò decisamente ogni corteggiamento di numerosi suoi innamorati, che di fronte a tanta triste bellezza non riuscivano a frenare i propri sentimenti per l’adorabile Rina. Mi avvicinai a Lei e le chiesi gentilmente se il posto era libero, per potermi sedere accanto a lei. Lei con altrettanta gentilezza risposi:

“E tu me lo chiedi? Non sai quanto la tua amicizia fraterna conti per me?”

La sua voce era dolcissima, i suoi occhi accennavano un lieve sorriso, ma il rossore che subito si insediava sul suo viso copriva un segreto tormento. Scambiandoci banali parole, il tempo volò e l’autobus si fermò in piazza Duilio, dove tutti ci accingemmo a scendere ed avviarci ciascuno verso la propria meta. Ritrovai Rina nella mia classe. Anche Lei aveva cambiato sezione, per i miei stessi motivi. Anche Lei possedeva una preziosa dignità e per lei, il modo satireggiante del prof. di latino e greco, era prevenuto, umiliante e beffardamente cinico e provocante, perché lei il latino e soprattutto la grammatica greca non riusciva a capirla. Lei si chiedeva spesso:

” Ma perché vengo a scuola, per essere umiliata, insultata e derisa, o perché gli insegnanti dovrebbero pazientemente guidarci a fugare le nostre carenze e illuminarci nel miglioramento delle conoscenze limitate che, purtroppo abbiamo?””

Ascoltai il suo rassegnato e sommesso riflettere e valutare e non osai fare alcun riferimento alla mia amara esperienza, per non dilatare la sua e la mia costrizione. Spostai, invece, il discorso su un piano generale.

“Non lasciarti sopraffare dai meschini comportamenti di persone che non sono degne né di essere definite tali, né di docenti che invece di chiamarsi docenti dovrebbero essere innanzitutto educatori e nel contempo riuscire a creare un clima di serenità in classe e in ciascuno di noi, che siamo come il campo da arare per la semina. L’erba tenera avvizzisce e muore su una roccia quarzata di aridità, né sopravvive se è sommersa, anzi soffocata da cespugli spinosi e da ortiche. Perciò, questi meschini baroni del sapere, in effetti sono i baroni dell’ignoranza e dell’arroganza e i seminatori del male, che avvelena le generazioni avidi di un’insopprimibile urgenza di trovare risposte concrete e convincenti ai tremendi interrogativi della ragione e dell’anima. Sono ossessivamente ottusi e ignorano totalmente la delicatezza del mondo interiore della gioventù del nostro tempo, che l’uragano dello sviluppo telematico, vertiginosamente progressivo e follemente lanciato a distruggere ogni confine razionale ed umano, ha già raggiunto il limite etico dell’agire umano, disintegrando ogni truciolo dei valori umani, donatici dalla natura per volere del Creatore dell’universo, per tornare da lui ricchi di spiritualità  e sapienza come Ulisse ci ha insegnato. Ma, Rina ti confesso che vivere seguendo il codice di valori che madre natura ci ha donato , si è indotti a considerare il prossimo come fratello, verso cui dobbiamo nutrire amore e offrire (e ricevere) sostegno indispensabile, quando le difficoltà minacciano di distruggerne l’equilibrio etico e razionale, le inossidabili energie che ci sostengono a camminare sul sentiero della fraternità universale, senza scivolare nei gironi infernali dell’eterno maledettismo. Questi vermi sono il seme di Satana, che minuto mostriciattolo, ambisce a riconquistare il potere assoluto del mondo, dopo essere stato l’angelo preferito da Dio, che invece si è ribellato, con l’insano progetto di uccidere il Padre e sostituirsi a lui nel dominatore dell’universo, seguendo il rovinoso codice della prevaricazione e del male, per godere nella distruzione di ogni creatura, fino a rimanere il solo padrone del nulla. “L’autobus si fermò in piazza S. Sebastiano e anche noi ci avviammo a scendere. I passeggeri scesero frettolosamente e si avviarono verso i negozi, dove avrebbero acquistato i prodotti indicati come strumenti indispensabili di lavoro, anche la motozappa a nafta, per poter alleviare la fatica e completare il dissodamento delle zolle in poco tempo. Quel lunedì non avevamo lezione di Matematica ed io entrai in classe serenamente. Le prime due ore, avevamo Italiano e, un minuto dopo l’ingresso, entrò il prof. Rotella, insegnante di Italiano e Latino. Io e Rina eravamo contenti di non vedere in classe il prof. di Matematica e Rina quella di Greco, la Parlato, una cinquantacinquenne zitella, fidanzata per anni di un noto pittore e poi lasciata dall’artista perché criticava spesso le sue opere, da incompetente e prevenuta verso l’arte pittorica, sempre più intrigante e sprezzante, man mano che si moltiplicava il consenso della critica e del pubblico che durante le mostre comprava con quote crescenti i suoi stupendi dipinti. Lei era sempre più irritante e scorbutica nei confronti di Aldo, che, anziché sostenere con l’apprezzamento e l’ammirazione delle dei meravigliosi paesaggi, figure femminili di inusitata bellezza, riproduzione figurali di animali e uccelli, scene bibliche, come “L’ultima cena o come le immagini delle rivolte contadine dell’Ottocento, attraverso cui Aldo trasferiva sulla tela colorata la sua visione del mondo, in un personale teorema che aveva come epicentro l’uomo, ( e l’artista) impegnato a coniugare Cristianesimo sociale e le istanze popolari di accesso al codice dei diritti e doveri dei lavoratori, ancestrali vittime del connubio di potere tra nobiltà e clero, purtroppo sempre fortemente alleati nel soffocamento di ogni fermento plebeo, scaturito dalle condizioni di miseria e fame, che provocavano continuamente la morte dei poveri o per le strade o nelle terre dei padroni, di cui erano schiavi. Seppellita nei condizionamenti dei suoi limiti di sensibilità artistica, aveva tramutato la missione dell’insegnamento e della formazione degli allievi in strumento programmatico di evidente scontrosità verso gli allievi, che satireggiava, con sottile, ma sferzante ironia, riuscendo a logorare ogni briciola di volontà allo studio, senza soffermarsi un momento a riflettere che avrebbe dovuto guidare i giovani verso una visione serena e utile della vita con il consolidamento di concreti valori e concrete manifestazioni di solidarietà umana, di cui la cultura greca era maestra. Erano stati sufficienti due frustrati docenti a rovinare una generazione di estrazione interclassista, che frustrati nei loro sogni, disertavano le aule scolastiche e si raggruppavano nelle sale da gioco, dove trascorrevano il maggior tempo della giornata, a sfogare il loro disagio di frequentare la scuola, e, purtroppo a rovinarsi con l’uso di sostanze deleterie, fornite in quegli ambienti divenuti covi di criminalità, di spaccio, ma anche di debiti, contratti con i mercanti di morte, per avere dosi sempre più numerose e più forti, con cui si autocondannavano ad una tragica fine. Qualcuno finiva con l’entrare nel giro affaristico della criminalità ed essendo giovane ed inesperto della disumanità dei frequentatori di quei loschi ambienti, veniva costretto ad accettarne le regole ed era obbligato a compiere missioni delittuose, finendo in galera o messi a tacere per sempre dagli stessi mandanti, per evitare che potessero correre rischi nel caso frequente di confessioni ai tutori dell’0rdine, per ottenere sconti di pena. Il prof. Rotella, essendo stato impegnato nell’attività politica come sindaco di Montalbano ed aveva insegnato anche nella giungla del Nord, conosceva molto bene gli aggrovigliati meccanismi del cuore umano, per cui era capace di intercettare il disagio giovanile e di riuscire a governarlo, con una metodologia di sereno colloquio, di assoluta e gentile comprensione e di risposte concrete e costruttive alle esigenze dei giovani. Lo scoprii subito, dopo una sua premessa generale sull’importanza della cultura in un equilibrato e costruttivo rapporto della maturazione della persona e nello sviluppo della produzione in ogni settore del mondo del lavoro e, in particolare, dell’evoluzione industriale e scientifica che, dopo la strage di Hiroshima e Nakasaky, provocata dal lancio scellerato della bomba atomica, che aveva anche lasciato nell’atmosfera scorie radioattive, inquinando tanto intensamente l’aria, che provoca ancora effetti rovinosi anche nei nascituri malformazioni fisiche e disturbi mentali, dimostrando che, se l’uomo non riesce a calibrare metodicamente e con senso di responsabilità umanistica, le sue scoperte scientifiche e non ridimensionerà la sua irrazionale ambizione di voler sfidare l’ordine dell’universo, devastandone lo spontaneo progredire, mediante un equilibrato controllo razionale, l’uomo si autodistruggerà. La saggezza degli antichi greci, aveva dimostrato i limiti invalicabili dell’ambizione umana ed anche i limiti gnoseologici della ragione utilizzando lo strumento dei miti, che poi erano la raffigurazione simbolica dei confini della razionalità. Icaro. I Titani, lo stesso Ulisse dantesco e anche Dante, consapevole dell’impotenza dell’uomo di approdare alle spiagge metafisiche, cercò come guida Virgilio, simbolo della ragione umana, che lo guidò fino al Paradiso terrestre, ma non potette andare oltre, perchè l’universo ultrafanico non poteva essere raggiunto dalla ragione umana e solo una guida divina, (San Bernardo) e una donna celeste, la sua Beatrice, simbolo del puro amore santificato, avrebbero potuto sostenerlo nella fase finale del viaggio verso la risplendente vetta dell’Universo. Appena pronunciò il nome di Beatrice, avvertii aprirsi l’abisso sotto i piedi. Finalmente la ritrovavo. Non si era dissolta tra le nubi, ma era stata richiamata nel regno celeste per compiere un’altra operazione di salvezza universale. Evidentemente, da quando era ascesa al cielo, aveva ricevuto tale incarico, cioè di correre in soccorso delle anime fragili, incapaci di liberarsi con le proprie energie dagli agguati di Satana, ed invocavano l’aiuto divino per potersene liberare e riconciliarsi con il Creatore. Quando scomparve dal mio sguardo e mi disse:

“Non mi cercare, perché non mi troverai. Quando sarà l’ora, verrò io a cercarti”

voleva suggerirmi di agire nella vita beneficamente, fino a meritarmi il suo ritorno. Anche se ero stato colto di sorpresa nell’udire dal prof. il suo nome, nel contesto di una illuminante lezione, ritrovai in me un frenetico ritmo del cuore e i miei occhi si illuminarono “d’immenso”. Mi alzai di scatto, travolto dall’urgenza di dire:

” Grazie professore della eccellente ed illuminante lezione, che ci ha fatto capire con penetrante chiarezza, tutto ciò che nessuno ci aveva mai detto, per riuscire a poter percepire il segreto del mistero e della vita, senza ricorrere a falsi e sfumati sillogismi, come fanno altri che, anziché tentare di avviarci a penetrare nel mistero della nostra esistenza e acquisire responsabilità del senso delle nostre azioni, lo rendono ancor a più inesplicabile, degradando la nobilissima funzione della scuola, a ricettacolo di persone deliranti, ignoranti e presuntuosi prepotenti, soffocando gli allievi sia con terminologie insultanti, sia per incapacità didattico-cognitiva. Lei riabilita la funzione formativa e cognitiva della scuola e riesce a farci maturare concretamente”.

Egli, mi rispose:

” Ringrazio te, per le tue parole sincere profferite nei miei confronti. Ma io intendo in tal modo la preziosissima funzione della scuola, come fucina di formazione dei futuri cittadini, chiamati nella società ad impegnarsi responsabilmente nel miglioramento della società e con una preparazione anche scientifica, ad utilizzare il sapere al servizio di uno sviluppo responsabile”.

Contemporaneamente io e Rina ci guardammo negli occhi sorridendo, perché nel discorso del professore avevamo ritrovato il più adeguato modo di insegnamento in una vera scuola. Il giorno successivo, salii sull’autobus e scesi una fermata prima di arrivare alla fermata finale. dove c’era una libreria. Mi soffermai a guardare dietro le vetrine i libri più recenti di autori ben noti, che suscitarono in me il desiderio di poterne leggere nei risvolti di copertina il contenuto. Allora osai entrare e chiesi il permesso di visionare il contenuto, la vita dell’autore e i libri pubblicati. Mi attrasse, tra gli altri, il romanzo “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola, che già aveva venduto 100 mila copie, in breve tempo. C’era anche un’edizione tascabile che costava poco e che io comprai subito con i soldi che mi aveva dato mia madre per comprarmi il panino imbottito di mortadella e pomodori. Erano appena sufficienti. Perciò, rinunciai al panino e preferii acquistare il romanzo. Mi aveva attratto in sintesi la storia d’amore di Mara e di Bube, consolidata dalla lotta comune e la condivisione dei rischi che la Resistenza. In tale intrigo di lotta fratricida, in cui il fratello uccideva il fratello senza pietà, sospinto da una avversa ideologia, dei fascisti al potere che avevano perseguitato, torturato, condannato, giustiziato in pubblica piazza, senza processo e con subdole accuse senza prove, e senza consentire il diritto alla difesa al presunto nemico, spedito al confino per anni scrittori, poeti, intellettuali artisti, e presunti cospiratori per rovesciare il regime, in luoghi lontani ed inospitali e adeguati ad isolare i cervelli ritenuti più pericolosi, affinché espiassero la colpa di coltivare idee opposte o che reclamavano il rispetto dei diritti umani e sociali delle masse proletarie che venivano scorticate nella condizione di schiavitù ed erano considerate servi della gleba, da emarginare o da eliminare impunemente dagli aguzzini dei padroni al potere, anziché di aiutarli a combattere la miseria per liberarli dalla ghettizzazione, in cui la nascita della Italia unita li aveva relegati, come nemici, mentre essi avevano combattuto e molti erano morti, con la convinzione di essersi immolato all’altare della patria bombardati da una campagna a tappeto del potere regnante, che invece aveva obiettivi di espansione territoriale, con l’incameramento dei piccoli regni che godevano di diritti autonomi, liberi da padroni esterni, ma che erano ambiti da Casa Savoia per l’ambizione di assidersi tra i più potenti governi europei e partecipare alla mensa del sovvertimento dei confini tra i vari stati. Così inviarono Francesco Crispi e Rosolino Pilo per fare proseliti per organizzare giovani e prepararli all’idea della liberazione dal barbaro potere dei Borboni, un’elite di potenti Viceré, a cui gli spagnoli avevano deciso di lasciarli a governare l’isola, con poteri assoluti, che privarono i sudditi di ogni diritto, avocando a sé, anche il diritto di uccidere senza alcun processo, qualsiasi cittadino da loro non gradito. Invano Cesare Beccaria aveva lanciato l’appello del rispetto del diritto alla vita di ogni cittadino. Nel Sud regnava la barbarie del potere e il volume “Dei delitti e delle pene” era totalmente sconosciuto. Garibaldi, definito il generale dei due mondi, sbarcato in Sicilia per raccogliere un piccolo esercito, promise, con il proclama di Salemi che i contadini avrebbero avuto in proprietà personale la terra secolarmente lavorata in condizione di schiavitù, al servizio dei nobili feudatari e che i giovani che lo avrebbero seguito sarebbero stati assorbiti nelle fila del nuovo esercito italiano. I famosi Mille, in tal modo illusi, lo seguirono ciecamente, anche perché erano stati convinti che Garibaldi combatteva per dar vita, dopo la liberazione, ad un tipo di governo repubblicano, ma la consegna virtuale a Vittorio Emanuele II, a Teano, dell’Italia libera, rinnegò tutte le premesse di libertà e redenzione sociale dei servi della gleba del Sud e della Sicilia. Allora, un poeta povero, emarginato e prigioniero della reclusione sociale, cantò:

C’è una terra tra l’Etna e il mare

un filo di case sull’unghia

di monti che s’avventano scheggiati

sulla lastra del cielo

 Le mura sbarrano

 umide ciglia sulla strada

Bobby sulla sabbia acciambellato

nel sonno abbaia il suo dolore

per l’esilio del padrone-schiavo

 Il Canonico sul trapezio del bastone

 nell’astuccio di stoffa militare

addita ai passanti le ferite

della guerra che non vogliono guarire

ogni giorno sul corso fuma il tempo

in un ruvido fornello d’ironia

 Nel bar si gioca a carte si discute

del salario dell’anemico lavoro

si contano i giorni necessari

per la mutua gli assegni familiari

si spera nel cantiere forestale

per la dote dei figli per la casa

per le cambiali del televisore

 Nei petti tatuati dalle pene

don Santo tenace giocatore

rinserra la speranza della vincita

 per felpare sorsate di miseria

 – Fate come me tentate la schedina

pregate i trapassati

che vi dettino nel sogno la cinquina

in questo paese lazzarone

non c’è altro rimedio salutare –

5

Si sarebbe dovuto aspettare chissà quanti terribili anni, per la nascita della Repubblica in Italia e per potere essere garantiti in tutti i diritti umani e sociali da una perfetta Carta Costituzionale, redatta dal Comitato di saggi, formato da elementi di tutti i partiti che si erano riconosciuti fratelli nella lotta della Resistenza. Con il libro in tasca, mi recai in un luogo solitario, popolato solo da alberi di ulivo e più in là da un manto di verde giardino e al centro caratterizzato da in lieve avvallamento del terreno, ricoperto di soffice erba, dove mi sdraiai con la pancia per terra e lo sguardo puntato sulle pagine del libro, comprato rinunciando alla merenda. Lessi avidamente per circa 5 ore il dipanarsi del romanzo e rimasi conquistato sia dal personaggio di Bube, eroe della Resistenza, sostenuto dalla forza dell’amore di Mara, che faceva da collegamento tra le diverse brigate, portando messaggi e informazioni e che faceva la spola per assicurare gli alimenti ai combattenti e particolarmente al suo Bube, che la ringraziava con sguardo amoroso. Finita la guerra fratricida della Resistenza, Mara, come aveva sognato, incominciò a faticare insieme al suo Bube, di crearsi una famiglia, resa più sicura dalla vicinanza del suo innamorato. Ma, mentre si recavano in autobus in città, ebbe uno screzio con un prete e, invece, di risolvere la diatriba in modo razionale, Bube che era ancora accecato dalla violenza della guerra non si era adattato alla nuova convivenza pacifica dopo la fine della guerra, con il sangue di tanti caduti nella lotta e con lo stravolgimento della ragione a causa degli orrori vissuti, scelse, come soluzione della contesa, la violenza e aggredì il prete fino ad ucciderlo. Fu arrestato, ma considerandolo un eroe della Resistenza, la pena inflittagli non fu eccessivamente severa e venne condannato a sette anni di carcere. Mara con tanta amarezza nel cuore, lo andava a trovare ogni settimana con il treno diretto a Voghera. Bube l’aspettava con molta emozione, avvertendo un sempre più forte sentimento d’amore. Durante la sua detenzione, non aveva altro interesse, se non il pensiero dell’arrivo di Mara. La donna, su uno dei viaggi in treno, conobbe un giovane molto gentile che la salutò umilmente. Era uno studente universitario, di umili origini, ma molto colto e modesto che si innamorò del comportamento sobrio e gentile e degli occhi parlanti di un segreto dolore. Fu un vero e spontaneo sentimento d’amore di Mario nutrito verso la giovane ragazza e in lei, durante gli intensi colloqui in treno, aveva individuato la donna, dotata delle qualità che una vera donna deve possedere per essere amata per sempre e con la quale poter formare una sana famiglia. Un giorno, i due, in cui era nata una fraterna amicizia, si trovarono vicini immersi nel reciproco sguardo. Avvertirono ambedue un vertiginoso palpito del cuore e, travolti da uno spontaneo e ingenuo impulso d’amore, i due erano sul punto di sfiorarsi con le labbra, ma Mara, assalita da un improvviso rimorso, scattò all’indietro, dicendo tra sé, ” No, Non posso, io sono la ragazza di Bube, non posso, non posso”.

Si salutarono, augurandosi buona fortuna. Mario si recava all’Università per l’ultima volta, era già il giorno della Laurea. Non si rividero più. Mara rassegnata continuò ad attendere l’uscita dal carcere di Bube davanti al penitenziario e un fortissimo abbraccio li legò per sempre. Aveva trionfato un sentimento eroico che aveva saputo superare immani difficoltà, viaggiando sui valori più alti del vero amore, accantonando le febbrili aneliti del corpo e celebrando simmetricamente le sistole e diastole del cuore in un esemplare, felice e santificato, limpido rapporto d’amore. Intanto, io ero arrivato alla fine e sentivo il mio cuore gonfiarsi di gioia, riflettendo sull’insostituibile ruolo della letteratura in un processo di formazione dei giovani che solo, imitando esemplari storie d’amore, potranno raggiungere la gioia di vivere. Invece, quando in un rapporto sentimentale prevale l’ossessione del sesso, il sentimento s’infrange in una maniacale follia. Alle ore 13, 20 presi l’autobus di ritorno al paese, che passava nella sottostante strada e, vedendo Rina, salutandola mi sedetti accanto a lei. “Da dove spunti? Non ti ho visto in classe oggi, cos’è successo? M sono preoccupata per te, che hai trascorso un periodo difficile.” Con assoluta sincerità, le raccontai ogni cosa: i motivi della mia assenza e della mia latitanza silenziosa, l’acquisto del libro, il mio rifugio sulla collina degli ulivi, le lunghe ore dell’appassionante lettura che mi aveva totalmente coinvolto sia sul piano sentimentale, sia nel conflitto interiore di Mara, in cui l’amore profondo per Bube l’aveva salvata da un grave errore, dovuto ad un momento di fragilità della sua triste esistenza. Il resto della storia non glielo raccontai, perché lei, mi interruppe, dicendomi:” Vorrei leggerlo anch’io. Me lo presti?”. Risposi decisamente:” Ma, certo, anzi te lo do subito. Mi fa molto piacere che lo legga anche tu, Ti sentirai trasformata e dolcemente arricchita nella maturazione di un vero sentimento” Rispose:” Grazie, te ne sono grata. Appena lo finirò di leggere, te lo restituirò”, Trascorsi il pomeriggio, impegnato nello studio. Avevo Italiano, latino, storia, scienze e Educazione Fisica ed ero contento anche di non vedere in classe il mostro della matematica. Così, avrei potuto studiare serenamente. In un’ora completai lo studio delle altre discipline e, alla fine avrei avuto tutto il tempo necessario per studiare la seconda parte del V Canto dell’Inferno di Dante, dove sono condannati gli incontinenti, cioè coloro che non seppero controllare i propri istinti e furono travolti dalla trasgressiva bufera d’amore, come Paolo e Francesca, condannati ad essere trascinati insieme, come uniti furono nel tradimento e nell’irrefrenabile desiderio d’amore, da un incessante vento infernale. Sono colpevoli del tradimento del marito della donna, sposata con Cianciotto, un giovane deforme, costretta dalla famiglia per motivi politici. Il loro matrimonio avrebbe fatto cessare le famiglie dei Malaspina e dei Malatesta e renderle alleate. Dante chiede alla sua guida, Virgilio, simbolo della ragione e della poesia, di poter parlare ai due sciagurati. La confessione di Francesca commuove il poeta, che riflettendo sulla confessione della donna, prova un forte sentimento di pietà, anche per se stesso, vittima di un impossibile amore, cade a terra svenuto. Dante chiede alla sua guida di voler parlare a quelle due anime peccatrici con questi versi:

 “parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,

e paion sì al vento esser leggeri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno

più presso a noi; e tu allor li priega

per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,

mossi la voce: «O anime affannate,

venite a noi parlar, s’altri nol niega!».

Quali colombe dal disio chiamate

con l’ali alzate e ferme al dolce nido

vegnon per l’aere dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,

a noi venendo per l’aere maligno,

sì forte fu l’affettuoso grido.

«O animal grazioso e benigno

che visitando vai per l’aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,

noi pregheremmo lui de la tua pace,

poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,

noi udiremo e parleremo a voi,

mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui

su la marina dove ‘l Po discende

per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte:

Caina attende chi a vita ci spense».

Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,

china’ il viso e tanto il tenni basso,

fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,

e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri

a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,

a che e come concedette Amore

che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto

dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso

esser baciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.

Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l’uno spirto questo disse,

l’altro piangea; sì che di pietade

io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

Tali versi mi indussero a riflettere molto. L’amore di Francesca per Paolo è vero un atto di trasgressione, ma scaturì da una attrazione sensuale e oltre a rappresentare una colpa cosciente, si realizzò in una modalità corporale e perciò, passionale e degradante e non spiritualizzato, per cui fu punito dalla giustizia divina a soffrire nel fuoco infernale sospinti da un incessante vento di fuoco, secondo la legge del “contrappasso”, mentre l’amore di Beatrice che è sorgente di amore spiritualizzato è confezionato con tanti ingredienti che lo rendono invulnerabile e eternamente felice. Anche l’amore di Mara per Bube non si nutre di puro materialismo, ma sopravvive alle devastazioni della guerra e non cede al codice dell’istinto, e obbedisce a quello della purezza e della condivisione del dolore, per purificarsi e “diventare santo”. Io continuai a frequentare la scuola a giorni alterni, nei giorni in cui c’era l’ora di matematica. Allora mi fermavo alla solita libreria e compravo le ultime novità degli scrittori e dei poeti contemporanei e a poco a poco, utilizzando anche i prestiti della Biblioteca popolare, acquisii tante conoscenze della produzione letteraria italiana del Novecento, che continuai a leggere e collezionare in biblioteca con tutte le opere dei ben noti autori. Dalla mia postazione di lettura, vedevo i miei compagni in classe, che, quando potevano, mi salutavano sorridenti con un cenno della mano. Poi non fui più il solo “abitante” di quel santuario della lettura, ma diverse volte mi rese felice la compagnia dei miei più sinceri amici, Ninetto e Felice, compagni di assoluta bontà e onestà, con cui condividevamo anche lo studio quotidiano. In tal caso, mi fermavo nelle loro case, fino all’ora in cui l’autobus rientrava al paese, dove rimaneva ogni notte. Ma molte volte, concordavano con Rina di studiare insieme a casa sua, per poter capire insieme, ciò che a scuola non avevamo capito. La nostra frequenza a casa sua si intensificò, quando mi venne in mente di informarla su quella ragazzina che mi aveva colpito mentre attendeva in fila per ricevere la comunione. Subito esclamò: “La conosco, sono molto amica della sorella Nella. Sono nate in Calabria, dove il padre era maresciallo dei carabinieri. Dopo, sono rientrate con l’intera famiglia a Bafia, da dove i genitori, dopo essersi sposati, erano partiti. Sono una famiglia di persone molto serie e oneste e, soprattutto la piccola è molto riservata e trascorre le giornate in casa, aiutando la mamma nelle necessità familiari. Per ora, sta imparando a lavorare all’uncinetto.”

“Da quando la vidi, rimasi talmente folgorato, che sono rimasto come imbambolato per un po’, finché si dissolse nella folla dei fedeli. Mi rimase stampato nel cuore il suo accenno di lieve sorriso e quei suoi occhi in cui sembrava roteare un microcosmo di frammenti colorati e luccicanti come un arcobaleno di stelle. Mi è sembrato di percepire la presenza di un atomo celeste, ricco di ogni forma e colore dell’intero universo. Tale ricordo, improvvisamente, planava nei miei angosciosi pensieri, mi accarezzava un istante e poi spariva, lasciandomi sgomento. Tuttavia, quel visino innocente che, mentre riceveva l’ostia sacra, sembrava un atollo, al cui fondo fluttuavano microonde di segreta sofferenza, da cui si innalzavano schizzi di lacrime dorate, insomma l’impronta unica di quell’interiore fermento di luci brillanti nella penombra della Chiesa, appesantita dall’ urtarsi dei corpi che si avvicinavano all’arte. Te ne parlo, perché da un po’ di tempo, saltuariamente, sento in fondo al cuore frusciare calda la stessa carezza, che sembra cancellare per un attimo il mio disagio esistenziale”. Rina ascoltò in serrato silenzio la mia confessione e dentro di sé si chiedeva:

” Ma perché confida a me i suoi dilemmatici e sofferti sentimenti? E’ molto disorientato, non sa a cosa aggrapparsi, è alla ricerca di certezze, per poter continuare a vivere e insegue ogni illusione”.

Allora, immergendo affettuosamente il suo sguardo nei miei occhi malinconicamente sognanti e, con gentile risonanza della voce, mi disse:

“Cosa posso fare per fugare le tue inquiete incertezze. Ti prego, se vuoi, di considerarmi come una sorella. Ti conosco fin da ragazzino e ho imparato a capire la tua acuta sensibilità, ma anche i tuoi progetti ideali che, purtroppo, in questo paese privo delle cose essenziali, di vuoto culturale, di analfabeti, di gente che pensa solo alla sopravvivenza, senza ricevere aiuto o attenzione da parte delle istituzioni, che, come ben sai, nemmeno si accorgono che tali creature invisibili muoiono senza rumore e privi di alcuna assistenza medica e sanitaria, perché nessuno li informa dei loro diritti, né loro possiedono gli strumenti indispensabili per poter accedere alle informazioni. In tale situazione cimiteriale, l’Ente locale dovrebbe organizzare uno sportello informativo, qui, in quanto non tutti riescono a raggiungere la sede comunale, perché impegnati nel lavoro dei campi e sono privi di mezzi di comunicazione”. Rimasi sorpreso e affascinato dalle sue eccezionali riflessioni, che coincidevano con quanto io avevo sempre capito e sognato di poter essere utile alla guarigione di tante storture sociali, generate dall’avidità genetica dell’egoismo esasperato dei ricchi tiranni, che come parassiti si erano ingrassati, spolpando la pelle dei servi della gleba, per saziare le avide gole. Rina aveva ragione. Nessuno si era occupato di loro, come se non esistessero, come se non avessero versato il proprio sangue e quello dei loro cari per un’invisibile bandiera, come se ogni giorno non continuassero a versare sudore e sangue nei cari amati solchi, per garantire la vita a tutta la società, che senza la sofferenza degli eroi della gleba, sarebbe morta nel lazzaretto della fame, per mancanza assoluta di cibo. Non avrei immaginato che Rina, appartenente ad una famiglia agiata, si potrebbe definire “borghese”, nutrisse una visione così filo-popolare, come pochi militanti al fianco dei poveri sfruttati. Allora, trasmisi a Rina le riflessioni che avevo fatto sulle opinioni di lei:

” Sono felicemente sorpreso delle tue lodevoli convinzioni umanitarie e sociali. Tu, che appartieni ad una famiglia nobile, sei veramente ammirevole per il tuo grande sentimento umanitario, maturato nel benessere familiare. Visto che mi conosci bene, sai che io mi identifico nelle tue certezze e, mi permetto di considerarti sorella. Ma, come mi chiedevi, puoi aiutarmi ad organizzare la “Passio Christi”, in modo di essere solidali con la nostra gente, facendo loro capire che “Gesù è il loro vero amico e protettore”.

Rina osservò:

“Sarebbe una bella iniziativa! Ma chi ci sosterrà nell’affrontare le significative spese per i vestiti antichi, per la divisa dei soldati, dei Re e per tutto ciò che occorre per l’organizzazione. E quanti ragazzi occorreranno per formare il “cast” necessario per la realizzazione di una impresa così impegnativa? Chi insegnerà a loro come recitare?”

Risposi: “Chiederemo aiuto alla Chiesa. Per le strutture, potremmo chiedere la disponibilità gratuita di Pippo il falegname che ha dimostrato una buona capacità inventiva; per le vesti ci rivolgeremo a Rosa, che è stata allevata dalle suore e che si è sempre impegnata nelle iniziative ecclesiastiche ed umanitarie. Per il resto che ci manca, ci rivolgeremo ai paesani e per altro non reperibile qui, chiederemo aiuto alle parrocchie vicine, che si dedicano anche a queste iniziative religiose.”

Rina condivise i miei suggerimenti e, a sua volta, chiese:

“Ma La Madonna e Gesù chi sarà capace di interpretarli? Non credo che troveremo persone adatte”.

Osservai:” Se non troveremo nessuno adatto, li interpreteremo noi: Tu la Madonna ed io Gesù. Anzi, ti comunico che io avevo già abbozzato un testo, in sintonia con il contenuto dei Vangeli e sottoposto al giudizio del parroco; ma noi lo rivedremo, integreremo con episodi anche attualizzandoli, e adotteremo alle capacità recitative dei prescelti. Per la preparazione alla recitazione, coinvolgeremo anche il parroco e faremo le prove in canonica. Sei d’accordo?”.

Lei immersa nelle sue valutazioni, rispose:

“Sì, in linea generale sono d’accordo. Anzi, entusiasta. Ma dobbiamo verificare tutto quanto, anche le mie capacità di saper interpretare un così celeste personaggio”

Osservai scherzosamente:

“Ma tu sei una vera Madonna, con quei stupendi occhi azzurri, sei lo specchio del cielo, ce la farai certamente”.

Fui soddisfatto di aver trovato Rina come collaboratrice. Allora, La pregai, vista la sua disponibilità sincera ad aiutarmi, le chiesi una cortesia: ”Potresti chiedere a quella ragazza, di cui ti parlavo prima, se vuole partecipare, anche con sua sorella? Potremmo affidarle il ruolo dell’Arcangelo Gabriele che è scelto da Dio, per annunciare alla Madonna, quanto Dio ha preparato per lei?”

Rina sembrò un po’ sorpresa, perché io avevo lasciato per ultima questa mia richiesta.

“Perché non me lo hai detto prima, temevi una mia risposta negativa o non lo hai fatto per insicurezza”.

Molto imbarazzato, risposi:

“Ti confesso che ero molto confuso e mi sembrava di navigare su un mare in tempesta, senza alcuna bussola e tale tentativo di ancoraggio, mi sembrava una scialuppa di salvataggio per continuare a navigare sulle acque insidiose della vita, una lucciola luminosissima che avrebbe rischiarato il sentiero buio della mia esistenza. Per tale motivo, cercavo il tuo aiuto, perché ero consapevole che da solo non ce l’avrei fatta e temevo di sentirmi perduto per sempre. Ora, tu, con il tuo sostegno di una vera sorella, mi incoraggi a sperare che la mia vita possa trovare il percorso più giusto, grazie a te”.

“Sarò lieta, se riuscirò a farti sorridere sinceramente”.

“Sinceramente? Cosa vuoi dire che io non sono sincero-?.”

_ Assolutamente, no. Come puoi pensare una simile mostruosità? Ti perdono, perché ti voglio bene e capisco perfettamente che ancora sei tormentato da quella piaga e stenti ad importi un equilibrio. Perciò, dicevo “sinceramente”, volevo dire “sinceramente con te stesso”, perché questo, tu cerchi, senza averlo trovato ancora”.

-Sì, ti ringrazio di vero cuore, per aver capito ciò che nessuno ha capito così profondamente e mi sono sentito sempre solo e incompreso. Ma sono convinto che, con il tuo aiuto, ce la farò. Ma, anch’io devo conoscerti nello stesso modo, perché sino ad ora, ti ho apprezzato e anche voluto bene, solo per la preziosa capacità di comprensione dei nobili valori della vita che sono stati molto utili, anche a me, per la condivisione di esperienze tristi, per la linearità dei tuoi maturi ragionamenti, ma, sommerso da tante incertezze, sono stato egoista, e non ho potuto con decisione dedicarmi a capire il tuo mondo interiore, il tuo distacco dalla realtà che ci circonda, non ho percepito sulle tue labbra le emozioni del tuo cuore. Perché, non riesco a trovare una giustificazione alla tua indifferenza sentimentale, mentre tutti ammirano la tua intoccabile bellezza”.

– Vuoi, per forza, farmi riaprire un doloroso squarcio del mio cuore che ogni giorno mi sforzo di saturare avvolgendomi nell’amarezza della solitudine e cerco nei libri le pagine assorbenti del mio piangere muto. Se ciò può provocare altro turbamento, ti chiedo scusa, anzi ti chiedo perdono in ginocchio, ti voglio molto bene e preferirei uccidermi che darti un qualsiasi dispiacere. Se, invece, desideri liberarti da un groviglio interiore e vuoi condividerlo con me, sappi che puoi contare sul mio assoluto sostegno “

– Ho riflettuto a lungo anche su questo. Ma ora che so di poter contare su di te, come un fratello, forse è venuto il momento di sentirmi più libera e meno condizionata totalmente nelle mie azioni. Io ero una bambina sempre allegra e gioviale. Mia madre mi adorava e ad ogni parola aggiungeva “perlina mia, sei la mia vita” e mi abbracciava fortemente”. Giocavo spensierata con i miei coetanei e nutrivo una sincera simpatia verso un ragazzino della mia età, con cui preferivo giocare. Mio padre, rude e selvaggio, un giorno mentre giocavo in terrazza con quel ragazzino, mi afferrò con furia bestiale e mi sbattè violentemente contro il muro. Mi ruppi quattro denti, mi fratturò due costole e si allontanò borbottando ingiurie. Mi raccolse per terra mia madre che, con dolci parole, mi incoraggiò e mi lavò il sangue che sgorgava sul viso e sulle gambe, mentre io, piangendo, balbettavo:

” Ma che male ho fatto, per meritarmi ciò. Cosa ho fatto, mamma!”.

Non ci pensare, mia dolce bambina, forse era arrabbiato per gli affari suoi. Cerca di non pensarci più. Gli passerà, vedrai, tu, non hai fatto nulla di male” e continuava ad abbracciarmi e ad accarezzarmi. Un Venerdì, che non potrò mai dimenticare, mentre ero impegnata a farmi i compiti nella mia stanzetta, sentii salire per le scale, una donna: uscii a guardarla, non l’avevo mai vista in paese, malvestita, con i capelli scomposti, la faccia smunta e un po’ bruttina, le scarpe sporche di terra e si capiva che era una contadina. Salì diritta al piano di sopra, chiedendo permesso. Mio padre, che era seduto davanti al focolare, rispose:

“Avanti”.

Appena la vide, si infuriò e le disse:

”Come ti sei permessa di venire in casa mia? Ti avevo ordinato di non cercarmi più e di dimenticare che esisto. Vattene. Altrimenti ti faccio saltare le scale a calci.”

La donna non si mosse, ma piangendo, gli disse:

” Sono venuto, perché non ce la faccio più a dare il pane ai bambini che da due giorni piangono per la fame. Mi straziano il cuore a sentirgli chiedere il cibo. Non so cosa fare, Sono venuta, perché tu sei il loro padre che nemmeno conoscono ed io, finchè ho potuto provvedere da sola, non ti ho mai dato fastidio, per non sfasciarti la famiglia, ma ora non posso farli morire di fame. Sono anche i tuoi figli, anche se nati da un tuo atto di violenza. Non hai pietà dei tuoi figli? Tra una settimana sarà Natale ed io non so se ci arriveranno. Quindi, abbi pietà, dammi qualcosa per poterli sfamare”.

Lui la guardò con disprezzo e le ordinò:

“Vattene, vai, via, troia, e non farti vedere più da me, altrimenti te ne pentirai”.

Con spintoni, la scaraventò dalle scale e lei, piangendo e chiedendo aiuto, scomparve. Il giorno dopo, un pastore che si recava al lavoro sui monti, passando vicino al famoso pozzo della morte, guardò dentro, come soleva fare ogni volta, e con immenso dolore, vide, attraverso la trasparenza dell’acqua, l’immagine di una donna che teneva in braccio i due bambini già morti. La notizia si sparse subito in paese e dai commoventi commenti, appresi che quella sfortunata donna era stata colona del barone G., rimasta sola, dopo la morte dei genitori e, mio padre, che aveva pieni poteri nella baronia, dopo il trasferimento a Messina del Barone, vigliaccamente e brutalmente l’aveva violentata due volte, minacciando di cacciarla via dalla casa e dal lavoro, se lei avesse parlato. La verità mi impedì di uscire tra la gente per il dolore e per la vergogna. Mi sentivo indegna di vivere, sapendo che ero figlia di un mostro che aveva violentato una creatura indifesa e orfana, approfittando della sua condizione di serva e di essere stato disumano, più di un mostro, causando la morte dei propri figli e della donna che lui aveva reso uno straccio e indotta al suicidio, senza aver potuto godere un solo giorno nella sua sfortunata esistenza . Volevo uccidermi anch’io. Ma mi trattenne l’amore di mia madre, a cui non volevo dare un così grande dolore che l’avrebbe stroncata. Non riesco a dirti di più. Ma ora mi sento un po’ alleggerita, perché ti ho rivelato il mio segreto strazio, da cui scaturiva il mio comportamento: Chissà da te come è stato interpretato.”       Le lacrime scivolarono sul suo dolce viso come perle oscurate dal dolore ed io, sconvolto, non trovavo parole per consolarla. Mi alzai di scatto e corsi ad abbracciarla fortemente per farle sentire il calore del mio affetto.

“ E’ tremenda la storia che mi hai raccontato e capisco lo strazio che in questi anni ti ha lacerata. Ma devi farti coraggio. Devi ritrovare la forza di vivere e andare avanti per costruirti il tuo futuro. Io ti sarò sempre vicino perché mi sento un tuo fratello e ti aiuterò in ogni modo, per farti ritrovare la tua strada”. Si strinse ancora un po’ a me. Alla fine, quando si staccò, la accarezzai più volte, dicendole:

” Coraggio, Rina, coraggio, tu sei stata un’altra innocente vittima del Male e Dio ti assisterà, perché tu sei sempre stata un’affettuosa e credente creatura”.

Fuori, il sole, come una palla infuocata stava annegando all’orizzonte dietro il promontorio di Tindari, dove al suo posto si stavano accendendo le luci ed era già calato il buio, avvolgendo nel suo mantello la notte: nessun segno di vita umana infrangeva il cuore del silenzio; Solo il vento, il vento famoso delle Mulinella, come una lama sottile squarciava l’aria, s’infilava fischiando nel budello delle case di Stretto Mulinella e svaniva nel vuoto già invaso dal denso crepuscolo, avviandosi invisibile verso il fuoco del Vulcano, già inghirlandato da una pioggia di stelle. Io, con le lacrime in gola, scusandomi per l’ora inopportuna, mi allontanai, discesi le scale con gli occhi appannati, lasciandole un dolce sorriso di solidarietà e di speranza. Mentre imboccavo l’uscita, lei ferma sull’ultimo gradino delle scale, Con un soffio flebile di voce, mormorò:

“Grazie, ci rivedremo domani?”

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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