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BARTOLO CATTAFI

41° anno dalla sua morte

OGGI  RICORRE IL 41° anniversario del giorno di morte del poetabarcellonese, che alle “IDI DI MARZO” partì per il suo più lungoviaggio verso il Regno  di quel Dio che fu il suo tormento costante,ma anche  l’approdo alla tanto agognata meta metafisica, sempreconvocata sul tabulato delle sue fragilità, delle oscillantiincertezze gnoseologiche, della sua nausea esistenziale, rappresentatacon un adeguato linguaggio lirico, senza ma chinarsi a scontatevolgarità espressive. Cercò la solitudine, avendo accanto ADA , ladonna amata, che gli volteggiava attorno come ombra invisibile, perproteggere il suo poeta  negli agguati dei gorghi della ragione edella fede. Lo ricordiamo per rendergli ancora omaggio eringraziamento sia per la sofferenza blindata dalla solitudine che perl’elevata spiritualità, razionalmente conquistata.

IL POETA CARMELO ALIBERTI
In questa sede, ripropone il suo apprezzatissimo saggio critico algrande Poeta che fu per lui un ideale punto di riferimento, che egliinvitò nel 1975 a Presiedere la giuria del PREMIO CITTA’ di TERMEVIGLIATORE, patrocinato dal Comune e dal rimpianto Cavaliere Perrone.

Bartolo Cattafi, una delle voci più intense e originali del secondoNovecento, nacque a Barcellona P.G. (ME) nel 1922 da un’agiatafamiglia. Rimasto orfano di padre in tenera età, condusseun’adolescenza solitaria e triste nella città natale, dove rimase finoalla laurea in Giurisprudenza, conseguita presso l’Università diMessina. Erano gli anni in cui nella Città dello Stretto, operava ilgruppo futurista, raccolto attorno alle prestigiose figure diGuglielmo Jannelli e Nino Pino che, pur con opposte motivazioniideologiche, si erano incontrati nella necessità di sprovincializzarela poesia per aprirne i ritmi al dinamismo della più progreditaciviltà industriale.
La lettura dei componimenti di tali autori, si ripercuote nelle primeesercitazioni del poeta barcellonese, sotto forma di fulminealinearità rappresentativa, senza contaminare i turbamenti creativi “inprogress” della sua interiorità. Nel periodo successivo incisero anchenella sua attività le operazioni sperimentali del Gruppo ’63 che siriunì a Palermo e che, tra gli altri, vide cimentarsi in elaborazionidi poesia nuova, poeti come Antonio Porta, Edoardo Sanguineti, UmbertoEco, Angelo Guglielmi.
Di questa esperienza, Cattafi assimila inconsciamente la costantetendenza all’ardito sguainamento della parola all’interno di nuovipentagrammi espressivi, su cui impasta il materiale del suo poetarecon inusitata cesellatura razionale, condensata in rifrazionisimboliche e, perciò, di difficile interpretazione. L’adesione allacosiddetta linea lombarda, durante il lungo soggiorno milanese,contribuì a rendere più geometricamente delineate e più scoppiettantedi assonanze, anafore e potenza lirica l’utilizzazione concentratadella parola, mediante espedienti tecnici di ascendenzailluministico-razionali, con l’obiettivo di “colpire il cuore” esquarciare ogni schermo occlusivo di ogni rifrangente presa del reale.Già con la lirica Qualcosa di preciso (1961) egli evidenzia di avercompiutamente metabolizzato, a Milano, non solo la lezione dellamigliore poesia europea americana, ma anche i qualificanti livellidella produzione lirica dei poeti della “Quarta Generazione”,impegnata a rifondare la poesia con un più moderno, concreto teoremadi estetica, più vicino al quotidiano. Con i primi versi della liricacitata:

«Con un forte profilo
secco bello scottante
qualcosa di preciso
fatto d’acciaio o d’altro
che abbia fredde luci»,

dimostra di voler ridurre all’osso la poesia, in modo da poter piùnitidamente operare la cattura e l’inventario degli oggetti e delleproteiformi manifestazioni della natura e dell’inconscio, riuscendo adesacralizzare la funzione poetica, con il correlato abbassamento deltono e degli strumenti espressivi. Nell’immediato dopoguerra, il poetasi trasferisce a Milano, dove si lega presto d’amicizia agliintellettuali di formazione ermetica che solevano riunirsi al Citybar, e in fase di orientamento verso forme poetiche più aperte allaconcretezza del reale. Tecniche ermetiche e solerte, affilataattenzione ai più esigui sommovimenti della realtà oggettuale, incisicon perforante razionalità, caratterizzano progressivamente laproduzione cattafiana che, dopo l’incipiente sensibilità verso ildramma storico della propria terra, si impegnerà quasi ossessivamentea catturare nella ragnatela del verso frammenti dispersi delladimensione metafisica.
La vita di Cattafi è scandita da numerosi viaggi in paesi europei eafricani con frequenti ritorni a Milano e in Sicilia, dove sistabilisce definitivamente nel 1967 a Terme Vigliatore. Muore a Milanonel 1979. La sua attività letteraria può dividersi in due tempi che,pur attraverso l’inarginabile proliferazione dei versi, risultanounificati da motivi comuni.
Il primo comprende le raccolte: Nel centro della mano (1951); Partenzada Greenwich (1955); Le mosche del meriggio (1958); L’osso l’anima(1964). Il secondo: L’aria secca del fuoco (1972); La discesa al trono(1975); Marzo e le sue Idi (1977); L’allodola ottobrina (1979). Ilterzo Chiromanzia d’inverno (1983); Segni (1986) e la raccolta Occhioe oggetto precisi (1999) che comprende poesie inedite, stralciatedalla raccolta: La discesa al trono, dove il tema della morte sembraclonare ogni componimento.
I luoghi della poesia cattafiana, oltre a quelli geografici memoriali,sono rappresentati dai luoghi della storia, dal repertorio deglioggetti e dal paesaggio siciliano (“La terra dei tre capi”) eparticolarmente da quello messinese, dello Stretto tra Scilla eCariddi, dal triangolo visivo, formato dall’arcipelago delle Eolie alpromontorio del Tindari, a Messina, a Marchesana, esploratidall’osservatorio della casa tra i limoni, in cui il poeta si rifugiòdefinitivamente, continuando a tormentare le cose con il bisturi di unprocedimento lirico sorretto da una perforante razionalità creativa.
Dall’Europa all’Asia, Cattafi ebbe modo di misurare la sua ansia diesplorare i polimorfici aspetti del reale, ma proprio in Sicilia, neivicoli silenziosi della sua città natale e sull’incantevole costatirrenica di Marchesana invasa dal profumo delle zagare edall’accecante scintillio dello specchio azzurro del mare, avevasentito risuonare dentro di sé il richiamo irresistibile della poesia.Fin dalla primavera del 1943, mentre la guerra semina dovunquedistruzione e morte, Bartolo, rituffato nelle voci e nei calori dellasua isola, appare in preda ad una misteriosa ebbrezza e incomincia ascrivere versi, in cui si condensa un suo primo e ingenuo inventariodella vita.
Con il tempo, le radiazioni emotive si fanno più intense e il poetaaffida sempre più responsabilmente al verso i diagrammi della vicendaquotidiana con emozione e tormento, facendo oscillare la linea dilettura tra isolanità e universalità, tra la conturbante quotidianitàdel reale e le inquietanti istanze extrasensoriali, da cui scaturisceun dolore biologico, paradigmato sulla struttura lancinantedell’epigramma. È la captazione della progressione lacerante del mondonel pianeta frazionato della parola, attraverso cui il poeta avviatentativi di verifica delle sue verità relative con i coefficientizigrinati della ragione, nel buio di un contesto gnoseologico inperenne divenire. Sin dalle prime espressioni liriche, al centro dellaesplorazione poetica affiorano, tra gli altri, come motivifondamentali, il mistero di Dio, la ricerca delle ragioni del male, ilgiusto senso della vita, l’incombenza del buio sulla destinazionefinale dell’uomo, l’esigenza di approdo ad una irreversibile certezza,avvertiti con lacerante drammaticità (anche se linguisticamentecontenuta), il sentimento costantemente dominante della morte, piùmarcatamente sedimentato in lui dagli orrori della guerra e che ilpoeta, sin dalle sue prime esercitazioni, fa trasparire, anche seriesce ad anestetizzarlo con lo scintillio, i profumi e l’incantodella sua terra. A Giacinto Spagnoletti il poeta dichiara:
“Cominciai a scrivere versi non so come, ero sempre in preda non soquale ebbrezza, stordito da sensazioni troppo acute, troppo dolci.Tutt’intorno lo schianto delle bombe e le raffiche degli Hussicane,degli Spitfire… Me ne andavo nella colorita campagna, nutrendomi disapori, aromi, immagini: la morte non era un elemento innaturale inquel quadro; era come un pesco fiorito, un falco sulla gallina, unalucertola che guizza attraverso la viottola.
Il poeta era ritornato da poco in Sicilia (nella primavera del ’43)per trascorrere, in contrada Mollerino di Castroreale Bagni (oggiTerme Vigliatore) un periodo di convalescenza, in seguito ad unadrammatica esperienza militare che, nel ’71 e ’72, in una riemersionedella memoria, approderà nelle due sezioni di L’aria secca del fuoco,Lo Stretto e A Dicembre Badoglio. Intanto l’urgenza di scrivereprodurrà una copiosa produzione che successivamente confluirà nelleprime due raccolte: Nel centro della mano (1951) e Partenza daGreenwich (1955) e poi fuse nel volume mondadoriano Le mosche delmeriggio (1958). Nei versi di questa prima raccolta, si evidenzia lacondizione di disadattabilità esistenziale del poeta, che scorgeun’umanità precipitata da una primordiale dimensione edenica, in unasorta di smarrimento, anzi di naufragio cosmico, da dove sembraimpossibile riemergere verso il “celeste Arcipelago”. La vita apparecome uno scenario di «carcasse spolpate» (pag. 15), su cui si agitaun’umanità dilapidata nelle strettoie della miseria postbellica: «Noistraccioni barcollando…» (pag. 17), espressione-spia della gravequestione meridionale, aggravata dal disastro mondiale, squarciata dalmaterialismo ossessivo, che ha disintegrato ogni istanza del cuore,della tradizionale fenomenologia interiore e che riaccende nel poetaun’amara visione pessimistica della vita, gli fa avvertire il “terrorvacui”, l’inutilità del suo ruolo e l’alienante e superflua funzionedella poesia.
Da tali premesse realistico-concettuali deriva una scelta linguisticache vela di sottile ironia la multiformità della dimenticanza,scandita da Cattafi mediante una terminologia disincantata, da cuitraspare la parziale adesione (o forse la ripugnanza) per ogni formadi disvelata liturgia del piacere: termini come “bordelli”, “latrine”,“il sangue abbaia nelle stanze”, rivelano la conflittualitàsotterranea del poeta che, nella osservazione di contrapposti edeterodossi comportamenti umani, oscillanti tra ingenua esaltazione edegradante abiezione, non riesce ad armonizzare le dicotomie dellacoscienza, destinate a fluttuare senza sosta nei gorghi dellerazionali immersioni cattafiane dentro la scorza dei sentimenti edelle cose, tramutando l’ansiosa ricerca di armoniche soluzioni ecertezza in un disperato “viaggio” nell’aridità e nell’oscuritàesistenziale nel tentativo di disvelamento del mistero e di poterpenetrare, con il conquistato supporto di un barbaglio di luce divina,nell’inaccessibile regno del buio: «Ignoto è il regno, alba e attesadi un crepuscolo di nubi dove  Dio s’ annida come un colombogutturale. / Oscuro è il regno…..(Nell’atrio in attesa).
Il tema del viaggio, definito da G. Caproni come un libro di letturadella vita, e da Cattafi spiegato in termini non solo geografici: «Perme viaggiare è stato un modo d’arricchirmi, d’abbracciare piùgeografia (per me materna), d’abbracciare più umanità (per mefraterna)» come confessa Enzo Fabiani (“Gente”, 22 luglio 1972) vibradelle pulsioni interiori del poeta che, mentre consuma il suopellegrinaggio terrestre, in realtà concentra una simbolica direzioneinterpretativa nei labirinti misterici del proprio io:

… Nessuno sa che contrabbando compio
col petto tatuato, che tesoro
brucia nella grotta
e che grigia
cartuccia,
 che miccia nelle mani.
Mi scordo della prora,
 domani farò la rotta esatta,
 ora ho l’esempio, il budello,
 la fame diritta e secca dei gabbiani.

(Da “Nyhavn”)

L’illusorietà del girovagare consolida in lui l’indecifrabilità deifantasmi che lo inducono a smarrire la rotta, alla pietrificazione diogni ansia esistenziale e ontologica, al crollo della vertigine delvuoto, dove si annidano i mostri sconosciuti che simboleggiano leforze oscure del male di vivere, dominatrici della vita dell’uomo,imprigionato nelle reti dell’impotenza e dell’agonia, dove il poetanon si arrende nelle pastoie della inerzia sentimentale e razionale,ma sospinto dall’urlo del sangue, continua a ripartire da Greenwich,cioè dalla fase iniziale dell’innocenza, per riprendere il cammino,guidato dalla inestinguibile fiamma delle riemergenti illusioni. Maogni percorso si risolve nella circolarità della parabola, per cui leinviolate speranze sono destinate alla presa di coscienza dellapropria fragilità. Il regno della luce, che il poeta avrebbe volutoraggiungere, offusca l’anima, condannata per sempre a sfidarel’enigmaticità esistenziale, con le armi ben affilate della ragioneche sfodera un linguaggio saettante dentro le cose, da cui schizzanodomande senza riposta. L’oscurità che grava «sul /cuore del mondo»,non riesce a piegare definitivamente lo sgomento del poeta che, difronte al dilagare della morte, non riuscirà a spegnere i suoi fuochiaccesi sulla riva, per cui Cattafi continuerà a scavare nel cupocerchio che lo tiene prigioniero e lo impegna in un processo diespoliazione di ogni residuo germoglio dal cuore e lo indurrà ad unripiegamento-avanzamento progressivo, nel tentativo di sfuggireall’accerchiamento abbagliante, alla inarrestabile disintegrazionedell’io, che la stessa preghiera a Dio non riesce a scongiurare («Lasua prua e il suo piede sono su altri / oceani…»).
Tuttavia Cattafi, pur dopo il lungo silenzio che durerà dal ’64(L’osso, l’anima) fino al ’71, non si arrende alle frammentateacquisizioni, riprende il cammino dell’esplorazione gnoseologica e noncessa di contrapporre al fatuo trionfo della civiltàtecnologico-consumistica la necessità di continuare il setacciamentonel tunnel del mistero, nella complessa molteplicità del reale, e, difronte ad un omologato senso dell’ordine apparente, non si arrendealla criticità del “non sense”, ma continua ad inseguire soluzioniidonee a placare le istanze più incarnate dell’uomo, di conquistaredefinitive e non mistificanti certezze. Così, il viaggio continuanelle opere successive con l’obiettivo di poter sormontare la “grandemuraglia”, per riuscire a lenire l’inestinguibile arsura di infinitoche l’uomo-Cattafi si rivela inerme a soddisfare; anzi egli sembraannoiarsi nell’attesa di una cattura che sfocia nel niente, avvertendol’estraneità del vivere all’interno della danza degli oggetti cheinvano tenta di decifrare, per riportare l’uomo dallo smarrimentometafisico sulla via della verità e della luce:

Il messaggio giunse trafelato
 disse che ormai correva
 solo per abitudine
 il rotolo non aveva più sigilli
 anzi non c’era più rotolo, messaggio …
…Tutto apparve concorde con un giro
 centripeto di vortice
 un senso precipite d’abisso”.
 (“La notizia”)
La condizione di sospensione sull’abisso della morte, rappresentatanell’involucro di molteplici configurazioni simbolico-realistiche,scorrerà nel subconscio lirico del poeta e ne sostanzierà forme, voci,suoni, monologo-colloqui, rasoiate linguistiche che trasformanoCattafi in guerriero-eroe in corsa su impraticabili piste metafisiche,dove il rinverginato palpito del cuore possa riconciliare l’uomo,torturato dall’inconoscibile, con le inebrianti armi della vita. Orapassioni umane, creature, oggetti, frammenti naturalistici sembranocongiurare all’interno di un processo di dissociazione tra l’io e larealtà. Privo della chiave di lettura del reale, l’uomo rimaneintrappolato e sperduto sui percorsi del suo nomadismo, dove l’iodisintegrato avverte una incurabile ferita, è torturato dal conflittotra le sagome discendenti della morte e gli ascolti ascensionali, comene L’osso, l’anima (1964), dove si dipanano le contraddittorie vicendetra il satanico e l’ultrafanico, attraverso cui il poeta confessa diaver smarrito «lo spirito e la lettera/della fede» (pag. 111) el’assurdità della significanza delle creature celesti:
Seccamente dichiaro
su questo tema assurdo:
non amo gli alati.
Aquile, mosche, lepidotteri
fuori dal mio interesse.
Fuori dai piedi.
Senza alzare il tono della voce
ripeto che l’argomento fuoco
falena il basso l’alto
le ali bianche le nere
le squame, le piume, le membrane
gli angeli dall’ali dolorose
gli esorcismi del giorno e della notte
ripeto: argomento
da lasciare alla porta…

(“Aquile, mosche, lepidotteri”)

Di fronte all’imperversare del male, il poeta rimane sommerso ebloccato in un conato di tensiva speranza; di contro la latitantepresenza di Dio, simboleggiato nelle creature alate dentro i circuitidella storia dell’anima, rende tutto più ambiguo e incerto, per cui:«i conti, le misure, il modo che il mondo di girare» (pag. 112) e ilcodice della morte rendono possibile anche l’ipotesi diautoannientamento, fantasticamente vagheggiata:
Si muore dalla noia.
C’è un modo di aggredire la questione!
col coltello / … /
Sarei stato anch’io
preciso puntiglioso
equilibrato serio
uomo di guerra
per la pace eterna
sul viso o sulla nuca
usandola sui miei
 grandi emisferi.

(“Metodologia)

L’esperienza drammatica di un amore mercenario è raccontata nellasezione intitolata “Avviso”, che comprende ventinove poesie, scrittetra il ’50 e il ’60, dove l’amore è raffigurato tra finzione etradimento. La delusione cattafiana che deriva dallo stravolgimentodella propria pulizia interiore, contaminata dal rapporto sessualeistintivo, aggravata dal dolore per la perdita della madre (1960),riduce all’osso il cuore spolpato e, come se il poeta si sentissesulla soglia della morte, dopo aver conosciuto la nausea, il dolore euna sorta di rimorso del peccato, avverte il bisogno di affidare lapropria indegnità alla usuale misericordia divina:
Oggi ignorando tutto
di questo giorno
se d’Avvento o Passione,
imparando i colori, le pianete…
m’inginocchio nella tua casa
sotto la tenda che portiamo ovunque
per aprirla, per chiuderla a tua offesa,
aprirla ancora nei boschi
in fuga, su secche, su frangenti,
dal capolinea a un punto della corsa.
 Non frugarmi, non chiedere.
Tu sai il perché d’un labbro
che tremando si sporge più dell’altro.
Accoglimi.
Assieme ai pesci sguazzando all’ingrosso
sull’acqua del Giordano
nella tua conca di marmo
ai due cani
ringhiosi clandestini
che baruffano nell’angolo più buio
della tua navata.

(“Oggi”)

Gradualmente le immagini cattafiane profluviano a spirali, tendendo araggrumarsi attorno all’obiettivo molecolare di una certezza concreta,sembrano moltiplicarsi in iterazioni ossessive, per tornare afrazionarsi, vanificarsi e ricomporsi nella finale specularità dellametafora, dentro cui il poeta trasferisce il tabulato delle proprieambiguità, in un ironico gesto di rifiuto dei disvalori della vita edella storia. Ne “L’osso, l’anima” la vocazione di voyageur risultaincrinata da un sentimento di precarietà intellettuale che sottolineala dimensione del fallimento e della resa dell’uomo nell’incapacità diaffrontare e di saper attendere con speranza il futuro. Nelle operedel primo tempo della produzione del Nostro, affiora anche unasingolare passione civile, che diversamente da quella dolorosamenteurlata di Quasimodo, si esprime in Cattafi con netta osservazionestorica intrisa di pacata ironia. La catabasi agli Inferi della suaterra agevola l’approdo ad un “topos” doloroso della storia e ildramma della sua isola pulsa in un gomitolo di versi, prefiguranti lacroce della tortura secolarmente subita. Allora la Sicilia diventa illuogo privilegiato della concentrazione della passione civile diCattafi verso la terra-madre, dopo lo sterile periplo gnoseologiconell’universo esistenziale.
Da qui sgorga il distillato canto alla sua Trinacria, di cui il poeta,con raro anche se segretamente sofferto equilibrio, infilzato dallalocazione allegorica («Terra di molti mali») denuncia, in manieradisincantata, l’atavica condizione di asfissia di un popolo, incapacedi ribellarsi al dilagare delle dominazioni straniere:

Omero ne parla perché Ulisse
l’incontrò sul mare
la terra dei tre capi
ricca, fiera, boscosa
America avanti lettera
favole correvano da un cateto all’altro
dovevano ancora venire
le agavi le arance
i paladini di Angelica
i sonni sull’amaca.
Ora è un triangolo arido
figura piana e montuosa
di marine solitudini
terra di molti mali
di problemi scottanti
non per colpa del sole.
Se vi sbarchi è come
un approdo in Nord Africa
o al Partenone
in un’aria di semicolonia
e si è metà dentro metà fuori
di un chiaro capitolo di storia

(“Thrinakrie”).

Cattafi ha raffigurato, così, in maniera apparentementeasettico-cronachistica, uno straziato itinerario storico-sociale,listato di simbolica figurazione di agonia, impregnato di spugnosadensità lirica, connotato da eloquenti figure stilistiche che, sullalinea dello scorrimento denotativo, metaforicamente incidonosignificati di irreversibile sconfitta, tra “climax” ascendenti ediscendenti, con anafore che, oltre a scandire la veridicitàconcettuale, servono ad identificare la cadenzata musicalità liricadel canto che, espoliato di annientatrici spiralizzazioni retoriche,si presta ad alleviare le incancrenite lacerazioni epocali della suaterra. Altrove è la patinatura oleografica a prevalere conrappresentazioni calcinate dal sole, con lo scintillio delle acqueazzurre, riassorbenti paesaggi e rottami esistenziali, vegetali eanimali, in cui puoi scoprire i segreti, reali umori dell’animacattafiana, ora condannata a subire l’incanto terrestre, oraimprovvisamente percorsa da uno strale di pungente ironia; allora,dentro il lastricato dolore di un tragico destino collettivo eall’interno delle inguaribili frustrazioni di un’antica epopea digenuflessioni, senti pulsare una rabbiosa pena di vivere, nellegriglie di una prigione, personale e storica, che logora le cinghie diresistenza dell’anima del poeta. Si legga, a proposito, la lirica“Eredi della Grecia”:
Popoli prolifici
eredi in Italia della Grecia
arrancano portando masserizie
picchiano nocche ai freddi profilati
pensano la dura integrazione.
Luogo di provenienza
leggibile nel volto
 nel colore del pelo, nel parlare maco.
Seguirono soltanto transumanze
in montagna sul mare
di pecore e di pesci
di magre stagioni lungo stretti
sentieri tormentosi.
Non ebbero tempo e modo di capire
i tarli del tempo le grandi prostrazioni.
Ricordano che la luce dell’estate,
l’olio, l’aglio, il pane
le ridde iridate degli insetti
hanno forti canzoni,
fanno errori sono
tra Scilla, Cariddi e sempre
lontani dalla Grecia.
Dovranno camminare
conoscere la Grecia.

In questo componimento emerge una congerie globalizzante di motivi cheevidenziano nitide, sofferte nozioni di conoscenze storiche chemodernamente rimbalzano tra assonanze, consonanze, similitudini,litote, zeugma, elegiacamente orchestrati con originali e ossificatistrumenti espressivi, sul pentagramma di una sensibilità angosciata.
Emerge, tra il definitorio ritaglio degli oggetti, un illuminismolinguistico-razionale, tale da far risplendere il magma materico delfluire fattuale nello speculare linguaggio degli oggetti. Si legga “Un30 agosto:

si vide che si metteva tutto bene
eventi macroscopici, nessuno.
Il sole ad un passo da settembre
diede la prima razione alle isole di fronte,
il mare mandò lampi di freschezza,
il caldo soltanto fra tre ore,
un immenso celeste ancora un giorno
per l’uva e gli altri frutti di stagione
i tuoi pochi numeri di paese
l’ossigeno sibilando disse
di non farcela più con il suo cuore.
Di primo mattino la morte di mia madre,

dove appare evidente come i destini e i dolori individuali si fondonoa destini di dolore storico-cosmico, dinnanzi ad una scintillanteindifferenza della natura che, distortamente leopardiana, contribuiscea trasformare la tragedia in una passivamente orchestrataraffigurazione di morte-spettacolo. Negli anni 1972-’73 incomincia laseconda fase della attività creativa del poeta di cui sono frutto ivolumi La discesa al trono e Marzo e le sue Idi editi nel 1975 e ’77,oltre le già analizzate ventuno poesie, confluite postume nel citatovolumetto Occhio e oggetto precisi. In realtà, tali componimentidovevano far parte della raccolta La discesa al trono, ma furonoestrapolati e seppelliti per anni in un cassetto (ad eccezione di unflorilegio apparso sulla rivista “Poesia”, Crocetti editore), perchél’ossessiva presenza della morte avrebbe forse impedito al lettore dipoter agevolmente seguire lo sviluppo della straziante ricercacattafiana del trascendente. Nelle prime due raccolte, infatti,all’inizio appare più accentuato il sentimento dell’angoscia chesembra offuscare ogni possibilità di speranza del poeta, incagliato inuna sorta di depressione maniacale che, attraverso una rapinosaimmersione nella caoticità del magma sentimentale privato, riesce adestendere anche la sua riflessione sulla vicenda universale dell’uomo.Così, da una condizione apparentemente statica, Cattafi compie “viaggiinternati” oltre il tenebroso sipario dell’esistere, rievocandostagioni trascorse, con profonde discese nella zona più aggrovigliatadell’essere, sotto l’urgere della necessità di una chiarificazionespirituale, per «snidare i mostri che dormono nei meandri sotterraneidell’io per poter stimolare spinte ascensionali verso gliimperscrutabili territori del trascendente». Il dinamismo interioreriscopre, in maniera più eloquente, il mistero di Dio che «fa vivere efa morire / scendere agli inferi e risalire». Riappare, in diverseliriche, il binomio “tenebra-azzurro”, “peccato grazia”, “buio-luce”,in contrapposizione-integrazione emblematica della vita, intesa comeeterna lotta tra bene e male, tra luce e buio. L’antinomia sichiarifica con la prefigurazione dell’avvento di Cristo, cheipotizzerà, in tempi imperscrutabili, l’inveramento del regno di Dio.Si legga la poesia “Per il frutto”:
Non c’è scalata
 per il frutto dell’al di là
 sul ramo arcuato
sul fusto spalmato di sapone
c’è il salto il volo
se vuoi sentirti scendere
nel tubo giusto
 l’armonioso bolo.

Al “bolo” (la grazia),

gli uomini devono essere chiamati da Dio e tale luce intravede solo ilpoeta, che ne è escluso. Ora il Cristo, che Cattafi intravede, è unacreatura umanissima, priva di peccato e trattato, invece, da peccatorea vantaggio della salvezza eterna dell’uomo. Nella rassegna dellediverse divinità, dove il Verbo è scritto, sulla pagina cattafiana,con la iniziale maiuscola, quasi che nel poeta si avverta ladisponibilità ad accoglierlo:
È un dolce commercio
darti questo o quello
di me
mani piedi testa
ciò che più bolle
in pentola con visceri del mondo
solo un eden ebbi
fu talvolta l’intreccio
delle mie brame belanti
con le tue trame

(“È un dolce commercio”).

La discrezione cattafiana esibisce con estrema moderazione ilsentimento religioso, anche se frequentemente traspare nei suoi versil’esigenza dell’unità del reale: «Vorrei mettere in ordine / e apiombo / questa materia grezza…». Ma l’instabilità interiore diCattafi, le infinite convulsioni razionali e le spinte sentimentaliper riuscire a penetrare nella nuda verità dell’oggetto-mistero e delpaesaggio-vita risultano prive di approdo a certezze tangibili einficiano la pienezza della comunione con Cristo, anche se la lirica“Oltre”, pubblicata postuma in Segni, richiama il principio e la finedella storia umana:

«L’alfa e la beta per cominciare
e va oltre
 troppo oltre l’omega
 l’anima inquieta»

(da: L’allodola ottobrina).

Il poeta riesce, così, ad estrapolare dalle latitudini aeree deglioggetti le rifrazioni di una funzionalità reale e potenziale, in cuinegativo e positivo si fondono nella ricognizione degli assiomi e deidubbi, ad esprimere quanto l’io di sé non riesce più a dire perdelusione o agonia. Sullo sfondo di configurazioni atomistiche delreale, Cattafi accampa una pluralistica presenza dell’io che ricaricadi tensione autobiografica i drammatici itinerari dell’immaginazionedentro la vibrante teatralità delle cose, in un riemergente anelito diapprodo ad un frammento di certezza assoluta. Ne-L’aria secca delfuoco e ne La discesa al trono, Cattafi è impegnato ad identificare,nel magma della frammentazione apocalittica degli oggetti, un codicevitale di conoscenza che giustifichi gli aridi confini della materiacon “qualcosa di preciso” per poter sottrarre l’uomo dal diluvioneutralizzante degli “organismi” e restituirgli il senso ultrafanicodelle sollecitazioni arcane. In Marzo e le sue Idi la rete oggettualesi tramuta in elemento simbolo di un’anima che, inabissatasidisperatamente nel labirinto molecolare della materia, riesce aliberarla dai contorni spurii, recuperandone le trasparenze possibili,nell’ansia di raccordare armonicamente il banale esistenziale el’eterno.
La raccolta è disseminata di molteplici motivi che la stringatatecnica espressiva cattafiana riduce a percettibili frammenti:riferimenti a viaggi allegorici e reali, ricorso a razionaliinvettive, frequente apostrofe del divino, tentativo di cattura dellafisicità come esigenza di approccio alla dimensione metafisica, masoprattutto la presa di coscienza del male che è dentro l’uomo, lavisionarietà deformata degli oggetti e la loro introspettivaintangibilità che si contrappone ad una esauriente delineazionegnoseologica traspaiono dalle ricognizioni creative cattafiane,ostacolano l’epifanizzazione di un Dio equilibratore delle coordinatedel vivere del poeta e dell’uomo, un Dio razionale, chiarificatore econvincente della benefica assolutezza dell’esistere:
Se tenti di andare al di là degli ulivi
Atena ti scagli una pera in faccia
Con l’intera selva, con l’ultimo suo sonno
Per farti capir
Che in quella pagina bianca
Non c’è traccia dei leoni
Non c’è altra belva, altrove
All’infuori di te
(Al di là degli ulivi)

Con L’allodola ottobrina il poeta traduce in pulviscolo di immagini,ritagliate con i conati della ragione, la dilaniata metafora delregesto quotidiano secondo i ritmi febbrili di un gioco surreale diaggregazione-scomposizione, di folgorazioni violente e di biologieminime, tese a scandire inedite parabole di ricerca, in un’ostinataoperazione di lettura “cattafiana” della realtà e del mistero. Nellepoesie di queste raccolte, prevale il concetto di poesia comestrumento di proiezione nell’eterno e come occasione di stimolo versola palingenesi, per cui tra il profluvio di invenzionimitico-classicheggianti il mestiere del poeta si risolve in impegnoelaborativo, teso ad innestare sul livello tematico, quellofonetico-metrico-simbolico, al fine di poter adeguatamente estrapolaresegmenti di credibilità dalla matassa aggrovigliata del mistero,simbolicamente incarnata nella magico-mitica atmosfera dello Strettodi Messina, scenario incantevole dove trionfa l’inesplicabile fenomenodella Fata Morgana, sopravvissuto simbolo mitico-surreale di uncammino storico comune alle comunità e alle terre delle due sponde,oggi separate da cataclismi, da vicende e destini divaricati dairrazionali impulsi della natura e dalla pirateria degli egoismi:
«In origine era unica la porta
Calcidese
fu poi divisa in due
metà e metà dirimpettaie
su due sponde diverse
lievitarono in due distinti modi
alla distanza di tremilacinquecento
metri d’acqua di fiume
torrente rigagnolo salato

(“Nottole e vasi”)

(…) / li accomuna e li angoscia
l’ascia di Damocle di un terremoto, d’un pirata
un drappo nel cielo.
Brevemente talvolta nelle calme
nelle calde giornate
la Fata Morgana ravvicina
con una lente illusoria sospesa
a una favola dell’atmosfera
Reggio a Messina
(“Nottole e vasi”).
E Messina, che poco conserva
del suo glorioso passato,
è diventata la “povera Messina”:
Fu quel suo male un tempo sconosciuto
umidità alle basi, alle radici,
la terra e il mare sommersi
oscillanti, incredibili nemici
e la guerra
e chi successe alla guerra
 e chi successe e non fu succeduto»

(“Messina”).

La conclusione di tale lirica ricalca, in maniera più evidente, lavisione pessimistica cattafiana della storia della sua isola, che ilpoeta accetta con desolata rassegnazione, perché ben sa che i versinon possono ribaltare i clandestini decreti provvidenziali che hannofatalisticamente predeterminato la sconfitta degli esclusi dai ciclivitalistici del progresso, relegandoli, sia singolarmente che comecomunità, nel ghetto della non-speranza. In tale ottica, Cattafieredita le verghiane, vittoriniane e lampedusiane conclusioni, inparticolare, che il conseguimento dell’unità nazionale non solo non èriuscito ad attenuare l’aggravio delle secolari iniquità esopraffazioni, ma ne ha ulteriormente aggravato la condizione disolitudine individuale e sociale, che il poeta vorrebbe lenire con ilvisionario ripescaggio di una formula, anche se precaria, di pace,individuata in qualche «piega del cuore»:
… E lasciando perdere Mameli
Il nostro inno lo suona il marranzano
Isolana anima per ossa
Da un inutile fiato di dolore

(“Mare Grosso”)

… l’anima non puoi mica mandarla sulla forca
… ti arrangi, ficcato tra le spine
se la tieni addosso te la piangi.

(“La costrizione”)

Attraverso l’introduzione di un ideale interlocutore, l’alter-ego chepercorre l’ossessiva simbologia del “terror vacui”, ora si esprime conacre ironia il furore morale del poeta verso la violenza e gliinganni, le usurpazioni e i tradimenti della vita, che hanno spintoCattafi ad isolarsi nell’oasi incontaminata di Terme Vigliatore e adidentificare nel canto desolato, la sua vicenda di uomo e la funzionedi intellettuale.
Sulle rovine di un’interiorità devastata da una pensosità accorata epungente, prende quota la necessità dell’approdo ad una superioreverità-rivelazione nella quale alla fine riconoscere il giusto dellavita e annullarsi. Ora i frammenti degli oggetti si illuminano divalenze impalpabili e la “vis poetica” cattafiana, nel repertoriodelle “allusioni-simbolo” sprigionate dall’interno delle cose,recupera i riverberi della dimensione metafisica, riempiendo ildisamore e il vuoto esistenziale con il “repechage intellettuale” deivalori positivi dell’esistere:
È qui che Dio mi assiste
lungo la parte più assurda della curva
saldamente incollato
su questa traiettoria
ad occhi chiusi io vinco
la vertigine il vuoto e la mia storia
 (“È qui che Dio”).
In questo quadro, il rapporto con la sua Sicilia rappresenta lanecessità biologica del rientro nell’antica vagina, un richiamonecessario alle radici remote della sua storia di mortificazione e disecolare schiavitù, per cui il poeta proietta, con maggioredeterminazione, in un circuito di più storicizzata sofferenza, gli“afflati” agostiniani della propria anima per l’acquisizione di unequilibrio più alto e profondo.
In Chiromanzia d’inverno, Cattafi risale alla tensiva virtualitàdilemmatica delle alternative, dissemina i segni tersi di undisperante conflitto interiore, teso ad indirizzare le situazioni e levoci della quotidianità alla riscoperta dei richiami ultraterrenidell’“omega dell’anima”.
Perciò il riemergente anelito al divino ricarica di ostinazione ilbisogno di capire il messaggio segreto dell’apparente “fuga” di Diodall’insensatezza del contingente e dalla caducità dell’immanente.Allora l’essere messinese di Cattafi, affiorato nell’effrazione liricadi occasioni storico-geografiche isolane e mediterranee, si dilataverso orizzonti planetari, in cui la vera misura della poesia, nonsolo persiste in luoghi e nella storia di una terra e di un popolo, macoinvolge anche la creatura umana in uno spessorecosmico-escatologico, dove il mare, esponente privilegiatodell’esopismo cattafiano, con la sua foresta di simboli, assurge aspazio edenico, oasi di smembramento e di libertà, riesumazione diidenticità dal negativo della realtà contemporanea.
L’ironia del poeta acre e sapienziale, volta a catturare leimpercettibili variazioni dell’io razionale, dinnanzi allemacroscopiche o anacronistiche degenerazioni della vita e dellastoria, oltre a caricarsi di segnali demistificatori e corrosivi delledegradanti anomalie creaturali e naturali, è sostanziata da unaspasmodica tensione ultrafanica, volta a decrittare gli aspettiinautentici e futili della stessa esistenza individuati nel “diversofisico” della scenografia materico-naturalistica.
La discesa all’interno degli oggetti diventa catabasi dentro lagalassia metafisica dell’anima, denudata nell’aristocratico distaccodella produzione e nel delirante ribollire esistenziale dell’esiliobiologico e dell’inganno estetico-sensoriale.
Per cui, la decodificazione cattafiana della realtà sincronica ediacronica degli eventi umani e oggettuali, che scandiscono la storiaprivata e universale della fantasia creatrice e della febbrileaggressività intellettuale, si rivolge in una saettante effervescenzadi una umoristica e dolente perforazione logica attraverso unrigoroso, labirintico baudeleriano viaggio “au fond de l’inconnu”, inun’etica urgenza di verifica della storia morale e civile dell’uomonelle bolge della sua prometeica interiorità e nelle insopprimibiliistanze di proiezione verso l’assoluto.
La parabola della visione esistenziale cattafiana tende ad incupirsinella raccolta Il buio, in cui affiora una condizione di totaleoffuscamento della conoscenza, scaturita da un’inguaribile lacerazioneideale, da un irrefrenabile male di vivere, da una inarginabile piagametafisica che coincide con una sorta di montaliano negativismoesistenziale, dove il dramma dell’uomo diventa angoscia e lo specchiodella vita rivela l’identità dell’uomo come creatura destinata allamorte, o alla tentazione di fuga verso il regno del buio. Si aprenelle intercapedini del reale, epifanicamente dinamico, uno squarciosintagmatico di inconscia frantumazione, dove la luce si tramuta inrifrazioni di esseri denudati, destinati al dissolvimentoimprevedibile, per cui il buio si rivela simbolo di enigmaticoannullamento e gli oggetti si prefigurano come messaggeri di partenzadefinitiva:
… piccole
morte prematura
che nell’ombra mandano le mani
alla luce che vengono a fare
 terribili capriole
fingendosi vivi.

(“In agosto l’olivo”)

Il sentimento del buio induce anche all’approdo verso certezzereligiose.In “Segni”, apparso postumo nel 1986 composto tra il 1972 eil ’73 (cioè contemporaneamente a La discesa al trono e a Marzo e lesue Idi e rielaborato fino al 1979), è possibile individuare,attraverso le plurime ricreazioni dei testi, una tendenza allascansione gnomica con un’intonazione apodittica, mediante la quale lavisione più realistica del destino umano, si concentranell’accentuazione dicotomica dell’interazione tra materialità etrascendenza, tra contingentismo temporale ed espansioneextraspaziale, dove si affollano le oscillazioni afflittive dellaspiritualità del poeta, solcata dall’urgenza del disvelamento diassiomi, con cui poter conciliare le storture della vita e il misterodel dolore, il gocciolare delle visioni di morte con la febbrilearsura dell’aspirazione ultrafanica. L’operazione creativa, piegata aspecularità iconica degli oggetti, si risolve in sventaglianteprofluviare di aspetti del reale, dilatati al limite della visionariaprefigurazione o nella analogica determinazione figurale, diafanizzatafino alla dissolvenza metaforica, in cui «le macerie della realtàrisultano permeate dall’anelito cattafiano a cogliervi la coesistenzadella totalità dei significati con l’esigenza dei segni di proiezioneverso l’infinito, oltre i circuiti, cioè, di ogni cronologicafisicità». In tale contrasto, i grafemi, intesi inizialmente comeparole ancora
«non sciorinate
non ordinate (…)
ti premono l’aria i polmoni “
la luce dalle ciglia

(..Parole…)

si tramutano in transitorietà gnoseologica e in soffocamentoesistenziale, pronte, però, a traslocare ontologicamente dall’universodell’inafferrabile, alla pregnante essenzialità del reale. Tuttaviaalla radice di tale ambiguità permane l’impotenza del poeta diricondurre, pur attraverso il sistema della folgorazione onirica, ilfrazionamento oggettuale all’unità circolare dei segmenti, rivelandol’astrattezza, anzi l’inappartenenza segnica all’identità deiframmenti delle forme, dietro cui si cela l’angoscia di Cattafi,smarrito dinnanzi alla scoperta della propria inadeguata lettura delsenso delle cose e alla propria deformante interpretazionedell’ipogeicità esistenziale, per cui, con la presa di coscienzadell’inestricabile enigmaticità del vero, il poeta tende aricancellare i segni che si rivelano «incerti deambulanti nella pagina/ incespicanti zampe di gallina», per inzuppare la parola nelladimensione della personale indifferenza, se non di rassegnata resadinnanzi al disastro ricognitivo, nelle.-spiralizzanti deformazionidella sfuggente verità esistenziale e «quando chino sulla mia vita/scrivo l’atto di presenza/…l’assenza certifico/ attesto la finzione»
(“su bianco”).

Il fuorviante geometricismo segnico-espressivo, con cui Cattafiritaglia, sia la discesa negli abissi razionali, che l’affilato oironico approccio agli automatismi figurali o alle eruzioni emotive, eche impedisce una nitida percezione degli schizzi impressi sullacartografia delle ambiguità, offuscanti la visione dei realilineamenti delle cose, imprime al tragitto orizzontale della metaforauna spinta ascensionale verso la trascendenza e l’assoluto, delineandooltre la perimetricità terrestre «spicchi di mondo esterno»,idealmente identificabili con la ricerca montaliana del “varco” versoun paesaggio metafisico, in cui possano ricomporsi “gli oltraggi” diuna vita frantumata in saldi e non facilmente deteriorabili equilibridi strutture verbali e ideali, idonei a cancellare le dissonanze delreale e l’incombenza della catastrofe mentale e sentimentale.
Allora, al di là dei presagi funesti, il poeta, attraverso i paradigmidella trasfigurante visionarietà, riesce a cogliere stabili scaglie diluce e, senza rinunciare alla lotta contro la tragedia del vivere,alla poesia affida le residue sinergie, investendola dellaresponsabilità di opporsi alle irreversibili devastazioni operatedalla morte, al fine di riuscire ad evocare la luce dalle tenebre e ilconforto della fede, dopo aver individuato che
“ è Lei …«…
 nunzia foglia farfalla
con l’ala appuntita
che stride e scrive sulla lastra
parole impalpabili
perdute sull’altro
lato della vita”

( È lei ).

In Segni si avverte, pertanto, un tormento religioso che preme l’animainquieta a spingersi oltre l’omega, ad evadere, cioè, dalla monade deltempo e dello spazio e dalla prigione della materialità per approdaread una verità, ad un regno definitivo, dove si possa sopravvivereall’incombente disfacimento materico razionale; rintracciabile anche

 “….in un margine dimenticato
 …. ai confini del nulla
 del segno mai tracciato”

(“In fondo”).

Come si può notare, la ricerca di Dio risulta non facilmente agevole,quasi sempre intricata e mai nitidamente declinata o enfatizzata, atestimoniare ulteriormente la precarietà della certezza percettiva,l’impossibilità della cattura definitiva dell’indefinibilitàdell’infinito, per cui l’accostamento alla divinità si può ipotizzarein richiami diretti e indiretti, ora con l’eloquente definizione diDio, ora nella mediazione nominale del verbo. Nel secondo caso,l’allusione al Cristo incarnato attesta una maggiore vicinanza di Dioall’uomo, identificativa della persona del padre e perciò dell’amoredi Dio verso le sue creature. Si può notare, a proposito, anche laconcezione contrapposta tra la raffigurazione del Dio distante e quasisottesamente irraggiungibile, visibile ne-L’allodola ottobrina, dove«Le pergole di Dio» risultano paragonabili con i metaforici «alti /inimmaginabili motivi» e quella trasparente nel citato volume postumo,dove il verbo, cioè Gesù Cristo, è visto da Cattafi «scritto su bassepergole» (“Le pergole”). Tale verticalizzazione rappresentativa dallevette dell’inattingibilità alla tangibilità della decifrabilità,sancita dall’intermittente accorciamento della distanza tra creatore ecreatura, attraverso un processo discensionale di interiorizzazione edi percettività, dimostra che l’itinerario cattafiano versol’attingibilità della fede, non è frutto di supina accettazione o diepidermiche sollecitazioni esterne, ma l’esito, riconfermato anche inquesti versi, di un razionale tormento e di una disperata ricercadentro i labirinti del buio terrestre, la risposta a lacerantiinterrogativi sulla mistericità dell’essere e del fatale dissolvimentobiologico, in cui l’ancoraggio metafisico pare avvertito con lucidaperforazione intellettiva, senza particolare illuminazione dellestrutture fideistiche, ma come approdo all’iperuranio, dopo unangosciante tragitto dell’anima che si conclude, non con la conquistadella tradizionale beatitudine catechistica, ma con una sorta diipnotico ricongiungimento del frammento materico-esistenzialeall’insondabile vagina della spiritualità eterna.
La recente raccolta Occhio e oggetto precisi contiene ventitrè poesiecomposte nel 1972-’73 che dovevano apparire in La discesa al trono eche il poeta, invece, accantonò in un cassetto con la semplicegiustificazione di non voler eccessivamente “appesantire” il volume,contenente già 388 liriche, e pubblicate postume. A noi sembra che leragioni di tale esclusione vadano ricercate altrove. Infatti, questepoesie sono ossessivamente, anche se spesso in maniera velata osimbolica, attraversate dall’ombra della morte. Ciò ci induce adipotizzare che Cattafi, per poter continuare a terapizzare con i versiil suo male di vivere, aveva bisogno di far tacere l’urlo di morte,che segretamente lo aveva ferito e che era scaturito dalla razionaleconstatazione della dilagante irrazionalità della vita e della storiadell’anima, seppellendo in un cassetto un lacerante documento diprovocazione anche se tali elaborati erano parzialmente conosciuti inun ristretto ambito amicale. La visibile assenza dell’uomo, checlandestinamente si aggira all’interno dell’orizzonte degli oggetticon l’obiettivo di potersi aggrappare ad un solido appiglio dellecose, si evidenzia nella stessa inquietudine con cui Cattafi catalogagli oggetti, simbolicamente oscuri nel loro reale significatoall’interno della scorza dei segni. Negli interstizi del reale chescorre, visibile e invisibile, si annida fremente l’ansia di libertà,di evasione, di volo oltre l’orizzonte materico. Ma nel suo tentativodi fuga, il poeta rimane prigioniero nel labirinto del vuoto, bloccatoal momento del varco. Le illusorie parvenze lo impigliano nelrecitativo segnico, con cui tenta di invitare l’interlocutore asgretolare con un gesto l’impossibilità atmosferica nella fissitàdegli oggetti, galleggianti in uno scenario di luce. Perciò, latendenza al gesto violatorio diventa effimero nel dominio dellariemergente disperazione e più netto si staglia, in contrasto traoscillante realtà esterna e l’essere grottescamente condannato adessere sopraffatto dalla mobile circolarità effettiva delle cose,dentro l’efficace strumento della ragione o del sentimento, vanamenteprotesi a rintracciare la luce dentro l’involucro ossificato dellastoria degli oggetti, reconditamente palpitanti nel grumo del cuore,che sembra visualizzarsi per un attimo nel contorno straziante diepifanie assurde ed inalterabili come un lampo. La vita, in questaraccolta, traspare con maggiore nitidezza nel reticolo dei suoimisteri, con il suo nulla, con la sua anima nuda, alla ricerca di unframmento di concretezza che l’occhio possa strappare alla sagomadell’ignoto. Sfila sulla pagina una tastiera di suoni, di cenere, dispicchi d’ombra, di briciole esistenziali, in cerca di un saldoancoraggio che possa ribaltare per un attimo, nel buio sterminatodell’esistere, l’assurdità e l’inutilità del vivere. Ecco affiorare leparvenze dei morti, scandire l’inganno degli eroi, far riecheggiare lemenzognere ombre della notte con un brandello tangibile di chiarore edi voce e poi svanire oltre le cose, lasciando in scena il canto chesgomitola orditi e si inoltra con il segno dell’iperbole, tipicamentecattafiana, in una massa di inganni, di masse anonime di baglioririemersi dall’oscurità della storia ad esplorare un’energia vitale sucui si mantiene ancora l’esistenza. Il misurarsi con la forza deglieroi consente al poeta di riscoprire la memoria di meraviglie perdute.Drammatica diventa, però, l’avventura della ragione, la quale nontrova geometrie, ma schegge laceranti di visioni e di parole, delirisillabati nel deserto della solitudine, dove la vita perde anche iricordi più incisi e la deformazione illusoria spinge il poeta versoun crepuscolare idoleggiamento dell’infanzia, dove riemergono «bambiniin girotondo», con palloni gonfiati che tuttavia riportano nel lorospessore alla «putritudine del mondo». Questi versi si evidenzianocome determinante produzione lirica, attraverso cui il poetabarcellonese, dopo aver sperimentato un barbaglio di colloquio dalsottosuolo della vita con le anime vive delle apparenze effimere dellepiù nobili anime dei vivi, riscopre in maniera più drammatica, dato losforzo teso, la sconfitta dell’uomo inerme di fronte alla certezzadella morte che ci immobilizza per sempre. Non ci sono più schemitematici, cocci di cose, riflessi di volti luminosi che possano farilludere l’uomo a scongiurare il crollo, il disastro totale da cuinessuna siepe leopardiana, né alcuna fede certa, possa salvarci dalmostro del tempo che ci ha condannato alla disgregazione, senza alcunapossibilità di evasione dalla cella del vivere quotidianamente labeffa della fine. Ora Cattafi rivela chiaramente il fallimento omeglio gli atroci inganni dell’esistere e, con l’acutezza precisadella luce intellettuale, surrogata da una vasta gamma di risonanzeoggettuali (i correlativi oggettivi cattafiani) fa sfilare dinnanzi ainostri occhi una travolgente angoscia, in cui nonostante si avvertaquasi morbosamente il bisogno di metafisiche certezze, si ritrova solonelle griglie della tempesta dell’essere, a ritagliare indefessamentelacerti di fiamme che lo condannano alla cecità di fronteall’infinito. Dal punto di vista dell’elaborazione e della resa,accanto al tradizionale codice espressivo, connotato dal “flash”folgorante sulle rocce, inchiodate alla linea denotativa, su cuiesplodeva il significato simbolico con la conscia e radente rasoiata,nella nuova recente raccolta si schiudono anche spazi realistici edesistenziali, più dilatati nel cerchio figurativo, che offrono allettore quadretti e un armamentario episodico-oggettuale di menooscura visibilità, un linguaggio non più assorbito totalmente nellaparola-spazio. Prevale invece un’articolazione figurale e linguisticatrasfigurata nel racconto lirico di un evento, armonicamente erazionalmente strutturato, che offre al lettore una collezione diimmaginarie vicende, di gesti e di memorie, in maniera da incapsularenel micro-evento, una scheggia segreta della storia del poeta, a lungolaccata da una dilagante luminosità, una tavolozza di colori, diviaggi e d’avventure della mente, che ora si può interpretare come lalunga “mascherata” lirica, ora evidenziata con inettitudine, rancore,sentimento di sconfitta della razionalità e di ogni tentativopoetico-gnoseologico, con un linguaggio cooptante nella simbologiadell’oggetto, racchiuso nella fosforescenza esterna. Intanto,“l’altro” Cattafi, rapito da una cieca furia creativa, sembradimenticarsi persino di esistere. Le ventuno poesie della nuovaraccolta, gelosamente custodite nel portafoglio del cuore, ora cirisucchiano nel centro del mistero che fin dalla nascita, ad unostillicizzante quotidiano morire. Pure nell’esiguità del numero dellecomposizioni, Cattafi utilizza lo stesso repertoriotecnico-linguistico-stilistico-retorico-metrico-simbolico delle altreraccolte, ora aerate da una necessità di auto-confessionecosmologico-esistenziale di un accentuato e martellante sentimentodella morte che assedia l’essere, prigioniero del relativismooggettuale, disperatamente proteso invano ad esorcizzare ladisintegrazione d’ogni simulacro d’identità, mediante la fragile setadella poesia.
L’ultimo censorio approdo dell’estrema condizione del poeta nella focedel post-decadentismo, o per meglio dire, nell’ambito più estremo delDecadentismo, di un poeta, come Cattafi, dal punto di vista dellasicura gnoseologicità si è innalzato ai vertici più alti, dopoMontale, di un neoilluminismo poetico, ed è, alla fine, eternamentevagante nella ragnatela del nulla. La rete strutturale deicomponimenti è caratterizzata da assonanze, consonanze, enjambement,come in “Una grave valigia chiusa” «… protese / acciughe», dove“protese” suggerisce un’ipotesi d’espansione esistenziale, mentre“acciughe” delinea una sensazione di compressione vitalistica. Lalitote, in tale contesto risulta determinante, giacchè il poeta, conrilevante evidenza, ritaglia una conclusione in contrasto conl’affermazione-osservazione dell’“incipit” di numerose poesie. Con ladigressione rafforza e approfondisce, con l’inserimento di altrerealtà nella descrizione iniziale e finale, una resa più chiara deltema trattato. Si veda “Al cospetto”, pag. 13:

«Al cospetto di grandi cose
nel rigore dell’angolo retto
all’ombra dei grandi colori
dell’oro di cornici
sul pavimento lucente
in punta di piedi
ruotando su sè stesso
mingici sopra a trecento
 sessanta gradi».

Iperbato e chiasmo spesso si associano alla similitudine come in Imorti pag. 29, dove anche l’antropoformizzazione attribuisce adoggetti ed esseri inanimati sentimenti e sensazioni umane:
«I morti ci sono addosso
sparsi qui attorno come una pioggia
muschio dietro alberi muri e macigni
(si noti il “climax”)
ci guardano per quel tanto di confuso
di tenebre incluse nella luce
di luce in paludi appiccicose
che il transfuga ricorda a mezzacosta.
Cose egregie sbattono
impiccate agli alberi di Giuda
e le mie mani nei neri mercati
commerciano con mano di defunti
stringono patti menzogneri
si congiungono in false preghiere,
dove l’anafora» … «nella luce
di luce»,
inserita in un contesto d’oscurità, tende a guidare verso la luce, perfar ripiombare in una realtà spaventosa, contrapposta ad una visionedi bellezza, schizzata dall’angelica anima ferita di Cattafi che,mediante una serie di figurazioni e azioni, contesta la falsità,l’inganno, il patto menzogna, come un patto dei vivi con la vita, conla morte e con l’eterno, identificato in un processo di disgregazionedel tutto.
L’anastrofe, l’ossimoro, il “climax” ascendente e discendente

«Affiorano nitidi
i muscoli degli eroi
 precisi sotto pelle
macchine scorrevoli
sempre umane e divine
che fanno schizzare fuori
il grano della paglia
 l’anima dal corpo»

rendono più visibile il percorso progressivo del presunto eroismodell’uomo, colto nella sua appariscenza più corposa, fino alla fugadell’anima dal corpo. Cattafi merita di essere annoverato tra i piùsignificativi poeti del Novecento, non solo per l’originale strutturadelle sue liriche, ma anche per aver vissuto con disperazione la vita,sognando inutilmente l’abbraccio con un Dio, dal poeta drammaticamentee aristocraticamente anelato con l’occhio lucido, sempre impegnatorazionalmente (ma sterilmente) ad individuare il divino, nel guscioermeticamente chiuso dell’oggetto. In tale contesto, particolaresignificato acquistano le liriche del ’76’77. Nonostante persistanoaccenti pessimistici, emerge un Cattafi più rassegnato, rasserenatodalla sofferenza della coscienza del proprio male, che ha recuperato ivalori positivi della vita, della famiglia, dell’amicizia e quelli,altrettanto positivi, della corporeità e della terrestrità. Ilsentimento religioso si carica di accenti e di linguaggi sacrali, percui il poeta, quasi riconciliato con la vita in dissolvimento,confessa di essere: «lieto del molto che è fuggito / del poco cherimane alla mia mente» (“Ponti d’oro”). Ora, rischiarato da un ago diluce divina, il passato «anni un tempo ondeggianti / bestialmenteruggenti» (“Gli anni passati”) pur nella sua ambiguità, rivela laprospettiva di un provvidenziale finalismo. Anche la persona umana oraè colta nella sua dimensione bivalente di materia e spirito: una èrivolta all’immanente, l’altra anche al trascendente, immersa neldivampante segreto decisionale di Dio. Per cui, «di fronte alla morte,l’enigma della condizione umana si identifica con il sonno e una vita,offesa nella sua speranza di durare, si affida alla pazienza, si placanell’“Occhio della fede”
«Oh! Si non alzo abbasso le mie ali
ai tuoi piedi mi metto
libero lieve occhi socchiusi
aspetto assorto accetto
dall’ultimo al primo i tuoi soprusi».
Per il poeta la sofferenza e i soprusi sono paradossali, perchésconvolgono le attese dell’uomo, ma esse costituiscono il passaggioobbligato per la piena conquista del traguardo finale. La sconcertantecorrelazione tra abiezione e candore, tra peccato e grazia,rappresentano il legame tra caducità e purificazione, presuppostonecessario per la riconciliazione con Dio. Dopo l’avventura umana,tormentata dal male biologico, dalla malattia dell’anima, dalla resadella ragione di fronte al mistero e alla morte, nella dimensioneassoluta della grazia, a cui il poeta è approdato al termine diun’esistenza, salvata dapprima dall’ironia e dalla fede nella poesia,e infine dalla fede istintuale nell’invisibile assoluto, tutte levicende umane riacquistano senso concreto in Cristo. Una poesiascritta a Cimbro il 12/2/1979, un mese prima della dipartita, puòconsiderarsi come l’atto di fede percettivamente più esplicito, iltestamento spirituale della straziante avventura terrestre di Cattafi:

«In te confido
tutto ho rubato al mondo
sei il Cubo, la Sfera, il Centro
me ne sto tranquillo
tutto t’è stato ammonticchiato dentro»
 (“In te”).
Viaggio e mito nella poesia di Cattafi-

Il tema del viaggio nella poesia di Bartolo Cattafi rappresenta ilnucleo epicentrico del tormento esistenziale e gnoseologico del poeta.
Il viaggio, come si sa, può essere considerato come l’indissociabiledinamismo interiore che, per diverse motivazioni e con eterogeneipercorsi, sospinge l’uomo, l’eroe o l’autore alla conquista di approdireali o ideali, come dimostrano quelli di Ulisse, Enea, Giasone,Dante, ecc.
Un gomitolo di interpretazioni può essere attribuito al viaggio diCattafi che, più specificamente degli altri, sgorga da ragioniparticolari e si dirige verso finalità individuali. L’accostamento piùvisibile, su un binario connotativo, può individuarsi per certi versicon il nomadismo della ragione e dell’anima di Ulisse. L’eroe omerico,preferibilmente nella versione dantesca, obbedisce ad un codice diconquiste intellettuali progressive e assolute e ad una concezionedella virtù, come una tavolozza di “schegge” etiche, che lorisucchiano nei gorghi dell’ignoto, da cui razionalmente rimaneinghiottito per sempre. Il viaggio di Cattafi, consumato nel clima delDecadentismo più estremo, scaturisce dalla necessitàbiologico-esistenziale, alimentata dall’urgenza di poter rinvenireesaurienti e salvifiche risposte alla sua condizione di uomo,cosciente e disperato, che consuma il pellegrinaggio terrestre neicriptici labirinti del proprio io. Consapevole, fin da giovane,durante la guerra, asfissiato dalla brutalità e dal sangue innocentedei fratelli vittime di un demente conflitto, incapsulato nell’arido“recinto” dell’inerzia, delle macerie mentali e sentimentali, fumassacrato dall’inguaribile febbre del male di vivere che gli impedivadi identificare un congegno razionalmente funzionale del mondo e dipoter rintracciare un sorso di pietà nella quarzata desertificazionedel reale, con cui poter irrorare per un attimo i combustionanticrateri del cuore. Eccolo allora sospinto a ricercare, dapprima nellastoria della propria terra, la Sicilia, l’identità delle proprieradici, la verità del proprio io, dei propri palpiti, il dissolvimentodel mistero, per scongiurare la frantumazione dolorosa, la nevrotica edisperata psicopatologia di esistere e riappropriarsi della dimensioneinteriore della quiete. Allora tenta di allontanare la tentazionedell’immolazione, mediante l’inglobamento del sentimento della mortenella verniciatura verbale; così il dubbioso viaggiatore puòadoperarsi ad evitare i condizionamenti emozionali e religiosi,durante l’indefinito viaggio-confronto, ed approdare alla percezionedi un balenante  spessore d’angolo remoto dell’ignoto, in cui avverteil riecheggiamento del confuso pulsare della vita. Eccolo avviarsiverso un’ipotetica e credibile rotta, scavare nelle tortuose sequenzedell’epoca classica, che ha impregnato la cultura della sua terra,momenti di autentico splendore, particolarmente nel vagheggiamentomitico di una fase della civiltà della Magna Grecia e, nei circuitiideali dell’immaginazione, richiamare Omero a cantare, con la suasimbolica cecità, il sentimento dell’incanto di un tempo,identificabile con il fascino di una bellezza paesaggistica, la cuimagica spettacolarità sedusse Ulisse, durante il suo viaggio,particolarmente lungo la costa del Mar Tirreno di fronte al paesaggiodell’azzurro splendore delle acque, in cui si immergono i raggi doratidel sole, che allietarono il regno di Eolo e alimentarono (conl’assedio dei miti di Vulcano, delle Sirene, di Scilla e Cariddi, deiCiclopi, tra cui Polifemo, della Fata Morgana, delle mucche del DioSole) la produzione lirica di Cattafi, particolarmente nell’ultimoventennio della sua vita, trascorso in Contrada Mollerino del Comunedell’attuale Terme Vigliatore (Messina), laboratorio-osservatoriodella sua attività creativa. Numerosi componimenti risultanodisseminati di richiami, trasparenti o allusivi, ad un così densopatrimonio meridional-siculo di ascendenza classica, ma soprattuttoevidente si rivela, nella poesia “Trinakrie”, la visione incantata(anche se espressa con estremo rigore figurale e lessicale) dipersonaggi e luoghi mitici, di Ulisse e della “terra dei tre capi”,immortalati da Omero, in una cornice di atmosfera edenica e favolosa,tipica dell’età classica, che Cattafi individuò come realtà specularedi un momento felice della vicenda esistenziale, contrapposta allosquallore, anzi all’orrore, della realtà presente, intrisa dellamiseria morale e della desolazione globale di una terra di devianze,di morte e di emarginazione dai cicli produttivi del progresso,«perché terra di tanti mali / non per colpa del sole», non dellamitica terra di Sicilia, vorrebbe dire Cattafi, ma certamentedell’uomo decaduto nella melmosa palude terrestre dal podio nobile incui la natura lo aveva collocato.
La presa di coscienza della realtà contestuale costringe il poeta aripiegare verso «l’arcipelago del cuore», da dove Cattafi riparteverso nuove avventure, che lo riportano verso altre aree geografichedell’Europa, dell’Africa ed altrove, dove, purtroppo, non esistonospiragli di visibilità di certezze, anzi si aggrava la dimensionedella sconfitta, nonostante l’apparente modello di vita da bohèmienneche si impone per congenialità caratteriale, tesa a mascherare lapropria fragilità strutturale. Egli non ricalca le orme dell’edonismocoi suoi casuali rapporti sessuali che, in realtà, non producono nelpoeta alcuna sensazione di totale appagamento.
Egli insegue, anche se vanamente, l’inestinguibile “piacere dellamente” e le etiche istanze dell’anima per poter continuare adilludersi di lenire i giorni del dolore. Cattafi, però, non si arrendealla sconfitta e la sua sanguinante esistenza in un mondo desolato nonha anestetizzato i suoi costanti stimoli a resistere ed indagare;allora riprende la rotta del suo periplo, tra parcellizzazionerealistica del frammento e fantasmagorica, mitica visionarietà el’antinomia tra buio e luce, vita e morte, dischiude lo scenario sucui si svolgono le tregende umane del poeta, trascinato, nel suodelirante anelito di trivellamento dall’urgenza di poter aprire “unvarco” (il ben noto montaliano varco), attraverso cui poter vedereaffiorare, nel personale regno delle tenebre nitidamente profilatonella lirica “Nel pieno dell’estate”, un ago di luminosa certezza osperanza catartica (da Marzo e le sue Idi):

«Vita larvale di sotterra
 piombai nelle tenebre sull’alto
pino d’aleppo
vorticando ad ali irrigidito
nel pieno dell’estate
caddi di schiena
lontano da ogni eliso
non larva non alato,
dove la discesa verso l’Acheronte,
sulla cui riva si assiepano gli uomini-eroi».

Ne “I muscoli degli eroi”, (da Occhio e oggetti precisi), brulical’angosciosa ansia di risalire dagli Inferi ad una vita non cosificatao oggettualizzata. Prigioniero, ancora una volta, dell’effimero estraripante di malessere, il poeta ritorna alla sua Itaca, lasciandosiriavvolgere dai suoi ingenui ed infantili inganni e richiamato da unainossidabile voce indecifrabile, si reimbarca sul vascello dellaragione e si avvia verso mete di inesplorate nuove direzioni, tral’incombere di nuovi rischi autodistruttivi.
Allora è l’Ulisse-Cattafi che, scivolando verso abissi da lui nonancora sondati in cerca di ipotetici assiomi, idonei a placare«l’ansia di vivere così», si imbottisce di riferimenti gnoseologici e,vagando nell’universo classico, si accosta alla cosmogonia atomisticadi Democrito, anelante di risposte idonee a placare le ulissiacheistanze di chiarezza e penetrare nel buio di ogni conoscenza, al finedi riuscire ad inchiodare ad un ordine concreto e indistruttibile, ilgroviglio caotico delle disintegrazioni, in un sistema razionalmentestrutturato «gli atomi / gli atomi di Dio» (“Atomi”, L’allodolaottobrina, pag. 44, v. 2). La concezione atomistica, tuttavia, non èesauriente di riscontri che possano contenere l’astrattezza oggettualenel contesto di una soddisfacente evidenziazione ed attenuare ilrischio di una disastrosa implosione razionale. Collegamenti con ilmondo classico vengono ancora attualizzate attraverso terminologie eriferimenti, connettibili con il microcosmo mitico. Si veda in “IPeloritani” o in “Aspromonte”, in cui il livello classico siriconferma “strutturale” dei procedimenti razionali della ricercafilosofica e delle riflessioni-comparazioni tra le due contrapposteepoche: quella ideale ed idilliaca del regno dei tempi-mito e quellaodierna del regno dei mostri e del nulla:

«Fin dai tempi di Omero ci dicono
Fate e Mostri marini,
ma oggi supini in fila come
nella piazza-mercato
i nostri numi d’un guano
sotto voli di gazza da cui geme
liquido losco lerciume
a grappoli e mosche
e ancora intorno
la torma ansimante dei fedeli»

(“Numi”, L’allodola ottobrina, pag. 110).

Anche visioni negative, estrapolate dal repertorio classico, talvoltaaffiorano nella pagina cattafiana, che però non riescono aridimensionare il lerciume della modernità, a conferma di come lacultura classica con i suoi miti abbia permeato in positivo idegradanti motivi e figure del Nostro, rappresentative di una certamentalità di questo tempo:
Mancavano pagine
il marmo dell’epigrafe
era scheggiato
due sole parole
cetera sunt (…) parole sul frontone
di un tempio vuoto
vorticanti col vento come per dirci
solo noi ci siamo
tutto il resto manca
era questo che non sapevate»

(“Il resto manca”).

Di contro, talvolta s’involano pagine cariche di sogni, anelanti unaproiezione esistenziale nell’antichità:
«Anch’io vorrei essere ad Olimpia
ultimo il peggiore della lista…»

(“Davanti alla grotta di Massabelle”),

dove il poeta quasi agonizzante cerca di tenere lontano il sentimentodel solipsimo e della morte, in un estremo conato di slancio vitaledel suo ulissiaco nomadismo cosmico. Cattafi, nell’ampio ventagliodelle sue opere, non riesce a strappare dal suo essere il sentimentodella morte, neppure nello sforzo di perforazione degli oggetti, cheegli fruga nelle svariate variazioni e venature; ma nelle prime fasi,in cui la ricerca di Dio emerge strisciante, è ancora la mitologiaclassica che àncora il poeta all’esistenza. Per cui il suo viaggio,sgomitolato in coordinate complesse, alla fine:

Accettati i tempi dell’attesa
le vele ancorate all’orizzonte
venne. a connettersi in concreto
il ripieno e l’ordito
e ciglio alzato
senza muovere dito
condannato a guardare
sbattuto sotto il naso
il petto congelato…

Il condannato, nell’assenza di risposte consolatorie, con un guizzodella fantasia, ripiegato nell’ombra della sconfitta, è approdato,nella disperazione del silenzio, alla visione “congelata” delconsolante profilo della sua eterna Penelope, che conclude la suaricognizione esplorativa con l’estremo ritorno “all’arcipelago delcuore”, dove trionfa la figura della Penelope di Omero, classico emitico simbolo sintetico di ogni alto ideale. Ma è in “Enigmi” (inL’allodola ottobrina pag. 144) che, se il buio della ragione siispessisce, il richiamo a brani di Saffo e Simonide (“Oscuritàd’Omero”) diventano incarnati in Cattafi, perché, attraversol’intravista “crepa”, in una realtà estranea ed impenetrabile, lapoesia innalza ad una funzione di preveggenza, configurazioneappannata della sola possibile certezza, con cui, nella concretezzadel canto, il poeta ha cercato di terapizzare ogni giorno la morte.

Cattafi tra purezza verbale e disperazione metafisica

Bartolo Cattafi pubblica nel 1958 Le mosche del meriggio (Milano,Mondadori, 1958) in cui confluiscono Nel centro della mano e Partenzada Greenwich, mentre in Italia imperversano tendenze neorealistiche,ma il poeta non si lascia condizionare dagli spazi dei paradigmiideologici sottesi al movimento del Neorealismo verso cui mantiene un“aristocratico” distacco. Egli, che ha assorbito le memorie storiche emitologiche della sua isola, incomincia a tradurre in accensionipaesaggistiche e in inventario di oggetti, gesti e avvenimentisollevati dal bozzettismo oleografico in immagini meno abbaglianti,riassunte nella misura della solarità, in svampi lirici più contratti,sempre sottratti alle pulsioni dell’elegia. Il suo iniziale nomadismo,che lo aveva spinto a risolvere le movenze claunesche in presenzeconcrete nel canto, si va progressivamente attenuando, fino a ridurrela presenza-assenza della vocazione poetica da una posizione diprotagonismo nella dialettica convivenza di scansioni sceniche e diarticolazioni ritmiche più dense nell’aggravio epifanico dei concettie poi alleggerite nella diluizione delle immagini e delle notazioni,dove il “climax” verticalizzante dell’aggettivazione, applicato aglielementi della natura, risulta esteso alla realtà astratta delle primecomposizioni, trasformando la centralità delle scene verso laraffigurazione concreta ed esterna del tabulato realistico internodella desolazione. Si veda, come riferimento esemplificativo, il versofinale di una poesia del 1952 “Da Nyhavn” («La fame diritta e seccadei gabbiani») si carica di maggiore tensione sequenziale nell’ultimoCattafi del 1978 in un verso, dove la condizione di malesseredell’universo ornitologico (ora spostata dai gabbiani ai passeri)risulta più marcatamente e incisivamente incalzante («il passero /malmesso indirizzato gracidante»).
L’evoluzione linguistico-strutturale evidenzia come Cattafi abbiaoperato progressivamente un viaggio all’interno della parola,corrispondente all’abbandono della mediterraneità iniziale, che lo haindotto alla rinuncia della sovrabbondanza nominale e alle accensioniliriche accentuate, per far filtrare, dagli spazi invisibili dellacreatività, le rasoiate razionali e una rassegna di dati e di coloricon cui l’analisi frantuma il guscio della realtà e la cifrasimbolica, sempre più incalzante, si tramuta in folgorante proiezionedell’anima verso scenari metafisici, quasi nel tentativo di enuclearnela più autentica interna identità. Il poeta ripudia la bulinaturadelle sovrastrutture elencatorie per far ricorso all’utilizzazionedegli occhiali, al fine di penetrare più in profondità nell’alveodella consumazione della fame della conoscenza e scoprire le radicidella disgregazione gnoseologica, per scandirne le ambigue dissolvenzecon lucidità di indagine che prefigura l’ansioso inseguimentodell’Assoluto all’interno dell’intreccio della negazione:

«Copie
svenate di copie
stinte sinergie dei muri
stanco mondo protrattosi
di figura in figura
mendicando una bava
di terra di siena, di prussica
al fantasma di turno

che più gli conviene».

Oltre ad un impulso di dispiegamento orizzontale, la selezioneaggettivale spia anche la cifra di un meandro educato a cogliere isegni della nitidezza paesaggistica dell’isola di cui nella prima fasedella poesia di Cattafi si riflettono gli accecanti stupori della lucee lo scintillio delle acque come affiora dai sintagmi: “il grigiodella pietra”, “mare abbrunito”, “azzurre correnti”, “pesce azzurro”,“bianco futuro”, “celeste arcipelago”. L’elencazione degli oggetti,nel dipanarsi dalle varie raccolte, la rassegna dei luoghi, i colorivibranti, le svirgolature ironiche, le visioni surreali risultanotrascritti in un registro consistente di ingredienti e di scheggedestinate a tramutarsi in implosioni razionali di assiomi, siglati dasfumature analogiche, in cui le vibrazioni degli oggetti rimbalzano inaltre figure di contesti dissacrati, attraverso cui traspare lamigrazione di significato dall’elemento minimale a quello attributivo,sintesi di una traiettoria di viaggio dalla fisicità all’enigma. Iversi si avviano sui fragili sentieri metafisici dove cosmiche paure evuoti siderali suscitano trasalimenti razionali senza produrre formalicopioni visionari, dove lo sventagliare lancinante delle immagini,divenute scarne ed essenziali non si traduce in distorta misuradell’esistenza ma in ribaltamento visibile di segmenti illuminantidell’attesa dell’attimo fatale, in cui l’occhio della ragione possaritagliare con precisione la dimensione e le connotazioni dei riflessidell’oggetto metafisico. Allora lo scontro rabbioso tra il corporeoquotidiano si scontra con gli ineludibili richiami del misteroceleste, simboleggiato tra «i lupi questuanti» e «la gabbia»,oscillanti tra istanza di consapevolezza e l’amarezza del rifiuto,incombente sulla resistenza dell’inattingibilità del mistero:

 Ecco il problema la rabbia ululante
 marcata in fronte
 la bava alla bocca
 vorrebbero tutti entrare
 in un’unica gabbia
 i lupi questuanti …
 Oh loro sì che possono
 raffinare i lingotti
 ridurli a un lieve stato puro di natura
 ombre macchie presenza rifulgenti
 scintille incancellabili negli occhi.
 (“Lupi”)

La parola, che in Chiromanzia d’inverno annaspava ancora nella vanaperforazione dei frammenti realistici e osservava con non artefattainnocenza i rottami della ricognizione investigativa dove ilsentimento della morte e il frastuono della poesia erravano per la«foresta sbiadita», in L’allodola ottobrina riesplora la terrestritànel recupero delle “cose”, che ridiventano occasione di canto estremo,recuperando la facoltà di riattivare segrete energie assopite. Leroventi tensioni metafisiche riaccese in un ermetico organismosemantico si proiettano in traiettorie arcane, costantemente inseguitedal poeta con visionaria disperazione intrisa di indistinti filtri diironia, filigranati di sottile sarcasmo di fronte alla disfattadell’esplorazione ultrafanica.

Vengano le targhe frantumate
i puzzle i rompicapi
le parole profonde
cicatrici sul petto
ciò che non corrisponde.
i puzzle i rompicapi
le parole profonde
cicatrici sul petto
ciò che non corrisponde.

Le parole si caricano di simboli necessari mentre il poeta è dietro“il muro di nebbia”, da dove appunta l’attenzione sui muri familiaried è assalito dal dubbio di poterlo oltrepassare. Allora l’occhioquasi anela ad essere coperto dagli occhiali, attraverso cui glioggetti vengono osservati nella loro nudità ossificata, mentre l’animasi tramuta in fantasma inafferrabile costante, inseguita dalla urgenzadi conoscenza di Cattafi. È ora lo stesso poeta che torna a gestire ilsignificato profondo delle sillabe e, di fronte all’ossessivoincombere delle ombre, torna ad un rapporto di sofferenza, di vita edi morte con le cose, in un interrotto esercizio di metamorficaalchimia per imprimere alle esuberanze del dettato intellettuale unasorta di cosciente misura dei limiti umani nello sforzo di perforareil guscio delle sillabe e ricomporre i frammenti di verità nascostedentro le cose, destinate a soggiacere alla devastazione del tempo.Riscriverò a lungo / minuzioso lento / nel folto delle messi /riscoprirò il primo dentro l’occhio / l’unica cosa che mi interessa.Allora il verso ritaglia fotogrammi e ritratti, immagini senzadispersione musicale, la rima avanza implacabile con assonanze,iperbati e climax in cui la voce senza tremori penetra nella poltigliadel mistero in cerca di chiarezza sulle orme di enigmi che proseguonoindefessamente all’infinito, dove alla fine si dissolve il residuosuono della voce poetica del cuore.

            CARMELO  ALIBERTI

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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