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CARMELO ALIBERTI BRICIOLE DI UN SOGNO

Romanzo

  Nuova Edizione rinnovata 2021

PREFAZIONE di JEAN IGOR GHIDINA                                  

BLAISE PASCAL UNIVERSITY- FRANCIA

“Briciole di un sogno” è il ‘romanzo della rinascita’, il risorgere dell’uomo sul tropismo mortifero di tanta deleteria letteratura contemporanea. Rispetto all’ infatuazione vituperevole verso gli idoli più diffusi nella nostra modernità, in Briciole di un sogno Carmelo Aliberti riesce a scandagliare i recessi di un’anima che si libra al di sopra di ogni tropismo mortifero, esulando dal rischio di un bozzolo solipsistico per proiettarsi nella scia di un dialogo incarnato, tangibile e poderoso con le figure più emblematiche del proprio universo siciliano. Se una parte della letteratura odierna indulge nel sollazzo metanarrativo e nella rappresentazione univoca della tetraggine ovvero dello squallore imperante, esistono pure eccelsi narratori capaci di abbracciare orizzonti di ampio respiro che conferiscono una risonanza favolosa ai loro testi, fra cui va indubbiamente annoverato Carmelo Aliberti. Egli contempera l’abbarbicamento locale, tellurico e contadino improntato talvolta a suggestivi bozzetti cronachistici con il riecheggiamento di una folta schiera di illustri siciliani di ieri ed oggi, fra cui spiccano Pier Delle Vigne, Salvatore Quasimodo, Vincenzo Consolo, per cui l’autenticità della rappresentazione siciliana non è mai avulsa da una dimensione storica ed universale. Nei momenti soffusi di intensa comunione tra i personaggi e il contesto paesaggistico, altrui e il mondo, aleggia una temperie quasi edenica del creato in un fulgore pancallico, per cui libiamo l’olezzo delle zagare della Sicilia “bedda” all’infuori di qualsiasi rattrappimento oleografico. In modo perspicuo e pungente, Aliberti riesce comunque a cogliere il volto ambivalente della propria isola in bilico tra retaggio classico, natura favolosa e nefandezze storiche, palesando sia alcune conquiste civili e culturali sia il gattopardismo strisciante dei ceti dominanti, gli intrallazzi politici, la supinità diffusa nei confronti di rapporti di sopraffazione introiettati dalla popolazione senza trascurare il deturpamento di litorali come a Milazzo. La focalizzazione sulla Sicilia va di pari passo con la consapevolezza che la barbarie talvolta dilagante hic et nunc non prescinde dai prodromi di un’apocalisse incombente sull’intero pianeta, il che spiega le allusioni alla bomba climatica, ai morbi pandemici e alle parole profetiche di papa Francesco. Il protagonista, alter ego dell’autore, è un adolescente confrontato alle insidie della vita e perfino delle istituzioni, che riesce a travalicare con l’ausilio dell’amore ricevuto e prodigato e con la dedizione indefessa alla studio e alla letteratura, trovando la propria vocazione personale in un connubio con il popolo, gli umili spesso martoriati e anelanti al riscatto. Va osservato appunto che sin dal primo capitolo la narrazione offre uno squarcio sullo spasimo esistenziale di donne conculcate nella loro dignità dalla violenza maschile a sua volta correlata all’oppressione raccapricciante dei neofeudatari. Davvero stupendo riesce il ritratto dei personaggi di Francesca e Venera, Rina e Carmelita perché esula dai soliti topòi acquistando del resto uno spessore straordinario con la rievocazione di figure dantesche e cassoliane. Indubbiamente trapela a questo riguardo una propensione altruistica, un immedesimarsi in personaggi cesellati con impareggiabile perizia che agognano al vero amore contrastando la bramosia di possesso e di dominio. Il testo alibertiano si caratterizza per l’estro narrativo che non si perita ad accostamenti ardimentosi, superando i confini generici, spaziando dal soliloquio all’invocazione, dal richiamo a figure mitiche e al racconto corale, insomma da un certo realismo icastico a rapimenti fantastici.

Il poeta vate dà la stura al proprio strazio invitando il lettore a vibrare alle citazioni liriche e a indignarci con lo strale dell’invettiva. Il fermento che vitalizza il romanzo alibertiano sta nella rivendicazione di un cristianesimo degli umili, di manzoniana memoria, un confrontarsi ineludibile dapprima con la mota della condizione umana, con le contingenze insite nell’immanenza terrestre e poi il delinearsi di uno sguardo verso le stelle, verso la trascendenza, mentre la relazione con Cristo funge da ponte salvifico tra questi due poli. Va notato che tutto il romanzo è pervaso da un fremito ovvero da un afflato salvifico, stabilendo un confronto con la Commedia di Dante, considerata non alla stregua di un capolavoro remoto, confiscato da cenacoli di eruditi o dai seguaci dell’encomio fuorviante, bensì come il testo per eccellenza della letteratura nazionale, da interpretare tuttora nell’epoca odierna, così scevra di palpiti ideali. In tal senso, come in Due imperi… mancati di Aldo Palazzeschi, Aliberti inserisce la Preghiera alla Vergine poco dopo l’incipit, riscoprendo nei canti del sommo poeta il loro valore diuturnamente anagogico. In un’ottica di estetica della ricezione, mi preme sottolineare che il romanzo di Aliberti riveste un significato edificante, proprio in un’epoca che ha spesso smarrito la propria bussola etica. Il nucleo ispirativo è sempre la Sicilia analizzata nel suo lungo percorso di schiavizzazione, pur nei trapassi epocali sotto governi diversi che l’hanno sempre calpestata nella sua dignità e nei suoi diritti. Il pregio maggiore del romanzo sta nello spessore narrativo e tematico, da cui si staglia la sicilitudine di cui parlava Bufalino. Le voci narranti e la galleria dei personaggi mi paiono affascinanti, anche perché esulano da isotopie stantie, mentre lo scrittore ha saputo tratteggiare con somma delicatezza molte figure muliebri fra cui Rina e Carmelita. Le citazioni di San Francesco d’Assisi, Dante e delle poesie dell’autore conferiscono indubbiamente una risonanza intertestuale, permettendo di carpire la linfa della letteratura che tutt’alto che mero svago diventa la conoscenza di sé e del mondo per il protagonista, alter ego dell’autore. L’innesto di lessie o frasi in siciliano contribuisce a rendere ancora più icastica la vivacità dei dialoghi e la forza rappresentativa del rovello dell’animo e di un’epoca. L’impostazione narrativa può sembrare centrifuga per un lettore medio che vorrebbe seguire un filo rosso. Traboccano gli spunti e le riflessioni nel testo, ambientato negli anni 1960. Si può provare un certo disagio di fronte alle scene di stupro (Francesca la madre e Venerina la figlia, vittime emblematiche della crudeltà dei potenti e dell’aristocrazia agraria meridionali), corredate da indugi lubrici, che caricano di indicibile ferocia il satanismo dei neofeudatari collusi con la classe politica. Certo, questa violenza contro le donne rimanda allegoricamente al sopruso secolare di un ceto dominante, ma talvolta l’ellissi o l’accenno possono essere una nobile soluzione letteraria. Ma il romanzo, oltre ad essere l’affresco analitico delle dolorose vicissitudini degli umili e dei miserabili, schiavi, contadini o dei nuovi schiavi legati alla catena di montaggio o bruciati davanti agli altiforni, soffrendo lo stillicidio di una lenta e dilaniante attesa della fine, è anche un romanzo d’amore, scandito dai rappresentanti di tre generazioni, legati da un invisibile filo che dal limpido sogno dell’arcaica civiltà, sopravvissuta fino alla più recente realtà contadina, s’innalza verso nuovi orizzonti di amore terrestre, come stazione di partenza per l’edificazione di un sentimento sul binario della responsabile consapevolezza, maturata attraverso un nobile comportamento ideale, che non viene infranto neppure dalla linda seduzione dell’amicizia.

Al sogno d’amore virtuale e letterario di Dante, si affianca una esemplare storia d’amore moderna, decentemente concreta frutto di un percorso di maturazione rigorosa, con il contributo dell’impegno, del desiderio di sapere, al fine di poter inverare l’ascesi sentimentale con gli strumenti della ragione, che approdano razionalmente alla religiosità, e della cultura, soprattutto della letteratura, che penetra spontaneamente negli interstizi della progressione del cuore, in volo costante e irrequieto nell’inseguimento della visione irreale di una giovane donna, che negli enigmatici comportamenti e nelle poche parole, sospese nel significato e nell’anonimato, si dissolve nell’irresistibile luce metafisica e talvolta si rifrange sulla tragedia delle vittime, facendo avvertire la sua aerea presenza con la diffusione di un profumo celeste.

                                                Premessa

Era il dieci agosto,giorno di San Lorenzo,  il sole cocente spandeva il suo calore intenso e il suo luminoso sguardo nel cielo azzurro che si specchiava sulle acque immobili del mar Tirreno, eternamente protettrici  dell’isola, brillante come una perla di edenica bellezza,  innestata  nel fondo marino, rischiando di essere ingoiata dal mitico Pelago, suo innamorato in attesa incantata  e pudica di poterla abbracciare. Io tornavo da Barcellona P.G., dove mi ero recato per andare a far visita ad un  mio caro amico, con cui avevamo organizzato numerose iniziative culturali, in  un territorio arido di cultura e devoto cultore della Terra-Madre. La vita scorreva  automaticamente sempre uguale,ogni giorno  la  gente oscillava sullo stesso binario che li portava dalla propria dimora al  luogo di lavoro o al mare, per potersi liberare dall’angoscia soffocante da mesi,provocata e alimentata dalla prigionia a causa di una inedita pandemia, cosparsa sull’intera pianeta,esportata da un virus mortale proveniente da un paese orientale. In pochi giorni,il virus sconosciuto aveva debellato milioni di persone, senza  alcuna possibilità di annientarlo, perché non esisteva  farmaco o vaccino per i contagiati. Si concordò tra gli scienziati che l’origine della pandemia era dovuta ad un germe generato dai pipistrelli e i laboratori di ricerca scientifica,finanziati da diversi governi e anche con contributi finanziari volontari da aziende private. Il comitato scientifico dell’OMS elaborò una bozza di misure preventive per contenere l’espandersi veloce dell’infezione, applicate dai governi del pianeta.  Anche il mio amico era stato colpito dal male incurabile e il medico di fiducia lo fece ricoverare in ospedale, dove i medici avrebbero tentato di salvarlo, con la necessaria strumentazione tecnica di terapia intensiva. Quando arrivai all’ospedale con la mascherina sul volto, chiesi ad una infermiera il numero di stanza dove era ricoverato il mio amico. Ma,subito fui invitato a disinfettarmi le mani, sottopormi al tampone e ai controlli dovuti. Osservato il protocollo, volai al suo capezzale, lo vidi molto pallido in volto e molto dimagrito e mi gettai per abbracciarlo, trasgredendo le indicazioni governativi, mi tolsi la mascherina senza pensare a un  possibile contagio. Stentava a respirare e a formulare la parola,ma accennò un impalpabile sorriso. Io rimasi molto turbato per le sue molto precarie condizioni di salute. Ricollocai la mascherina sul viso e mentre sprofondavo in un segreto pianto interiore, due infermieri adeguatamente protetti  entrarono nella stanza con una barella, sulla quale adagiarono delicatamente il paziente   e lo portarono nella sala di terapia intensiva. Io li seguii, con lo sguardo  inchiodato sul viso di , ma mi fu impedito di entrare, spiegandomi i motivi del diniego. Istintivamente salutai il mio più caro amico Daniele con un cenno della mano e, quando gli infermieri chiusero la porta, uscii dall’ospedale come un fantasma e mi avviai verso casa. Non mi rendevo conto dove sarei andato, con il cervello trivellato  da un totale sconvolgimento,per una valanga di crolli di certezze consolidate dal mio veloce e tenace percorso formativo corroborato dai molteplici ingredienti culturali e dalle esperienze vissute in mezzo alla mia povera gente, trasfigurata dalla adamitica schiavitù. Mi sentivo navigare nel vuoto. Salendo le scale di casa, barcollavo,come se il cuore e il cervello mi fossero stati strappati da una mano invisibile e lottavo dentro di me, adirato e  ansioso di capire le ragioni della mia disperazione. Chissà dove mi avrebbe trascinato il mio cuore devastato. Mentre mi chiedevo questo, crollai inconsapevolmente sul divano e  precipitai simultaneamente nel sonno. Non so per quanto tempo dormii,  perché appena chiusi gli occhi, incominciò a  dipanarsi nella mia mente il filo di Arianna che proiettò nitidamente sullo schermo della memoria le sequenze della mia vita.  Quando mi svegliai e la nebbia che ottundeva la mia mente di  dissipò totalmente,avvertii l’urgenza di registrare nel foglio bianco del mio diario, le vicende, inconsciamente emerse nel sonno,  più formative della mia vita   per poter meglio riflettere in che modo poter ricostruire  la speranza di recuperare i frammenti del progetto luminoso, alimentato nel quotidiano percorso dell’esistenza e cominciare a ricomporre quei frammenti nel mosaico originale  del mio sogno.

                                                         Capitolo I

1

Nel torpore mentale in cui galleggiavo, mi sforzavo di addormentarmi. Mentre continuavo a rigirarmi tra le lenzuola, sempre invisibilmente vigile al capezzale dei disperati,ebbe pietà dei miei dolorosi tumulti interiori che rasentavano la follia, mi accarezzò con le mani vellutate il viso e le palpebre e mi inchiodò nel sonno. Poi soddisfatto di aver compiuto la sua missione, si dileguò chissà dove. Ma improvvisamente, un fruscio di ali angeliche vibrò nello scorrere del mio sangue nelle vene e una piuma di voce aleggiò sul forsennato battere del mio cuore, sussurrando un messaggio armonioso:”Dormi,fanciullo mio,dormi e sogna Amore, l’Amore che sognasti per la Gioconda fanciulla che ti strappò alla cloaca di una terra  infestata di inganni e tradimenti,di feroce egoismo e di dissacrante mistificazione, di sadica empietà e di barbara avidità di tutto, di cui io riuscii a liberarmi,grazie al tuo amore”.  

Le soavi parole aprirono magicamente il rubinetto dei ricordi di un tempo perduto e alla fine redento dal continuo fiottare nella mente una valanga di eventi dolorosamente vissuti e fideisticamente rasi al suolo dal riecheggiante richiamo segreto di quella voce soave che mi esprimeva anche gratitudine per sentire di essersi salvata, grazie al mio amore da lei considerato divino.

“Non devi ringraziarmi di niente, come ardentemente vorresti, senza riuscire a capire i sussulti vertiginosi del tuo cuore. Sono io che ringrazio te, dalle profonde radici dei miei sentimenti, in costante evoluzione non so verso dove, ma ne conosco le ragioni che, nei capovolgimenti del tempo e nei capogiri delle tante stagioni, si sono consolidate e irrobustite, fino a far maturare sull’albero dei miei sogni, un aereo e indissolubile legame affettivo dall’infinito perimetro, in sempre più intenso e più irresistibile respiro comune, alimentato da un fosforescente arcobaleno di luce, impensabile negli alvei del pianeta. Il carburante sembra inestinguibile e noi, virtuali corpi d’aria, insieme voliamo su una rara mongolfiera dorata, straripante di eterea cultura, verso i pascoli del cielo fibrillanti di soffici aghi verdi verso l’Olimpo per ubriacarsi di azzurra luminosità. Mentre ci avviciniamo alla infuocata caldaia del sole, la nostra mongolfiera incomincia a sgonfiarsi repentinamente, trasformandosi in cartoccio infuocato che minaccia di liquefarci in gorghi liquidi, di cui ignoriamo la fenomenica metamorfosi. Ci riscopriamo molecole incatenate con esili fili multicolori e, stupiti, ci ritroviamo incollati in un solo occhio celeste, patinato di una inconfondibile velatura mediterranea. Mi sento confuso in tale fenomeno astrale e chiedo a te, se puoi spiegarmi e guidarmi verso un pertugio, conosciuto solo da te. Il mio turbamento sgomenta le tue ciglia stellate che proteggono la cellula fusa dei nostri occhi fibrillanti nell’Eden del cuore. Anche il nostro alito vitale è confluito in un vicolo virtuale ai piedi di un muro gigantesco e fatuo che vorremmo oltrepassare, ma ogni nostro sforzo è sterile, perché la mobile cortina sincronica ai nostri ansimanti palpiti, nella rincorsa viene calamitata con simmetrica distanza da quel trasparente sipario che ci preclude ogni illusione di facile approdo. Dentro la pupilla unica, si espande lo sgomento, frastuoni indistinti rumoreggiano nel vuoto e trombe angeliche si librano in volo da abissi indecifrabili, precedute da scoppiettanti rivoli di albe celestine, fino ad esplodere in un opale intermittente di ocra, trascinandoci su diafani binari di alba, sulla scia di una stella cometa: il concerto di note angeliche rotola oltre l’ostacolo di un fiume luccicante di musica viola . Ti chiedo con tremore se sai cosa sia successo, dove siamo e dove cercare il tunnel della fuga. Tu mi rispondi, con una vellutata scansione della voce, che vortichiamo in gorghi aerei verso l’infinito, come follemente Icaro, come astutamente Ulisse, che inseguì la virtù e conoscenza dei meccanismi dell’universo, o come il mitico Dante, che riuscì ad attraversare Il regno doloroso dei dannati, delle anime in penombra e ad approdare alle dorate spiagge di un giorno eterno, vibrante di soavi note, di canti e di felici girotondi, che solo un dio riesce ad armonizzare in un solo coinvolgente concerto di gioia totale. Mi aggrappo dissennatamente alla dolcezza delle tue parole, intinte di speranza di salvezza. Lo spettacolo surreale, inghirlandato dalle tue fluorescenti palpebre, dilegua ogni nebbia dalla mente e una realtà subliminale invade le mie vene. Una affascinante figura femminile, rivestita di brillare ustionante, pigmentata di pianeti rossi su un vetro, scintillante in un universo di stelle mantovane, con l’ aurea treccia fluente nel suo seno, nel soffio del ricordo ti strappò dalla gola stupefatta un perlaceo nome: “Beatrice!” E le tue tumide labbra si richiusero devote. Una cascata di ricordi fluì sulla lavagna della mente. Improvvisamente mi rividi tra le rosee pareti della stanza a parlare con creature divine, amate dai poeti, che rischiaravano il tuo sonoro palpitare e, nel religioso silenzio che uncinava la dolce visione del tuo avanzare, tutti si rinserrarono in ascolto del soave sibilo labiale che pregava il Supremo Poeta di Roma, inimitabile cantore della dea Ragione, ancora devoto al volere degli dei, gestori dei destini umani e delle tue ben affilate mani congiunte a supplicare, lo sguardo brulicante tra cielo e terra, in attesa fremente dell’unico dio, perduto nella selva di ogni male, per poter riabbracciare l’ uomo innamorato che da solo si sarebbe smarrito tra gli orribili mostri danzanti dentro il fuoco. Rividi, come allora, gli occhi timidi, penetrare nell’arpeggio delle mie parole che avidamente rutilavano assetate nei vicoli caldi degli abbracci tra Eros e Calliope incollati dall’ Agape divina. Allora, mi voltai verso di te, e ti rividi,  Euridice gentile, sfilare nel tuo cielo, mentre il muscolo cardiaco stremato, stentava a sillabare: “Beatrice, tu mia Beatrice, eterna luce che hai sempre rischiarato i tempi bui del dolore umano con l’ansimante calore del tuo fiato, con il tuo corpo avanzante di bianca farfalla, con le parole suadenti del tuo sapere, Tu, alito puro del mio respiro, intonavi un travolgente canto di richiamo, a me che accecato ti seguivo, barcollando sul sentiero allagato dall’onda salvifica del tuo profumo e ignoravo che, nel voltarmi indietro, ingenuo Orfeo assetato di guardarti, ti avrei perduto per sempre, perché avevo trasgredito il volere degli dei. Ero disperato. Correvo a perdifiato. Avevo incisa in fondo al cristallino la dolcezza della tua voce che guidava i miei passi nell’aureola eterea che ti aveva oscurato davanti alle velature di cotone, oltre il muro intransitabile dal piede umano, spalancavo forsennato le braccia nell’aria per catturare un lembo del tuo vestito, divenuto lemure scomparso oltre il muro, e trattenerti per sempre incollata sul mio petto, con le tue celesti guance sospese sul mio viso e sentire il pulsante tepore del tuo corpo, ansimante sul mio in una fusione d’amore che ci avrebbe gioiosamente avvinghiati in un tempo senza tempo, per riportarci come unica cellula nel regno dell’io Assoluto. Ma le mie palme spianate nel vuoto ripiegavano sul petto deluse, imitando istintivamente il poeta che inginocchiato ed afflitto sulla tomba del fratello, spalancava vanamente le braccia per sentirne il respiro. Ero sfinito. Vorticavo nella spirale infinita senza sosta. Mi mancava il soffio vitale. Avvertivo l’inutilità della mia esistenza, che avevo interamente speso nei capogiri della ragione e nella difficile captazione della purezza estrema e mi genuflettevo all’inappagato lamento dei protagonisti della letteratura, nel tentativo di interpretare le ragioni di approdo nel vuoto e nel nulla, il cosiddetto negativismo esistenziale di Montale, ma nel contempo avvertivo il lievitarsi di un sorso di speranza (non so in che cosa) nei versi ispirati dall’evanescente Clizia che lo  trascinava sul pentagramma dei versi, in attesa dell’illusorio aprirsi di un varco, per vedere penetrare un ago di luce nel buio della sua stanza-prigione, da cui poter evadere verso le spiagge redentrice di un’alba di verità e di libertà, per poter tornare sul pianeta-terra con un conquistato concreto senso della vita. Il pullulare della voce del poeta che recitava i suoi versi, incisi su un nastro agli studenti, riuniti nell’Aula Magna, mi inquietava ancora nel ricordo, perché Clizia non era tornata, ed il poeta solo in ritardo aveva intuito che la sua ispiratrice era vissuta solo nel suo sogno, dove sarebbe rimasta e avrebbe continuato ad ispirarlo nello scrivere parole d’amore sul male di vivere, in cui poter coltivare il seme della speranza nella consolatrice attesa dello squarcio che schiuda altri squarci di mondi limpidi nella scorza della divina indifferenza. Già mi stavo illudendo di essere su quella strada e la mia Beatrice-Euridice tornarono a brillare nelle mie pupille, alleviando per un attimo il mio inestinguibile tormento. Improvvisamente, l’invulnerabile sipario dietro cui erano scomparsi i miei due amori, che erano riusciti in me a liquefare in un’unica sembianza i due contrapposti poli dei miei sentimenti (“Amore sacro e Amore profano”), si erano enormemente allontanati. Un inaudito boato scosse il monte da cui propendevo verso il vertiginoso abisso. Una nuvola bianca di fumo s’avvoltolò nel cielo. Anch’io ne rimasi catturato, senza poter vedere il luogo dove mi trovavo. Ero ammutolito. Mi sentivo venir meno. Ero solo in una fucina di fiamme e di fumo soffocante, e continuavo ad invocare il presunto nome della mia compagna nel viaggio astrale. La mia voce risuonava nelle falde interne del vulcano, ma veniva soffocata dal fiammeggiante vapore. Un ago di luce brulicante forò d’improvviso le pupille ed una sterminata pianura celestina si spalancò al mio sguardo. Fui calamitato da un minuscolo globo luminoso. Mentre incantato, avanzavo sulla sabbia rovente, la punta di spillo brulicante di luce si espandeva, si restringeva si arrotondava in una creatura dalla chioma d’oro, china immersa nelle pagine di un libro avidamente letto. Quando le giunsi vicino, lei non si mosse, ma rimase inchiodata alla stessa pagina, con il mento appoggiato nel cavo della mano e il braccio poggiato sulla gamba destra, come se stesse riflettendo o stesse per leggesse dentro, all’armonioso risuonare dei versi risonanti. Non si accorse della mia presenza. Ma io ero curioso di capire il senso di quell’evento strano e unico e mi chiedevo chi fosse la inedita statua sottile e il perché se ne stesse in quella marmorea solitudine con lo sguardo inchiodato a quella pagina. Ero anche desideroso di sapere di cosa trattasse quel volumetto e il nome dell’autore. Con un colpo di tosse artificiale, cercai di farle sentire la mia  che non era sola, ma lei rimase immobile, di marmo, come se intorno non ci fosse nessuno. Io arduamente mi accostai di più ancora a lei, fino a poter vedere il colore della copertina e nel contempo l’autore del libro. Il colore era rosso, le dimensioni piccole, su cui con caratteri corsivi e neri risaltava il nome dell’autore, il titolo e in basso solo il cognome dell’editore. Repentinamente fui colpito da una intuizione e per acquisirne maggiore consapevolezza, scandii con morbida voce:

“Ogni giorno con te, viola d’amore

con te coltivo prati di ninfee”…

stavo per proseguire, quando senza alcun cenno di movimento, con i biondi fili dei capelli fluenti come salici piangenti fino a toccare la sabbia della spiaggia, un sibilo s’innalzò dalle sue labbra e sfrecciò veloce verso le mie orecchie otturate…

“mentre nel sangue s’aggira l’ago del dolore”…

 Allora, stupefatto, esclamai:

“ E come conosci questi versi? Chi sei? Perché preferisci stare sola, in un luogo tanto ameno? “

“Non ho amiche, io preferisco la compagnia dei libri, che sono i veri amici. Soprattutto, la poesia che innalza verso cieli limpidi, grondanti di purezza, dove l’aria fa vibrare sempre di armonie musicali la tastiera dei sogni, che a stormi allegri si librano nel fulgore gaio verso le spiagge infinite del sogno e dell’amore. Il pianeta è popolato di serpenti velenosi e di iene, sempre tese a sanguinose guerre, che fanno stragi dei deboli, degli umili e indifesi e spietatamente ne divorano la carne, riducendoli in mostruosi scheletri, come fanno anche molti politici che accoltellano alle spalle i loro padrini, che li hanno scelti come persone di fiducia, promuovendoli ad incarichi importanti di potere. Ho indelebili scolpiti nella mente, le immagini del sangue di Cesare scorrere sui gradini davanti al senato, pugnalato cinicamente dal figlio adottivo Bruto che era stato amabilmente allevato e scelto come suo successore. Certamente, dovette essere lacerante e mortale per Cesare, il momento in cui, il dux si voltò indietro e vide il figlio con la spada insanguinata in pugno imperversare sul suo corpo, mentre egli, ferito anche nell’animo, pronunciava con labbra deliranti: “Quoque tu, Brute, fili mi !” Il gesto criminale era già stato compiuto da Giuda, che aveva tradito il suo Maestro, disceso dal cielo per predicare fratellanza, pace e amore, nel regno delle belve spietate dell’impero, dove sul selciato delle strade o nelle feroci stragi al Colosseo, continuavano come gioco a saltellar e le squarciate teste delle vittime (innocenti o colpevoli) , che avrebbero dovuto civilmente avere un regolare processo. Poi, insaziabili nel versare il sangue dei miserabili, cinicamente sorridendo, riprendevano le armi e con agguati invisibili, duellavano tra loro fino allo sterminio. Oggi, i veri uomini e gli eroi dormono nella tomba del Mediterraneo o nel ventre degli squali e le madri già cadaveri, porgono i capezzoli ai loro piccoli che versano fiumi di lacrime e urla di dolore, udite da nessuno. Una gonfia nube piovve improvvisa dal cielo e avvolse nella spirale del suo volo l’ignota e inimitabile creatura, dissolta tra le sciarpe delle nuvole, sospinte dal forte vento in un folle viaggio nel circuito mobile del cosmo sconosciuto. Le mie labbra macerate la seguivano implorandola a restare, ma la sua immagine nel cielo si contraeva fino a restringersi progressivamente in un lontanissimo puntino baluginante come una minuscola stella, distante chissà quanti anni luce. Ero sconvolto e mi lasciavo trascinare come una piuma dal puntino di spillo luminoso, intermittente come il pulsare alternativo di un semaforo avvolto dalla nebbia opaca. Nella tempesta del vento rabbioso, che sembrava sconvolgere le nitide geometrie astrali, interrotte da frammenti di sillabe che stentavo a ricomporre in tonalità comprensibili. Infine, illuminato dalle lacerazioni del cuore, riuscii a percepire il senso di un messaggio nelle sistole e diastole della bufera.

“Ti prego, non cercarmi; sarò io a trovarti dovunque tu sia, quando il sisma cosmico, che sta distruggendo storia, memoria e tutto, vedrà sulle onde torbide di fango risplendere il planare del bianco candore della colomba felice, con il ramoscello d’ulivo tra le labbra, sul promontorio della melma per piantare un nuovo seme che sboccerà nel tremolante risalire della luce, innalzando verso gli astri preziosi e rari fiori di loto e muterà in celestino speculare il fango che sta soffocando la vita sul pianeta, dirottato verso l’Acheronte dall’effimero cartoccio delle distorte passioni, e i lemuri umani torneranno ad indossare il cilicio del supplizio e verseranno un infinito pianto di lacrime e di sangue. Mentre il pulsante luccichio rallentava la scansione del messaggio ed il mio cuore come impazzito, rotolava verso l’abisso sconosciuto, crivellato nella mente fino a non capire di essere uomo o scheggia di un incontrollabile dolore, destinato ad un inconsapevole sparire, mi perforarono l’udito le acute sillabe finali:

“Forse ritornerò dal mio viaggio senza meta. Tu, intanto, riprendi il tuo cammino e resisti agli agguati del nemico, non soccombere all’assalto dei mostri del potere, che continuano ad orchestrare trame di eccidi del nemico, prosegui nel tuo canto che ti insegnarono gli immensi dei del passato per poter suggerire nel futuro con i soavi ritmi delle rime , il giusto sentiero d’amore per la bellezza dell’universo e del bene fraterno, e alla fine ci ritroveremo insieme nell’Eden del bel canto, della danza circolare del puro amore, cercando di capire il senso unico vibrare nelle vene, il bene comune in una voce e il sogno sospeso ad un aquilone”. Vidi sparire l’ombra sventolante di una piccola mano, che tracciava un insuperabile canto di preghiera con sillabe dorate oltre le vette dell’infinito:

Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio.

Tu sei colei che l´umana natura
nobilitasti, sì che il suo fattore,
non disdegnò di farsi tua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l´amore,
per lo cui foco nell’eterna pace,
così è germinato questo fiore.

Qui sei a noi meridiana face,
di caritate e giuso intra i mortali
sei di speranza fontana vivace.

Donna, sei tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disianza vuol volar senz´ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi dimanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietade,
in te magnificenza, in te s´aduna,
quantunque in creatura è di bontade.  

Scandii la preghiera che sembrava scaturire dal mio cuore e mi riconoscevo veramente in quel canto d’amore che si spandeva nella concavità del cielo e si dileguava, verso dopo verso, quando la mano procedeva a scrivere il verso successivo. Miracolosamente l’altissimo inno si incise sulle orme già incollate nel mio cuore. Ardevo di aggrapparmi al vento di quella illuminante preghiera e sparire dall’orizzonte terrestre, dentro cui in un perimetro angusto, continuava fino allo stermino la guerra tra le belve sopravvissute all’esplosione del fungo atomico negli angoli dell’intera sfera terrestre, trasformata in atomo rovente. Allora urlai:

“Beatrice, Beatrice, angelo segreto della mia misera esistenza, aspettami, ti supplico, voglio seguirti come mia dolcissima guida. Verrò dovunque tu mi trascinerai. E se ciò ti sarà impossibile, io rimarrò sempre in ascolto delle tue parole, in un angolo invisibile del tuo cuore”. Precipitai improvvisamente, come un fuso, nel vuoto e, privo di sensi, mi ritrovai seduto alla scrivania, con un grosso volume rosso che sulla copertina il poeta divino era incorniciato da una corona d’oro, dal cui orlo si protendeva il naso acuto, le severe ciglia e le labbra ardenti di libertà, di giustizia e di fraterno amore, che si era illuso di poter conseguire con la convivenza pacifica nella sua città, ed essere felice nel vedere nella sua Firenze il sorgere della città celeste, andandosene tra le nubi soddisfatto di aver compiuto la sua missione.

 Quando mia madre, che frequentemente mi portava il caffè, il panino imbottito di mortadella o il pranzo parco nella stanza, dove io mi barricavo per studiare durante il giorno intero , vide la copertina del volume della Divina Commedia, regalatomi da mia sorella, suora paolina, incuriosita da quel volto strano, mi aveva chiesto notizie sul libro e sul suo autore. Quel ritrovato relitto, interrato dalle intemperie che nessuno aveva notato prima , ridestò in lei ciò che io le avevo spiegato. Sorpresa e incredula sulla presenza di quella reliquia in un luogo molto distante dalla sua Firenze, abbandonò lo strumento di lavoro nei solchi e ritornò velocemente a casa.

Senza dirmi nulla, si recò nell’officina di un artista-scultore del paese e lo pregò di installare urgentemente quel prezioso busto su un piedistallo di marmo, senza alcun cenno esplicativo. Il giorno successivo, sulla mia scrivania a sinistra si ergeva, incastrato in un quadrato di marmo bianco, il busto di bronzo, parzialmente velato di muffa, del poeta eterno incoronato di alloro, che mia madre aveva trovato, mentre vangava le zolle all’Alfarano, nel fazzoletto di terra ereditata dai suoi genitori. Intuì la preziosità del rinvenimento in quel luogo inimmaginabile, perché già conosceva quel volto impresso sulla copertina della Divina Commedia, che io brevemente le avevo spiegato, trovai sulla scrivania il rarissimo regalo, con accanto un vaso di gigli bianchi, profumati , coltivati da mia madre sull’orlo del terreno, come uno scudo bianco o come simbolo di adorazione alla Madre-Terra. Simultaneamente, mi sentii inebriato dall’intenso profumo che allagava la stanza e rimasi abbagliato dalla visione del poeta divino impettito e orgoglioso di poterlo avere accanto, durante gli studi, proprio il Sommo-vate che avevo studiato sia alla scuola media che al ginnasio e in prima liceo e che avevo più volte ascoltato, recitato e spiegato da mio padre, che da solo l’aveva imparato a memoria e ben capito, sia per le conoscenze religiose acquisite nel servizio della Chiesa, sia aiutato dalle note esplicative a piè di pagina e nelle introduzione di ogni canto. La vicinanza del mio autore preferito, che mi aveva fatto capire la fragilità dell’essere di fronte all’assalto della passione amorosa e, nel contempo, insegnato come resistere alle seduzioni degli allettamenti materiali, per poter operare scelte positive nel cammino terrestre e prepararsi nitidi al lungo viaggio. Tra l’intrecciarsi e il sovrapporsi di tante emozioni, si riaprì in me una dolorosa ferita, inflittami nel primo giorno di ingresso al liceo. Il mio Preside del ginnasio un giorno mi aveva convocato in Presidenza, dove mi ero recato accompagnato dal bidello, timoroso di un qualche richiamo. Invece, il Capo dell’Istituto, che era anche uno scrittore e un poeta, mi invitò ad accomodarmi con un benevolo sorriso e, vedendomi arrossire, mi rasserenò con voce affettuosa:

”I suoi docenti mi hanno informato sul suo comportamento e sul profitto scolastico, con indicazioni molto positive; anzi hanno precisato che Lei, con i suoi ottimi risultati, onora questa scuola, ed è il migliore nella resa culturale, pur affrontando molti sacrifici, sia per procurarsi i libri di testo, sia recandosi a piedi fino all’Istituto, a sei KM di distanza, con la pioggia e con il vento. Perciò, considerate le sue preferenze per le materie letterarie, io, a nome della scuola da me presieduta, ho il piacere di regalarle questo libro, come segno di riconoscimento e di incoraggiamento a proseguire fino in fondo, nel corso degli studi, convinto che le sue brillanti capacità, lo porteranno in alto. Il contenuto di questo libro che è testimonianza reale di come cammina l’uomo nella storia, consoliderà le sue scelte culturali ed esistenziali”.

Mi congedò con una calorosa stretta di mano e con una carezza sulla spalla, incitandomi a continuare gli studi al Liceo Classico, Appena imboccai il corridoio, tremavo istintivamente e, tanto ero scosso dall’addensarsi confuso dei pensieri, che non riuscivo ad individuare la porta della mia classe. Aprii la busta che custodiva il libro, fui assalito da una forte vertigine, vedendo il titolo e la foto in copertina di una bimba denutrita e scavata nel volto dal dolore. Con i pochi cenni dell’insegnante di lettere sulla tragedia della bambina, vittima innocente della tirannide nazista, mi sentii trafitto da un inestinguibile dolore. Idealmente riuscii a collegare il dolore dei due simboli rappresentati da Dante, vittima straziata dall’odio e dalla vendetta dei partiti, prima dai suoi compagni Guelfi e poi dagli avversari ghibellini, fino alla decisione di allontanarsi dalle due fazioni impegnati in una feroce lotta solo per la conquista del potere a Firenze, solo per operare vendette mortali sui nemici e derubarne i beni. Il sogno politico di Dante tra i due contendenti si concentrava sull’obiettivo della riappacificazione, per rendere la vita dei fiorentini più serena e collaborativa in modo da rendere migliore e più sicura la città. Per la realizzazione di tale sogno, si impegnò nell’agone politico, fu eletto priore della città e, in tale veste, con un’ambasceria si recò dal papa a Roma, per invocare il suo autorevole intervento, al fine di far cessare la lotta tra le due fazioni e rafforzarne le capacità di difesa dei cittadini, minacciati dalle polis ghibelline, che si erano alleati con Carlo Valois, interessato ad imporre l’egemonia francese sulle città guelfe e sostenuto dal Papato era riuscito nel suo progetto. Mentre Dante era a Roma per compiere la sua missione, i Ghibellini con l’aiuto del re di Francia, si impadronivano del potere, condannando il poeta a morte, se avesse fatto ritorno nella città. La condanna venne riferita a Dante durante il viaggio di ritorno a Firenze, ma lui preferì, con mortale amarezza, avviarsi sulla via dell’esilio, imparando “quanto sa di sal lo pane altrui”. Valutando la drammaticità delle due esperienze, cioè di Anna Frank e di Dante, la mia mente si illuminò improvvisamente e il cuore incominciò a pulsare rabbiosamente per quelle creature sfortunate, su cui si era accanito un perverso pregiudizio di una parte della società, fagocitata dai seminatori di odio o, in altri casi, dalle ronde notturne del bullismo in cerca di creature miserabili da mortificare o punire con violenti pestaggi, considerati essere spregevoli e nemici. Sull’onda del furore, io simultaneamente decisi di impegnarmi sempre al fianco delle vittime, straziate dall’emarginazione civile e sociale e uccise dalle intemperie notturne, mentre abbandonati su panchine sgangherate o nelle vicinanze di una stazione inseguendo il sonno, sotto un tetto di cartone, rubato davanti ai supermercati, vilipesi dai passanti che li consideravano come cani appestati, con lo stesso sogno di Dante di combattere e resistere al diluvio delle storture del mondo con l’obiettivo di poter contribuire a recidere alle radici il male dal cuore dell’uomo con le armi della sofferenza, della fede e della cultura, per avviare un processo di redentrice metamorfosi interiore dell’essere, umanizzandone i sentimenti e rendere più flessibile la ragione, spesso eversiva, degli uomini. Fortemente convinto dell’urgenza di affrontare il gravissimo problema del disastro globale che aveva provocato un irreversibile processo di degradazione e di devianza collettiva, sulle orme dei potenti della terra che, detenendo ricchezza e potere, trascorrevano le notti tra incredibili orge arricchite da tutte le forme di sfrenato piacere, esteso in tutte le corti del mondo. I giornali diffondevano le incriminazioni della magistratura, e ne illustravano i particolari sia di eclatanti casi di corruzione nell’orbita del potere, sia nella descrizione capillare della impudica e costante depravazione comportamentale, con lo stupro di ragazze minorenni, con ammucchiamenti sessuali di gruppo e con altre azioni di meschina immoralità, non più coperte dalla complicità dei mass-media liberi e indipendenti da tali mostri. Il senso di responsabilità della stampa non prezzolata, per poter attenuare il dilagare di tanta melma etica, molto imitata dalla maggioranza dei cittadini, spogliati di strumenti di difesa e privi di contenuti etici e culturali, denunciò la devastazione collettiva del codice etico risalente alla diserzione dei giovani dalle centrali educative, come la famiglia e la latitanza dalle aule scolastiche, fucina di vaste conoscenze e di codici formativi, idonei ad iniettare nelle radici del cuore e del pensiero, i semi più limpidi dell’albero del bene che annienta ogni spinta eversiva dei sentimenti e consolida la forza della ragione nelle creature sprovviste di conoscenze e inermi

Su tali argomenti ero molto documentato,perché Mimmo, uno dei miei più cari amici,che studiava Lingue e durante la settimana rimaneva a Messina alloggiato nella casa dello studente,per poter frequentare ogni giorno l’Università, Sabato e Domenica rientrava al paese, con i settimanali più coraggiosi italiani e inglesi e con i libri della migliore letteratura angloamericana,ma anche con quelli di Pavese e Moravia, gelosamente custoditi nel borsone. Aveva al piano terra della sua abitazione,un vasto salone con le pareti assiepate da una ben fornita biblioteca,dove ci riunivamo per discutere del più e del meno,ma poi si passava a parlare dei più eclatanti problemi della settimana,che lui già conosceva e che con fervida convinzione rileggeva a me, con trasgressivi commenti, ispirati dalla sua dottrina marxiana. In un certo senso,fu per me un vero libero maestro. Grazie a lui, già conoscevo Prevert, Pavese,Heminguay, Steinbeck, FaulKner, Sagan, Yoyce, Ferlinghetti, Kerouac, i francesi Flaubert, Stendhal,Hugo, e soprattutto i grandi maestri russi, da Tolstoj,a Dostojevskji, a Pasternak, a Cecov,per non dire degli autori inglesi del romanticismo, da “La ballata del vecchio marinaio”di Colerige, a “Gente di Dublino”,al “Romanzo di un giovane povero” ad Eliot, senza trascurare Manzoni e Dante, pervenendo a individuare distanze e corrispondenze tematiche,poetiche,filosofiche e linguistiche tra i vari autori.  Mimmo andava ogni anno in Inghilterra e conosceva benissimo l’inglese e il francese e spesso si appassionava in letture in lingua originale,che poi declamava in italiano con cadenze di un puro attore. Numerosi dei libri già letti, li regalava a me, perché già lui ne conosceva a memoria il contenuto, la struttura e lo stile. Fu per me un vero stimolatore di libertà di opinioni e di obiettivo giudizio critico, ma anche mi fornì un bagaglio di conoscenze ed esperienze fondamentali realisticamente accadute in Italia,in Sicilia e nel mondo, che ampliarono il mio sapere e rafforzarono e svilupparono le mie potenzialità intellettuali,tanto da poterlo considerare la  perla della  mia formazione e serbatoio di approfondite analisi globali. Commentavamo ogni evento politico nazionale,regionale, provinciale e comunale,con libertà a 360 gradi. Talvolta,scendeva giù suo papà,per offrirci il caffè e noi lo esortavamo a restare con noi. Era Comandante dei Vigili urbani e le sue interlocuzioni nel nostro conversare vertevano su avvenimenti di carattere locale,da lui ben conosciuti. Dopo il suo intervento informativo, delicatamente si allontanava,augurandoci:Buon proseguimento. Furono anche incontri di vere diagnosi letterarie, sociali, politiche, economiche e culturali, durato alcuni anni,finché lui si laureò e,con la valigetta di lavoro,varcò lo Stretto e riuscì ad avere un incarico di insegnamento a Ponte di Legno, un paesino di turismo invernale, piantonato dai candelieri di ghiaccio e avvolto in un mantello di neve, su cui si vedevano volare sciatori di ogni età e di sesso diverso,accucciati sugli sci  . Tornava puntualmente alla fine di ogni anno scolastico e, durante i giorni di afa estiva continuavano i nostri confronti, come un tempo, ma si aggiungevano anche analisi delle carenze territoriali, delle problematiche più angosciose della comunità locale, come la mancanza di lavoro, di edilizia scolastica e popolare, l’assenza di una farmacia e di un medico,che potesse curare gli ammalati cronici ed effettuare prestazioni  di pronto intervento,negozi di scarpe,di vestiti e di biancheria intima. Mancava un ufficio postale e un dentista,né c’erano edifici idonei alle relative prestazioni, insomma Bafia era in quella fase della storia,l’ombelico negativo del mondo e Mimmo avvertiva e soffriva per il malessere collettivo.     

Egli era anche il compagno affettuoso delle nostre passeggiate fino all’icona di San Giuseppe.  Già era alla fine degli studi di lingue  alla  all’Università di Messina,era la nostra guida e il nostro serbatoio di informazione degli eventi quotidiane, delle guerre politiche e della cultura,in quanto possedeva un bagaglio di sapere notevole, accumulato con letture quotidiane di giornali e di libri. Durante la settimana abitava a Messina alla Casa dello Studente,per frequentare ogni giorno le lezioni all’Università. Ogni fine settimana, tornava al paese e ci rifugiavano nel suo studio al piano terra della sua abitazione, dove teneva ben curata e aggiornata la sua Biblioteca. Interpretava con senso critico ogni evento e su ogni argomento culturale si soffermava a lungo, illustrandoci tematiche e gli strumenti linguistici degli autori su cui conversavamo,soprattutto autori come Shaekspeare,di cui indagavamo sul luogo di nascita, da sempre oggetto di ricerca anche da parte di alcuni critici. Io avevo ricevuto in dono di un anziano scrittore di Ragusa un volume su vita e opere del grande scrittore ragusano, pubblicato a proprie spese in cui sosteneva,  con argomentazioni tratte da riferimenti   delle stesse opere  dell’autore, la tesi della nascita a Messina del grande scrittore, battezzato con un  nome e cognome diverso,per motivi di inopinabili intrecci familiari  e perché nella aristocratica e presuntuosa nobiltà inglese,diversamente non sarebbe stato accettato; invece dopo il suo successo letterario mondiale. Invece dopo aver scoperto la sua grandezza,ne divenne il loro idolo, con notevole riscontro culturale ed economico. Vista l’importanza di  quella scoperta,ne parlai in classe ed una mia allieva, Cristiana, molto seria e studiosissima,mi espresse il desiderio di poterlo leggere. Elaborò un testo critico ottimo e molto utile che pubblicammo sulla Rivista scolastica “Il Leonardo”,nato nella mia classe e di cui la mia allieva divenne la realizzatrice,con la collaborazione dell’intera classe. Il lavoro svolto dalla classe diventò un libro di 485 pp. e venne pubblicato dalla Bastogi. Il volume fu molto apprezzato e alla Preside pervennero complimenti di stima da parte dei genitori degli allievi e dalle più prestigiose autorità culturali della città, che giudicarono il libro come la storia letteraria della città ancora più apprezzato quando vinse un Premio Letterario Internazionale che rese orgogliosa l’intera città.  Lo studio della storia era penetrato nel mio DNA e continuai ad approfondire la conoscenza del cammino umano nella storia. Con Mimmo, ci incontravamo,appena era possibile, nel suo studio o in canonica o nel minibar  e conversavamo di tutto. Era anche un ottimo oratore e si accalorava, quando metteva a fuoco le storture della società e squallore della classe politica siciliana,italiana e internazionale, ma richiamava spesso alcuni articoli della Costituzione,secondo lui, tradita. Il suo timbro di voce risuonava più forte, quando affrontava la barbarie  delle sterminavano come mosche provocate dalla guerre che insanguinavano i paesi poveri del Terzo Mondo,in nome dell’espansione del sistema democratico e inveiva contro i seminatori di morte che bombardavano poverissimi villaggi frantumando il corpo ischeletrito di bambini,seduti davanti alla capanna ricamati di mosche assassine o desideravano illudersi nel gioco  che anche la guerra fosse un gioco dei caccia bombardieri. Poi passava in rassegna le stragi avvenute in Italia in tempo di democrazia e pronunciava invettive contro i politici che erano diventati le sanguisughe del potere e volutamente ciechi verso le tante creature accucciate in stracci e affamati da giorni nei luoghi più squallidi delle città, avviandosi dignitosamente verso il porto della morte,senza un sorriso o una carezza di nessuno. Io fremevo di dolore e non riuscii mai a dimenticare quella voce che urlava contro i gestori  di tali storie tragiche, che rafforzarono le radici dei miei embrioni ideali. A scuola,il docente di Italiano e di storia  di eccezionale preparazione contenutistica, di notevoli capacità espositiva e appropriata didattica, mi aveva particolarmente coinvolto  tanto che ogni mese compravo in edicola la rivista di approfondimento Historia, molto preziosa per gli ampi servizi speciali su particolari vicende storiche inedite della civiltà antica moderna e contemporanea. Con il suo consenso, ne parlavo poi in classe e il docente traeva spunto per arricchire di ulteriori contributi e testimonianze l’argomento trattato  che mi avevano insegnato di quanti orrori e di quanto sangue grondino le mani “delicate” di chi detiene le leve del potere, che ha in ogni epoca soffocato sul nascere ogni fruscio di dissenso, per poter governare, senza alcun controllo, al di fuori di ogni principio legale e morale, fino a trasformarsi in potere dittatoriale. Anche lo studio delle cause, degli sviluppi e della rivoluzione francese plasmò definitivamente la mia formazione. Essa esplose dopo secoli di sgozzamento di ogni diritto naturale dei sudditi, operato dalla plurisecolare monarchia assoluta, che concentrava i pieni poteri nell’arbitrio del sovrano, sostenuto nel bene e nel male, dai fedelissimi della corte, anche nelle esecuzioni di morte, senza processo, ma decise dall’indiscutibile volontà del monarca. Gradualmente, grazie all’azione formativa degli intellettuali, i cosiddetti enciclopedisti, trionfarono in Francia le idee di libertà, di fratellanza e uguaglianza, che si diffusero anche in Europa ed arrivarono in Italia, dove si diffondevano tra la plebe che sognava finalmente di potersi liberare dalle ataviche catene di schiavitù, alimentando la rabbia soffocata da tempo, per i soprusi e le torture secolarmente subite, che ora si scatenava a sgozzare i suoi precedenti aguzzini facendo dilagare lo scorrere di sangue soprattutto per le vie di Parigi e anche nelle campagne, stracolme di servi della gleba. Di fronte all’eccessivo disordine nazionale e il divampare delle stragi classiste, Robespierre inaugurò la fase estrema del “Terrore” sfociato nell’orrore del bagno di sangue, che travolse anche la monarchia con la decapitazione del monarca, catturato mentre tentava di lasciare la Francia. Dal clima di odio e della guerra civile, emerse la figura di Napoleone, grazie alle sue vittoriose imprese militari, le operazioni di espansione territoriale, le promesse di liberazione dei popoli dalle inossidabili catene della sudditanza, divenne il nuovo idolo dei francesi che involontariamente si trovarono sottoposti ad una nuova mascherata, anche se lungimirante, tirannide. Ma il malessere sociale continuava ad espandersi in tutti gli angoli dell’Europa, sfociando nella febbre incendiaria del 1848, alimentata anche dalle nuove idee rivoluzionarie, predicate nelle pagine del volume “Il Capitale”, che incise in maniera determinante ad aprire un nuovo capitolo di storia e di speranza per la plebe, da sempre relegata nel buio limbo della schiavitù, che infiammata dal nuovo Vangelo laico si avviava decisa verso una rivoluzione permanente, per liberarsi dalle secolari catene di miseria e di sopraffazione dei potenti al potere, che l’avevano vergognosamente sfruttata, ignobilmente derisa e sadicamente e capricciosamente umiliata. Particolarmente nel Meridione d’Italia, dove continuava a prosperare il feudalesimo, si verificavano ancora nelle campagne episodi deprecabili di stupro coatto da parte dei baroni e dei campieri che violentavano le donne inermi senza alcun timore e le mettevano incinte, attribuendo la paternità ai legittimi mariti, ignari del turpe inganno. Il feudatario si spingeva oltre. Convocava nel suo palazzo le più belle fanciulle vergini del feudo, e le costringeva a compiere dissacranti contorsioni sessuali, per il suo godimento genitale e dopo aver soddisfatto i suoi capricci, le trasferiva nella parte più lontana del feudo, per partorire senza alcuna risonanza, per non provocare scandali nocivi alla sua reputazione. Accadde pure nelle mie contrade, che le donne incinte, si liberavano segretamente dei neonati, scagliandoli, come inservibili oggetti, nell’acqua dei pozzi più profondi del territorio, tornando tra i suoi sorridendo impudicamente. Una ben conosciuta ragazza si liberò in tal modo dei suoi due gemelli appena nati, altre, ben guidate, ricorrevano all’aborto clandestino presso improvvisate levatrici, volgarmente definite “mammane”. Le famiglie erano in gran parte consapevoli, ma subivano le efferatezze silenziosamente, perché sapevano che, in caso di ribellione, sarebbero state espulse dal fazzoletto di terra, assegnata dal padrone che per loro era sorgente di sopravvivenza, e che non avrebbero trovato asilo da nessuna parte, per la complicità tra i feudatari che tacitamente si rifiutavano di accogliere chi era fuggito o espulso da un altro feudatario. Non sfuggivano alle sevizie padronali neppure i servitori della corte che, come raccontava mio fratello che quotidianamente sull’asinella si recava nei palazzi dei padroni per radere la barba o tagliare i capelli, assisteva ad episodi stomachevoli, quando il signor barone o marchese ordinava ad uno dei servitori, presenti al rito servile dell’operazione, di prendere il vasino e di sostenerlo mentre il padrone, seduto sulla poltrona si sottoponeva alla igienica azione del barbiere, si sbottonava i pantaloni e tirava fuori il pene per orinare impudicamente. Mio fratello mi raccontava anche capricciosi eventi, come quando il padrone di una mandria di pecore e di capre, che si mostrava molto gentile e generoso con mio fratello, ordinava al ragazzo suo aiutante, di andare alla fonte non molto vicina per riempire di acqua “u bumbaleddu”, che il padrone subito svuotava e rimandava “Peppe” a riempirlo di nuovo. Il via vai e ritorno durava l’intero giorno, fino a quando il padrone era soddisfatto. Il ragazzo protestava perché il padrone lo chiamava con aggettivi ridicoli e lo apostrofava con locuzioni volgari, come:” Attia Kaifassi, veni ccha, va’ a ghinciri u bumbalettu”;oppure”: “Undi si, fighiu di panza ammaccata, no sa cha ghiri all’acqua?” Ma un giorno il ragazzo non riuscì più a sopportare le beffe del capo-mandria e, allontanandosi velocemente, si congedò gridando:” Iò mi chiamu Spieppi, Spieppi, Spieppi”.

La voce lontana si spense nella chioma degli alberi centenari di quercia, richiamata nei seni della valle, mentre il ragazzo spariva all’orizzonte per sempre. Protagonista di un altro episodio beffardo fu “U Mozzu , ” Il più grande proprietario di ovini e di mucche della zona che aveva alle sue dipendenze numerosi pastori. Questi, era stato definito con tale epiteto (U Muzzu= il Mozzo), perché, (come raccontava il veterinario dott. Nino Pino che si recava spesso in quella mandria per l’assistenza sanitaria del gregge) ed ivi sostava, come ospite gradito, per qualche settimana) si era tagliato volontariamente la mano destra, per evitare di andare a sostenere il servizio militare. Ciò lo avrebbe costretto ad abbandonare, chissà per quanto tempo, il suo gregge facilmente depredabile dai briganti-predoni, che infestavano le montagne peloritane ed avevano il rifugio sotto le enormi rocce del “Castello di Margi” a 1325 m. di altezza, in un luogo irraggiungibile ed inospitale. Tali preoccupazioni rendevano insonni le notti del Padrone, perché continuavano a soffiare venti di guerra, a causa dell’insoddisfazione dell’Italia per le risoluzioni dei trattati di pace, che l’avevano penalizzata pesantemente nel nuovo riassetto dei confini europei. Tale trattamento fu ritenuto offensivo per la Nazione, che aveva sperato di poter ottenere il dominio sull’Istria, terra considerata italiana, sin dai tempi dell’Impero romano, che in quelle terre avevano lasciato interrate dal tempo, splendidi edifici pubblici, templi, terme e un tempo lussuose ville romane, testimonianze di un prospero periodo di storia di quel territorio ambito. Importantissimo fu il periodo della lunga presenza della Repubblica marinara di Venezia, che ne consolidò l’italianità, estendendovi anche la lingua. Perciò si parlò di “vittoria mutilata”, considerando che l’esercito italiano era stato decisivo nella conclusione vittoriosa della sanguinosa guerra. Il poeta d’Annunzio, fervente patriota e consigliere di Mussolini, formò un piccolo esercito ed occupò, contro l’apparente contrarietà italiana, il territorio istriano, innalzando la bandiera italiana, ma fu costretto dalle autorità politiche e militari della penisola, a ritirarsi, per evitare complicazioni internazionali. L’azione insurrezionale dei socialisti, capeggiata da Mussolini, ancora legato all’internazionalismo protestatario, fu finanziariamente sostenuta dal capitalismo agrario del Nord Italia, che lo rese protagonista dell’inizio di un nuovo e iterato capitolo di Storia  

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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