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Carmelo Aliberti BRICIOLE DI UN SOGNO 2 capitolo

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In tanto avvelenato fermento, “U Mozzu”, nonostante le sue importanti amicizie politiche, temeva che ci sarebbe stata una richiamata alle armi dei reduci della prima guerra mondiale, già esperti di tecniche e di strategie militari. Allora continuava la guerra per la sopravvivenza per la penuria di cibo, causata delle radicali devastazioni belliche sia nella produzione agricola, aggravata dalla coscrizione obbligatoria che aveva sottratto alle famiglie anche i figli, braccia utilissime ai vari lavori campestri per migliorare le condizioni economiche del proprio nucleo familiare. I “picurara” incominciarono a lamentarsi per la paga insufficiente, con cui non riuscivano più a sfamare la famiglia. L’insofferenza, con il progredire del tempo, diventò “litania”, tanto da indurre il padrone a convocare una riunione dei dipendenti per sondare la situazione. Tutti fecero un inchino con la coppola in mano, passando davanti al loro datore di lavoro, che si mostrava rigido in volto e apparentemente preoccupato. Quando tutti furono presenti in piedi, la voce del padrone si alzò minacciosa, chiedendo:” Vi sento borbottare spesso, ditemi per quale motivo”. I pastori intimoriti tremavano, ma il più anziano rispose:” Non possiamo più vivere con la misera paga che ci date. Tutto è diventato molto più caro, anche il pane è carente e le nostre famiglie non resistono più alla straziante miseria. Perciò, siamo costretti a chiedere a “Vossia” un aumento del salario. Mi perdoni, ma Vossia certamente capirà la nostra precaria situazione”. Il padrone finse una certa disponibilità, dichiarando che i tempi erano precari pure per l’azienda che aveva diminuito i ricavi, per la minore richiesta del mercato, causata dal disastro della guerra. “Comunque, io per correttezza verso i nostri amici mandriani, non disposti a prendere in considerazione alcuna richiesta, andrò a Roma per esporre la nostra situazione al re, a cui salvai la vita sul Bainsizza, facendo da scudo con il mio corpo ad un proiettile volante verso di lui, rimanendo ferito in un braccio . Perciò, spero che ci potrà aiutare. Subito Don Giuseppe partì per Roma. Si assentò per 10 giorni. Ma, invece di andare a Roma, rimase in paese, senza farsi vedere da nessuno, e trascorreva le notti a letto con le mogli consenzienti dei suoi dipendenti. Quando terminò il suo giro, di notte imboccò la strada del ritorno “o pagghiaru”, dove era atteso ansiosamente dai pecorai. Appena i “picurara”udirono lo scalpitio del cavallo, si precipitarono fuori dai pagliai e si riunirono al centro della mandria silenziosi. Sceso dal cavallo il padrone, i mandriani in coro chiesero: “Culatrittu, culatrittu, chi vi dissi u re”. Il padrone non rispose subito, ma esalava dalle labbra un incomprensibile balbettio e poco dopo, incalzato dall’ansiosa attesa dei suoi dipendenti, improvvisamente gridò: “u re mi dissi chi si cuntinuati a dumandari aumenti di salariu…mi dissi…mi dissi…mi dissi…mi vi sparu” A tale grido roboante come un tuono, tutti in un attimo scomparvero, inghiottiti dai pagliai. La beffa era stata incredibile, ma le condizioni di vita si aggravarono perfidamente. In Italia dilagava il disordine in tutti i settori della vita pubblica e privata. A causa della penuria di cibo che generava un esplosivo malessere sociale, che si manifestava in continui e sempre più pericolosi scioperi e rivolte, sostenuti dai sindacati organizzati. l’ordine pubblico traballava. Nella rissa rovente, emerse un uomo, già militante socialista, che prese in pugno il gigantesco movimento del malessere, e con i suoi fedelissimi organizzò la famosa “marcia su Roma” che fu indolore e rese facile la conquista del potere, in quanto il re imbelle, consegnò le chiavi del potere a Mussolini per ripristinare l’ordine pubblico. La storia d’Italia voltò pagina e furono anni bui per il popolo italiano, su cui si scrissero centinaia di libri in Italia e all’estero, che illuminarono gli orrori e le sopraffazioni, la persecuzione e le vendette contro i dissidenti, le condanne a morte, le torture, le espulsioni dai pubblici uffici e le fughe, il confino, soprattutto per scrittori e intellettuali di ogni genere, il divieto di accesso ai servizi pubblici e la cancellazione dalle liste di occupazione di coloro che non sottoscrivevano l’adesione al regime, una capillare attività dei servizi segreti a protezione dei titolari del regime. Capitò anche ad un mio parente, che, anche a causa della penuria di lavoro che si espandeva nei paesi limitrofi, maturò con entusiasmo patriottico l’idea di arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri. Le informazioni, fornite dal maresciallo della locale stazione dei Carabinieri, erano eccellenti. Perciò fu subito assunto. Nel primo anno di prova, svolse la sua attività in una pericolosa area della Sicilia occidentale, infestata da banditi e dalla mafia della lupara, contro cui si era coraggiosamente misurato con lode dei suoi superiori. Ma, dopo la conquista del potere da parte del Duce, venne espulso dal nuovo regime, per non aver sottoscritto la sua adesione al nuovo governo dittatoriale , né poté iscriversi nelle liste di collocamento, perché non aveva accettato la tessera del Fascio. Venne anche privato di ogni elargizione di risorse di sostegno alla povertà. Un giorno, recandosi nella sede centrale del Comune di residenza per la richiesta di un certificato di nascita, l’impiegata all’anagrafe, una Circe smisurata traboccante dai braccioli della poltrona, lo vide fuori del suo ufficio e lo invitò ad attendere, perché ancora l’ufficio non era aperto e bisognava rispettare l’orario di servizio. Nel frattempo, salì il vigile urbano  ben conosciuto dal mio parente e gli disse: “Peppe cerca di scappare subito via, perché la signora sta chiamando i carabinieri per arrestarti. Non uscire dal portone principale, ma dalla porta secondaria e imbocca la scorciatoia tra i “ruuleddi di Culedda” dove raramente transita qualcuno e, giunto a casa, rifugiati da “qualche parte sicura, finchè la piena non cessa.” L’uomo seguì le istruzioni della guardia amica. Ma la sua sopravvivenza fu molto difficile. Infatti non riusciva a trovare alcun lavoro . Tutti avevano paura di accoglierlo nella loro bottega, dagli artigiani, ai calzolai, dai falegnami, o come bracciante agricolo o come giornaliero in qualsiasi attività anche come garzone nelle mandrie dei pastori. Furono giorni di fame, fino a quando un anziano ciabattino del paese, che lo conosceva da bambino, commosso di fronte alle persecuzioni che il giovane subiva e sapendo che da tempo era fidanzato con una onesta ragazza del luogo e si era arruolato pure per potersi sposare, lo accolse come apprendista nella sua bottega, dove amorevolmente gli insegnò il mestiere. Considerata la ottima competenza nel lavoro, avendo molti impegni di consegna, lo trattenne come suo collaboratore , a cui incominciava ad affidare lavori e incarichi di fiducia, che il picciotto scrupolosamente espletava, avvertendo dentro di sé l’orgoglio di potere, in tal modo, ricambiare l’affetto con cui era stato accolto e trattato da don Vincenzo. Questi, ormai viveva solo, la moglie era stata corrosa da una lunga malattia e se ne era andata, lasciando in un baratro di dolore e di problemi il caro sposo che devotamente aveva amato. I due giovani figli, che lo aiutavano in tutti i modi , anche andando nella vicina Barcellona P.G. a piedi, prima del chiarore del giorno, per procurargli il materiale necessario per la continuazione del lavoro, come il cuoiame adatto per realizzare gli scarponi pesanti, richiesti perché molto solidi dai pastori e dai montanari che camminavano molto sulle montagne spesso ricoperte di neve abbondante, e tutto ciò che avevano scritto sul “pro memoria”, che loro caricavano in due comode bisacce di tela, trasportandole sulle spalle fino a casa, poiché non esistevano mezzi pubblici di trasporto, né le strade erano idonee ad essere attraversate, perchè cosparse di pozzanghere, e malconce erano le trazzere, adatte solo per il passaggio degli animali. Da quando i figli partirono, convocati dal Ministero per un importante incarico segreto, a lungo don Vincenzo sperò nel loro ritorno, tanto che scrisse una lettera allo stesso Ministero per avere notizie dei suoi figli, ma attese invano una risposta. Dopo sei mesi, si rivolse al Capo di Governo, che godeva fama di essere un rigoroso osservatore delle regole. Trascorso un lungo tempo di fiduciosa attesa, una mattina fredda di dicembre, Don Vincenzo ricevette la visita di una persona sconosciuta che indossava una divisa militare, che si presentò come un alto funzionario della prefettura, inviato per consegnargli una lettera, sigillata con la cera timbrata dall’Ufficio del Prefetto. Il funzionario dichiarò di non conoscere il contenuto della lettera e fece firmare un modulo per ricevuta e andò via. All’inizio dell’orario di lavoro, appena il buon Peppe arrivò al laboratorio, vide la porta chiusa e rimase sconvolto dalla situazione, mai verificatasi, tanto che don Vincenzo, era già in negozio tutte le mattine, quando partivano i gruppi di uomini e donne per lavorare sui monti nei cantieri della Forestale, inerpicandosi attraverso impervi sentieri, dove era facile scivolare e, stramazzando per terra, farsi molto male, come accadde a Giovanni, il mio vicino di casa, che , scivolato, fece un balzo nell’aria, nell’istintivo tentativo di salvarsi, ma si trovò a rotolare sul pendio e scomparve, gridando come un suino, sparato nel macello. Trovarono il corpo ingabbiato tra le fitte siepi, dove era penetrato per la violenza del volo. Era lacerato nel corpo e nei vestiti, con il volto imbrattato di sangue blu. Lo piansero a lungo e continuarono a farlo, seguendo il feretro fino al cimitero, mentre in sei sostenevano con la spalla la bara. La casa con le imposte serrate, sembrava immersa in un sonno profondo ed io inutilmente continuavo a bussare alla porta con sempre maggiore vigore e intensità. Bussavo, bussavo e bussavo, molto preoccupato, con le due mani strette a pugno, e invocavo con palpitante risonanza della voce, il nome di don Vincenzo fino a quando, Micio, un sessantenne speciale che sembrava un ragazzino, spuntò dalla scalinata, vicina al tabacchino, dove solitamente si riforniva di sigarette, prima di iniziare il suo percorso quotidiano, bussando porta a porta, come faceva il medico condotto, salendo da Castroreale per controllare i suoi pazienti, Micio, con un borsa attaccata alla spalla, come cassetta di sicurezza per i numerosi pacchetti di sigarette, regalategli nel suo giro dai paesani che lo volevano molto bene per la sua bontà e per la disponibilità di aiuto verso tutti coloro che avevano necessità di lui, che intuiva ed assentiva con un moto gutturale della voce, perché era balbuziente e si esprimeva con la gestualità e con mugugni. Pochi minuti dopo, era di ritorno con le commissioni ben custodite nella busta. L’intero paese ogni anno festeggiava il suo compleanno, con dolci di ogni specie e con una enorme torta con le candeline, preparate in casa delle famiglie che si dividevano i compiti per l’occasione. Il giorno prima, con il vestito nuovo e il farfallino incollato al collo, le scarpe lucide e la barba ben rasata, Micio girava per le case con gli inviti che porgeva agli invitati con mimica gestualità, mescolata alla voce sorridente e, ottenuta la garanzia della presenza dell’invitato, si congedava con una stretta di mano. Durante la festa, la sua felicità era così straripante, che gli consentiva di pronunciare con chiarezza i nomi di tutti gli amici. Era la mascotte del paese. Sapeva tutto, in tempo reale, era presente agli eventi più importanti e, quando moriva qualcuno, tornava a fare il giro delle case, addolorato, per diffondere la triste notizia. Sua mamma, con paziente tristezza, lo seguiva a distanza senza farsi vedere, perché, se lui avesse intuito di essere controllato, avrebbe reagito con furore. Una sera non rincasò. Sua madre, piangendo, chiese aiuto. In piazza si riunì una gran folla e, dopo aver elaborato diverse ipotesi, si dispersero per rastrellare le vie buie del paese con le pile elettriche. La ricerca si rivelò inutile. Allora decisero di esplorare sui colli e nelle valli circostanti. La ricerca durò tutta la notte con le torce elettriche con la luce vacillante in diverse direzioni, attraverso tutti i sentieri noti di campagna e dei colli ben conosciuti, perché erano i luoghi del loro unico e sperato lavoro. Quando la speranza di trovarlo era diventata fioca, il crescente chiarore dell’avanzare dell’alba appariva all’orizzonte. Gli esploratori amareggiati stavano imboccando la via del rientro, quando un singulto indecifrabile risuonò nell’aria. I ricercatori si precipitarono nella direzione del suono e in una fessura della montagna trovarono Micio disteso con il bavero del giaccone proteso sul viso, per ripararsi dai rigori della notte invernale. A chi gli chiedeva come fosse arrivato lì e dove sarebbe voluto andare, lui puntando l’indice, fece capire che voleva recarsi a trovare Rosario nella mandria con le sue pecore, per assistere alla mungitura e osservare come producevano la ricotta. Si intuì nella risposta, un gesto d’amore verso l’amico che talvolta gli portava una cavagna di ricotta nella sua casetta, abbracciata alle altre in Via Buglisini, dove abitava con l’anziana madre. Appena percepì la difficoltà in cui mi trovavo, corse verso di me, con il mio nome in gola e, senza chiedermi nulla, mi affiancò nello sforzo di aprire la porta serrata della bottega di mastro Vincenzo, da dove non proveniva alcun segno di vita. Infine, riuscimmo con molta fatica a far saltare il grimaldello, le due ante si spalancarono improvvisamente, sbattendo contro gli spigoli del muro, la stanza fu invasa dal chiarore mattutino e, chino pesantemente con il viso incollato al banchetto di lavoro, giaceva il corpo di don Vincenzo come morto. Micio si lanciò come una saetta sul corpo di don Vincenzo e, con chicchi di lacrime che grondavano ininterrottamente dalle sue pupille, scosse con inusitata forza quel corpo dormiente, invocando con forti grida il suo nome, in modo di riuscire a destarlo. Finalmente, gli scossoni e le carezze di Micio, che sosteneva i miei sforzi logoranti, riuscirono a strappare al volto inerte un palpito di ciglia e tutti i presenti traemmo un lieve sospiro di sollievo. Accolsero il risveglio dell’anziano “scarparu” con indescrivibile gioia, e cercarono di capire le ragioni di quel malore improvviso. Per terra era caduta la lettera, che gli era stata recapitata poco prima e, quando la lessero, mio cugino e altri che erano accorsi a quelle grida di pianto, capirono che cosa era avvenuto. Intanto l’uomo andava riprendendosi e, agli amici presenti che lo incoraggiavano con affettuose parole, fuori di sè ripeteva, con l’angoscia che gli serrava la gola: Me li hanno rubati i miei adorati figli..son so dove cercarli, non potrò mai più rivederli..erano il mio conforto, erano il sangue del mio sangue, che avrebbero confortato il peso della mia vecchiaia..Ora sono rimasto solo..nessuno potrà consolarmi nei pochi infausti giorni che Dio mi concederà di vivere ancora…Rosa, Oh! Rosa..Tu che continui a vigilare la mia corsa verso di te e non so dove trovarti..tu, mia dolce Rosa, quanto mi manchi, ma ti prego, ti supplico, guida i miei passi, per poter ritrovare le più fulgide gemme del nostro sacro amore… porterò anche per te i fiori più profumati del nostro giardino, che tu curavi con passione ed amore, che facevano vibrare di gioia i tuoi occhi innamorati e che, dopo la tua partenza, i nostri figli continuarono a custodire per proseguire a renderti onore e percepire nel loro profumo, quello della cara mamma. Ma le mie urla e il tuo silenzioso lacrimare si dissolvono oltre il nulla che “Homo non ardisce di guardare”.

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Mastro Vincenzo, poiché in paese non esistevano istituti scolastici, aveva imparato a leggere e a scrivere, durante il periodo del servizio militare obbligatorio e aveva letto molti libri, i grandi romanzi europei dell’Ottocento, da I Miserabili di V.Hugo a Madame Bovary di Flaubert, da Alla ricerca del tempo perduto di Proust, a Resurrezione e Delitto e Castigo di Dostojevskji , ma puntualmente rileggeva ogni giorno un capitolo de I Promessi Sposi, che conosceva a memoria e la sera, alla fine di un giorno di duro lavoro, recitava ai soliti cari amici e ne spiegava il messaggio etico-religioso, che loro ascoltavano con appassionato interesse. Era molto rispettato, Mastro Vincenzo, in paese, che aveva bisogno di lui anche per scrivere le lettere e rispondere ai parenti emigrati in America e in Australia, incarico di fiducia che lui svolgeva con malcelata gioia. Era presente alle “suddette lezioni” notturne, che si svolgevano nella sua bottega, anche il suo fedelissimo Peppe che poi con molta ammirazione, ripeteva fuori ai suoi coetanei. Don Vincenzo, con un accalorato tono di voce, insisteva soprattutto, sul tentativo del matrimonio a sorpresa di Renzo e Lucia, sempre ostacolato dal signorotto don Rodrigo che si era invaghito della umile e devota Lucia; sull’”Addio ai monti”, con cui Lucia si accingeva a lasciare per sempre il suo paesello, per sfuggire alle insidie di don Rodrigo che organizzava di farla rapire ai suoi bravi. Ascoltando tale storia, l’allievo si sentì vibrare dentro la sua situazione. Ninetta ansiosamente lo attendeva, impegnata nelle faccende domestiche o ad accudire agli agnellini, alla capretta, ai conigli, al maialino, alle galline di razza diversa, procurando il cibo necessario salendo verso l’Aria Moto, un pianoro ricco di erba medica, di fanfazzi, di boragina, con un castagneto, da cui la donna staccava i rami con le verdi foglie o i ricci di castagne e con le ghiande, raccolte tra le erbe del vicino querceto,  e che, ritornata a casa, distribuiva come pranzo o cena agli animali, allevati nella stalla pianoterra, come prezioso patrimonio di vita per l’intera famiglia, rivangando contemporaneamente nello scrigno della memoria il suo sofferto percorso sentimentale, sbocciato un lunedì, sei anni prima. Finalmente, ora che Peppe aveva un lavoro sicuro, anche Maria si diede da fare, per contribuire alle spese familiari, progettando di acquistare a rate, un moderno telaio, come fecero tante altre paesane, che, in tal modo, migliorarono le loro condizioni di vita. Il telaio fu installato vicino alla finestra, dove penetrava molta luce del giorno, agevolando il suo lavoro. I pochi animali rimasti, dopo la vendita degli altri, per pagare l’anticipo del telaio, vennero destinati ad una ulteriore vendita. Così, il piano terra fu liberato, venne cementato e pitturato, divenendo un ambiente accogliente per i clienti, che inorgogliva la stessa Maria. Con i risparmi dei due, poterono coronare il loro sogno d’amore e sposarsi in Chiesa.

Melo, fin da ragazzino, si recava all’Alfarano, per irrigare le piantine di pomodoro, di marandola, di fagioli, di patate, di finocchi e di lattughe, di melanzane, piantate con passione dalla madre. Già da bambino, la mamma lo portava con sé e, durante il lavoro lo lasciava , ancora non autonomo, a giocare con i sassolini vicini alla cesta di vimini intrecciati, sforzando i miei deboli muscoli per continuare a raccoglierli e farli scivolare dalle manine semichiuse nel cestino, come la sabbia da una clessidra. Mentre riassettava i solchi, era attenta a fissare la distanza più adatta ad interrare le radici delle piantine o i semi di altre, per evitare che si soffocassero vicendevolmente durante la crescita, ma continuava a “monologare” con me, che spesso la chiamavo con i miei balbettii, e la dolcezza della sua voce mi incoraggiava a giocare, fino alla fine della sua fatica, stremata ma soddisfatta, perché consapevole che i frutti del suo lavoro avrebbero sfamato la famiglia per l’intera annata. Spesso capitava di vedere una o più fanciulle , chine sul fluire dell’acqua del ruscello, intente a lavare una montagna di panni sporchi di tutta la famiglia, compresi quelli del padre, impegnato a curare la sua mandria di ovini nella contrada montana da Bunata, una vera oasi di pace, rallegrata dall’intrecciarsi dei concerti canori dei merli e del belato allegro del bestiame che continuavano a risuonare soavemente nel cuore della valle, alleviando il duro lavoro del padrone.

Gli anni trascorrevano inesorabilmente, senza che noi, già ragazzini, ce ne accorgessimo, immersi nel gioco. Disputavano partitelle con un pallone di carta arrotolata e ci accanivamo nel trattenere tra i piedi il pallone, trascinandolo fino alla piccola porta, segnata da sassi, fino ad arrivare davanti al portiere, spiazzandolo con una abile mossa e scagliando il pallone in rete. Lo spazio per il gioco era molto stretto, per cui prevaleva un tipo di gioco semplice con pochi passaggi per segnare il gol. Quando ci stancavamo, giocavamo l’ultima partita, la cosiddetta rivincita, e dal risultato si proclamava il vincitore della giornata. Poi, si passava, d’accordo ad altre attività ludiche, o al campanaro, o a “scuccidda” del soldato, o ai cento metri, o la domenica alla caccia al tesoro o ad altro. Ci divertivamo con niente, senza litigare mai. In tale clima di pura amicizia, crescevamo in armonia anche con la famiglia, con cui nei giorni festivi ci recavamo in Chiesa a seguire la Messa e a pregare insieme alla comunità. Il Sabato pomeriggio, al richiamo del suono della campana, eravamo nuovamente in Chiesa per la lezione catechistica.

Un giorno, al tramonto, mentre rincasavo, dopo l’ora di incontro in Chiesa, un arcobaleno di luci variopinte. all’improvviso, solcò velocemente la cuspide del cielo, inzuppando l’aria di aromi sovrumani, così intensamente che mi fecero crollare a terra. Mentre tentavo di rialzarmi, mi sentii venir meno, illudendomi di volare nella scia di quel profumo che inseguivo con tutte le mie energie. Ma nel luccichio che iniziava ad essere inghiottito dal volo verso l’infinito, si configurò un’immagine velata da una cortina di nuvole che subito si eclissò, lasciandomi in balia della meraviglia e del successivo sconvolgimento interiore. Era sicuramente quella creatura celeste, che avevo visto sull’orlo di quelle acque, complici del mio tormento interiore e del destino dei cadaveri dormienti per sempre nel sabbioso letto di quel mare, ora sepolcro di infinite ossa che i pesci di ogni genere avevano spolpato. Fui trascinato anch’io in fondo al mare e provai orrore davanti al cimitero sterminato delle vittime torturate dalla barbarie disumana dei caporali del traffico venale di ingenue creature, catturate con la forza, incredibilmente torturate, straziate violentate, estirpate degli organi vitali, per venderli ai becchini trafficanti e poi rivenduti a poveri martiri, già consunti dal male, nel letto di una clinica privata, gestita dalla malavita incravattata comprata con denaro riciclato, dove sempre venivano compiuti interventi chirurgici da mani incompetenti, chiamati ad operare senza sapere dove.. Chi sapeva cosa avveniva all’interno di quelle mura, taceva con labbra cucite dalla paura di ritorsioni mortali. Mi ricordai le febbrili parole dell’angelo ai confini del mare e incominciai a tremare, sconvolto dal riemergere di quella misteriosa creatura che galleggiava invisibile e silente da tempo in fondo al cuore. Sentivo l’inno religioso cantato in Chiesa e riemergevo dall’inferno sottomarino che aveva stimolato in me il desiderio  dell’impegno politico, che mi indusse a decidere di stare sempre accanto ai lamenti disperati delle persone povere, dei contadini schiavizzati dai padroni terrieri e, sapendo che i primi erano tutti analfabeti, non li informarono mai dei provvedimenti giuridici a loro favore. Costoro consapevoli delle mie idee, bussavano alla mia porta, spinti da un superstite frammento di speranza, per ricevere da me solidarietà e rassicurazione di un impegno concreto per agevolare la soluzione dei loro gravi problemi, scaturiti dall’invidia dei vicini di casa che tramavano insidie pericolosissime contro la loro famiglia, consigliati dalla maga di Novara, che prometteva miracoli fingendo di consultare il “Libro del Comando” e suggeriva di compiere perversi riti propiziatori a casa, in segreto, prescritti da un miracoloso e ignoto Dio che deteneva il magico libro del Comando. Constatato che i tentativi del rituale propiziatorio non sortivano alcun effetto, la megera imponeva un calendario di sedute nel suo laboratorio sotto la sua guida, per operare insieme alcune segrete alchimie, conosciute solo da Lei. E ogni volta richiedeva un obolo volontario, crescente con il perdurare degli incontri, divenendo un silenzioso gesto di gratitudine verso quella missionaria persona che regalava ogni volta un sorso di speranza. Totalmente plagiati, i “pazienti” accettavano di prolungare la durata delle sedute, perché la veggente con la sua ben collaudata tecnica diagnostica preventiva riusciva ad estirpare dalle labbra del paziente, concreti indizi sul problema che stava logorando ogni resistenza nella persona “ammalata” e nei parenti che l’avevano accompagnata. La volta successiva, con finto entusiasmo, ostentava gioiosamente di aver scoperto il segreto del suo malessere e gli prescriveva altre diavolerie impossibili. Dopo un lungo percorso di incontri, per evitare l’epifania dei suoi trucchi, s’inventava soluzioni coincidenti con quanto le vittime le avevano inizialmente confidato. Conclusosi beffardamente il raggiro, la sacerdotessa invitava la vittima miracolata ad inginocchiarsi ai piedi di un simulacro per pregare a lungo, ringraziare, fare il segno della croce, consegnare volontariamente alla segretaria nella sala d’ingresso una busta gonfia come segno di gratitudine per la cura miracolosa e, con una calorosa stretta di mano e un affettuoso abbraccio, andare via.                                    

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Nel susseguirsi delle letture, Mastro Vincenzo una sera ritornò alla dolorosa e torbida vicenda di Suor Gertrude, la soprannominata Monaca di Monza, che fu indotta a vestire l’abito conventuale dai genitori che, per la feudale legge del maggiorasco, intendevano lasciare l’eredità del loro regno feudale, al figlio primogenito, ritenuto più adatto a difendere e ampliare il loro dominio a danno dei feudatari confinanti; l’aiuto di Fra Cristoforo, che protesse fino alla fine il rapporto tra le due creature, Renzo e Lucia, che ardevano di santificarlo prima di volare a convivere sotto lo stesso tetto, benedetti dal Creatore. Nell’impegno straordinario del Frate, don Vincenzo sottolineava la presenza della Provvidenza divina, che non abbandona mai i credenti, ma invisibilmente li sostiene nelle più dolorose vicende e li rende alla fine, trionfatori sul male. Ripetendo le espressioni manzoniane, dipingeva le losche azioni dell’Innominato, il mandante di ogni delitto sul territorio di sua pertinenza, ma il narratore tra i citati episodi assumeva toni di straordinaria dolcezza e umiltà nel famoso incontro dell’Innominato con il Cardinale Federico, in visita pastorale alle chiese di quel territorio, avvenuto dopo un festoso suono mattutino delle campane della Chiesa del villaggio, quando vide accorrere tutto il paese in Chiesa a festeggiare l’arrivo in paese dell’alto Prelato. L’eccezionalità dell’avvenimento, scosse la indurita coscienza dell’uomo dedito alla religione del delitto e le allarmanti e profonde riflessioni, lo indussero ad incontrarsi con l’uomo di Dio, che alla notizia dell’arrivo in paese era riuscito a calamitare in Chiesa un così vasto popolo. Il narratore, a questo punto, si inginocchiava come se fosse lui a chiedere perdono a Dio per gli eventuali peccati commessi, imitando la conquistata umiltà del grande peccatore che piangendo invocava ai piedi del Cardinale, la sua intercessione presso il Creatore, per ottenere il perdono di tanti delittuosi orrori. Don Vincenzo, in tal semplice modo, riusciva a far penetrare, in maniera convincente, nei presenti la illuminante forza della Fede. Tanti intensi e cari ricordi, riportarono don Vincenzo alla normale visione della realtà. Ringraziò tutti i soccorritori che l’avevano salvato e riprese il suo lavoro con il suo fedelissimo apprendista. Il giorno successivo, il capomastro era visibilmente triste e stremato e manifestava la sua stanchezza, che gli impediva di poter lavorare ancora. Si sentiva incerto nelle fasi del lavoro, si fermava ansante, stentava a riprendersi dopo l’interruzione, finchè imprevedibilmente confessò a Giuseppe, che amava ormai come un figlio, e di cui conosceva bene la storia di vittima infelice di un sistema implacabile con i dissidenti, come il giovane intrappolato in paese senza alcuna possibilità di futuro, nella totale emarginazione sociale, e pressato dalla doverosa urgenza di sposare la donna amata da tempo, di avere intenzione di affidare a lui la gestione della bottega, e dopo la sua scomparsa, che sentiva non lontana, di lasciargliela in eredità, in modo che potesse formarsi una famiglia. Il picciotto, assalito da tale rivelazione, rimase esterrefatto e orgogliosamente rifiutò il regalo, non ritenendolo accettabile. Ma fu costretto a capitolare, pur ribollendo dentro per quella decisione ritenuta da lui molto preziosa ma irresponsabile, quando Mastro Vincenzo gli ricordò che egli non aveva più eredi e lui era stato come un figlio sempre vicino. Se ne sarebbe andato sereno a raggiungere la moglie tra gli angeli e forse anche i figli, sapendo di aver potuto realizzare due sogni: il primo di sapere che quel dono sarebbe stato indispensabile ad un giovane, che si era visto stroncare i propri sogni di giustizia sociale e di libertà politica da un regime feroce, che in effetti l’aveva trasformato in un corpo galleggiante senza vita; in secondo luogo, si sentiva orgoglioso che la sua attività in paese sarebbe sopravvissuta nello spirito di generosità e di aiuto per cui aveva lavorato con abnegazione per l’intera vita e lavoro. Alla chiusura del laboratorio, apparentemente soddisfatto, il benefattore Mastro Vincenzo salì le scale e andò a riposare. Si addormentò subito serenamente. La mattina successiva, rimase a letto per sempre. La sua anima era volata in cielo, nella casa del Padre, ricongiungendosi alla amata consorte e alla ricerca dei suoi due figli. Avendo ora un lavoro sicuro, Peppe incominciò a fare risparmi per potersi sposare. Anche Maria aveva progettato di cambiare vita. In vista del matrimonio, decise di comprarsi a rate un telaio per esercitare il mestiere di tessitrice e di cucitrice, per migliorare la loro condizione economica. Liberò il pianoterra, dove vivevano gli animali da lei allevai, vendendoli, cementificò il pavimento, fece pitturare le pareti, e fece fissare il telaio sotto la finestra per poter lavorare più alla luce. Comprò 4 solide e carine sedie, per accogliere nel miglio modo i clienti. Il nuovo lavoro la rendeva molto soddisfatta. Quando furono pronti, espletate le pratiche richieste andarono a sposarsi in Chiesa e, dopo aver pronunciato il “Sì”, si abbracciarono, tra una lacrima e un sorriso.

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Era l’8 settembre del 1943, giorno dei festeggiamenti annuali in onore della Madonna del Tindari, rappresentata da una statua sacra dal volto scuro, che teneva sulle ginocchia un bambino dello stesso colore. La tradizione orale raccontava che la statua era provenuta dalla terra africana su un battello naufragato in mare, durante una tempesta e che era stata salvata dalle acque da alcuni pescatori allibiti che l’avrebbero trasportata sulla cima del promontorio di Tindari, dove le avrebbero eretto un piccolo santuario. La notizia della Madonna nera salvata dalle acque burrascose volò lontano sulle ali della fama e la gente di un vasto territorio si recò ad adorarla. Ogni domenica una folla sempre più numerosa s’inerpicava scalza sullo sgattaiolare dell’impervio sentiero con i piedi sanguinanti per arrivare al santuario, prima del sorgere del sole, dopo un’intera notte di cammino, per gettarsi in ginocchio, con il volto umilmente chino verso terra, versando lacrime infinite mescolate a laceranti lamenti di dolore ; si diceva che la Madonna nera operasse miracoli eccezionali, riportando il sorriso a tante madri che avevano avuto ricevuto la straordinaria guarigione dei figlioletti o di un parente caro, per la loro continua preghiera in ginocchio sui gradini marmorei del suo santo altare, che sembrava accogliere i fedeli con un dolce sorriso patinato da un sottile velo di tristezza, con la mano tesa a benedire la folla adorante, di cui già conosceva la storia di dolore. Un bambino dal colore scuro sembrava proiettarsi dalle Sue ginocchia per abbracciare gioiosamente la moltitudine devota. Quel giorno, memorabile anche per l’armistizio di Cassibile, firmato dalle potenze belligeranti, che sanciva la fine di lunghi anni di sangue, di odio, di torture e di torce umane, fumanti nei forni crematori dei lager tedeschi, dove erano state bruciate persone vive e innocenti, solo per la loro diversità corporea o di pensiero, proprio quel giorno siglò la fine dei genocidi barbaramente programmati ed eseguiti da uomini travolti dalla follia spietatamente scatenata per la sopraffazione universale e per la sopravvivenza di un solo potere, dopo lo sterminio di ogni uomo diverso per razza, per storia, per civiltà, per lingua, per religione, per sentimenti, per memoria e per tutto.

Quel sacro giorno, tra la folla orante nel Santuario c’era anche una donna, una certa Francesca, venuta da molto lontano, con un bambino in braccio, sofferente per una qualche invisibile anormalità che i medici non erano riusciti a diagnosticare e guarire. Costei, afflitta da incredibili conflitti interiori, decise di recarsi in pellegrinaggio verso la Vergine sul promontorio proteso come una mano verso le viscere delle isole Eolie, “le Isole dolci del dio”, come le definisce Quasimodo, nella sua lirica struggente “Vento a Tindari”. Il poeta infatti, a Milano, esule emigrato per l’indigenza della sua isola, dietro i vetri appannati di una finestra sul Naviglio e amareggiato, scrive la citata poesia che custodisce le avventure, le escursioni con la “pattuglia che lieta l’accompagna” ( sono il futuro rettore dell’Università di Messina S, Pugliatti, G. Palumbo, Vann’Antò, Nino Pino, il prof. Giuseppe Miligi -studiosi del Futurismo-, il pittore Nino Leotti, il giovane giornalista poi Rai, R. Battaglia e altri) con i suoi sogni, soffocati dall’arido esilio milanese, dove dolorosamente rimpiange l’azzurra bellezza della sua Isola.

La donna, consapevole dei miracoli operati dalla Santa, dopo essersi fatta il segno della Croce, con l’acqua benedetta contenuta in una grande vasca di marmo, sostenuta da un pilastro marmoreo, decorato con la figura di piccoli angeli in volo verso l’alto, avanzò con il cuore palpitante di speranza verso l’altare, effettuò il rito votivo, rimanendo a lungo in preghiera col il viso sul pavimento e il bimbo accanto, aggrappato alla sua mano, ma quando si alzò, vide il bambino nella postura incrinata di prima e la stessa vocina balbettante. Si sentiva incoraggiata anche dalla frase incisa sulla base lignea su cui poggiava la Madonna: “La benedizione del Signore scenda su di te, sulla tua casa e su tutte le persone a te care”. “Una vera beffa anche questa”, incominciò a delirare ferocemente delusa Francesca e, inconsciamente, avvertì dentro di sé un ruscello di fuoco infiammarla come un tronco secco, sdoganando fiumi di fumo nero avvoltolate in marcia verso l’infinito. Il suo delirio continuava e le parole scandite ad alta voce, dicevano: “ I miracoli sono solo illusioni. Nessuna statua di legno può cambiare ciò che la natura ha creato. Nessun Dio raccoglie o risponde alla tragedia di vivere nel mistero assoluto. Cosa c’è nell’ignoto? E noi siamo solo vermi della terra, destinati a morire chissà dove, soli e disperati senza l’ascolto di un dio. Chi? e perché siamo mine vaganti, senza alcuna meta? Abbiamo ciecamente creduto, ma al risveglio ci siamo trovati come un osso di seppia interrato nella spiaggia o rimasto immobile nel deserto di sabbia bollente dove, con certezza, è destinato ad essere divorato da un falco marino”. Sbiancata in volto, volò verso l’uscita del Santuario, borbottando con un tono di voce rancorosa: “Sono stata pazza a venire qui: ho visto solo una figura con la faccia incarbonata e indifferente: tutto ciò che la gente racconta sono solo suggestioni”. Intanto era già nel piazzale davanti alla chiesetta, appoggiata alla balconata affacciata sulle acque azzurre, pigmentate in lontananza da macchie bianche di diversa altezza che immobili sui flutti si godevano il sole, mentre Vulcano continuava a sorseggiare il suo sigaro, emettendo nell’aria un filo sottile di fumo grigio che si dissolveva nel cielo. Mentre era inghiottita dalle meraviglie di quell’angolo di Paradiso, si sporse in avanti, come per abbracciare tanta bellezza e portarsela a casa. Improvvisamente, il figlioletto le sfuggì dalle braccia saltellando sul pendio e cadde disteso sulle acque del mare che lambiva dolcemente la base della collina.

Lo sguardo di tanti, accorsi in aiuto della madre urlante, non poté vedere l’improvvisa metamorfosi del corpicino nella forma di un bambino di sabbia, che ad ogni assalto del vento e del mare continuava a subire ulteriori mutamenti, come quelli di un vero bambino in movimento. Era nato da un rapporto extrafamiliare, purtroppo, con qualche anomalia fisica e rallentamenti psichici, che avevano tormentato la madre fin dalla sua venuta al mondo, forse pentita del suo insano gesto di fedifraga, vituperata dall’intero villaggio. Il marito, un pescatore di Alì, che quotidianamente, anche in caso di condizioni metereologiche avverse, usciva in barca con il fratello minore per la pesca, rischiando di essere divorato dal mare, per un qualche capovolgimento improvviso dell’esile imbarcazione, come accadde a quella dei Malavoglia che proprio in quelle acque era stata travolta con il carico di lupini, comprati a prestito, che, con il guadagno della loro vendita, avrebbero dovuto imprimere un’altra direzione in salita nei gradini della scala sociale ai “vinti” di Acitrezza e, invece, ne segnarono la rovina.

La donna, intanto, attendeva in casa, per gran parte del giorno e della notte, il ritorno della barca, intenta ad accudire alle incombenze domestiche e, al cadere delle ombre, imbandiva la tavola con un piatto di fagioli o di verdure o di patate bollite, raccolti nell’orto intorno alla propria abitazione, un po’ isolata in campagna. La sua non era stata un’avventura imprevista, ma fu la conseguenza della tentazione quotidiana, sfociata in frequenti rapporti sessuali, durante l’assenza del marito, con un contadino della zona circostante. I due amoreggiavano fin da ragazzi nel fienile. Ma da quando si era sposata, non aveva più manifestato comportamenti indecenti anzi, in diversi periodi dell’anno, per aiutare a sostenere la famiglia e il fratellino che viveva con loro, dopo la morte in mare dei genitori, partiva “cha gghiumba” delle donne del villaggio, ingaggiate da un caporale che forniva la manodopera ai ricchi proprietari terrieri, con il prezzo di volta in volta pattuito, per la raccolta delle nocciole in contrada Malabotta, dove erano abbondante e cadevano tra macchie di rovi ed arbusti pungenti, non facile ad essere raccolte. Il lavoro durava una ventina di giorni e per tutto il periodo della raccolta, le donne mangiavano e dormivano in un capannone, tutte insieme distese su un grande ed esteso materasso di crusca, come le famiglie siloniane di Fontamara che convivevano nei loro tuguri ammucchiati promiscuamente su lettoni di paglia, con i loro animali, relegati da una parete di canne secche, nella parte libera del pianterreno. I floridi seni e le voluttuose labbra sporgenti della donna attirarono l’attenzione del caporale, che un giorno, con una scusa banale di lavoro, la intrattenne nel capannone, mentre assegnava alle altre il lotto del lavoro da svolgere. Appena l’intrecciarsi delle voci delle operaie si allontanò fiocamente, Don Peppino strizzò l’occhio a Francesca, che già esperta del codice dei richiami, lo segui nel buio del capannone, lasciandosi alle spalle l’uscio serrato. In uno di quelle segrete esercitazioni amorose, compiute in totale libertà gestuale, Francesca rimase incinta. In un primo momento la donna gioì, ma alcuni giorni dopo il periodo del lavoro stagionale era finito. Francesca divenne pensierosa, ma riusciva a simulare la sua lievitante angoscia. Decise di recitare tale atteggiamento in attesa del dipanarsi degli eventi. Intanto il marito, Giovanni, soprannominato “Sadda sicca” incominciava a preparare le piccole botti da riempire con le sarde sottosale, da consumare durante le lunghe e fredde giornate d’inverno, quando era impossibile affrontare le tempestose onde marine e si stava in casa al calore del focolare, divorando il pane di grano riempito di acciughe salate e discutendo sulle condizioni del tempo. Il mare rovesciava le onde schiumose sulla battigia che continuava ad avanzare verso la loro antica casetta, scagliando ventagli di argentea schiuma sui vetri appannati della finestra. Sulla costa della Calabria si vedevano piombare i fulmini accompagnati da forti boati. L’inverno, quell’anno, fu particolarmente rigido. La pesca era diventata impossibile, per il perpetuo fluttuare del mare tempestoso. Le possibilità economiche della famiglia erano già ridotte al lumicino. La moglie e il giovane Fabio, durante la giornata, si guardavano in faccia, senza profferire parola, e scoprivano la loro crescente magrezza. Anche Giovanni sembrava essere diventato muto e non osava rivolgere lo sguardo verso i due, che l’intermittente fiamma del focolare non riusciva a patinare del suo colore, in quanto il volto bianco-latte continuava a resistere a qualsiasi aggressione. Le galline nel pollaio non chiacchieravano più, né eseguivano il solito chiocciolare, segnale intercettato dai padroni, quando avvertivano i morsi della fame. La famiglia di Sadda Sicca si vedeva costretta ad una scelta decisiva, per poter sopravvivere. Giovanni e Fabio, i maschi della famiglia, seguendo l’esempio dei loro cugini, che erano riusciti a migliorare molto la loro condizione, svolgendo ogni tipo di lavoro, anche umile, come la pulitura dei bagni pubblici, e imparando nuovi mestieri, decisero di emigrare in Svizzera. Fu molto triste la separazione dei due con Francesca, ma il marito la consolò, stringendola a lungo tra le braccia, con il viso premuto sulla guancia e con la mano che le accarezzava i capelli e le soffocava le labbra con le sue, come se l’avrebbe perduta per sempre e ne volesse custodire dentro il cuore il calore spontaneo e puro del suo morbido corpo, sugli incerti sentieri dell’esilio forzato. Ad un tratto, disancorando le sue labbra da quelle di Francesca, Giovanni, mentre la penetrava con lo sguardo lacrimoso, bisbigliò: “Mi mancherai moltissimo, ma mi consola il pensiero che presto, appena ci saremo sistemati con un lavoro stabile e qualche stanza, non indugerò ad inviarti la somma necessaria per potermi raggiungere. Perciò, ti dico solo arrivederci, mio unico, caldo e immenso amore”. Lei, da una parte segretamente rincuorata perché, rimanendo libera e sola, avrebbe potuto mettere in pratica il folle gesto di liberarsi dal nascituro, ancora in pancia da alcuni mesi, dall’altra parte avvertì un forte e lancinante brivido alla schiena, le gambe si rammollirono, le braccia cadenti e spenti lungo il corpo, gli occhi impalliditi, fu improvvisamente assalita da un capogiro che l’avrebbe fatta crollare nella pozzanghera di fango, davanti alla casa, ma in un attimo ritrovò la lucidità di appoggiarsi pesantemente al corpo di Fabio, che sembrava stralunato. Il marito impallidì e fu invaso dalla voglia di restare. Intanto, la donna si era ripresa dal malore e, per tranquillizzare l’uomo che aveva giurato all’altare di amare e condividere gioie e dolori per sempre, confessò: “Ora sto bene, non preoccuparti. Io aspetterò la tua chiamata, per raggiungerti e rimarrò con te per sempre, per servirti ed amarti, finché le nostre condizioni ci consentiranno di provare la gioia di avere un bambino, che dovrà crescere nel clima sereno di una famiglia felice. Io, qui mi arrangerò, alleverò di nuovo le galline, cercherò anche una coppia di conigli e di colombi che, con il loro tubare al mattino, mi sveglieranno e mi terranno compagnia. Mi procurerò anche un gattino, che mi faccia compagnia mentre accudisco alle faccende domestiche e parlerò con lui, come se lo facessi con te, mentre sta accoccolato sulle mie gambe, al calore dell’ardore del focolare. Cercherò anche qualche breve lavoro stagionale, come la raccolta dei pomodori e dell’uva, che impegnano per pochi giorni. So anche cucire e ricamare e spargerò la voce, per avere qualche cliente.” Giovanni, udendola parlare con sicurezza, si tranquillizzò.

Intanto, era in arrivo la moto-ape di un amico, che si avvicinava suonando il clacson per avvisare dell’ora della partenza. Li avrebbe accompagnati alla vicina stazione ferroviaria, con posti prenotati e con denaro anticipato in prestito. Giovanni fece un segno della mano, facendo capire all’uomo alla guida che erano pronti e invitò il fratello ad andare e sistemarsi sul veicolo; lui lo avrebbe seguito in tempo utile. Velocemente, si avvicinò al roseto, piantato davanti alla casa, il giorno dopo il matrimonio, staccò il più rosso bocciolo, lo annusò e corse per affiggerlo al petto della sposa, che rimase sorpresa dal gesto gentile e molto emblematico del marito, che già era volato verso la moto-ape in attesa con il motore acceso. Chiamandolo, lo costrinse a girarsi verso di lei, che, come una bandiera, sventolò a lungo il petalo del bocciolo, in segno di saluto. La moto-ape, con i due asserragliati nella stretta cabina e due valigie smangiate dal tempo contenenti due stracci, due pani di grano fatto in casa e una boccia di sardine preparate a suo tempo insieme alla moglie, si avviò e poco dopo scomparve dopo la curva.

6

Affievolitosi l’ardore del desiderio, Francesca ora avvertiva inediti turbamenti interiori, che risucchiati da un pesante respiro, risalivano attraverso le vene e venivano assorbite dal cervello proteso in violente vibrazioni. Per arginare l’impeto di tali sconvolgimenti, la donna usciva di casa, si avvicinava al roseto, traeva profondi respiri e rimaneva fissa ad annusare l’inebriante profumo. Non l’aveva mai avvertito in maniera così intensa e ogni volta progressivamente scorgeva risalire dalla radice una sinottica immagine che, mentre lei rimasta a galleggiare con gli occhi chiusi in un mare di sussurranti odori, fino a sentirsi svenire, il fruscio di una morbida voce risuonava nelle sue orecchie e trapassava a pungergli il cuore. Nei solchi del cuore, scorrevano sillabe di un doloroso pianto d’amore, Il sentimento di colpa, che aveva cercato di seppellire negli alvei invisibili dell’anima, risaliva improvviso e imperversava a pugnalarla nel petto, fino a pungerle come un ago infuocato le pupille degli occhi ed accecarla. Nel buio universo della cecità, il fiume del pianto s’impaniava in un filo di voce angosciosamente declinata in espressioni incomprensibili: “Perché mi schianti? perché mi scerpi? il tuo uomo io fui, e ti amai così ciecamente, da non capire che stavo diventando sterco”.

Francesca non era più in grado di capire cosa stesse succedendo, le sembrava di essere stata morsa da una vipera velenosissima e non sapeva dove poter trovare il siero antiveleno. Allora continuando a piangere, si interrogava sul perché le stesse accadendo tutto ciò, perché i demoni che sogghignavano dentro di lei, evidenziavano segni di gioia e beffeggiandola danzavano sull’orlo del vulcano che la stava consumando atrocemente. Non esisteva alcuna possibilità di porre fine a quella tortura che la stava facendo uscire di senno? Non c’era alcuna via d’uscita dal labirinto in cui era scivolata? Tempestata giorno e notte dall’assedio stringente di tanti dubbi, decise di sforzarsi di mettere a tacere le sogghignanti voci interiori, che certamente avrebbero inciso negativamente sulla creatura che già sentiva sgambettare nel ventre e che presto sarebbe venuta alla luce. Cercava di allontanare i brutti pensieri, impegnandosi fino allo sfinimento, nel lavoro che si era inventato, curava attentamente le galline che già erano pronte per lo sguscio dei pulcini, le faceva uscire per alimentarsi con le erbe del campo, era attenta ai loro movimenti, per evitare che si allontanassero troppo. Così faceva con i conigli e con le colombe, di cui utilizzava le uova e i coniglietti per sfamarsi. Si procurò anche una capretta che trattava come una bambina, quando la avvicinava per portarle il cibo, la accarezzava dolcemente e si intratteneva a colloquiare con Lei, mediante un linguaggio di segni istintivamente concordati. In quell’umano rapporto d’affetto con gli animali domestici, Francesca aveva avuto molte occasioni per riflettere e aveva trovato un po’ di quiete nel feeling con quelle creature, divenute la sua famiglia. Giovanni non si era fatto sentire e lei, dopo un primo periodo di apprensione, si acquietò, credendo che il marito ancora non avesse trovato condizioni idonee ad accoglierla. Lo farà, quando riuscirà a crearle. Una notte, fu assalita da incredibili dolori al ventre, che riusciva ad individuare per averne sentito un tempo da sua madre. Nella sua casa stava arrivando un nuovo piccolissimo ospite ma Francesca, vivendo sola e avendo nascosto a tutti la sua condizione di madre in attesa di una creatura, non poteva chiedere aiuto a nessuno per essere trasportata in ospedale, né per aiutarla a partorire in casa. Dopo una notte di laceranti doglie, compiendo inauditi sforzi mescolati a urla spaventose, la piccola creatura venne alla luce con gemiti che la madre cercava di calmare con la dolcezza delle parole. Collocando nel suo letto il neonato, provvide a tagliare da sola il cordone ombelicale e a curare l’igiene personale e quella della nuova creatura. Alla fine di tanti travagli, prese delicatamente il minuscolo “insetto”, se lo attacco alla mammella e continuando a parlare sconnessamente al bambino, si addormentò sfinita ma soddisfatta.

7

Il mondo non esisteva più per Francesca e il suo percorso quotidiano si aggirava in quell’angusto perimetro, circoscritto alle attività relative alle necessità della sua nuova comunità familiare. Riscaldava alla fiamma del focolare in una bagnarola l’acqua per mantenere pulito il bambino, che cercava di distrarre con vezzeggiamenti verbali e con la calda carezza della mano che scivolava lievemente sul corpicino del pargolo impaurito dallo sciacquio dell’acqua e che si sentiva rassicurato solo dalle lievi mani della madre. Dopo averlo immerso nell’acqua tiepida della bagnarola, puliva il candido corpicino accarezzandolo, lo asciugava con il calore del focolare, lo avvolgeva in una morbida tovaglia di cotone che lei usava per l’igiene personale, gli porgeva il seno sulle labbra e il piccolino, con le ciglia ancora serrate, porgeva il musetto ansioso annusando l’odore del seno della madre, gocciolante di latte. Il neonato succhiava a piccoli sorsi il latte dai capezzoli gonfi, come un agnellino neonato in maniera convulsa, quando succhiava a vuoto e continuava a roteare il musetto per fissare meglio nella bocca il capezzolo inseguito. Con il trascorrere dei minuti, Manuele (così lo aveva chiamato la madre, al momento del parto) scivolava nel sonno. Francesca lo deponeva nella comoda cesta di vimini, utile per tutti gli usi, lo copriva con la copertina che la madre aveva usato per lei bambina e, dopo avergli sfiorato la fronte con un bacio, si avviava serena ad affrontare la nuova giornata, scandita dai soliti impegni. Per mantenere gelosamente il segreto, aveva lei stessa battezzato Manuele con l’acqua pura della fontanella dell’orto ed era contenta di far crescere il bimbo nell’alveo della benedizione divina, seguendo il rito battesimale che ripetè Giovanni, con l’acqua limpida del fiume Giordano, per somministrare il battesimo a Gesù, prima che il Redentore partisse per compiere la sua missione salvifica dell’uomo, dopo il peccato originale di Eva che staccò la mela dall’albero proibito e la offrì al compagno Adamo, per trascinarlo negli infiniti gorghi della disobbedienza e del peccato carnale, detto peccato mortale, perché quel comportamento trasgressivo aveva determinato la morte dell’anima infangata dal gesto infame. Ora Francesca involontariamente si sentiva espulsa dalla società per aver profanato il giuramento di fedeltà al marito, pronunciato sull’altare, rivestita dell’abito bianco, giurando sulle pagine del Vangelo, che la consegnava pura all’uomo scelto per amore e che Lei, incapace di resistere all’ardore della carne, aveva tradito con estrema leggerezza, come se si trattasse di un amichevole scambio di caramelle. Si chiedeva con amarezza che, se Eva era stata severamente punita, perché privata della condizione di felicità che le era stata concessa dal Creatore e l’uomo per colpa sua era stato costretto a millenni e millenni di tormento, senza speranza “di veder le stelle”, ma sempre con un coltello infilzato nel cuore e incapsulato nell’impenetrabile mistero, pesante come un macigno inamovibile, sempre impegnato a tenere incatenate nel buio terrestre miliardi di creature, ad espiare dolorosamente il peccato originale dei progenitori; ma per lei ci sarà un Dio disposto a perdonarla, dopo che “Il Padre” aveva deciso di sacrificare la vita del proprio Figlio, per indicare la via della salvezza e del perdono all’umanità ormai in folle delirio sull’orlo dell’abisso senza fondo.

Si inginocchiò disperata davanti al crocifisso di legno appeso al chiodo pendente al capezzale del pagliericcio, su cui aveva consumato felice la prima notte d’amore con Giovanni e successivamente tante altre lunghe notti, nella speranza di poter avere la gioia di portare al mondo una nuova vita. Dopo alcuni anni di tentativi, nulla era cambiato: la vita continuava a scorrere e la donna la affrontava come un automa, senza avvertire più ogni impulso di speranza; nel percepire gli aghi della sofferenza, era ridotta ad un inutile cencio in balia del vento. Si poneva l’interrogativo sulle difficoltà interposte alla fecondazione di una creatura. Poteva essere in lei l’incapacità di fecondare? O si era sbagliato in qualcosa durante il rapporto sessuale. In realtà, i due ignoravano nozioni utili agli sviluppi dell’atto di procreazione e sui tempi adatti ad una positiva inseminazione. Chi avrebbe potuto fornire loro le conoscenze indispensabili per portare responsabilmente al mondo una creatura, nata da un consapevole atto d’amore? In quell’angolo di campagna, lontana dal consorzio civile e da istituzioni religiose o scolastiche o consultori familiari, da alcun presidio sanitario o da una qualche parrocchia, dove talvolta i parroci onesti, intrattenevano le coppie che si avviavano al matrimonio, spiegando loro con termini casti il vecchio metodo ben collaudato fondato sui giorni fecondi della donna, per evitare al massimo imprevisti incidenti di aborto e apprendere metodologie essenziali e non pericolose, per una impollinazione densa di amore, senza affidarsi al caso che potrebbe beffarsi delle umane passioni e dar vita a innocenti creature malformate lei era, ora, consapevole della propria fertilità. Allora, forse poteva dipendere dal marito pensò, ma non osò mai rivelargli questo suo sospetto, perché ignorava la sua reazione, che sarebbe-potuta essere catastrofica per la stabilità del loro matrimonio. Alla luce di tali riemergenti considerazioni, l’ipotesi di una causa plausibile risalente a responsabilità involontarie di Giovanni, rivelò l’ipotesi di una certa consistenza. Francesca però, memore della devozione che Giovanni le aveva sempre dimostrato, non si spinse oltre a rivelare i suoi dubbi e i particolari che li avevano suggeriti, ma una fulminea e spietata intuizione pose fine alle sue elucubrazioni. Forse Giovanni era emigrato per tale ragione e, proprio per questo motivo non aveva più dato notizie di sé.

8

Francesca viveva da mesi segregata tra casa e orto e avvertiva una stanchezza fisica nell’affrontare, senza sosta, tutte le faccende domestiche, provvedere al cibo quotidiano della famiglia di animali domestici, al suo da scegliere con molta attenzione per evitare l’inquinamento del latte da dare al bambino, dissodare l’orto, preparare i solchi per la semina, abbeverare le piantine, stare attenta al raccolto, accudire alla capretta e mungere il latte, procurare qualche pasto per le galline che con ciò che riuscivano a ruspare tra le erbe attorno alla casa, non potevano soddisfare la fame. Occorreva anche fare pulizia attorno alla casa, dove si soffermavano a beccare, le galline e la capretta, i colombi e i conigli, riempire anche le vasche di legno con acqua per far dissetare le bestie, quando la calura del mese di maggio li faceva boccheggiare di sete. Bisognava anche lavare più volte durante la giornata i pannolini di lino, per evitare eventuali dolorosi arrossamenti del corpicino dalla tenera pelle. Spesso, quando il sole aveva attraversato l’intera cupola del cielo e aveva smorzato il forte calore del giorno e si accingeva a tuffarsi nel mare, oltre la luce infuocata del tramonto, la donna con il bambino in braccia rimaneva assisa sul gradino davanti alla porta, gli occhi fissi nel vuoto a macerarsi il cervello nel tentativo di riuscire a delineare una qualche prospettiva di evasione dalla prigione della solitudine e dal silenzio mortale che la assediava nel silenzio della notte, mentre teneva gli occhi sbarrati e tristi inchiodati in una immagine astratta del piccolino, placidamente immerso nel sonno. Ogni tanto, avvertiva un sottile tremore delle braccia, ma non si allarmava tanto, perché credeva che quel tremore era dovuto alla sua condizione interiore scossa dai suoi pensieri che come punte di spillo le pungevano il cuore. Ma quel tremore si ripeteva anche in altre occasioni, fino a quando Francesca cominciò a preoccuparsi. Allora rimase allerta per poter meglio capire le cause di quegli inusitati movimenti che scuotevano il bimbo nel sonno. Dopo le iterazioni frequenti le scosse veloci diventarono fibrillazioni, che spaventarono la madre, che ora pensava ad un difetto cardiaco del bambino. Intanto tali anomalie si ripetevano in contemporanea con le poppate, finchè la madre enormemente afflitta e disorientata stava per uscire di senno, quando approdò sulle desolate spiagge della memoria, il ricordo di una guarigione miracolosa di un bambino nato cieco, udita in Chiesa, in tenera età, durante l’omelia domenicale del sacerdote, che con l’entusiasmo della fede, comunicava ai fedeli l’evento straordinario del recupero della vista del bambino, grazie alla fede e al voto segreto della madre che, con la sua creatura in braccio, partendo da un paese sperduto nel cuore della Sicilia, si recò a piedi nudi e sanguinanti, ricoperta di misere vesti, pregando senza sosta la Madonna del Tindari, e quando raggiunse i piedi dell’altare si gettò per terra, tra fiumi di lacrime e di asfissiante dolore, dove rimase immobile per l’intera giornata, fino a quando l’esile manina del bimbo la accarezzò in viso sorridendo. Immensa fu la felicità della madre, la Madonna aveva guarito la sua innocente creatura.

9

Sul tabulato della memoria, continuavano a sovrapporsi le sequenze limpide di quello straordinario episodio oscillante tra dolore e lacrime, tra l’irriconoscibile volto della madre afflitta per la disumana sofferenza e il buio che relegava nel regno delle tenebre le palpebre spalancate del piccino che istintivamente roteavano attorno in cerca di qualcosa che non poteva vedere. Ad un certo punto, Francesca fu assalita da un forte malessere che fiaccò i muscoli delle gambe e sembrò liquefare l’intero corpo che crollò nella pozzanghera davanti alla porta. Come una sonnambula, si precipitò verso la culla-canestro di famiglia che accoglieva Manuelino dormiente, avvolse l’intero corpicino in una coperta sdrucita, gli coprì la testolina nuda con un suo vecchio maglione e, con il volto e i capelli schizzati di fango, si vestì alla rinfusa, senza alcun timore, prese tra le braccia il bambino che non dava segni di vita, e lasciandosi alle spalle la sgangherata porta senza chiave, imboccò un antico sentiero appena visibile, ricoperto da ogni tipo di erbacce e tappezzato a macchia di leopardo da ciottoli di disuguali dimensioni e di molte pericolose insidie per i suoi piedi scalzi e altri rischi per la sicurezza fisica. Nella cupola opale del cielo, la luna piena dai lineamenti di figura umana, occhieggiava silente verso la madre che con il suo corpo ad uncino, copriva la piccola creatura dal gelo notturno e sembrava vigilare su quelle vittime di un crudele destino, a cui pietosamente illuminò la via giusta verso il promontorio del Tindari, senza poter trattenere una minuscola lacrima che rapidamente scivolò sul suo volto e sprofondò nel vuoto celeste, dileguandosi come una stella cometa. Sulla distesa pianura del mare, scoppiettante di vagabonde scintille che sembravano affiorare sulla superficie delle acque “dolci del dio”, che forgiava il grezzo metallo sul fuoco nelle viscere del Vulcano, per i guerrieri-eroi, e con lo schizzare nell’aria delle perle scintillanti sulle placide onde, costituiva un punto di riferimento e di guida per i marinai ed i pescatori notturni. Dall’altra parte del fiume, in cui le donne del circondario immergevano le ampie tele, da loro realizzate al telaio, con i mazzi di lino raccolto nella campagna attigua alle acque fluenti, che il demanio aveva spezzettato in parti uguali, affidate alle famiglie locali, tutte in possesso del tradizionale telaio esistente nella maggior parte delle case, ben usato da agili mani per provvedere alle esigenze dei componenti il nucleo familiare. Le esperte massaie producevano anche i cappucci con il berretto modellato a cupola, per gli uomini di famiglia, che lavoravano come pastori in proprio o alle dipendenze dei mandriani-padroni. Per procurarsi il resto essenziale per l’equipaggiamento invernale, i pastori convenivano in un paese un poco distante, famoso nel settore, per la fabbricazione a mano di scarponi indistruttibili, realizzate con cuoio eccezionale, particolarmente robusto, cucito con spago impeciato e con suole chiodate, che nemmeno una scure sarebbe riuscita a tagliare, Infatti quelle scarpe ben solide erano indispensabili alle loro lunghe soste , anche di mesi sugli alti monti , tanto che cercavano di rendersi autosufficienti, per poter sopravvivere a lungo sotto le stelle o protetti da un ciglio di roccia in caso di forte pioggia. La vita per loro aveva inizio di buon mattino, dopo la mungitura degli ovini, conducevano gli animali al pascolo, attraverso sentieri ben conosciuti dal gregge. In casi di sconfinamento nei campi del vicino, li richiamavano nei propri confini, con un fischio particolare, caso per caso; oppure aizzavano i cani-pastore ben addestrati a circondare i capi di bestiame sconfinati, sintonizzati con il fischio del pastore, ottenuto con pollice e indice serrati ad anello dentro la bocca sotto la lingua, imprimendo al fischio, intonazioni diverse secondo la direzione da intraprendere per ricondurli nel gruppo. Sulle montagne dei Peloritani, il vento della notte era più intenso e il piccolo Manuele tremava e piagnucolava nel sonno. Francesca avvertiva le vibrazioni corporee del bimbo e contemporaneamente le vibrazioni si trasmettevano a lei, che lentamente sentiva affievolirsi la speranza di riuscire a portare in porto la sua missione. I suoi tristi pensieri venivano spesso turbati dal risveglio delle voci della natura che incominciavano a scuotersi dal torpore notturno e a ripetere i soliti riti mattutini. Un coro di grilli incominciò a segare il sigillato silenzio nel cuore della notte e all’iniziale zambettio di strilli, si univano altri concerti dal fondo della valle sottostante, gradualmente omologati all’unisono in un coro orchestrale avvolgente ogni altro fenomeno della natura. Ma il risalente gorgheggio ben scandito di un solitario merlo di rocca, seguito da altri sottili cinguettii, caratteristici di tale tipo di volatili, mentre si vedeva volare nell’aria una merla di “fattina”(siepe) balzata fuori dal nido costruito all’incrocio dei rami protetti dalle larghe e fitte foglie della vigna, per cercare cibo per gli implumi uccellini, che, pigolando, a bocca spalancata, il ritorno della madre con la preda in becco e afferrarla con un continuo fremito delle nude braccia. Risuonarono improvvisi, provenienti da una medievale chiesetta padronale sorgente sul declivio di una collina, i rintocchi cupi di un antico orologio, incastrato sul frontale dell’edificio sacro. Erano le quattro del mattino e ogni angolo e ogni voce della natura si accingevano ad inaugurare un nuovo giorno. Sulla spiaggia lontana, una lunga catena di lucciole abbracciate, si distendevano fino alla soglia di un buio infinito e sul mare luccicante di argentee perle, una lampada di pescatori che indugiavano sulle onde in attesa che i pesci abboccassero nelle reti dispiegate sott’acqua. L’ urlo di una contadina attraversava la valle come una lama tagliente.” Cammelu, Cammelu, iazziti che iornu chiaru”, a ma gghiri ‘nta gghiusa, a mbivirara i pumatoru, a fari i surchi pi mulanciani e i pipi duci, sava a dari ‘na bagnata e patati, e u mangiari a vacca e a i iaddini, . Fa viatu, così, ’ndi sbricamu cu friscu, picchì dopo faci troppu calddu e sudamu assa.” La donna, poco dopo, incominciò a chiare, e poi chiare ancora, fino a quando, decise di andarsene da sola al lavoro gridando”. Bacchttunazzu, dommi, dommi, a sonnu gghinu; a sira tu dicu iò, si ti mbriachi comu na signa. Appena tornu, ti spaccu i butti, così, non ià cchiu a tintazioni e capisci chi si non priparamu u mangiari pi l’annu, muremo i fami”. Francesca, in quel ragionamento gridato, ritrovò la rappresentazione viva della sua esistenza. Scopriva che la miseria per chi è nato povero è una sciagura personale, familiare e universale, se si vuole rimanere sinceri e onesti. Solo i mascalzoni, i ladri e i criminali hanno la fortuna dalla loro parte. “Chu nasci povuru, mori povuru”, diceva sua madre. Allora, perché viviamo. Che senso ha la nostra presenza sulla terra? Solo per partorire creature che continueranno a vivere nelle privazioni, nella sofferenza e nella disperazione, e fare la mia stessa fine, con la faccia nel fango e con una creatura innocente, che non riesco più a sfamare? Quando arrivò al Passo dei Lupi, come indicava un cartello, un brivido le trapassò la schiena. Mai avrebbe immaginato che in quel luogo, a ridosso del paese sottostante, vivessero tranquilli i lupi, senza che la gente se ne occupasse per sterminarli ed evitare qualche strage di bambini. Anche i feroci animali, invisibili nel folto castagneto che ricopriva i fianchi della collina, si misero ad ululare. La donna, tramortita dalla paura, incominciò a piagnucolare, esausta, e si aggrappò fortemente alla sua creatura, già troppo confusa. L’ululato della belva squarciava l’aria e zittiva i versi degli altri animali, come i galli nel pollaio che avevano preavvertito con il loro musicale e paradigmatico canto, riecheggiante tra le pareti delle contrapposte colline. I loro passi si avvicinavano all’ombra della sconosciuta, avevano già pronte le zanne grugnanti per azzannare la preda, ma, quando udirono il lamento piangente della donna, sostarono per un attimo e, con la coda penzolante tra le gambe, il muso annusante per terra, trattenendo come impauriti l’ansante respiro, scattarono in una corsa travolgente, come se avessero annusato più in là il belato di un agnellino sperduto. Francesca trasse un profondo respiro liberatorio, balbettando un grazie istintivo, senza sapere a chi. Il paese era ancora immerso nel sonno, la strada accidentata era un po’ illuminata solo dal baluginio della luna che ora aveva ripreso il suo percorso, talvolta attraversando batuffoli di nuvole, che si dileguavano presto, per consentire alla luce del satellite di confortare i passeggeri notturno nel loro viaggio verso i luoghi di lavoro campestre. Appena la luna, sfrattati dal suo guscio i fiocchi di nuvole sfilacciati riprendeva ad inondare la notte con il suo latteo chiarore, Francesca accennava con abissali respiri di sollievo, segni inequivocabili di vitalità. Al primo albeggiare giunse ai piedi della “coda della volpe”, una scorciatoia in salita che aveva la forma somigliante alla sgattaiolante coda di una volpe, che accorciava la distanza per arrivare proprio davanti al Santuario che svettava sulla cima del promontorio che, fin da tempi remoti, era stata sede di un tempio e di un teatro greco, definiti così, perché eretti all’arrivo dei colonizzatori del IV secolo a.C., provenienti dalla Grecia, che in quel luogo sicuro, ben adatto ad esplorare in lontananza il mare, lo elessero come sede di vedetta, per poter neutralizzare in tempo utile, eventuali assalti dei nemici. Si erano insediati definitivamente sul lungo braccio del promontorio, costruendo una nuova città, simile a quella che avevano nella madre-patria, innalzando una robusta cinta muraria per poter respingere gli attacchi nemici, che erano frequenti da parte dei Cartaginesi che già dominavano sulla Sicilia orientale e avevano elaborato un progetto a lungo termine, per estendere la loro sovranità sull’intera Isola, senza riuscirci. Appassionati di rappresentazioni teatrali, organizzavano spesso spettacoli di tal genere e abili attori portavano nella nuova patria le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide, che emblematicamente riecheggiavano la invincibile tragedia del cammino umano nel corso dei secoli e ne continuavano a raccontare gli atroci tormenti e lo strazio dei sentimenti dell’essere, immutabili nelle dinamiche interiori, con la prospettiva di un agognato intervento degli dei, a cui loro erano molto devoti. Sulle rovine del tempio devastato dalle intemperie, i cristiani fondarono il loro santuario, in onore di quella emblematica statua, venuta dal mare e di colore nero, come volesse essere la madre dei popoli di ogni colore, figli dello stesso dio, che era l’unico Dio di tutte le genti, pacificamente conviventi in un clima di reciproco affetto e di solidarietà nei momenti difficili della vita del prossimo, fratelli nell’unico Padre.

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Francesca raggiunse la piazzuola davanti al sagrato del piccolo santuario, che era già aperta e alcuni pellegrini ancora dormivano, visibilmente stanchi e probabilmente arrivati da paesi lontani della Sicilia occidentale, dove da molto tempo, si sapeva dei numerosi miracoli operati dalla Madonna del Tindari, come i tanti ex voto, sistemati devotamente in sagrestia, come stampelle, protesi di ogni genere, scarpe ridotte a brandelli e molti altri oggetti, che sembravano un lebbrosario. In bacheche, incastrate nel muro con vetro antiproiettile, luccicavano preziosi oggetti d’oro, orologi, catenine con il crocifisso pendente, bracciali, orecchini, fedi matrimoniali, anelli decorati da frammenti di perle variopinte, pissidi e calici brillanti di perle che inondavano la stanza di abbagliante luminosità. Nello stanzino della “canonica”, gli scaffali grondavano di registri scoloriti ed invecchiati, mescolati a volumi papiracei, collezionati dai frati che nella serenità e nel silenzio delle pareti, attigue al santuario, trascorrevano i giorni in preghiera e nello studio di testi sacri , di vite di santi, e nella redazione di un giornalino destinato ai fedeli di cui avevano il recapito, tratto dall’elenco delle offerte, provenienti anche dagli emigrati in America, in Argentina, in Venezuela, ma anche dalle Filippine, dalla Svizzera, dalla Germania, dalla Spagna e da altre nazioni del mondo. Da tempo i frati, d’accordo con la curia di Patti, sognavano di innalzare accanto al piccolo santuario, una grande Basilica per poter accogliere la massa di fedeli che frequentavano ogni domenica il santuario per ascoltare la Messa, confessarsi e comunicarsi, per tornare a casa, più sollevati e non più rattristati da tanto disagio. Francesca di tutto ciò che accadeva lontano, segregata nel suo orto, tra doveri materni verso il bambino che piangeva ininterrottamente e le squarciava il cuore, fino a provocare in lei inestinguibili fiotti di lacrime, che irroravamo i solchi, più del corso d’acqua deviato dal fiume vicino. Non riusciva ad avere un attimo di tregua ed accorreva verso la cesta, dove il piccolo Manuel non si placava, se non dopo aver sentito i passi della mamma accompagnati dal dolce suono delle parole materne, di cui non poteva capire il significato, ma avvertiva il timbro soave dei suoni vezzeggiativi che scivolavano sul suo visino come una calda, infinita dolcezza. La madre lo baloccava, lo faceva attaccare al seno, fino a quando, stanco di lacrime e di ciucciare a vuoto, scivolava lentamente nel sonno.

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Francesca, con il viso cosparso di lacrime, si precipitava nell’orto a riprendere il lavoro sospeso. Spesso, quando non riusciva ad assolvere tutte le incombenze quotidiane e la sera la sua creatura riusciva ad addormentarsi, tornava a riprendere l’attività sospesa, al latteo chiarore lunare che, durante il periodo estivo, quando più intenso era l’impegno nei campi, lei era di nuovo china sui solchi, da lei tracciati per perfezionali, in modo che l’acqua non potesse trovare ostacoli ed esondare nei solchi vicini. Oppure provvedeva a interrare le radici delle piantine da frutto, perché, piantati nella frescura della notte, nel terreno bagnato, avrebbero più efficacemente attecchito. Francesca sapeva di essere sola sulla terra; Il marito, partito per l’estero, non si era più fatto sentire e lei aveva contato il trascorrere dei giorni, senza che gli pervenissero sue notizie perciò aveva deciso di cancellare persino la sua memoria. Lei sapeva dell’esistenza delle stelle, perché la mamma da bimba gliele aveva indicate, ma solo ora ne apprezzava l’altalenante luccichio, che sembrava colloquiare con lei, che non riusciva a decifrarne il messaggio brulicante di luce. Di fronte al silenzio della donna, le stelle incominciarono a lampeggiare più vivacemente. Evidentemente il loro messaggio non era ancora compreso, ma dopo vari tentativi vani, una pioggia di stelle cadenti sfavillarono improvvisamente nel cielo in direzione della donna che emise un grido di paura, come se stesse per essere colpita fa proiettili infuocati. La donna stramazzò a terra, con gli occhi chiusi. Quando li spalancò, l’impegno pirotecnico delle stelle si era dissolto nel nulla. Forse loro , in compagnia di altre, delle galassie e dei sistemi, che dal tempo dei tempi avevano svolto ogni notte la loro vigilanza sugli umani destini, mosse da un travolgente senso di pietà verso la dolorosa solitudine in cui versava, gravata da insostenibili problemi, avrebbero desiderato comunicarle di non sentirsi sola, perché loro avrebbero vegliato sempre su di lei, come sincere amiche, pronte, nel caso ce ne fosse bisogno , a mutare il corso del suo destino.

(Ma ormai, sulle orme istintive della via della fede nel miracolo, la donna aveva deciso di intraprendere il lungo e sconosciuto viaggio verso la Madonnina miracolosa del Tindari.)

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Quando Francesca si riprese, stordita si guardò intorno. La luna con il muso di traverso rastrellava l’intera cupola celeste, già semivuota di luminarie, volgendo frequentemente lo sguardo verso il luogo, dove la donna si stava destando dall’ipnosi in cui era crollata e, vedendola sollevarsi in piedi, fissò il suo sguardo corrucciato su di lei, senza perderla più di vista, pronta a sostenere quella misera creatura, continuamente perseguitata dai demoni del male, senza che una qualche provvidenziale mano si allungasse pietosa verso di lei. Le stelle ora si erano trasferite sul tetto del cielo che incombe sulle isole del dio Eolo, come in attesa di un qualche evento straordinario.

Intanto Ulisse che da vent’anni aveva lasciato il suo regno di Itaca per andare in guerra contro Troia che con il rapimento di Elena, moglie di Menelao, fratello di Agamennone che ardevano dal desiderio di vendicare l’onta subita. Ora, Odisseo e suoi fedelissimi compagni di tante battaglie con il vento in poppa, guidati dal felice nocchiero “Palinuro” sulla nave che sembrava volare quieta sulle placide acque, sollevando appena un filo sottile di schiuma, come quello lasciato da una lumaca sulla foglia che tentava di masticare, ricordava bene la predizione dell’oracolo che lo aveva avvisato che, come ultima prova, prima di approdare in patria, avrebbe dovuto superare quella più difficile cioè riuscire a oltrepassare indenne, con la nave e con i cari compagni, l’assedio dell’edenico canto irresistibile delle sirene, metà pesci e metà creature affascinanti. Queste che si erano scelte quello spazio di mare mitico, per narcotizzare con il canto soave e ammaliante i marinai che solcavano le acque del loro regno marino, per avvolgerli nelle loro spire sigillandoli con la forza della coda, unirsi in infiniti avvolgimenti d’amore e, dopo essersi saziati di piacere, strangolarli e buttarli in preda agli squali che attendevano sott’acqua affamati. Prima di inoltrarsi oltre il passo fatale, Ulisse, chiamò con proprio nome ciascun compagno presso di lui. Tutti si precipitarono attorno al loro comandante, perché intuirono che c’era qualche comunicazione urgente per loro e, quando gli furono vicini, improvvi-samente tacquero per meglio poter ascoltare le comunicazioni del comandante :

” Carissimi compagni, da vent’anni, da quando siamo partiti dalla nostra amata isola, abbiamo insieme combattuto contro la città di Troia, per vendicare l’onta subita da Menelao, fratello di Agamennone re degli Achei, a cui era stata rapita la bellissima moglie Elena da Paride, figlio del re di Troia”. La guerra durava da dieci pesantissimi anni, fino a quando l’astuto Ulisse, con l’aiuto di Diomede, non maturò la geniale idea di costruire un grande cavallo di legno. Riempitolo segretamente di soldati scelti, i greci lo collocarono, dietro le porte Scee, fingendo di abbandonare Troia per sempre. Il gigantesco simulacro di legno era, in realtà, un dono propiziatorio verso gli dei, affinchè concedessero venti favorevoli per il ritorno in patria. I Troiani, vedendo la spiaggia deserta, si persuasero dell’allontanamento dell’esercito greco e felici, trasportarono dentro le mura della città il cavallo, come trofeo di guerra, sperando in tal modo di lasciare i nemici abbandonati anche dagli dei, in modo da non poter più rientrare nella loro madre-patria. Iniziarono grandi festeggiamenti per la vittoria e Bacco festeggiò con loro, fino a tramortirli con l’aroma dell’abbondante nettare. La notte li avvolse in un sonno profondo. I Greci, nascosti dietro un promontorio, improvvisamente abbandonarono il loro nascondiglio, mentre i guerrieri uscirono dal ventre del cavallo, uccisero nel sonno un gran numero di Troiani e, appena gli altri compagni irruppero nella città, la incendiarono, lasciando della città solo la cenere. “Abbiamo peregrinato tra mille procelle sulle acque marine senza meta, ci siamo salvati da incantesimi, sortilegi e inganni, abbiamo superato l’ira degli dei, riuscendo a fuggire dalla spelonca del Ciclope. Gli dei sono stati sempre benigni verso di noi, aiutandoci molto sulle vie del ritorno. Ora, però, dobbiamo affrontare la prova più difficile e poi voleremo sul mare verso Itaca, con l’eccezionale compagnia di Nettuno. Ora le Sirene, meravigliose creature della natura, infestano di insidie il braccio di mare tra Milazzo e Vulcano, sbarrando ogni varco ai naviganti ignari. Il dio Nettuno, mosso da pietà per il nostro così lungo soffrire, apparsomi in sogno, mi ha rivelato tale pericolo, che sarà l’ultimo: se supereremo quest’ultima prova, la via del ritorno non avrà più ostacoli. Perciò, prepariamoci a superare l’ultimo ostacolo. Preparate la catena più robusta, se occorrono anche più catene e legatemi all’albero della nave, in modo che niente possa staccarmi. Voi preparate una densa cera di api, sigillatevi le orecchie con tanta cera che nemmeno un grosso chiodo con colpi di martello possa scalfirla. Poi sigillatevi nella stiva sdraiati sul fondo, legatevi insieme con ogni catena e resistete insieme a qualsiasi imprevedibile evento, fino al mio arrivo.”

In poco tempo, tutto fu eseguito secondo le indicazioni di Ulisse. Ad un tratto, il mare fu sconvolto da un boato e, come la fiamma da un vulcano spento, prima gorgoglia e subito s’impenna alta nel cielo, così dal luogo del boato un irresistibile profumo, mai emanato da fiori terreni, si espanse come densa, fitta e soffice pioggia attorno alla nave che, ubriacata da irresistibili onde di profumo, girò più volte su sè stessa e ritrovò la rotta, solo alla fine di quel girotondo. I compagni di Ulisse legati nella stiva, furono scossi dall’imprevisto sbandamento, ma non si mossero, nè emisero lamenti, anzi crollarono nelle accoglienti braccia di Morfeo che li cullò fino al risveglio”. Non videro, così, il loro re resistere, piangendo, alle brucianti ferite, come solchi, ricolmi di sangue, scavati nel corpo, dalle laceranti catene. Il Re era solo, e doveva resistere agli scottanti tormenti e alle aculee torture dei sensi, sopraffatto dalle carezze profumate e trafitto nelle vene da un concerto di edeniche armonie, come una pioggia di proiettili inchiodati nel cuore, il cervello martellato da un girone infernale di apollinee note che facevano vibrare di ardore incessante i sensi del martire. L’eroe che avvertiva gli sconvolti assalti della passione, sincronizzata con l’istintivo desiderio di piacere carnale delle sirene, ma stringendo dissennatamente la catena di ferro tra i denti, tentava in tutti i modi di resistere nell’Averno dei sensi scatenati. Conoscendo bene il pericoloso esplodere del furore carnale, si sforzava di allentare la morsa del dolore, concentrandosi nei dolci ricordi dell’ingenuo tempo dell’amore, quando scavava sereno dentro il gigantesco tronco di ulivo stagionato il suo nido d’amore, dove potere giacere felice con la donna amata sacralmente. Pensava al figlio Telemaco, lasciato nei giochi giulivi dell’infanzia e ora già grande, potrebbe succedergli nella guida dello Stato. Una grossa lacrima gli annebbiò la vista, appena sullo schermo dei ricordi emerse la figura del vecchio padre Laerte, seduto sulla soglia della sua casetta di campagna, in pensierosa attesa del ritorno del figlio, per poterlo abbracciare forse per l’ultima volta. Accanto a lui il vecchio e fedele Argo, immerso in un sonno profondo da quando il suo padrone era partito, se ne stava acciambellato in una cavità spontanea del terreno, dilatando un occhio velato, ad ogni rumore di un passo, illudendosi che al risuono del passo, apparisse inopinatamente la figura del mai dimenticato padrone. Mentre le care memorie di un tempo perduto avevano totalmente inghiottito il povero Ulisse, il fondo marino emise un inusitato boato che scosse la superficie acque fino a farle esplodere in una tempesta di acqua, di schiuma, mescolate ad un uragano di tuoni e di fulmini e di vento, come lo scatenarsi di uno tsunami universale. Non si riusciva a capire la causa di tale sconvolgimento cosmico. Dopo alcuni minuti, finalmente sopravvenne una strana quiete, le onde sconvolte del mare si placarono, l’aria recuperò la precedente nitidezza trasparente; dalla Grotta del Ciclope, incavata ai piedi del promontorio di Milazzo, si espandeva intorno sua vasta pianura del mar Tirreno la fiamma di un gigantesco falò che abbracciava l’affascinante arcipelago e lo illuminava anche dalla parte opposta delle isole che sembravano eseguire un interminabile girotondo, contrapponendo al precedente sommovimento cosmico, la paradisiaca quiete di una dimora edenica. La voce tonante di un dio lacerò inaspettatamente il cielo sereno, mentre le acque del mare, tornate luminose come il giorno, mostrarono la maestosa figura di un dio, con una lunga barba bianca pendente sul petto e una lunga chioma altrettanto bianca protesa all’indietro che copriva le spalle eretta su una biga volante avanzava superba sul mare. Sembrava “Caron Dimonio”, sia dal niveo aspetto, sia dal deciso timbro di voce. Ma le parole pronunciate smentirono le apparenze e, rivolgendosi ai guerrieri e all’eroico Ulisse, declamò:

” Oh! valorosi Guerrieri, che per vent’anni avete abbandonato tutte le cose e le persone care, per servire con onore e gloria la vostra patria, affrontando il nemico e la morte tra i decreti negativi di alcuni dei, voi vi siete meritato ogni forma di ringraziamento. Ora la strada è spianata, gli dei lo hanno deciso, dopo aver visto il vostro eroico combattere. Nessun altro pericoloso ostacolo troverete sulla via del ritorno. Io invisibile, vi scorterò e, se necessario, vi proteggerò. Sull’Olimpo mi chiamano Nettuno e mi hanno affidato la sorveglianza su tutti i mari. Accendete ceri, spargete incenso, quando sarete più distesi nella vostra terra. Andate, andate, i Vostri sono sempre in ansiosa attesa, i campi sono prosciugati e aridi e aspettano voi per ararli e farli fruttificare” e, facendo schioccare più volte la frusta, improvvisamente scomparve, in un imbuto di luce.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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