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BRICIOLE DI UN SOGNO

CARMELO  ALIBERTI

Romanzo—IV  puntata   

La follia  sessuale del Marchese

La ricerca dell’identità alle radici della storia

Il setacciamento dietro le quinte archeologiche

La delusione  di Sebastiano  sbranato negli Inferi della politica

Il Calvario di Venera e la Provvidenza Divina

Il sogno infranto del riscatto sociale e l’illusione garibaldina.

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Della scomparsa del Marchese dopo l’ultima partenza per Napoli, non si ebbero più notizie e anche i compagni di gioco e di scandali lo dimenticarono presto. Ma i suoi ex servitori lo ricordavano ancora, soprattutto per le sofferenze, i soprusi e la crudeltà con cui erano stati trattati. Perciò, quando ritornò al paese Lorenzo, un giovane povero appartenente ad una sfortunata famiglia del paese, che era stato accolto dallo zio a Napoli per continuare gli studi, interrotti, dopo la V elementare, fino alla laurea, gli ottimi risultati in Giurisprudenza, gli agevolarono il successo nel concorso statale come cancelliere al Ministero degli Interni. Lorenzo non si era montato la testa per il salto di qualità avvenuto nella sua vita ed era rimasto il ragazzo umile dell’infanzia. Perciò, appena lo videro entrare nel piccolo bar, con il passaparola si ritrovarono insieme davanti all’ingresso, per salutarlo. Appena li scorse, Lorenzo lasciò la tazzina con il caffè sul banco, con una monetina vicino, e uscì per abbracciarli con un sorriso di gioia sulle labbra. Il saluto si trasformò in un coro di allegria. Si assisero poi sui banchi e sulle sedie sfilate da quelle accatastate accanto al muro, disposti a cerchio attorno al tavolino, lasciandosi trascinare nel passato dai comuni ricordi. Cessato “l’amarcord”, tutti tacquero. Nel silenzio improvviso, si levò la voce di Dario, suo compagno di banco alle elementari, che, costretto a rimanere al paese, aveva incominciato a lavorare come manuale e, dopo aver bene imparato il mestiere, era diventato muratore, molto impegnato nell’espansione edilizia del piccolo borgo, dove continuavano ad affluire dai monti o dalla lontana campagna al di là del robusto bastione che impediva al violento fluire del fiume di invadere i poderi coltivati, sommergendo i frutti di tanto lavoro e proteggeva dalla furia delle acque le mura della piccola Chiesa di Santa Venera, costruita durante l’espansione dell’Ordine dei Benedettini, che intorno all’anno mille, si erano insediati nel territorio di Barcellona, allocandosi nel Monastero dei Basiliani, da loro costruito sul fianco occidentale della collina sopra Nasari, luogo solitario di preghiera e di lavoro. In un periodo successivo,a causa delle persecuzioni dell’imperatore dei Normanni,Re Riccardo II, che voleva espandere il proprio dominio sull’intera isola,per assicurarsi il dominio assoluto dell’isola, concesse molti benefici e donazioni di marche ai già possidenti feudatari locali,ampliando il loro potere assoluto nelle marche di loro dominio, e la concessione di servi della gleba catturati durante i loro assalti predatori e devastanti dei villaggi. In tal modo, si sentivano di godere dei privilegi e del diritto di vita, di morte e di torture sui loro schiavi, che erano anche costretti ad adorarli come il Dio in terra. Avevo appreso, dalla lettura di un grosso volume di ricerche preziosissime del prof. Nino Quattrocchi, un appassionato di storia antica e di archeologia del territorio e autore di diversi volumi unici, tanti episodi inediti  risalenti a periodi storici, mai immaginati, della storica  tirannide delle nuove divinità, che potevano uccidere capricciosamente o vendere come oggetti i loro schiavi ad altri padroni e costringerli anche a subire i loro sadici vizi o accettare piangendo anche i loro laceranti stupri femminili e maschili, operati animalescamente anche sui figli e sulle bestie o scambiarsi promiscuamente figli, mogli e bambini per vituperevoli abusi sessuali.  In una profonda grotta di fronte al Convento, viveva segregata una donna, chiamata Venera, appartenente ad una nobile famiglia di e guerrieri, impegnati nell’espansione del loro territorio attraverso guerre di sterminio delle popolazioni vicine, sotto la guida di due fratelli violenti e ambiziosi, che con la forza volevano combinare il matrimonio della sorella con un membro del potente Casato concorrente, con l’obiettivo di unificare i loro territori in un potente casato. Venera aveva rifiutato ogni proposta di matrimonio e, dotata di una forte e profonda spiritualità, si recava ogni mattina nella poco distante chiesetta dei Basiliani, trattenendosi sull’inginocchiatoio concentrata nella preghiera. Appena i fratelli incominciarono a picchiarla per costringerla a sposare l’uomo da loro proposto, in loro assenza, fuggì di casa, rifugiandosi prima nella grotta e poi, per non essere raggiunta dai fratelli, pronti ad ucciderla in caso di ulteriore diniego, decise di allontanarsi il più possibile dalla grotta, dove viveva segregata volontariamente per poter rimanere fedele al suo vero Sposo, Gesù, e volò verso i luoghi più impervi e protetti nel fitto bosco dispiegato, come un verde mantello, sulla parte più alta dei Peloritani, dove, rivestita del verde del bosco, si rifugiò alla ricerca di un rapporto mistico con il Creatore. Là digiunava per giorni e giorni, finchè, i numerosi pastori e contadini della contrada, dove ogni anno, nel mese d’agosto per un’intera settimana si organizzava una fiera importante, molto affollata dagli abitanti delle Contrade vicine, come quelle dell’Acqua Santa, di Persicari, del Gelso, di Mandale, di Sant’Andrea, di Rappazzo, di Alfarano, di Spadaro, di Bafia, di Rodì e Milici, di Termini, di Fantina e Fondachelli, di Novara Sicilia, di Antillo, di Castroreale e Barcellona, di Mazzarà, di Falcone  Furnari, e anche da microcomunità  disseminate nell’ampia circonferenza di Valdemone,  per  vendere quanto avevano prodotto in abbondanza e acquistare animali di ottima qualità, per  migliorare  i loro armenti. I visitatori aspettavano quei giorni per acquistare anche nuovi strumenti di lavoro, per sostituirli a quelli già logori, introvabili altrove. Gustavano le salsicce locali, cotti su focolari improvvisati o presso il bancone dei venditori ambulanti, che erano forniti anche di ottima qualità di vino, soprattutto proveniente dai vigneti delle pendici dell’Etna e molto ricercato per l’inconfondibile aroma che lasciava in bocca un gusto edenico. C’erano anche eccezionali prodotti caseari, derivati dal genuino latte di pecora, di capra o di mucca, che i venditori prima facevano assaggiare. Fuori dell’abitato, su tegole infuocate, i macellai erano intenti a seguire il processo di cottura della carne di capra, ben condita per renderla più cotta e gustosa, per consegnarla a chi si era prenotato. Gli abitanti del borgo, a loro volta, festeggiavano l’evento preparando un gradevole pranzo abbondante per gli ospiti, venuti da lontano e, in tali circostanze, nascevano amicizie sincere, non consumabili nel tempo. Prima del ritorno a casa, molti compravano un regalino per i bimbi, come ceci e confetture, ma anche “ciaurrina” ( un tradizionale dolce di miele a forma di treccia, preparato e venduto solo in certe ricorrenze religiose) e palloncini colorati, o flauto e marranzano, che i piccoli volevano usare subito. Intanto, la giovane Venera tenacemente resisteva al logorio dei prolungati digiuni, finchè si accorsero di ciò, le donne del villaggio, mentre ricorrevano alcune pecore che si erano perdute nel fitto bosco di querce. Attratti dall’eco sottile di una voce orante, corsero in quella direzione e videro un’esile figura femminile in ginocchio ai piedi di un albero. Si avvicinarono e chiesero le ragioni del suo vivere tra fame e solitudine. La giovane non rispose, ma di fronte alle insistenze delle donne che la invitavano a scendere al villaggio e rimanere loro ospite, cedette ed accettò l’invito, con l’accordo che lei sarebbe tornata nel bosco per continuare a pregare Gesù, a cui aveva deciso di dedicare la sua vita e di voler rimanere pura nel corpo e nell’anima. Le donne rimasero turbate dalla confessione di Venera e chiesero di potersi associare a Lei in qualche giorno di preghiera. La giovane, nel sentire tale desiderio, avvertì nel cuore un palpito di felicità e, a sua volta, le pregò di volerla accettare come compagna di lavoro. Con il trascorrere del tempo, le amiche si resero conto che quella povera e sfortunata fanciulla, non poteva resistere più a lungo al gelo notturno, né lo scendere e salire durante i freddi e piovosi giorni dei rigidi inverni. Allora, organizzarono una riunione e all’unanimità decisero di costruire dentro l’abitato una chiesetta, dove poter pregare o incontrarsi quando sarebbe stato necessario. Incominciarono a trasportare le pietre necessarie dal greto del fiume e a preparare la calce prodotta da quelli che conoscevano bene la tecnica dell’elaborazione. Con la creta abbondante che era vicina, costruirono le tegole per il tetto e con i tronchi degli alberi ricavarono le porte necessarie. In breve tempo, la chiesetta fu completata, Si entrava dall’uscio aperto sul giardino; sulla parete a destra ricavarono uno spazio vuoto, per inserirvi un piccolo altare di lucide pietre sovrapposte e incollate con la calce. Nelle pareti frontali costruirono due arcate per la collocazione di immagini sacre, realizzate da chi sapeva usare il pennello. Su lato sinistro appesero con un grosso chiodo una croce di legno su cui era stato istoriata la figura del Cristo messo in croce. Subito la chiesetta divenne il centro di tutto. Una mattina di fine luglio, una fedele, prima di avviarsi a lavoro nei campi, entrò in chiesa per la rituale preghiera, ma rimase sorpresa nel vedere pendente dal muro dietro l’altare, un bellissimo quadro che assomigliava alla donna del Bosco. Nessuno sapeva chi l’avesse portato, né si riuscì a conoscere la sua collocazione futura, dopo la scomparsa dalla pieve. C’è chi sosteneva che l’aveva prelevato il marchese, proprietario di quel territorio, per custodirla nella galleria personale a Messina, altri attribuirono la scomparsa del quadro a ladruncoli su commissione, ma la verità non si è mai conosciuta. Quel piccolo centro sacro divenne la meta settimanale di tanti devoti. In seguito ad un terrificante temporale, avvenuto forse nel Seicento, arrivarono in quel luogo che già era diventato nell’immaginario collettivo, luogo di santità, 8 monaci benedettini dal cenobio di Catalimita, dove si erano stabiliti i membri di una costola della numerosa confraternita barcellonese,in un convento costruito all’ingresso del piccolo borgo, lontano da altri centri abitati,per poter sentire la scansione delle preghiere del cuore pulsare con il palpitante fruscio delle foglie degli alberi,sottilmente sibilanti lievemente sospinte dal fresco respiro del torrente che solcava il letto della valle sottostante. Per poter far fruttificare quella terra i benedettini avevano bisogno di manodopera esperta e di conoscenza delle peculiarità dei diversi tipi di territorio,per poter individuare le superfici coltivabili, e quelle da adibire al pascolo del gregge e delle mucche. Perciò,chiesero informazioni al “sovrano” del luogo, che senza alcuno scrupolo vendette loro numerosi schiavi, servi della gleba più sfruttati, ad un prezzo elevatissimo: avrebbero dovuto consegnare al Marchese,per 10 anni, il prodotto delle loro terre, compresi il formaggio,la ricotta, gli agnellini e i capretti ogni anno.

I frati furono costretti ad accettare tali adempienze e rincarare la dose pesante dei loro voti. In seguito a tali restrizioni, decisero di dividersi in due gruppi e 4 di loro, di buon mattino,partirono verso nuove mete. Dopo un giorno di percorso a piedi scalzi attraverso luoghi impervi e sconosciuti, scorsero due pastori che bivaccavano,alternando il suono del flauto, con una fitta conversazione sulla loro attuale condizione o sui progetti futuri. sotto le ombrose fronde di una quercia che affondava le radici dentro gli argini  del torrente di Venera. Gli si avvicinarono e furono accolti con entusiasmo,visto l’abito che indossavano. Da loro appresero la leggendaria storia della Santa e con le indicazioni dei due pastori,riuscirono a trovare il luogo “santo,baciarono la nuova terra e decisero di edificare il oro convento a fianco della piccola pieve. Vi rimasero fino alla disastrosa alluvione del 1882, che sommerse gli abitati, scoperchiò la chiesetta e inghiottì i monaci, le altre persone che si trovavano lì e anche il bestiame, inghiottiti dal furore delle acque del ruscello. Dell’abitato rimasero solo le mura a futura memoria e quel luogo fu ribattezzato come Santa Venera, appena la sposa di Gesù fu innalzata sull’altare della santità.

Il gruppo di amici e paesani continuava ad ascoltare in silenzio, seduti attorno al tavolo del minibar del paese, il racconto di Lorenzo che sembrava essere concluso. Ma Dario, suo inseparabile compagno di banco delle Elementari, (anche lui, figlio di povera gente) dopo aver rievocato la loro stretta amicizia di un tempo, osò ingenuamente chiedere:

“E del Marchese M., di quel vecchio maniaco tiranno, scomparso dopo l’ultimo viaggio a Napoli, tu che lavoravi al Tribunale di Napoli, non hai mai sentito parlare o letto sui giornali che arrivano nel tuo ufficio, della fine di quell’essere brutale?”                  

“–Ricordo bene la persona di cui tu parli. Le violenze sadiche inflitte ai suoi dipendenti. Lo scandalo che provocò, quando stuprò e mise incinta Venera la fanciulla di 16 anni, figlia di una sua serva di corte, che ridusse in schiavitù personale e la utilizzava per saziare ogni sua vergognosa e barbara morbosità sessuale. Dai molteplici e cenciosi rapporti sessuali quotidiani, nacquero due gemelle: una morì subito appena nata, l’altra, Venera, stava sempre attaccata alla madre e la seguiva dovunque con molta devozione, come se chiedesse protezione da immaginarie aggressioni, tanta era la sua fragilità di fanciulla che ancora doveva sperimentare la crudeltà della vita che, per lei aveva il volto del Marchese, che aveva visto di nascosto imbestialirsi sul corpo nudo della mamma distesa sul letto nella camera del padrone. Quella immagine della madre che subiva violenza, emettendo flebili lamenti, era rimasta incisa nella sua memoria, come una sanguinante inestinguibile ferita. La madre leggeva l’infelicità nel volto sempre triste della ragazza, ma non osava mettere il dito sulla piaga, per non provocare capovolgimenti interiori alla propria creatura. Invece, frequentemente la chiamava con un dolce suono della voce e la accarezzava morbidamente, dicendo: “Non essere triste, ”giuitta da me vita”(Gioia della mia vita): alla tua età, devi essere sempre allegra, perché ancora hai una lunga vita davanti e la mamma ti sarà sempre vicina e vuole che tu possa essere felice”.

–“Mamma, tu mi dici belle parole, ma come sarà possibile ciò che speri, se siamo prigioniere di un tale mostro, e non sappiamo come poterci sottrarre alla nostra schiavitù, visto che ovunque comandano i padroni e noi saremo destinati, come tutti gli altri, a rimanere così per sempre”.

“Veneruccia mia, le cose cambieranno, perché ci siamo liberati dai Borboni che proteggevano i misfatti dei padroni e i poveri erano condannati alla catena della schiavitù, senza nemmeno poter fuggire, perché i padroni dovunque erano d’accordo a respingere ogni tentativo dei fuggiaschi da altri padroni, abbandonandoli al loro destino. Perciò, ognuno preferiva accettare le pur dolorose condizioni, per poter sopravvivere”.

“Ma sono trascorsi decenni, dai tempi della discesa in Sicilia di Garibaldi e tutto è rimasto come prima, anzi le nostre condizioni sono peggiorate, perché i padroni sono rimasti padroni e continuano a scorazzare nella nostra vita, anche se padre Lizzo durante la benedizione delle case, un giorno ci aveva assicurato che il tempo delle soverchierie dei padroni era finito, perché il Papa aveva fatto la pace con il nuovo governo. Noi, invece, ora stiamo peggio”.—

“Non devi essere così incredula. Qualcosa sta cambiando. Molti padroni si sono trasferiti a Messina e certamente non ritorneranno in questi luoghi sperduti, perché in città hanno tutte le comodità. Manderanno qualcuno a ritirare quanto noi, con il nostro spossante lavoro, abbiamo prodotto nelle sue terre” —

 La donna non si era sbagliata. Infatti, la nobiltà agraria aveva delegato i “campieri” e i fattori a sostituirli nelle loro funzioni padronali e questi avevano abusato del potere loro affidato. Infatti, continuarono ad adottare gli stessi metodi con le donne e anche si appropriarono sempre più di quanto avrebbero dovuto portare ai padroni, mentre loro continuavano ad arricchirsi a loro danno , perché pretendevano di diritto un terzo dei prodotti della terra, lasciandone un terzo ai contadini e un terzo riservato ai padroni, in gran parte già trasferitisi in città. La spartizione era simile a quella dell’acqua del ruscello di Fontamara proposta ai cafoni di Silone, che accettarono per l’analfabetismo dominante, dagli scagnozzi dei Principi Torlonia. Ma, adducendo i suoi fiduciari varie attenuanti, ai padroni arrivavano soltanto le briciole. Constatando che ogni anno la terra produceva sempre meno, tanti decisero di vendere terre e palazzi agli stessi “campieri” e fattori, per poter pagare i debiti contratti e per poter continuare a vivere la dolce vita. Tutto ciò, aveva spiegato la madre a Venera, ancora minorenne, per poterle infondere un po’ di speranza.

-“Vedrai che anche qui le cose cambieranno anche per noi e potremo andare via da questo inferno”.

Venera rispose: “Speriamo, che avvenga presto ciò che tu dici “.

Alle incoraggianti parole della madre, affiorò nella mia mente, la canzone del grande e incompreso cantante Luigi Tenco, da me preferita nei caldi anni ‘60 , che continua a sventolare come bandiera ideale nella mia mente, nei momenti più tristi della mia esistenza, e che.invece, ci ha dispersi con sterili proteste.

VEDRAI, VEDRAI.

Quando la sera me ne torno a casa
non ho neanche voglia di parlare
tu non guardarmi con quella tenerezza
come fossi un bambino che ritorna deluso;
si lo so che questa non è certo la vita
che hai sognato un giorno per noi.
vedrai, vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà.

Il Marchese, intanto, si sentiva solo, perché i nobili amici avevano abbandonato le alcove dorate del loro regno, divenute monotone, e si erano installati nei centri del progresso e di una nuova presunta felicità. Invaso dalla noia e dalla solitudine, inviò un servitore fedele a cercare Venera per comunicazioni urgenti. Il servitore volò via e trovò la ragazza al lavatoio del fiume, curva sulle “ciappe”, a strofinare con semplice acqua i panni sporchi. Alla comunicazione del marchese, Elena si alzò, si passò la mano, come un pettine, nei capelli per metterli in ordine e, a malincuore, portò sul capo la “cattadedda”, piena di indumenti appena lavati e si diresse verso il Palazzo. Su indicazione della servitù. riuscì a raggiungere il Marchese nella sua camera, seduto sulla poltrona di velluto rosso, vicino al letto di ottone, con le coperte ben ordinate e gli orli avvolti sotto i cuscini. Venera, arrivata dietro la porta della camera, chiese: –“Permesso, signor Marchese, Vi disturbo? Mi avete chiamato? Sono venuta subito. Ai vostri ordini!” —

—Entra, entra Venera. –rispose il marchese con voce gentile. Appena dentro la camera, la giovane fu istantaneamente folgorata dal ricordo della straziante scena, cui aveva involontariamente assistito. Rivide il Marchese nudo brancolare sul corpo della madre, Gli sforzi di lei che cercava di divincolarsi per sottrarsi allo spietato violentatore, che la teneva abbrancata con le braccia cosparse di bianchi e insozzati peli, che la disgustavano, perché era costretta a subire il perforamento da un essere ripugnante e prepotente verme, che non aveva mai amato e usava l’arma del ricatto per indurla a trasgressivi giochi sessuali.

Quella donna era sua madre e lei era anche figlia di lui. Perciò, lei da tempo provava ripugnanza ogni volta che lo vedeva anche da lontano. Ora la ripugnanza era diventata rabbia impotente, fino a tramutarsi in odio viscerale, per quell’abominevole mostro che non aveva rispetto per nessuno e che non conosceva neppure il senso della decenza, trattando i suoi servi come animali da utilizzare per soddisfare ogni suo torbido desiderio. Tuttavia, consapevole di essere sua prigioniera, trovò la forza di chiedere:

“Allora, signor Marchese, desideravate darmi degli ordini? Ditemi pure”. Il Marchese, imbevuto tutto di profumo, allungò la mano fino alle labbra di lei, per fargliela baciare, come si usa fare davanti al re o al papa. Elena, deglutendo veleno, si tirò indietro e stava per fuggire, quando lui, con un imprevedibile scattò, l’afferrò per un braccio e la rovesciò sul letto, mentre lei, con gli occhi infuocati usciti dalle ciglia, gridava: “Lasciatemi, lasciatemi, o vi ucciderò!” …

“—Il Marchese incominciò a starnazzare oscene risate, mentre continuava a far penzolare il pene ormai flaccido dentro l’utero di sua figlia, fingendo di ignorare tale realtà. Dopo aver profanato il candore della ragazza, che possedeva nella verginità un sacramento, questa, nauseata dallo dall’orribile rapporto con quello schifoso e ripugnante verme, riuscì a liberarsi le mani dalla sua stretta e le lanciò sul volto del padre-mostro, graffiandolo orrendamente, fino a quando gli vide sanguinare la faccia intensamente e lo sentì gridare: “Ah! sciagurata! Te la farò pagare cara” e sotto le spinte di lei, precipitò a terra, ammaccandosi le ossa, già infiacchite dagli anni. Venera, vedendolo a terra, gli sputò in faccia e si precipitò fuori da quel martirio e da quel momento scomparve. Anche il Marchese non si fece più vedere da nessuno. Parti in segreto nella notte e si diresse verso Messina, per riunirsi ai suoi colleghi. Poco tempo dopo, iniziarono i suoi viaggi verso Napoli. Nell’albergo dove si era stabilito, vide circolare una impupata e bella donna che, guardandolo con gli occhi languidi e guizzanti, lo fece innamorare e lo stregò a tal punto da diventare la sua ossessione. La donna cedette al gioco, non certamente per amore, ma con il preciso progetto di spogliarlo a poco a poco dei suoi beni, avendo subito intuito di aver avuto la fortuna di avere già in mano, un nobile ricco da denudare. Ogni volta che tornava in Sicilia, vendeva appezzamenti del suo feudo, e con il denaro in tasca, ripartiva per Napoli. Prima dell’ultima partenza, aveva venduto tutti i suoi beni e aveva depositato l’intera somma ottenuta in un libretto postale al portatore. Il suo regno di un tempo non esisteva più. Era traslocato in altre mani, quelle del Fattore, che da campiere era riuscito ad accumulare risparmi significativi e, particolarmente, dopo la decisione del Marchese di trasferirsi a Messina, si era comportato da assopigliatutto, riuscendo nel tempo ad acquistare altre terre abbandonate, ampliando enormemente i confini del suo potere e divenendo di fatto il nuovo padrone. Ora “il marchese” Don Menico, che non aveva più al suo servizio centinaia di contadini, fu costretto a lasciare incolti alcuni fondi, che diventarono improduttivi e abbandonati al dominio delle sterpaglie, Di conseguenza, i guadagni progressivamente si decrementavano, per cui incominciò a pensare al futuro dei propri figli. Li aveva mantenuti a studiare in un elitario Istituto svizzero ed erano rientrati a casa da poco, dopo aver conseguito lauree in materie importanti, in Italia conseguite da pochi, sia nel settore economico, che in quello giuridico, arricchiti da ulteriori studi specialistici. Domenico preferì intraprendere la carriera della docenza universitaria, e non tardò, sia per capacità professionali, che per le amicizie contratte in alto loco e per il potere del denaro, riuscì a diventare il Rettore della Università di Messina e successivamente si impegnò a far nascere sedi universitarie in Calabria, dove esistevano alte quote di analfabetismo. A poco a poco, con nomine dirette, organizzò un sistema gestionale universitario, molto fedele a lui. Ma, “gli insediati baroni”, all’inizio della professione, si comportarono con rigoroso decoro. Successivamente, individuate mediante l’intesa segreta con il bidello di fiducia personale, le studentesse appartenenti a famiglie disagiate, progettarono un sistema di ossessionanti bocciature, tanto da mettere in crisi di inadeguatezza, tante ragazze, provenienti dalla lontana provincia, che avevano affittato una camera da dividere anche in sei, per poter sostenere le spese di affitto, altrimenti impossibile, con un solo malridotto bagno, rubinetto arrugginito, una piccola cugina alimentata da una screpolata bombola a gas, un tavolino al centro dell’angusto spazio, sei sedie, tutto proveniente dal mercato dell’usato: condizioni logistiche irrazionali per chi doveva concentrarsi negli studi e conciliare le diverse esigenze e orari d’ingresso e di pranzo indecorose. La casa dello studente era riservata ai segnalati dei professori, le cosiddette “pupille” del prof., che erano divenute confidenzialmente amici e confessori. Con l’introduzione di un percorso formativo, assieme a quello tradizionale cognitivo, un ristretto numero di docenti propose nei consigli di Istituto, di omogeneizzare le due tipologie di offerte formative, trasformando le sedi Universitarie in moderne centrali di formazione culturale e di introduzione nella società. Il consenso unanime spinse a deliberare uscite comuni tra docenti e allieve, per assistere alla proiezione di film molto impegnati e commentarli insieme o per andare a ballare in discoteca, dove si recavano insieme sull’aiuto ed entravano nei locali a braccetto, come se volessero proteggere la compagna e sgradevole. da qualche eventuale incidente imprevisto. In realtà, in tal modo, il legame affettivo si consolidava fino a ritrovarsi spontaneamente a giacere abbracciati nel letto di una camera d’albergo, chiusa a chiave dall’interno. Il fenomeno dilagava nell’università e il superamento degli esami era divenuto un evento normale. Le ragazze tornavano a fine settimana al loro paese serene e sorridenti, mostrando ai genitori gli ottimi risultati del loro studio e loro parlavano in piazza con molto orgoglio della bravura dei loro figli. Ma come ricorda un famoso detto popolare “A muggheri du latru, non sempri ridi”, e tale detto si trasferì anche nella ingarbugliata ragnatela dei festini, ben protetti fino a diventare orge invereconde. Infatti, un bidello prima fedele, ad un tratto, avanzò proprie richieste di inserimento nell’ allettante gioco. La sua richiesta venne fermamente respinta e lui fu definito: “Sei veramente impazzito. Non ti permettere di insistere su realtà inesistenti, perché correrai seri guai”. Il bidello, temendo di essere querelato e condannato per calunnia, in quanto non poteva contare su alcuna testimonianza, si scusò e scomparve. La vita continuava serenamente il suo corso, ma una notte in una camera a luci rosse, fece irruzione la polizia e senza profferir parola, mise le manette ai polsi a serpenti aggrovigliati nudi sul letto. Seguì un processo in tribunale a porte chiuse. Il docente organizzatore, scoperto in fragranza fu condannato, ma dopo sei mesi di prigione, fu trasferito ai domiciliari nella sua villa solitaria fuori città. Una sera, mentre prendeva aria in giardino, fu colpito da una gragnola di proiettili e crollò senza un gemito sull’orlo del pozzo, da cui si attingeva l’acqua per irrorare i fiori e le piante del giardino. L’omicidio suscitò molto scalpore anche sui giornali. Dopo un inutile chiacchiericcio, non si riuscì a capire né il responsabile del delitto, né la causa che lo determinò. Una notte d’estate, in un angolo fuori del centro abitato, un casuale passante, captò qualche parola di una conversazione sottovoce tra due persone da lui ben conosciute, uno molto noto con il sigaro in bocca, e l’altro un contadino giornaliero. A tale vista, il passante accelerò il passo fino a casa ansante e spaventato. Alla moglie, che insistentemente gli chiedeva cosa fosse accaduto, Il marito rispose:    ” Forse ho la febbre” e andò a letto.

3

Il racconto di Lorenzo sulla scomparsa del Marchese Maloto, aveva ridestato negli ascoltatori una fiammata di tristi ricordi che il trascorrere del tempo aveva accartocciato nel fondo della memoria che incominciarono a ridestarsi e srotolarsi sul binario di una storia crudele che li aveva coinvolto e segnato per l’intera esistenza. Nessuno, sigillato nella propria sofferenza, ma confortato dalla devozione della famiglia e dalla limpidezza del proprio comportamento, , paziente e rassegnato, avrebbe potuto immaginare che l’essere umano, dotato di ragione, di sentimento e di emozioni redentrici  anche se detentore di ingenti ricchezze, sarebbe potuto trasformarsi, nel segreto delle proprie stanze, in un mostro ringhiante e azzannante il corpo, debilitato dalla schiavizzante fatica, di una creatura ingenua e fedelmente servile nelle stalle e nei campi del padrone, senza alcuna possibilità alternativa di esistenza, ma incatenata per sempre alla sua spesso aberrante libidine, senza avvertire alcun ripensamento sul gesto incestuoso che si accingeva a compiere. Ma alla barbarie, che immobilizza il cervello umano nella prigione della follia, si sostituisce la vigilanza soprannaturale “che affligge e che consola”, e severamente punisce chi brutalmente ha trasgredito le sue norme, Infatti, il Marchese, diventato demone ribelle come Lucifero, finì con il diventare schiavo della volontà cortese della puttanella napoletana del quartiere di Forcello, capace di ogni mimetica metamorfosi, con il dolce sorriso sulle infide labbra. Infatti, dopo un razionalmente programmato un’infernale orgia di sesso che avrebbe dovuto saziare l’ossessionante appetito sessuale fino ad accartocciarne il respiro che lo seppellì in un sonno mortale, la sgualdrina di professione si lanciò a frugare tra gli stracci sporchi del fruitore della sua interessata disponibilità nel dono del piacere, riuscì ad impossessarsi del libretto al portatore della somma del denaro depositata presso il vicino ufficio postale, con una regolare e falsificata delega a riscuotere l’intera cifra versata e chiudere definitivamente il libretto di risparmio. Conclusa l’operazione finanziaria, appena uscita dall’ufficio postale, si dileguò attraverso uno dei vicoli luridi e stretti del ginepraio di Forcello nessuno la rivide più in quei luoghi. Il Marchese, dopo l’affannoso e lungo godimento, rimase a lungo sprofondato nel sonno. Si destò, ancor assonnato, si rivestì per farsi portare la colazione per due nella stanza, ma al suo richiamo, la donna non rispose. Immaginando di poter essere nel bagno per lavarsi e truccarsi, bussò tre volte senza alcuna risposta. Allora si decise ad aprire, invaso dal timore di un eventuale malore, spalancò la porta, ma con deludente sorpresa non vide nessuno. Subito pensò che la donna fosse uscita, per comprare qualcosa e che presto sarebbe tornata. Intanto, dal bar sottostante, era salito il garzone con la colazione, che depose sul tavolinetto in mezzo alla stanza e, salutando, si avviò ad uscire. Il marchese avrebbe pagato il conto di tutto, appena sarebbe sceso per ripartire. In quel momento di turbamento mentale aveva dimenticato di non possedere più nulla. Il feudo era stato venduto insieme al palazzo. Dove sarebbe potuto rifugiarsi? Consumata la colazione, attese fino a sera il ritorno della donna, ma non vedendola rientrare, decise di cambiare albergo. Si rivestì, prese la valigia, rovistò negli stracci, in cerca del portafoglio con il libretto dentro, ma dopo aver ripetuto inutilmente più volte il rastrellamento, si strinse disperato i capelli tra le mani tremanti, gridando:” Sono perduto, sono perduto, non possiedo più nulla. Dovrò chiedere, io Marchese stimatissimo, padrone di un grande patrimonio, sarò ridotto a chiedere l’elemosina sui marciapiedi di questa città, piena di bordelli e di pattume umano? No! No! Il Marchese, nobilissimo e stimatissimo, il più potente marchese della Sicilia, si è ridotto a mendicare? No, no, meglio sparire nel nulla, che sopportare le risate dei servi e dei colleghi”. Sopraffatto da tali angosciose riflessioni, non si era accorto di essersi avvicinato alla finestra. La spalancò, guardò giù, vide un viavai di luci, che talvolta sostavano, vicino ad una donna in minigonna, che si affrettava a salire sull’auto con la porta già aperta e subito spariva lontano, tra il gracchiare insistente delle auto ferme in fila sull’asfalto. Nello scorrere veloce delle vetture, sospinte dalle sollecitazioni arrabbiate degli autisti, ll marchese si sentì la mente sconvolta, gli occhi forati dalla lama tagliente delle luci che si incrociavano come impazzite, avvertì un susseguirsi di spiralizzanti lampeggi, e in un attimo, si scagliò giù dalla finestra. Cadde sull’asfalto, un’auto lo travolse, stritolando il suo corpo sull’asfalto tra l’indifferenza dei passanti, che lo insultavano per aver ostacolato la loro corsa. Scattarono le indagini della polizia e Lorenzo si trovò tra di loro, per redigere il verbale del mortale incidente. Finito il racconto, con dovizia di particolari inseriti nel suo rapporto, appresi dalle interrogazioni circostanziate dei presenti e del personale dell’albergo che lo ospitava, in particolare quelli del garzone che aveva portato su la colazione, Lorenzo avvertì un insensato turbamento, dicendo:” A che servono le ricchezze del mondo, quando è questa la fine che ci aspetta al varco?”.

4

Sebastiano, l’altro fratello di Domenico, decise di scegliere l’impegno politico. Riuscì ad inserirsi nel gruppo dirigente del partito di governo, che aveva sede a Barcellona P.G., internamente lacerato da contrapposte ambizioni di potere che le stavano spingendo a ricorrere alle armi, quando Sebastiano con le sue capacità oratorie e politiche, si inserì tra le accese controversie e, dopo un paziente impegno di mediazione, il partito decise di affidare a lui la guida. Con abile tessitura diplomatica, riuscì ad accontentare le parti in lotta, distribuendo equamente gli incarichi interni del partito, ed incominciò ad esporre un preambolo circa le imminenti elezioni nazionali, facendo intravvedere la sua intenzione di candidarsi come deputato al Parlamento. Perciò occorreva già pensare a chiarirsi le idee e a ricompattare all’interno del partito le diverse anime in un clima di sincera collaborazione, anche per le successive elezioni comunali, alle quali lui non avrebbe partecipato come candidato. Sebastiano era soddisfatto del suo primo risultato politico molto positivo, che aveva creato un clima favorevole di partenza. Per consolidare le simpatie della gente, per la festa di San Sebastiano, patrono e orgoglio della città, pensò di magnificare la ricorrenza con la sua concreta partecipazione. Mise a disposizione del Comitato organizzatore della festa una considerevole somma, da destinare all’infioramento fastoso delle vie che sarebbero state attraversate dalla processione con la varetta portata a spalla su cui si ergeva la statua del Santo che mostrava al mondo le sue ferite e il suo corpo flagellato a morte. Un fiume di folla seguiva in silenzio la vara, accompagnata dal suono della banda musicale municipale a cui Sebastiano nella circostanza festosa regalò una nuova divisa. Pagò anche un meraviglioso concerto di giochi di d’artificio, incaricando una ditta specializzata di Napoli. Creò anche un comitato di esperti per rafforzare e ampliare l’offerta sportiva, particolarmente nel settore calcistico, a cui mise a disposizione il denaro necessario per il rafforzamento della squadra in promozione con l’acquisto di validi calciatori per conquistare la promozione nella serie successiva. Donò alla città un artistico sistema di illuminazione moderna e incaricò una ditta specializzata, per riasfaltare le vie cittadine, già logorate dal tempo e costellate di buche pericolose. Elaborò un programma di opere pubbliche, come la ristrutturazione dei vecchi edifici fatiscenti, il Liceo Classico, ospitato a lungo dal convento dei Basiliani, rimasto vuoto dopo il trasloco dei monaci in altre località interne del territorio, come a Longane, Catalimita, S. Venera, Novara Sicilia e in altri luoghi dell’ Isola, le Scuole Medie e alcuni plessi per le Scuole Elementari e gli asili, previsioni di istituzioni scolastiche private a basso costo, per agevolare la fruizione del diritto allo studio anche ai giovani più disagiati dell’intero territorio, a cui aveva pensato molto, essendo stato lui un privilegiato nella consapevole scelta del sapere. Inserì nel programma anche la costruzione di un grande Ospedale, in grado di assistere, nel caso di epidemie, l’intera popolazione locale e dei paesi limitrofi. Considerate le difficoltà di tanti cittadini, abitanti in aree molto distanti dalle vie di comunicazione ferroviaria, previde la istituzione di un servizio di corriere pubbliche e private per un facile arrivò alla stazione più vicina e poter raggiungere in non molto tempo le Istituzioni pubbliche, ( INPS, Catasto, Università, Sindacati, Segreterie politiche, Patronati di Assistenza, Motorizzazione e, soprattutto il Tribunale, che gestiva tutte le controversie dei cittadini dell’intera provincia e, tra l’altro, i contendenti, quasi sempre, erano costretti a tornare al paese, senza che il processo venisse celebrato, per le assenze del giudice o per l’improvvisa malattia degli avvocati o dei testimoni o anche di qualcuno dei contendenti o del fondamentale perito del tribunale, impegnato improvvisamente in altro tribunale o in trasferta per poter relazionare in altre controversie. Tale “gioco delle parti”, ripetuto di seduta in seduta, induceva i malcapitati confliggenti a tornare per anni in Tribunale, costringendoli a prestiti ad usura, sia per poter affrontare le notevoli spese di viaggio e la pingue parcella degli avvocati, oltre le giornate di lavoro perse e le eventuali spese inerenti al processo. Era una forma di sciacallaggio che i cittadini non riuscivano più a sopportare. Allora, disperati e sul punto di esplodere per la rabbia, qualcuno li consigliava a rivolgersi al potente uomo politico e parlamentare della circoscrizione, per chiedere un qualche suo interessamento per accelerare i tempi del processo. Il patriarca politico locale, con una pacca sulle spalle e con il mielifico tono della voce, incorniciata nell’arco di un sorriso rasserenante, congedava il nuovo cliente:

” Carissimo amico, vai tranquillo, non stare sulle spine. Ormai sei in cima ai miei pensieri e la prima cosa che potrò fare, è risolvere questa dannosa situazione. Lascia il tuo recapito in segreteria. Mi farò sentire io al più presto”.

Stringendogli la mano, lo accompagnò all’uscita, dove in uno stretto corridoio in penombra, stazionavano seduti su poltroncine di vimini altri clienti, che quasi sempre questuavano aiuto per poter assicurare al proprio figlio una decente occupazione. Secondo i casi, il dio politico suggeriva le modalità per poter intervenire. Chiedeva se in famiglia c’era qualche invalido di guerra o qualche invalido sul lavoro o qualcuno che lavorava nelle ferrovie o in banca, perché in tali casi gli sarebbe stato più facile risolvere il problema, dopo aver inoltrato correttamente la documentazione rilasciata dagli organi competenti, compreso il modulo di domanda, convalidato dagli uffici comunali o da un notaio. Con il solito dovuto bacio sulla mano vacillante, il povero questuante si congedava con un inchino di ossequio, seguito dal forte tono di voce (per convincere i clienti in attesa della certezza risolutiva degli impegni assunti).

“Vai tranquillo, Peppe Coppola, mi farò sentire, al più presto possibile”.

L’ingenuo illuso, ancora avvolto nella scia della certezza, riscontrava il confortante bilingue auspicio:

“Ancora tanti grazii a Vossia pu bon cori. U Signuri mu binidica”.

L’uomo rientrava nella sua tana, balbettando: “Cari amici, certe situazioni mi spaccano il cuore. Ogni notte mi logoro il cervello, pensando cosa inventare per poterli aiutare.” Agli amici, suoi collaboratori politici, che accennavano indirettamente ai problemi di lavoro dei propri figli. In alcuni casi eccezionali riguardanti i sostenitori a lui più vicini, convocava nel suo studio l’interessato e, dopo averlo sottoposto ad un interrogatorio controriformista, lo indirizzava come fare, per far entrare il figlio in possesso di un certificato di invalidità civile al 30%, indispensabile per evitare i concorsi e fargli avere una diretta chiamata ministeriale. A questo punto, scattava l’ordigno dell’aggiramento delle regole preliminari. L’interessato doveva recarsi al Sindacato indicato, cercare il medico nello stesso sindacato e farsi rilasciare un certificato medico, attestante l’accertamento del tipo di invalidità richiesta. Farsi compilare il modulo richiesto, completarlo con l’ausilio dell’impiegato, firmarlo e, infilati i documenti in una busta e andare all’Ufficio postale per spedirla in R.R. all’USL competente, indicato sulla busta chiusa con la colla al Sindacato. Seguendo tale percorso, sarebbe stato chiamato entro due settimane per essere sottoposto a visita legale. La domanda, alla prima visita, veniva respinta, con le dovute motivazioni. Il Sindacato, allora, procedeva a formulare una nuova richiesta di visita, per aggravamento. Stavolta, però, l’attesa sarebbe stata molto lunga, perché sul tavolo della Commissione sanitaria di controllo giacevano sovrapposte centinaia e centinaia di fascicoli contenenti richieste di visite e di ricorsi da evadere. Tenendo conto che venivano evase 8 visite a seduta settimanale, la richiesta di una seconda visita sarebbe stata visionata almeno dopo due anni. Intanto il Sindacato avrebbe provveduto ad integrare la domanda con altra documentazione richiesta, con l’impegno d’onore che, all’eventuale esito positivo della pratica, gli arretrati sarebbero stati devoluti, come ringraziamento, agli amici che si erano interessati per agevolare un favorevole esito della visita decisiva. Il riconosciuto invalido, avrebbe incassato il sussidio mensile e le agevolazioni per aspirare al tanto inseguito lavoro stabile. Un uccellino che se ne stava appollaiato tra la chioma di un albero che sorgeva da un fosso sulla panchina vicino alla finestra del sindacato, per ripararsi dalla calura estiva, avrebbe visto nell’ufficio del segretario del Sindacato, un passamano di buste gialle sigillate e, seguendo il dipendente con le buste custodite nella borsa stracolma, lo avrebbe trovato nell’ufficio della commissione sanitaria intento ad infilare nel cassetto semiaperto della scrivania le ben note buste, mentre il responsabile dell’Ufficio se ne stava dietro la finestra ad osservare la fila delle auto, ferme all’incrocio, in attesa del verde del semaforo. Il giovane figlio disoccupato dell’amico incoraggiato dal politico, dopo una settimana, fu convocato con telegramma, al Ministero delle Poste a Roma e destinato in un ufficio periferico della sua città.

5

Il programma stilato dal comitato di esperti, diretto da Sebastiano, avrebbe previsto la creazione di centinaia di posti di lavoro, sottraendo ai morsi della fame e dell’indigenza tante persone che dalle campagne senza futuro, avevano abbandonato i luoghi cari della loro vita per cercare lavoro altrove. I pionieri dell’emigrazione al Nord o all’estero, appena riuscivano a sistemarsicon un lavoro stabile, cercavano stanze in affitto, ma, avendo un lavoro umile e provenendo dal Sud, nella loro ricerca, vedevano scritto su una targhetta posta sul portone “Non si affitta ai meridionali”, che venivano ribattezzati “Terroni” o meglio “terrun”. Talvolta, venivano pure insultati con parole immonde o venivano picchiati immotivatamente. I più fortunati erano riusciti a trovare solo lavori umili e umilianti e poco retribuiti, senza alcuna garanzia previdenziale e, perciò senza tutela sanitaria e condannati al lavoro nero. Spesso si chiedevano: “Ma questa è la nostra patria? Questi sono i fratelli promessi durante la lotta per l’unità d’Italia e per cui i nostri sono morti nel sogno di una patria che non riusciranno a vedere neppure da morti”? Questa è l’eredità trasmessa dalla grande antica Roma, ”caput mundi” e prima madre eroica e sapiente, realizzatrice, nonostante l’argine robusto del barbarismo, di una mappa di territori e di popoli con diverse lingue, diversi costumi e diversi modi di concepire la vita e la loro tendenza alla conquista, al saccheggio e allo sterminio delle popolazioni vinte, che a sua volta sottomise con la forza delle armi, ma che poi per secoli riuscì a governare con indiscutibili capacità diplomatiche, manifestate nel saper gestire anche l’insorgere di focolai di rivolta, ricorrendo ad adeguate misure di contenimento e concessioni, come il diritto di cittadinanza romana a popolazioni turbolente, che costituiva il massimo riconoscimento dei diritti, prerogativa solo dei cittadini romani, orgogliosi della propria identità di “Civis Romanus sum “.? La superba Roma capitolina, che dopo aver conquistato la Grecia, ne ereditò l’immenso patrimonio culturale, e vi innestò sopra, sviluppò e diffuse “Urbi et orbi” l’inesauribile bacino di tutte le arti nobili, a cui si ispirarono i grandi cervelli del Rinascimento , arrivate fino a noi, ma che le diverse tipologie di Governo hanno volutamente far abortire nella loro attività governativa, utilizzata scopertamente solo per le personali rapine di denaro pubblico, visibili a tutto il mondo attraverso continui arresti, processi e condanne significative, che continuano a mettere alla gogna amministratori pubblici e privati, che hanno demolito il tempio più alto della civiltà umana, come il Parlamento, trasformato in mercato delle vacche, immettendovi personaggi ignoranti, loschi e fedeli servi del padrone che, distruggendo il diritto del popolo ad eleggerli liberamente, come previsto dalla razionalità ed equità sancite dalla Carta Costituzionale redatta dai Saggi Padri, che accantonarono le lotte di partito e insieme elaborarono il testo definitivo, parametrando diritti e doveri sulle necessità e il rispetto delle diverse categorie sociali. Gli ideali di libertà, uguaglianza e giustizia, che li avevano affratellato durante la Resistenza, a cui offrirono un notevole contributo anche giovani, donne e intellettuali, ritenuti pericolosi e, perciò, severamente puniti dal regime, si sentirono fratelli nella lotta clandestina e nelle coeve terribili sofferenze e morte nei lager nazisti e nelle foibe utilizzate dai titini, dove le mogli e i figli cercano ancora i resti dei loro cari, per poter dare degna sepoltura ai propri cari, a cui poter portare un fiore e dove poter liberare il fiume di lacrime per anni soffocato nel pianto del cuore. Abbandonati a sè stessi, cercavano aiuto, come era stato loro suggerito, nelle sedi dei sindacati, dove venivano accolti con solidarietà e che frequentavano ogni sera, partecipando anche alle assemblee di lavoro, alle conferenze esplicative del diritto al lavoro, previsto dall’art. 1 della nostra Costituzione repubblicana, a relazioni sugli eventi bellici recenti, alla commemorazione dei tanti caduti, spesso barbaramente uccisi e torturati, affogando nella morte i loro sogni e i loro affetti. A tale scuola di educazione civica, i “terrùn ” incominciarono a capire il senso funzionale dello Stato e scoprirono, con dovute comparazioni, le differenze tra la classe politica dirigente della Prima Repubblica, dotata di un responsabile e missionario ruolo di redenzione e di uguaglianza sociale da loro svolta al Nord, incrementando lo sviluppo industriale che assorbiva tanti disoccupati disperati, emigrati dal Sud, disposti ad accettare un qualsiasi lavoro, in attesa di poter frequentare un corso di formazione o superare il periodo di prova, per migliorare la propria condizione di vita e, quindi, poter farsi raggiungere dai familiari, in angosciosa attesa al paese, anche per ricevere quel vaglia postale, anche se modesto, per poter sopravvivere. Di frequente, i sindacati proclamavano scioperi che talvolta degeneravano in risse cruente con le forze dell’ordine, intervenute per garantire l’ordine pubblico. In tali circostanze, i meridionali erano titubanti per partecipare, perché sapevano di perdere il salario per i giorni di sciopero, o rischiavano di essere malvisti dal padrone, che li avrebbe licenziati. Dopo i deflussi di massa verso altre terre, la situazione generale migliorò leggermente, in quanto i contributi a fondo perduto elargiti dalla istituita Cassa per il Mezzogiorno, pur tra tanti imbrogli, riuscì ad erogare somme necessarie alla realizzazione di bonifiche agrarie, per l’acquisto di moderni mezzi di lavoro, per il rifornimento delle macchine agricole acquistate e per l’acquisto di piantine di ulivo, di viti e di arance e di limoni, di grano e di granturco, ma anche di patate, pomodori e lattughina presso i consorzi agrari, che fornivano anche concimi chimici e disserbanti da utilizzare al momento della gemmazione o al momento dell’assalto dei parassiti alle piante, per salvare dalla rovina il raccolto, frutto di tanta fatica. Furono creati fondi finanziari per le iniziative imprenditoriali locali, che contribuirono ad incoraggiare la nascita di piccole industrie con un raggio di espansione limitato, come la filiera industriale dei prodotti caseari, come Carlo, Vedo ed altri, fornitori dei supermercati nascenti, come le filiali Standa, Upim , Coop, Sigma, Alivar ad estensione nazionale, usufruendo anche di contributi, facilitazioni fiscali e miglioramento delle arterie di comunicazione tra paesi montani e le città dotate di tanti servizi indispensabili. Le piccole botteghe dei paesi si ridussero alla chiusura o furono costretti ad ampliare il paniere delle merci, in modo da soddisfare l’offerta di una varietà di prodotti più richiesti, in modo da evitare la fuga della loro clientela verso i supermercati e gli empori della città. Nonostante ciò, il dramma dell’emigrazione di intere famiglie determinò un preoccupante decremento della popolazione delle campagne, dei paesi e delle città, con una contrazione notevole dei consumi e con la conseguente scomparsa di altri negozi e botteghe, già ridimensionate dal deflusso migratorio. Per poter sopravvivere, i nuovi senza lavoro si iscrissero nelle liste di Collocamento al lavoro, e, grazie alle continue ragalìe a sindacalisti e al titolare dell’Ufficio competente, riuscirono ad inserirsi nel cantiere di lavoro dell’Ente Forestale, prima a tempo determinato per un terzo dell’anno e, successivamente, per modifiche clientelari ai criteri di ingaggio, diventarono lavoratori semestrali e infine all’ambito titolo di capo-cantieri, mentre le loro mogli continuavano a vendere in nero, saltuariamente, formaggi, ricotte fresche o infornate da loro, olio d’oliva proveniente da boschi lontani, ereditati dai genitori defunti, un tempo camperi di un nobile ceppo feudale. Purtroppo, la classe politica dirigente della Regione a Statuto Speciale, stimolata da esigenze elettorali, riuscì a sedurre con incentivazioni finanziarie alcune multinazionali, per la industrializzazione del Sud, in cambio di finanziamenti regionali che, in effetti, coprivano tutte le spese di produzione e di retribuzione ai dipendenti, stanziate dal bilancio regionale. Il sogno industriale del Sud sembrava potersi realizzare. La cassa del Mezzogiorno, pur tra tante trasgressioni etiche, riusciva a non far crollare gli stabilimenti in caso di minacce di crisi. I numerosi incentivi pubblici, in realtà, riuscirono a mantenere in piedi imprese straniere o del Nord, sostenendo tutte le spese inerenti alla produzione. L’americana Wagi, che aveva creato un grande insediamento a Patti (Messina) con un significativo bacino di occupazione nella costruzione di grosse valvole per navi, dopo i primi entusiasmi, con la giustificazione delle scarse commesse, prima cominciò a ridurre il numero degli operai, abbandonandoli al microbico sussidio degli ammortizzatori sociali della Cassa di Integrazione a termine, poi , per evitare il rischio di rivolta generale, si concordò con i mercenari onorevoli e ministri siciliani, la riconversione della Wagi in produzione di caramelle e gomme americani , fino alla scomparsa nel nulla dei responsabili. L’insediamento della raffineria sorta a Milazzo, fu incoraggiato, in cambio di un’ingente somma di denaro , da un grosso calibro della politica, che aveva collocato sulla poltrona di Sindaco a Milazzo un suo microcefalo fedelissimo, che firmò i necessari provvedimenti, come la conversione in terreno industriale di una stupenda spiaggia molto frequentata dai turisti e una vastissima area pianeggiante, sottratta ad una attività agricola fiorente e redditizia, determinando ll mortale inquinamento di un vastissimo territorio, che rase al suolo ogni possibilità di lavoro agricolo e generò una lunga catena di morti e ammalati finali di cancro ai polmoni, che velocemente lasciarono le famiglie addolorate e finanziariamente in gravi difficoltà. Responsabili erano i titolari, che avevano corrotto i funzionari pubblici di controllo, senza provvedere alla protezione della salute pubblica, con costosi impianti di disinquinamento, evitati anche con la complicità dei sindacati che furono zittiti con il regalo di lussuose ville a Capo Milazzo. Poco vicino si era insediata una acciaieria, che aveva garantito circa 140 posti di lavoro. Di costoro, l’ultimo sopravvissuto, logorato dal male, morì a poca distanza dagli altri. Le battaglie processuali durarono tempi incalcolabili, ma i familiari delle vittime sono stati derisi da sentenze di assoluzione, con motivazioni infantili. Anche nella vicina Barcellona P.G. era iniziato un piccolo processo di sviluppo industriale, con la nascita di una fabbrica di frigoriferi, la Electromobil, a cui il Comune aveva riservato un’ampia area nella neonata zona industriale, con elettrodomestici di ottima qualità, ma a costi non competitivi con quelli della grande industria del Nord, da dove provenivano i pezzi di montaggio, mancando al Sud un indotto di approvvigionamento. Perciò, gli investitori decisero di abbandonare. Rimase in piedi solo il personale amministrativo e alcuni operai della sicurezza, che dopo anni di stipendio senza lavoro, furono assorbiti dal Comune, perché membri di famiglie intoccabili. Altro polo di insediamento fu Villafranca Tirrena, dove la Pirelli aveva postato uno stabilimento per la produzione di gomme per auto e per veicoli pesanti, destinati al mercato del Meridione, che inizialmente fu molto intensa ed occupò centinaia di operai, ma non rinnovati gli incentivi governativi, una mattina i dipendenti trovarono i cancelli serrati con i catenacci. Anche a Termini Imerese, la FIAT aprì uno stabilimento. Prima per la fabbricazione di Seicento, poi per la Panda da esportare in Polonia, con oltre 1000 posti li lavoro, ma, come al solito, finiti i fondi stanziati dalla Regione, che addirittura elargiva somme elevate per pagare lo stipendio di ogni operaio, assunto a tempo indeterminato, ricominciava il valzer della chiusura e dei licenziamenti, fino all’arrivo delle ulteriori sovvenzioni e la chiusura definitiva dello stabilimento, quando la FIAT cercava mercati anche oltreoceano e fusioni con altri gruppi automobilistici in difficoltà commerciali, riuscendo a creare un nuovo gruppo molto forte grazie alle capacità dei nuovi leader manageriali Come sede legale della nuova Società fu scelta Londra, per cui i tributi fiscali dovevano essere versati nel Regno Unito, con notevole nocumento alle entrate fiscali in Italia. Da quando il Governo Italiano abbandonò le partecipazioni statali nelle imprese industriali, si registrò un notevole dislocamento delle industrie italiane nei paesi dove la manodopera era pagata in modo irrisorio con ingenti guadagni dei capitani d’industria italiani, mentre le industrie straniere che si erano insediate in Italia, come le Acciaierie Nazionali di Taranto, il più grande centro siderurgico europeo, prima gestito dai fratelli Riva e, dopo il dichiarato fallimento, concesso alla gestione del magnate dell’acciaio internazionale, che viveva nel suo paradiso dorato in Inghilterra, incominciò ad usare comportamenti altalenanti, perché avrebbe dovuto provvedere a dotare lo stabilimento di strumenti di purificazione e di protezione ambientali, considerata la falcidie di persone dentro e fuori la fabbrica, dove la strage delle persone, di donne e di bambini furoreggiava implacabilmente, essendo il colosso industriale collocato nel centro urbano, senza alcun meccanismo disinquinante. La nuova gestione, vincitrice della gara d’appalto, volendo incrementare i propri guadagni, incominciò a fare un elenco di 4000 licenziamenti, con il dimezzamento dei dipendenti, che non avrebbero trovato alcuna altra occupazione per la lunga crisi dell’economia italiana e mondiale, che diminuiva la domanda anche dei prodotti essenziali. Ancora, i lavoratori continuano a occupare la fabbrica, con varie forme di protesta, mentre il re dell’acciaio, durante le reiterate trattative, pone condizioni sempre più cogenti, evidenziando l’idea di totale disinteresse per la più grande produttrice di Acciaio, inizialmente gestita dai Fratelli Riva. possedendo tutta la produzione mondiale dell’acciaio. Ai monopolisti mondiali dei diversi settori produttivi le avvilenti problematiche della persona umana non interessano per niente. Loro sono padroni di numeri che devono produrre altri numeri esponenziali, perché la globalizzazione ha generato pochi padroni che detengono immense ricchezze, cioè il 95% dell’economia mondiale. I restanti 7.000.000.000 di creature sono freddi numeri e oggetti inerti. Del resto l’affermarsi del lavoro tecnologico e telematico, con l’incredibile capacità di lavoro, prodotto dalla computerizzazione e della telematica aumenterà la produzione con poche unità lavorative e determinerà l’inutilità di miliardi di braccia, anzi di numeri, di cui è imprevedibile il destino. In Calabria, un significativo segno di evoluzione fu la costruzione dell’area portuale di Gioia Tauro, che diventò un importante porto di smistamento di merci in tutto il Mediterraneo e iniziarono i lavori per l’autostrada Napoli- Reggio Calabria, che avrebbe dovuto accorciare di molto i tempi di comunicazione nel Meridione d’Italia, ma dopo oltre mezzo secolo, ancora l’autostrada non è completata, anzi in molti punti è ancora a senso unico di circolazione, per gli insopprimibili cantieri fermi per complice mancanza di risorse. Da secoli, siciliani e calabresi, ma anche esigenze commerciali e turistiche, sognano la sempre promessa, in campagna elettorale, costruzione del Ponte sullo Stretto, che potrebbe essere teoricamente utile, ma che strazierebbe la edenica bellezza di un inimitabile spettacolo della natura, che attrae verso la Sicilia archeologica, barocca, ricca di monumentali e artistici Palazzi, di Chiese , di mare intensamente azzurro, in cui si riflette la celeste cupola del cielo, omaggiata dalle arrotolate nuvole nere dei vulcani, come ceri devotamente perenni.

Oh! il Sud

Oh! il Sud, mio povero Sud! Terra un tempo tempio degli dei, terra popolata dai miti e dagli eroi, terra d’amore e di sudore degli zolfatari e dei carbonai che nei seni delle tue colline accendevano falò in onore del potente Giove, zolla di nivei fiori profumati che inondavano lo sguardo e il respiro, terra di Magna Grecia e di redenta cultura, terra dove il pescespada, con un ululato lamento infilza ll luminoso viso della luna peregrina nel cielo infinito, invocava la compagna marina a scivolare veloce dal tuo seno e tendeva le braccia frementi per accoglierti a volo nel cuore infilzato dall’arpione del pescatore, aggrappato alla vetta dell’albero elevato nel vuoto, per poter bere alla fonte sanguinante del tuo amore, e Palinuro gioiva al risuono delle acque argentine, Sicilia Bedda, stutata (Sicilia bella uccisa) dalle zanne affilate dei pescecani, Calabria amara inghiottita dall’ombra dei pini di Gambari, non udite il rullo dei tamburi di guerra, che dilaga tra gli uomini civili del pianeta per avidità aggressiva, per succhiare tutto il sangue dei fratelli nelle vene, come le iene che di notte percepiscono l’afrore dei cadaveri lontano, già squartati dagli sciacalli in agguato sulla cima del Monte Sacro, Sicilia salvata dall’affondo del mozzo Colapesce, che con le carni straziate ancora ti sostiene per non piangere nel vederti affondare nei gorghi marini, dove poter andare a dormire e a rantolare in mezzo a montagne di cadaveri innocenti, facile preda di torture inflitte da predoni barbari che misero in fuga anche Nettuno che volava felice sul pelo delle acque, in piedi sul cocchio con il tridente in mano, terra di santi e di Vicerè tiranni sulla pelle degli eterni schiavi, delle saline amare, rifugiate nelle viscere delle miniere, di minatori titani intenti a strappare tesori dalle viscere interrate dell’Europa, senza trovare più lo stretto sentiero del ritorno, reincarnati Ulisse devoti a rubare nel cuore del pianeta argento e oro per incensare i reificati vassalli di Mammona, che nell’Isola del Sole rimangono abbagliati dalla luce bianca della Fata Morgana, spalmata sullo specchio azzurro del mare, dove di notte frizza una corona di stelle in girotondo festoso davanti alla grotta fatata di Morgana, che benedice col segno brillante della mano e augura un nuovo risorgimento del Meridione, indietro con il passo della nostra storia Oh! Sud ammantato nel lutto per la morte di tutti gli dei, sgozzati dai moderni Titani, ubriachi per l’arroganza che li anima a scalzare ogni ostacolo sul sentiero del galattico trono del potere e essere nuovi mitici dei sul cimitero della civiltà. Ma che tipo di dei sono quei turpi e disumani mostri inchiodati alle auree poltrone del tempio sacro di Mammona, dove l’aria vibra del lacerante tintinnio delle monete preziose e dei lingotti d’oro, strumenti invincibili dei nobili predoni, che il Fratello Divino espulse con le frustate della cintura dall’ Olimpo terreno del Padre Uno e Trino?

Il culto del neopaganesimo si manifesta in sadico, crudele e sconfinato piacere, molto diverso da quello di Epicuro, ripreso da Orazio nel binomio “Carpe diem”, in cui era implicito un molteplice significato di gaudio quotidiano circolare, con una interpretazione volgare, godereccia e materialistica, ma anche carica di pregnanza intimistica e spirituale di quel sintetico manifesto filosofico, arricchito con altre sfumature, sincroniche al clima rinascimentale del suo tempo, da Lorenzo ”il Magnifico”, che in tal modo siglava la sepoltura di ogni frammento lacrimoso e pauroso del Medioevo, per poter assecondare l’urgenza di serenità avvertita dall’uomo del Quattrocento che, attraverso la rivoluzione artistica e al repertorio di immagini sacre, incominciava ad affiancare stesure cromatiche della nudità del corpo umano, filmato anche nella ostentazione corposa degli organi genitali da Michelangelo a Raffaello a Leonardo da Vinci e a molti altri, che erano riusciti ad elaborare una filosofia, non più ascetica, ma più completa, che unificava bellezza fisica e spirituale nella stesura di un solo dipinto.

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Sebastiano, dopo il distacco dalle radici, aveva raffinato la sua protervia di rampollo di una ricca e potente famiglia, con il penetrante fascino della cultura. La frequenza con compagni e docenti di elevata cultura e a contatto con persone e ambienti molto accoglienti e ospitali, aveva influito radicalmente sulla sua monolitica mentalità. Nuovi orizzonti emergevano oltre le cime merlate dei monti che lo avevano prima convinto che quella era l’unico luogo di una edenica esistenza, che aveva inchiodato i suoi occhi al sottile arpeggio della fluenza dell’acqua del fiume, reso più incantato dal linguaggio frusciante delle chiome degli alberi, piegate a colloquiare con il solitario mormorio dell’acqua sgusciante dalle viscere della grande montagna che arginava i rivoli sparsi sul letto di sabbia levigato dal tempo. Nel college, la sua Sicilia giaceva seppellita, come morta, in un ostruito alveolo del cuore. In Svizzera era accerchiato da catene montuose sempre innovate che purificavano l’aria e il respiro pulsava costantemente simmetrico, senza alcun turbamento ambientale e sentimentale. In tale ideale atmosfera, si dissolvevano i silenziosi ricordi di disumani episodi, di atroci soprusi, di scorticanti frustate sulle fragili membra dei miseri servi, inferti dai padroni ubriachi e cinici. I figli avevano imparato a vedere umiliazioni e percosse dei loro padri che godevano della sofferenza delle loro vittime, che, come gli altri padroni, consideravano giocattoli e cani. Conoscevano bene il tragico dramma di Venera e della madre, le cui lacrime continuavano ad innaffiare i fiori appassiti dei campi e i loro volti emaciati dal dolore e dalla vergogna segreta rutilavano incessantemente durante il riposo notturno. Ma il codice di quel diabolico ambiente imponeva di serrare le labbra e di segretare nella prescrizione ogni crudele delitto. L’accumulo di pagine di vita del feudo, insanguinate dai delitti dei padri-mostri, arrivati in un clima di vita diverso, cominciò ad emergere frammentariamente in superficie e, influenzati da metodologie obbiettivate a creare una mentalità scientifico-razionale per un’interpretazione più realistica della realtà, si fluidificarono i meccanismi freddamente analitici nella capta-zione del nucleo invisibile della verità e nell’esplorazione di criptici eventi alla ricerca della verità nascosta all’interno del loro dipanarsi. I procedimenti razionali diventarono il codice dell’azione e del pensiero che accesero, particolarmente in Sebastiano un motorino di ricerca nella giungla del passato che ora lo incalzava per rivelargli il giusto senso di nefandezze, in cui era vissuto ciecamente avvoltolato e accettate come comportamenti normali di vita, compiute dal padre che era il padre padrone e, perciò, infallibile esempio esistenziale. Le lezioni nel college incominciarono ad insegnargli la contingenza del viaggio terrestre dell’uomo, prigioniero della cortina del mistero, che però ha cavalcato coraggiosamente, nella sequenza degli evi, verso la scoperta del regno della luce, che si allontanava di più, appena sembrava che il cavaliere l’avesse raggiunto. Sarebbe stato indispensabile procedere sulla via della ragione, atavicamente tesa a sgomitolare l’intricata matassa dell’approdo ad un limpido e definitivo traguardo dell’incrollabile certezza, per sigillare con una eterna luminosità il senso e la meta del nomadismo umano negli agguati dell’effimero. Partendo dai primi pensatori e poeti della più antica civiltà, a partire, per esempio da Ghilgamesch, che nel suo poema inseguì ciecamente l’ideale di un originario dio, semaforo-guida del destino umano, ad Anassagora che individuò i principi primi dell’origine della vita, individuati da acqua, aria, terra e fuoco, a Platone, che scoprì nella visibilità dell’archetipo la proiezione visiva di un iniziale generatore di vita, ad Aristotele che con il lume della ragione, creò l’ordine gerarchico di tutte le cose, fino ad individuare il suo dio nel primo motore immobile che diventa lo strumento di accensione di ogni movimento evolutivo della vita dell’universo. Ma i filosofi, anche quelli precristiani, avvertirono l’istanza del tumulto sentimentale e un segreto richiami metafisico e ipotizzarono una corsia preferenziale della ragione, come strumento di controllo e di equilibrio del fenomenismo interiore della creatura umana, che solo l’applicazione dei suggerimenti razionali potrà rendere correttamente gestibili. Con tale prezioso patrimonio culturale e morale, aveva maturato solidi parametri di una lettura più autentica di ogni azione e di avvenimenti apparentemente normali. Profondamente convinto di aver acquisito una concreta conoscenza di un percorso corretto dell’uomo e di un processo progressivo di utilità sociale, per poter archiviare un passato nebuloso e, in parte, criminale, dell’uomo che, invece di emendarsi dalle scorie speculari di una ipotizzata colpa primitiva e intraprendere la via dell’ebbrezza esistenziale all’interno di una comunità cosmica, alimentata dalla forza di un amore fraterno, aveva preferito imitare l’orrendo gesto di Caino, che odiò l’acquiescente obbedienza di Abele fino ad ucciderlo, per distruggere ogni atomo di sopravvivenza del bene e lasciare in eredità all’umanità il virus inestirpabile del male. Ci furono anche indimenticabili eroi che si impegnarono a bonificare dalla febbre omicida, dalla cinica seduzione dell’invidia e dall’inestinguibile voracità del denaro, ben incarnato nei secoli da Giuda, dalla libidine dell’egocentrismo istigatore di guerre individuali e mondiali, che hanno visto protagonisti nel declinare della storia, i dittatori del male assoluto, che hanno compiuto esecrabili genocidi ed hanno disciolto nelle fiamme dei forni crematori o seppellito sotto le macerie di palazzi e Chiese bambini, disabili logorati dalla sofferenza, donne incinte, anziani a letto paralizzati dal male, ma anche amori fiorenti e amanti puri, per saziare il furore sanguinoso della follia di esseri autoeletti a superuomini, alla fine volontarie vittime della propria sterminata ambizione, lasciando impronte di sangue sulla via lastricata e minata del futuro. La follia è un’inguaribile malattia, spesso ereditaria, della mente e dell’anima, assopita nel fluire del sangue attraverso gli evi, ma istintivamente pronta a destarsi in contesti sociali ossessionati dalla schiavitù dei deboli e dalla mania di sopraffazione forzata dall’ubriacatura travolgente del potere dei forti, che “ab libido” si impossessano di ogni bene altrui e decretano insensatamente il destino inesorabile di creature, ridotte da loro alla cosificazione e all’impotenza dalla condanna alla schiavitù. Tale autogenetica conclusione trainò sul tabulato del presente i volti ben noti di creature, solcati dalle torture e dai soprusi , consumati nel recinto del feudo, dove erano nati e cresciuti durante l’adolescenza. Erano i volti trasparenti dal velo appannato delle nebbie di una stagione spensierata della vita. Venera, la mite e dolce Venera, compagna gentile degli ingenui giochi dell’infanzia, sul prato verde ricamato di amori odorosi tra gelsomini e margherite, circondate dal filo sottile cella bava delle lumache, tanto lungo da ricordare il salvifico filo di Arianna, non molto lontano dalla Fattoria, dove loro avevano segretamente scoperto le untuose capriole del Marchese, ansante sul martoriato corpo della donna, che soffocava tra i denti flebili lamenti di pianto, di dolore e di vergogna, ed erano fuggiti via per la paura della turpe visione , tenuta segreta per evitare le tremende punizioni paterne. Avevano taciuto, anche per l’affetto che nutrivano verso la ragazzina che risucchiava nel verde lago dei suoi occhi gli sguardi sorridenti dei compagni, visibilmente emozionati ed orgogliosi di essere amici di una celestiale creatura, rarissimo fiore rigoglioso nell’arido cerchio fella fattoria. Nonostante il capovolgimento rivoluzionario, progressista e liquido delle loro ossificate geometrie mentali di un tempo remoto, un barbaglio della sua inconfondibile luce palpitava ancora sepolta nei labirinti sotterranei dei loro cuori, come la lucciola che dalle fessure del suo nascondiglio verde fa filtrare lampi di luce che orientano il cammino dei pastori nella notte orfana di stelle. Ora dal sottosuolo dell’io si espandeva un insolito esile chiarore, che ridestava l’eco dei ricordi nella memoria di Sebastiano. Ora il crescente furore del vento, che scompigliava la chioma degli alberi e piegava nel verde del prato il gambo sottile dei fiori che ricamavano l’erba con una tavolozza di variopinti colori, si tramutava in un inquieto e doloroso senso di colpa per la viltà che aveva impedito ai due fratellini di non essere intervenuti per interrompere quel delirante martirio fisico ed etico. Avrebbe desiderato chiederle perdono, per averla abbandonata sola al supplizio, avrebbe voluto sciogliersi in un pianto infinito, nel vano tentativo di sentire la dolce carezza del perdono, ma rimase immobilizzato nel sonno, percependo appena le sillabe di una incredibile tragedia, mai letta nel grande libro della storia. La scansione delle sillabe sterilizzate di Venera sembrava provenire da un punto indefinito dello spazio, riflettersi come una eco nel torrente e rimbalzare nitida nel prato dei loro fantastici voli dell’infanzia, riaccendendo il sogno di poter rivivere quel tempo perduto.

“Quando sono riuscita a fuggire dalle mani del mostro, lanciandomi precipitosamente per le scale, avevo smarrito il senso di orientamento e vagavo per campi sconosciuti senza sapere dove fossi e dove sarei potuto rifugiarmi, vergognandomi di essere vista da qualcuno. Decisi di non tornare a casa, per non squarciare ancora di più le già dolorose piaghe di mia madre, perché sapevo che sarebbe impazzita. Preferii farle pervenire un messaggio, tramite un’amica sincera e affidabile, con la quale mi intrattenevo spesso a conversare durante il lavaggio dei panni al lavatoio del fiume. Sono partita per recarmi da un’amica che viveva in un paese vicino al mare, per trovare un lavoro che mi avrebbe resa libera da una vita disperata e dalla tortura della schiavitù, senza alcuna speranza di cambiamento. Tornerò a casa, quando sarò sicura di aver trovato una dignitosa occupazione, per poter portare via anche te, madre dolcissima ed eroica, lontano dalla sepoltura della schiavitù. “Il lavoro libero ci renderà più liberi”. Stai tranquilla, madre mia, preferirei morire, anziché tornare in quell’orribile e spaventoso luogo”. Vagai incerta fino al sorgere di uno spicchio di luna da occidente e le prime stelle cominciarono a brillare lontano nel cielo. Ero sfinita, quando ero vicina alla capanna abbandonata di “Sciurini” che furono i primi contadini ad emigrare in Germania, lasciando, come a poco a poco tante altre famiglie, in completo abbandono i loro tuguri, senza tornare più. La porta era rimasta spalancata dal vento. Entrai. Le ragnatele si impigliarono nei capelli, si avvolsero sul mio viso. Me ne liberai nel buio con il brancolare delle mani. Ormai non avevo più la forza di reggermi in piedi. Le gambe fiaccate cedettero ed io stramazzai a terra ammaltata, distesa in mezzo alla paglia già secca, ammucchiata sul pavimento. Nemmeno avvertii di essere sprofondata nel sonno. Al risveglio, il sole era già alto nel cielo e aveva già disciolto il gelo notturno che ricopriva di bianco i campi, i tetti delle capanne abbandonate, i pagliai, prosciugava il fango nei porcili, prodotto dalle piogge, riscaldando le cime e i fianchi dei colli, dove già pascolavano le pecore e le capre, belando felici al nuovo giorno e trottavano per unirsi al resto del gregge, già vicino al ruscello per dissetarsi. Io mi affacciai all’uscio aperto e subito vidi la vasta valle coperta da un mantello di verde e le circostanti colline, accarezzate e protette dal sole amico. Avevo molta fame e avvertivo le ossa bruciare di dolore per l’accaduto durante il pomeriggio del giorno precedente, ma” poscia più che il dolor-potè il digiuno”.

La terra era piena di erba e frutta commestibili ed io mi saziai, mangiando un po’ di tutto, fave tenere, piselli, ciliegie, albicocche, pesche e sulla. Quando fui satura, ripresi il cammino, meditando dove potermi dirigere. Girai lo sguardo intorno, smarrita, martellata da un senso di vuoto e seghettata dalla paura. In quel minuscolo frammento di mondo, che era stato l’Eden dei miei e dei suoi infantili sorrisi, ora era diventato l’Averno del mio respiro, che mi strappò dagli occhi una improvvisa lacrima, scivolata sulle labbra, lasciando un sapore di amaro, che cercai di cancellare con ripetuti tentativi della lingua. L’inusitato sapore, stimolò in me l’idea della vicinanza nel grembo della valle di un paesino, abbandonato dagli abitanti per la paura di una enorme frana scivolata velocemente dalle falde dell’Etna e precipitata sul paese, seppellendo numerose abitazioni, persone di ogni età e bambini attaccati al seno delle madri, devastando terreni popolati da vigneti, aranceti uliveti, alberi da frutta e ortaggi, che erano la fonte primaria della sopravvivenza delle molte famiglie contadine. La detonazione della frana sembrò lo scatenarsi di un terremoto improvviso e il contemporaneo esplodere di una grandinata violenta accentuò la paura, che costrinse i superstiti ad abbandonare con inenarrabile angoscia le loro case di tufo e ogni loro bene per sempre. Gli esodati trovarono una provvisoria ospitalità presso parenti ed amici nel Comune di Castroreale Terme, dove intrapresero altre attività autonome o optarono per un qualsiasi tipo di lavoro, come manuali, braccianti, muratori inventati, pescatori, servitori d’albergo, camerieri nei ristoranti locali e dei vicini luoghi balneari, le donne più fortunate trovarono occupazione come inservienti nei bar o come cameriere: le altre preferirono starsene in casa per accudire i bambini e la casa o attendere il rientro dal lavoro dei mariti e dei figli, preparando l cena. Intanto, gli sciacalli si precipitarono nel paese abbandonato, portando via un abbondante bottino, spogliando le case di ogni cosa, in cucina, nel bagno, nei cassetti, sdrucendo persino i cuscini e i materassi del letto matrimoniale per verificare l’esistenza segreta di denaro o di oggetti preziosi anche le porte e gli altri infissi di ogni casa vuota. Si disse che i nipoti di una persona morta per l’avanzare degli anni , che conduceva una vita di privazioni, appresero da un venditore ambulante da loro ben conosciuto, che li aveva avvicinati per esprimere loro le condoglianze, che certamente la vecchia doveva possedere molto denaro, visto che spesso si faceva convertire in moneta corrente, vecchie banconote che lui avrebbe scambiato alla Banca d’Italia.

All’apprendimento della informazione, i due nipoti, che abitavano in un paese vicino, percepirono altro. Nottetempo, nonostante l’imperversare della bufera, si tuffarono nell’abitazione della nonna e andarono a frugare in una cassapanca cariata dalle tarme. Rimasero sbalorditi, nel veder luccicare, alla luce della lumiera, un mosaico di colori sulla “montagna” di banconote,ammucchiate dentro il perimetro dell’”inconsueto” salvadanaio . Segretamente infilarono il tesoro in due sacchi e volarono a casa, per dividersi l’enorme ricchezza. Quando io raggiunsi il paese “morto”, per le vie deserte e impraticabili, regnava un silenzio antelucano. Sentivo solo il gracchiare dei corvi che passeggiavano sulla pianura celeste del cielo, con le ali aperte sospinte dalla corrente verso il tunnel della valle. Sembravano ispezionare con la lentezza del volo ogni remoto angolo, per verificare l’esistenza di altro pasto, già rastrellato all’intorno. Un filo spiralizzante di vento sibilava sulla soglia, penetrava all’interno dalla porta inesistente, attraversando il vuoto delle pareti graffiate dalle intemperie. In quella congelata solitudine, fui assalita da un deprimente sgomento, che offuscò ogni relitto di memoria. Non mi riconoscevo più, non ricordavo il mio nome, né sapevo in quale luogo mi trovassi, né come vi fossi arrivata. Avvertivo inconsciamente di aver bisogno di certezze e di protezione, mentre il mio corpo affondava nel nulla infinito. Nonostante l’offuscamento del cervello, intravidi nell’oscillare delle ombre delle case, un antro silente, dove anche il vento era cessato. Mi proiettai in quella direzione, scorsi la porta distesa per terra, come un automa riuscii a sollevarla e adagiarla alle ante, dove si trovava un tempo, mi sdraiai su un lettone realizzato con ginestre intrecciate, e abbandonato dopo l’esodo. Catturata dal soprassalto della stanchezza e dall’angoscia, che mi stringeva la gola, mi assopii profondamente.

Al risveglio, mi sentii come un automa galleggiante su un lago invaso da scorie truculenti che sembravano orribili fantasmi in corsa tra il fondo melmoso dell’acqua e le ciambelle di nuvole nere oscillanti sull’altalena nel cielo. Così veleggiavano incessantemente i miei pensieri, cercando invano un luogo sicuro di sosta nella concavità della volta dell’aria. Credevo di essere diventata una rondinina implume, sopravvissuta alla morte delle sorelline, tremante con il beccuccio spalancato, pigolando insistentemente, quasi ad invocare il ritorno della rondine madre che stringeva nel becco un insetto, cercato solo per lei con affettuosa attenzione. Io, rondine ferita, ero una cieca brancolante nel buio, senza riuscire a vedere la luce che avvolgeva il mio cuore, incapace di poterla assorbire. Affiorò alla mia mente l’immagine di una casetta sommersa nel verde degli aranceti, da tempo abbandonata in contrada Acquasanta, dove da molti anni si era insediata una piccola colonia di Mormoni, arrivati a Palermo improvvisamente, forse fuggiti dal pericolo delle persecuzioni religiose, già molto attiva nella terra di provenienza, e, affrontando le procellose acque dell’Oceano, avevano preferito sbarcare in Sicilia, popolata da gente ospitale e solidale, come la descrivevano i Siciliani già emigrati in America. Dopo qualche giorno di permanenza a Palermo, avendo constatato che il luogo era troppo fragoroso e disordinato il modo di vivere, inadatto per condurre una vita di preghiera, in rapporto mistico con il Dio della loro fede, decisero di lasciare la città e si diressero verso le zone interne dell’isola. Quando giunsero nella Valle della luna, rimasero stupiti del fascino di quel luogo incantevole. La luna viaggiava lentamente nella volta celeste, rischiarando d’argento un paesaggio che sembrava aprire il suo seno e tendere le mani accoglienti per unirsi in amore al suo volto di donna che brillava limpido lontano, come a voler custodire la sua valle con il suo mobile sguardo. Dopo aver trascorso la notte, mi distesi sull’erba con la speranza di prendere sonno, quando si destarono, distesero intorno lo sguardo che rimase incollato alla trasparente dolcezza del paesaggio, che risucchiava in loro l’enigmatico sibilare dell’Eterno. Alla fine della silente preghiera, scrutando più a fondo, videro grumi bianchi di piccole case tra le fessure dei rami degli alberi che le accerchiavano come un fortino. Nessun filo di fumo si innalzava nell’aria dai muti camini e una quiete lunare dominava ogni angolo di quel luogo, scoperto forse per illuminazione soprannaturale. Si divisero i compiti per rastrellare ogni angolo, alla ricerca del luogo più idoneo alle loro esigenze di studio, di meditazione, di preghiera collettivo e di incontri socializzanti. Individuarono come più adatto un vetusto Palazzo fatiscente del Barone Spada, allocatosi a Messina vicino ai nobili che lo avevano preceduto. I contadini, finalmente, si erano liberati dalle arrugginite catene di servi della gleba ed erano fuggiti al Nord o in Svizzera, o in Germania e in Francia, ma anche oltreoceano, in U.S. A., Canada, Australia e in Argentina, dove dopo i primi giorni infernali, impararono la lingua e fu molto facile poi creare un prospero avvenire per loro e per i loro figli. Il villaggio, già morto, si rianimò di vita attiva. Il letto del fiume fornì loro le pietre adatte alla ristrutturazione della pieve esistente. scoperchiata dal vento, graffiata dalle intemperie e invasa dalle erbacce selvatiche impollinate dal vento. Nei boschi vicini trovarono il legno per costruire le imposte dell’abitato, devastate dalle intemperie, i banchi, l’altare e il crocifisso della piccola chiesa. Incominciarono anche a lavorare per far fruttificare la terra indurita per l’abbandono, e si resero autonomi in tutte le loro essenziali esigenze. In un invisibile angolo del sagrato, rinvennero una malconcia campana, trascurata dai ladri, che tornò a far sentire il suo ammuffito rintocco, proseguendo il rituale simbolico della loro religione. Il ricordo di tale presenza, fece riemergere tra i rottami del tempo, la visione di un agibile tugurio, dove l’anziano massaio teneva i vitellini prima di venderle. Dopo la sua scomparsa, non avendo eredi, tutto rimase in abbandono anche il grande orto intorno alla vicina casa a due piani da “Vurpi”, che aveva una numerosa famiglia. Anche questa era stata abbandonata dai figli emigrati e dagli anziani genitori che da soli non riuscirono più ad affrontare i lavori campestri, e morirono nel bisogno trafitti da un immane dolore. Allora, Venera, che conosceva bene quella zona, ritrovò la via migliore per trascorre un po’ di tempo, rifocillandosi con gli abbondanti prodotti della terra, che lei avevo continuato a lavorare. La mattina, al primo chiarore del giorno, veniva svegliata dai rintocchi cupi della campana della pieve. Badava a curare la casa da “Vurpi”, che si era mantenuta in buone condizioni, era abitabile e molto comoda e grande, con gli utensili necessari, il tavolo, le sedie, il bacile, il letto, il focolare, olio di oliva rimasto nei grandi vasi ricoperti da un berretto di argilla, faceva colazione con qualche frutta raccolta il giorno prima, poggiava la vanga sul collo e usciva a lavorare o abbeverare la terra, con l’acqua del biviere del fondo, dove riempiva anche i recipienti trovati in casa. Da quando cominciò a sentire i rintocchi vicini, pensò di avere la possibilità di incominciare a frequentare la chiesa. Ma era molto dubbiosa e inquieta, perché si vergognava di presentarsi a guardare Gesù sulla Croce, con l’affilato chiodo bruciante del peccato, che se non fosse stato perdonato da Dio, Lei non se lo sarebbe mai perdonato, per cui non avrebbe potuto continuare a vivere con quella sanguinate e dolorosissima ferita. Perciò, preferiva tentare di dimenticarla, e di continuare a vivere per espiare nella sofferenza quotidiana la sua colpa, e alla fine del suo percorso esistenziale sentirsi ripulita da ogni scoria del ricordo e capire che Dio l’aveva perdonata. Con il trascorrere dei giorni, Venera era sempre più assalita dalla falce ossessiva della colpa, che seviziava altri momenti di vita serenamente trascorsi, inducendola a più estreme riflessioni che la assorbivano al punto da astrarla dalla realtà, di cui era ermeticamente prigioniera. La solitudine la affliggeva e aggravava il morso del bisogno indilazionabile di comunicare a persone affidabili e sincere il suo segreto tormento, alleggerire il macigno che le assottigliava il respiro. Il canto sublime dell’usignolo, che sembrava di aver percepito, mentre stava aggrappato ad un ramo del sambuco vicino, risvegliò ansimi di disperazione nel cuore affannato della donna, volava dentro l’intrico dei rami del gelso centenario, sommerso da un bosco di foglie, mutando il registro malinconico del canto in acuti gorgheggi d’amore per la donna che sentiva sorella nel cieco avanzare della vita. Sospinta da astratte paure, sorpresa dallo squillo della ben nota campana, rocambolesca- mente attraversò il ruscello, imboccò la salita e, dopo qualche minuto, si trovò impalata davanti alla pieve, luccicante di bianco, come l’abito di seta di una giovane sposa. Abbagliata dal saettante splendore, si dilatò la piaga del cuore e, invece di sentirsi sollevata dalla eterea bellezza che si espandeva su tutte le cose, fu scossa da un vulcanico sgomento, che la rapì, trascinandola sull’orlo del burrone, dove sorgeva la chiesa. Istintivamente, volse in basso lo sguardo e, con gli occhi arrossati da rabbia e da rivoli sottili di sangue, sobbalzò nello scoprire il buio fondo dell’abisso. Allora, con automatico scatto felino, balzò indietro, perse l’equilibrio, emise un urlo spaventoso e crollò a terra svenuta.

Si ridestò più tardi distesa su un comodo lettino e, appena spalancò bene le ciglia, appeso alla parete di fronte, vide una croce di legno, su cui era inchiodata un uomo con una corona di spine sul capo, con piaghe sanguinanti in tutto il corpo, sulle mani distese e inchiodate alle braccia della croce e i piedi congiunti trafitti da un chiodo più grande. Il volto avvolto nel sudario della morte sembrava ricambiare lo sguardo, con un sottile sorriso orlato sulle labbra rigide. Di fronte alla visione di un uomo atrocemente condannato a morte eppur ancora in grado di elargire un timido sorriso a chi sa sopportare pazientemente il peso della propria croce e riesce ad arrivare da lui, logorato da una perenne condanna, come lo è stata Venerina, la donna fu travolta dal panico al pensiero dell’esistenza di un uomo, inchiodato per sempre nella morte, certamente più sfortunato di lei. Tale comparazione, se da una parte la consolò nella constatazione di un condiviso destino di dolore, dall’altra si sentì umiliata, perché scoprì l’esistenza di creature, capaci di accettare con rassegnazione un destino di torture, di beffeggiamenti e di morte, mentre Lei non aveva saputo reagire alla violenza subita con ripugnanza. Si convinse di non essere degna di guardare l’ eroe della sofferenza e tentò di balzare dal letto e fuggire per le vie del mondo senza meta. Ma, solide mani la afferrarono, dicendole:” Perché vuoi fuggire dalla casa del Signore, che ti ha accolta tra le sue braccia? Rimani ancora qui, non sei in condizioni di andare in giro, senza alcuna meta. Rimani, pregheremo tutti insieme il Signore, affinchè ci protegga dalla malvagità del mondo e dalla crudeltà dei fratelli, che hanno smarrito il sentiero del cuore e della mente, per inseguire le orme di Satana. Noi siamo Mormoni, interpreti di una rigorosissima professione di fede e abbiamo scelto di indossare un abito, come indice della scelta della castità, della carità, della povertà, di altruismo, di preghiera e di nutrimento biologico con prodotti naturali da noi coltivati. Il legame matrimoniale per noi è sacro. E se la donna tradisse il marito, sarebbe espulsa e per sempre maledetta, dalla famiglia e dalla nostra comunità. Siamo fuggiti dall’America, dove continua ad imperversare l’ odio e la ferocia contro l’etnia negra che viene discriminata, emarginata, privata del diritto alla vita, che sopravvive solo con l’elemosina di persone di altre paesi, stabilitesi in quella terra e formati in altre forme culturali e religiose, che hanno cura delle persone bisognose di aiuto, a cui offrono un disinteressato sostegno, anche in cambio di dignitosi lavori nelle loro aziende o nelle proprie ville, perché la loro religione considera tutti fratelli, in quanto figli di uno stesso padre, il Dio Supremo, creatore dell’universo, degli uomini e di tutti gli esseri viventi, compreso il mondo animale e vegetale e di tutte le cose visibili e invisibili. Mentre il Mormone le spiegava con un linguaggio semplice e spontaneo argomenti da Lei mai sentiti, Venera, pur ascoltando quelle parole, non riusciva a capire tutto. Era molto confusa, con la testa piena di parole nuove, e con frequenti capogiri. Percepiva appena il senso delle parole concrete, ma non riusciva a collegarle con la sostanza della fede, di cui parlava il suo interlocutore. Aveva già percepito l’esistenza di un Dio, ma le era impedito spiegarsi come avesse potuto creare la creatura umana e l’intero universo, come fosse riuscito dal suo nascondiglio sconosciuto a creare l’uomo e gli altri esseri viventi, dotandoli di funzioni armoniche in tutte le parti del corpo. Non riusciva a capire il funzionamento della memoria, che custodiva un caleidoscopio di immagini nitide, di suoni sempre tintinnanti, di sentimenti affettuosi o crudeli, di razionalismi, o di crudele barbarie, fino all’eliminazione del fratello, del padre e della madre, fino a violentare il proprio sangue fin alle radici invisibili, obnubilato dal furore di un odio o di un meschino interesse, o da un immotivato rancore, generato in un passato sepolto. Non aveva risposte allo scatenarsi della sopraffazione di uomini che godevano nel martirizzare creature simili a loro, creati dallo stesso Padre; non poteva capire il senso del nascere e del viaggio terreno verso l’usura del nostro corpo e lo spegnimento delle funzioni vitali nella morte e la polverizzazione in cenere del corpo umano. Rimaneva allibita nell’indugiare in interrogativi sul significato della presenza degli uomini sulla terra, sulla loro provenienza, sulla loro fine dopo la morte, seguita dal ciclo incessante delle nascite che li portava nuovamente a rivivere, per ripetere un sempre iterato percorso di adempimenti inerenti alla sopravvivenza in un più accentuato contesto di patimenti, di effimere gioie, di vane speranze di una vita migliore della precedente, allagata ogni giorno da lacrime, da amare rinunce, da desolanti sconfitte, o peggio, fino alla follia, e ad una nuova scomparsa. Che senso può avere l’eterno vagabondaggio tra gli inganni, le violenze, gli assurdi delitti, la fame, la strage di tanti bambini denutriti e spenti senza alcuna protezione sanitaria, o abbandonati appena nati su un pendio scosceso fino al fiume o “gettati”, avvolti in giornali dentro un cassetto della spazzatura da ragazze-madri che svendono il loro corpo dovunque a sadici e spregevoli criminali, le guerre che riducono la terra ad un cimitero sterminato di cadaveri, gli oppiacei forniti anche a ragazzini da mostruosi venditori di morte. Ad ogni passo è in agguato l’insidia del male, pronta a scattare, quasi sempre, a danno degli inermi. Anche Venera sapeva di essere tra le schiere degli ultimi, anzi era sconvolta dal martellamento della colpa di vivere, davanti a quel crocifisso, di cui il religioso le aveva raccontato la storia della dolorosa Passione e la rabbiosa richiesta di condanna popolare, da parte di quel popolo che Lui, Gesù, era stato inviato dal Padre misericordioso per riportarlo sulla via del cielo, attraverso la illuminante lezione del Vangelo e con l’esempio dell’immolazione del proprio corpo, offerto alla morte come sacrificio , per far capire al pervertito popolo di Sodoma e Gomorra la via da seguire per poter rinascere dalla nauseante melma che imperversava nelle loro menti e nei loro cuori, ribollenti di satanici riti sessuali e criminali. Chi lo sentì predicare e lo vide immolarsi per indicare all’umanità, intenta a soddisfare ogni sintomo del pervertimento senza limiti e senza pudore, come avrebbe potuto riconciliarsi con il Padre Creatore di tutte le cose e della vita, rinnegò le nefaste e misere abitudini precedenti, e abbracciò la sua Croce, sopportandone religiosamente il gigantesco peso nel peregrinare da un popolo all’altro, ad insegnare e spiegare il messaggio della Sua parola. Con assoluta determinazione, affrontarono ogni pericolo e anche le persecuzioni e le condanne a morte da Re e Imperatori pagani, che si erano autoproclamati dei, imponendo ai popoli sottomessi di adorarli come tali e di punirli, come a Cristo, in caso di disobbedienza. Un uomo dissoluto e miscredente, si convertì alla nuova fede, per una folgorazione improvvisa mentre si recava a Damasco, e vedendosi uscito salvo, capì che il Dio che lui aveva combattuto tramite la persecuzione dei suoi apostoli, invece di punirlo, lo aveva salvato. Questo segno fu interpretato come una chiamata di Dio ad assolvere l’incarico di diffondere la fede tra gli uomini e Paolo obbedì, andando a predicare anche ad Atene, che era la roccaforte del paganesimo, dove un popolo colto, designò il monte Olimpo come regno degli dei pagani. I compagni di fede cercarono di dissuaderlo di recarsi ad Atene, perché temevano che i pagani lo avrebbero ucciso, per impedire la diffusione del Cristianesimo. Ma la incoercibile forza della fede, sostenne la decisione di Saulo (Paolo) ed egli parlò agli Ateniesi che lo ascoltarono in silenzio. Il prediletto del Signore, a cui lo stesso aveva consegnato le simboliche chiavi della Fede, “Pietro, tu sei Pietro e su questa Pietra nascerà la mia Chiesa. Perciò a te consegno le chiavi; Ciò che tu scioglierai sulla terra, sarà sciolto in cielo e ciò che tu respingerai sulla terra, sarà respinto in cielo. Queste chiavi sono il segno della tua missione nel mondo.”

Venera seguiva con attenzione crescente l’argomentazione su una storia da Lei sconosciuta, ma di cui aveva avuto notizie superficiali durante l’infanzia, quando non era in grado di metabolizzarne l’elevato valore spirituale e la forza rigenerante della fede. Aveva già smarrito in gran parte le limitate nozioni che le erano state somministrare come un interessante storia tratta dalle fiabe per bambini, che parlavano di fate di bambini e di streghe, senza poterne capire l’implicito messaggio ideale e capaci solo di trattenere nella memoria il nome di qualche personaggio e lembi squarciati delle favole. Ad esse si erano sovrapposte le drammatiche vicende della vita, che avevano totalmente travolto il fiorire dei fantastici sogni e gli affioranti sentimenti del suo cuore fanciullo. Dentro di lei giacevano ingombranti detriti che avevano offuscato il suo ammaliante orizzonte azzurro. Confessò di non saper concepire l’esistenza di un Dio Padre e di un Dio Figlio, né il termine Spirito Santo che interpretava come binomio magico. Inoltre, si sforzava anche di poter trovare un legame concreto tra due Entità invisibile ed astratte mentre il padre e il figlio sulla terra erano due diverse e concrete realtà, anche se unificate dal solo frutto di un rapporto d’amore, E cosa era lo Spirito Santo, che si inseriva, secondo la versione del religioso, tra il Padre e il Figlio, come elemento di fusione in un solo Dio che era , perciò, Uno e Trino, creatore dal nulla di tutte le cose? Il nulla, se è nulla, cioè inesistente, come può svolgere l’attività di creare realtà concrete e visibili? E perché poi, se siamo tutti suoi figli, perché ci sono pochi ricchi arroganti padroni assoluti di tutto e anche della vita dei poveri, che sono oggetti nelle loro mani, e i poveri, condannati fatalmente in eterno a trascinare l’infrangibile catena della schiavitù e del dolore privi anche di un sorriso, e consente di odiarci e di distruggerci crudelmente a vicenda, invece di amarci come fratelli? Queste tambureggianti domande, senza esaurienti risposte, nella sua mente generano un ingorgo turbolento che la annientava, facendola tremare di paura e di dolore. Allora, continuava a porre domande sempre più difficili che richiedevano spiegazioni complesse e talvolta erano anche razionalmente inspiegabili, tanto da mettere in difficoltà pure l’interlocutore, che non riusciva convincente nei suoi chiarimenti. Le sue difficoltà nelle risposte, si aggravavano, quando Francesca gli chiese spiegazioni sulla morte.” In fondo al Calvario della sofferenza, ci aspetta la scomparsa per sempre. E rimane la ripugnante immagine di un corpo freddo con gli occhi serrati rivolti verso un invisibile cielo, né il pianto incessante dei suoi cari potrà riportare in vita il proprio caro defunto. Riposeremo per sempre all’ombra dei cipressi, fino a essere ridotti in cenere, o rosicchiati dai vermi.? Indubbiamente, Francesca nel suo porre quesiti, proiettava la sua sismica confusione interiore, per poter capire il vero senso della sua vita e la ragione della morte dei suoi fanciulleschi slanci verso la gioia di sentirsi esistere? Marco, il mormone che era molto colto e aveva studiato nel collegio dei Padri Gesuiti, dove era stato indirizzato dal prete locale, perché aveva perduto la famiglia durante una gragnola di bombardamenti tedeschi durante l’avanzata dell’esercito alleato, ed era ottimo studioso di filosofia e di teologia, non riuscendo a spiegare in modo semplice concetti molto complessi ed elevati alla sprovveduta creatura, chiamò i suoi correligiosi ad aiutarlo:

“Conversando insieme amichevolmente, forse potremo essere più chiari”. Quindi, la discussione riprese in un’atmosfera di rigoroso silenzio. I nuovi intervenuti cercarono di alimentare un clima sereno, con un sorridente saluto, manifestando di essere lieti della presenza di lei in mezzo a loro e di considerarla come una sorella, invitandola a sentirsi in casa sua. Venera, con molta discrezione, ringraziò i convenuti per la calorosa accoglienza, da lei gradita moltissimo e percependo la sincerità del loro invito ospitale, sentì la necessità di aprire il suo cuore, trafitto da un lacerante coltello, per potersi sentire alleggerita dall’insopportabile macigno che le schiacciava il cuore, mediante la condivisione con persone palesemente oneste e leali:

“Sono nata nel feudo del marchese Maloto, dove mia madre continua il lavoro servile. Non conobbi mio padre, mia madre non me ne parlò mai, né io osai, dopo non aver visto in casa alcun uomo, chiederle notizie, temendo di poterla fare soffrire. Tuttavia, trascorsi felice la mia infanzia, negli ingenui giochi dell’età, con i miei coetanei vicini. Ero anche soddisfatta anche di aver imparato ad aiutare la mamma nei pesanti lavori domestici, agricoli e nel palazzo del padrone..”, a questo punto interruppe il racconto e si abbandonò ad un singhiozzante fiume di lacrime, da cui traspariva un bruciante rovello interiore, rivelatore di un qualche sconosciuto e inguaribile malessere. Marco non avrebbe potuto prevedere quell’esplosione di dolore. Subito collegò quel pianto ad una disperata solitudine che accentuava le incertezze sull’assoluta cecità sul senso della la vita, sulle miserie, sull’invincibile crudeltà degli uomini, sulle terribili devastazioni delle guerre, sugli orrori inflitti al prossimo dai potenti dittatori del secolo, dall’irrisolto dubbio sulla realtà metafisica, su un Dio che non l’avrebbe soccorsa in una qualche mortale vicenda, sullo smarrimento in un mondo di cannibali, insomma su uno stridente disagio che l’avrebbe resa fragile ed inerme di fronte ad ogni male. Perciò, si chinò su di lei che era stramazzata sul pavimento, sentendosi soffocare dalle lacrime e dal singhiozzante inconsolabile tormento. Vibrante per l’improvvisa tensione, si preoccupò di chiedere:

“Come stai, Venera? Cosa ti è accaduto ora? Che cosa ti ha turbato per essere crollata così-? Ti hanno rattristata i nostri discorsi? Oppure ti tormenta l’angoscia di non riuscire a sentire in te la presenza di Dio? Credimi, gli interrogativi che ti tormentano, se li sono posti i grandi pensatori di ogni tempo, che non sono riusciti a darsi risposte razionali, perché anche la ragione ha i suoi limiti, essendo la parte riflessiva del nostro corpo, per cui possiede in sé la tendenza al disfacimento e non le è concesso, né possiede il potere dell’onniscienza, ma è costretta a fermarsi di fronte all’invisibile muro che ci separa dalla conoscenza di tutto ciò che esiste oltre quel limite. Ma è il cuore, che è colmo d’amore, che non può rassegnarsi alla morte fatale del sentimento, perché avverte misteriosamente il magico richiamo di una voce che proviene da un pertugio segreto dell’infinito, che noi possiamo solo ipotizzare e verso il quale ci sospinge il pulsare fremente del sangue nelle vene, associato al grido del cuore, anelante di poter scoprire la sorgente che lo alimenta di amore. Questo amore rappresenta la presenza di Dio Padre dentro di noi perché ci ha creato, che è anche Figlio, in cui si è incarnato per poter scendere in mezzo agli altri figli, già schiavi e perduti nella selva del male e dell’inferno, per guidarli a raggiungere il Suo Regno celeste, e che è anche Spirito invisibile che penetra nell’anima e la riempie di luce spirituale. Questo sfugge alla conoscenza dei comuni mortali, ma lo stesso dubbio che sempre più arrovella il nostro cervello nella necessità di incontrare e conoscere il Padre, è il segno intuibile della sua esistenza eterna, che dopo la dolorosa prova di credere senza vedere, (come Cristo risorto ammonì ed incitò ad agire secondo la sua volontà, che è solo Amore, in cui dobbiamo credere per atto di fede nel mistero della Sua esistenza, ci vuole ricondurre nella sua abitazione divina, ripuliti nell’anima, dopo aver debellato il male e il peccato con gli strumenti che Lui ci ha donato, nel momento in cui ci ha dato la vita. Occorre solo vivere, guidati dalla fede indiscutibile nel mistero del Suo Essere.” Marco aveva finito di argomentare e cercò di richiamare Venera che non dava alcun segno di vita. Era già priva di sensi. Allarmato, scosse il suo corpo, ma senza alcun esito positivo. Allora tutti decisero di trasportarla nella stanza attigua, la adagiarono sul letto, vegliandola fino al suo risveglio.

5

Sebastiano, con la bontà dei suoi ragionamenti, dei suoi generosi comportamenti e con efficace programma di lavori, conquistò presto la stima e il sostegno dei suoi concittadini. Durante la campagna elettorale bussò porta a porta, soprattutto nelle periferie, dove vivevano le famiglie più disagiate in case d’affitto, prive dei servizi igienico-sanitari essenziali e in gran parte disoccupate, e anche senza alcuna risorsa economica per poter sopravvivere. Né erano in grado di mantenere i figli agli studi, che vagavano presso le officine o gli studi dei professionisti, o presso laboratori di ogni genere, dei bar, degli alberghi e ristoranti, o presso imprese edili o grossi agricoltori in cerca di un qualsiasi lavoro. Si offrivano anche come volontari nelle imprese di pulizie o presso il Comune come netturbini o giardinieri, riuscendo a trovare solo qualche modesto lavoro precario stagionale o qualcuno li chiamava per pochi giorni per pitturare la casa, con una misera retribuzione in nero. Solo chi resisteva in quelle condizioni, riusciva a saper soffrire in attesa di giorni migliori. Molti altri, invece, persero ogni speranza di potersi costruire una famiglia e scivolarono gradualmente nei gironi infernali del male, del furto, del killeraggio, delle estorsioni, delle intimidazioni, perfino all’omicidio su commissione per poche migliaia di lire e talvolta anche per qualche stecca di sigarette o per rifornirsi di stupefacenti, illudendosi di poter godere nei paradisi artificiali, che invece si rivelavano paradisi di morte sicura. Poi, non riuscendo a pagare, si trasformarono in spacciatori, senza porsi alcuna titubanza nell’adescare ragazzi minorenni, prima come clienti e poi come manuali spacciatori alle loro dipendenze, assegnando loro i confini del criminale commercio. Le forze di polizia conducevano per anni indagini segrete, fino a coglierli in flagranza di reato, per poter ricostruire la invisibile filiera del criminale mercato, fino all’acquisizione di prove per mandare a giudizio i vertici della sporca attività e i loro emissari. Ma le irrisorie condanne di un sistema estremamente garantista e predisposto al recupero sociale della criminalità, prevedeva qualche giorno di punizione ai domiciliari e, dopo gli stessi operatori di morte e disastri familiari tornavano a riprendere la loro attività in maniera più intensa e più vasta, fino a creare una salda organizzazione criminale che espandeva l’azione delittuosa a livello nazionale e internazionale, come giornali, processi e condanne definitive in Cassazione hanno certificato.  I giornali riportavano in prima pagina notizie allucinanti delle vittime ingenue che erano state, prima riconosciute dementi fino al compimento di azione insensate, pericolose per l’incolumità pubblica e rinchiuse in case di cura, dove vigeva il codice della crudeltà che riduceva a larve umane i ricoverati, brutalizzandoli ad ogni cenno di demenziale sgomento, abbandonandoli legati al letto con catene per cani, fino all’emergere di schiuma dalle labbra, per lo strazio inflitto dai vigilanti aguzzini sia con torture, con indecorosi insulti e sputi in faccia, privandoli anche del cibo e dell’acqua per dissetarsi, gridando: “ Dovete morire come cani rognosi, indegni di stare in società, perché spargereste la vostra contaminazione dovunque. Rappresentate i criminali prima sedotti da paradisiache allucinazioni e ingozzati di erbe avvelenate, poi ridotti al delirio per astinenza, arrivando anche ad uccidere madri, padri, fratelli e persone oneste per derubarli e acquistare dosi, anche imposte, per sedare la vostra suicida dipendenza. Non vi saziate mai, come i porci che sguazzano nel fango del porcile. Nei vulcanici furori mentali aggredite con coltelli sottratti in cucina di nascosto, anche infermieri, medici e le guardie penitenziarie, spesso minacciate di morte assieme alle loro famiglie, se non vi portano da fuori, quanto da voi richiesto se non vi procurano negli armadi blindati le sostanze stupefacenti o non ve le portano clandestinamente da fuori, assieme a bevande superalcoliche, uccidendovi da soli, con il cervello devastato e incapace di capire la gravità dei vostri gesti inconsulti. Quando evidenziate di aver perduto il senno e potreste diventare strumenti di tradimento per ottenere privilegi o promesse di liberazione, vi arriva la dose preparata per eliminarvi impunemente. Quando uscirete da questo luogo di cura, ricomincerete la stessa vita, ma avete gli occhi della gente puntati su di voi con disprezzo o pietà, rimpiangendo di essere usciti e con la tentazione di sparire dal mondo.” Antonio era un giovane molto bravo nell’apprendimento scolastico ed era stato recluso nella casa di cura, per essere andato in escandescenze a scuola contro un professore che lo trattava come un animale, adoperando un linguaggio sarcastico e rozzo, senza aver capito la fragilità interiore dello studente. Ora trascorreva le giornate in solitudine senza alcun legame di corrispondenza con il gruppo, preferendo leggere assiduamente libri, presi a prestito dalla biblioteca interna, per astrarsi dalla lacerazione dei ricordi su cui galleggiava l’immagine del disgustoso essere che aveva lacerato precocemente i suoi sogni. Avendo captato, durante la lettura, il rimbombo della voce arrogante e offensiva dell’aguzzino, che parlava in modo sprezzante ai compagni di pena, come una divinità onnisciente e onnipotente, gridò:

“E Lei, signor Dio, e i suoi colleghi cosa fate per aiutarci a curare le nostre ferite, inflitteci da una società disumanizzata dalla sterminata ambizione di prevaricazione sulla povera gente che ha sempre disprezzato, per l’onestà che l’ha reso nullatenente e che ha voluto condividere miseria e nobiltà d’animo con i più infelici. Voi, che siete servi ciechi e viscidi dei vostri imperatori avidi e rapaci, voi che siete orgogliosi schiavi dell’invisibile potere assoluto di semidei Illuminati, assetati solo del sangue, dell’anima e del corpo delle creature umane, come se il vero Dio li abbia creati per soddisfare tutti i loro perversi appetiti, fino allo sterminio sadico di tutti gli uomini, assatanati dall’ambizione di concentrare nelle loro mani le immense ricchezze della terra. A Satana offrono vittime umane in sacrificio, per accattivarsi la sua protezione, a quel Satana, che hanno scelto come dio-protettore dei loro delitti per soddisfare le loro brame, senza l’ostacolo degli umani, inceneriti con il suo determinante aiuto segreto. Noi siamo le ultime vittime, recluse con l’inganno di essere curati nella mente e nell’anima da voi, insegnandoci a come diventare migliori e a capire il verso giusto della vita, per poter continuare a vivere coltivando la speranza di poter essere utili a costruire un libero mondo d’amore, di fratellanza e di giustizia, per diventare tutti degni di essere considerati figli del vero Dio e di ricercare la via della missione affidataci. Invece abbiamo capito di essere destinati ad impazzire e a salire sull’altare del supplizio, scelti ad essere protagonisti della morte che noi rappresentiamo, cioè il sapere, l’amicizia, la ostinata ricerca della giustizia, il balsamo della verità, la tolleranza, la solidarietà, l’amore, la povertà coniugata con la bontà e con la generosità, altissimi e preziosissimi doni del Dio Maggiore, il solo protettore dell’uomo, suo figlio. Ma voi, servi e maggiordomi del dio del male, ben remunerati dai vostri Padroni, siete pure condannati coscienti ad una opposta e perfida schiavitù. Scrivetelo bene in mente: siamo tutti vittime e fratelli e dovremmo siglare un patto di difesa comune per estirpare le radici della malapianta che sta soffocando ogni creatura. Nella nostra interiorità c’è incisa la stessa ferita e lo stesso sogno, che è stato distrutto maldestramente: I’ impossibilità di ricostruirlo ci ha annientato e ci ha condotto alla demenza”.

Improvvisamente Antonio tacque, mentre singhiozzava atrocemente e versava lacrime abbondanti sulle pagine vive del suo libro. Un silenzio di tomba invase la stanza. I presenti fissarono il loro sguardo su quell’angelica creatura che si accartocciò dentro il suo esile corpo, strappando lacrime amare dai loro occhi che diffondevano, tra i muri scalcinati e imbrattati di memorabili frasi e graffiti, scintille trasparenti di speranza. Il caporale parlante, dopo aver ascoltato la dissertazione di Antonio, volse intorno lo sguardo interrogativo nel silenzio. Tutti sembravano diversi con le pupille spalancate. Fortemente turbato, dal discorso ascoltato e dalla scena degli emarginati, ritrovò in fondo al cuore una parte di quelle parole, ma sopraffatto dal dovere del suo ruolo, con un alto tono di voce, gridò:             

“Tu sei veramente pazzo, pazzo da tenere in catene per sempre. Poi, rivolgendosi a tutti, alzò la mano, da cui pendeva una pesante catena, gridò, come “Caron dimonio con li occhi di brace” “Sparite, sparite, pravi animali! seppellitevi nelle vostre celle, da dove mai uscì persona viva.” Antonio fu il primo a poter abbandonare quell’orribile luogo, dove un giovane che era obbligato ad entrare, sarebbe svenuto, vedendosi rinchiuso in un ambiente, igienicamente disastroso, che ricordava la frase scritta sulla porta d’ingresso dell’Inferno di Dante: “Lasciate ogni speranza voi che entrate”. Egli ci raccontò la sua amara esperienza, in tutti i particolari di ogni settore, le autoritarie azioni, le crudeli parole e gli sberleffi rivolti ai degenti, che invece di essere curati ed educati ad una convivenza civile nella comunità del paese o nella città di residenza, li imbottivano di sedativi per mantenerli costantemente mansueti. Ai più turbolenti iniettavano potenti antidepressivi che avrebbero avuto effetto per sei mesi, da ripetere ad ogni scadenza con assoluta precisione, perché una sola diserzione della prescrizione avrebbe scatenato nel soggetto una violenza aberrante ed iconoclasta. Lo stesso sarebbe accaduto quando, già a casa, non avrebbero osservato l’ordine del rientro per la somministrazione del medicinale rasserenante””.

Ciò avveniva spesso, perché molti a casa non trovavano nessuno a prendersi cura di loro. Alle ore 13, 30 di una domenica calda di giugno, mentre tutti erano a tavola con i parenti, si udì improvvisamente il fragore tintinnante di vetri rotti. I vicini si affacciarono, preoccupati, ai balconi e videro una persona, non bene identificata, che brandiva una mazza sul vetro della porta di un ben fornito Market alimentare, chiuso per riposo domenicale. Dallo spazio creatosi dentro il vetro, s’imbucò fulmineamente nel negozio e in un attimo uscì con una bottiglia di superalcolico sotto il braccio, intubandosi tra i vicoli, in direzione opposta alla sua abitazione, verso il castagneto in cui sprofondò nascosto, sfuggendo all’attenzione degli inseguitori. La proprietaria del negozio, temendo ulteriori conseguenze, ebbe paura di denunciare l’accaduto, anche perché era consapevole che avrebbe rovinato per sempre il nebuloso futuro quello sfortunato giovane che, dopo la perdita della madre, accudiva da solo a sè stesso. Del gruppo di giovani che credevano di non poter avere un futuro, e spesso si incontravano in una casetta di campagna in contrada Franco, appartenente al padre di Nino intrattenendosi a lungo, mangiando pane e salame fatto in casa, fichi secchi e formaggio pecorino, proveniente dalla mandria vicina e bevendo vino per innaffiare l’erba nel ventre, Carlo, da tempo dipendente dall’uso di sostanze fatali, cacciato via dalla casa dei parenti che godevano di un certo prestigio in paese, si fece rimpatriare in America, dove raggiunse i genitori e il fratello maggiore, che lo accolsero con un affettuoso abbraccio. Il fratello, che faceva il barbiere, lo accolse nel suo negozio, frequentato da ogni sorta di gente. Lì, Carlo strinse amicizia con un gruppo di giovani, dediti all’uso e allo spaccio massiccio di sostanze pericolose, che lo cooptarono facilmente nei loro loschi affari, incaricandolo di svolgere la delittuosa attività tra i molti clienti del Salone. Il giovane incominciò a regalare dosi ai frequentatori del Salone, ma al momento di restituire il relativo guadagno, non possedeva nulla. La piccola banda, ben collaudata nel mestiere, gli impose la consegna del denaro entro tre giorni, altrimenti avrebbe passato guai. Ovviamente, Carlo non fu in grado di osservare le condizioni, anzi chiese una proroga e altro materiale che, per recuperare il denaro delle dosi regalate, avrebbe gonfiato il prezzo degli stupefacenti. Fu pietosamente accontentato con l’ultimo ultimatum, anzi gli fornirono alcune dosi per uso personale. Carlo li ringraziò per la comprensione dimostratagli e si convinse di aver salvato la pelle, con la sua ingenua scusa. Ma arrivato a casa, si chiuse nel bagno senza più uscire. Invano i suoi cari lo chiamarono, ma nessuna voce rispondeva. Temendo qualche malore del figlio, sfondarono la porta      e, con immensa amarezza, videro Carlo disteso per terra, con la schiuma raggrumata sulle labbra e un filo di bava pendente sul pavimento. Tastarono il polso, ma era ghiacciato dalla morte. Le indagini e le analisi effettuate ad hoc, rivelarono la causa del decesso provocato da una micidiale overdose. I parenti, che in America avevano fatto “gavetta”, con onestà e sacrifici, non riuscirono a rimanere in quella città e preferirono emigrare in Venezuela, dove stentarono a sopravvivere, essendoci la guerriglia, alimentata nell’America meridionale dall’esercito clandestino di Che Quevara, in guerra contro i ricchissimi governanti, che detenevano il potere con la dittatura, riducendo in una brutale schiavitù la gran massa di poveri affamati, a lavorare nelle loro fazendas, in condizioni di lavoro assurdo e di spietato sfruttamento che si può solo immaginare, assistendo attentamente in qualche film, dove emergono allucinanti sequenze di totale servilismo. Antonio, nelle ore di isolamento riservate alla lettura, aveva affidato segretamente alle pagine di un diario la tragica storia di Carlo, che a lui era stata raccontata, con molta amarezza, dalla nonna, che era stata la più sincera amica di Carlo, che prima di emigrare in Venezuela, aveva avvertito il bisogno di condividere con l’indimenticabi le compagna d’infanzia il suo straziante dolore. Ma, la sera precedente al giorno dell’uscita, il diario, custodito con molta cautela sul petto coperto dal maglione di lana ovina, lavorato ai ferri con fatica e speranza, gli fu sottratto dalle “ronde” che vigilavano giorno e notte su ogni vibrazione sospetta, pronti ad intervenire per sradicare ogni frequenza eversiva e pericolosa per l’incolumità di persone e di cose. Le fiamme che ansimavano sollevandosi in aria dai cassettoni della spazzatura, collocati sotto il muro di cinta, accompagnano il tacito pianto di Antonio, che in tal modo vedeva siglato il segno definitivo della sua condizione di vinto, nella costante battaglia ideologica di entomologo del disastro sociale, economico, culturale ed etico, in una società retrocessa inesorabilmente allo stato bruto iniziale, per aver distorto la luminosa funzione delle conquiste scientifiche, ora indirizzate in maniera allucinante non per conseguire finalità  etiche ma verso il soddisfacimento del furore famistico, lanciato dalla febbre dell’accumulo di inaudita ricchezza a conquiste trasgressive di ogni biologico codice etico con l’alterazione dei naturali processi fisiologici della nascita della creatura umana, riuscendo a ridurre in provetta o mediante l’inseminazione artificiale o con un ovulo avuto in prestito da altra persona, o comprato clandestinamente da gente senza scrupoli a prezzo elevatissimo, o ben conservato in frigorifero, o attraverso l’utero in affitto per agevolare la nascita di altre vite, frutto di aride applicazioni tecniche di trapianto, e non più nate dal misterioso dono di amore, ma dalla chirurgica metamorfica del sesso, con costi vertiginosi che solo i ricchi possono permettersi, mentre i poveri continuano a credere nell’origine sacrale della vita, e altri si illudono arrogantemente di voler imitare Dio o di volerlo demenzialmente sostituire.

L’eclissi della ragione, la polverizzazione di ogni sentimento e la morte dei sogni, non lasciarono spazio allo spiraglio della sopravvivenza. Un sonno profondo sommerse nel buio ogni alito di vita. Sulla superficie terrestre sopravvivevano i mostri immortali che, finite le prede, si divoravano vicendevolmente. La loro guerra mortale, intrecciata a urla spaventose si sentiva rumoreggiare anche nei fondi marini, faceva stramazzare a terra i docili uccellini, prosciugava l’acqua dei fiumi e del laghi, terrorizzata a morte la flora e la fauna marina, spingeva il caos cosmico fino alla combustione del sole. L’intero pianeta si era trasformato in una deserta piattaforma di cadaveri. Nessuno sarebbe stato in grado di capire la desertificazione del pianeta e l’estinzione di ogni forma di vita. I vulcani esplosero, eruttando fuoco e fumo nero e sporcarono l’azzurro del cielo; i mari, i laghi e gli oceani, furiosi, scagliarono tempeste sulla terra, che scomparve invasa dall’acqua marina. Imperversava dovunque un diluvio universale, mentre noi imprigionati dal sonno, vagheggiavano inconsciamente l’irrompere dell’alba di una nuova primavera. E la primavera rifiorì dai semi sommersi nei nostri sogni sconvolti. Ambulavamo come fantasmi tra i cadaveri di tutti i tempi, ammassati come montagne sul fondo prosciugato delle acque, in preda al desiderio di un ipotetico approdo. Nel sogno, si incominciavano a percepirsi confusi frastuoni di vita. Ma cosa era accaduto, per generare uno sconvolgimento planetario ! Si sentiva l’abbaiare di un cane, il lamento di una voce ferita, il pianto di un bambino abbandonato e un gutturale canto di colombe, che indussero a riflettere. Avevano vissuto un incubo. Occorreva risalire verso la luce, per poter vedere e capire il senso di quella rivoluzione universale. Vedemmo cumuli di macerie da cui provenivano urla disperate di morte, ma anche invocazioni di aiuto di persone vive, in attesa di una mano amica che li liberasse dalla prigione delle rovine. Perlustrammo ogni angolo di quel territorio che avevamo conosciuto bene. Scavammo nei luoghi, , dove si avvertiva un lamento di vita. Sulla cima più alta dei Peloritani, individuammo un essere con la lunga barba bianca come i capelli che gli incoronavano il viso, la coppola nera incollata sul capo, un bustino bianco di lana di pecora, con una camicia nera sfociante sulle braccia, Aveva un pantalone nero e le gambe coperte da una pelle nera e pelosa di capra. Si appoggiava a un nodoso bastone e scrutava con lo sguardo l’intera pianura sottostante. Sembrava il vecchio Noè, il sopravvissuto per novecento anni. Lui, il prescelto da Dio, come messaggero del volere del Padre, che aveva annunciato, con la colomba bianca tra le mani e il ramoscello d’ulivo, il ritorno della vita sulla terra, dopo il diluvio universale. Lui, ancora sopravvissuto, sapeva certamente ciò che era accaduto sulla terra. Lo raggiungemmo faticosamente, gli rendemmo omaggio, lo abbracciammo, come salici piangenti e lo pregammo di raccontarci quanto era accaduto sulla terra, durante la nostra lunga assenza. Come un buon vecchio che racconta storie ai nipotini, lui fece con noi. Ci parlò della follia umana che, inorgoglita dalle conquiste della rivoluzione industriale e dai relativi e ingenti guadagni, si era ubriacata dall’ossessione del potere assoluto e arrogantemente ambiva a sostituirsi a Dio, come fecero i Titani che furono severamente puniti da Giove scaraventandoli giù dalla sommità dell’Olimpo. La follia umana aveva scatenata guerre per il predominio universale, versando sangue di innocenti e sterminando con torture e con il fuoco i loro fratelli nel filo spinato delle prigioni belliche, condannandoli a morire di fame o straziati dal filo spinato mentre cercavano di uscire o di chiedere ai contadini vicini una mollica di pane; aveva seminato dovunque dolori e odio, senza alcuna pietà. Faceva ogni giorno morire per fame o per mancanza di cure, milioni di persone che, profondamente deluse di vivere in una società barbara e crudele, preferivano trascinarsi per le vie, senza pane e senza acqua, fino ad andare a morire in luoghi squallidi, come inservibili rifiuti, lasciati anche dai cani. Allora, privi della possibilità di riconciliazione con il Creatore, incominciarono a sterminare interi popoli con diabolici strumenti di morte, adducendo motivazioni false, e invece solo per famelica avidità.

Improvvisamente, in una vasta nazione orientale era esplosa per l’ennesima volta la diffusione inarrestabile di un virus, già sigillato tra gli altri 1500 tipologie da molti anni, senza operare alcuna ricerca per individuarne l’origine e il dinamismo vitale, per poter avviare esplorazioni decise e scoprire un vaccino idoneo a debellarlo. Rapidamente il virus aggredì di sorpresa un crescente numero di persone, soprattutto anziane, che avevano avuto condizioni precarie di salute ed erano a rischio, perché non esisteva alcun vaccino per poter bloccare la diffusione del killer sconosciuto e loro non possedevano più difese immunitarie, per resistere alle aggressioni invisibili del virus. La notizia del nuovo subdolo nemico arrivò in Occidente con un po’ di ritardo, cogliendo per prima l’Italia, del tutto sprovvista anche di strumenti adatti, come le apparecchiature per l’emergenza di terapia intensiva, indispensabile per la sopravvivenza delle persone contagiate dal virus sconosciuto. L’Italia intraprese iniziative idonee ad affrontare l’emergenza, che si presentò, in breve tempo, più pericolosa e mortale del previsto. Mancavano nelle farmacie anche le mascherine adatte alla protezione sanitaria del personale di servizio negli ospedali, dove emerse l’impegno eroico e missionario degli operatori, che spesso morivano per assistere gli infettati dal virus, privi di idonei strumenti e medicine adatte, Anche la Croce Rossa e L’Istituto Sanitario Nazionale riuscirono a reperire mascherine protettive, in quanto alcuni spregevoli sciacalli si impadronirono del monopolio di tale mercato clandestino, rivendendole a costi altissimi, più del precedente valore di mercato. Il governo in carica, pur tra le critiche elettoralistiche dell’opposizione a fuoco incrociato, inizialmente agì in maniera lenta, sottovalutando la gravità della imprevista situazione poi man mano che il virus imperversava a colpire a macchia di leopardo e provocava migliaia di contagi e di ricoveri in insufficienti posti di terapia intensiva, l’Italia e le altre nazioni europee ed extraeuropee, dove il virus dilagò repentinamente, seminando oltre 500.000 vittime e milioni di contagiati che aumentavano ogni giorno in USA, nell’ America del Sud, dove fu contagiata la maggior parte della popolazione, l’Asia, ed una pletora di altre nazioni più piccole, si trovarono impreparati ad affrontare l’inedita pandemia, che aveva avuto solo un devastante precedente, la diffusione della “Spagnola”, che nel I dopoguerra stroncò la vita a oltre 50 milioni di persone, un numero di vittime superiore a quello delle due grandi guerre. Il numero dei morti , soprattutto in Lombardia, in Veneto ed Emilia, si moltiplicava in tutte le regioni, i contagiati aumentavano in maniera esponenziale, particolarmente colpiti erano le persone anziane e quelle che avevano complicate condizione di salute pregresse. Dopo gli appelli alla responsabilità del Presidente della Repubblica e del Consiglio. il martellamento mediatico di sensibilizzazione e gli appelli all’osservanza delle misure restrittive decise dal Governo, come il rispetto dell’obbligo di evitare gli assembramenti di gente, di rispettare la distanza di un metro tra le persone, e l’obbligo di rimanere in casa, rispettando rigorosamente norme igieniche essenziali, di evitare contatti fisici, la chiusura di tutti i locali pubblici, come cinema, teatri, musei, campi sportivi, chiese, e la sospensione di matrimoni e funerali, come anche tutte le scuole vissero un momento drammatico, perché moltissimi allievi rimasero seppelliti tra le mura domestiche e dopo mesi di isolamento, avvertivano la mancanza dei compagni più cari e della scuola in generale, dove erano in corso di maturazione culturale e, soprattutto, psicologica e di maturazione della personalità, ma l’intera nazione, nonostante lo sgomento, si stringeva in un abbraccio di solidarietà e spontaneamente organizzava manifestazioni cittadine con canti patriottici e musiche popolari, affacciata ai balconi e sulle terrazze degli appartamenti per unirsi in un abbraccio di solidarietà e speranza, ( come suggeriva Leopardi agli uomini, di stringersi in un abbraccio universale, per resistere al male di vivere e al dolore della morte) esponendo cartelloni con la scritta augurale, “Tutto va bene”, “Insieme ce la faremo”, preparati nelle scuole, in associazioni e in sedi di socializzazione. Tali iniziative consolidarono il legame patriottico e umanitario tra gli Italiani, che accantonarono le beghe partitiche, vedendosi esautorati anche dai loro elettori, e civilmente richiamati al loro dovere, rividero la loro posizione di ostacolo all’impegno responsabile dei membri del Governo e dei partiti che lo sostenevano, e offrirono la loro disponibilità di sostegno alle iniziative da intraprendere per poter salvare la nazione dalla disperazione collettiva e dal disastro economico. Alcuni Paesi limitrofi e ancestrali amici, chiusero le frontiere con l’Italia, danneggiando enormemente gli scambi commerciali, anche di beni alimentari di prima necessità, ma anche come nemici in guerra, bloccarono alla frontiera i mezzi di comunicazione cariche di mascherine comprate in Germania, costringendo i nostri eroi in trincea a lavorare con la morte a fianco e gli ammalati intubati negli ospedali o relegati in casa in una logorante solitudine. Ma, se abbandonati dall’Europa che attraverso la parole deprecabili della neopresidente della BCE, negò ogni aiuto al popolo italiano, per chiarire meglio in positivo le sue imprudenti dichiarazioni, dopo la reazioni rigide del Governo e di tutti i partiti dell’arco costituzionale italiano e anche di altri membri dell’UE, l’intera nazione gradì l’iniziativa di alcune nazioni ci inviarono in soccorso operatori specializzati e tonnellate di materiale sanitario utile per la lotta allo sconosciuto virus. C’è chi si dichiara certo che l’oscuro contagio è la manifestazione della punizione divina inflitta all’umanità, deviata dalla seduzione del materialismo consumistico, teso al godimento totalizzante del famelico possesso dei beni altrui e dell’affabulante piacere sessuale, con cui l’uomo si è illuso particolarmente di poter possedere “ad libidem suam” anima e corpo della donna, mentre la donna spesso, si lascia gelidamente perforare dalla violenza dello stupratore per paura o, spinta dalla necessità vitale di denaro, si concede a pagamento a persone di ogni tipologia sociale, per comprare vestiti, scarpe pellicce di alta moda e gioielli di rara bellezza, mentre ha pregato il suo dio, per farsi perdonare per il suo gesto iconoclasta del vero sentimento, che in lei è rimasto puro, perché la sua anima si è distanziata dallo sfregio del corpo. La disastrosa tragedia universale, per molte persone è paragonabile al diluvio universale, da cui saranno salvate solo le colombe con il ramoscello di ulivo, per piantarlo al ritiro delle acque, nella terra ancora inzuppata di scorie maligne, come segnale della disponibilità divina a donare all’uomo un’altra possibilità si perdono, se capirà di dover tornare sulla smarrita via del bene e saper costruire la città celeste nella città terrestre. perché solo questa impresa potrà restituire un vero senso alla vita. Il male, che contagia fin dai tempi antelucani di Adamo ed Eva, è scaturito da un gesto di disobbedienza alla volontà divina, che i loro successori replicarono nei secoli fino a farla diventare regola di ogni trasgressione, ritenuta sempre la più giusta. Perciò, i comandamenti naturali che gestiscono le azioni umane, si sono invertiti e la devozione al male come obiettivo supremo di piacere, è stata l’origine di ogni pervertimento e dell’infelicità.

Se Venera avesse avuto la possibilità di frequentare la scuola o di poter crescere e maturare in un contesto informativo e socializzante, avrebbe forse trovato le risposte soddisfacenti alle sue incertezze e avrebbe sentito alleggerirsi l’aggravio del suo senso di colpa e avrebbe potuto cancellare il suo martellante desiderio di morire. Ma ciò gli era stato impedito dalle gravose difficoltà che ha dovuto sopportare da sola, come una cieca. Ora senza saperlo, aveva imboccato un inesplorato sentiero, richiamata misteriosamente dal risuonare di una campana, fendente il soprannaturale silenzio nella valle sperduta, riuscendo miracolosamente a trovarsi in un luogo benedetto, popolato da persone che la religione aveva trasformato in veri apostoli della bontà, della carità, dell’accoglienza e dell’altruismo che si erano proposti di mettere in pratica come atto di fede al loro Dio. Lei era rimasta in letargo a lungo. Quando riaprì gli occhi, la stanza era invasa da un inebriante profumo che si espandeva da un fascio di rose, emergenti da uno stretto vaso disposto sul tavolino, dove era solita consumare il pasto. Accanto, si vedeva una bottiglia d’acqua zuccherata e un bicchiere vuoto. Dietro, un piatto pieno di fette di pane casareccio imbottite con pomodori, formaggio e verdure, attorniati da tovaglioli di carta. I religiosi che l’avevano accolta nella loro casa, avevano provveduto a preparare il cibo necessario, nel caso di un suo improvviso risveglio, durante la loro assenza, in modo da potersi rifocillare, dopo chissà quanto digiuno. Ancora aveva la mente annebbiata ed emetteva un ansimante respiro. Quando la luce del giorno, filtrando attraverso una sottile fessura della finestra, mise in fuga la penombra dalla stanza, proiettò lo sguardo sul crocifisso appeso alla parete di fronte e, ricordando in maniera frammentaria, il racconto di Marco, prima del suo svenimento, fu assalita da un intenso batticuore, che stimolò la sua mano a farsi il segno di croce, come le aveva insegnato la mamma, quando doveva scongiurare il misterioso rumore, che preavvertiva un imminente pericolo, sussurrando:” Madre Santa, allontana da noi ogni pericolo, ti preghiamo e di ringraziamo con tutta la forza del cuore”. Il rumore si era dissolto in un lampo e la madre, dopo una breve attesa in silenzio, balbettava umilmente:” Ti ringrazio Madre Santa”. E riprendeva il lavoro improvvisamente interrotto, rivolgendo la sua attenzione verso la figlia bambina, che sembrava ancora impallidita e, accarezzandola con tenerezza, le diceva con fluente dolcezza:” Vieni, Francesca, gioia mia, aiutami, ora tutto è passato e la Madonna ci proteggerà in ogni momento”. Venera, in silenzio, si alzava “du cippuni” (tronco mozzo di albero usato come sedia),salutava la Madonna con un cenno della mano e correva a raggiungere la madre che già era nell’orto. Una famiglia di cardellini, appena schizzati dal nido, cinguettavano in coro: “Cip, cip, cip, cip, ) Non essendo ancora in grado di avventurarsi nel volo da soli, invocavano il ritorno della madre, che era volata via al primo chiarore del giorno, in cerca di cibo da portare ai suoi piccolini, che dopo essere trascorso molto tempo ad aspettare, si sporsero dall’orlo del nido, sventolando le ali cosparse di tenere piume e si lanciarono nel vuoto, cercando la madre che ancora indugiava a ritornare al nido, perché ferita involontariamente dal pallino infuocato di un cacciatore solitario. Perciò era stata costretta a tornare zoppicando, ma riuscendo a trattenere nel becco il cibo per i suoi piccolini, che correvano nel bosco, cicalando per richiamare la madre, che ancora tardava a venire. Appena udì il concerto delle tenere voci dei figli, saltellando con un piede, si precipitò sanguinante verso di loro, che continuavano più intensamente a pigolare con il becco spalancato, dentro cui, con uguale misura, la cardellina deponeva le dosi di cibo. I pargoletti affamati non si accorsero della ferita della madre che, dopo aver sedato la loro fame, seguirono la mamma che guidava, zampettando i suoi piccoli verso un luogo sicuro, un piccolo buco nella corteccia di un albero centenario, che come un ampio ombrello di carrettiere, ristorava i passanti con un soffio di lieve brezza, svirgolante tra i tronchi e le foglie ombrose. Il fiume, sempre amico, esultava tra lo scivolare sui sassi levigati e le risonanze sussurrate dei flussi di acqua che s’ingorgava nelle brevi cascate del greto, esplodeva in guizzi ampollosi di anguille e nel rimbalzare delle piccole rane, e poi, come rinforzata dal rimbalzo fragoroso della caduta, riprendeva la sua corsa veloce, che faceva risuonare le sue corde sonore tra i fianchi delle adiacenti colline, risplendenti dell’oro profumato delle ginestre, delle lastre, e dei petali bianchi dei ciliegi, del rosa dei peschi, del verde lucido delle felci, attentamente esplorati dal lento volo delle aquile e degli avvoltoi, avidi di inebriarsi del fondersi insieme dei diversi profumi. Venera, aperte le imposte, fu invasa da un’ondata di intensi odori incrociati e risucchiata nella fresca intensità del verde, si trovò abbagliata dai variopinti colori dei fiori, mentre i raggi del sole la accarezzavano nel vederla sporgersi dalla finestra. Accerchiata da un concerto di suoni e di voci soavi, come riemersi dal sottosuolo della memoria, orchestrati da un tiepido sole, si creò dentro di lei un’atmosfera edenica, in cui sentiva vibrare un inno d’amore tra la natura e il cielo che si stringevano attorno a lei per poterla abbracciare. Venera si abbandonava all’abbraccio, lasciandosi dondolare nell’aria e sentiva la sensazione di vivere in un indefinito infinito. Quando i suoi coabitanti bussarono alla porta della camera, per accertarsi delle condizioni della donna, dopo lo spiacevole episodio avvenuto il giorno precedente, rimasero felicemente sorpresi, quando la videro sorridente alla finestra, che sembrava sospesa nel vuoto come una sfavillante farfalla. A sua volta, Lei corse incontro a loro e li abbracciò con entusiasmo, ringraziandoli per l’affetto dimostratole, in un delicato momento della sua vita, e ora pensava di doversene andare, senza sapere dove. Infatti temeva di potersi ancora trovare nelle condizioni precarie dei giorni precedenti, senza ricevere aiuto da nessuno. La preoccupazione della signorina era già stata preavvertita dai suoi benefattori, che con molta insistenza la convinsero a rimanere con loro, che si sarebbero preso cura di Lei costantemente, per poter approfondire le cause di quello svenimento, da loro presupposto come le conseguenze del suo randagismo per carenza alimentare o come manifestazione finale di un lungo percorso di solitudine e di carenza di affetto che avevano scatenato in lei una profonda depressione. Decisero pure di far colazione insieme nella saletta da pranzo. Consumando lentamente il cibo, si scambiarono il racconto delle loro esperienze pregresse, al fine di riuscire a creare tra loro un clima familiare di condivisione e di forte amicizia. A turno, ciascuno raccontò le esperienze negative del proprio passato, a partire dal tempo di scuola comune, alla serenità di quella memorabile stagione spensierata per Venera, fino all’apprendimento della miseria economica ed etica delle famiglie dei Mormoni, trattate in America come appestati e quindi relegati al margine della società, disprezzati e derisi dalla opulenta borghesia, imbottita di arroganza superomistica. Dileggiati dalla spavalderia dei figli di papà, che correndo con la moto potente di ultima generazione e dotata di accessori costosissimi, che la rendevano più efficiente e splendida per i luccicanti colori, passandoci vicino ad alta velocità, gioivano nel far capriole per impaurirci e farci attaccare al muro delle case, fingendo di volerci travolgere; dopo averci spaventato, acceleravano per allontanarsi in fretta, sghignazzando offensive maledizioni, etichettandoci con le più abominevoli definizioni e imprecazioni iconoclaste, sigillando i loro strali verbali in tal modo:” Andate all’Inferno, figli di troia, state appestando l’intera città, sparite dalla circolazione, perché le strade sono insozzate dai vostri escrementi, che dovete decorarvi sulla faccia. Andate via subito, perché se vi rivedremo ancora, per voi sarà la fine”. Noi, umiliati, non riuscivamo a reagire, perché sapevamo che, in tal caso, sarebbe andate peggio. Anche a scuola, a viso aperto, davanti agli insegnanti, visibilmente consenzienti, si ripetevano sceneggiate dello stesso tipo. Se avveniva un diverbio in piazza, noi avevamo sempre torto e le autorità intervenute per sedare lo scontro, ci trascinavano in carcere, trattenendoci dietro le sbarre, per alcuni giorni, fino a farci assumere la responsabilità di avere incominciato noi a turbare l’ordine pubblico, mentre i veri colpevoli, rampolli di una borghesia potente e miliardaria, ci attendevano all’uscita, per ridicolizzarci con attributi e sostantivi più affilati dei coltelli o lanciando su di noi qualsiasi straccio, imbevuto di urine dei cani. “Una mattina, disse il più giovane, mentre mi avviavo verso la scuola, mi assalirono tre ragazzacci, che ormai facevano i bulli di professione, disertando le lezioni e vagando per le vie cittadine, in cerca di preda. Dopo avermi picchiato, provocandomi ematomi sul viso, mentre io premevo la mano sul volto dolorante e insanguinato, a pedate e a spintoni, mi fecero crollare a terra e, come iene, si scagliarono su di me, tempestandomi di pugni, fino a farmi urlare per il dolore. La scena criminale fu vista da tanti passanti, che proseguirono senza degnarmi di uno sguardo pietoso, Invece uno sconosciuto signore si fermò e si avvicinò allibito e inferocito; afferrò con le mani robuste e callose quei delinquenti e li accompagnò a calci e pugni lontano dal centro urbano. Tornò sul posto dello scontro e trovò il ragazzo, attorniato dai compagni che con i fazzoletti cercavano di pulire il sangue dal volto e di stagnargli le ferite con un anticoagulante, chiesto nella vicina farmacia, dove gli fu regalato. L’uomo portò a casa sua i ragazzi, mise a loro disposizione il bagno, dove i ragazzi si pulirono per bene, aiutarono il compagno ad acquistare un’apparenza normale e, quando apparvero decenti, uscirono dal bagno e trovarono la tavola pronta per il pranzo, che era sui fornelli della cucina a gas. Così, i tre compagni rimasero a chiacchierare con il salvatore. Dalla loro conversazione emersero le concrete situazioni difficili comuni. Si sentivano tutti discriminati e, da un po’ di tempo, la vita in città era sempre più precaria, in quanto nessuno si occupava della loro miseria, anzi non riuscivano a trovare un lavoro anche a termine, perché venivano ritenuti maledetti da Dio, che, secondo Calvino, invece venivano premiati perché si erano arricchiti, in quanto godevano la stima e l’appoggio di Dio, perché avevano saputo utilizzare i doni di intelligenza, di raziocinio e di buona volontà, non solo per arricchirsi e vivere serenamente sotto la protezione divina, senza avere motivo di compiere azioni deplorevoli, ma anche perché avevano contribuito in maniera determinante allo sviluppo della civiltà. I poveri, invece, subivano la maledizione divina, per la loro poltroneria che li aveva anche spinti a compiere reati per sopravvivere, lasciando agli altri la fatica di produrre i beni comuni per mantenere anche i poveri cialtroni. Perciò i ricchi discriminavano i poveri per indurli ad andarsene altrove. Partirono anche i mormoni, disgustati da una vita di emarginazione, di insulti, di violenze subite, con il rischio incombente di essere sterminati dal sadico irrazionalismo delle “privilegiate creature”. Per tali e tanti altri motivi, si nascosero dentro una nave in partenza per l’Italia con scalo intermedio a Genova, dove avrebbero trovato un traghetto di collegamento con Palermo. Così arrivarono in Sicilia, ma dopo pochi giorni trascorsi a Palermo, capirono che la città non era adatta alle loro esigenze di preghiera e di lavoro per l’eccessiva confusione che vi regnava. Non restava che incamminarsi verso l’interno dell’isola, soprattutto in direzione delle montagne, dove sopravvivevano ancora poche mandrie di pecore e capre e i pastori siciliani, cantati da Teocrito in evi lontani, di cui il grande poeta aveva lodato la purezza, la lealtà, il senso di ospitalità, di vera amicizia e di generosità, e che loro conoscevano sui libri, sarebbero stati luoghi adatti alle loro esigenze materiali e di preghiera. Perciò, prima del sorgere dell’alba, s’incamminarono per sentieri di montagna, sostando in diverse località per verificare la possibilità di insediarsi. Travalicando la catena di montagne delle Madonie e dei Nebrodi, arrivarono sui Peloritani, che sentirono familiari per le bellezze naturali, per la sovrana solitudine dei luoghi silenti, decidendo insieme di fissare in quella contrada, che, come indicava un cartello legato al cancello arrugginito con un filo di ferro, era denominata Acqua Santa, dotata di una acqua miracolosa, definizione accogliente e per loro sacrale fin dalla specificazione aggettivale.

6

Venera ascoltò con commozione la storia americana di quei nuovi compagni e si accorse che la vita degli indigenti è dovunque sinonimo di miseria e di prevaricazioni, condannati a trascinare la croce spinosa della sofferenza, come l’inerme Cireneo, e ad essere subalterni all’avidità e ai capricci dei ricchi potenti, aridi e violenti, atrocemente schiavizzanti e convinti di essere assecondati nei loro misfatti dalla Provvidenza, per cui sono molto generosi verso la Chiesa, a cui donano considerevoli risorse finanziarie per provvedere alle sue necessità quotidiane, durante la visita del prete per la benedizione delle case, e forniscono anche finanziamenti per rendere sfarzosi i festeggiamenti in onore del Santo patrono. In realtà, continuava a pensare Venera, in tale apparente mascherata di fede, sottendono dimostrare di essere i padroni della terra e i custodi del cielo, cioè i padroni dell’universo. Tali acute-riflessione rivangarono in Francesca il solco della inguaribile ferita, che provocava nelle latebre interne, laceranti vibrazioni, simili alle manifestazioni del morbo di Parkinson, che suscitarono in lei un nuovo uguale malessere, trasparente dal fiume di lacrime silenti che scorrevano dalle sue ciglia privandola di ogni residua energia. Ora veramente Venera non riusciva a muoversi e ogni resistenza in lei crollò. Un ago doloroso turbò il cuore dei compagni e, sommersi dalle preoccupazioni, ora fecero molta pressione, per far rimanere Venera con loro, per riuscire a decifrare le non evidenti cause di tali mancamenti e trovare i rimedi per curarla. La donna non riuscì ad opporre alcuna resistenza. Era psicologicamente stremata e, totalmente confusa, si sentiva morire. I suoi amici Mormoni, ormai le stavano frequentemente vicino e cercavano di distrarla in tutti i modi, raccontandole episodi della loro serena infanzia, ma anche della loro adolescenza, vissuti in una America già sede del neocapitalismo selvaggio, che non esitava a trasformarsi in killer della guerra, per espandere il proprio dominio sui popoli dell’America Meridionale, popoli senza alcuna precisa identità, perché approdo di moltissimi emigrati, particolarmente italiani, portoghesi, francesi e spagnoli che la avevano conquistata come colonizzatori e sfruttata nei suoi preziosi giacimenti minerari e nella coltivazione della terra, dove interi gruppi familiari si erano insediati e risucchiati nelle fazendas, venivano sfruttati come schiavi. Ma dopo la guerra di secessione scoppiata nella metà dell’Ottocento, all’interno dell’America fra il Sud schiavista e il Nord progressista, unificate le forze nella creazione di uno Stato Liberale, comprese anche le popolazioni autoctone che da secoli, prima dell’arrivo di Colombo e Amerigo Vespucci, avevano sviluppato una favolosa civiltà, come quella degli INCAS o degli Aztechi e anche della gente “selvaggia” delle riserve, come i Pellerossa, che furono decimate e i superstiti non vollero inserirsi nei rituali della civiltà moderna, Le diverse “gentes” si assemblarono sotto la bandiera a 51 stelle degli USA e coltivarono progetti espansionistici a livello mondiale, autoproclamandosi esportatori di democrazia, ma in realtà per creare governi filoamericani, pronti ad importare prodotti made in U.S.A., divenendo un immenso mercato statunitense, sostenuto con le armi o imponendo al potere un loro uomo di fiducia, pronti ad eliminarlo e a sostituirlo con altri fedelissimi dittatori. Ricordarono l’intervento americano e degli alleati per liberare l’Italia e l’Europa dalle dittature che soffocarono nella violenza nel disumano sterminio dei Lager e dei forni crematori donne incinte, uomini considerati nemici, bambini, fanciulli, disabili, zingari, omosessuali, preti ed ebrei, dopo sataniche torture e smembramenti orribili di vite, strappo di organi vitali, nel folle progetto di far sopravvivere solo la razza ariana, ritenuta la più forte e la più pura del mondo. Ricordarono la preziosità del piano Marshall che la generosità degli americani consentì ai popoli vinti e decimati dalla barbarie della guerra di rinascere in breve tempo, Ma ricordavano anche le stragi compiute dai nazifascisti alle Fosse Ardeatine, lo sterminio dei Fratelli Cervi, cantato dal grande Quasimodo con le lacrime in gola, lo scempio di uomini e bellezze artistiche, testimonianze millenarie della Suprema civiltà e cultura del popolo romano, gli stupri di donne, già provate dalla miseria della guerra, di ragazze, rincorse in massa sia dalle soldatesche tedesche, sia dai cosiddetti “Alleati”, come quella raccontata anche da Moravia nel suo capolavoro la Ciociara, in cui una coraggiosa madre, si era rifugiata con la giovanissima figlia in Ciociaria per proteggere la propria bambina dal cieco satanismo sessuale di ubriache pattuglie, che, durante la ritirata, violentarono la bambina sui banchi di Chiesa , dove la piccola si era rifugiata con la madre, che si stracciava il petto per liberarsi dalle mani fumanti di sangue dei barbari, profanatori della verginità della bambina e dalla sacralità della Chiesa semidistrutta dai bombardamenti. In America si era anche diffusa la notizia della guerra civile combattuta dai partigiani di ogni vocazione ideologica e della cattura e della impiccagione con la testa in giù del Duce, che penzolava nudo in Piazzale Loreto, in modo da essere visto e sputato dallo sterminato numero di italiani che ne avevano subito le sevizie, il carcere, il confino e avevano assistito esterrefatti alla uccisione, senza alcun processo di presunti nemici. Sapevano anche delle vittime ingoiate delle foibe, di cui erano consapevoli anche i soldati americani, quando arrivarono a Trieste, il giorno dopo la conquista della città da parte delle milizie titine, mentre i soldati neozelandesi sostavano a Pordenone. I triestini irredentisti ignoravano quanto avveniva, sia nella ex risiera di S. Sabba, segretamente convertita in Lager, dotato di forno crematorio, e casi di infoibamento, che non videro, perché alleati degli italiani e che, se denunciati all’opinione pubblica, avrebbero compromesso una soluzione diplomatica con la Jugoslavia del “caso TRIESTE” e anche la prospettiva di ammorbidire i rapporti con l’Occidente, per inglobare Tito nella sfera politica ed economica occidentale. Anche per questi avvenimenti ben divulgati dalla stampa americana. I Mormoni avevano preferito dirigersi verso l’Italia, di cui avevano appreso dai molti emigranti siciliani la sincera e infinita generosità e lealtà. Ora avevano la possibilità di mettere in pratica i principi umanitari della loro religione, lottando per salvare e riportare la luce della speranza e della fede nella vita di quella povera creatura innocente e indifesa contro la prepotenza del male e farle riscoprire il regolare e armonico ritmo del cuore.

7

Sebastiano, dopo essere stato eletto Sindaco della città, con la parziale realizzazione del vasto programma elaborato, aveva già cambiato il volto estetico e la funzionalità dei servizi, rafforzati, velocizzati ed ampliati, mediante l’aumento del numero degli impiegati, vincitori di un regolare concorso e con l’introduzione di nuovi strumenti tecnici di lavoro, con l’ampliamento dei locali e con la costruzione di nuovi edifici e con la conseguente velocizzazione dei servizi, che hanno diminuito le lunghe e snervanti attese in fila, davanti agli sportelli e consentendo ai cittadini venuti da lontano di poter rientrare in tempi dimezzati al paese. Migliorò anche i collegamenti con i piccoli centri, in zona quasi inaccessibili, agevolando sia i pendolari, che gli studenti universitari, con fermate dei treni e degli autobus, in tutti i luoghi abitati e istituì anche un servizio di pulmini per condurre i ragazzi delle elementari e delle medie dalla soglia di casa fino al portone del plesso scolastico e viceversa. Inoltre, accedendo agli investimenti per l’edilizia popolare, fornì la città di oltre 200 alloggi, per le persone indigenti e le famiglie numerose con scarsi introiti, tanto da non poter pagare le spese eccessive di affitto e spesso obbligati ad evacuare il piccolo alloggio in case antiquate. Si occupò anche della costruzione di uno stadio moderno, di un Palazzo Sortivo, idoneo ad ospitare tanti tipi di sport, un Palazzo della cultura per l’organizzazione di importanti eventi culturali, la costruzione di un nuovo e vasto ospedale, capace di ospitare un elevato numero di pazienti, lottò molto per ottenere l’autorizzazione di realizzare il Tribunale, molto attesa da tutta la cittadinanza, Agevolò la costruzione di strutture moderne sulla lunga spiaggia per incrementare i flussi turistici e riuscì ad avviare la costruzione di un nuovo ed ampio teatro, per la rappresentazione di spettacoli importanti, al fine di innalzare il livello culturale della città e favorire una programmazione di spettacoli per fini scolastici. All’apertura dell’anno scolastico, provvide ad elargire con le casse del Comune buoni-scuola per l’acquisto dei libri. Alle elezioni politiche, presentò la propria candidatura per il Senato e ottenne consensi plebiscitari in tutta la circoscrizione. Con un tale bagaglio di veti, ottenne l’incarico di Ministro della Pubblica Istruzione. Grazie alla piena collaborazione con il fratello già Rettore dell’Università di Messina, aiutò molti giovani a laurearsi e ad ottenere Master di perfezionamento nelle migliori università europee e americane e borse di ricercatori che ottennero ottimi risultati nei diversi settori di ricerca, che consentirono loro di ottenere incarichi di docenza nella Università della Provincia. Il nuovo Ministro della P.I. iniziò il suo impegno di lavoro con straordinaria passione e tempestività di intervento, dove maggiori e più urgenti erano le esigenze. Nominò una commissione speciale, scegliendo i migliori funzionari dirigenti del Ministero, con l’incarico di redigere un rapporto urgente sulla situazione scolastica nazionale, con un elenco di problemi prioritari di carattere generale, con l’indicazione della necessità su casi specifici territoriali, con la sottolineatura delle priorità sia delle condizioni strutturali degli istituti scolastici di ogni ordine e grado, sia sulla situazione igienico-sanitaria dei plessi, sul riscaldamento delle classi che sulle strategie didattiche e sull’esempio etico dei docenti di ogni tipologia d’istituto, relazionando dettagliatamente sul loro rapporto scolastico ed extrascolastico con gli allievi di ogni genere e precipuamente sulle modalità di valutazione, sia degli studenti appartenenti a famiglie borghesi che a quelli di più modesta situazione economica, attingendo informazioni anche sul numero dei figli studenti di questa ultima categoria. Infine, tra gli altri dettagli, volle l’elenco dei fornitori di ogni materiale scolastico, delle ditte di costruzione e riparazione di eventuali danneggiamenti degli edifici, insomma una endoscopia dell’intero apparato scolastico, impegnandosi personalmente ad esaminare nei particolari ogni situazione. Creò anche un comitato di esperti, personalmente scelti, con il criterio selettivo della competenza e della fedeltà. Incominciò a richiedere alle ditte o aziende appaltatrici specifici chiarimenti, sia sulla qualità, che sulla quantità del materiale usato per la costruzione e riparazione dei plessi, sia sui costi particolari, chiese i documenti e i titoli richiesti per gli incarichi fiduciari e clientelari con le relative documentazioni e motivazioni di incarichi fiduciari, che i certificati previsti dalla legge, dalla stabilità idrogeologica, alla licenza edilizia, al certificato penale, alle fatture di acquisto. In tutte queste verifiche, si fece assistere da tecnici e avvocati di chiara fama. Quando si verificò il crollo del tetto, in un’aula di un edificio privato affittato precedentemente e rimase gravemente ferito uno studente disabile che non era riuscito da solo a raggiungere in tempo l’uscita ed era privo di un insegnante di sostegno necessario, e non richiesto, decise di revocare gli altri incarichi all’impresa costruttrice e querelò il proprietario, che venne inquisito assieme al costruttore. I due querelati, personaggi ben noti e rispettati in tutta la penisola, in quanto avevano ottenuto molti lavori in varie parti del territorio nazionale, dando occupazione a molti giovani, malpagati e in nero, che accettarono per necessità, subirono il processo, ma riuscirono a farsi assolvere con molto stupore della cittadinanza, che, ancora una volta, apprese la notizia scandalosa, con assuefazione, ma tutti si convinsero della potenza degli assolti per non aver compiuto alcun reato e continuarono a bussare alla loro porta, chiedendo lavoro per i loro figli diplomati o laureati, ma disoccupati, perché non avevano avuto la raccomandazione giusta. Il Ministro Sebastiano aveva mirato in alto, illudendosi che l’accesso all’acculturazione popolare, promossa da lui, sarebbe giovato al miglioramento del rapporto di fiducia tra i cittadini e lo Stato. Invece, andava scoprendo una realtà immune da ogni strumento di emancipazione dalla schiavitù dell’ignoranza e dal servaggio umiliante alle decisioni dei nuovi borghesi potenti, anche per l’abitudine alla violenza nel voler raggiungere un obiettivo mercenario. Il Presidente del Consiglio una mattina lo convocò nel suo ufficio a Palazzo Ghigi, ordinando alle guardie di turno di non far avvicinare nessuno, comunicando che per quel giorno non avrebbe disponibilità di ricevimento, perché troppo impegnato in importanti affari di Stato.

Alle ore nove, Sebastiano saliva le scale, diretto verso l’Ufficio personale del Presidente, Le sentinelle, immobili ai lati del lucido portone del potere, lo salutarono, con uno scatto sull’Attenti. Il campanello squillò, il portone si aprì e una bella donna elegante, vestita con la divisa di servizio, il cappellino di rito eretto sul capo, dal volto bianco come il latte, occhi verde-azzurro. Luccicanti di gentilezza, capelli biondi, fluenti fino alle spalle, lo invitò, con un accogliente e gentile tono di voce, ad entrare e seguirla nei corridoi a lei ben noti, fino all’ingresso, dove annunciò l’arrivo del Ministro. Una stretta di mano, un gentile invito a sedersi, i soliti convenevoli introduttivi, per stemperare l’atmosfera, la richiesta di informazioni sull’andamento della scuola, la consegna “brevi manu” della carpetta contenente tutte le relazioni, il cui contenuto fu introdotto e sintetizzato a voce e subito il Presidente incominciò a sfogliare e a leggere con imperturbabile attenzione. Per sommi capi, conosceva la situazione generale, ma si soffermò di più sulle relazioni strutturali e sul rifornimento del materiale scolastico, sulle ditte che avevano rapporti con le scuole. Lesse anche i profili dei docenti e rimase profondamente sorpreso dai molti casi di rapporti molto intimi, fino al plagio, tra docenti e allieve minorenni avvenute negli appartamenti dei docenti implicati. Alla fine della esplorazione della giungla di carte, disse: “ Non immaginavo che la scuola, preziosissimo luogo e strumento formativo, oltre che cognitivo ed educativo, fosse così cariata da simili indegni docenti, da trasformarla in strumento corruttivo, offrendo ai giovani esempi scandalosi di comportamenti immorali e delinquenziali, dando la stura a giudizi severi e molto gravi sulla realtà educativa di impagabile valore, offrendo alla opinione pubblica oscene e delittuose vicende, distruttive anche dei sogni e della speranza di poter vivere in una società integra in ogni sua funzione. Ora, apprezzando molto il suo scrupoloso impegno a ripulire dal fango tante realtà inquinate, cosa che nessun altro Ministro, né dirigente scolastico, ha mai fatto per superficialità o per colpevoli silenzi , suggeriti dal quieto vivere in ambienti incrostati da invisibili paure, cercherò di sostenere con adeguate disposizioni i suoi progetti per il risanamento del mondo scolastico, a partire dagli asili , fino alle università, dove già tali nefandezze sono strumento di scambio, come mi informano i miei servizi segreti. Ma sento il dovere istituzionale e morale di informarla che in certi ambienti pericolosi circolano voci esemplarmente punitive, per il meritorio lavoro di igiene etica da realizzare in tutto l’apparato scolastico. Perciò lealmente e segretamente Le consiglio di muoversi con prudenza nel suo benemerito operare.”

Sebastiano rimase molto scosso dalle notizie allarmanti comunicategli dal Presidente che certamente sottintendevano gravi rischi per la mia incolumità fisica. Notando il mio turbamento, si alzò dalla poltrona, si avvicinò a me, già in piedi, e con la dolcezza della voce, mi disse: “La ringrazio per il proficuo servizio che rende allo Stato, ma La prego di vero cuore di essere prudente in tutto il suo coraggioso senso del dovere. Rifletta bene su quanto Le ho confidato e sappia che io Le sarò vicino”. Lo congedò con una calorosa stretta di mano e con una pacca sulla spalla sinistra. L’accompagnatrice lo accompagnò fino all’uscita, salutandolo con dolcezza. Dal momento in cui aveva capito il vero senso del discorso del Presidente, Sebastiano rimase incollato per alcuni giorni alle parole:” Circolano voci gravi sul suo comportamento…Sia prudente nel suo operare”. Arrovellandosi notte e giorno sulle conclusioni da trarre da quel colloquio strettamente segreto, si chiedeva su cosa avrebbe dovuto fare. Essere prudente equivaleva a trasformarmi in un burocrate firma-carte, senza leggere e non conoscere il contenuto di ciò che trovavo sulla mia scrivania. A questo pensiero, mi assaliva lo sconforto di poter diventare una inutile marionetta, e contemporaneamente la percezione di dover rinunciare ai miei progetti di rinnovamento e di pulizia etica del regno docente. Da ciò scaturiva il disfacimento del sogno a lungo coltivato e perseguito come il senso concreto e costruttivo della mia utilità sociale, da rendermi degno di sentirmi uomo. Queste riflessioni gli spezzavano il cuore e egli continuava ad approfondire la sua riflessione. Allora dovrò convivere con ignavia, accettando di autorizzare anche proposte illegali, probabilmente sotto minaccia. Ciò sarebbe ripugnante e mi potrei definire un pagliaccio inutile. Sarei un nuovo don Abbondio, accettando, per paura, di trasgredire la mia missione e sedere ancora per paura, al tavolo dei principi del potere e dei criminali, come i moderni don Rodrigo ad ingozzarmi di cibo macchiato di sangue, assieme agli esecutori del malaffare, diventando loro complice. No, non posso, non posso! Meglio togliersi la vita, invece di accettare la viltà e la schiavitù ai tiranni delle costrizioni estorsive, che ti ricatteranno per sempre. Nel college ho imparato a credere fortemente e mi sono proposto di combattere per il trionfo del bene e del giusto come servizio alla mia religione. Ma non posso, non posso, uccidermi, perché tra i Comandamenti l’uccidere o l’uccidersi è il peccato più imperdonabile, in quanto si rinnega Dio, disobbedendo e trasgredendo il tremendo settimo comandamento: -Non uccidere- ma anche perché si rifiuta con un gesto sacrilego, il prezioso dono della vita che Il Padre ci ha fatto. Allora, meglio dimettermi dal prestigioso mandato affidatomi  e proseguire sulla via del servire Dio, stando a fianco degli ultimi per aiutarli nel bisogno e sostenerli con la forza della fede, nei dolorosi tormenti del loro sentirsi emarginati e inutili.

 Questa fu la sua decisione definitiva di Sebastiano che subito comunicò al Presidente e si avviò mestamente verso il Convento dei Frati Cappuccini, dove fu accolto fraternamente.

CAPITOLO III

1

Erano trascorse alcune settimane di permanenza di Venera nella piccola comunità religiosa. Lei si era adeguata alle usanze e agli orari stabiliti per una ordinata giornata ed evitare possibili distrazioni che ne avrebbero impedito squilibri e ritardi nella trasparente fluenza delle ore. Come concordato, Lei era incaricata a provvedere alle faccende domestiche, alla pulizia della casa, a preparare il pranzo e la cena, a mettere in ordine i letti, alla pulizia delle stoviglie, a lavare gli indumenti di casa, ad appenderli al filo in terrazza ad asciugare, a stirargli e a collocarli al loro posto. Ogni membro aveva una funzione che veniva svolta a turno tra di loro. C’era che doveva provvedere a procurare la legna nel bosco e l’acqua attinta alla secolare fontana vicina per cuocere i cibi, pulire le stoviglie e per mantenere calda la cucina e la casa con il fuoco sempre acceso sul focolare. Il gabinetto evidenziava segni di inagibilità ed era insufficiente per tante persone in attesa. Perciò, ciascuno aveva scelto un luogo di campagna, dove interrare gli escrementi. Altri erano impegnati nel lavoro dei campi per far fruttificare la terra al fine di poter sopravvivere per l’intera annata. Altri avrebbero provveduto alla cura del numero esiguo di pecore, capre, galline, per poter disporre di alimenti per un intero anno. Tutti contribuivano ad arare la terra più adatta ad una maggiore produzione, per essere certi di poter affrontare eventi imprevisti ed evitare rischi mortali per mancanza di cibo. Avevano deciso anche di curare e migliorare il vigneto, molto trascurato, dopo l’abbandono di tutti gli abitanti, come pure l’uliveto per riuscire ad ottenere una buona produzione, indispensabile per condire i loro piatti e per mantenere sempre accesa la lampada vicino all’altare della chiesetta, la lampada della fede, della speranza e di un futuro migliore. Perciò quella lampada doveva rimanere eternamente luminosa per guidare la gestione della loro vita. Nel caso di spegnimento per inadempienza, avrebbero smarrito la speranza e la maledizione li avrebbe colpito inesorabilmente.

Con l’intensificarsi del lavoro in casa e nei campi e il dilagare del caldo, che preannunciava l’arrivo dell’Estate, Venera si sentiva mancare le forze e talvolta era sul punto di svenire, ma stringeva i denti e si imponeva di resistere, ma non sempre ci riusciva e, talvolta, rimaneva seduta un poco, per riprendere fiato. I compagni, consapevoli del malessere frequente della donna, avevano preparato un infuso di erbe medicamentose, da loro già collaudate e custodito ora in diverse bottigliette di vetro, deposte nella vetrina accanto ai bicchieri, in modo che in caso di loro assenza, Lei avrebbe potuto utilizzarlo da sola. Dopo un po’, gli episodi di sfinimento si ripetevano con maggiore frequenza e durante uno di questi mancamenti, avvertì l’espandersi di un soffice gocciolare all’interno delle mutande. Ignorandone la ragione, subito si accinse a verificare. Appena sollevò la veste, una goccia di sangue schizzò per terra. Venera rimase sorpresa di fronte ad un evento da lei mai visto. Pensò ad una non percepita ferita, ma di fronte ad altro gocciolare, chiamò aiuto con un tono allarmante della voce. Accorse precipitosamente Giacomo, che stava rientrando nella sua stanza per continuare a meditare su un brano del Vangelo di Giovanni, interrotto poco prima per una urgente incombenza. Appena si accorse della paura veleggiante nel suo sguardo, chiese affannosamente alla donna il motivo del suo urlò implorante. Venera confusamente e afflitta, raccontò l’avvenimento, ma aggiunse di non conoscerne la ragione. Giacomo perplesso allora chiese:

“Non riesco a capire. Ma ciò ti era capitato qualche altra volta?

“No, mai. Mi sono sentita sfibrata dalla fatica, qualche volta. Ma non in tal modo non è mai accaduto”.

“Il tuo ciclo è sempre stato regolare? O hai avuto qualche irregolarità”.

“Agli inizi sì, qualche volta. Ma mia madre mi assicurava che ciò era dovuto alla stanchezza e alla debolezza e che avrei dovuto alimentarmi meglio, mangiando uova, latte e molta frutta. Qualche volta, la carne delle nostre galline e dei conigli. Cosa che incominciai a fare il giorno dopo. L’ episodio strano, dopo qualche altra volta, non si ripetè più”.

 Giacomo non riusciva a capire. Ricordava di aver sentito da ragazzino raccontare a sua madre da una amica di famiglia un tale fenomeno, ma quella donna, regolarmente sposata, confessò che prima del primo parto, aveva avuto tali segnali e sua madre le spiegò che ciò, in tale situazione era normale. Allora, per aberranti convergenze mentali, emerse nella sua mente un corrosivo dubbio che si trasformò in una spiacevole domanda:

“Ma tu quando hai avuto l’ultimo ciclo?”

Venera era molto angosciata, tanto che stentava a ricordare e a precipita re nel buio della memoria. Ma proprio in quel punto che si era sforzata di cancellare dai pensieri, giaceva raggrumata la storia dei suoi orrori e subito il velo che avvolgeva il periodo più drammatico della sua giovinezza, e “ex abrupto” rivelò che quanto le chiedeva Giacomo era avvenuto poco tempo prima della sua “disgrazia”.

Dopo aver acquisito tale certezza, Giacomo ebbe conferma di una sua ipotesi, prima peregrina. Venera nello stupro subito, era rimasta incinta di quel demonio. Cosa fare? Come poterlo comunicare alla loro comunità? Cosa possiamo fare per aiutare, questa creatura semplice, limpida e sfortunata? E se si dovesse aggravare e morire per mancato soccorso? Saremmo noi i responsabili, noi i Mormoni, e militanti di una religione di cui non siamo degni fedeli ed esecutori. Pervenuto a questa onesta riflessione, decise di chiamare i compagni che erano nei campi a lavorare e di decidere insieme a loro cosa fare. Allora innanzitutto decisero di comunicare con molta delicatezza alla donna la sua condizione di essere incinta e poi, sentita la sua intenzione, cercare qualche persona esperta per poterla assistere nella sua decisione. Appresa la notizia, Venera si sentì esplodere in una sequenza di urla e disperata, ripetutamente incominciò a sbattere la testa contro il muro, rischiando di impazzire e di morire. I presenti cercarono di bloccarla, ma si insanguinarono le mani con il sangue che scorreva abbondante dagli squarci che si erano formati, nello slancio violento contro il muro. Lei, come impazzita, continuava a gridare:

” Voglio morire, voglio morire, lasciatemi morire sola come un cane randagio, perché io non ce la faccio più a vivere, mi vergogno di vivere, perché il destino crudele ha consentito ai mostri untuosi di fetida ricchezza di lacerare il mio corpo, il mio cuore, di avvelenare il mio sangue, ma non sono riusciti a lacerarmi l’anima, che io affiderò a te, Signore, per infliggermi la giusta punizione, perché mi ucciderò per darti una tragica prova del mio amore, che ho sempre coltivato come il respiro di vivere.”

Pino, il più anziano, coordinatore del lavoro, delle preghiere, delle esigenze e delle emergenze della comunità, molto rattristato per l’angosciante situazione, fece un cenno d’intesa ai compagni che rimasero nella stanza per distogliere Venera dagli ossessivi e devianti pensieri. Cercarono in tutti i modi di strapparla alle sue tentazioni e di ricondurla sul piano della realtà, dicendole che tale atto spregevole non era stato volontario, ma solo il mostruoso gesto di un maniaco, ubriaco di avidità perversa, di potere maniacale e di inconfessabile famelicità, sempre covata in lui e trasparente da secoli in quelli della sua risma, che si sono macchiati di un così spregevole atto di irrazionale violenza. Per cui lei era stata la vittima innocente ed ingenua della brutalità animalesca di un ignobile, e mai nobile, individuo smidollato che sarà perseguitato per sempre e maledetto da Dio, per l’abuso commesso a danno di una a Lui cara creatura e di aver disobbedito al fondamentale comandamento di “amare il prossimo suo come se stesso”, dimostrando così di essere un criminale nemico dello stesso Dio-

Cercarono anche di calmarla con la loro medicina di erboristeria, da loro preparata con erbe miracolosa; le portarono una varietà di cibo sano, preparato con i prodotti dell’orto che anche lei aveva curato: pane di casa, salame e formaggio, ricotta fresca, latte e miele, noci e fichi secchi e infornati, castagne calde e crema di nocciole e anche un tiramisù, preparato in breve tempo dal dolciere, per rifocillarla e, nel contempo, invogliarla con parole carezzevoli ad  assaggiare quel cibo naturale, frutto anch’esso del suo lavoro. Cantarono, accompagnati dalla musica della chitarra e della fisarmonica, canti folcloristici siciliani apprezzati e diffusi dagli emigranti siciliani in tutto il mondo. Intonarono “Sciuri, sciuri, “Sicilia bedda, Sicilia mia”, “Romagna mia” e per scongiurare e allontanare le tentazioni malefiche del “maligno”, cantando a scquarciagola tutti in coro accompagnati con un gesticolare di disprezzo e di maledizione, gridarono: ”Vatindi, Sastanassu/ vatindi a rassu a rassu/, vatindi pi dda via/ vatindi luntanu di idda”. Era un canto popolare molto antico e diffusissimo nella Sicilia contadina, povera e superstiziosa che desiderava difendersi dall’aggressione dei malanni pestiferi o dal rischio di un’annata avara di prodotti della terra, attribuendoli all’azione malefica del Maligno, contro il quale inveivano con tale canto-invettiva per minacciare il sovrano del male a stare lontano dai loro campi e dalle loro famiglie, perché, in tal caso, si sarebbero organizzati per debellarlo definitivamente. In quella circostanza, era un atto di intimidazione e di condanna a morte del dio del male, che sarebbe stato il responsabile delittuoso del divampare della libidine sessuale del marchese. Con tali invenzioni intendevano distrarre Venera, facendole capire che lei era la vincente e che la vita, nonostante tutto, bisogna viverla, anche se inondata dai germi del dolore, perché è un prezioso dono divino che ha creato per l’uomo un regno di incantevole bellezza da saper apprezzare e custodire con tanto amore. Il suicidio è una imperdonabile offesa a Dio che ci ha donato la vita che talvolta gli uomini la uccidono per sfregio allo stesso Creatore, perché delusi nel desiderio di pretendere tutto, senza una personale partecipazione attiva, anche se piena di pesanti sacrifici. San Francesco ne -Il Cantico delle creature, forse considerato il canto e la preghiera più alta dilode a Dio per tutto ciò che ha creato, esalta la bellezza dell’universo in quanto porta la firma di Dio. Il rapporto tra anima e corpo è uguale a quello tra Dio e uomo attraverso la vita terrena di Cristo immolato dal Padre, affinchè con la sua atroce agonia sulla croce diventasse il modello della religiosità da imitare da parte dell’intera umanità e, tra gli uomini sono lodati solo “quelli che perdonano e saranno premiati, e chi non sa perdonare sarà condannato per sempre, in quanto non vive in armonia con la volontà di Dio, con la natura e con gli altri uomini. Dio, nostro Padre celeste ci ama tanto da indicarci nell’amore per la vita e per le sue creature, la via della salvezza e dell’accoglienza nel suo regno di felicità. Perciò, dolcissima e dignitosa creatura, tu hai veramente vissuto in armonia con il volere di Dio, che ti ha chiesto di saper religiosamente sopportare ogni dolorosa e tranciante difficoltà, per poterti rendere degna di stare in eterno vicino a Lui, nella dantesca rosa dei beati, che si sono conquistati la gioia di un eterno girotondo, godendo lo splendore della sua luce e la sublime armonia del canto in onore del Dio che hanno adorato e servito in terra, secondo il suo insegnamento.” Allora, in tutte le stanze si sentì il risuonare di un canto, era quello di S, Francesco che intonava assieme a loro il suo

CANTICO DELLE CREATURE

Altissimo, onnipotente, buon Signore,

tue sono le lodi, la gloria e l’onore e ogni benedizione.

A te solo, Altissimo, si confanno

e nessun uomo è degno di ricordarti.

Laudato sii, mio Signore, con tutte le tue creature,

specialmente messèr fratello sole,

il quale diffonde la luce del sole, e tu ci illumini per mezzo suo,

e lui è bello, raggiante con gran splendore;

di te, Altissimo, reca il significato.

Lodato sii, mio Signore, per sorella luna e le stelle;

Lodato sii, mio Signore, per sorella nostra madre terra,

la quale ci sostenta e governa,

Beati quelli che sopporteranno in pace,

che da te, Altissimo, saranno ricompensati.

Lodato sii, mio Signore, per nostra sorella morte corporale,

dalla quale nessun uomo che viva può scappare.

L’eco della implorante preghiera intrecciata all’unisono varcò le mura della casa, si espanse a volo nell’aria, si rivestì d’azzurro, si riaffacciò sulle gorgoglianti e trasparenti acque di fiume, le sfiorò con un’invisibile carezza, si riconobbe nel fremente balzare del fondo e richiamato da uno stormo di uccelli vocianti che planavano verso il nido dove il loro amico Francesco li attendeva con il grano deposto su cavo della mano.                                                                            Pino era già di ritorno ed entrò in casa in compagnia di una persona adulta, tra un nitrito infuso di gorgheggi canori, melodici, sonori e cinguettii che diventavano sempre più intensi come se volessero con acuta insistenza risvegliare un sorso di vita e di sorriso a quella donna straziata da un iniquo destino e barcollante su uno stretto sentiero franoso. Trovò i compagni di fede allerta intorno a Venera, con il volto e la veste spruzzati di sangue non ancora arginato. Presentò con delicatezza la sconosciuta ai presenti, che Le strinsero calorosamente la mano, esprimendo gradimento per il suo ingresso tra loro. Donna Nina era stata dettagliatamente informata sul doloroso evento che aveva colpito Venera. Quando la vide accucciata per terra in un angolo della stanza, sembrava un cencio sporco e abbandonato in attesa di essere inghiottito nel secchio della spazzatura. Un brivido di pena le attraversò il cuore, ma si contenne con un gentile sorriso spalmato sul viso. Si avvicinò al fagottino di quel corpo ancora ansimante, la scosse con la mano sulla spalla e, mentre la donna sollevò lentamente la faccia, Nina la accarezzò come una madre, dicendo:” Venerina, dolcissima Venerina, io sono Nina, amica dei tuoi amici che mi hanno informato del tuo improvviso malessere ed io, come altre volte era avvenuto con loro, considerando che tu sei una donna per bene, molto responsabile e intensamente religiosa, guidata certamente dal buon Dio verso la casa del Padre misericordioso, sola donna tra brave ma inesperte e sensibili persone, è scattato in me un forte sentimento di responsabilità e di dovere per venire a poterti essere utile ed aiutarti in ogni tua necessità. Perciò, Veneruccia mia (consentimi di chiamarti così, perché io i miei due figli gemelli, li ho persi ancora bambini e ora da tempo vivo sola, dedicandomi alla cura della terra, agli animali che sono la mia compagnia e accorro sempre al capezzale delle poche persone anziane che so che hanno bisogno di qualcuno che li sorregga. Ora il buon Dio mi ha chiamato per venire da te, che sei arrivata da poco in questo luogo, abbandonato dagli uomini, ma non certamente da Lui che sa tutto e sa come e chi deve tenere caro, perché suo figlio. Io ho il dovere di seguire i suoi suggerimenti per soccorrere chi a lui è più devoto. Perciò, rimarrò qui, accanto a te, fino a quando il nostro Dio mi ordina di rimanere. Perciò, abbracciami, ti prego, come se fossi mia figlia”. Venera, inizialmente, non aveva percepito il significato di quelle parole, perché ancora seppellita nella sua, disperata decisione e imbalsamata nella solitudine con tante spine nell’anima. Poi, inconsciamente trascinata dalla dolce tono delle affettuose parola, le sembrava di percepire la soave voce della madre provenire da un luogo lontano che man mano lentamente si avvicinava con parole sempre più morbide e accoglienti e, appena sentì chiaramente pronunciare la parola figlia, la richiesta di abbraccio e captò l’espressione

“mi ha mandato Dio, perché tu avevi bisogno e ancora rimarrò con te”,

ebbe un sobbalzo, che la fece scattare in piedi e attaccarsi con le mani al corpo della madre, per abbracciarla, baciarle le mani, accarezzarla e stringersi al seno, finchè ne ebbe la forza:

“Oh!, dolcissima madre, quanto vi ho cercata nei miei laceranti giorni della lontananza! Quanto ho sofferto per me e per te, senza avere vicino nessuno che mi confortasse per darmi la forza di proseguire nel vuoto spinoso del mio cammino. Il calore del cielo, la luce del sole, il canto gioioso degli uccelli, la compagnia dell’usignolo che nella notte corteggiava la luna, il silenzioso richiamo interiore di un Dio che mi invitava a seguire le sue impronte nelle nere nebbie che mi offuscavano la vista, fino ad arrivare in questo luogo, mai conosciuto, dove ho incontrato persone umane e profondamente religiose che mi hanno accolto e trattata come una sorella”. Poi si accasciò su uno scanno vicino, continuando a piangere, ma visibilmente più sollevata, Allora Nina, che di fronte a quel monologo d’amore, si era sentita a disagio, tuttavia trovando coraggio per compiere la sua “missione”, battendo la mano sulla spalla di lei e accarezzandola con l’altra mano, Le fece sentire il caloroso amore della madre, dicendo:

” Ora che il buon Dio ci ha riportato sulla giusta strada, io non ti abbandonerò più. Tu sei giovanissima e hai una vita da vivere. Presto verranno giorni migliori, perché nemmeno il Signore, che ha subito umiliazioni, sputi, torture e una terribile e immeritata condanna, inchiodato su una croce, pregò il Padre, dicendo:” Padre, Padre mio, perdona loro che non sanno quello che fanno”. Poi, chinò la testa con la corona di spine sul petto, lasciando riecheggiare nei secoli la sua legge di preghiera “PERDONO”. E volò invisibile per unirsi al Padre. Nella sua infinita misericordia, riuscì a perdonare i criminali, uccisori del proprio figlio, e lo fece risorgere. Anche tu, Venerina mia, sei stata la vittima della sfortuna ed hai pagato ingiustamente il costo della vita, perciò Dio mi ha indicato la strada per trovarti e indicarti la via della rinascita che ti sei conquistata con tanta sofferenza. Ricordati sempre le parole illuminate che quel Gesù che tu vedi lì, su quella croce, lasciò ai suoi fedelissimi discepoli: “Sappiate sempre che dopo la notte viene il giorno, dopo la guerra la pace”. Il Vangelo riporta un altro gesto di comprensione e di visibile ed eloquente della sua funzione di Salvatore, quando gli portarono davanti una donna dai facili costumi e dedita alla prostituzione, colta in flagranza dagli ebrei e condannata, secondo la loro legge alla lapidazione. La condussero da Gesù, spiegandogli i tanti peccati della “Samaritana” e sicuri che Gesù uomo avrebbe approvato il linciaggio della donna. Invece, Gesù, in obbedienza ad una legge più umana, disse: “Chi di voi non ha nessun peccato, scagli la prima pietra”. Le parole del Signore ammutolirono tutti gli accusatori e Gesù, rivolgendosi alla donna, che, piangendo inginocchiata ai suoi piedi, chiedeva insistentemente perdono, rispose:

”E tu donna, vai ti sono perdonati i peccati e prometto di non peccare più, perché troppo hai già amata”.

La donna continuò a piangere e a ringraziarlo, baciandogli le mani, promettendo che non avrebbe peccato più.

“Anch’io credo che il Dio misericordioso ti ha già redenta, perché molto tu, come suo figlio sulla Croce, sei stata una vittima rassegnata alla sofferenza, per aver accettato sempre, la volontà divina”. Pronunciate tali forti parole di speranza, Nina invitò i presenti ad uscire dalla stanza e rimase sola con Venerina. La sollevò sulle braccia e la depose leggermente sul letto, continuando a parlarle, accarezzarla e baciarla come una bambina.

“Vedrai bambina mia, vedrai che presto anche la tua vita cambierà, il peggio l’hai già superato, hai dimostrato che, con la forza interiore che ti ha sostenuto in nome suo, già hai saputo resistere all’incongruo peso della sofferenza, imitando l’esempio di Cristo nel fuoco infernale della terra, divenuta a causa delle volontarie scelte personali dei Titani, bramosi di assalire l’Olimpo (il più alto monte greco che gli dei avevano scelto come loro divina dimora) per eliminare gli dei adorati dai padri e sostituirsi a loro nel dominio assoluto del mondo, sono stati scaraventati nel vuoto mortale dalla corte di Giove. Gli uomini di oggi testardi e orfani della ragione si illudono di poter conquistare la vetta più alta dell’universo e non hanno capito il fallimento del mitico assalto all’Olimpo e perseverano ad assecondare la loro famelica e demoniaca sete di ribellarsi impunemente all’eterno potere degli dei, intolleranti di ogni trasgressione ai limiti da loro fissati nell’ambito della conoscenza e del potere. Il traviamento oltre tale regola, ha alimentato l’arroganza degli scienziati, non dei, ma fragile creta destinata a sbriciolarsi in un breve arco di tempo, continua ad incrementare la sfida con gli strumenti della scienza che, spinta oltre ogni limite della ragione, provocando altri sfaceli di vite umane e lo sradicamento di ogni sentimento dal cuore e il seppellimento della fede in tanti esseri accecati dall’illusorio progresso, che è diventato il traguardo del godimento dei sensi e della felicità. Ma, Venerina carissima, eroi sono coloro che riescono a vincere la sfida mortale contro il male, la sofferenza e il pungente dolore, con la cristiana accettazione della fede, che è l’anticamera della vera gioia. Tu già sei arrivata sulla soglia di tale premio, l’ultimo sforzo che ti accingi a sostenere, consoliderà la tua già eroica fede che ti accompagnerà a raggiungere l’orizzonte celeste. Coraggio! bimba mia, ora io ti aiuterò a superare questo infilzante momento, che è stato sofferto da tutte le donne in ogni epoca e, alla fine, ti sentirai felice di accarezzare con oggi sereni il frutto dolce del tuo patire”. A questo punto, donna Nina tacque, nel vedere che Venerina aveva congiunto le mani e aveva incominciato a pregare, fissando con gli occhi stupefatti la croce pendente sulla parete. Allora un tenero sorso di sorriso emerse per un attimo sull’orlo delle sue labbra e, quando Venerina finì di pregare, le disse:” Ora ti vedo più serena, possiamo incominciare a vedere insieme ciò che è più utile fare”.

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 Erano trascorsi tanti mesi. Venera, dopo essersi ripresa, fu obbligata a rimanere tra loro, perchè era rimasta sola ed esposta ad ogni pericolo. Nina era rimasta a lungo con lei, assistendola nei momenti più tristi, fino al giorno del parto, aiutandola a sopportare i dolori lancinanti della venuta al mondo di un meraviglioso bambino, che la liberò da ogni ansioso pensiero, al solo vederlo, baciarlo e abbracciarlo, obbedendo soltanto alla voce del cuore. Poi, pregò Nina che stava provvedendo a ripulire e mettere il vestitino al neonato, comprato da lei prima, ad avvicinarsi al suo letto Si baciarono per la gioia e rimasero abbracciati, fino a quando Venera cessò di versare lacrime di liberazione e di gioia, perché si era sentita perdonata da Dio che non l’aveva mai abbandonata, in attesa vigile sul suo comportamento, per darle un segno concreto del suo perdono.                                                                     

Gli abitanti della casa, tutti insieme, esortarono le due donne a rimanere con loro, per sostenersi vicendevolmente e occuparsi insieme della conduzione della comune vita familiare. Ovviamente, il bambino avrebbe allietato le loro giornate, anche se occuparsi di lui avrebbe richiesto, con il trascorrere del tempo, un impegno educativo non facile. Venera era felice di poterlo allattare, di vederlo annusare e cercare con il fiuto la mammella sfuggitagli dalla bocca, mentre succhiava con avida rapidità. La mamma, in tali frangenti, lo aiutavo con la mano nella bocca, già agitata, il ciuccio perduto e, con carezzevoli balbettii della voce, sentiva di poter fermare l’impaziente sgambettare delle labbra sul seno. Fu scelta la più comoda e sicura stanza per loro, in modo da potersi sentire a loro agio da allora diventarono una sola famiglia. Venera, dopo il parto, era diventata più bella e il bambino le aveva fatto rifiorire il sorriso. Si adattarono subito a desinare insieme, a pregare insieme nella chiesetta costruita dai nuovi arrivati, a continuare il lavoro agricolo, inserendo a turno anche le donne nella raccolta delle olive, nella vendemmia dell’uva, ravvivata da antiche consuetudini festose, come il canto corale di canzoni popolari, accompagnato dalle note frizzanti di un vecchio organino accompagnato dalle varie risonanze delle corde e dai saltellanti balletti e dei girotondi, a cui spesso si univano anche i suonatori con gli strumenti incollati sul petto ed esibendosi in girotondi , mantenendosi in armonia con gli altri. La campagna sempre tacita e la valle sempre ripiegata in se stessa, come se dormisse, in quei giorni sembravano ridestarsi alla vita, percependo il rimbalzare dei canti e dei suoni sul luccichio delle verdi foglie delle piante o l’incrociarsi dell’eco tra i fianchi delle colline pendenti nella concava valle, dove si innalzavano in un falò sempre acceso di allegria. Gli uccelli, padroni dell’aria, mescolavano i loro cinguettii in un concerto vibrante di un variare di suoni. Quando il falò si spegneva, alla luce delle lumiere, insieme consumavano velocemente un mozzicone di pane, formaggio salumi e olive e, con un residuo fiotto di canto, si infilavano improvvisamente dentro le lenzuola. In quel remoto angolo di Paradiso, dove gli animali vivevano allegri e riuscivano a osannare con il loro canto soave, il dio supremo e i pochi abitanti vivevano liberi e felici, come la natura li aveva creati, protetti da un cielo amico. Era Giacomo, il dotto della comunità a raccontare le origini della storia del Cristianesimo e Venerina lo ascoltava, incantata da tanto sapere e incominciava a ragionare e riflettere sulla importante funzione del sapere nella società e della forza della fede, che può annientare i diabolici mostri, annidati dentro il cuore dell’uomo. Le terribili guerre che devastavano uomini e cose, gli sgozzamenti delle mogli fedifraghe in casa, le urla piangenti dei bimbi che assistevano inermi all’agonia delle madri, le imboscate a uomini leali servitori dello Stato nell’ambito della politica (come Aldo Moro e la sua scorta) della giustizia (tra gli altri eroi immortali i giudici Falcone e Borsellino) e delle forze armate (come il generale Della Chiesa), autentici e leali combattenti nelle trincee in prima fila, contro ogni forma di violenza e di ogni guerra interna ed esterna consapevoli del percorso verso la strage dei loro corpi, ma anche consapevoli che la loro morte per la mano omicida degli stragisti, sarebbe stata la bandiera sempre armata per la formazione dell’uomo capace di costruire una società diversa e più umana. Anche i poeti hanno sempre creduto che, contro ogni guerra e ogni violenza, occorre l’impegno civile della poesia per un mutato atteggiamento idoneo a riscoprire nell’umanità i valori di una convivenza civile. Il nostro poeta Ungaretti, che aveva visto con immenso dolore i compagni di guerra, dopo la seconda guerra mondiale esortava gli uomini a scongiurare ogni guerra nei versi della lirica:

Non gridate più

Cessate di uccidere i morti

Non gridate più, non gridate

Se li volete ancora udire

Se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,

non fanno più rumore

del crescere dell’erba,

lieta dove non passa l’uomo.

                                                    (da Vita di un uomo, Mondadori 1969)

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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