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CARMELO ALIBERTI Briciole di un sogno 2 Edizione Il romanzo della Rinascita dopoi l’Apocalisse dei sogni distrutti dagli scontri politici

                

   

CARMELO  ALIBERTI                

    BRICIOLE  DI UN SOGNO     

              2 Edizione                    

   Il Romanzo della Rinascita                                          

   Dopo  l’Apocalisse dei sogni

   che la politica non ha saputo gestire                                                                                                                                     

   a causa delle inaudite lotte  intestine

Quando Francesca si riprese, stordita si guardò intorno. La luna con il muso di traverso rastrellava l’intera cupola celeste, già semivuota di luminarie, volgendo frequentemente lo sguardo verso il luogo, dove la donna si stava destando dall’ipnosi in cui era crollata e, vedendola sollevarsi in piedi, fissò il suo sguardo corrucciato su di lei, senza perderla più di vista, pronta a sostenere quella misera creatura, continuamente perseguitata dai demoni del male, senza che una qualche provvidenziale mano si allungasse pietosa verso di lei. Le stelle ora si erano trasferite sul tetto del cielo che incombe sulle isole del dio Eolo, come in attesa di un qualche evento straordinario.

Intanto Ulisse che da vent’anni aveva lasciato il suo regno di Itaca per andare in guerra contro Troia che con il rapimento di Elena, moglie di Menelao, fratello di Agamennone che ardevano dal desiderio di vendicare l’onta subita. Ora, Odisseo e suoi fedelissimi compagni di tante battaglie con il vento in poppa, guidati dal felice nocchiero “Palinuro” sulla nave che sembrava volare quieta sulle placide acque, sollevando appena un filo sottile di schiuma, come quello lasciato da una lumaca sulla foglia che tentava di masticare, ricordava bene la predizione dell’oracolo che lo aveva avvisato che, come ultima prova, prima di approdare in patria, avrebbe dovuto superare quella più difficile cioè riuscire a oltrepassare indenne, con la nave e con i cari compagni, l’assedio dell’edenico canto irresistibile delle sirene, metà pesci e metà creature affascinanti. Queste che si erano scelte quello spazio di mare mitico, per narcotizzare con il canto soave e ammaliante i marinai che solcavano le acque del loro regno marino, per avvolgerli nelle loro spire sigillandoli con la forza della coda, unirsi in infiniti avvolgimenti d’amore e, dopo essersi saziati di piacere, strangolarli e buttarli in preda agli squali che attendevano sott’acqua affamati. Prima di inoltrarsi oltre il passo fatale, Ulisse, chiamò con proprio nome ciascun compagno presso di lui. Tutti si precipitarono attorno al loro comandante, perché intuirono che c’era qualche comunicazione urgente per loro e, quando gli furono vicini, improvvi-samente tacquero per meglio poter ascoltare le comunicazioni del comandante :

” Carissimi compagni, da vent’anni, da quando siamo partiti dalla nostra amata isola, abbiamo insieme combattuto contro la città di Troia, per vendicare l’onta subita da Menelao, fratello di Agamennone re degli Achei, a cui era stata rapita la bellissima moglie Elena da Paride, figlio del re di Troia”. La guerra durava da dieci pesantissimi anni, fino a quando l’astuto Ulisse, con l’aiuto di Diomede, non maturò la geniale idea di costruire un grande cavallo di legno. Riempitolo segretamente di soldati scelti, i greci lo collocarono, dietro le porte Scee, fingendo di abbandonare Troia per sempre. Il gigantesco simulacro di legno era, in realtà, un dono propiziatorio verso gli dei, affinchè concedessero venti favorevoli per il ritorno in patria. I Troiani, vedendo la spiaggia deserta, si persuasero dell’allontanamento dell’esercito greco e felici, trasportarono dentro le mura della città il cavallo, come trofeo di guerra, sperando in tal modo di lasciare i nemici abbandonati anche dagli dei, in modo da non poter più rientrare nella loro madre-patria. Iniziarono grandi festeggiamenti per la vittoria e Bacco festeggiò con loro, fino a tramortirli con l’aroma dell’abbondante nettare. La notte li avvolse in un sonno profondo. I Greci, nascosti dietro un promontorio, improvvisamente abbandonarono il loro nascondiglio, mentre i guerrieri uscirono dal ventre del cavallo, uccisero nel sonno un gran numero di Troiani e, appena gli altri compagni irruppero nella città, la incendiarono, lasciando della città solo la cenere. “Abbiamo peregrinato tra mille procelle sulle acque marine senza meta, ci siamo salvati da incantesimi, sortilegi e inganni, abbiamo superato l’ira degli dei, riuscendo a fuggire dalla spelonca del Ciclope. Gli dei sono stati sempre benigni verso di noi, aiutandoci molto sulle vie del ritorno. Ora, però, dobbiamo affrontare la prova più difficile e poi voleremo sul mare verso Itaca, con l’eccezionale compagnia di Nettuno. Ora le Sirene, meravigliose creature della natura, infestano di insidie il braccio di mare tra Milazzo e Vulcano, sbarrando ogni varco ai naviganti ignari. Il dio Nettuno, mosso da pietà per il nostro così lungo soffrire, apparsomi in sogno, mi ha rivelato tale pericolo, che sarà l’ultimo: se supereremo quest’ultima prova, la via del ritorno non avrà più ostacoli. Perciò, prepariamoci a superare l’ultimo ostacolo. Preparate la catena più robusta, se occorrono anche più catene e legatemi all’albero della nave, in modo che niente possa staccarmi. Voi preparate una densa cera di api, sigillatevi le orecchie con tanta cera che nemmeno un grosso chiodo con colpi di martello possa scalfirla. Poi sigillatevi nella stiva sdraiati sul fondo, legatevi insieme con ogni catena e resistete insieme a qualsiasi imprevedibile evento, fino al mio arrivo.”

In poco tempo, tutto fu eseguito secondo le indicazioni di Ulisse. Ad un tratto, il mare fu sconvolto da un boato e, come la fiamma da un vulcano spento, prima gorgoglia e subito s’impenna alta nel cielo, così dal luogo del boato un irresistibile profumo, mai emanato da fiori terreni, si espanse come densa, fitta e soffice pioggia attorno alla nave che, ubriacata da irresistibili onde di profumo, girò più volte su sè stessa e ritrovò la rotta, solo alla fine di quel girotondo. I compagni di Ulisse legati nella stiva, furono scossi dall’imprevisto sbandamento, ma non si mossero, nè emisero lamenti, anzi crollarono nelle accoglienti braccia di Morfeo che li cullò fino al risveglio”. Non videro, così, il loro re resistere, piangendo, alle brucianti ferite, come solchi, ricolmi di sangue, scavati nel corpo, dalle laceranti catene. Il Re era solo, e doveva resistere agli scottanti tormenti e alle aculee torture dei sensi, sopraffatto dalle carezze profumate e trafitto nelle vene da un concerto di edeniche armonie, come una pioggia di proiettili inchiodati nel cuore, il cervello martellato da un girone infernale di apollinee note che facevano vibrare di ardore incessante i sensi del martire. L’eroe che avvertiva gli sconvolti assalti della passione, sincronizzata con l’istintivo desiderio di piacere carnale delle sirene, ma stringendo dissennatamente la catena di ferro tra i denti, tentava in tutti i modi di resistere nell’Averno dei sensi scatenati. Conoscendo bene il pericoloso esplodere del furore carnale, si sforzava di allentare la morsa del dolore, concentrandosi nei dolci ricordi dell’ingenuo tempo dell’amore, quando scavava sereno dentro il gigantesco tronco di ulivo stagionato il suo nido d’amore, dove potere giacere felice con la donna amata sacralmente. Pensava al figlio Telemaco, lasciato nei giochi giulivi dell’infanzia e ora già grande, potrebbe succedergli nella guida dello Stato. Una grossa lacrima gli annebbiò la vista, appena sullo schermo dei ricordi emerse la figura del vecchio padre Laerte, seduto sulla soglia della sua casetta di campagna, in pensierosa attesa del ritorno del figlio, per poterlo abbracciare forse per l’ultima volta. Accanto a lui il vecchio e fedele Argo, immerso in un sonno profondo da quando il suo padrone era partito, se ne stava acciambellato in una cavità spontanea del terreno, dilatando un occhio velato, ad ogni rumore di un passo, illudendosi che al risuono del passo, apparisse inopinatamente la figura del mai dimenticato padrone. Mentre le care memorie di un tempo perduto avevano totalmente inghiottito il povero Ulisse, il fondo marino emise un inusitato boato che scosse la superficie acque fino a farle esplodere in una tempesta di acqua, di schiuma, mescolate ad un uragano di tuoni e di fulmini e di vento, come lo scatenarsi di uno tsunami universale. Non si riusciva a capire la causa di tale sconvolgimento cosmico. Dopo alcuni minuti, finalmente sopravvenne una strana quiete, le onde sconvolte del mare si placarono, l’aria recuperò la precedente nitidezza trasparente; dalla Grotta del Ciclope, incavata ai piedi del promontorio di Milazzo, si espandeva intorno sua vasta pianura del mar Tirreno la fiamma di un gigantesco falò che abbracciava l’affascinante arcipelago e lo illuminava anche dalla parte opposta delle isole che sembravano eseguire un interminabile girotondo, contrapponendo al precedente sommovimento cosmico, la paradisiaca quiete di una dimora edenica. La voce tonante di un dio lacerò inaspettatamente il cielo sereno, mentre le acque del mare, tornate luminose come il giorno, mostrarono la maestosa figura di un dio, con una lunga barba bianca pendente sul petto e una lunga chioma altrettanto bianca protesa all’indietro che copriva le spalle eretta su una biga volante avanzava superba sul mare. Sembrava “Caron Dimonio”, sia dal niveo aspetto, sia dal deciso timbro di voce. Ma le parole pronunciate smentirono le apparenze e, rivolgendosi ai guerrieri e all’eroico Ulisse, declamò:

” Oh! valorosi Guerrieri, che per vent’anni avete abbandonato tutte le cose e le persone care, per servire con onore e gloria la vostra patria, affrontando il nemico e la morte tra i decreti negativi di alcuni dei, voi vi siete meritato ogni forma di ringraziamento. Ora la strada è spianata, gli dei lo hanno deciso, dopo aver visto il vostro eroico combattere. Nessun altro pericoloso ostacolo troverete sulla via del ritorno. Io invisibile, vi scorterò e, se necessario, vi proteggerò. Sull’Olimpo mi chiamano Nettuno e mi hanno affidato la sorveglianza su tutti i mari. Accendete ceri, spargete incenso, quando sarete più distesi nella vostra terra. Andate, andate, i Vostri sono sempre in ansiosa attesa, i campi sono prosciugati e aridi e aspettano voi per ararli e farli fruttificare” e, facendo schioccare più volte la frusta, improvvisamente scomparve, in un imbuto di luce

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Se avesse potuto evadere da quella prigione e frequentare persone più socializzate e bene informate o frequentare la scuola, almeno le elementari, Francesca avrebbe conosciuto l’antica storia della terra, denominata “la terra dei miti” che da lontano si rifletteva, per affinità elettive, nella luminosa stazione delle Sirene, che per lei non avevano mai cantato. Così ignorava che quel grande dente di roccia, che si ergeva superba sulla pianura sottostante, un tempo sommersa dal mare, era la parte visibile della ciclopica cinta muraria di un’antichissima città, costruita durante l’Età del bronzo, con pesantissimi blocchi di pietra, ricavati con laboriosa pazienza a colpi di selce affilata, penetrante nelle fessure che si andavano aprendo nella vasta “pirrera”(cava di pietra) di Pietro Pallio. Altre e più profonde fessure erano nel prefissato perimetro dei massi di uguale misura da trasportare sull’altra sponda del fiume Longano e successivamente sul Monte Ciappa (di pietra vasta e liscia)e sul pianoro più alto, dove all’interno delle poderose mura, sarebbe sorta la Cittadella di Longane, un presidio di vedetta militare costruito, prevedibilmente con giganteschi massi di pietra da potenti sovrani del luogo che allora dominavano un vasto e produttivo territorio di notevole importanza strategica nella storia della Sicilia antica. Nel vasto letto del suddetto fiume che lambiva il perimetro di una città importante e dove nel 273 a.C. si svolse una sanguinosa battaglia tra Mamertini e Cartaginesi, che avevano programmato di estendere il loro dominio anche sulla Sicilia orientale, dopo aver consolidato il proprio potere sulla Sicilia occidentale. A 100 m. di distanza dal fortino di Longane, sorgeva il Tempio di Diana Facellina, di forma quadrata, di cui ancora affiorano le impronte murarie, sorto, secondo un’antica leggenda, misteriosamente nel buio della notte, al momento della discesa improvvisa dall’Olimpo della dea della Luce. La dea aveva deciso di vivere sulla terra, più vicina agli uomini avvolti nelle tenebre e, come madre, voleva donare loro un utile chicco di luce, come la lanterna di Diogene, mantenendola accesa fino alla scoperta del vero uomo, da convincere con il brillare della sua luce, a riscoprire e ricostruire lentamente il fortino devastato del suo microcosmo interiore. Chi viaggiando verso l’isola, avesse rivolto lo sguardo in direzione dell’Etna, avrebbe notato la scomparsa del vulcano sommerso da una aureola di luce assorbente che si diffondeva infinita, capace di disciogliere nel nulla ogni trave dal cuore, appesantita dall’implicita visione di un’Apocalisse futura, che Diana avrebbe voluto prevenire, innaffiando i fiori del bene sul verde prato brillante della Luce. L’avrebbe coadiuvata la divina Artemisia che si era insediata nel tempio vicino e respirava i progetti e i sogni dell’amica che ricamava con il filo inossidabile dell’oro mantelli azzurri, da donare come premio agli uomini, affratellati nella casa divina di Diana. Sul pendio della collina, si spandeva il giardino di Ceres, traboccante di molti germogli, di piante , di fiori e di frutta di ogni colore, pendenti dagli alberi intorno, che dense cortine di spighe di grano proteggevano da estranee presenze come conca stupenda. Un vestito di sole rivestiva l’altro lato della dimora divina che specchiava il suo oro nell’azzurro mozzafiato del cielo tuffato nel mare. “In su lo corno” della vetta antica, nell’era antelucana, nella vasta landa dove si insediò Ceres, sorse la celebre città di Solaria, una città dove poi vissero uomini “solari”, che nel duro lavoro di sistemazione delle zolle di una terra vergine, impararono a decifrare i lineamenti della loro anima, scoprendone l’ansia metafisica, proiettata nel sogno di approdare, dopo la sosta terrena, alle spiagge ultraterrene, guidati fino alla soglia Empirea dai loro conterranei idoli, perché a loro il Regno dei Cieli era precluso, per aver inseguito obiettivi tangibili ed effimeri, prescritti nel codice del deismo materialistico. Uguale atteggiamento aveva assunto Virgilio, supplicato da Beatrice, dopo essersi allontanata dallo scanno celeste e viveva felice, illuminata dalla quieta luce del Padre nel girotondo della danza eterna, discesa nel Limbo, tra le anime non battezzate, vissute prima della nascita del Redentore, eppure degno di guidare le anime “nude” per le vie dell’Universo. Egli fu gradito dal Dio dei Cristiani, per aver creduto senza aver veduto, il sacrificio della Croce e divulgato un codice etico di valori massimi, assimilato anche da vaste comunità extraterritoriali e ancora valide e indispensabili come radici etiche, per poter rivitalizzare la nobile pianta umana, cadaverizzata dal diluvio della barbarie umana. In vita, fu per il Poeta Divino, “lo suo maestro”, “la sua guida” “lo suo autore”. Beatrice era in pena, per l’uomo che in terra la amò “come pura creatura discesa dal cielo in terra a “miracol mostrare”. Al di là di ogni ipotetica interpretazione, sempre parziale e inidonea, Beatrice dovette incarnare nel microcosmo interiore e razionale di Dante, la sintesi visiva di ogni valore spirituale e, pertanto, lo spirito vitale, l’essenza del vivere nella gioia, l’alito che riesce a mutare il dolore in fiamma di eterno amore, l’energia biologica che resuscita il cuore massacrato dal male della terra e lo libera dalla putredine della carne, rendendolo cittadino di universi colorati, origine di tutti i sapori e di profumi sobri ed elitari: in definitiva, Beatrice sintetizza nella sua figura le potenzialità di ogni forma di bene, di purezza, di carità, di castità, fonte inestinguibile bontà, di pazienza e di perdono, missionaria d’amore, capace di impregnare di respiro divino l’universo infinito.

“Beatrice, Beatrice, mia soave Beatrice, quanto dolore, quanta solitudine, quanta disperazione punge come ago infuocato le mie vene, sempre segretamente sanguinanti d’amore puro, come tu hai insegnato al tuo poeta. Io mi sentivo allora su quella sabbia d’oro, dove sognavi nei tuoi libri di abbracciarmi nelle mie liriche d’immenso e limpido respiro! Come ti abbracciavo muto con il semplice battito del cuore! Il mondo ruota invano e inutile nei suoi capogiri. E io non so più se sono ancora vivo o sopravvivo vegetando nella mente e nello sguardo, cieco, sono diventato cieco, prego con parole dissennate, busso alle dorate porte del cielo, sono un demone sconfitto e desolato o un uomo, come lo ero, quando udivo il dolce suono dei tuoi consigli. Ah! Ah! Ah! Sono diventato folle o il non sapere più nulla di te mi ha reso folle. Ora, se tu puoi ascoltarmi, riuscendo a resistere al macigno della storia che mi sta ipnotizzando, perché incomincio veramente a capire la tragedia del cuore fragile, come una foglia sgretolata dalla barbarie del vento, scrivo, vedendo nel guscio delle parole, una tragedia universale senza un amore che ti riscaldi accanto con il fiato tiepido delle sue parole. Sto imparando che la vita deve essere vissuta nell’amore, nella condivisione della gioia e del dolore, perché il dolore e la gioia condivise sono il termometro perfetto dell’amore. Forse la creatura di cui somatizzo fortemente lo sconvolgente dolore della prigione esistenziale e sento mia la tortura delle sue sofferenze in certi più drammatici momenti, è testimonianza dei miei deliri e in lei vedo anche te, celeste immagine che “move il sol e le altre stelle”. Non so. Non so. Uscendo dalle catacombe della storia in cui sto girovagando per non soffocare in queste antiche pietre, con il fruscio di un qualche segno, additami l’uscita migliore dal guscio dello strazio che mi sta consumando.”

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Il fiume Longano scorreva veloce verso la foce mescolando le sue limpide acque con quelle azzurre del Mar Tirreno attraverso la stretta gola tra il pianoro di Porto Salvo e la punta estrema della criniera del monte Marro che si tuffava a picco nelle stesse acque marine. Qui nascosto, dalle estremità delle due colline, sorgeva Porto Salvo, che traeva la sua denominazione dalla possibilità di rifugio che un tempo offriva alle navi inseguite dai pirati e, in tempi successivi, era diventato un piccolo porto che fungeva da grande Magazzino alle navi mercantili, particolarmente, dei Fenici, che dominavano i commerci attraverso il Mediterraneo Orientale e quello Occidentale. I loro prodotti raffinati, eleganti e ben solidi, erano molto richiesti in tutti i paesi del Mediterraneo. Ma i loro mercantili, navette strette e affusolate per una migliore velocità e resistenza alle correnti marine, spesso venivano ingoiate dalla furia di forti tempeste, con la perdita delle merci e dell’equipaggio, provocando ingenti danni alle imprese finanziatrici o per i navigli autonomi, che determinavano la caduta in miseria della loro attività. Allora tali imprenditori del mare idearono di costruire, lungo il loro consueto percorso, scali e fondaci, dove custodire in loro magazzini abbondanti riserve di merce, e poter tornare in breve tempo, riforniti di scorte, sui mercati in attesa e tranquillamente riprendere il viaggio d’affari, senza deludere i committenti che li preferivano per la rara preziosità dei loro prodotti e per la puntualità di consegna. In tal modo, quella struttura portuale era divenuta indispensabile , tanto che attorno ad essa gradualmente crebbe una città con uno autonomo sviluppo economico enorme, che incoraggiò gli abitanti siculo-fenici ad espandersi sulle vergini montagne circostanti e a creare numerosi villaggi, sviluppando la pastorizia si monti circostanti che diventò il mestiere prevalente in quelle vergini terre, che consentivano la produzione di elevate quantità di latte, trasformato in formaggi e ricotte di ottima qualità, ricavando anche dalla tosatura tanta lana, necessaria per la lavorazione e coloritura dei prodotti ricavati. Nel luogo, dove poi si formò il paese di Bafia, non esistevano abitazioni, ma solo un’arida valle che si estendeva ai piedi del gigantesco Pizzo Garamante, che sembrava un leone appoggiato sulle zampe anteriori, con chioma altera e con lo sguardo proteso verso l’Africa, la patria lontana sempre viva nella memoria popolata da colleghi feroci, padroni assoluti della foresta. Infatti anche il nome di quel Pizzo era di origine africana ed apparteneva al gruppo di villaggi, popolati da agricoltori e da allevatori di bufali, i Garamantides, da cui forse provenivano i primi abitanti della valle di Bafia, che si fusero con i primi, svolgendo il lavoro di carbonai prima sconosciuto, ma ora necessario per accendere fuochi contro il gelo e la neve frequentemente presenti sui monti, dove si svolgevano le attività primarie e i lavoratori impegnati ne erano vittime. Dalla fusione nacquero stormi di figli che ingrandirono i villaggi e, per rifornirsi costantemente delle cose quotidianamente necessarie, costruirono le prime abitazioni, sulle contrapposte pendici delle colline, in modo da essere più vicini ai luoghi di rifornimento, molto distanti, da raggiungere con l’asino. Con il trascorrere degli anni, la formazione di numerose famiglie incrementò la costruzione di nuove abitazioni di tufo, contribuendo ad espandere l’abitato sui due fronti ai piedi delle contrapposte colline che sembravano riflettersi l’uno nell’altro, senza alcun collegamento intermedio, per cui gli sposalizi avvenivano all’interno di ogni fronte, come durante epoche remote, In caso di sconfinamento sentimentale, gli abitanti delle due parti si sfidavano in lotta libera, fuori degli abitati, a “Vota Ilice”, sotto l’arbitrato della luna che in quel luogo sembrava più vicina. Frequenti erano gli scontri di CCA BBanda contro DDA BBanda, all’inizio con armi improvvisate; in tempi più vicini, si preferì la sfida con il gioco del calcio, con palloni di carta e scarpe di ogni giorno, poi in modo più regolare, con pallone e scarpe usate, regalate da una squadra barcellonese, gareggiante ne gitone di promozione. E tutto finiva in grida di vittoria dell’una o dell’altra parte. Con l’istituzione della scuola obbligatoria, si stentò a reperire una stanza idonea per riunire i non molti alunni; a tale difficoltà, si aggiunse la diffidenza delle famiglie a far frequentare la scuola ai propri figli a contatto con quelli della parte opposta. Fu un capitano giovane, tornato dalla guerra, gran patriota a pacificare le fazioni, a trovare la stanza per avviare l’inizio delle lezioni scolastiche e ad inaugurare, come maestro, l’inizio del processo di alfabetizzazione dell’intero territorio, riuscendo, grazie alle sue importanti amicizie strette con commilitoni del partito egemone, a far nascere punti scolastici nelle aree più remote o anche in nuclei familiari sperduti nelle valli o sui monti isolati, che sgobbavano quotidianamente nel lavoro agricolo. La vecchia e piccola chiesa, denominata “Chiesa Vecchia”, che custodiva sotto il pavimento in una fossa comune i cadaveri, secondo il decreto napoleonico di Saint-Cloud del 1804, recepito anche dal papato, ma molto contestato dal poeta Ugo Foscolo nei suoi Sepolcri,  per iniziativa di un prete, originario di Tortorici, ma titolare della locale Parrocchia di S. Carlo, fu ricostruita al Centro del paese, fungendo anche da anello di congiunzione tra gli abitanti dei due fronti delle colline. Era il 1906, quando il nuovo edificio ecclesiastico fu inaugurato, costruito con il determinante contributo dei fedeli che si erano impegnati a trasportare, prima della celebrazione della S. Messa domenicale, grossi massi di pietra da una cava esistente nella parte opposta di Pizzo Garamante, con gli asinelli, mentre le donne affrontavano la fatica del trasporto con una corona di ginestra sul capo, che fungeva da piattaforma per stabilizzare l’ equilibrio dei massi. La continua frequenza nel lavoro, negli incontri rituali in Chiesa e nell’intensificarsi dei rapporti interpersonali a scuola, riverberarono negli animi un sentimento di solidarietà, una sincera amicizia, una fioritura d’amore, oltre ogni barriera. A poco a poco si creò una fitta ragnatela di parenti. I due tronconi separati, vennero congiunti da un viottolo, orlato da una filiera di sambuchi, intrecciati con filo spinato, che sembravano abbracciarsi. Bafia, il cui nome designava anche un paese dell’Africa, da dove erano provenuti anche i Garamantides, divenne in pochi decenni, un centro produttivo di ottimi alimenti caseari, agricoli e artigianali, (fabbri, falegnami, barbieri , calzolai, ecc.) e, particolarmente le donne, abili tessitrici di lana, dotati di pregevoli telai di legno, (opera dei falegnami locali), realizzavano abiti di lana, proveniente dalle aziende pastorali dei Peloritani, e di lino coltivato in un fazzoletto di terra, avuto in comodato d’uso dal demanio. Infatti era stata lottizzata una vasta area adiacente alle acque del Patrì ( nuova denominazione dell’antico Longano assegnata alle famiglie, secondo il numero del nucleo familiare. Chi non possedeva il telaio, utilizzava il lotto assegnato, come terreno agricolo, per la semina di fagioli, fave, ceci. pomodori, finocchi, lattughe, granturco, in quantità programmata per l’inizio del nuovo anno. Le lenzuola, i cuscini, le tovaglie da tavola e quelle per l’igiene personale, per il lavaggio, venivano portate nei cesti sulla testa nella località “Du sciumari”, dove confluivano le acque di due fiumi ( il Patrì e quello di s. Venera) e l’operazione di lavaggio era più facile, perché i tessuti venivano distesi su lastroni di pietra e si asciugavano in breve tempo. Poi potevano anche essere ricamati o personalmente o da una geniale ricamatrice del paese che aveva molto lavoro, perché godeva vasta fama di artista per le sue molto attraenti decorazioni di filo colorato. I ragazzi crescevano in un ambiente divenuto familiare e trascorrevano le giornate in armonia, inventandosi ogni giorno nuovi giochi, o impegnandosi in competizioni di corsa campestre, con percorsi ben definiti, o compiendo il giro del paese, in una gara di velocità secondo un percorso prestabilito, o imparando a suonare il flauto di canna, posseduto da alcuni figli di pastori, i quali trascorrevano ore e ore seduti su un’alta roccia, per custodire meglio il gregge, ed “ammazzavano la noia”, facendo risuonare il flauto personale, con le note, conosciute “ad orecchio”, di “Vitti ‘na crozza supra nu cannuni”, o da “Barunissa di Carini” o qualche poesia di poeti della scuola poetica siciliana, che era stata fondata da Federico II di Svevia a Palermo ed arrivata, non si sa come, così lontano da quella città. Il dolce suono del flauto fluiva dalle labbra del suonatore, accarezzava i fianchi delle colline, vibrava nel cuore dei colli di fronte e rifluiva verso il fiume, dove le donne, curvate sull’acqua argentata a lavare i panni, si riempivano l’anima di gioia, sollevati da tristi pensieri.

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(Soliloquio)

“Tu, mia cara Francesca, seppellita nel “carruggio” da Bunata, non conoscesti il calore affettuoso delle tue coetanee, né lo sbocciare e il coltivare i fiori d’amore soavemente cresciuti nel tuo cuore. Il tuo sentimento per Giovanni sgorgò dalla tempesta ormonale dell’età e non ebbe il tempo necessario per una maturazione spirituale che nessuno per ignoranza potè spiegarti, perciò rimanesti sola inghiottita dall’ardore sessuale, che ti illudevi fosse amore vero che ti avrebbe resa felice. Tu che avevi il tuo regno nella casetta solitaria, vivevi serena con chi ti crebbe e ti riempì di carezze, ma esse non potevano essere sufficienti a colmare i periodici vuoti del tuo percorso di donna e pensavi che quel vivere nel perimetro di pochi passi fosse ogni giorno un miracolo; né immaginavi quanti rischi, dolore e buio ti attendessero al guado. Ti ubriacasti delle vertigini sessuali senza capirne il senso e l’ossessione del sesso diventò il tuo rito quotidiano. Quando ti sposasti con Giovanni eri piena di entusiasmo ed entrasti sorridente sposa nella nuova dimora, protetta da alti pioppi, vicino al fiume che scorreva sereno, emettendo nell’aria le note musicali di una tastiera antica. Le foglie dei pioppi, il profumo degli eucaliptus, i piani delle araucarie ascendenti come coni capovolti con le cime infilzate nel cielo, lievemente oscillanti per il soffio di un vento sottile, emettevano un lieve fruscio, come un saluto, riflesse nelle acque cristalline e mormoranti del fiume Patrì, immerso nel ricordo di importanti eventi lontani, ma ancora vibranti nell’aria che ancora aveva invisibilmente ingessato lo stridere delle spade e il frastuono del galoppo dei cavalli, nella battaglia del 273 a.c., quando il sangue dei caduti colorò di rosso le limpide acque del Longano. Poco prima del chiarore dell’alba, i cardellini, le tortore, gli usignoli e i merli si esibivano in un concerto di canti e gorgheggi per darti il benvenuto tra loro. E tu trascorrevi il giorno come Alice nel paese delle meraviglie. Volavi come una farfalla sui fiori variopinti e li rendevi affascinanti con il tuo sguardo. E l’usignolo e il merlo di rocca ingaggiavano inni di canto all’argenteo chiarore lunare, come le emozionanti serenate per gli innamorati e tu scivolavi nel sonno con il sorriso sulle labbra, cullata dalla ninna nanna dall’ugola dolcissima dei vigilanti della notte. Così dormivi, dormivi e sognavi emozioni d’amore immaginari, e non sentivi l’urlo dei cadaveri in fondo al mare vicino, che i trafficanti di morte avevano torturato a colpi di catene, con pugni e calci in ogni dove, avevano trafitto gli occhi con aghi infuocati, strappati gli organi vitali su commissione e venderli ai mercanti clandestini destinati a cliniche-fantasma, dove creature in croce, speravano piangendo l’arrivo di un miracolo. Non vedevi donne innocenti subire stupri selvaggi individuali e di gruppo, trascinate come stracci, con gli occhi accecati dal dolore, subire nel ventre il massacro dell’adorata creatura che già cominciava a nuotare nel liquido materno, e la madre infilzata con arnesi di fuoco nell’utero e nel seno, con il corpo tagliato in pezzettini, gettata nei gorghi marini in pasto ai pescecani in agguato con la bocca spalancata; né il calvario di bambini e ragazze che erano fuggiti all’inferno di guerre fratricide e sopravvissuti all’inferno del deserto, coltivando il sogno segreto di una vita dignitosa, erano sottoposti a turpi atrocità, violentati fino allo strazio, devirati o torturati nei teneri seni con un ferro infuocato , o tanti giovani negri bendati, portati in luoghi lontani dai lager di accoglienza, sottoposti ad inaudite violenze e sfregiati in molte parti del corpo, per essere indotti a chiamare, con l’arma puntata alla testa, le loro misere famiglie lontane per sollecitare un impagabile riscatto e al motivato rifiuto di denaro, essere uccisi e abbandonati sotto il fuoco del sole cocente del deserto, in preda agli avvoltoi o alle belve carnivore che accorrevano, annusando da lontano l’odore nauseante dei cadaveri putrefatti. Tu, ingenua Francesca, avvolta nella conturbante gioia della natura, non conoscevi i barboni morire dignitosamente sotto i ponti o sulle panchine intorno alle stazioni delle città moderne, o sulle sponde del Tevere tra montagne di rifiuti, con una coperta di cartone inzuppata dalla pioggia, con molta dignità, senza porgere la mano a passanti crudeli che li guardavano e li dileggiavano con disprezzo, come cani appestati e talvolta vittime di assurdi omicidi. Erano e sono i cosiddetti invisibili, perché nessuno sguardo pietoso dedica a loro un sorriso. Eppure, i manager pirati sfilano nel viale su lussuose auto metallizzate, risplendenti di vario colore, masticando il grosso sigaro profumato tra i denti, e riempiono la borsetta di denaro alle squillo, povere e sfruttate, raccattate alla cieca, per inediti stimoli sessuali di sapore plebeo che solo le donne popolari, come osservava Pasolini, sanno scatenare. Altre sventurate creature, indotte a venire da lontano con la promessa di un lavoro sicuro, appena arrivate vengono segregate in un capannone abbandonato, senza servizi igienici, senza luce, senza acqua e senza pane, fino a costringerle con metodi brutali ad accettare di lavorare sui marciapiedi, per guadagnarsi un panino, mettendo in vendita forzata il loro corpo, al fine di impinguare il portafoglio dei mercanti di sesso, pronti ad uccidere o sfregiare orrendamente le detenute importate. Se avessi visto la crudeltà di mostri ubriachi e topati uccidere mogli e figli, dopo sevizie efferate, senza alcuna colpa, evidenziando in tal modo, la loro disfatta esistenziale per non aver capito il vero senso dell’amore, che è condivisione di gioie di dolori, riconoscimento orgoglioso delle virtù del partner e saperle custodire.

Nel mondo la parola amore non potrà essere identificata come sazietà sessuale, che è connotazione anche animalesca, ma occorre riuscire a coniugare il desiderio della congiunzione carnale con l’unione ideale e vivere in tale dimensione spirituale il percorso delle ardenti passioni.

Ma io chi sono per poter fornire consigli, se non un sognatore che ha avvertito la trazione emozionante del richiamo viscerale di un amore, abbagliato da un miraggio subliminale, e sono rimasto incantato nel vedere un’immagine eterea ritagliata nell’alveo incandescente della luce, sospesa sul fondo delle pagine di un libro, scritto in simbiosi con le aspirazioni intime del cuore, e proprio nella fluida armonia dei versi si era depurato del liquame terrestre, e fluido scorreva nei ritmi assonanzati nel fraseggio del dolce stile. Da allora rincorro il suono di una voce avvolta nella cometa di cotone, che ancora mi incoraggia a seguirla nel volo verso il sole. Io afflitto da un febbrile tremore, continuo a remare oltre le nuvole bianche pigmentate nel cielo: ma il vulcano di Elios scioglie i legamenti connettivi dell’anima con il tremendo battito del cuore, senza , tuttavia, annientare la rincorsa dei frammenti del mio corpo in ogni angolo del vuoto, invocando il suo nome agli astri e alle altre stelle, perché lei è la stella più brillante del firmamento che, silenziosa, mi guida nelle buie voragini del cosmo con messaggi di attesa e di speranza: quando saranno maturi i tempi, ci ricongiungeremo in una lucciola di luce che sarà un nido eterno d’amore galleggiante nello spazio infinito. E io, Francesca, ti starò vicino come un’ombra e soffrirò o gioirò per te, nel segno di quel puro amore che tu, vergine fanciulla, vagheggiavi, mentre distesa sulla fresca erba del prato, con le braccia incrociate come cuscino sotto il capo, attendevi per l’intera notte, le luminarie delle stelle cadenti, in quel giorno festoso per le anime amanti, ma che fu funesto per il poeta-bambino, che ancora piange in quel X Agosto.

In quei versi scorrevano le mie oscillazioni interiori, il traguardo che speravo di conquistare, forte nella radice di un nobile sentire, già discepolo di Dante, di Virgilio e del Vangelo, appreso dalle omelie domenicali e dalle spiegazioni del catechismo, dalla lettura di libri, come “Le avventure di un giovane povero”, “I ragazzi della Via Pal”, “Pinocchio”, “Cuore”, ”Giovanna D’Arco”, presi in prestito, su consiglio dell’insegnante responsabile, dal Centro Popolare di lettura, nato contemporaneamente alla scuola elementare. Lo stesso insegnante mi introduceva alla lettura, con una breve introduzione e con la sottolineatura del messaggio del testo, particolarmente di Anna Frank, di cui mi spiegava la paziente sofferenza e la barbarie di chi l’aveva perseguitata e uccisa, e di Pinocchio, un ingenuo bambino di legno, che attraverso molteplici e diverse disavventure, approda a capire l’importanza del sapere per poter diventare maturi e responsabili del proprio destino. Inoltre, mi spiegava come le umiliazioni e le sofferenze del giovane povero, anzichè spingere il giovane a reazioni negative, lo avevano indotto alla scelta dei veri valori della vita e come il libro Cuore del De Amicis costituiva una lettura essenziale per capire la limpida purezza sentimentale e la forza degli affetti naturalmente alimentati nel cuore dei ragazzi, un patrimonio genetico da saper valorizzare per poter rendersi utili a se stessi e alla società in cui si crescerà. Forse inconsciamente anche tu, Francesca, custodivi nei meandri della tua interiorità, aneliti di simili traguardi e saresti riuscita a conseguirli, se la cecità del destino, devastatore di ogni seme del bene, non avesse infierito sulle ferite dei poveri per condannarli per sempre, legati alla catena della sofferenza e della sconfitta, perché asservito alla seduzione degli allettamenti del male totale, insito nel voracità consumistica che continua a rinnegare il Creatore. Lo sviluppo industriale elevato ad ennesima potenza tecnologica e telematica ha radicalmente sovvertito l’impianto storico dell’equilibrato cammino umano, ne ha cancellato usi, abitudini, credenze, certezze e sogni, ignorando il vecchio Dio di Abramo e inchiodando nuovamente ogni giorno , Gesù, il Salvatore, su una croce più crudele, contrapponendogli nuovi miti meticciati e subdoli, che hanno consolidato il potere del denaro La globalizzazione ha cancellato ogni valore esistenziale e, inseguendo l’odore dell’Avere, ristretto a pochissimi detentori della ricchezza mondiale, che governano in maniera assoluta l’intero pianeta indisturbati riportando in inossidabili catene i nuovi schiavi del lavoro, li condannano tacitamente a morire avvelenati dalle polveri sottili, per portare un briciolo di pane alla famiglia, ormai contagiata dal disastro ambientale. Il concetto della trasgressione è prevalente in questa società ed ha trasformato comportamenti razionali, etici, religiosi, politici e sociali in deleterie sovrastrutture da demolire, tanto che i burattini della vita politica, che svolgono il ruolo di plagiatori di cervelli e sono divenuti macellai delle istituzioni costituzionali, riducendo il parlamento a mercato di perversi maneggi di denaro in cambio di denaro, in voti di scambio e in contrattazioni di transazioni sessuali, condite da orge collettive di folli prestazioni sessuali di vergini minorenni mensilmente stipendiate o gratificate da cariche politiche con assoluta incompetenza, sempre pronte ad assentire anche all’introduzione di leggi incostituzionali che favoriscono gli interessi del padrone. I nuovi sceicchi si fanno il bagno in vasche di denaro, attorniati da ancelle sorridenti che si esibiscono nude in appetitose danze del ventre, per la gioia del califfo che salta fuori dalla vasca, abbranca la shou-girl e la trascina nella sua alcova dorata, per gustarne il piacere. E se ne infischiano del doloroso lamento delle vittime che muoiono senza denaro per curarsi, né si formula un qualche beneficio per i miseri Lazzaro, condannati al patibolo della fame, come nei campi di concentramento. Tu non sai, mia cara sorella Francesca, come io affondo nelle sabbie mobili dell’inferno quotidiano: io mi ero illuso che duemila anni di impegno di diffusione evangelica, che aveva creato Santi, monasteri, libri sacri e innalzato monumenti ai seminatori di pace e di amore, organizzato percorsi scolastici di alfabetizzazione e di apprendimento umanistico e scientifico, avessero plasmato l’uomo nuovo ed estirpato i semi del male dal cuore, distruggendo la orribile immagine  dell’”homo homini lupus”, affinando lo strumento di comunicazione tra i sopravvissuti. Invece vengo investito da subdole mitraglie di odio, di inganni e di delitti dronati dall’assassino invisibile,per cui vivi la morte,senza poterne conoscere il volto, con la nausea pestifera di programmi televisivi costosissimi, grondanti di volgarità verbali e comportamentali anche di donne appuntate su comode poltrone  televisive,  per inchiodarci sadicamente nella mente  crudeli sequenze di devastanti genocidi, informazioni corrosive dell’etica pubblica e  mostrare santuari di nitidezza intima  o le gambe seminude e dissacranti: elucubrazioni mentali dei millantatori di professione con arrogante timbro di voce violenta, falsificatori di verità lapalissiane, senza una piega di pudore, ma con incivile arroganza urlata, come a voler zittire o anestetizzare l’inquieta coscienza del telespettatore. Debbo confessarti con infinita amarezza, che ogni minuto vorrei che lo tsunnami mi portasse via per sempre, perché vivere così è un soffocante martirio quotidiano,ingoiando veleno che rade al suolo anche il Dio buono, con la seduzione martellante dell’avidità. . La stella polare che alimentava i miei progetti di operare per poter contribuire concretamente a lenire la sofferenza e la solitudine brutale di tante creature cinicamente abbandonate nell’indigenza, nello squallore e nella fame,anche dai propri figli per necessità o per viltà,in “cosiddette residenze per anziani”, mi sgomenta, mentre un affilato coltello mi infilza nell’anima,  Invece ho sbagliato in tutto, perché sono stato sconfitto dalle mie illusioni. Posso dirlo solo ora, che sento friggere il cuore nel cimitero dell’ingenuità. Ogni notte mi assalgono i fantasmi feroci dei miei utopistici slanci di un tempo sempre presente dentro di me e l’essermi ingannato da solo, quando mi sentivo forte e imbottito di idee etero-salvifiche, sostenuto dal cemento armato della cultura che credevo invulnerabile, il frequente misurarmi con le subdole e feroci iene degli eventi, mi rattrappiva ogni volta il respiro, fino a soffocarmi. Bruciavo sulla graticola della verità e mi contorcevo tra l’essere e il nulla, tra l’avere e il non essere, mentre l’anima del mondo trionfava con la potenza del denaro, inseguito ciecamente da tutti, perché permetteva di soddisfare ogni desiderio lecito e illecito, seducente e fallico. Solo i poveri e i nullatenenti lacrimavano infelici nei millenari solchi della storia, con una catenina metallica al collo, trovata nella spazzatura ”

 Il mio soliloquio era così intenso e amaro, tanto che aveva allontanato la mia attenzione dalla realtà contingente. Il mio pensiero volava su una mongolfiera che ora stazionava in bilico tra terra e cielo. Perciò, non sentii il rumore roboante di una gip che si arrestava davanti alla porta della casetta di Francesca, profondamente inghiottita dal sonno. Scesero dal blindato tre uomini vestiti da militari che parlavano in tedesco, con un grignante tono di voce, i caschi verdi sul capo da dove pendevano due luride bredelle di cuoio che si congiungevano sotto la gola. Improvvisamente tacquero, lanciandosi verso la porta, che spalancarono con forti pedate. Accesero le loro lampadine a batteria e con la loro luce rovistarono la stanzetta. Videro la donna immersa nel sonno, e subito liberatisi dalla divisa militare, decisero di tuffarsi ad uno ad uno sul corpo inerte di Francesca per stuprarla, con la bava rabbiosa che schiumava dalla loro bocca puzzolente di alcool e di birra. La donna destatasi, annichilita, si sentì soffocare dal respiro untuoso e fetido di quelle bocche cloache e dalle poderose braccia degli invasori. Urlava come un bue nel mattatoio, colpito dai colpi delle sbarre di ferro dei carnefici e piangendo lottava per svincolarsi da quelle barbare presenze, mentre uno dei forestieri, già disteso sul corpo di lei, come una mazza infuocata, la penetrava con brutale violenza più volte, e assatanato dall’ossessione del sesso, non cessava di torturare il corpo della poveretta, fino a precipitare per terra con il volto insanguinato e con numerosi graffi su corpo. Il secondo tedesco neppure lo guardò, mentre mugolava invettive di rivincita, e, dopo la nervosa attesa, non esitò a sostituire il compagno nel letto della donna, che tentava di divincolarsi per liberarsi da un nuovo martirio. La vittima, già squarciata dalle sue cicatrici interiori, era sull’orlo di una vertigine pericolosa, che la stava corrodendo e con le residue energie, cucciolava amaramente, invocando pietà, pietà, pietà, al suo aguzzino perchè si sentiva morire. Ma il mostro sembrava non sentire e continuava a massacrarla con i suoi capricci sessuale. Quando si sentì sfinito, fortemente ansante, scivolò via, lasciando il posto al terzo carnefice, che imbufalito per il tempo perduto in attesa, era diventato rosso in faccia come un cocomero rosso, in fase di esplodere. Per cui si gettò su quel povero straccio di creatura, percuotendola nell’utero già sanguinante, con barbarica aggressività fino a lacerarlo, tra le urla mortali della vittima. Le grida e il pianto della madre, destarono il bimbo che incominciò a gridare e a piangere, riuscendo a far capire il viscerale amore per la mamma, che, pur trafitto da un dolore immenso, con un flebile filo di voce, si sforzava di calmarlo con il calore dell’affetto materno. Ma, la belva deconcentrata dai piagnucolosi rantoli, invaso da un furore irrefrenabile, saltò giù dal pagliericcio, abbrancò la cesta di vimini e, senza alcuna remora, spalancò con un calcio la finestra cadente e lanciò quel fastidioso bagaglio lontano nel denso buio della notte. Ma, nel tornare a riprendere la ginnastica sessuale, vide la donna lanciarsi dal vano della finestra devastata e, brancolando nell’oscurità, si diresse verso il punto, dove sentiva gridare il bimbo. Raggiuntolo, si chinò su di lui, lo abbracciò ricoprendolo di baci e di carezze, accompagnati dalla sua dolce e carezzevole voce. Uno spicchio di luce lunare incominciava ad apparire dietro i monti e a risalire la curva del cielo occhieggiando nelle zone in penombra. Francesca si sentì confortata da quell’ago di argenteo chiarore e si avviò verso l’imbocco di un sentiero, poco frequentato per gli aguzzi sassi disseminati sotto le erbacce che parzialmente lo ricoprivano pungenti. Aveva già le piante dei piedi scalzi insanguinate, ma presa da una ebbrezza speranzosa, non avvertiva alcun dolore. Durante il cammino lungo il sentiero deserto, non si incontrò  anima viva Solo i cani, che vigilavano attorno alle abitazioni dei loro padroni, ringhiavano insistentemente e sembravano richiamarsi da lontano per darsi appuntamento per il nuovo giorno, ma diventavano feroci nel percepire il rumore di un sasso rotolante sul pendio, forse smosso dal passo veloce di una volpe o di altro animale notturno a caccia di preda. Prigioniera della paura, le voci e le ombre della notte calamitarono la sua ansia crescente tanto da non accorgersi del trascorrere del tempo e della minuscola creatura che si era assopita come liquefatta tra le braccia della madre e solo a tratti dava segni di vita con improvviso tremolio del corpicino che era diventato freddo per l’umidità della notte. Lei ora avanzava come un automa, vacillando asimmetri-camente nel vuoto e senza rendersi conto che già era arrivata all’imbocco della salita, dove si apriva un bivio. Uno circondava la collina, l’altro si inerpicava a coda di volpe verso il Santuario. Decise di intraprendere questo. E indovinò, perché quella scorciatoia denominata atavicamente“a cuda da vulpi”(la coda di volpe), anche se stremata dalle recenti drammatiche vicende, dal chiodo piantato nel cuore dalla anomalia fisica del giglio, dalla solitudine dolorosa e faticosa, di cui era rimasta prigioniera, senza l’aiuto né il consiglio di alcuno, patendo spesso anche la fame, che riusciva a sedare soltanto andando a raccogliere intorno erbe selvatiche e “fanfazzi”, per poter produrre un po’ di latte per il piccolo.

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Trainata da tante amarezze, Francesca, talvolta sostando per prendere fiato, si trovò in cima alla collina, nella deserta piazzuola sacra davanti al santuario. Il campanile del luogo sacro, scandiva 6 rintocchi e il cielo d’oriente incominciava a ingrandire nel cielo un incubato chiarore. Sui gradini di marmo davanti alla chiesa giacevano, sopraffatti dalla stanchezza del lungo cammino, alcuni pellegrini, crollati subito all’arrivo. Non molto lontano, ricoperto di stracci raccolti chissà in quale pattumiera o discarica pubblica a cielo aperto, attendendo la morte, perché la sua dignità lo spingeva a non porgere la mano, perché sapeva che sarebbe rimasta vuota, con lo spergiuro arrogante di uno sputo accompagnato da ignobili offese. Eppure erano venuti al Santuario per pregare, confessarsi e invocare l’aiuto della Madonna per sollevare la loro condizione di dolore. Stordita e sigillata nella sua angoscia, Francesca, senza eccessivamente sostare con lo sguardo su quei disperati, rinchiusi nel sarcofago di un sonno di piombo, si sentiva avvilita. Appena dall’altra parte della scalinata, vide salire un frate, che si avviava al portone, per consentire l’ingresso alla solita ora ai pellegrini in arrivo, Lei gli corse dietro, perché quella era l’ora che non vedeva nessuno in giro e, pertanto, anche la prima e sola ad uscire, senza subire l’onta di sguardi indiscreti e sospettosi. Il vedersi osservata, per lei sarebbe stata un’impresa dolorosa e insopportabile. L’intero passato di vergogna e delle violenze subite traspariva dai lineamenti sconvolti del volto, dalla trasandatezza dei cenci che indossava, dai capelli scomposti, dalle rughe scavate sulla fronte e sul collo, dentro cui scorrevano fili di pianto inconsapevole. Dai piedi fuoriuscivano fiotti di sangue, per le piaghe accumulatesi sull’impervio sentiero affrontato senza scarpe per voto, che lasciavano sul sagrato chiare impronte di sangue. All’ingresso in Chiesa fu improvvisamente inghiottita dalla penombra che ancora stanziava sui vetri colorati delle finestre poste in alto e ben serrate per resistere all’impeto del vento che sulla cima della collina muggiva fortemente, scagliandosi sulle invetriate cosparse da figure di santi o da immagini dei protagonisti colorati del Vangelo, che sembravano colloquiare in silenzio con lo scintillio dei colori crescente mentre il frate accendeva le candele , collocate a cerchio accostate all’emiciclo del piccolo tempio. Quando la penombra fu messa in fuga dalla luce, anche il viso e lo sguardo di Francesca furono rischiarati dai ceri accesi. Le piccole lingue di fuoco che scodinzolavano nell’aria, trasmisero una -fioca speranza nel cuore di Maria che si sentì per un attimo alleviata dalle roventi ferite e in un tuffo di apparente ripresa, rivolgendosi al frate, bisbigliò: “Vorrei confessarmi, mi sento male”. Nello sforzo di mostrargli il bambino, vacillò e stava per stramazzare per terra, ma il frate riuscì a sostenerla con il braccio e, con parole rassicuranti, incominciò a rincuorarla, prese un bicchiere, lo riempì di acqua versata da una bottiglia di emergenza posata sul tavolo e glielo porse. Dopo averla bevuta, sembrò riprendersi e il frate, vedendola un po’ sollevata, le disse: “Ha bisogno di un cuscino per poter meglio custodire il bambino?” La donna annuì. L’uomo di Chiesa, estrasse dal confessionale il cuscino e lo porse alla poveretta, aiutandola a deporvi sopra la sua già silenziosa creatura, in un vuoto ricavato con mani esperte come una culla. Quindi, rivolgendosi alla pellegrina, con voce commossa, le disse:” Signora, io sono qui, quando si sente, potrà venire a confessarsi”. La donna intuì che non era in grado di aspettare ancora, si alzò dal banco dov’era seduta, e con notevole difficoltà, raggiunse l’inginocchiatoio, vi pose sopra le ginocchia dolenti, e si disse pronta alla confessione. La donna incominciò a tracciare l’intero percorso della sua esistenza, del luogo dove aveva trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza con la famiglia nella valle da Bunata, imparando anche a custodire il gregge, che il padre aveva ereditato dal nonno, dopo la sua partenza per sempre, e di rimanere spesso sola in casa per accudire alle faccende domestiche, poiché la mamma seguiva il marito per aiutarlo a sorvegliare il numeroso gregge. Oppure badava ad innaffiare l’orto davanti, la cosiddetta “gghiusa”, dove ogni anno si producevano pomodori giganti e saporiti, patate di eccellente qualità, zucchine, lattughe e tanti altri prodotti agricoli, che venivano concimati con gli escrementi degli animali. Lungo i due pendii dei monti, sorgevano alberi di noci, di ciliegio, di nespole, di fichi e di mirtilli, che potevano mangiarsi appena raccolti o dopo una essiccata al sole, venivano trasformate in panicole, e custodite per consumarle in inverno imbottite di fichi secchi, davanti al calore del focolare. Francesca, si occupava anche di lavare ogni indumento nelle acque fluenti dell’omonimo ruscello, che scorreva in estate e in inverno, riempiendo di soavi armonie la valle spalancata al sole. Una volta la settimana saliva fino alla mandria, Giovanni il rigattiere, che sulla vecchia carretta riforniva di pesce fresco le case sparse sui monti e si portava via alcune ricotte fresche o infornate per lui, da consegnare ai suoi affidabili clienti, che lo avevano incoraggiato agli inizi ad intraprendere quella attività, anziché di corrodersi il fegato nella vana ricerca di un lavoro in patria, dove non esistevano strutture, nè sottostrutture, né capitali da investire nel settore industriale, per poter accogliere energie umane non specializzate, che erano costrette per lo più a marcire in giorni infiniti senza alcuna occupazione. Tranne la pastorizia e l’attività agricola condotte a livello familiare, per i poveri christi come Giovanni “U piscineri”, unica possibilità e speranza di un lavoro stabile era espatriare all’avventura. Quando si rese conto che nella propria terra era impossibile sopravvivere, lui che abitava vicino al mare in un villaggio di pescatori e conosceva la tecnica della pesca, incoraggiato dagli altri pescatori, si unì a loro come aiutante, fino a che riuscì ad entrare in possesso di una barca abbandonata da un pescatore morto in mare, a causa di un improvviso malore, e fu sollecitato dai compagni, riuscì a riparare la barca e potette entrare nel gruppo dei professionisti, una sorta di consorzio del mare, che gli consentiva di aver riconosciuta pari dignità artigianale e pari spartizione dei guadagni con gli altri soci. La sua attività lo indusse a cercare altri clienti fuori-zona. Così si spinse con la sua carretta per impervi sentieri, dove si udiva solo lo strillare dei grilli, delle cicale dei merli e delle tortore, accompagnati in sottofondo dal belato delle pecore e della capre che brucavano l’erba sulle pendici dei colli di fronte, ogni tanto attraversato dalla voce del pastore o dal sui flauto che inopinatamente scandiva le note e le parole della tragedia di Pier delle vigne, ignorando come tale canto elaborato nell’ambito della Scuola poetica Siciliana, voluta dall’imperatore Federico II presso la sua corte di Palermo, che fu anche il mecenate di tanti poeti e filosofi planati ivi da ogni parte d’Italia, trovando ospitalità e riconoscimenti. Così raccontava il veterinario Prof. Nino Pino, che spesso, per dovere di Ufficio, ma anche per l’affetto che ormai lo legava a quel mondo di eroi, continuava a fermarsi qualche settimana tra loro e provava tanta gioia in mezzo ai “culatri”. Frequentemente li invitava a ripetere quella storia, mentre nei labirinti del pensiero, frugava nei ricordi ed elaborava ipotesi sull’arrivo in quei luoghi lontani di quella dolorosissima storia, che solo Dante Alighieri aveva accolto con tanta pietà e comprensione nel VI canto del primo volume, l’Inferno della Divina Commedia, rivalutandone la memoria per l’ingiusta calunnia di traditore dell’Imperatore, ad opera degli invidiosi di corte, perché lo stesso imperatore aveva affidato al suo fedele segretario le chiavi del chiuder ed aprir del suo cuore. Pier delle Vigne, trasportato con la sua barchetta da “Caron Dimonio, con li occhi di brace”, nel girone dei traditori di chi si fida, all’arrivo di Dante in compagnia di Virgilio, ode lo sgorgare di un pianto ininterrotto accompagnato da parole di dolore nel suo fiorentino e rimane sconvolto nel trovare quel nome condannato alle pene del regno infernale, tanto da voler accarezzare il tronco da cui proviene il parlare e il sanguinare di chi parla. Strappato un ramoscello dalla pianta, una voce emerge dal ramo spezzato. E’ la voce lacrimosa del suo padrone a spiegare al Divino poeta la sua triste storia di vittima dell’invidia umana e lo prega di rinverdire la sua assoluta fedeltà al Signor suo. Dante fortemente turbato, forse memore anche del suo stesso destino di calunniato per invidia, promette di esaudire il suo desiderio. Ma Nino Pino, studioso anche lui dell’espandersi dei dialetti e dell’origine della lingua italiana, non si rassegnava all’ignoranza del fenomenico balzo topografico di quel commovente racconto. Lui che già godeva fama di ottimo dialettologo e di tradizioni popolari, tanto che aveva fondato presso la facoltà di Veterinaria la rivista Zootecnia e Vita, dove pubblicava i risultati delle sue ricerche sui dialetti, comparando le derivazioni dei termini simili tra le diverse isole dialettali e gergali dell’isola, affiancati da ricerche su sperimentazioni scientifiche con la rivelazioni di frodi alimentari dannose alla salute, lui definito già “U pueta-scinziatu”, non si rassegnava alla sconfitta. Fin dagli anni giovanili, coltivò idee libertarie e progressiste, che affinarono la sua sensibilità umana, divenendo la sorgente segreta della sua attività letteraria quando, ancora giovane veterinario, incominciò a esercitare la sua attività presso le mandrie dei pastori dei monti Peloritani, attorno al piccolo paese di Bafia, nel Comune di Castroreale. Lì si viveva una condizione di vita arcaica, pura e ricca dei valori della civiltà agropastorale, quali lo spirito di sacrificio, il culto del lavoro, il rispetto reciproco, la sacralità della famiglia e della fede, silenziosamente vissuta nell’idillico rapporto con la natura. Come egli stesso raccontava quando nella Biblioteca Civica del Comune di Barcellona partecipò alla fondazione del Gruppo ’67 (un vero cenacolo, che riuniva al banchetto della poesia giovani desiderosi di leggere e commentare i loro componimenti, nella linea estetica di un puro lirismo, ispirato alla centralità di un nuovo umanesimo), gli anni trascorsi a contatto con il mondo pastorale furono felici per lui, in quanto poté spenderli in quell’ambiente arcaico, al servizio di persone semplici, dai molti bisogni e prive di vitali conoscenze umane e professionali, emarginate dal circuito della modernità. In quell’ambiente aveva trovato un’oasi di calore umano, di serenità interiore, del sacrificio di un lavoro duro e di rinunce, ma in cambio quelli erano veramente uomini, che sapevano affrontare da soli tutte le difficoltà di una vita, lontana dal consorzio umano, dove regnavano avidità, invidia, egoismo, falsità, inganni, sopraffazioni, razzismo sociale, immoralità, mercimonio della coscienza, cruenti scontri ideologici e fra il denso verde della natura in cui si adagiava la pace sotto la cupola azzurra del cielo, Nino Pino beveva i sorsi di un’altra vita, dove durante la guerra brutale non si avvertiva lo strazio della carne umana, né l’urlo delle madri che assorbivano l’ultimo rantolo dei figli, massacrati dalle armi nemiche. Anzi, il suono del flauto, dell’organetto a bocca, il taglio stridente del suono del marranzano, l’assaporare il tono gentile delle voci sorridenti e l’avvicinarsi di quegli uomini-eroi con il cuore in mano che interpretavano la vita e la fatica come un atto d’amore, penetrarono profondamente alle radici del suo essere, fecero maturare nel giovane veterinario una coscienza umanitaria che, poco dopo, sbocciò in lui come ideologia in lotta al fianco e in difesa degli uomini che spesso erano costretti ad inginocchiarsi davanti al libidinoso sadismo dei più forti e dei ricchi che ritenevano di poter comprare tutto con il luccichio ramoso della moneta. Tra quelle creature, che sudavano e dormivano sul letto di felce nei pagliai cullati nelle braccia della luna o delle stelle ammiccanti di sorriso, custodi fedeli del riposo dei loro “figli”, Pino presto comprese la vera statura interiore di quegli uomini che, durante il pascolo degli ovini e dei caprini, assisi su una collina, accompagnavano con il suono lamentoso degli strumenti musicali, il canto di Pier delle Vigne, la dolorosa storia del segretario di Federico II di Svevia, che preferì suicidarsi, anzichè presentarsi davanti all’imperatore nelle vesti del traditore, come era stato accusato dagli invidiosi del Palazzo che, intolleranti delle grazie che il segretario godeva nel cuore del Sovrano, lo accusarono di fellonia e di tradimento, per toglierlo di mezzo. Dante Alighieri lo incontra nel suo viaggio purificatore nella selva dei suicidi, avvolti nel fusto e nelle fronde degli alberi e il segretario-poeta, appena il Sommo Vate strappò un lembo di ramo dall’albero, fiottò sangue mescolato alle lacrime , supplicando il viaggiatore di riabilitare il suo nome nel mondo, infangato dalle subdole accuse dei nemici, perché, lui che teneva “ambo le chiavi del cuor di Federico” , fu sempre zelante e fedele servitore del suo Signore, che era una nobilissima persona, come i poeti che egli allevò alla sua corte. Nino Pino, dapprima rimase stupefatto nel sentire sibilare dalla bocca dei pastori analfabeti quel canto sublime d’amore e di fedeltà, tanto da rinunciare alla propria vita, per non subire l’onta del marchio ingiustificato del tradimento. Pino non immaginava che quel canto lacerante fosse conosciuto bene in quel regno di animali e di uomini reclusi nella dentiera delle montagne, ma la sua ammirazione per loro lo invase, fino a sentire il bisogno di trascriverlo per poter testimoniare e ricercare il segreto di quella presenza storico-canora che aleggiava in una terra lontana da ogni possibilità di comunicazione con una realtà lontana. Avvertì di riflettersi in quelle anime pure e, allontanatosi da quei luoghi per iniziare la sua attività universitaria, scelse responsabilmente di combattere sempre per i diritti degli “abbandonati” al cieco destino di sofferenza e di morte.   

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Improvvisamente, davanti al mio Dante che mi osservava con stupore dalla scrivania, un’intuizione folgorò il mio cervello e fu quella statuetta di bronzo, rinvenuta da mia madre tra le zolle, nel terreno sottostante alle pendici dei Peloritani, in contrada Alfarano, che mi suggerì, tra le tante ipotesi, una più consona al vero. Non molto lontano dal torrente Alfarano, alla base della criniera ultima dei Peloritani sulla sponda sinistra del fiume Patrì. sorgeva da secoli il nucleo urbano di Milicia, e fin dai primi anni del ‘200, il Palazzo signorile dei Cavalieri che vi si erano insediati, in seguito alla donazione della comarca all’ordine con decreto vergato in latino, arricchito da vari privilegi. I Cavalieri seguirono la linea di espansione linguistica di Federico II di Svevia, che progettava di estendere il proprio potere in maniera più solida sulla Sicilia orientale, e unificare in maniera omogenea il suo Impero fino a Bari, città a lui molto cara, che ingioiellì con maestose Chiese e con inconfondibili castelli ottagonali Inoltre, per agevolare i poeti e intellettuali, provenienti dall’area messinese, come Stefano da Protonotaro e Guido delle Colonne ed altri, i Cavalieri nel loro Palazzo favorirono l’istituzione di una sezione della scuola federiciana, che nel tempo, elesse ad emblema l’opera di Dante, di cui realizzarono statuette del poeta fiorentino che proprio con la figura di Beatrice, aveva creato la donna ideale di suprema bellezza nell’ambito degli Stilnovisti toscani. Tale ipotesi non fu smentita da nessuno. Anzi si ipotizzò su tale linea, la presenza fisica di Dante a qualche incontro con i poeti della Scuola, durante il suo vagabondare durante il periodo del doloroso esilio e la diffusione di importanti testi anche a Milicia, da dove provenivano importanti padroni di aziende pastorali, che avevano avuto la possibilità di impararli. La tragedia del segretario dell’imperatore, si sovrappose a quella della povera Francesca, che continuava a scorrere nel sotterraneo flusso dei miei pensieri, dissolvendo ogni diaframma all’ordine logico del mio nomadismo riflessivo, che rimescolava senza tregua storie dolorose del passato e del presente, collegate inconsciamente dal comune denominatore della sofferenza, che affratella in ogni epoca il genere umano. Dal sangue che zampillava dal ramoscello spezzato, mescolato allo strazio piangente dell’uomo ingiustamente condannato, congiunti da un’immedicabile ferita simile la mia attenzione tornò sui movimenti striscianti della donna che già si accingeva a bisbigliare la sua confessione singhiozzando a stento, e come soffocata da un nodo alla gola. Incominciò la confessione facendosi il segno della croce. Rispondeva alle domande del frate, con gli occhi appannati da un velo di pianto e con la spada del rimorso conficcata nel cuore, mentre il sangue bruciava le sue vene.

“Perché vuoi confessarti, figliuola? E’ tanto abominevole il peccato che ti ha ridotta così? Non aver alcun timore, parla con assoluta sincerità. Dio è in ascolto e saprà interpretare le ragioni della sofferenza che ti affligge tanto, Lui, Padre misericordioso, sa leggere nel fondo dei nostri cuori e capire la volontarietà o l’inconsapevolezza dei comportamenti umani. Perciò, sii sincera fino in fondo con Lui ed Egli ti indicherà la strada per poterti liberare da quanto hai già in parte scontato con tanto dolore che ancora ti distrugge”. Nell’ascoltare le confortanti parole del confessore, che le parlò con il cuore in mano, Francesca si sentì rincuorata e, da tempo pentita, Le fu spontaneo iniziare a raccontare. Confessava a Dio la sua terribile storia di sogni, di dolore e di emarginazione, fino alla seduzione del peccato, alla totale solitudine dopo la partenza dell’ignaro marito verso terre e popoli sconosciuti, in cerca di un lavoro stabile per poter farsi raggiungere dalla famiglia. Senza che il prete confessore glielo chiedesse, Lei avvertì il bisogno di raccontargli le circostanze e l’ingenuità che l’aveva spinta a scivolare nel peccato, di cui ignorava la iconoclasta gravità. Desiderava ardentemente poter espellere dal guscio del cuore ogni supplizio patito e che ancora era lacerante e sanguinante dentro di lei, facendola soffrire in tutte le parti del corpo. L’inferno che ancora la tratteneva a bruciare, Lei l’aveva attraversato in tutti i gironi, dove Dio l’aveva severamente punito a causa del suo sacrilego peccato. Il prete, con parole dure ed adeguate, le spiegò la sua trasgressione ad una delle promesse fatte a Dio, al momento del matrimonio; né potette tacere, inondata da una tempesta di lacrime, le disumane violenze subite dall’assalto notturno dei tre tedeschi sbandati e disertori che, sfuggiti alla rigorosa sorveglianza della pattuglia in servizio, sospingendo, a motore spento, una vecchia gip militare fino all’inizio di una discesa, erano spariti dal gruppo, inghiottiti dal buio e dal silenzio. Avevano gironzolato per i paesi collinari di montagna e vi erano rimasti, anche a guerra conclusa, insediandosi nelle case dei poveri e rimanendovi a lungo, costringendo le famiglie ad accettarli e servirli, sotto la minaccia delle armi. La loro pericolosa presenza era stata segnalata alle autorità, che esercitavano la loro funzione di protezione civile e militare affiancate e, nel contempo condizionate, dalla sorveglianza dei vincitori, che non ritenevano opportuno disperdere le loro forze, per andare alla ricerca di un paio di disertori nemici. Il loro compito era quello di inseguire le milizie tedesche in ritirata, per liberare il suolo italiano ed europeo dalle violenze, dalle vendette e dai genocidi, di cui i nazisti si erano serviti, per affermare la superiorità del popolo tedesco, il solo degno di guidare il mondo, eliminando ogni etnia diversa e ogni individuo, affetto da mali e da anomalie, bruciandoli vivi nei forni crematori senza alcuna pietà o rinchiusi nei lager tra torture disumane, privi di forniture di cibo sufficiente alla sopravvivenza o costringendoli ai lavori forzati fino allo sfinimento mortale. La spiegazione del confessore, la confortò facendogli trasparire la speranza di poter essere perdonata, anzi di essersi guadagnata l’attenzione divina per il devastante martirio sofferto. Avrebbe dovuto pregare ogni giorno per poter espiare la propria colpa e far crescere benedetta la creatura che stringeva tra le braccia. Allora la donna si rese conto che popoli interi avevano subito più di lei le persecuzioni della barbarie umana e che, se la crudeltà disumana di belve assetate di morte fino ad infliggere uno spietato destino e lasciare alle famiglie e ai bambini dei “sommersi” un inesorabile patrimonio di piaghe e di sangue, sopprimendo nelle fiamme incandescenti la propria carne nei forni crematori o incatenati ai polsi tra di loro i propri fratelli e con un macigno legato ai piedi del primo martirizzato, affidati alle vertigini del vuoto o facendoli inghiottire nelle viscere buie delle sotterranee gole del Carso e si sentì un po’ sollevata dal dolore dell’infoibamento che l’aveva reclusa così a lungo, spegnendo in lei ogni sollecitazione a vivere. Per un attimo, durato quanto un battito di ciglia, nei suoi occhi scintillò un palpito di luce, che folgorò anche il confessore come l’ago di un fulmine, che trovò le giuste parole per invitarla ad andare presso l’altare e pregare secondo quanto prescritto. La donna, sembrò ritrovare improvvisamente un residuo di forza per alzarsi dall’inginocchiatoio del confessionale e, stringendo più fortemente al seno, Manuel che ancora dormiva, si diresse verso i gradini dell’altare, preoccupandosi di osservare attentamente il pavimento di quel sacro suolo, per poter prevenire eventuali inciampi spiacevoli. Appena fu vicina ai gradini dell’altare, si sentì vacillare e crollò distesa come un cencio sparso sui gradini. Il bimbo sfuggì dalle braccia materne e sbattè con il capo sullo spigolo di un gradino. Emise singhiozzando un gemito che attraversò flebilmente le arcate del santuario e poi si spense in una tomba di silenzio. Intanto Francesca dava segni confusi di ripresa. Poi sguainò lo sguardo sul bimbo che aveva ripreso a dormire. Senza destarlo, irruppe in una invocazione:

“ Oh! dolcissima Madre Santa, tu che , per volere divino, sai leggere nel mio cuore, tu sai quanto dolore ha distrutto la mia esistenza e martirizzato questa mia creatura, per la quale mi sento morire ogni giorno, Ti supplico, come hai voluto salvare dal male altre vite, ti supplico con le poche energie che mi restano, salva dal male che lo tormenta fin dalla nascita, questo innocente che anche ti appartiene. Tu sola hai questo potere, concedimi questa grazia, ti supplico. Guarisci il mio bambino, in modo che, quando sarà ora, potrà uscire dall’isolamento, per poter giocare con gli altri bambini.”

 Nel santuario piombò il silenzio. Francesca rimase in attesa con le labbra cucite su un gradino, tra una tempesta di guaiti e di lacrime, in ascolto di un qualche segnale proveniente dall’alto, che indicasse la concessione del miracolo. Il santuario, ancora avvolto nella penombra, incominciò ad essere trafitto da un ago di sole, che lampeggiò sui banchi lucidi di vernice e rimbalzò ad angolo verso l’alto. A questo punto, la donna volse lo sguardo verso l’icona che custodiva la statua della Madonna del Tindari, che tratteneva sulle ginocchia un bambino. Ambedue erano rimasti immobili come il marmo. La madre aveva il volto verniciato di nero e allo sguardo implorante di Francesca, rimase inchiodata alla sua immobilità con gli occhi gelidi, immersi nel vuoto, indifferente ad ogni supplica. Appena il diluvio del pianto rallentò, dal velo sottile e smagliato, emerse il colore ebano del volto e delle mani della Madonna. A tale visione inaspettata, Francesca vacillò, assalita da confuse vertigini. Scioccata, ritrovò un briciolo di energia superstite e istintivamente si voltò a guardare il bimbo che ancora era avvolto nel sonno, senza mostrare segnali di vitalità. Allora come una bestia feroce, colpita dal piombo del cacciatore, incominciò ad urlare disperatamente:” Oh! mali pi mmia”, mali ppi mia! Maliditta a me sfortunata. Aiu i pedi nsangati, l’ossa rumputi e vinni di luntanu ccha, passandu ‘nte lupa, cu scantu e cu maru ‘nto cori, vinni cca ca spiranza di prigari pi aviri na grazia; invece vinni pi vidiri na Madonna nira, chi mancu vaddo’ me chi cianciva e u figghittu chi non si muviva” ( O maledetta io, maledetta me sfortunata. Ho i piedi insanguinati, le ossa rotte e sono venuta qui, passando attraverso la tana dei lupi, con la paura e con l’amarezza nel cuore, sono venuta qui, con la speranza di pregare, pregare e pregare per implorare la Grazia.. Invece sono venuta per vedere una statua nera, che nemmeno mi ha guardato mentre piangevo, né ha volto lo sguardo sul mio bambino paralizzato)

Così imprecava e si stava affogando nell’immenso dolore, quando, con il bimbo incollato al seno, come una dissennata volò verso l’uscita del santuario e subito si trovò appoggiata alla vicina ringhiera di legno che fungeva da salvaguardia a chi si sporgeva per respirare aria pura proveniente dal mare sottostante, correndo sulla azzurra pianura delle acque che si estendeva fino alle Isole. Si sentiva inanime e si affacciò alla balaustra per respirare più profondamente, ma nello sporgersi, il bambino murato nel sonno, le scivolò dalle braccia e rotolando, sul ripido pendio, sprofondò nel limpido mare, subito risucchiato dalle onde. La madre, come svegliatasi da un incubo, gridando e piangendo, fissò lo sguardo nel punto, dove il mare le aveva rubato la sua sfortunata tenera fronda. In quegli istanti, emergeva dalle acque turchine, una lingua di sabbia bianca e sottile che, appena si mosse, subito si espanse nei lineamenti di un angelo ricoperto di bianco, che repentinamente si trasformò in un angelo con le ali aperte, come se volesse spiccare il volo verso l’ignoto o verso la vita. Un’onda di sangue si franse improvvisa sui bulbi oculari, mescolandosi al grondare del pianto, mentre una vampata di fuoco le arrossò la fronte, il sangue le divampò nelle vene e il suo corpo diventò un arroventato falò, tanto che incominciò a tentare di scrollarsi di dosso tanto inferno rovente, con movimenti contorsionisti e inarrestabili, come la chioma di un albero frustata da un fortissimo vento, che lo depreda di ogni foglia. Il suo corpo, deteriorato dalle fiamme interiori, sembrò liquefarsi e incartare i propri lineamenti di creatura umana in una annerita pietra lavica. Il sasso inerte perse la sua stabilità e rotolò come una saetta sul pendio, sprofondando nei gorghi che esplosero dal cratere creato dal rimbalzo dell’acqua sotto l’urto potente del masso, ingoiato dalle profondità marine. Il corpo bruciacchiato di Francesca emerse sul mare come uno scoglio imbalsamato, con gli occhi fissi e immobili puntati sull’angioletto che, come un pinguino scodinzolava nell’acqua, come per raggiungere lo scoglio e penetrarlo per costruirsi il suo nido per sempre. Ma non riuscì a realizzare il suo sogno e rimase a spalmare le sue ali dorate sulle onde, in balia dei flussi marini. Da allora, i pellegrini, prima di entrare nel santuario, si sporgono dalla balconata sul mare e si fermano a riflettere sul misterioso segreto custodito dall’oscillare delle ali dell’angelo e dal silente osservare dello scoglio in cui vive ancora il simulacro di una madre piangente che naviga con lo sguardo nel vuoto. In quel vuoto surreale riecheggerà nel tempo la triste storia di un ombelicale amore, ucciso da una condanna del fato, di cui è impossibile intuire il simbolico messaggio celeste. Chi verrà a vederti, sosterà a lungo a riflettere sul tuo subliminale cammino, cosparso (io lo so) di aghi arroventati che hanno crivellato il tuo cuore, il tuo corpo, il tuo cervello, i tuoi occhi, i tuoi piedi, il tuo seno e le tue mani dorate, la tua incredibile storia che continuerà a brillare negli evi futuri, sostenendo il cammino dell’uomo nel più denso buio della storia.

“Ma la tua storia d’amore e di disumana sofferenza, invece, sarà sempre viva nel prosieguo del mio viaggio, in cui il ricordo indelebile mi sosterrà nei momenti più imbrigliati della vita.” 

Capitolo II

1

Sono nella mia stanzetta, dove studio chiuso a chiave, per non essere distratto da improvvise irruzioni di persone da me non gradite, che un tempo venivano a trovarmi per riferirmi di scandali o di eventi poco gradevoli e a ricamarvi sopra commenti personali e correlazioni insinuanti con storie pregresse dei protagonisti o vittime di pettegolezzi del giorno. Spesso dalle maligne polemiche sui membri dell’Amministrazione locale, trasferivano i loro velenosi commenti sui molti problemi nazionali, interpretati sempre in modo negativo, evitando programmaticamente osservazioni costruttive, da cui traspariva faziosità e sadici giudizi su ogni persona pubblica o privata. Ho dovuto sopportare la malvagità, con amarezza e rabbia, perché si erano cristallizzate in me ideali trasparenti, fin da quando mio padre ogni sera, prima di cena, si soffermava seduto al banchetto di lavoro e con il libro trattenuto dalla mano come su un leggio, con l’indice della destra sollevava delicatamente lo spigolo in alto della pagina, senza lasciarsi distrarre dall’eventuale cliente che molto spesso lo andava a trovare, perché in paese non esisteva, oltre alla Chiesa che era aperta solo di giorno per la celebrazione della S. Messa mattutina e per le persone che sentivano il richiamo interiore della preghiera, alcun altro punto di incontro, dove poter conversare e raccontarsi reciprocamente le proprie esperienze del faticoso lavoro in campagna, l’attesa della stagione della semina del grano, i tumuli raccolti e la quantità del cereale prodotto; si scambiavano il giorno stabilito per la raccolta delle fave, dei piselli, dei fichi, delle patate, delle castagne, delle noci, della raccolta delle ulive, della vendemmia, prevedendone le quantità della produzione e, chiamandosi “Compare”, concordavano le date per ogni necessità e l’impegno di scambio della manodopera gratuita, perché non possedevano il denaro necessario per ingaggiare operai, attraverso l’ufficio di collocamento al lavoro, che in paese non esisteva, e il più vicino era a Barcellona P.G., distante 30 Km, da percorrere a piedi andata e ritorno, con tempi di attesa imprevedibili, perché era sempre affollato da persone provenienti dall’intero territorio. Era l’unica sede, dove convergevano tutti i senza lavoro per iscriversi nell’elenco dei disoccupati, in cerca di lavoro anche occasionale, o per poter usufruire dell’assegno di disoccupazione, per poter suffragare i debiti contratti con l’unico bottegaio del piccolo centro, che con il calesse, su un percorso in terra battuta, che spesso traballava nelle pozzanghere o nelle buche lastricate a distanza di pochi metri. Era un omone con baffetti alla tedesca e con un pancione uguale a un personaggio simile a Il Balordo, protagonista dell’omonimo romanzo di Piero Chiara, che dal cuore versava allegria e speranza attraverso le note della sua cullante musica, ed era felice della sua inconsapevole ebetudine. Il modo di vivere, nel paese era rimasto immobile, come in un continuo medioevo. La distanza tra i quattro nobili superstiti dell’intera provincia, che si erano trasferiti a Messina in moderni appartamenti di lusso, trascorrevano l’estate nel signorile palazzo , costruito nel centro pianeggiante della marca o della baronia, dei loro possedimenti molto vasti, dove lavoravano come servi della gleba, intere famiglie, che vivevano nella miseria e nella schiavitù senza alcuna possibilità alternativa, dove il padrone del feudo era anche il padrone della loro vita, del loro corpo e della loro anima. Tra i più ricchi e potenti erano i marchesi M. e i D’A… i baroni A. e G., che erano anche proprietari di mandrie di ovini, caprini, di suini e di mucche, molto redditizi, sia nel settore caseario, che in quello della fornitura di carne ai macellai dell’intero comprensorio. I poveri che non sopportavano il freddo dell’inverno e spesso si ammalavano (o si spegnevano), senza poter essere curati, o avevano figli in età scolare, obbligati dalla legge alla frequenza scolastica, si trasferivano nelle anguste casette che erano riusciti a costruirsi con le proprie mani, grazie ai prestiti concessi dal bottegaio, che era divenuto la banca di tutte le persone affidabili che garantivano la restituzione delle somme prestate, con gli interessi concordati, in forma rateale. Perciò, allevavano anche maiali nel porcile costruito accanto alle case o a pian terreno del fabbricato abitativo. Anche qui era sorta la Fontamara dell’estremo Sud e i principi Torlonia, come altri numerosi Gattopardi Siciliani, con la fondamentale differenza di cultura, di razionalità e di una più umana visione “in progress” della vita e della storia. Anche qui erano cresciuti i don Abbondio o il prete don Abbacchio, di Fontamara, sempre pronti a gozzovigliare alla pingue tavola dei plutarchi, somiglianti a marionette, invisibilmente manovrati dai generosi tiranni, che con la loro ombra coprivano le loro sporche manovre di espansione territoriale o il monopolio totalitario e quasi sempre delittuoso, della brama sessuale. Si narra ancora di quel famoso marchese che soleva recarsi a Napoli, ritornava dopo qualche settimana e ripartiva la settimana successiva. Nessuno conosceva le motivazioni di quei frequenti viaggi. Un giorno non tornò più e i colleghi non si preoccuparono per lui, che da qualche tempo evidenziava un verdigno pallore nel viso e nei suoi sproloqui, radici profonde di qualche segreto malessere. Loro pensavano solo ad organizzare costosi festini e sfogavano le frustrazioni sessuali e psicologiche nei bordelli messinesi, sotto la copertura segreta dei proprietari delle “case protette”, che riservavano a loro fasce di orario precise, quando le untuose pareti del postribolo erano deserte di clienti. Erano diventati troppi, anche le fila di minorenni che ingorgavano la saletta d’aspetto, mentre attendevano il loro turno. I clienti più distinti venivano fatti uscire da una porta sul retro che sboccava in un vicolo deserto, storico pisciatoio di cani randagi, perché volevano mantenere segreta la loro vituperevole frequenza di nobili, melensi nel linguaggio e nei rituali, ma puzzolenti nelle viscere, e decaduti nel disastro economico e nel dissolvimento di ogni grumo etico. Un tempo, orgogliosi del baciamano dei servi, ora sopraffatti dai debiti, incominciavano a svendere appezzamenti dei loro feudi, relegati in Circoli dei nobili, prima sede di lupanari indecenti e poi chiusi dalle autorità per ovvi motivi, destinati a logorarsi nell’inutile gioco a carte, alla dama, agli scacchi, al ramino, all’ infantile giochetto delle tre carte, dove prevaleva il trucco, e nessuna particella di raziocinio, totalmente raso al suolo dal dissennato richiamo di ogni tipo di piacere e dalla esasperata efferatezza. Erano diventati ectoplasmi galleggianti e covi nocivi di trasgressione perversiva della già fiorente società borghese, affermatasi in tutta la penisola. La distanza tra le due Italia si andava velocemente dilatando. Il Nord continuava a progredire, grazie al dilagante sviluppo industriale e ai vertiginosi guadagni commerciali, che i grandi capitani della ricchezza riuscivano a depositare segretamente nelle banche dei paradisi fiscali o investivano nell’acquisto di piccole isole, trasformate in lucrose mete turistiche o in personali alcove di califfi occidentali, mentre gli sbandati disoccupati del Sud, abbagliati dal miraggio del boom economico, correvano verso l’opulento triangolo economico del Nord, affollandosi dietro i robusti cancelli delle fabbriche o di qualsiasi centro produttivo, impetrando l’elemosina di un anche precario lavoro, in attesa di poter trovare un lavoro migliore. Erano gli emigranti del Sud, i cui padri avevano combattuti e, in gran parte, si erano immolati all’insegna dell’Unità nazionale, allettati dalle promesse garibaldine, espresse nel proclama di Salemi, ma subito tradite dalla strage di Bronte, eseguita dai soldati guidati da Bixio, per sedare una rivolta di contadini, lanciati alla conquista delle terre, come testimoniano gli storici e lo stesso scrittore Vincenzo Consolo nato a Sant’Agata Militello (ME), nel suo capolavoro “Il sorriso dell’ignoto Marinaio, dove lo scrittore racconta come erano caduti nei solchi da loro scavati, intere famiglie di contadini, atavicamente sfruttati e straziati dai soprusi dei feudatari, sempre alleati o detentori del potere assoluto. Numerosi furono gli episodi di rivolta locale spontanea, senza alcun coordinamento tra loro e, perciò facilmente soffocate, con le armi dei fantocci dei nuovi aspiranti padroni, Tra le altre, grazie all’immenso amore per la sua Sicilia, un inedito contributo di conoscenza fu dato dal cantore entomologo della storia dell’Isola, radiografata negli interstizi sociali di diverse epoche, Andrea Camilleri, che sulla traccia di una vagante tradizione popolare, scoprì una strage dimenticata, nell’omonimo racconto storico, ricostruito in seguito al ritrovamento di un elenco di persone, uccise nell’incendio del palazzo-carcere, dove erano stati reclusi 113 contadini innocenti, strumentalmente accusati di sovversivismo, al tempo in cui viaggiava nell’aria l’eco di una progettata liberazione della Sicilia e di tutto il Sud dalla oppressione borbonica. Camilleri, nel suo racconto, sigla l’autenticità della strage, riportando il suddetto documento ritrovato con la relazione mascherata degli eventi e con l’elenco dei nomi, cognomi e date di nascita delle vittime, sottoscritta dal responsabile militare del palazzo incendiato. Si potrebbe anche ricordare il memorabile documento narrativo Qualcuno ha ucciso il generale di Matteo Collura che ricostruisce l’intera epopea della rivolta e delle illusioni siciliane e meridionali, attraverso il candore ideologico di un eroe popolare, un calafato, che combatte al seguito di Garibaldi, conseguendo incredibili vittorie tanto da essere definito il Generale, che continua la sua battaglia anche in Calabria, fino all’incontro nella sede municipale di Napoli, dove si incontrarono pubblicamente i veri protagonisti occulti dell’inganno meridionale. Il generale, deluso, si ritirò nella sua campagna palermitana, dove amareggiato intraprese l’attività del contadino. In realtà, segretamente si incontrava con altri importanti patrioti con l’intenzione di riprendere la lotta di liberazione dell’Isola. Ma l’oculatezza segreta dei suoi ex amici, scoprì i programmi segreti dei cospiratori e, mentre sul calesse il Generale viaggiava verso Palermo per svolgere una missione relativa alle intenzioni del gruppo da lui rappresentato, fu fulminato dai colpi di una lupara che ne troncò il respiro. Le narrazioni degli scrittori sopracitati, fondano su documenti e testimonianze reali, le imprese dei protagonisti, obbedendo al teorema manzoniano sul romanzo che sostiene la tesi della verosimiglianza, cioè un racconto fedele alla progressione storica degli eventi, innestando all’interno le vicissitudini delle vittime, dandone l’esempio con il suo grande romanzo “I Promessi Sposi”, ma anche con le “Tragedie”, i cui protagonisti, come Ermengarda e Adelchi sono protagonisti di storie vere, in cui i protagonisti sono i reali testimoni della loro storia. Anche nel nostro paese, come raccontava stando seduto sul muretto della piazza ai numerosi astanti, si verificarono rivolte contadine e assalto alla conquista delle terre di Piano Margi sui Peloritani, avuti in affitto dal barone Capizzi. Don Santo, detto Mezzopiede,per un proiettile ricevuto durante la rivolta, raccontava la cruenta rivolta locale, più nota come “assalto alle Terre”. Di quella rivolta i contadini di Bafia erano molto fieri. Rimasti delusi dalle mancate promesse garibaldine, avevano continuato a coltivare dentro il malessere per le inutili immolazioni per l’unità della Patria, che ,invece,li aveva ricompensati con l’introduzione di misure fiscali esose,in rapporto alle loro possibilità di solvenza. Era stata imposta la tassa sul macinato,che incideva moltissimo sulla vita delle famiglie,che annualmente programmavano una produzione di grano, sufficiente per ogni famiglia, i dazi triplicati sul bestiame, sui prodotti importati dall’opulento Nord, persino sul sale, trasformando in tal modo il Sud in una vera colonia del Nord. In tale contesto, il numero dei figli era molto importante per la lavorazione delle terre coltivate dalla famiglia. Quando, il 24 maggio del 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Impero austriaco che ancora governava sulle terre irredente Trento e Trieste, dove i patrioti segretamente attendevano la Liberazione. Le autorità locali per convincere i renitenti a partecipare alla guerra, girarono personalmente per i paesi, promettendo i vantaggi non concessi dopo l’avventura garibaldina, alla fine del conflitto. Garantirono anche che i loro figli avrebbero avuto un avvenire diverso. Gli Italiani furono decisivi per la vittoria contro gli Imperi Centrali,ma la vittoria non fu gratificante per l’Italia, che parlò della vittoria mutilata, ma nemmeno mantenne le promesse di assegnazione delle terre. Una delegazione di cittadini si recò al Comune,per chiedere il rendiconto al Sindaco, che non si fece trovare in sede. Il comandante dei Vigiloi, dopo aver conosciuto le ragioni della loro presenza al Comune, assicurò che avrebbe riferito lui al Sindaco e che avrebbe provveduto ad avvisarli di quando il sindaco li avrebbe ricevuti. Dopo un mese, ancora non avevano avuto alcuna notizia. Allora, Don Santo, che si diceva avesse vinto un’ottima somma al gioco del Lotto e godeva di molto rispettn paese, convocò in piazza gli abitanti e tutti aderirono alla sua proposta di impossessarsi autonomamente delle terre promesse e, rastrellate tutti i tipi di armi che possedevano in casa, si diedero appuntamento nella piazzetta di Mulinella per il giorno successivo. Partirono in fila indiana arrampicandosi per il sentiero, cantando inni insurrezionali. Arrivati a Margi, incominciarono a trasportare massi dal Castello di Margi, formato di una ben solida e affilata montagnola di pietra, da cui lo sguardo si stendeva sull’intera valle sottostante che apriva le labbra sulla vasta pianura del mare fino a Capo Milazzo e al promontorio del Tindari,e iniziarono i lavori della cinta muraria che proteggeva i rivoltosi da qualsiasi assalto. A sera, l’opera era conclusa, Tutti si riunirono al centro del vasto pianoro per brindare al successo dell’impresa,ma inaspettatamente la gioia si tramutò in paura. Infatti, mentre le labbra rosa del sole si piegavano a baciare la limpida linea infinita del carezzevole mare, l’aria fu lacerata da una scarica di proiettili partiti da una fila di fucili innalzati da dietro il muro. I congiurati fuggirono per ripararsi dietro i tronchi degli alberi o si acquattarono per terra dietro un cespuglio. Nello stesso istante, i militari,saltando, riuscirono a penetrare all’interno della cinta, i contadini reagirono sparando anche loro o aggredendo il nemico con altre armi. Molti furono i feriti e le grida dei più gravi s’innalzarono al cielo. Gli altri fuggirono in diverse direzioni. Don Santo aveva il piede destro molto sanguinante e,per evitare di morire dissanguato, scivolò giù nel sentiero sottostante,dove aveva legato le briglia del mulo al tronco di un albero, riuscì a saltare sulla sella dell’animale e volò verso casa. La moglie e la figlia erano in ansiosa attesa e appena lo videro ferito e sanguinante,piangendo,lo trascinarono dentro,lo deposero sul letto, gli medicarono la ferita e,dopo che l’uomo,stremato e dissanguato,crollò nel sonno, si trasferirono nella stanza attigua per lavare i panni insanguinati e preparare una cena adatta al paziente. Da allora don Santo fu soprannominato Menzupedi. Rimessosi in salute,ogni pomeriggio si recava in piazza, si sedeva sulla panchina per riscaldarsi al calore dei raggi del sole e, appena si raccoglieva attorno a lui una ben nutrita folla, incominciava a raccontare l’eroica avventura, ma nel finale del racconto,diventava triste,perché ignorava come sarebbe andata a finire. Vennero,un giorno, i gendarmi, gli misero le manette ai polsi e lo trascinarono via con una camionetta militare. I presenti rimasero gelati,senza riuscire a profferir parola. Alcuni scoppiarono in lacrime. Dopo una settimana,la stessa camionetta percorreva la via bombardata da buche,e si fermava in piazza vicino alla panchina di don Santo Menzupedi. Improvvisamente la piazza si ripopolò e il carcerato fu accompagnato presso la stessa panchina da dive era stato prelevato. Le labbra di Don Santo traboccavano di gioia, tirò fuori dalla tasca una vusta rossa, estrasse il foglio e ad alta voce incominciò a leggere. Era il documento con rogito notarile con cui il Sindaco concedeva il possesso definitivo delle terre di Margi a chi le aveva lavorate, con nomi cognomi,data di nascita,numero civico e numero di particella spettante a ciascuno, con allegato il contratto di acquisto da parte del Comune delle terre già di proprietà del barone Galizzi. Fu un momento di festa collettiva. Don Santo fu preso sulle spalle e portato in processione per le vie fangose di Bafia. La festa si prolungò per una settimana, ma il racconto della rivolta fu ripetuto per anni da don Santu Menzupedi che si immaginò come l’eroe dei servi della gleba e come tale la storia eroica del paese continua ad essere raccontata.  Nel minibar del paesino, i contadini si incontravano a chiacchierare dei problemi della coltivazione dei campi, esprimevano la loro amarezza per i figli che si erano immolati per la patria, e alcuni piangevano perché quelle amate braccia troncate dalle truppe nemiche erano venute meno non solo all’affetto dei loro cari ,ma anche alla terra che in parte rimaneva incolta e le famiglie stentavano a sopravvivere. Don Santo, energicamente li spronava, mentre giocavano a carte, mettendo in palio un bicchiere di vino e conversando anche di vari loro problemi. Aveva imparato a memoria questi versi,da lui creati in dialetto e tradotti in italiano dal prof. Lonza, originario di Bafia e, per mancanza di possibilità economiche, emigrato al Nord per continuare gli studi in un collegio dei Salesiani, con una lettera di presentazione del parroco del paese:

 Nel bar si gioca a carte si discute

del salario dell’anemico lavoro

si contano i giorni necessari

per la mutua gli assegni familiari

si spera nel cantiere forestale

per la dote dei figli per la casa

per le cambiali del televisore

 Nei petti tatuati dalle pene

don Santo tenace giocatore

rinserra la speranza della vincita

 per felpare sorsate di miseria

 – Fate come me tentate la schedina

pregate i trapassati

che vi dettino nel sogno la cinquina

in questo paese lazzarone

non c’è altro rimedio salutare –

  

           

Il    

Dopo  l’Apocalisse dei sogni

   che la politica non ha saputo gestire                                                                                                                                     

   a causa delle inaudite lotte  intestine

Quando Francesca si riprese, stordita si guardò intorno. La luna con il muso di traverso rastrellava l’intera cupola celeste, già semivuota di luminarie, volgendo frequentemente lo sguardo verso il luogo, dove la donna si stava destando dall’ipnosi in cui era crollata e, vedendola sollevarsi in piedi, fissò il suo sguardo corrucciato su di lei, senza perderla più di vista, pronta a sostenere quella misera creatura, continuamente perseguitata dai demoni del male, senza che una qualche provvidenziale mano si allungasse pietosa verso di lei. Le stelle ora si erano trasferite sul tetto del cielo che incombe sulle isole del dio Eolo, come in attesa di un qualche evento straordinario.

Intanto Ulisse che da vent’anni aveva lasciato il suo regno di Itaca per andare in guerra contro Troia che con il rapimento di Elena, moglie di Menelao, fratello di Agamennone che ardevano dal desiderio di vendicare l’onta subita. Ora, Odisseo e suoi fedelissimi compagni di tante battaglie con il vento in poppa, guidati dal felice nocchiero “Palinuro” sulla nave che sembrava volare quieta sulle placide acque, sollevando appena un filo sottile di schiuma, come quello lasciato da una lumaca sulla foglia che tentava di masticare, ricordava bene la predizione dell’oracolo che lo aveva avvisato che, come ultima prova, prima di approdare in patria, avrebbe dovuto superare quella più difficile cioè riuscire a oltrepassare indenne, con la nave e con i cari compagni, l’assedio dell’edenico canto irresistibile delle sirene, metà pesci e metà creature affascinanti. Queste che si erano scelte quello spazio di mare mitico, per narcotizzare con il canto soave e ammaliante i marinai che solcavano le acque del loro regno marino, per avvolgerli nelle loro spire sigillandoli con la forza della coda, unirsi in infiniti avvolgimenti d’amore e, dopo essersi saziati di piacere, strangolarli e buttarli in preda agli squali che attendevano sott’acqua affamati. Prima di inoltrarsi oltre il passo fatale, Ulisse, chiamò con proprio nome ciascun compagno presso di lui. Tutti si precipitarono attorno al loro comandante, perché intuirono che c’era qualche comunicazione urgente per loro e, quando gli furono vicini, improvvi-samente tacquero per meglio poter ascoltare le comunicazioni del comandante :

” Carissimi compagni, da vent’anni, da quando siamo partiti dalla nostra amata isola, abbiamo insieme combattuto contro la città di Troia, per vendicare l’onta subita da Menelao, fratello di Agamennone re degli Achei, a cui era stata rapita la bellissima moglie Elena da Paride, figlio del re di Troia”. La guerra durava da dieci pesantissimi anni, fino a quando l’astuto Ulisse, con l’aiuto di Diomede, non maturò la geniale idea di costruire un grande cavallo di legno. Riempitolo segretamente di soldati scelti, i greci lo collocarono, dietro le porte Scee, fingendo di abbandonare Troia per sempre. Il gigantesco simulacro di legno era, in realtà, un dono propiziatorio verso gli dei, affinchè concedessero venti favorevoli per il ritorno in patria. I Troiani, vedendo la spiaggia deserta, si persuasero dell’allontanamento dell’esercito greco e felici, trasportarono dentro le mura della città il cavallo, come trofeo di guerra, sperando in tal modo di lasciare i nemici abbandonati anche dagli dei, in modo da non poter più rientrare nella loro madre-patria. Iniziarono grandi festeggiamenti per la vittoria e Bacco festeggiò con loro, fino a tramortirli con l’aroma dell’abbondante nettare. La notte li avvolse in un sonno profondo. I Greci, nascosti dietro un promontorio, improvvisamente abbandonarono il loro nascondiglio, mentre i guerrieri uscirono dal ventre del cavallo, uccisero nel sonno un gran numero di Troiani e, appena gli altri compagni irruppero nella città, la incendiarono, lasciando della città solo la cenere. “Abbiamo peregrinato tra mille procelle sulle acque marine senza meta, ci siamo salvati da incantesimi, sortilegi e inganni, abbiamo superato l’ira degli dei, riuscendo a fuggire dalla spelonca del Ciclope. Gli dei sono stati sempre benigni verso di noi, aiutandoci molto sulle vie del ritorno. Ora, però, dobbiamo affrontare la prova più difficile e poi voleremo sul mare verso Itaca, con l’eccezionale compagnia di Nettuno. Ora le Sirene, meravigliose creature della natura, infestano di insidie il braccio di mare tra Milazzo e Vulcano, sbarrando ogni varco ai naviganti ignari. Il dio Nettuno, mosso da pietà per il nostro così lungo soffrire, apparsomi in sogno, mi ha rivelato tale pericolo, che sarà l’ultimo: se supereremo quest’ultima prova, la via del ritorno non avrà più ostacoli. Perciò, prepariamoci a superare l’ultimo ostacolo. Preparate la catena più robusta, se occorrono anche più catene e legatemi all’albero della nave, in modo che niente possa staccarmi. Voi preparate una densa cera di api, sigillatevi le orecchie con tanta cera che nemmeno un grosso chiodo con colpi di martello possa scalfirla. Poi sigillatevi nella stiva sdraiati sul fondo, legatevi insieme con ogni catena e resistete insieme a qualsiasi imprevedibile evento, fino al mio arrivo.”

In poco tempo, tutto fu eseguito secondo le indicazioni di Ulisse. Ad un tratto, il mare fu sconvolto da un boato e, come la fiamma da un vulcano spento, prima gorgoglia e subito s’impenna alta nel cielo, così dal luogo del boato un irresistibile profumo, mai emanato da fiori terreni, si espanse come densa, fitta e soffice pioggia attorno alla nave che, ubriacata da irresistibili onde di profumo, girò più volte su sè stessa e ritrovò la rotta, solo alla fine di quel girotondo. I compagni di Ulisse legati nella stiva, furono scossi dall’imprevisto sbandamento, ma non si mossero, nè emisero lamenti, anzi crollarono nelle accoglienti braccia di Morfeo che li cullò fino al risveglio”. Non videro, così, il loro re resistere, piangendo, alle brucianti ferite, come solchi, ricolmi di sangue, scavati nel corpo, dalle laceranti catene. Il Re era solo, e doveva resistere agli scottanti tormenti e alle aculee torture dei sensi, sopraffatto dalle carezze profumate e trafitto nelle vene da un concerto di edeniche armonie, come una pioggia di proiettili inchiodati nel cuore, il cervello martellato da un girone infernale di apollinee note che facevano vibrare di ardore incessante i sensi del martire. L’eroe che avvertiva gli sconvolti assalti della passione, sincronizzata con l’istintivo desiderio di piacere carnale delle sirene, ma stringendo dissennatamente la catena di ferro tra i denti, tentava in tutti i modi di resistere nell’Averno dei sensi scatenati. Conoscendo bene il pericoloso esplodere del furore carnale, si sforzava di allentare la morsa del dolore, concentrandosi nei dolci ricordi dell’ingenuo tempo dell’amore, quando scavava sereno dentro il gigantesco tronco di ulivo stagionato il suo nido d’amore, dove potere giacere felice con la donna amata sacralmente. Pensava al figlio Telemaco, lasciato nei giochi giulivi dell’infanzia e ora già grande, potrebbe succedergli nella guida dello Stato. Una grossa lacrima gli annebbiò la vista, appena sullo schermo dei ricordi emerse la figura del vecchio padre Laerte, seduto sulla soglia della sua casetta di campagna, in pensierosa attesa del ritorno del figlio, per poterlo abbracciare forse per l’ultima volta. Accanto a lui il vecchio e fedele Argo, immerso in un sonno profondo da quando il suo padrone era partito, se ne stava acciambellato in una cavità spontanea del terreno, dilatando un occhio velato, ad ogni rumore di un passo, illudendosi che al risuono del passo, apparisse inopinatamente la figura del mai dimenticato padrone. Mentre le care memorie di un tempo perduto avevano totalmente inghiottito il povero Ulisse, il fondo marino emise un inusitato boato che scosse la superficie acque fino a farle esplodere in una tempesta di acqua, di schiuma, mescolate ad un uragano di tuoni e di fulmini e di vento, come lo scatenarsi di uno tsunami universale. Non si riusciva a capire la causa di tale sconvolgimento cosmico. Dopo alcuni minuti, finalmente sopravvenne una strana quiete, le onde sconvolte del mare si placarono, l’aria recuperò la precedente nitidezza trasparente; dalla Grotta del Ciclope, incavata ai piedi del promontorio di Milazzo, si espandeva intorno sua vasta pianura del mar Tirreno la fiamma di un gigantesco falò che abbracciava l’affascinante arcipelago e lo illuminava anche dalla parte opposta delle isole che sembravano eseguire un interminabile girotondo, contrapponendo al precedente sommovimento cosmico, la paradisiaca quiete di una dimora edenica. La voce tonante di un dio lacerò inaspettatamente il cielo sereno, mentre le acque del mare, tornate luminose come il giorno, mostrarono la maestosa figura di un dio, con una lunga barba bianca pendente sul petto e una lunga chioma altrettanto bianca protesa all’indietro che copriva le spalle eretta su una biga volante avanzava superba sul mare. Sembrava “Caron Dimonio”, sia dal niveo aspetto, sia dal deciso timbro di voce. Ma le parole pronunciate smentirono le apparenze e, rivolgendosi ai guerrieri e all’eroico Ulisse, declamò:

” Oh! valorosi Guerrieri, che per vent’anni avete abbandonato tutte le cose e le persone care, per servire con onore e gloria la vostra patria, affrontando il nemico e la morte tra i decreti negativi di alcuni dei, voi vi siete meritato ogni forma di ringraziamento. Ora la strada è spianata, gli dei lo hanno deciso, dopo aver visto il vostro eroico combattere. Nessun altro pericoloso ostacolo troverete sulla via del ritorno. Io invisibile, vi scorterò e, se necessario, vi proteggerò. Sull’Olimpo mi chiamano Nettuno e mi hanno affidato la sorveglianza su tutti i mari. Accendete ceri, spargete incenso, quando sarete più distesi nella vostra terra. Andate, andate, i Vostri sono sempre in ansiosa attesa, i campi sono prosciugati e aridi e aspettano voi per ararli e farli fruttificare” e, facendo schioccare più volte la frusta, improvvisamente scomparve, in un imbuto di luce

12

Se avesse potuto evadere da quella prigione e frequentare persone più socializzate e bene informate o frequentare la scuola, almeno le elementari, Francesca avrebbe conosciuto l’antica storia della terra, denominata “la terra dei miti” che da lontano si rifletteva, per affinità elettive, nella luminosa stazione delle Sirene, che per lei non avevano mai cantato. Così ignorava che quel grande dente di roccia, che si ergeva superba sulla pianura sottostante, un tempo sommersa dal mare, era la parte visibile della ciclopica cinta muraria di un’antichissima città, costruita durante l’Età del bronzo, con pesantissimi blocchi di pietra, ricavati con laboriosa pazienza a colpi di selce affilata, penetrante nelle fessure che si andavano aprendo nella vasta “pirrera”(cava di pietra) di Pietro Pallio. Altre e più profonde fessure erano nel prefissato perimetro dei massi di uguale misura da trasportare sull’altra sponda del fiume Longano e successivamente sul Monte Ciappa (di pietra vasta e liscia)e sul pianoro più alto, dove all’interno delle poderose mura, sarebbe sorta la Cittadella di Longane, un presidio di vedetta militare costruito, prevedibilmente con giganteschi massi di pietra da potenti sovrani del luogo che allora dominavano un vasto e produttivo territorio di notevole importanza strategica nella storia della Sicilia antica. Nel vasto letto del suddetto fiume che lambiva il perimetro di una città importante e dove nel 273 a.C. si svolse una sanguinosa battaglia tra Mamertini e Cartaginesi, che avevano programmato di estendere il loro dominio anche sulla Sicilia orientale, dopo aver consolidato il proprio potere sulla Sicilia occidentale. A 100 m. di distanza dal fortino di Longane, sorgeva il Tempio di Diana Facellina, di forma quadrata, di cui ancora affiorano le impronte murarie, sorto, secondo un’antica leggenda, misteriosamente nel buio della notte, al momento della discesa improvvisa dall’Olimpo della dea della Luce. La dea aveva deciso di vivere sulla terra, più vicina agli uomini avvolti nelle tenebre e, come madre, voleva donare loro un utile chicco di luce, come la lanterna di Diogene, mantenendola accesa fino alla scoperta del vero uomo, da convincere con il brillare della sua luce, a riscoprire e ricostruire lentamente il fortino devastato del suo microcosmo interiore. Chi viaggiando verso l’isola, avesse rivolto lo sguardo in direzione dell’Etna, avrebbe notato la scomparsa del vulcano sommerso da una aureola di luce assorbente che si diffondeva infinita, capace di disciogliere nel nulla ogni trave dal cuore, appesantita dall’implicita visione di un’Apocalisse futura, che Diana avrebbe voluto prevenire, innaffiando i fiori del bene sul verde prato brillante della Luce. L’avrebbe coadiuvata la divina Artemisia che si era insediata nel tempio vicino e respirava i progetti e i sogni dell’amica che ricamava con il filo inossidabile dell’oro mantelli azzurri, da donare come premio agli uomini, affratellati nella casa divina di Diana. Sul pendio della collina, si spandeva il giardino di Ceres, traboccante di molti germogli, di piante , di fiori e di frutta di ogni colore, pendenti dagli alberi intorno, che dense cortine di spighe di grano proteggevano da estranee presenze come conca stupenda. Un vestito di sole rivestiva l’altro lato della dimora divina che specchiava il suo oro nell’azzurro mozzafiato del cielo tuffato nel mare. “In su lo corno” della vetta antica, nell’era antelucana, nella vasta landa dove si insediò Ceres, sorse la celebre città di Solaria, una città dove poi vissero uomini “solari”, che nel duro lavoro di sistemazione delle zolle di una terra vergine, impararono a decifrare i lineamenti della loro anima, scoprendone l’ansia metafisica, proiettata nel sogno di approdare, dopo la sosta terrena, alle spiagge ultraterrene, guidati fino alla soglia Empirea dai loro conterranei idoli, perché a loro il Regno dei Cieli era precluso, per aver inseguito obiettivi tangibili ed effimeri, prescritti nel codice del deismo materialistico. Uguale atteggiamento aveva assunto Virgilio, supplicato da Beatrice, dopo essersi allontanata dallo scanno celeste e viveva felice, illuminata dalla quieta luce del Padre nel girotondo della danza eterna, discesa nel Limbo, tra le anime non battezzate, vissute prima della nascita del Redentore, eppure degno di guidare le anime “nude” per le vie dell’Universo. Egli fu gradito dal Dio dei Cristiani, per aver creduto senza aver veduto, il sacrificio della Croce e divulgato un codice etico di valori massimi, assimilato anche da vaste comunità extraterritoriali e ancora valide e indispensabili come radici etiche, per poter rivitalizzare la nobile pianta umana, cadaverizzata dal diluvio della barbarie umana. In vita, fu per il Poeta Divino, “lo suo maestro”, “la sua guida” “lo suo autore”. Beatrice era in pena, per l’uomo che in terra la amò “come pura creatura discesa dal cielo in terra a “miracol mostrare”. Al di là di ogni ipotetica interpretazione, sempre parziale e inidonea, Beatrice dovette incarnare nel microcosmo interiore e razionale di Dante, la sintesi visiva di ogni valore spirituale e, pertanto, lo spirito vitale, l’essenza del vivere nella gioia, l’alito che riesce a mutare il dolore in fiamma di eterno amore, l’energia biologica che resuscita il cuore massacrato dal male della terra e lo libera dalla putredine della carne, rendendolo cittadino di universi colorati, origine di tutti i sapori e di profumi sobri ed elitari: in definitiva, Beatrice sintetizza nella sua figura le potenzialità di ogni forma di bene, di purezza, di carità, di castità, fonte inestinguibile bontà, di pazienza e di perdono, missionaria d’amore, capace di impregnare di respiro divino l’universo infinito.

“Beatrice, Beatrice, mia soave Beatrice, quanto dolore, quanta solitudine, quanta disperazione punge come ago infuocato le mie vene, sempre segretamente sanguinanti d’amore puro, come tu hai insegnato al tuo poeta. Io mi sentivo allora su quella sabbia d’oro, dove sognavi nei tuoi libri di abbracciarmi nelle mie liriche d’immenso e limpido respiro! Come ti abbracciavo muto con il semplice battito del cuore! Il mondo ruota invano e inutile nei suoi capogiri. E io non so più se sono ancora vivo o sopravvivo vegetando nella mente e nello sguardo, cieco, sono diventato cieco, prego con parole dissennate, busso alle dorate porte del cielo, sono un demone sconfitto e desolato o un uomo, come lo ero, quando udivo il dolce suono dei tuoi consigli. Ah! Ah! Ah! Sono diventato folle o il non sapere più nulla di te mi ha reso folle. Ora, se tu puoi ascoltarmi, riuscendo a resistere al macigno della storia che mi sta ipnotizzando, perché incomincio veramente a capire la tragedia del cuore fragile, come una foglia sgretolata dalla barbarie del vento, scrivo, vedendo nel guscio delle parole, una tragedia universale senza un amore che ti riscaldi accanto con il fiato tiepido delle sue parole. Sto imparando che la vita deve essere vissuta nell’amore, nella condivisione della gioia e del dolore, perché il dolore e la gioia condivise sono il termometro perfetto dell’amore. Forse la creatura di cui somatizzo fortemente lo sconvolgente dolore della prigione esistenziale e sento mia la tortura delle sue sofferenze in certi più drammatici momenti, è testimonianza dei miei deliri e in lei vedo anche te, celeste immagine che “move il sol e le altre stelle”. Non so. Non so. Uscendo dalle catacombe della storia in cui sto girovagando per non soffocare in queste antiche pietre, con il fruscio di un qualche segno, additami l’uscita migliore dal guscio dello strazio che mi sta consumando.”

13

Il fiume Longano scorreva veloce verso la foce mescolando le sue limpide acque con quelle azzurre del Mar Tirreno attraverso la stretta gola tra il pianoro di Porto Salvo e la punta estrema della criniera del monte Marro che si tuffava a picco nelle stesse acque marine. Qui nascosto, dalle estremità delle due colline, sorgeva Porto Salvo, che traeva la sua denominazione dalla possibilità di rifugio che un tempo offriva alle navi inseguite dai pirati e, in tempi successivi, era diventato un piccolo porto che fungeva da grande Magazzino alle navi mercantili, particolarmente, dei Fenici, che dominavano i commerci attraverso il Mediterraneo Orientale e quello Occidentale. I loro prodotti raffinati, eleganti e ben solidi, erano molto richiesti in tutti i paesi del Mediterraneo. Ma i loro mercantili, navette strette e affusolate per una migliore velocità e resistenza alle correnti marine, spesso venivano ingoiate dalla furia di forti tempeste, con la perdita delle merci e dell’equipaggio, provocando ingenti danni alle imprese finanziatrici o per i navigli autonomi, che determinavano la caduta in miseria della loro attività. Allora tali imprenditori del mare idearono di costruire, lungo il loro consueto percorso, scali e fondaci, dove custodire in loro magazzini abbondanti riserve di merce, e poter tornare in breve tempo, riforniti di scorte, sui mercati in attesa e tranquillamente riprendere il viaggio d’affari, senza deludere i committenti che li preferivano per la rara preziosità dei loro prodotti e per la puntualità di consegna. In tal modo, quella struttura portuale era divenuta indispensabile , tanto che attorno ad essa gradualmente crebbe una città con uno autonomo sviluppo economico enorme, che incoraggiò gli abitanti siculo-fenici ad espandersi sulle vergini montagne circostanti e a creare numerosi villaggi, sviluppando la pastorizia si monti circostanti che diventò il mestiere prevalente in quelle vergini terre, che consentivano la produzione di elevate quantità di latte, trasformato in formaggi e ricotte di ottima qualità, ricavando anche dalla tosatura tanta lana, necessaria per la lavorazione e coloritura dei prodotti ricavati. Nel luogo, dove poi si formò il paese di Bafia, non esistevano abitazioni, ma solo un’arida valle che si estendeva ai piedi del gigantesco Pizzo Garamante, che sembrava un leone appoggiato sulle zampe anteriori, con chioma altera e con lo sguardo proteso verso l’Africa, la patria lontana sempre viva nella memoria popolata da colleghi feroci, padroni assoluti della foresta. Infatti anche il nome di quel Pizzo era di origine africana ed apparteneva al gruppo di villaggi, popolati da agricoltori e da allevatori di bufali, i Garamantides, da cui forse provenivano i primi abitanti della valle di Bafia, che si fusero con i primi, svolgendo il lavoro di carbonai prima sconosciuto, ma ora necessario per accendere fuochi contro il gelo e la neve frequentemente presenti sui monti, dove si svolgevano le attività primarie e i lavoratori impegnati ne erano vittime. Dalla fusione nacquero stormi di figli che ingrandirono i villaggi e, per rifornirsi costantemente delle cose quotidianamente necessarie, costruirono le prime abitazioni, sulle contrapposte pendici delle colline, in modo da essere più vicini ai luoghi di rifornimento, molto distanti, da raggiungere con l’asino. Con il trascorrere degli anni, la formazione di numerose famiglie incrementò la costruzione di nuove abitazioni di tufo, contribuendo ad espandere l’abitato sui due fronti ai piedi delle contrapposte colline che sembravano riflettersi l’uno nell’altro, senza alcun collegamento intermedio, per cui gli sposalizi avvenivano all’interno di ogni fronte, come durante epoche remote, In caso di sconfinamento sentimentale, gli abitanti delle due parti si sfidavano in lotta libera, fuori degli abitati, a “Vota Ilice”, sotto l’arbitrato della luna che in quel luogo sembrava più vicina. Frequenti erano gli scontri di CCA BBanda contro DDA BBanda, all’inizio con armi improvvisate; in tempi più vicini, si preferì la sfida con il gioco del calcio, con palloni di carta e scarpe di ogni giorno, poi in modo più regolare, con pallone e scarpe usate, regalate da una squadra barcellonese, gareggiante ne gitone di promozione. E tutto finiva in grida di vittoria dell’una o dell’altra parte. Con l’istituzione della scuola obbligatoria, si stentò a reperire una stanza idonea per riunire i non molti alunni; a tale difficoltà, si aggiunse la diffidenza delle famiglie a far frequentare la scuola ai propri figli a contatto con quelli della parte opposta. Fu un capitano giovane, tornato dalla guerra, gran patriota a pacificare le fazioni, a trovare la stanza per avviare l’inizio delle lezioni scolastiche e ad inaugurare, come maestro, l’inizio del processo di alfabetizzazione dell’intero territorio, riuscendo, grazie alle sue importanti amicizie strette con commilitoni del partito egemone, a far nascere punti scolastici nelle aree più remote o anche in nuclei familiari sperduti nelle valli o sui monti isolati, che sgobbavano quotidianamente nel lavoro agricolo. La vecchia e piccola chiesa, denominata “Chiesa Vecchia”, che custodiva sotto il pavimento in una fossa comune i cadaveri, secondo il decreto napoleonico di Saint-Cloud del 1804, recepito anche dal papato, ma molto contestato dal poeta Ugo Foscolo nei suoi Sepolcri,  per iniziativa di un prete, originario di Tortorici, ma titolare della locale Parrocchia di S. Carlo, fu ricostruita al Centro del paese, fungendo anche da anello di congiunzione tra gli abitanti dei due fronti delle colline. Era il 1906, quando il nuovo edificio ecclesiastico fu inaugurato, costruito con il determinante contributo dei fedeli che si erano impegnati a trasportare, prima della celebrazione della S. Messa domenicale, grossi massi di pietra da una cava esistente nella parte opposta di Pizzo Garamante, con gli asinelli, mentre le donne affrontavano la fatica del trasporto con una corona di ginestra sul capo, che fungeva da piattaforma per stabilizzare l’ equilibrio dei massi. La continua frequenza nel lavoro, negli incontri rituali in Chiesa e nell’intensificarsi dei rapporti interpersonali a scuola, riverberarono negli animi un sentimento di solidarietà, una sincera amicizia, una fioritura d’amore, oltre ogni barriera. A poco a poco si creò una fitta ragnatela di parenti. I due tronconi separati, vennero congiunti da un viottolo, orlato da una filiera di sambuchi, intrecciati con filo spinato, che sembravano abbracciarsi. Bafia, il cui nome designava anche un paese dell’Africa, da dove erano provenuti anche i Garamantides, divenne in pochi decenni, un centro produttivo di ottimi alimenti caseari, agricoli e artigianali, (fabbri, falegnami, barbieri , calzolai, ecc.) e, particolarmente le donne, abili tessitrici di lana, dotati di pregevoli telai di legno, (opera dei falegnami locali), realizzavano abiti di lana, proveniente dalle aziende pastorali dei Peloritani, e di lino coltivato in un fazzoletto di terra, avuto in comodato d’uso dal demanio. Infatti era stata lottizzata una vasta area adiacente alle acque del Patrì ( nuova denominazione dell’antico Longano assegnata alle famiglie, secondo il numero del nucleo familiare. Chi non possedeva il telaio, utilizzava il lotto assegnato, come terreno agricolo, per la semina di fagioli, fave, ceci. pomodori, finocchi, lattughe, granturco, in quantità programmata per l’inizio del nuovo anno. Le lenzuola, i cuscini, le tovaglie da tavola e quelle per l’igiene personale, per il lavaggio, venivano portate nei cesti sulla testa nella località “Du sciumari”, dove confluivano le acque di due fiumi ( il Patrì e quello di s. Venera) e l’operazione di lavaggio era più facile, perché i tessuti venivano distesi su lastroni di pietra e si asciugavano in breve tempo. Poi potevano anche essere ricamati o personalmente o da una geniale ricamatrice del paese che aveva molto lavoro, perché godeva vasta fama di artista per le sue molto attraenti decorazioni di filo colorato. I ragazzi crescevano in un ambiente divenuto familiare e trascorrevano le giornate in armonia, inventandosi ogni giorno nuovi giochi, o impegnandosi in competizioni di corsa campestre, con percorsi ben definiti, o compiendo il giro del paese, in una gara di velocità secondo un percorso prestabilito, o imparando a suonare il flauto di canna, posseduto da alcuni figli di pastori, i quali trascorrevano ore e ore seduti su un’alta roccia, per custodire meglio il gregge, ed “ammazzavano la noia”, facendo risuonare il flauto personale, con le note, conosciute “ad orecchio”, di “Vitti ‘na crozza supra nu cannuni”, o da “Barunissa di Carini” o qualche poesia di poeti della scuola poetica siciliana, che era stata fondata da Federico II di Svevia a Palermo ed arrivata, non si sa come, così lontano da quella città. Il dolce suono del flauto fluiva dalle labbra del suonatore, accarezzava i fianchi delle colline, vibrava nel cuore dei colli di fronte e rifluiva verso il fiume, dove le donne, curvate sull’acqua argentata a lavare i panni, si riempivano l’anima di gioia, sollevati da tristi pensieri.

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(Soliloquio)

“Tu, mia cara Francesca, seppellita nel “carruggio” da Bunata, non conoscesti il calore affettuoso delle tue coetanee, né lo sbocciare e il coltivare i fiori d’amore soavemente cresciuti nel tuo cuore. Il tuo sentimento per Giovanni sgorgò dalla tempesta ormonale dell’età e non ebbe il tempo necessario per una maturazione spirituale che nessuno per ignoranza potè spiegarti, perciò rimanesti sola inghiottita dall’ardore sessuale, che ti illudevi fosse amore vero che ti avrebbe resa felice. Tu che avevi il tuo regno nella casetta solitaria, vivevi serena con chi ti crebbe e ti riempì di carezze, ma esse non potevano essere sufficienti a colmare i periodici vuoti del tuo percorso di donna e pensavi che quel vivere nel perimetro di pochi passi fosse ogni giorno un miracolo; né immaginavi quanti rischi, dolore e buio ti attendessero al guado. Ti ubriacasti delle vertigini sessuali senza capirne il senso e l’ossessione del sesso diventò il tuo rito quotidiano. Quando ti sposasti con Giovanni eri piena di entusiasmo ed entrasti sorridente sposa nella nuova dimora, protetta da alti pioppi, vicino al fiume che scorreva sereno, emettendo nell’aria le note musicali di una tastiera antica. Le foglie dei pioppi, il profumo degli eucaliptus, i piani delle araucarie ascendenti come coni capovolti con le cime infilzate nel cielo, lievemente oscillanti per il soffio di un vento sottile, emettevano un lieve fruscio, come un saluto, riflesse nelle acque cristalline e mormoranti del fiume Patrì, immerso nel ricordo di importanti eventi lontani, ma ancora vibranti nell’aria che ancora aveva invisibilmente ingessato lo stridere delle spade e il frastuono del galoppo dei cavalli, nella battaglia del 273 a.c., quando il sangue dei caduti colorò di rosso le limpide acque del Longano. Poco prima del chiarore dell’alba, i cardellini, le tortore, gli usignoli e i merli si esibivano in un concerto di canti e gorgheggi per darti il benvenuto tra loro. E tu trascorrevi il giorno come Alice nel paese delle meraviglie. Volavi come una farfalla sui fiori variopinti e li rendevi affascinanti con il tuo sguardo. E l’usignolo e il merlo di rocca ingaggiavano inni di canto all’argenteo chiarore lunare, come le emozionanti serenate per gli innamorati e tu scivolavi nel sonno con il sorriso sulle labbra, cullata dalla ninna nanna dall’ugola dolcissima dei vigilanti della notte. Così dormivi, dormivi e sognavi emozioni d’amore immaginari, e non sentivi l’urlo dei cadaveri in fondo al mare vicino, che i trafficanti di morte avevano torturato a colpi di catene, con pugni e calci in ogni dove, avevano trafitto gli occhi con aghi infuocati, strappati gli organi vitali su commissione e venderli ai mercanti clandestini destinati a cliniche-fantasma, dove creature in croce, speravano piangendo l’arrivo di un miracolo. Non vedevi donne innocenti subire stupri selvaggi individuali e di gruppo, trascinate come stracci, con gli occhi accecati dal dolore, subire nel ventre il massacro dell’adorata creatura che già cominciava a nuotare nel liquido materno, e la madre infilzata con arnesi di fuoco nell’utero e nel seno, con il corpo tagliato in pezzettini, gettata nei gorghi marini in pasto ai pescecani in agguato con la bocca spalancata; né il calvario di bambini e ragazze che erano fuggiti all’inferno di guerre fratricide e sopravvissuti all’inferno del deserto, coltivando il sogno segreto di una vita dignitosa, erano sottoposti a turpi atrocità, violentati fino allo strazio, devirati o torturati nei teneri seni con un ferro infuocato , o tanti giovani negri bendati, portati in luoghi lontani dai lager di accoglienza, sottoposti ad inaudite violenze e sfregiati in molte parti del corpo, per essere indotti a chiamare, con l’arma puntata alla testa, le loro misere famiglie lontane per sollecitare un impagabile riscatto e al motivato rifiuto di denaro, essere uccisi e abbandonati sotto il fuoco del sole cocente del deserto, in preda agli avvoltoi o alle belve carnivore che accorrevano, annusando da lontano l’odore nauseante dei cadaveri putrefatti. Tu, ingenua Francesca, avvolta nella conturbante gioia della natura, non conoscevi i barboni morire dignitosamente sotto i ponti o sulle panchine intorno alle stazioni delle città moderne, o sulle sponde del Tevere tra montagne di rifiuti, con una coperta di cartone inzuppata dalla pioggia, con molta dignità, senza porgere la mano a passanti crudeli che li guardavano e li dileggiavano con disprezzo, come cani appestati e talvolta vittime di assurdi omicidi. Erano e sono i cosiddetti invisibili, perché nessuno sguardo pietoso dedica a loro un sorriso. Eppure, i manager pirati sfilano nel viale su lussuose auto metallizzate, risplendenti di vario colore, masticando il grosso sigaro profumato tra i denti, e riempiono la borsetta di denaro alle squillo, povere e sfruttate, raccattate alla cieca, per inediti stimoli sessuali di sapore plebeo che solo le donne popolari, come osservava Pasolini, sanno scatenare. Altre sventurate creature, indotte a venire da lontano con la promessa di un lavoro sicuro, appena arrivate vengono segregate in un capannone abbandonato, senza servizi igienici, senza luce, senza acqua e senza pane, fino a costringerle con metodi brutali ad accettare di lavorare sui marciapiedi, per guadagnarsi un panino, mettendo in vendita forzata il loro corpo, al fine di impinguare il portafoglio dei mercanti di sesso, pronti ad uccidere o sfregiare orrendamente le detenute importate. Se avessi visto la crudeltà di mostri ubriachi e topati uccidere mogli e figli, dopo sevizie efferate, senza alcuna colpa, evidenziando in tal modo, la loro disfatta esistenziale per non aver capito il vero senso dell’amore, che è condivisione di gioie di dolori, riconoscimento orgoglioso delle virtù del partner e saperle custodire.

Nel mondo la parola amore non potrà essere identificata come sazietà sessuale, che è connotazione anche animalesca, ma occorre riuscire a coniugare il desiderio della congiunzione carnale con l’unione ideale e vivere in tale dimensione spirituale il percorso delle ardenti passioni.

Ma io chi sono per poter fornire consigli, se non un sognatore che ha avvertito la trazione emozionante del richiamo viscerale di un amore, abbagliato da un miraggio subliminale, e sono rimasto incantato nel vedere un’immagine eterea ritagliata nell’alveo incandescente della luce, sospesa sul fondo delle pagine di un libro, scritto in simbiosi con le aspirazioni intime del cuore, e proprio nella fluida armonia dei versi si era depurato del liquame terrestre, e fluido scorreva nei ritmi assonanzati nel fraseggio del dolce stile. Da allora rincorro il suono di una voce avvolta nella cometa di cotone, che ancora mi incoraggia a seguirla nel volo verso il sole. Io afflitto da un febbrile tremore, continuo a remare oltre le nuvole bianche pigmentate nel cielo: ma il vulcano di Elios scioglie i legamenti connettivi dell’anima con il tremendo battito del cuore, senza , tuttavia, annientare la rincorsa dei frammenti del mio corpo in ogni angolo del vuoto, invocando il suo nome agli astri e alle altre stelle, perché lei è la stella più brillante del firmamento che, silenziosa, mi guida nelle buie voragini del cosmo con messaggi di attesa e di speranza: quando saranno maturi i tempi, ci ricongiungeremo in una lucciola di luce che sarà un nido eterno d’amore galleggiante nello spazio infinito. E io, Francesca, ti starò vicino come un’ombra e soffrirò o gioirò per te, nel segno di quel puro amore che tu, vergine fanciulla, vagheggiavi, mentre distesa sulla fresca erba del prato, con le braccia incrociate come cuscino sotto il capo, attendevi per l’intera notte, le luminarie delle stelle cadenti, in quel giorno festoso per le anime amanti, ma che fu funesto per il poeta-bambino, che ancora piange in quel X Agosto.

In quei versi scorrevano le mie oscillazioni interiori, il traguardo che speravo di conquistare, forte nella radice di un nobile sentire, già discepolo di Dante, di Virgilio e del Vangelo, appreso dalle omelie domenicali e dalle spiegazioni del catechismo, dalla lettura di libri, come “Le avventure di un giovane povero”, “I ragazzi della Via Pal”, “Pinocchio”, “Cuore”, ”Giovanna D’Arco”, presi in prestito, su consiglio dell’insegnante responsabile, dal Centro Popolare di lettura, nato contemporaneamente alla scuola elementare. Lo stesso insegnante mi introduceva alla lettura, con una breve introduzione e con la sottolineatura del messaggio del testo, particolarmente di Anna Frank, di cui mi spiegava la paziente sofferenza e la barbarie di chi l’aveva perseguitata e uccisa, e di Pinocchio, un ingenuo bambino di legno, che attraverso molteplici e diverse disavventure, approda a capire l’importanza del sapere per poter diventare maturi e responsabili del proprio destino. Inoltre, mi spiegava come le umiliazioni e le sofferenze del giovane povero, anzichè spingere il giovane a reazioni negative, lo avevano indotto alla scelta dei veri valori della vita e come il libro Cuore del De Amicis costituiva una lettura essenziale per capire la limpida purezza sentimentale e la forza degli affetti naturalmente alimentati nel cuore dei ragazzi, un patrimonio genetico da saper valorizzare per poter rendersi utili a se stessi e alla società in cui si crescerà. Forse inconsciamente anche tu, Francesca, custodivi nei meandri della tua interiorità, aneliti di simili traguardi e saresti riuscita a conseguirli, se la cecità del destino, devastatore di ogni seme del bene, non avesse infierito sulle ferite dei poveri per condannarli per sempre, legati alla catena della sofferenza e della sconfitta, perché asservito alla seduzione degli allettamenti del male totale, insito nel voracità consumistica che continua a rinnegare il Creatore. Lo sviluppo industriale elevato ad ennesima potenza tecnologica e telematica ha radicalmente sovvertito l’impianto storico dell’equilibrato cammino umano, ne ha cancellato usi, abitudini, credenze, certezze e sogni, ignorando il vecchio Dio di Abramo e inchiodando nuovamente ogni giorno , Gesù, il Salvatore, su una croce più crudele, contrapponendogli nuovi miti meticciati e subdoli, che hanno consolidato il potere del denaro La globalizzazione ha cancellato ogni valore esistenziale e, inseguendo l’odore dell’Avere, ristretto a pochissimi detentori della ricchezza mondiale, che governano in maniera assoluta l’intero pianeta indisturbati riportando in inossidabili catene i nuovi schiavi del lavoro, li condannano tacitamente a morire avvelenati dalle polveri sottili, per portare un briciolo di pane alla famiglia, ormai contagiata dal disastro ambientale. Il concetto della trasgressione è prevalente in questa società ed ha trasformato comportamenti razionali, etici, religiosi, politici e sociali in deleterie sovrastrutture da demolire, tanto che i burattini della vita politica, che svolgono il ruolo di plagiatori di cervelli e sono divenuti macellai delle istituzioni costituzionali, riducendo il parlamento a mercato di perversi maneggi di denaro in cambio di denaro, in voti di scambio e in contrattazioni di transazioni sessuali, condite da orge collettive di folli prestazioni sessuali di vergini minorenni mensilmente stipendiate o gratificate da cariche politiche con assoluta incompetenza, sempre pronte ad assentire anche all’introduzione di leggi incostituzionali che favoriscono gli interessi del padrone. I nuovi sceicchi si fanno il bagno in vasche di denaro, attorniati da ancelle sorridenti che si esibiscono nude in appetitose danze del ventre, per la gioia del califfo che salta fuori dalla vasca, abbranca la shou-girl e la trascina nella sua alcova dorata, per gustarne il piacere. E se ne infischiano del doloroso lamento delle vittime che muoiono senza denaro per curarsi, né si formula un qualche beneficio per i miseri Lazzaro, condannati al patibolo della fame, come nei campi di concentramento. Tu non sai, mia cara sorella Francesca, come io affondo nelle sabbie mobili dell’inferno quotidiano: io mi ero illuso che duemila anni di impegno di diffusione evangelica, che aveva creato Santi, monasteri, libri sacri e innalzato monumenti ai seminatori di pace e di amore, organizzato percorsi scolastici di alfabetizzazione e di apprendimento umanistico e scientifico, avessero plasmato l’uomo nuovo ed estirpato i semi del male dal cuore, distruggendo la orribile immagine  dell’”homo homini lupus”, affinando lo strumento di comunicazione tra i sopravvissuti. Invece vengo investito da subdole mitraglie di odio, di inganni e di delitti dronati dall’assassino invisibile,per cui vivi la morte,senza poterne conoscere il volto, con la nausea pestifera di programmi televisivi costosissimi, grondanti di volgarità verbali e comportamentali anche di donne appuntate su comode poltrone  televisive,  per inchiodarci sadicamente nella mente  crudeli sequenze di devastanti genocidi, informazioni corrosive dell’etica pubblica e  mostrare santuari di nitidezza intima  o le gambe seminude e dissacranti: elucubrazioni mentali dei millantatori di professione con arrogante timbro di voce violenta, falsificatori di verità lapalissiane, senza una piega di pudore, ma con incivile arroganza urlata, come a voler zittire o anestetizzare l’inquieta coscienza del telespettatore. Debbo confessarti con infinita amarezza, che ogni minuto vorrei che lo tsunnami mi portasse via per sempre, perché vivere così è un soffocante martirio quotidiano,ingoiando veleno che rade al suolo anche il Dio buono, con la seduzione martellante dell’avidità. . La stella polare che alimentava i miei progetti di operare per poter contribuire concretamente a lenire la sofferenza e la solitudine brutale di tante creature cinicamente abbandonate nell’indigenza, nello squallore e nella fame,anche dai propri figli per necessità o per viltà,in “cosiddette residenze per anziani”, mi sgomenta, mentre un affilato coltello mi infilza nell’anima,  Invece ho sbagliato in tutto, perché sono stato sconfitto dalle mie illusioni. Posso dirlo solo ora, che sento friggere il cuore nel cimitero dell’ingenuità. Ogni notte mi assalgono i fantasmi feroci dei miei utopistici slanci di un tempo sempre presente dentro di me e l’essermi ingannato da solo, quando mi sentivo forte e imbottito di idee etero-salvifiche, sostenuto dal cemento armato della cultura che credevo invulnerabile, il frequente misurarmi con le subdole e feroci iene degli eventi, mi rattrappiva ogni volta il respiro, fino a soffocarmi. Bruciavo sulla graticola della verità e mi contorcevo tra l’essere e il nulla, tra l’avere e il non essere, mentre l’anima del mondo trionfava con la potenza del denaro, inseguito ciecamente da tutti, perché permetteva di soddisfare ogni desiderio lecito e illecito, seducente e fallico. Solo i poveri e i nullatenenti lacrimavano infelici nei millenari solchi della storia, con una catenina metallica al collo, trovata nella spazzatura ”

 Il mio soliloquio era così intenso e amaro, tanto che aveva allontanato la mia attenzione dalla realtà contingente. Il mio pensiero volava su una mongolfiera che ora stazionava in bilico tra terra e cielo. Perciò, non sentii il rumore roboante di una gip che si arrestava davanti alla porta della casetta di Francesca, profondamente inghiottita dal sonno. Scesero dal blindato tre uomini vestiti da militari che parlavano in tedesco, con un grignante tono di voce, i caschi verdi sul capo da dove pendevano due luride bredelle di cuoio che si congiungevano sotto la gola. Improvvisamente tacquero, lanciandosi verso la porta, che spalancarono con forti pedate. Accesero le loro lampadine a batteria e con la loro luce rovistarono la stanzetta. Videro la donna immersa nel sonno, e subito liberatisi dalla divisa militare, decisero di tuffarsi ad uno ad uno sul corpo inerte di Francesca per stuprarla, con la bava rabbiosa che schiumava dalla loro bocca puzzolente di alcool e di birra. La donna destatasi, annichilita, si sentì soffocare dal respiro untuoso e fetido di quelle bocche cloache e dalle poderose braccia degli invasori. Urlava come un bue nel mattatoio, colpito dai colpi delle sbarre di ferro dei carnefici e piangendo lottava per svincolarsi da quelle barbare presenze, mentre uno dei forestieri, già disteso sul corpo di lei, come una mazza infuocata, la penetrava con brutale violenza più volte, e assatanato dall’ossessione del sesso, non cessava di torturare il corpo della poveretta, fino a precipitare per terra con il volto insanguinato e con numerosi graffi su corpo. Il secondo tedesco neppure lo guardò, mentre mugolava invettive di rivincita, e, dopo la nervosa attesa, non esitò a sostituire il compagno nel letto della donna, che tentava di divincolarsi per liberarsi da un nuovo martirio. La vittima, già squarciata dalle sue cicatrici interiori, era sull’orlo di una vertigine pericolosa, che la stava corrodendo e con le residue energie, cucciolava amaramente, invocando pietà, pietà, pietà, al suo aguzzino perchè si sentiva morire. Ma il mostro sembrava non sentire e continuava a massacrarla con i suoi capricci sessuale. Quando si sentì sfinito, fortemente ansante, scivolò via, lasciando il posto al terzo carnefice, che imbufalito per il tempo perduto in attesa, era diventato rosso in faccia come un cocomero rosso, in fase di esplodere. Per cui si gettò su quel povero straccio di creatura, percuotendola nell’utero già sanguinante, con barbarica aggressività fino a lacerarlo, tra le urla mortali della vittima. Le grida e il pianto della madre, destarono il bimbo che incominciò a gridare e a piangere, riuscendo a far capire il viscerale amore per la mamma, che, pur trafitto da un dolore immenso, con un flebile filo di voce, si sforzava di calmarlo con il calore dell’affetto materno. Ma, la belva deconcentrata dai piagnucolosi rantoli, invaso da un furore irrefrenabile, saltò giù dal pagliericcio, abbrancò la cesta di vimini e, senza alcuna remora, spalancò con un calcio la finestra cadente e lanciò quel fastidioso bagaglio lontano nel denso buio della notte. Ma, nel tornare a riprendere la ginnastica sessuale, vide la donna lanciarsi dal vano della finestra devastata e, brancolando nell’oscurità, si diresse verso il punto, dove sentiva gridare il bimbo. Raggiuntolo, si chinò su di lui, lo abbracciò ricoprendolo di baci e di carezze, accompagnati dalla sua dolce e carezzevole voce. Uno spicchio di luce lunare incominciava ad apparire dietro i monti e a risalire la curva del cielo occhieggiando nelle zone in penombra. Francesca si sentì confortata da quell’ago di argenteo chiarore e si avviò verso l’imbocco di un sentiero, poco frequentato per gli aguzzi sassi disseminati sotto le erbacce che parzialmente lo ricoprivano pungenti. Aveva già le piante dei piedi scalzi insanguinate, ma presa da una ebbrezza speranzosa, non avvertiva alcun dolore. Durante il cammino lungo il sentiero deserto, non si incontrò  anima viva Solo i cani, che vigilavano attorno alle abitazioni dei loro padroni, ringhiavano insistentemente e sembravano richiamarsi da lontano per darsi appuntamento per il nuovo giorno, ma diventavano feroci nel percepire il rumore di un sasso rotolante sul pendio, forse smosso dal passo veloce di una volpe o di altro animale notturno a caccia di preda. Prigioniera della paura, le voci e le ombre della notte calamitarono la sua ansia crescente tanto da non accorgersi del trascorrere del tempo e della minuscola creatura che si era assopita come liquefatta tra le braccia della madre e solo a tratti dava segni di vita con improvviso tremolio del corpicino che era diventato freddo per l’umidità della notte. Lei ora avanzava come un automa, vacillando asimmetri-camente nel vuoto e senza rendersi conto che già era arrivata all’imbocco della salita, dove si apriva un bivio. Uno circondava la collina, l’altro si inerpicava a coda di volpe verso il Santuario. Decise di intraprendere questo. E indovinò, perché quella scorciatoia denominata atavicamente“a cuda da vulpi”(la coda di volpe), anche se stremata dalle recenti drammatiche vicende, dal chiodo piantato nel cuore dalla anomalia fisica del giglio, dalla solitudine dolorosa e faticosa, di cui era rimasta prigioniera, senza l’aiuto né il consiglio di alcuno, patendo spesso anche la fame, che riusciva a sedare soltanto andando a raccogliere intorno erbe selvatiche e “fanfazzi”, per poter produrre un po’ di latte per il piccolo.

15

Trainata da tante amarezze, Francesca, talvolta sostando per prendere fiato, si trovò in cima alla collina, nella deserta piazzuola sacra davanti al santuario. Il campanile del luogo sacro, scandiva 6 rintocchi e il cielo d’oriente incominciava a ingrandire nel cielo un incubato chiarore. Sui gradini di marmo davanti alla chiesa giacevano, sopraffatti dalla stanchezza del lungo cammino, alcuni pellegrini, crollati subito all’arrivo. Non molto lontano, ricoperto di stracci raccolti chissà in quale pattumiera o discarica pubblica a cielo aperto, attendendo la morte, perché la sua dignità lo spingeva a non porgere la mano, perché sapeva che sarebbe rimasta vuota, con lo spergiuro arrogante di uno sputo accompagnato da ignobili offese. Eppure erano venuti al Santuario per pregare, confessarsi e invocare l’aiuto della Madonna per sollevare la loro condizione di dolore. Stordita e sigillata nella sua angoscia, Francesca, senza eccessivamente sostare con lo sguardo su quei disperati, rinchiusi nel sarcofago di un sonno di piombo, si sentiva avvilita. Appena dall’altra parte della scalinata, vide salire un frate, che si avviava al portone, per consentire l’ingresso alla solita ora ai pellegrini in arrivo, Lei gli corse dietro, perché quella era l’ora che non vedeva nessuno in giro e, pertanto, anche la prima e sola ad uscire, senza subire l’onta di sguardi indiscreti e sospettosi. Il vedersi osservata, per lei sarebbe stata un’impresa dolorosa e insopportabile. L’intero passato di vergogna e delle violenze subite traspariva dai lineamenti sconvolti del volto, dalla trasandatezza dei cenci che indossava, dai capelli scomposti, dalle rughe scavate sulla fronte e sul collo, dentro cui scorrevano fili di pianto inconsapevole. Dai piedi fuoriuscivano fiotti di sangue, per le piaghe accumulatesi sull’impervio sentiero affrontato senza scarpe per voto, che lasciavano sul sagrato chiare impronte di sangue. All’ingresso in Chiesa fu improvvisamente inghiottita dalla penombra che ancora stanziava sui vetri colorati delle finestre poste in alto e ben serrate per resistere all’impeto del vento che sulla cima della collina muggiva fortemente, scagliandosi sulle invetriate cosparse da figure di santi o da immagini dei protagonisti colorati del Vangelo, che sembravano colloquiare in silenzio con lo scintillio dei colori crescente mentre il frate accendeva le candele , collocate a cerchio accostate all’emiciclo del piccolo tempio. Quando la penombra fu messa in fuga dalla luce, anche il viso e lo sguardo di Francesca furono rischiarati dai ceri accesi. Le piccole lingue di fuoco che scodinzolavano nell’aria, trasmisero una -fioca speranza nel cuore di Maria che si sentì per un attimo alleviata dalle roventi ferite e in un tuffo di apparente ripresa, rivolgendosi al frate, bisbigliò: “Vorrei confessarmi, mi sento male”. Nello sforzo di mostrargli il bambino, vacillò e stava per stramazzare per terra, ma il frate riuscì a sostenerla con il braccio e, con parole rassicuranti, incominciò a rincuorarla, prese un bicchiere, lo riempì di acqua versata da una bottiglia di emergenza posata sul tavolo e glielo porse. Dopo averla bevuta, sembrò riprendersi e il frate, vedendola un po’ sollevata, le disse: “Ha bisogno di un cuscino per poter meglio custodire il bambino?” La donna annuì. L’uomo di Chiesa, estrasse dal confessionale il cuscino e lo porse alla poveretta, aiutandola a deporvi sopra la sua già silenziosa creatura, in un vuoto ricavato con mani esperte come una culla. Quindi, rivolgendosi alla pellegrina, con voce commossa, le disse:” Signora, io sono qui, quando si sente, potrà venire a confessarsi”. La donna intuì che non era in grado di aspettare ancora, si alzò dal banco dov’era seduta, e con notevole difficoltà, raggiunse l’inginocchiatoio, vi pose sopra le ginocchia dolenti, e si disse pronta alla confessione. La donna incominciò a tracciare l’intero percorso della sua esistenza, del luogo dove aveva trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza con la famiglia nella valle da Bunata, imparando anche a custodire il gregge, che il padre aveva ereditato dal nonno, dopo la sua partenza per sempre, e di rimanere spesso sola in casa per accudire alle faccende domestiche, poiché la mamma seguiva il marito per aiutarlo a sorvegliare il numeroso gregge. Oppure badava ad innaffiare l’orto davanti, la cosiddetta “gghiusa”, dove ogni anno si producevano pomodori giganti e saporiti, patate di eccellente qualità, zucchine, lattughe e tanti altri prodotti agricoli, che venivano concimati con gli escrementi degli animali. Lungo i due pendii dei monti, sorgevano alberi di noci, di ciliegio, di nespole, di fichi e di mirtilli, che potevano mangiarsi appena raccolti o dopo una essiccata al sole, venivano trasformate in panicole, e custodite per consumarle in inverno imbottite di fichi secchi, davanti al calore del focolare. Francesca, si occupava anche di lavare ogni indumento nelle acque fluenti dell’omonimo ruscello, che scorreva in estate e in inverno, riempiendo di soavi armonie la valle spalancata al sole. Una volta la settimana saliva fino alla mandria, Giovanni il rigattiere, che sulla vecchia carretta riforniva di pesce fresco le case sparse sui monti e si portava via alcune ricotte fresche o infornate per lui, da consegnare ai suoi affidabili clienti, che lo avevano incoraggiato agli inizi ad intraprendere quella attività, anziché di corrodersi il fegato nella vana ricerca di un lavoro in patria, dove non esistevano strutture, nè sottostrutture, né capitali da investire nel settore industriale, per poter accogliere energie umane non specializzate, che erano costrette per lo più a marcire in giorni infiniti senza alcuna occupazione. Tranne la pastorizia e l’attività agricola condotte a livello familiare, per i poveri christi come Giovanni “U piscineri”, unica possibilità e speranza di un lavoro stabile era espatriare all’avventura. Quando si rese conto che nella propria terra era impossibile sopravvivere, lui che abitava vicino al mare in un villaggio di pescatori e conosceva la tecnica della pesca, incoraggiato dagli altri pescatori, si unì a loro come aiutante, fino a che riuscì ad entrare in possesso di una barca abbandonata da un pescatore morto in mare, a causa di un improvviso malore, e fu sollecitato dai compagni, riuscì a riparare la barca e potette entrare nel gruppo dei professionisti, una sorta di consorzio del mare, che gli consentiva di aver riconosciuta pari dignità artigianale e pari spartizione dei guadagni con gli altri soci. La sua attività lo indusse a cercare altri clienti fuori-zona. Così si spinse con la sua carretta per impervi sentieri, dove si udiva solo lo strillare dei grilli, delle cicale dei merli e delle tortore, accompagnati in sottofondo dal belato delle pecore e della capre che brucavano l’erba sulle pendici dei colli di fronte, ogni tanto attraversato dalla voce del pastore o dal sui flauto che inopinatamente scandiva le note e le parole della tragedia di Pier delle vigne, ignorando come tale canto elaborato nell’ambito della Scuola poetica Siciliana, voluta dall’imperatore Federico II presso la sua corte di Palermo, che fu anche il mecenate di tanti poeti e filosofi planati ivi da ogni parte d’Italia, trovando ospitalità e riconoscimenti. Così raccontava il veterinario Prof. Nino Pino, che spesso, per dovere di Ufficio, ma anche per l’affetto che ormai lo legava a quel mondo di eroi, continuava a fermarsi qualche settimana tra loro e provava tanta gioia in mezzo ai “culatri”. Frequentemente li invitava a ripetere quella storia, mentre nei labirinti del pensiero, frugava nei ricordi ed elaborava ipotesi sull’arrivo in quei luoghi lontani di quella dolorosissima storia, che solo Dante Alighieri aveva accolto con tanta pietà e comprensione nel VI canto del primo volume, l’Inferno della Divina Commedia, rivalutandone la memoria per l’ingiusta calunnia di traditore dell’Imperatore, ad opera degli invidiosi di corte, perché lo stesso imperatore aveva affidato al suo fedele segretario le chiavi del chiuder ed aprir del suo cuore. Pier delle Vigne, trasportato con la sua barchetta da “Caron Dimonio, con li occhi di brace”, nel girone dei traditori di chi si fida, all’arrivo di Dante in compagnia di Virgilio, ode lo sgorgare di un pianto ininterrotto accompagnato da parole di dolore nel suo fiorentino e rimane sconvolto nel trovare quel nome condannato alle pene del regno infernale, tanto da voler accarezzare il tronco da cui proviene il parlare e il sanguinare di chi parla. Strappato un ramoscello dalla pianta, una voce emerge dal ramo spezzato. E’ la voce lacrimosa del suo padrone a spiegare al Divino poeta la sua triste storia di vittima dell’invidia umana e lo prega di rinverdire la sua assoluta fedeltà al Signor suo. Dante fortemente turbato, forse memore anche del suo stesso destino di calunniato per invidia, promette di esaudire il suo desiderio. Ma Nino Pino, studioso anche lui dell’espandersi dei dialetti e dell’origine della lingua italiana, non si rassegnava all’ignoranza del fenomenico balzo topografico di quel commovente racconto. Lui che già godeva fama di ottimo dialettologo e di tradizioni popolari, tanto che aveva fondato presso la facoltà di Veterinaria la rivista Zootecnia e Vita, dove pubblicava i risultati delle sue ricerche sui dialetti, comparando le derivazioni dei termini simili tra le diverse isole dialettali e gergali dell’isola, affiancati da ricerche su sperimentazioni scientifiche con la rivelazioni di frodi alimentari dannose alla salute, lui definito già “U pueta-scinziatu”, non si rassegnava alla sconfitta. Fin dagli anni giovanili, coltivò idee libertarie e progressiste, che affinarono la sua sensibilità umana, divenendo la sorgente segreta della sua attività letteraria quando, ancora giovane veterinario, incominciò a esercitare la sua attività presso le mandrie dei pastori dei monti Peloritani, attorno al piccolo paese di Bafia, nel Comune di Castroreale. Lì si viveva una condizione di vita arcaica, pura e ricca dei valori della civiltà agropastorale, quali lo spirito di sacrificio, il culto del lavoro, il rispetto reciproco, la sacralità della famiglia e della fede, silenziosamente vissuta nell’idillico rapporto con la natura. Come egli stesso raccontava quando nella Biblioteca Civica del Comune di Barcellona partecipò alla fondazione del Gruppo ’67 (un vero cenacolo, che riuniva al banchetto della poesia giovani desiderosi di leggere e commentare i loro componimenti, nella linea estetica di un puro lirismo, ispirato alla centralità di un nuovo umanesimo), gli anni trascorsi a contatto con il mondo pastorale furono felici per lui, in quanto poté spenderli in quell’ambiente arcaico, al servizio di persone semplici, dai molti bisogni e prive di vitali conoscenze umane e professionali, emarginate dal circuito della modernità. In quell’ambiente aveva trovato un’oasi di calore umano, di serenità interiore, del sacrificio di un lavoro duro e di rinunce, ma in cambio quelli erano veramente uomini, che sapevano affrontare da soli tutte le difficoltà di una vita, lontana dal consorzio umano, dove regnavano avidità, invidia, egoismo, falsità, inganni, sopraffazioni, razzismo sociale, immoralità, mercimonio della coscienza, cruenti scontri ideologici e fra il denso verde della natura in cui si adagiava la pace sotto la cupola azzurra del cielo, Nino Pino beveva i sorsi di un’altra vita, dove durante la guerra brutale non si avvertiva lo strazio della carne umana, né l’urlo delle madri che assorbivano l’ultimo rantolo dei figli, massacrati dalle armi nemiche. Anzi, il suono del flauto, dell’organetto a bocca, il taglio stridente del suono del marranzano, l’assaporare il tono gentile delle voci sorridenti e l’avvicinarsi di quegli uomini-eroi con il cuore in mano che interpretavano la vita e la fatica come un atto d’amore, penetrarono profondamente alle radici del suo essere, fecero maturare nel giovane veterinario una coscienza umanitaria che, poco dopo, sbocciò in lui come ideologia in lotta al fianco e in difesa degli uomini che spesso erano costretti ad inginocchiarsi davanti al libidinoso sadismo dei più forti e dei ricchi che ritenevano di poter comprare tutto con il luccichio ramoso della moneta. Tra quelle creature, che sudavano e dormivano sul letto di felce nei pagliai cullati nelle braccia della luna o delle stelle ammiccanti di sorriso, custodi fedeli del riposo dei loro “figli”, Pino presto comprese la vera statura interiore di quegli uomini che, durante il pascolo degli ovini e dei caprini, assisi su una collina, accompagnavano con il suono lamentoso degli strumenti musicali, il canto di Pier delle Vigne, la dolorosa storia del segretario di Federico II di Svevia, che preferì suicidarsi, anzichè presentarsi davanti all’imperatore nelle vesti del traditore, come era stato accusato dagli invidiosi del Palazzo che, intolleranti delle grazie che il segretario godeva nel cuore del Sovrano, lo accusarono di fellonia e di tradimento, per toglierlo di mezzo. Dante Alighieri lo incontra nel suo viaggio purificatore nella selva dei suicidi, avvolti nel fusto e nelle fronde degli alberi e il segretario-poeta, appena il Sommo Vate strappò un lembo di ramo dall’albero, fiottò sangue mescolato alle lacrime , supplicando il viaggiatore di riabilitare il suo nome nel mondo, infangato dalle subdole accuse dei nemici, perché, lui che teneva “ambo le chiavi del cuor di Federico” , fu sempre zelante e fedele servitore del suo Signore, che era una nobilissima persona, come i poeti che egli allevò alla sua corte. Nino Pino, dapprima rimase stupefatto nel sentire sibilare dalla bocca dei pastori analfabeti quel canto sublime d’amore e di fedeltà, tanto da rinunciare alla propria vita, per non subire l’onta del marchio ingiustificato del tradimento. Pino non immaginava che quel canto lacerante fosse conosciuto bene in quel regno di animali e di uomini reclusi nella dentiera delle montagne, ma la sua ammirazione per loro lo invase, fino a sentire il bisogno di trascriverlo per poter testimoniare e ricercare il segreto di quella presenza storico-canora che aleggiava in una terra lontana da ogni possibilità di comunicazione con una realtà lontana. Avvertì di riflettersi in quelle anime pure e, allontanatosi da quei luoghi per iniziare la sua attività universitaria, scelse responsabilmente di combattere sempre per i diritti degli “abbandonati” al cieco destino di sofferenza e di morte.   

16

Improvvisamente, davanti al mio Dante che mi osservava con stupore dalla scrivania, un’intuizione folgorò il mio cervello e fu quella statuetta di bronzo, rinvenuta da mia madre tra le zolle, nel terreno sottostante alle pendici dei Peloritani, in contrada Alfarano, che mi suggerì, tra le tante ipotesi, una più consona al vero. Non molto lontano dal torrente Alfarano, alla base della criniera ultima dei Peloritani sulla sponda sinistra del fiume Patrì. sorgeva da secoli il nucleo urbano di Milicia, e fin dai primi anni del ‘200, il Palazzo signorile dei Cavalieri che vi si erano insediati, in seguito alla donazione della comarca all’ordine con decreto vergato in latino, arricchito da vari privilegi. I Cavalieri seguirono la linea di espansione linguistica di Federico II di Svevia, che progettava di estendere il proprio potere in maniera più solida sulla Sicilia orientale, e unificare in maniera omogenea il suo Impero fino a Bari, città a lui molto cara, che ingioiellì con maestose Chiese e con inconfondibili castelli ottagonali Inoltre, per agevolare i poeti e intellettuali, provenienti dall’area messinese, come Stefano da Protonotaro e Guido delle Colonne ed altri, i Cavalieri nel loro Palazzo favorirono l’istituzione di una sezione della scuola federiciana, che nel tempo, elesse ad emblema l’opera di Dante, di cui realizzarono statuette del poeta fiorentino che proprio con la figura di Beatrice, aveva creato la donna ideale di suprema bellezza nell’ambito degli Stilnovisti toscani. Tale ipotesi non fu smentita da nessuno. Anzi si ipotizzò su tale linea, la presenza fisica di Dante a qualche incontro con i poeti della Scuola, durante il suo vagabondare durante il periodo del doloroso esilio e la diffusione di importanti testi anche a Milicia, da dove provenivano importanti padroni di aziende pastorali, che avevano avuto la possibilità di impararli. La tragedia del segretario dell’imperatore, si sovrappose a quella della povera Francesca, che continuava a scorrere nel sotterraneo flusso dei miei pensieri, dissolvendo ogni diaframma all’ordine logico del mio nomadismo riflessivo, che rimescolava senza tregua storie dolorose del passato e del presente, collegate inconsciamente dal comune denominatore della sofferenza, che affratella in ogni epoca il genere umano. Dal sangue che zampillava dal ramoscello spezzato, mescolato allo strazio piangente dell’uomo ingiustamente condannato, congiunti da un’immedicabile ferita simile la mia attenzione tornò sui movimenti striscianti della donna che già si accingeva a bisbigliare la sua confessione singhiozzando a stento, e come soffocata da un nodo alla gola. Incominciò la confessione facendosi il segno della croce. Rispondeva alle domande del frate, con gli occhi appannati da un velo di pianto e con la spada del rimorso conficcata nel cuore, mentre il sangue bruciava le sue vene.

“Perché vuoi confessarti, figliuola? E’ tanto abominevole il peccato che ti ha ridotta così? Non aver alcun timore, parla con assoluta sincerità. Dio è in ascolto e saprà interpretare le ragioni della sofferenza che ti affligge tanto, Lui, Padre misericordioso, sa leggere nel fondo dei nostri cuori e capire la volontarietà o l’inconsapevolezza dei comportamenti umani. Perciò, sii sincera fino in fondo con Lui ed Egli ti indicherà la strada per poterti liberare da quanto hai già in parte scontato con tanto dolore che ancora ti distrugge”. Nell’ascoltare le confortanti parole del confessore, che le parlò con il cuore in mano, Francesca si sentì rincuorata e, da tempo pentita, Le fu spontaneo iniziare a raccontare. Confessava a Dio la sua terribile storia di sogni, di dolore e di emarginazione, fino alla seduzione del peccato, alla totale solitudine dopo la partenza dell’ignaro marito verso terre e popoli sconosciuti, in cerca di un lavoro stabile per poter farsi raggiungere dalla famiglia. Senza che il prete confessore glielo chiedesse, Lei avvertì il bisogno di raccontargli le circostanze e l’ingenuità che l’aveva spinta a scivolare nel peccato, di cui ignorava la iconoclasta gravità. Desiderava ardentemente poter espellere dal guscio del cuore ogni supplizio patito e che ancora era lacerante e sanguinante dentro di lei, facendola soffrire in tutte le parti del corpo. L’inferno che ancora la tratteneva a bruciare, Lei l’aveva attraversato in tutti i gironi, dove Dio l’aveva severamente punito a causa del suo sacrilego peccato. Il prete, con parole dure ed adeguate, le spiegò la sua trasgressione ad una delle promesse fatte a Dio, al momento del matrimonio; né potette tacere, inondata da una tempesta di lacrime, le disumane violenze subite dall’assalto notturno dei tre tedeschi sbandati e disertori che, sfuggiti alla rigorosa sorveglianza della pattuglia in servizio, sospingendo, a motore spento, una vecchia gip militare fino all’inizio di una discesa, erano spariti dal gruppo, inghiottiti dal buio e dal silenzio. Avevano gironzolato per i paesi collinari di montagna e vi erano rimasti, anche a guerra conclusa, insediandosi nelle case dei poveri e rimanendovi a lungo, costringendo le famiglie ad accettarli e servirli, sotto la minaccia delle armi. La loro pericolosa presenza era stata segnalata alle autorità, che esercitavano la loro funzione di protezione civile e militare affiancate e, nel contempo condizionate, dalla sorveglianza dei vincitori, che non ritenevano opportuno disperdere le loro forze, per andare alla ricerca di un paio di disertori nemici. Il loro compito era quello di inseguire le milizie tedesche in ritirata, per liberare il suolo italiano ed europeo dalle violenze, dalle vendette e dai genocidi, di cui i nazisti si erano serviti, per affermare la superiorità del popolo tedesco, il solo degno di guidare il mondo, eliminando ogni etnia diversa e ogni individuo, affetto da mali e da anomalie, bruciandoli vivi nei forni crematori senza alcuna pietà o rinchiusi nei lager tra torture disumane, privi di forniture di cibo sufficiente alla sopravvivenza o costringendoli ai lavori forzati fino allo sfinimento mortale. La spiegazione del confessore, la confortò facendogli trasparire la speranza di poter essere perdonata, anzi di essersi guadagnata l’attenzione divina per il devastante martirio sofferto. Avrebbe dovuto pregare ogni giorno per poter espiare la propria colpa e far crescere benedetta la creatura che stringeva tra le braccia. Allora la donna si rese conto che popoli interi avevano subito più di lei le persecuzioni della barbarie umana e che, se la crudeltà disumana di belve assetate di morte fino ad infliggere uno spietato destino e lasciare alle famiglie e ai bambini dei “sommersi” un inesorabile patrimonio di piaghe e di sangue, sopprimendo nelle fiamme incandescenti la propria carne nei forni crematori o incatenati ai polsi tra di loro i propri fratelli e con un macigno legato ai piedi del primo martirizzato, affidati alle vertigini del vuoto o facendoli inghiottire nelle viscere buie delle sotterranee gole del Carso e si sentì un po’ sollevata dal dolore dell’infoibamento che l’aveva reclusa così a lungo, spegnendo in lei ogni sollecitazione a vivere. Per un attimo, durato quanto un battito di ciglia, nei suoi occhi scintillò un palpito di luce, che folgorò anche il confessore come l’ago di un fulmine, che trovò le giuste parole per invitarla ad andare presso l’altare e pregare secondo quanto prescritto. La donna, sembrò ritrovare improvvisamente un residuo di forza per alzarsi dall’inginocchiatoio del confessionale e, stringendo più fortemente al seno, Manuel che ancora dormiva, si diresse verso i gradini dell’altare, preoccupandosi di osservare attentamente il pavimento di quel sacro suolo, per poter prevenire eventuali inciampi spiacevoli. Appena fu vicina ai gradini dell’altare, si sentì vacillare e crollò distesa come un cencio sparso sui gradini. Il bimbo sfuggì dalle braccia materne e sbattè con il capo sullo spigolo di un gradino. Emise singhiozzando un gemito che attraversò flebilmente le arcate del santuario e poi si spense in una tomba di silenzio. Intanto Francesca dava segni confusi di ripresa. Poi sguainò lo sguardo sul bimbo che aveva ripreso a dormire. Senza destarlo, irruppe in una invocazione:

“ Oh! dolcissima Madre Santa, tu che , per volere divino, sai leggere nel mio cuore, tu sai quanto dolore ha distrutto la mia esistenza e martirizzato questa mia creatura, per la quale mi sento morire ogni giorno, Ti supplico, come hai voluto salvare dal male altre vite, ti supplico con le poche energie che mi restano, salva dal male che lo tormenta fin dalla nascita, questo innocente che anche ti appartiene. Tu sola hai questo potere, concedimi questa grazia, ti supplico. Guarisci il mio bambino, in modo che, quando sarà ora, potrà uscire dall’isolamento, per poter giocare con gli altri bambini.”

 Nel santuario piombò il silenzio. Francesca rimase in attesa con le labbra cucite su un gradino, tra una tempesta di guaiti e di lacrime, in ascolto di un qualche segnale proveniente dall’alto, che indicasse la concessione del miracolo. Il santuario, ancora avvolto nella penombra, incominciò ad essere trafitto da un ago di sole, che lampeggiò sui banchi lucidi di vernice e rimbalzò ad angolo verso l’alto. A questo punto, la donna volse lo sguardo verso l’icona che custodiva la statua della Madonna del Tindari, che tratteneva sulle ginocchia un bambino. Ambedue erano rimasti immobili come il marmo. La madre aveva il volto verniciato di nero e allo sguardo implorante di Francesca, rimase inchiodata alla sua immobilità con gli occhi gelidi, immersi nel vuoto, indifferente ad ogni supplica. Appena il diluvio del pianto rallentò, dal velo sottile e smagliato, emerse il colore ebano del volto e delle mani della Madonna. A tale visione inaspettata, Francesca vacillò, assalita da confuse vertigini. Scioccata, ritrovò un briciolo di energia superstite e istintivamente si voltò a guardare il bimbo che ancora era avvolto nel sonno, senza mostrare segnali di vitalità. Allora come una bestia feroce, colpita dal piombo del cacciatore, incominciò ad urlare disperatamente:” Oh! mali pi mmia”, mali ppi mia! Maliditta a me sfortunata. Aiu i pedi nsangati, l’ossa rumputi e vinni di luntanu ccha, passandu ‘nte lupa, cu scantu e cu maru ‘nto cori, vinni cca ca spiranza di prigari pi aviri na grazia; invece vinni pi vidiri na Madonna nira, chi mancu vaddo’ me chi cianciva e u figghittu chi non si muviva” ( O maledetta io, maledetta me sfortunata. Ho i piedi insanguinati, le ossa rotte e sono venuta qui, passando attraverso la tana dei lupi, con la paura e con l’amarezza nel cuore, sono venuta qui, con la speranza di pregare, pregare e pregare per implorare la Grazia.. Invece sono venuta per vedere una statua nera, che nemmeno mi ha guardato mentre piangevo, né ha volto lo sguardo sul mio bambino paralizzato)

Così imprecava e si stava affogando nell’immenso dolore, quando, con il bimbo incollato al seno, come una dissennata volò verso l’uscita del santuario e subito si trovò appoggiata alla vicina ringhiera di legno che fungeva da salvaguardia a chi si sporgeva per respirare aria pura proveniente dal mare sottostante, correndo sulla azzurra pianura delle acque che si estendeva fino alle Isole. Si sentiva inanime e si affacciò alla balaustra per respirare più profondamente, ma nello sporgersi, il bambino murato nel sonno, le scivolò dalle braccia e rotolando, sul ripido pendio, sprofondò nel limpido mare, subito risucchiato dalle onde. La madre, come svegliatasi da un incubo, gridando e piangendo, fissò lo sguardo nel punto, dove il mare le aveva rubato la sua sfortunata tenera fronda. In quegli istanti, emergeva dalle acque turchine, una lingua di sabbia bianca e sottile che, appena si mosse, subito si espanse nei lineamenti di un angelo ricoperto di bianco, che repentinamente si trasformò in un angelo con le ali aperte, come se volesse spiccare il volo verso l’ignoto o verso la vita. Un’onda di sangue si franse improvvisa sui bulbi oculari, mescolandosi al grondare del pianto, mentre una vampata di fuoco le arrossò la fronte, il sangue le divampò nelle vene e il suo corpo diventò un arroventato falò, tanto che incominciò a tentare di scrollarsi di dosso tanto inferno rovente, con movimenti contorsionisti e inarrestabili, come la chioma di un albero frustata da un fortissimo vento, che lo depreda di ogni foglia. Il suo corpo, deteriorato dalle fiamme interiori, sembrò liquefarsi e incartare i propri lineamenti di creatura umana in una annerita pietra lavica. Il sasso inerte perse la sua stabilità e rotolò come una saetta sul pendio, sprofondando nei gorghi che esplosero dal cratere creato dal rimbalzo dell’acqua sotto l’urto potente del masso, ingoiato dalle profondità marine. Il corpo bruciacchiato di Francesca emerse sul mare come uno scoglio imbalsamato, con gli occhi fissi e immobili puntati sull’angioletto che, come un pinguino scodinzolava nell’acqua, come per raggiungere lo scoglio e penetrarlo per costruirsi il suo nido per sempre. Ma non riuscì a realizzare il suo sogno e rimase a spalmare le sue ali dorate sulle onde, in balia dei flussi marini. Da allora, i pellegrini, prima di entrare nel santuario, si sporgono dalla balconata sul mare e si fermano a riflettere sul misterioso segreto custodito dall’oscillare delle ali dell’angelo e dal silente osservare dello scoglio in cui vive ancora il simulacro di una madre piangente che naviga con lo sguardo nel vuoto. In quel vuoto surreale riecheggerà nel tempo la triste storia di un ombelicale amore, ucciso da una condanna del fato, di cui è impossibile intuire il simbolico messaggio celeste. Chi verrà a vederti, sosterà a lungo a riflettere sul tuo subliminale cammino, cosparso (io lo so) di aghi arroventati che hanno crivellato il tuo cuore, il tuo corpo, il tuo cervello, i tuoi occhi, i tuoi piedi, il tuo seno e le tue mani dorate, la tua incredibile storia che continuerà a brillare negli evi futuri, sostenendo il cammino dell’uomo nel più denso buio della storia.

“Ma la tua storia d’amore e di disumana sofferenza, invece, sarà sempre viva nel prosieguo del mio viaggio, in cui il ricordo indelebile mi sosterrà nei momenti più imbrigliati della vita.” 

Capitolo II

1

Sono nella mia stanzetta, dove studio chiuso a chiave, per non essere distratto da improvvise irruzioni di persone da me non gradite, che un tempo venivano a trovarmi per riferirmi di scandali o di eventi poco gradevoli e a ricamarvi sopra commenti personali e correlazioni insinuanti con storie pregresse dei protagonisti o vittime di pettegolezzi del giorno. Spesso dalle maligne polemiche sui membri dell’Amministrazione locale, trasferivano i loro velenosi commenti sui molti problemi nazionali, interpretati sempre in modo negativo, evitando programmaticamente osservazioni costruttive, da cui traspariva faziosità e sadici giudizi su ogni persona pubblica o privata. Ho dovuto sopportare la malvagità, con amarezza e rabbia, perché si erano cristallizzate in me ideali trasparenti, fin da quando mio padre ogni sera, prima di cena, si soffermava seduto al banchetto di lavoro e con il libro trattenuto dalla mano come su un leggio, con l’indice della destra sollevava delicatamente lo spigolo in alto della pagina, senza lasciarsi distrarre dall’eventuale cliente che molto spesso lo andava a trovare, perché in paese non esisteva, oltre alla Chiesa che era aperta solo di giorno per la celebrazione della S. Messa mattutina e per le persone che sentivano il richiamo interiore della preghiera, alcun altro punto di incontro, dove poter conversare e raccontarsi reciprocamente le proprie esperienze del faticoso lavoro in campagna, l’attesa della stagione della semina del grano, i tumuli raccolti e la quantità del cereale prodotto; si scambiavano il giorno stabilito per la raccolta delle fave, dei piselli, dei fichi, delle patate, delle castagne, delle noci, della raccolta delle ulive, della vendemmia, prevedendone le quantità della produzione e, chiamandosi “Compare”, concordavano le date per ogni necessità e l’impegno di scambio della manodopera gratuita, perché non possedevano il denaro necessario per ingaggiare operai, attraverso l’ufficio di collocamento al lavoro, che in paese non esisteva, e il più vicino era a Barcellona P.G., distante 30 Km, da percorrere a piedi andata e ritorno, con tempi di attesa imprevedibili, perché era sempre affollato da persone provenienti dall’intero territorio. Era l’unica sede, dove convergevano tutti i senza lavoro per iscriversi nell’elenco dei disoccupati, in cerca di lavoro anche occasionale, o per poter usufruire dell’assegno di disoccupazione, per poter suffragare i debiti contratti con l’unico bottegaio del piccolo centro, che con il calesse, su un percorso in terra battuta, che spesso traballava nelle pozzanghere o nelle buche lastricate a distanza di pochi metri. Era un omone con baffetti alla tedesca e con un pancione uguale a un personaggio simile a Il Balordo, protagonista dell’omonimo romanzo di Piero Chiara, che dal cuore versava allegria e speranza attraverso le note della sua cullante musica, ed era felice della sua inconsapevole ebetudine. Il modo di vivere, nel paese era rimasto immobile, come in un continuo medioevo. La distanza tra i quattro nobili superstiti dell’intera provincia, che si erano trasferiti a Messina in moderni appartamenti di lusso, trascorrevano l’estate nel signorile palazzo , costruito nel centro pianeggiante della marca o della baronia, dei loro possedimenti molto vasti, dove lavoravano come servi della gleba, intere famiglie, che vivevano nella miseria e nella schiavitù senza alcuna possibilità alternativa, dove il padrone del feudo era anche il padrone della loro vita, del loro corpo e della loro anima. Tra i più ricchi e potenti erano i marchesi M. e i D’A… i baroni A. e G., che erano anche proprietari di mandrie di ovini, caprini, di suini e di mucche, molto redditizi, sia nel settore caseario, che in quello della fornitura di carne ai macellai dell’intero comprensorio. I poveri che non sopportavano il freddo dell’inverno e spesso si ammalavano (o si spegnevano), senza poter essere curati, o avevano figli in età scolare, obbligati dalla legge alla frequenza scolastica, si trasferivano nelle anguste casette che erano riusciti a costruirsi con le proprie mani, grazie ai prestiti concessi dal bottegaio, che era divenuto la banca di tutte le persone affidabili che garantivano la restituzione delle somme prestate, con gli interessi concordati, in forma rateale. Perciò, allevavano anche maiali nel porcile costruito accanto alle case o a pian terreno del fabbricato abitativo. Anche qui era sorta la Fontamara dell’estremo Sud e i principi Torlonia, come altri numerosi Gattopardi Siciliani, con la fondamentale differenza di cultura, di razionalità e di una più umana visione “in progress” della vita e della storia. Anche qui erano cresciuti i don Abbondio o il prete don Abbacchio, di Fontamara, sempre pronti a gozzovigliare alla pingue tavola dei plutarchi, somiglianti a marionette, invisibilmente manovrati dai generosi tiranni, che con la loro ombra coprivano le loro sporche manovre di espansione territoriale o il monopolio totalitario e quasi sempre delittuoso, della brama sessuale. Si narra ancora di quel famoso marchese che soleva recarsi a Napoli, ritornava dopo qualche settimana e ripartiva la settimana successiva. Nessuno conosceva le motivazioni di quei frequenti viaggi. Un giorno non tornò più e i colleghi non si preoccuparono per lui, che da qualche tempo evidenziava un verdigno pallore nel viso e nei suoi sproloqui, radici profonde di qualche segreto malessere. Loro pensavano solo ad organizzare costosi festini e sfogavano le frustrazioni sessuali e psicologiche nei bordelli messinesi, sotto la copertura segreta dei proprietari delle “case protette”, che riservavano a loro fasce di orario precise, quando le untuose pareti del postribolo erano deserte di clienti. Erano diventati troppi, anche le fila di minorenni che ingorgavano la saletta d’aspetto, mentre attendevano il loro turno. I clienti più distinti venivano fatti uscire da una porta sul retro che sboccava in un vicolo deserto, storico pisciatoio di cani randagi, perché volevano mantenere segreta la loro vituperevole frequenza di nobili, melensi nel linguaggio e nei rituali, ma puzzolenti nelle viscere, e decaduti nel disastro economico e nel dissolvimento di ogni grumo etico. Un tempo, orgogliosi del baciamano dei servi, ora sopraffatti dai debiti, incominciavano a svendere appezzamenti dei loro feudi, relegati in Circoli dei nobili, prima sede di lupanari indecenti e poi chiusi dalle autorità per ovvi motivi, destinati a logorarsi nell’inutile gioco a carte, alla dama, agli scacchi, al ramino, all’ infantile giochetto delle tre carte, dove prevaleva il trucco, e nessuna particella di raziocinio, totalmente raso al suolo dal dissennato richiamo di ogni tipo di piacere e dalla esasperata efferatezza. Erano diventati ectoplasmi galleggianti e covi nocivi di trasgressione perversiva della già fiorente società borghese, affermatasi in tutta la penisola. La distanza tra le due Italia si andava velocemente dilatando. Il Nord continuava a progredire, grazie al dilagante sviluppo industriale e ai vertiginosi guadagni commerciali, che i grandi capitani della ricchezza riuscivano a depositare segretamente nelle banche dei paradisi fiscali o investivano nell’acquisto di piccole isole, trasformate in lucrose mete turistiche o in personali alcove di califfi occidentali, mentre gli sbandati disoccupati del Sud, abbagliati dal miraggio del boom economico, correvano verso l’opulento triangolo economico del Nord, affollandosi dietro i robusti cancelli delle fabbriche o di qualsiasi centro produttivo, impetrando l’elemosina di un anche precario lavoro, in attesa di poter trovare un lavoro migliore. Erano gli emigranti del Sud, i cui padri avevano combattuti e, in gran parte, si erano immolati all’insegna dell’Unità nazionale, allettati dalle promesse garibaldine, espresse nel proclama di Salemi, ma subito tradite dalla strage di Bronte, eseguita dai soldati guidati da Bixio, per sedare una rivolta di contadini, lanciati alla conquista delle terre, come testimoniano gli storici e lo stesso scrittore Vincenzo Consolo nato a Sant’Agata Militello (ME), nel suo capolavoro “Il sorriso dell’ignoto Marinaio, dove lo scrittore racconta come erano caduti nei solchi da loro scavati, intere famiglie di contadini, atavicamente sfruttati e straziati dai soprusi dei feudatari, sempre alleati o detentori del potere assoluto. Numerosi furono gli episodi di rivolta locale spontanea, senza alcun coordinamento tra loro e, perciò facilmente soffocate, con le armi dei fantocci dei nuovi aspiranti padroni, Tra le altre, grazie all’immenso amore per la sua Sicilia, un inedito contributo di conoscenza fu dato dal cantore entomologo della storia dell’Isola, radiografata negli interstizi sociali di diverse epoche, Andrea Camilleri, che sulla traccia di una vagante tradizione popolare, scoprì una strage dimenticata, nell’omonimo racconto storico, ricostruito in seguito al ritrovamento di un elenco di persone, uccise nell’incendio del palazzo-carcere, dove erano stati reclusi 113 contadini innocenti, strumentalmente accusati di sovversivismo, al tempo in cui viaggiava nell’aria l’eco di una progettata liberazione della Sicilia e di tutto il Sud dalla oppressione borbonica. Camilleri, nel suo racconto, sigla l’autenticità della strage, riportando il suddetto documento ritrovato con la relazione mascherata degli eventi e con l’elenco dei nomi, cognomi e date di nascita delle vittime, sottoscritta dal responsabile militare del palazzo incendiato. Si potrebbe anche ricordare il memorabile documento narrativo Qualcuno ha ucciso il generale di Matteo Collura che ricostruisce l’intera epopea della rivolta e delle illusioni siciliane e meridionali, attraverso il candore ideologico di un eroe popolare, un calafato, che combatte al seguito di Garibaldi, conseguendo incredibili vittorie tanto da essere definito il Generale, che continua la sua battaglia anche in Calabria, fino all’incontro nella sede municipale di Napoli, dove si incontrarono pubblicamente i veri protagonisti occulti dell’inganno meridionale. Il generale, deluso, si ritirò nella sua campagna palermitana, dove amareggiato intraprese l’attività del contadino. In realtà, segretamente si incontrava con altri importanti patrioti con l’intenzione di riprendere la lotta di liberazione dell’Isola. Ma l’oculatezza segreta dei suoi ex amici, scoprì i programmi segreti dei cospiratori e, mentre sul calesse il Generale viaggiava verso Palermo per svolgere una missione relativa alle intenzioni del gruppo da lui rappresentato, fu fulminato dai colpi di una lupara che ne troncò il respiro. Le narrazioni degli scrittori sopracitati, fondano su documenti e testimonianze reali, le imprese dei protagonisti, obbedendo al teorema manzoniano sul romanzo che sostiene la tesi della verosimiglianza, cioè un racconto fedele alla progressione storica degli eventi, innestando all’interno le vicissitudini delle vittime, dandone l’esempio con il suo grande romanzo “I Promessi Sposi”, ma anche con le “Tragedie”, i cui protagonisti, come Ermengarda e Adelchi sono protagonisti di storie vere, in cui i protagonisti sono i reali testimoni della loro storia. Anche nel nostro paese, come raccontava stando seduto sul muretto della piazza ai numerosi astanti, si verificarono rivolte contadine e assalto alla conquista delle terre di Piano Margi sui Peloritani, avuti in affitto dal barone Capizzi. Don Santo, detto Mezzopiede,per un proiettile ricevuto durante la rivolta, raccontava la cruenta rivolta locale, più nota come “assalto alle Terre”. Di quella rivolta i contadini di Bafia erano molto fieri. Rimasti delusi dalle mancate promesse garibaldine, avevano continuato a coltivare dentro il malessere per le inutili immolazioni per l’unità della Patria, che ,invece,li aveva ricompensati con l’introduzione di misure fiscali esose,in rapporto alle loro possibilità di solvenza. Era stata imposta la tassa sul macinato,che incideva moltissimo sulla vita delle famiglie,che annualmente programmavano una produzione di grano, sufficiente per ogni famiglia, i dazi triplicati sul bestiame, sui prodotti importati dall’opulento Nord, persino sul sale, trasformando in tal modo il Sud in una vera colonia del Nord. In tale contesto, il numero dei figli era molto importante per la lavorazione delle terre coltivate dalla famiglia. Quando, il 24 maggio del 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Impero austriaco che ancora governava sulle terre irredente Trento e Trieste, dove i patrioti segretamente attendevano la Liberazione. Le autorità locali per convincere i renitenti a partecipare alla guerra, girarono personalmente per i paesi, promettendo i vantaggi non concessi dopo l’avventura garibaldina, alla fine del conflitto. Garantirono anche che i loro figli avrebbero avuto un avvenire diverso. Gli Italiani furono decisivi per la vittoria contro gli Imperi Centrali,ma la vittoria non fu gratificante per l’Italia, che parlò della vittoria mutilata, ma nemmeno mantenne le promesse di assegnazione delle terre. Una delegazione di cittadini si recò al Comune,per chiedere il rendiconto al Sindaco, che non si fece trovare in sede. Il comandante dei Vigiloi, dopo aver conosciuto le ragioni della loro presenza al Comune, assicurò che avrebbe riferito lui al Sindaco e che avrebbe provveduto ad avvisarli di quando il sindaco li avrebbe ricevuti. Dopo un mese, ancora non avevano avuto alcuna notizia. Allora, Don Santo, che si diceva avesse vinto un’ottima somma al gioco del Lotto e godeva di molto rispettn paese, convocò in piazza gli abitanti e tutti aderirono alla sua proposta di impossessarsi autonomamente delle terre promesse e, rastrellate tutti i tipi di armi che possedevano in casa, si diedero appuntamento nella piazzetta di Mulinella per il giorno successivo. Partirono in fila indiana arrampicandosi per il sentiero, cantando inni insurrezionali. Arrivati a Margi, incominciarono a trasportare massi dal Castello di Margi, formato di una ben solida e affilata montagnola di pietra, da cui lo sguardo si stendeva sull’intera valle sottostante che apriva le labbra sulla vasta pianura del mare fino a Capo Milazzo e al promontorio del Tindari,e iniziarono i lavori della cinta muraria che proteggeva i rivoltosi da qualsiasi assalto. A sera, l’opera era conclusa, Tutti si riunirono al centro del vasto pianoro per brindare al successo dell’impresa,ma inaspettatamente la gioia si tramutò in paura. Infatti, mentre le labbra rosa del sole si piegavano a baciare la limpida linea infinita del carezzevole mare, l’aria fu lacerata da una scarica di proiettili partiti da una fila di fucili innalzati da dietro il muro. I congiurati fuggirono per ripararsi dietro i tronchi degli alberi o si acquattarono per terra dietro un cespuglio. Nello stesso istante, i militari,saltando, riuscirono a penetrare all’interno della cinta, i contadini reagirono sparando anche loro o aggredendo il nemico con altre armi. Molti furono i feriti e le grida dei più gravi s’innalzarono al cielo. Gli altri fuggirono in diverse direzioni. Don Santo aveva il piede destro molto sanguinante e,per evitare di morire dissanguato, scivolò giù nel sentiero sottostante,dove aveva legato le briglia del mulo al tronco di un albero, riuscì a saltare sulla sella dell’animale e volò verso casa. La moglie e la figlia erano in ansiosa attesa e appena lo videro ferito e sanguinante,piangendo,lo trascinarono dentro,lo deposero sul letto, gli medicarono la ferita e,dopo che l’uomo,stremato e dissanguato,crollò nel sonno, si trasferirono nella stanza attigua per lavare i panni insanguinati e preparare una cena adatta al paziente. Da allora don Santo fu soprannominato Menzupedi. Rimessosi in salute,ogni pomeriggio si recava in piazza, si sedeva sulla panchina per riscaldarsi al calore dei raggi del sole e, appena si raccoglieva attorno a lui una ben nutrita folla, incominciava a raccontare l’eroica avventura, ma nel finale del racconto,diventava triste,perché ignorava come sarebbe andata a finire. Vennero,un giorno, i gendarmi, gli misero le manette ai polsi e lo trascinarono via con una camionetta militare. I presenti rimasero gelati,senza riuscire a profferir parola. Alcuni scoppiarono in lacrime. Dopo una settimana,la stessa camionetta percorreva la via bombardata da buche,e si fermava in piazza vicino alla panchina di don Santo Menzupedi. Improvvisamente la piazza si ripopolò e il carcerato fu accompagnato presso la stessa panchina da dive era stato prelevato. Le labbra di Don Santo traboccavano di gioia, tirò fuori dalla tasca una vusta rossa, estrasse il foglio e ad alta voce incominciò a leggere. Era il documento con rogito notarile con cui il Sindaco concedeva il possesso definitivo delle terre di Margi a chi le aveva lavorate, con nomi cognomi,data di nascita,numero civico e numero di particella spettante a ciascuno, con allegato il contratto di acquisto da parte del Comune delle terre già di proprietà del barone Galizzi. Fu un momento di festa collettiva. Don Santo fu preso sulle spalle e portato in processione per le vie fangose di Bafia. La festa si prolungò per una settimana, ma il racconto della rivolta fu ripetuto per anni da don Santu Menzupedi che si immaginò come l’eroe dei servi della gleba e come tale la storia eroica del paese continua ad essere raccontata.  Nel minibar del paesino, i contadini si incontravano a chiacchierare dei problemi della coltivazione dei campi, esprimevano la loro amarezza per i figli che si erano immolati per la patria, e alcuni piangevano perché quelle amate braccia troncate dalle truppe nemiche erano venute meno non solo all’affetto dei loro cari ,ma anche alla terra che in parte rimaneva incolta e le famiglie stentavano a sopravvivere. Don Santo, energicamente li spronava, mentre giocavano a carte, mettendo in palio un bicchiere di vino e conversando anche di vari loro problemi. Aveva imparato a memoria questi versi,da lui creati in dialetto e tradotti in italiano dal prof. Lonza, originario di Bafia e, per mancanza di possibilità economiche, emigrato al Nord per continuare gli studi in un collegio dei Salesiani, con una lettera di presentazione del parroco del paese:

 Nel bar si gioca a carte si discute

del salario dell’anemico lavoro

si contano i giorni necessari

per la mutua gli assegni familiari

si spera nel cantiere forestale

per la dote dei figli per la casa

per le cambiali del televisore

 Nei petti tatuati dalle pene

don Santo tenace giocatore

rinserra la speranza della vincita

 per felpare sorsate di miseria

 – Fate come me tentate la schedina

pregate i trapassati

che vi dettino nel sogno la cinquina

in questo paese lazzarone

non c’è altro rimedio salutare –

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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