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MAURO CORONA

MAURO  CORONA

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Mauro Corona è nato il 9 agosto del 1950 a Baselga di Pinè in Trentino, da Domenico “Mene” Corona e Lucia “Thia” Filippin, venditori ambulanti. Come lui stesso rivela, nacque su un carretto, come spesso accadeva allora nei luoghi di montagna Dopo un primo periodo a Baselga, la famiglia fa ritorno a Erto, paese d’origine. Ma presto la donna abbandonò la famiglia per andare a vivere sola, lasciando i piccoli figli alle cure dei nonni, in quanto il padre era impegnato a svolgere il lavoro di intagliatore, mestiere imparato dal nonno che fin da bambino ha seguito, in giro per i boschi e nello stesso tempo, il padre lo conduceva a conoscere tutte le montagne della valle. Dal primo ha ereditato la passione per il legno, diventando uno degli scultori lignei più apprezzati d’Europa. Dal padre gli deriva l’amore per la montagna. L’innamoramento per le bellezze luminose della montagna, lo aiutarono a superare il cratere di dolore, in cui era precipitato, dopo la fuga della madre, ritrovandosi a piangere solo spesso durante il giorno. Rientrata in casa, dopo una non breve assenza, il clima familiare peggiorò, in quanto i litigi tra i genitori divennero più frequenti e più cruenti e cessarono solo con la morte della donna. Finita la scuola dell’obbligo, Mauro avrebbe voluto frequentare l’Istituto d’Arte, ma, poiché la frequenza era a pagamento e il padre non poteva affrontare le relative spese, lo iscrisse all’Istituto per Geometri che era pubblico. Il ragazzo, nonostante tutto, frequentava volentieri gli studi, ma un giorno accade un episodio che troncò dolorosamente ogni suo desiderio di continuare. Un giorno, la sua classe aveva svolto un compito geometrico ed egli credeva di avere fatto un capolavoro. Quando il prof. portò in classe i compiti corretti, il docente si accostò al suo banco e disse ad alta e accusatrice voce lo sgridò, dicendo che non avrebbe potuto fare un compito peggiore di quello che aveva fatto. Tale espressione. pronunciata con tono astioso, sancì il suo abbandono scolastico. Dai tredici ai vent’anni, furono anni difficili e Corona dovette adattarsi ad affrontare ogni umile e pesante lavoro per la sopravvivenza. Nel tempo libero, sprofondava nella lettura di libri di grandi autori europei, che la madre, instancabile lettrice, aveva lasciato in abbondanza nella biblioteca familiare. Ma il suo cuore era costantemente invaso dall’inebriante splendore della luminosità delle montagne, di cui si sentiva prigioniero. Studiando da autodidatta, si formò un’ottima cultura che evidenziava la prosecuzione dell’impegno e della passione letteraria, che un suo docente aveva stimolato in lui, quando fu accolto all’Istituto don Bosco di Pordenone. Intanto moriva anche il padre, travolto da un’auto pirata, finchè a vent’anni fu chiamato per il servizio di leva, in gran parte assolto nel territorio di Trento. L’irresistibile incanto delle sue montagne, stimolò in lui il desiderio di incominciare a scrivere. Per lui la scrittura alimentata dalla bellezza e dalla vita serena tra i boschi, allietata dal canto armonioso degli uccelli, diventò una quotidiana preghiera per la natura, adorata come divinità. Ora il suo tempo era impegnato tra l’incisione del legno che gli creò una fama europea, la lettura e l’esordio in letteratura, che può essere letta come un canto evangelico. Alpinista e arrampicatore fortissimo, Mauro Corona ha aperto trecento nuovi itinerari di roccia sulle Dolomiti d’Oltre-Piave: a soli 13 anni scala il Monte Duranno. Nel 1997 inizia anche la sua carriera di scrittore.

Crescendo dimostra anche una passione per la scrittura e la letteratura, dopo le medie a Longarone e dopo la tragedia del Vajont il 9 ottobre 1963 si trasferisce con il fratello a Pordenone, dove alcuni insegnanti salesiani lo incoraggiano nello studio. Finito il collegio, frequenta l’istituto per geometri, ma dopo alcuni anni viene ritirato. Trova lavoro come manovale a Maniago e lavora nella cava di marmo del Monte Buscada. La cava chiude negli anni’80 e lui viene assunto come scalpellino riquadratore e inizia ad avere i primi successi: una mattina un signore vedendo le sue opere decide di comprargliele tutte e successivamente gli commissiona una Via crucis per la chiesa di Sacile. Con il ricavato compra l’attrezzatura per scolpire e si affida agli insegnamenti del maestro Augusto Murer di Falcade. Nel 1975 organizza la sua prima mostra. Appassionato di montagna, continua la sua “professione” di arrampicatore: nel 1977 inizia ad attrezzare le falesie di Erto e Casso e in poco tempo scala tutte le montagne del Friuli, andando perfino in Groenlandia e nella Yosemite Valley in California  Nel 1997 pubblica alcuni racconti su Il Gazzettino e da lì in poi pubblica diversi saggi, manuali, romanzi, fiabe per l’infanzia, antologie di racconti…, ottenendo anche dei riconoscimenti, come il Cardo d’argento con Cani, camosci, cuculi (e un corvo), il Premio Bancarella con La fine del mondo storto nel 2011, il Premio Mario Rigoni Stern nel 2014.Successivamente la famiglia decide di riportare lui e il fratello Felice, nato nel 1951, al paese d’origine, Erto: un pugno di case incassato nella valle del torrente Vajont, ultimo baluardo del Friuli occidentale. Mauro conosce i nonni paterni Felice e Maria, e Tina, la zia sordomuta.  Trascorre l’infanzia nella Contrada San Rocco, assieme ai coetanei ertani. Alcuni di loro, Silvio, Carle, l’altro Carle, Meto, Piero, Basili diventeranno suoi inseparabili amici.Questo libro è dedicato al 100% agli animali, in particolare ai cani, ma anche, appunto, a camosci, cuculi, corvi, vipere, martore, ecc. Ogni racconto è un piccolo aneddoto che riguarda il rapporto tra gli esseri umani e la natura. Vicende di caccia, di solitudine, di vendetta, di redenzione, sempre legate a come l’uomo interagisca con gli esseri viventi che popolano i boschi. Ci sono quindi cani fedeli fino alla morte, corvi che portano (o annunciano) sciagure, vipere che danzano, imprendibili camosci, e ancora cani che vendicano il padrone, lo ricompensano, lo ringraziano. Tra tutti i libri che ho letto di Corona (e che puoi trovare elencati sotto) questo è sicuramente quello più vicino alle piccole cose, alla semplicità della vita di montagna. E lo è in modo diretto, senza percorsi articolati, sbattendoti in faccia la vita di tutti i giorni. Certo, c’è poi l’eterno dilemma se Corona abbia davvero avuto modo di conoscere tutte queste storie o se le sia inventate, ma su questo ho ormai deciso di non pormi troppe domande, limitandomi ad apprezzare la narrazione e i messaggi che lancia lo scrittoreAspro e dolce (2004)L’ombra del bastone (2005) I fantasmi di pietra (2006)Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010La casa dei sette ponti (2012)Confessioni ultime (2013)Quasi niente con Luigi Maieron (2017).

Questo libro sembra paradossale, ma risulta geniale e  la lettura affascinante. Contiene un messaggio morale, che si percepisce oscurato,.  un messaggio di speranza che non confonde l’autore, Mauro Corona, con il narratore senza nome e privo di illusioni,. Intravvedo nel racconto un messaggio positivo nel fatto che la violenza, descritta meticolosamente, possa diventare così apparente, così scandalosa, in cui può individuare. perché quello che ha permesso a una cultura misogina di esistere e durare per secoli, è il silenzio nel quale si sono trovate le vittime, la banalità del male. Secoli di misoginia patriarcale, quindi molto più dei 150 anni del racconto, che tratta di mummie intrappolate e nascoste. Nelle culture patriarcali del passato, le donne non hanno altra scelta che ubbidire e tacere, sottomettersi e quindi, diventare schiave della violenza sociale (non solo maschile) appena osano sfidare il loro ruolo sottomesso  con un gesto o un comportamento scaturito da una loro azione soggettiva ideata in libertà, spinta dalla necessità necessaria di poter diventare un creatura umana, con uguale dignità dell’uomo. Questa incapacità, da parte dei dominatori maschi, di lasciare spazio alla soggettività delle donne è la radice che porta quel tipo di atrocità descritte nel libro di Corona. Come se servisse che nella coppia uno stesse fermo e ubbidiente, così quell’altro ha il potere di gestire, e nel patriarcato il potere soggettivo della gestione è attribuito esclusivamente agli uomini. A rafforzare l’idea che questo libro parla di uguaglianza come valore di speranza e non soltanto di violenza, mi sembra che Corona, nel descrivere il rapporto con quella donna senza nome, che chiama “l’alba delle prime volte”, esprime considerazioni sul benessere che prova a vivere nell’uguaglianza con lei, per il fatto che lei sia vivace, libera, imprevedibile, ma si nota anche che poi i due caratteri si scontrano. Quindi l’uguaglianza nella coppia appare come fattore che può portare a vivere tensioni. Nel quadro di quel rapporto, come è stato descritto nel libro, si era trattato di baruffe lievi, gestibili, fino al momento che lei si è disinteressata di lui. Quindi per sanare la misoginia, prima è necessario porre il diagnostico, e prima ancora vedere il male. Ed è in questo che servono le descrizioni meticolose di Corona. Così può avvenire la presa di coscienza, poi infine la catarsi. Per denunciare un male che si trasmette in modo inconscio, tramite la cultura, ci vuole un modo di parlare direttamente all’inconscio, quindi non un discorso di denuncia, ma un discorso di identificazione con il violento. Si presume poi che una catarsi debba avvenire,  solo  quando il lettore ritorna in sé, dopo la lettura, un po’ allo stesso modo che il protagonista esce fuori dalle sue allucinazioni, descritte da Corona con una meticolosità quasi maggiore in rapporto alle scene di violenza. La catarsi avviene quando il lettore si accorge che la violenza che lo disgusta non è reale, ma soltanto una rappresentazione che egli si è creato mediante la lettura del romanzo. La catarsi è resa possibile perché violenza è raccontata, virtuale, fiabesca, quindi incompiuta nel mondo reale. Chi si blocca alla lettura di questo romanzo è sicuramente per il timore di un molto improbabile passaggio dal virtuale al reale, che non si produce perché il più spesso questi due livelli rimangono dissociati. Perché a questo serve la letteratura, il teatro e le arti in generale. Quindi, rimettendo le cose apposto, ci si accorge che questo romanzo non è affato un libro che promuove la violenza, ma l’opera di un autore che conosce il principio della catarsi, e quindi che mira piuttosto tramite il racconto a sanare ogni comportamento violento, allertando ,il lettore, ma senza compiere nessun danno. Si nota anche poi nel libro che il lettore riesce a identificarsi al protagonista soprattutto quando questo si interessa di decifrare i segni, mica per gli stati d’animo depressivi dove descrive, impotente, l’indole che porta a comportamenti misogini o violenti. Non cerca di insegnare o istigare  ad essere violenti, siccome questo lo riconosce come un diffetto suo.

 

ASPRO E DOLCE

L’epopea di Erto e dei suoi abitanti narrata in prima persona da Mauro Corona, protagonista e sciamano. Uomini di foreste e bevute, donne di coraggio e fatica, femmine sciccose per rompere la solitudine di una sera, tra una sbronza e una rissa. La fantasia e la rabbia, la gioia di vivere, la festa e la morte riportate alla memoria in un’ennesima levata di bicchieri, brindisi alla vita, l’aspro e il dolce assaporati insieme. Autobiografia di un uomo, romanzo fatto di avventure, di beffe e di omeriche bevute, il libro è anche la storia di un intero paese distrutto e rinato, a suo modo, dalla catastrofe. Immancabile sfondo è la natura, madre e matrigna di uomini, animali, piante e rocce.

Che sulle nostre montagne si  bevano alcolici in quantità e che fra questi amanti di Bacco ci sia stato anche Mauro Corona non fa meraviglia; ciò che stupisce invece è che l’autore ertano si sia dedicato al vino e alla grappa in quantità ragguardevoli, che abbia bevuto smodatamente e che, ubriaco, abbia compiuto atti di cui oggi, più sobrio, ha memoria con vergogna. Ciò che ha scritto potrebbe meglio definirsi le confessioni di un grande bevitore e, francamente, il lettore si accorge a poco a poco che un po’ di quelle quantità industriali di vino sembrano uscire dalle pagine, traboccando, per andare a infilarsi nella sua bocca a togliergli una sete che non prova. Personalmente e in tutta sincerità a leggere continuamente di bevute colossali ho corso il rischio di ubriacarmi e spesso ho cercato di leggere in velocità per superare certi periodi che in pratica non dicevano nulla di nuovo, alla ricerca invece di fatti, connessi all’ubriachezza, di cui Corona sembra avere una prodigiosa memoria, assai strana per un ebbro, tanto da pensare che in buona parte siano frutto solo di invenzione. Purtroppo siamo lontanissimi dalla qualità di opere come Storia di Neve, Il canto delle manere, L’ombra del bastone, I fantasmi di pietra e Il volo della martora, tanto da sembrare che questi libri e Aspro e dolce non siano stati scritti dalla stessa mano, perché la sua vena sembra essersi esaurita. Il lettore conserva sempre dentro di sé le emozioni dei suoi libri migliori, di un mondo reale in cui è riuscito a innestare una vena di fantasia che arriva a sfiorare il mito; il vero elemento positivo di Aspro e dolce è dato dal forte monito ai giovani, affinché non percorrano la stessa strada di stravizi, perché bere si può, ma sempre e solo con moderazione. E ciò non è poco, all’interno di una società deviata dalla mitologia dell’Avere, cancellando radicalmente l’Essere, spingendo, in tal modo, le nuove generazioni su percorsi esistenziali demenziali e perversi. Sulla falsariga di “Nel legno e nella pietra” Mauro Corona continua nel suo viaggio autobiografico con il consueto stile asciutto e semplice, tipico di quell’uomo intelligente conscio di ciò che è giusto o sbagliato, ma che spesso non riesce.a.mantenere.il.legittimo.distacco.tra.le.due.condizioni.

Racconti di vita

Si tratta di una raccolta di ben 58 racconti, è un’opera autobiografica che l’accomuna allo stile del libro “Nel legno e nella pietra”. Tramite questi racconti il lettore rivive la vita dell’autore attraverso i ricordi dell’infanzia, insegnamenti severi e momenti di vita passata nel collegio “Don Bosco” di Pordenone. La storia è piena di personaggi che hanno accompagnato la vita di Corona. Amici dell’infanzia ed altri che hanno approfittato di lui e della sua ingenuità. L’autore ha deciso di confessare varie marachelle fatte in gioventù, racconta i suoi errori, si riconosce responsabile di varie tragedie e spesso giustifica tutto ciò scaricando ed imputando la responsabilità all’alcool.

La metafora del libro è molto chiara, infatti, si vuole tener lontani i giovani dai danni provocati da questo brutto vizio, la dipendenza dall’alcool. Mauro Corona è un uomo dal carattere rude,  irascibile, difficile da gestire, ma altrettanto capace di scrivere riflessioni e pensieri profondi. La narrazione è piena di fascino anche se non particolarmente curata di bellezza letteraria, inoltre i contenuti sono profondi. Le ambientazioni sono sempre le stesse: montagne ripide, pascoli, sagre paesane, locande dove bere con gli amici. Il linguaggi è spesso colloquiale ed a tratti si fa raffinato e troppo diverso.

I FANTASMI DI PIETRA

Fra i nomi che risuonano nella nostra memoria, spesso però senza essere associati a immagini precise, c’è sicuramente il Vajont. Un nome che richiama subito alla mente la parola “tragedia”: molti, però, si fermano lì, o vanno poco oltre. Invece sarebbe necessario soffermarsi su questo episodio oscuro e triste della nostra storia, nel quale l’incuria di chi contrabbandava per “progresso” quella che era solo sete di denaro e potere ha cancellato interi paesi, con un bilancio, in termini di perdite di vite umane, semplicemente spaventoso, considerando il contesto. Come spesso succede, però, decine di articoli e programmi televisivi nei quali si sviscera l’aspetto “nozionistico” di quanto è accaduto non hanno la stessa forza di coinvolgimento e di suggestione che può creare un racconto. perché, questo libro non si può configurare come un romanzo per la mancanza di trama e di simmetria fra i vari episodi. I personaggi, innumerevoli, sono gli abitanti di Erto, paese natale dello scrittore e uno dei paesi che, il 9 Ottobre 1963, furono letteralmente spazzati via dalla tragedia del Vajont. La narrazione è scandita dalle squarcianti sequenze della vita di queste persone, alcune perite nella tragedia, altre sopravvissute. Le varie storie risultano assemblate dal disastroso evento del crollo della diga il Vajont, e quella maledetta notte autunnale nella quale, da amico e alleato, divenne temibile nemico. Il libro è una immersione nelle quattro stagioni, ma soprattutto attraverso le rovine e la memoria del paese vecchio di Erto, sottostante a quello nuovo, costruito dopo la tragedia, senza calore né anima, freddo come architettura e come cuore, un paese che Corona non sente proprio. Al suono dei passi che lo scrittore muove lungo le strade, i ricordi di chi aveva abitato quelle case ormai distrutte, degli avventori delle osterie chiuse, dei bambini che giocavano sul sagrato della chiesa, si risvegliano nella sua mente. Personaggi reali si confondono con altri di fantasia, con leggende, dicerie, credenze popolari spesso cruente. Non è però importante distinguere il vero dal falso, quando tutto questo racconto serve in ogni caso a restituirci l’anima vera di un paese ferito nel profondo, fortemente offeso, al quale resta solo un filo di speranza costituito da qualcuno che, un giorno, abbia voglia di ripopolare le sue case, le sue strade e le sue piazze di nuova vita. l’estremo interesse del tema e l’originalità dello svolgimento, lo stile della scrittura, come già rilevato nell’ultimo “La fine del mondo storto”, è parimente coinvolgente. I personaggi, appaiono evocati da qualche chiacchiera da osteria fra amici, in più o meno brevi aneddoti che non affondano nel guscio delle storie. Questo strategica scelta narrativa unita al gran numero di personaggi (vi si descrive, dopotutto, un intero paese, per quanto piccolo), contribuisce al coagulo sulle pagine di pennellature essenziali a rendere il mosaico insanguinato della tragedia, anche se rallenta la scorrevolezza della narrazione. Tuttavia, nella scrittura di Corona, emerge il viscerale amore per il suo paese e la sua gente, che cancella alcune “ripicche personali” evidenti nell’ultimo libro. Mauro Corona è capace di usare un linguaggio crudo così come di regalare momenti di pura poesia.

LA FINE DEL MONDO STORTO

Con questo testo di analisi e di riflessione allarmante e implicita dell’ipotetico futuro dell’umanità, che sta velocemente autodistruggendosi inseguendo percorsi distorti di barbarie etica e sociale, pilotata da uomini mostri,  che hanno cancellato dentro di loro i più nobili valori naturali, di cui è traboccante il creato, dono di suprema bellezza grondante costantemente dal cielo, lo scrittore Mauro Corona, vive felicemente nascosto all’interno dei profumi, dei variopinti colori e sapori  delle “sue” Dolomiti”.Lì si sente felice e sereno per scrivere e concentrare la sua attenzione sulla diffusa paura dell’incombere dell’Apocalisse, provocata dalla feroce aggressione umana, e, considerata la famelicità della belva umana, elabora un progetto ideale di salvezza e di rinascita in una ridisegnazione di un modello esistenziale sano, idealizzando la catarsi con il recupero e la  rinascita della civiltà primitiva, organizzata secondo le regole e gli usi di quella civiltà  rispettosa e ancorata alle segrete e invisibili ragioni del cuore e della mente. In tal modo, Corona riesce ad innalzare la funzione dello scrittore al ruolo di coscienza critica della storia dell’umanità.

Un giorno il mondo si sveglia e scopre che sono finiti il petrolio, il carbone e l’energia elettrica. È pieno inverno, soffia un vento ghiacciato e i denti aguzzi del freddo mordono alle caviglie. Gli uomini si guardano l’un l’altro. E ora come faranno? La stagione gelida avanza e non ci sono termosifoni a scaldare, il cibo scarseggia, non c’è nemmeno più luce a illuminare le notti. Le città sono diventate un deserto silenzioso, senza traffico e senza gli schiamazzi e la musica dei locali. Rapidamente gli uomini capiscono che se vogliono arrivare alla fine di quell’inverno di fame e paura, devono guardare indietro, tornare alla sapienza dei nonni che ancora erano in grado di fare le cose con le mani e ascoltavano la natura per cogliere i suoi insegnamenti. Così, mentre un tempo duro e infame si abbatte sul mondo intero e i più deboli iniziano a cadere, quelli che resistono imparano ad accendere fuochi, cacciare gli animali, riconoscere le erbe che nutrono e quelle che guariscono. Resi uguali dalla difficoltà estrema, gli uomini si incammineranno verso la possibilità di un futuro più giusto e pacifico, che arriverà insieme alla tanto attesa primavera.  Ma il destino del mondo è incerto, consegnato nelle mani incaute dell’uomo…Mauro Corona ancora una volta stupisce costruendo un romanzo imprevedibile. Un racconto che spaventa, insegna ed emoziona, ma soprattutto lascia senza fiato per la sua implacabile e accorata denuncia di un futuro che ci aspetta.

CANI, CAMOSCI  E  CUCULI

E’ delizioso ascoltare il canto del cuculo che annuncia il ritorno della primavera. Ma Se il cuculo facesse sentire il suo richiamo d’inverno? Allora gli uomini dei boschi sbircerebbero di sottecchi tutto e tutti, mentre i loro cani vegliano inquieti, in attesa del peggio. Perché gli animali conoscono meglio dell’uomo il mistero della vita e della morte. Il lettore non troverà tuttavia in questo libro, che per situazioni e atmosfere è da annoverare tra i più caratteristici di Corona, nessun momento idilliaco, fiabesco, nessun apologo in cui il rapporto tra l’uomo e l’animale risponda alla logica scontata cui ci hanno abituato tante narrazioni esemplari. La relazione tra l’uomo e le bestie qui è dura, scontrosa, fatta di incomprensioni, quando non di vere e proprie crudeltà. Gli uomini cacciano i camosci e ne mangiano il fegato, sparano ai galli  forcelli, maltrattano i cani. Quando la vita è dura per tutti la spietatezza, la mancanza di indulgenze e di tenerezze sono la norma. Eppure, proprio per questo, gli attimi in cui si manifesta un’amicizia rimasta per anni senza parole e senza espressione o quelli in cui il dolore per la perdita di un cane amico fa conoscere all’uomo la commovente profondità di un intimo legame, raggiungono un’intensità sublime.

L’aria che circola in queste pagine di Corona si fa fine, a volte dolce, a volte tagliente. Un semplice sguardo dice più di tante parole. Racconti fatti di gesti e di silenzi, storie tramandate da generazioni che, come sempre in Corona, ritornano circolarmente e di nuovo e per sempre affascinano, tra verità e leggenda.

Dal libro:

“Una ragazza di nome Martina a novembre trovò un panciuto Terranova, liscio come il velluto, accucciato sulla curva sotto la casa alpina. Stava sul bordo del prato, le zampe in avanti e il muso rasente l’erba secca dell’autunno. Nessuno aveva il coraggio di avvicinarlo. Ringhiava riottoso e guardava storto. Ma non si muoveva di un millimetro. Erano il dolore, la malinconia e la disperazione per esser stato scaricato da coloro cui voleva bene a irrigidirlo”.

“I gracchi sono socievoli, fanno presto amicizia con gli uomini, però bisogna andare a trovarli nel loro ambiente. Ogni volta che vado a scalare il Campanile di Val Montanaia porto con me alcune pagnotte rafferme. Sulla vetta del missile di pietra alto trecento metri mi siedo e aspetto i gracchi”.

“La montagna è bella quando sopra di lei splende sereno il cielo. Anche se fa freddo col sereno la montagna comunica un senso d’affetto, è un’amica, una bella amica fidata. Con il sereno si può vedere lontano: lo sguardo spazia, gira, cerca e viene gratificato. Ma quando la montagna mette il cappotto di nebbia e una pioviggine come pulviscolo inumidisce la terra e il silenzio dell’autunno fa pensare al tempo che passa, una tristezza infinita avvolge l’ospite dei monti. E’ come se quella nebbia entrasse nel suo cuore e nella testa a cancellare i pensieri positivi, l’entusiasmo, la voglia di vivere”.

STORIE  DI  NEVE

Dall’alba alla zuppa, due grandi scrittori raccontano la montagna attraverso una serie di parole che racchiudono un mondo.

Parlare di montagna equivale a parlare dell’esistenza, e di come in essa si intende prendere posto. E amare la montagna significa stare al mondo con franchezza, desiderio di avventura, accortezza e spirito di solidarietà, rispetto per la vita in tutte le sue manifestazioni. Mauro Corona e Matteo Righetto, due tra gli scrittori italiani più autorevoli sull’argomento, danno voce a ciò che per loro la montagna rappresenta, attingendo a un tesoro di esperienze, qui condensate in epigrammi fulminanti e brevi brani lirici. La descrizione di un camoscio, che con abilità di equilibrista si muove tra i picchi più impervi, sfocia in una riflessione sul cambiamento del ruolo del padre nella società contemporanea. I sedici milioni di abeti distrutti dal ciclone che si è abbattuto sulle Dolomiti alla fine dello scorso anno evocano i caduti della Prima guerra mondiale, perché gli alberi sono come le persone, e le foreste sono intere comunità. La narrativa potente di due grandi scrittori in un libro di agevole lettura, grazie alla struttura accattivante del sillabario.

 

ESTRATTO

A di ALBA

Chi non ha mai visto l’alba in montagna è nato una sola volta nella vita. Se siete nati una sola volta, provate a salire nottetempo, attendete quel momento palpitante. Dopo tale esperienza vedrete ogni cosa con uno sguardo nuovo. Perché nessuna alba è mai uguale all’altra. Come le foglie, i fiocchi di neve. E le vite degli altri. Chi s’appresta a rampicare, in montagna e nella vita, deve lavorare sui centimetri che gli si parano davanti. Visionare e superare metro dopo metro, senza alzare gli occhi. Se lo fa si deprime, torna giù e la vetta è sempre lontana. Al contrario, curando di salire uno dopo l’altro gli spazi che sfiorano il naso, si troverà in cima senza rendersi conto. Intorno avrà aria e cielo e a quel punto saprà di dover invertire la marcia…Aprii le pagine del libro di vetta, ingiallite ed erose dal vento, presi la mia matita e scrissi che avrei desiderato rimanere lassù per sempre. E lo riscriverei ancora. Perché se intorno a noi tutto cambia, le montagne no. Le montagne non tradiscono mai       

Sarà disponibile in libreria a partire da martedì 24 settembre il nuovo libro di Mauro Corona“Il passo del vento. Sillabario alpino” (Mondadori).

Un’opera scritta a 4 mani con Matteo Righetto che verrà presentata in anteprima a Pordeno-nelegge 2019 domenica 22 settembre.

La montagna come metafora della vita

“Parlare di montagna equivale a parlare dell’intera esistenza, e di come in essa si intende prendere posto. E amare la montagna significa stare al mondo con franchezza, desiderio di avventura, accortezza e spirito di solidarietà, rispetto per la vita in tutte le sue manifestazioni”, si legge nella trama di questo nuovo romanzo dal tono introspettivo.I due autori raccontano ciò che per loro rappresenta la montagna, “attingendo a un ricchissimo tesoro di esperienze personali, qui condensate in brevi racconti, epigrammi fulminanti, descrizioni di paesaggi naturali di bellezza inesprimibile”.La montagna viene descritta nelle sue sfaccettature naturalistiche, tra roccia e boschi, ma anche come sfida, desiderio di conquista della vetta. Un racconto tra presente e passato, in cui si fa ritorno a tempi che non esistono più, caratterizzati da ritmi più lenti.Spazio anche alla riflessione sulle “responsabilità da assumersi perché gli ambienti naturali possano sopravvivere ed essere il futuro dei nostri figli”. Si parla della tempesta Vaia e dei sedici milioni di abeti distrutti che “evocano i caduti della Prima guerra mondiale, perché gli alberi sono come le persone, e le foreste sono intere comunità”.Dalla natura arrivano così spunti di riflessione sull’essere umano, sui suoi valori, sul cambiamento dei ruoli anche familiari. “La descrizione di un camoscio, che con abilità di equilibrista si muove tra i picchi più impervi, sfocia in una riflessione sul cambiamento del ruolo del padre nella società contemporanea, una figura ormai così priva di spigoli da rendere difficile assumerla come riferimento e appoggio”.Vengono definiti “alpinisti inconsapevoli” i moderni esseri umani, che guardano il cielo sentendo “la vertigine della bellezza ma anche il vuoto del precipizio”, perché “l’appiglio è cruciale, nell’arrampicata come nella vita”.Due menti che si uniscono per dar vita a un libro che “si legge con la facilità e la soddisfazione con cui si raccolgono i mirtilli, grazie alla struttura classica e accattivante del sillabario”.

“Quando s’avvicina il Natale, precisamente verso il primo dicembre, ci disponiamo tutti alla bontà. O meglio, a essere più buoni, perché buoni siamo convinti di esserlo già”.

Questo è il perentorio incipit dell’ultimo libro di Mauro Corona, “Una lacrima color turchese” (Mondadori, 2014, pp. 92): una fiaba “cattiva”, come la definisce l’autore stesso, una fiaba dello svelamento, una fiaba che racchiude la malvagità del nostro secolo.

In un anonimo paesino rintanato tra le montagne, sotto il periodo natalizio, quando l’albero troneggia in un angolo della casa, addobbato e luccicante, quando le nenie natalizie campeggiano indisturbate fuori dalle abitazioni e la gente tutta si affanna per camuffare, nel più gioioso dei modi, il mantello di falsità che generalmente la avvolge, proprio ora, quando nulla doveva essere fuori posto, altrimenti la messa in scena non sarebbe andata a buon fine, succede un fatto che sconvolgerà l’intero paese. Il Bambin Gesù scompare dalla culla. Tutte le pie donne di famiglia si scandalizzano di fronte all’accaduto ed incolpano sulle prime i loro giovanissimi figli, salvo poi ricredersi quando realizzano che in qualunque presepe, esposto privatamente o all’esterno, manca il Bambin Gesù. Nel giro di poco tempo la notizia si spande e si viene a sapere che l’atroce misfatto non riguarda solo il paesino sperduto tra le montagne, ma ha investito l’Italia e l’Europa.
In un fuggi fuggi di notizie, aizzati da una spietata corsa contro il tempo, giornalisti, emittenti televisive ed esperti si mobilitano per risolvere – e soprattutto per trasformare in business – il caso dello scomparso Bambin Gesù.

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All’interno di una storia semplice e lineare, dal sapore rude e a tratti selvaggiamente beffardo, Mauro Corona incastra la vita di tutti i giorni: la critica all’ipocrisia e al perbenismo natalizio, in realtà, si snodano all’interno del racconto fino a trasformarsi in un feroce attacco all’ipocrisia e al perbenismo che ci accompagnano giorno dopo giorno nella quotidianità di questo nostro Tempo. A partire dalle amare e ricorrenti considerazioni sulla religione dei fedeli integerrimi, quelli che sono cresciuti a pane e sospetti, quelli che fanno la comunione tutti i giorni e poi dimostrano “indifferenza verso chi non ha niente per campare”, quelli che si recano alla messa di Natale che non viene più fatta a mezzanotte, perché le messe di mezzanotte “sono andate a farsi benedire. I preti, impegnati in altre faccende, (…) le celebrano alle 21, rubando gran parte di intensità al fascino natalizio”, a partire da questo, si procede con le terribili riflessioni sulla cronaca e sulla modernità. Posto il fatto che un presunto colpevole della sparizione del bambinello dal presepe dovesse esserci, e assodato ormai che quelli del paese “volevano il colpevole e siccome non sapevano chi fosse, gliene bastava uno qualsiasi. Uno da linciare”, ciò non giustifica (o forse sì?) l’accanimento mediatico nei confronti di una questione tanto delicata quanto intima: ciò che più spinge Corona ad accanirsi contro “giornalisti, televisioni locali e scribacchini” non è tanto il giusto interessamento che costoro nutrono per il fattaccio, quanto l’ormai dilagante ed alienante volontà di distorcere quelle poche notizie giunte alle loro orecchie, tutto volto alla speculazione di un episodio che avrebbe dovuto allarmare, più che incuriosire.

La critica più atroce che Mauro Corona avvinghia alle pagine di questo libro è insieme un atto di coraggio e un bisogno di verità. Dedicando a Papa Francesco questo racconto, in cui è descritta con lucidità spiazzante – in uno stile tutto made in Corona – la codarda curiosità dei “cardinali con attici nella capitale degni di nababbi” di scoprire dove si sia cacciato questo Gesù, forse un po’ discolo e un po’ monello, lo scrittore di origini trentine ci costringe a posare lo sguardo su questo “Natale mutilato” del terzo millennio, dove l’unico elemento destinato a conservare la propria purezza è la neve, che cade imperterrita quasi a voler nascondere la “festa ormai vuota e falsa” che è diventata il Natale, “fotocopia anemica e priva di sincerità” rispetto a quella di quant’anni fa. Perché Corona è la voce dell’autenticità, è il moderno scrittore della nostalgia, dell’antica bellezza che riuscivamo a ritrovare nei versi di Ungaretti di ormai cento anni fa (“Non ho voglia/ di tuffarmi/ in un gomitolo/ di strade (…) Qui/ non si sente/ altro/ che il caldo buono”) o in quelli di Rodari. Corona è il poeta che si accorge dei dimenticati, degli emarginati, degli anziani genitori che stazionano in un ricovero di periferia e dei “bambini indifesi e violati” dai “pedofili, adescatori di giovinetti” che “saltavano nelle sagrestie indignati dalla scomparsa del Bambin Gesù”. L’occhio attento di Corona non risparmia niente e nessuno, neanche i genitori di figli assenti, avviluppati nella morsa tenace della tecnologia, quella stessa tecnologia che li distrae e ne sgretola la coscienza di esseri umani: come Giuseppe e Maria nel presepe continuavano a tenere lo sguardo fisso sulla culla vuota e “non mollavano dal viso la pietas di genitori umili e felici”, così le mamme e i papà di oggi perseverano nel tenere sotto controllo il vuoto di fronte a loro, il vuoto che i loro figli hanno lasciato, ragazzi dall’involucro splendente, patinato e concavo, dentro cui si avverte l’eco della disperazione.

Urlando al mondo di aprire gli occhi, di volgerli al cielo anziché di tenerli fissi, bassi, sui nostri tablet, sui nostri cellulari, chiedendo che venga fatta giustizia nei cuori della gente, affinché sia in grado di comprendere il vero e terribile misfatto che ognuno di noi, quotidianamente, compie verso se stesso, Mauro Corona con questa fiaba breve ma intensa, crudele e armoniosa, regala un po’ di sé ad un Bambin Gesù ribelle e audace, inedito e dedicato ad un pubblico maturo, ma che ancora deve prendere piena consapevolezza del tradimento che riversa contro la propria blanda identità.

Una fiaba natalizia che si conclude con un finale inaspettato, che lascerà a bocca aperta perfino i più scettici. L’ironia e il sarcasmo che accompagnano la scrittura di Mauro Corona sono spie di un malessere che sente la necessità di essere ascoltato, un malessere che Corona, proprio come gli antichi latini e greci, ci ha somministrato indorando la pillola e trasformando una vera e propria denuncia in una splendida fiaba natalizia.

L’ombra del bastone

L’ombra del bastone è un romanzo di Mauro Corona del 2005, che racconta la tribolata vita di Severino Corona detto “Zino”, di suo fratello Bastiano detto “Bastianin”, di Benvenuto Martinelli detto “Raggio” e del paese stesso, Erto, popolato di leggende e fatti sconcertanti.

 

Trama

Il 27 novembre del 2003, alla porta dello studio-abitazione di Erto di Mauro Corona, si presenta un signore della “bassa” friulana, portando un quaderno nero che recava in calce la firma di Severino Corona. Lo “straniero” leggendone una parte, credeva che colui che l’aveva scritto fosse parente di Mauro, dato che portava lo stesso cognome e veniva dallo stesso paese. Il quaderno, scritto come un diario, era rovinato in parte, e lo stesso Corona dovette stare attento a come maneggiarlo per non causarne la distruzione. Sul quaderno c’era scritta la data: 1920. Dopo averne separato le pagine, incollate dal tempo, riuscì a ricavarne la storia di Zino Corona, nato il 13 settembre del 1879 in quel di Erto. Zino e Bastianin, suo fratello, restarono orfani molto giovani: il loro padre Giuliano (Zolian de la Cuaga), era un pastore e fu ucciso nel bosco per ragioni misteriose e la madre morì di crepacuore alla notizia di non poter più vedere il marito. I due ragazzini furono accuditi da una delle sorelle di sua madre, che però aveva il vizio di bere, nonostante fosse una brava donna. I due nel frattempo crescono: Zino decise di fare il boscaiolo, vendendo tutte le mucche di proprietà della famiglia e Bastianin andò a diventare un fabbro, sotto la supervisione del leggendario “Mano del Conte”, di cui si diceva che fosse in grado di fare le ali alle mosche, col martello. Zino racconta la storia della sua prima amante, che si era uccisa dopo aver abortito il figlio del protagonista. Zino successivamente divenne amico di Benvenuto Martinelli, detto “Raggio”, dato che era nato dopo dieci anni che i suoi genitori erano sposati, e quella nascita era vista come un raggio di sole nella casa. Con Raggio non rimasero solo amici, diventarono anche soci, nell’unica latteria di Erto, e cominciavano a vivere bene. Ma le cose, al protagonista, non sono destinate ad andare bene: Raggio si era sposato con una donna un po’ strana: taciturna, intrigante, una donna tutta d’un pezzo che però non era in grado di partorire. Questa donna cominciò a provocare Zino, volendo sedurlo e alla fine riuscì nell’impresa. Per un periodo di tempo lo lasciò in pace, come da accordi, ma poi tornò alla carica fino a che i due non diventarono amanti. Raggio non sospettava niente, credendolo amico, ma la moglie cominciò a parlare di levarlo di mezzo affinché i due potessero vivere in pace, trovando uno sdegnato rifiuto da parte di Zino. Le cose precipitarono: Bastianin finì in carcere a Udine per aver ucciso un uomo che aveva avvelenato la propria donna, facendola impazzire. La moglie di Raggio, capendo che Zino non voleva uccidere il marito, disse che ci avrebbe pensato lei, con dei funghi velenosi (l’autore parla di “falci bianche”, riconducibili alla Amanita Phalloides), così lui capisce che l’amico è comunque condannato, così pensa di somministrargli la belladonna, una pianta che poteva portare alla pazzia, la stessa che aveva usato il rivale di Bastianin per avvelenare la sua donna. Raggio impazzisce, ma siccome non faceva del male a nessuno, non fu trasferito al manicomio, a differenza della cognata di Zino. Zino e la moglie di Raggio vissero come una coppia, sebbene in clandestinità, fino al momento che lei non impazzì e nascose un feto abortito nella “forma granda”, il formaggio destinato al prete del paese, che l’avrebbe diviso coi poveri. Fu scoperta e minacciata della galera, ma entrò in uno stato catatonico e non si riprese mai più, neanche dopo il trasferimento al manicomio. Raggio soffriva di frequenti allucinazioni che gli facevano credere di essere il re del paese, con tanto di corona, trono e come scettro un bastone da montagna con incisi alcuni animali. Proprio quel bastone, fu l’arma con cui dichiarò la sua vendetta a Zino:

«Ti coperò con questo bastone!»
(Raggio)

Zino cercò in tutti i modi di stare lontano da Raggio, oberato dal senso di colpa per avergli rubato la donna e averlo reso pazzo, ma Raggio voleva a tutti i modi vendicarsi. Diventati entrambi pastori e regalata la latteria a un povero disgraziato rimasto vedovo con tre figli, si ritirarono sui pascoli alti, prudentemente distanti, ma Raggio coglieva ogni occasione per cercarlo e provare ad ucciderlo. Si incontrarono vicino ad terreno pieno di foibe, dove difficilmente si passava per il rischio di perdere qualche bestia in quei buchi profondi chilometri, Raggio attaccò e cominciarono a girare intorno al buco, con Zino che scappava e Raggio dietro che lo rincorreva, fino a che Raggio con cadde nello stretto budello, sfracellandosi sulle rocce che finivano sul fiume Vajont. Zino, non riusciva più a vivere in quei posti maledetti, così barattò le proprie bestie per un carretto di prodotti intagliati nel legno, da vendere nel Friuli pianeggiante, dove pensava che non avrebbe più avuto davanti agli occhi quella triste vicenda. Vagò per i paesi del Friuli, vendendo quello che poteva, e girando per conoscere un po’ il mondo, dei soldi non aveva molta considerazione, bastava che potesse pagarsi qualcosa da mangiare e da bere. Proprio per bere un po’ di vino, il 19 luglio 1920, entrò in una osteria di Camino al Tagliamento, ma appena entrato notò alla sua sinistra un bastone appeso alla parete: era il bastone di Raggio. Si sentì male, e fingendosi noncurante chiese all’oste dove l’avesse trovato, sentendosi rispondere che era sul greto del fiume, quando l’aveva trovato. Da quel momento, Zino capì che la sua vita era finita, i rimorsi lo inseguivano come cani furiosi, e decise di farla finita. In quel periodo lontano da Erto era diventato amico di una famiglia di contadini, e capitava spesso che tornasse da loro a dare una mano in cambio di ospitalità. Stette insieme alla moglie del padrone prima di farla finita, e di fatto diventò prima padre e poi nonno, proprio di quel misterioso friulano che portò il quaderno.

Come sasso nella corrente”

I suoi libri sono vissuti e lavorati meglio delle sue sculture, delle sue scalate o delle sue bevute, e ci rendono partecipi del travaglio dell’esistenza umana. Dentro le sue storie c’è sangue, sudore, sofferenza, rabbia, dolore, fatica, delusione, sogni, spettri, inferno, morte e desolazione, ma anche pace, saggezza, orgoglio, speranza e disillusione, desiderio inappagato di fraternità e condivisione umana. C’è tutta la vitalità umana del superare i problemi, del sopportare le afflizioni e del comprendere il mondo circostante in una dinamica discorsiva e spirituale messa a nudo in modo sincero con contrasti di penetrantre umorismo, e di sillogismi di vanità, e a tratti con una delicatezza e una sensibilità poetica inusuali.In “Come sasso nella corrente”  Mauro dimostra ulteriormente di saper scrivere così bene di montagne, di foreste, galli cedroni, di pietre e fiumi, di piante e fiori, da dove tragga la sua prosa con il sostegno di frasi o riferimenti ad autori come Checov, Ibsen, Cervantes, e a decine di altri. A dispetto del suo esibizionismo, dell’immagine selvatica e della rozzezza apparente, incarna invece il vero intellettuale. Perchè egli ricerca interiormente quello che scrive. Come un vero artigiano del pensiero lavora le proposizioni con l’intelletto come usa la scorbia per scolpire, e  stupirà ovviamente di più tutti quelli che come lui hanno affinato la stessa sensibilità al dolore esistenziale.

Non stupisce invece il disprezzo dei gelosi e degli invidiosi che  criticano  la filigrana sdrammatizzante, o che per degradarne il valore lo attribuiscono ad una semplice fortuna editoriale dovuta all’interesse del pubblico per le storie naturalistiche, che di naturalismo  hanno solo la cornice. In esse infatti primeggia l’uomo e il suo lavorio culturale che ha il compito arduo di tentare di sondarne i significati, la pace e la conciliazione fraterna cosmica. E’ stato anche osteggiato dalla elite di chi ha ricevuto gli effetti granitici di studi tranquilli, di genitori e nonni sereni che li hanno vezzeggiati e che in loro hanno riposto la prosperità futura, gli equilibri sentimentali ed emotivi, con l’unica mira di perpetuarsi il vanto, l’onore, la casata, la professione. Non certo il respiro dello spirito. Questi sono come dei nemici naturali, esseri inconciliabili. L’autore è stato attaccato anche per  l’incoerenza dei suoi ideali. Cosa dovrebbe fare? Ritirarsi  nei boschi per scomparire? Non scrivere più libri perchè diventato un caso editoriale, senza  sofisticazione narrativa  che l’opera è ugualmente catartica, nonostante le sue consapevoli contraddizioni, tanto da dichiarare che il benessere ci ha impoverito, ha sedotto il nostro pensiero, tanto da renderlo creativamente e  no n riescono ad essere autentici nella prassi; è finto, cerca la fama,  la notorietà,attraverso.una.cultura.inautentica. La vera causa della crisi morale del Paese e di tutto il sistema di pensiero fatto di espressioni verbali di istigazione e di plagio collettivo che non si sono mai occupati di  carità e solidarietà umana e di equità e di stravolgimento della verità, senza l’elaborazione di realistici e concreti programmi sociali. La ipotetica risoluzione di tutto potrebbe individuarsi nella sofferenza, nel renderla purificante, nel farne il perno fondamemtale  di una vera cultura in di rinnovare il senso delle cose perchè è lì che tutti ci riconosciamo e nell’Amore  l’altro coefficiente identificativo dell’umanità;  Averla ripudiata, mascherata, rinchiusa, travestita, bandita, avversata, insultata, è stato l’errore più macroscopico della modernità, come essersi negandosi la possibilità di una resurrezione spirituale; l’essere si eleva sempre considerando la sua mediocrità.In caso contrario, si afferma la la bassezza  un super-uomo, presuntuoso,arrogante  e pericoloso per la convivenza.pacifica. Il concetto redentivo della sofferenza, sta in molte elaborazioni del ricchissimo pensiero passato, e in particolare
da Gustave Flaubert a  Franz Kafka che concordano che; “Chi non ha sofferto non è un essere: tutt’al più un individuo”.

Come sasso nella corrente”

I suoi libri sono vissuti e lavorati meglio delle sue sculture, delle sue scalate o delle sue bevute, e ci rendono partecipi del travaglio dell’esistenza umana. Dentro le sue storie c’è sangue, sudore, sofferenza, rabbia, dolore, fatica, delusione, sogni, spettri, inferno, morte e desolazione, ma anche pace, saggezza, orgoglio, speranza e disillusione, desiderio inappagato di fraternità e condivisione umana. C’è tutta la vitalità umana del superare i problemi, del sopportare le afflizioni e del comprendere il mondo circostante in una dinamica discorsiva e spirituale messa a nudo in modo sincero con contrasti di penetrantre umorismo, e di sillogismi di vanità, e a tratti con una delicatezza e una sensibilità poetica inusuali.In “Come sasso nella corrente”  Mauro dimostra ulteriormente di saper scrivere così bene di montagne, di foreste, galli cedroni, di pietre e fiumi, di piante e fiori, da dove tragga la sua prosa con il sostegno di frasi o riferimenti ad autori come Checov, Ibsen, Cervantes, e a decine di altri. A dispetto del suo esibizionismo, dell’immagine selvatica e della rozzezza apparente, incarna invece il vero intellettuale. Perchè egli ricerca interiormente quello che scrive. Come un vero artigiano del pensiero lavora le proposizioni con l’intelletto come usa la scorbia per scolpire, e  stupirà ovviamente di più tutti quelli che come lui hanno affinato la stessa sensibilità al dolore esistenziale.Non stupisce invece il disprezzo dei gelosi e degli invidiosi che  criticano  la filigrana sdrammatizzante, o che per degradarne il valore lo attribuiscono ad una semplice fortuna editoriale dovuta all’interesse del pubblico per le storie naturalistiche, che di naturalismo  hanno solo la cornice. In esse infatti primeggia l’uomo e il suo lavorio culturale che ha il compito arduo di tentare di sondarne i significati, la pace e la conciliazione fraterna cosmica. E’ stato anche osteggiato dalla elite di chi ha ricevuto gli effetti granitici di studi tranquilli, di genitori e nonni sereni che li hanno vezzeggiati e che in loro hanno riposto la prosperità futura, gli equilibri sentimentali ed emotivi, con l’unica mira di perpetuarsi il vanto, l’onore, la casata, la professione. Non certo il respiro dello spirito. Questi sono come dei nemici naturali, esseri inconciliabili. L’autore è stato attaccato anche per  l’incoerenza dei suoi ideali. Cosa dovrebbe fare? Ritirarsi  nei boschi per scomparire? Non scrivere più libri perchè diventato un caso editoriale, senza  sofisticazione narrativa  che l’opera è ugualmente catartica, nonostante le sue consapevoli contraddizioni, tanto da dichiarare che il benessere ci ha impoverito, ha sedotto il nostro pensiero, tanto da renderlo creativamente e  no n riescono ad essere autentici nella prassi; è finto, cerca la fama, la notorietà, attraverso una cultura inautentica. La vera causa della crisi morale del Paese e di tutto il sistema di pensiero fatto di espressioni verbali di istigazione e di plagio collettivo che non si sono mai occupati di  carità e solidarietà umana e di equità e di stravolgimento della verità, senza l’elaborazione di realistici e concreti programmi sociali. La ipotetica risoluzione di tutto potrebbe individuarsi nella sofferenza, nel renderla purificante, nel farne il perno fondamemtale  di una vera cultura in di rinnovare il senso delle cose perchè è lì che tutti ci riconosciamo e nell’Amore  l’altro coefficiente identificativo dell’umanità;  Averla ripudiata, mascherata, rinchiusa, travestita, bandita, avversata, insultata, è stato l’errore più macroscopico della modernità, come essersi negandosi la possibilità di una resurrezione spirituale; l’essere si eleva sempre considerando la sua mediocrità.In caso contrario, si afferma la la bassezza  un super-uomo, presuntuoso,arrogante  e pericoloso per la convivenza.pacifica. Il concetto redentivo della sofferenza, sta in molte elaborazioni del ricchissimo pensiero passato, e in particolare da Gustave Flaubert a  Franz Kafka che concordano che; “Chi non ha sofferto non è un essere: tutt’al più un individuo”.

UNA LACRIMA COLOR TURCHESE

“Quando s’avvicina il Natale, precisamente verso il primo dicembre, ci disponiamo tutti alla bontà. O meglio, a essere più buoni, perché buoni siamo convinti di esserlo già”.

Questo è il perentorio incipit dell’ultimo libro di Mauro Corona, “Una lacrima color turchese” (Mondadori, 2014,): una fiaba “cattiva”, come la definisce l’autore stesso, una fiaba dello svelamento, una fiaba che racchiude la malvagità del nostro secolo.

In un anonimo paesino rintanato tra le montagne, sotto il periodo natalizio, quando l’albero troneggia in un angolo della casa, addobbato e luccicante, quando le nenie natalizie campeggiano indisturbate fuori dalle abitazioni e la gente tutta si affanna per camuffare, nel più gioioso dei modi, il mantello di falsità che generalmente la avvolge, proprio ora, quando nulla doveva essere fuori posto, altrimenti la messa in scena non sarebbe andata a buon fine, succede un fatto che sconvolgerà l’intero paese. Il Bambin Gesù scompare dalla culla. Tutte le pie donne di famiglia si scandalizzano di fronte all’accaduto ed incolpano sulle prime i loro giovanissimi figli, salvo poi ricredersi quando realizzano che in qualunque presepe, esposto privatamente o all’esterno, manca il Bambin Gesù. Nel giro di poco tempo la notizia si spande e si viene a sapere che l’atroce misfatto non riguarda solo il paesino sperduto tra le montagne, ma ha investito l’Italia e l’Europa.
In un fuggi fuggi di notizie, aizzati da una spietata corsa contro il tempo, giornalisti, emittenti televisive ed esperti si mobilitano per risolvere – e soprattutto per trasformare in business – il caso dello scomparso Bambin Gesù.

All’interno di una storia semplice e lineare, dal sapore rude e a tratti selvaggiamente beffardo, Mauro Corona incastra la vita di tutti i giorni: la critica all’ipocrisia e al perbenismo natalizio, in realtà, si snodano all’interno del racconto fino a trasformarsi in un feroce attacco all’ipocrisia e al perbenismo che ci accompagnano giorno dopo giorno nella quotidianità di questo nostro Tempo. A partire dalle amare e ricorrenti considerazioni sulla religione dei fedeli integerrimi, quelli che sono cresciuti a pane e sospetti, quelli che fanno la comunione tutti i giorni e poi dimostrano “indifferenza verso chi non ha niente per campare”, quelli che si recano alla messa di Natale che non viene più fatta a mezzanotte, perché le messe di mezzanotte “sono andate a farsi benedire. I preti, impegnati in altre faccende, (…) le celebrano alle 21, rubando gran parte di intensità al fascino natalizio”, a partire da quelli più vicini.

Questo libro, ritenuto da alcuni una fiaba, in realtà si rivela uno dei più riusciti racconti del poeta della montagna, in quanto riesce a depositare tra le righe della storia dell’uomo contemporaneo la denuncia della deriva etica, umana, sociale, civile politica, che ha stravolto il corso sereno di un ideale esistenziale di vita, fondata sulla sublimità dell’insegnamento cristiano  Corona  ,come un drone, dalla vetta alta della sua esplorazione del mondo, sconvolto dalla scoperta del male assoluto che imprigiona volontariamente tutte le creature, che hanno ripudiato il Re dell’Universo, preferendo la via della cecità  gnoseologica, per adorare i nuovi miti laici e pagani della terra, intruppandosi follemente nell’esercito di Satana, rimane molto turbato, nel constatare che la notte della ricorrenza della nascita del Messia, dal Presepe di tutte le famiglie è scomparsa la statuetta del Bambino Gesù. L’incredibile fenomeno, dapprima ritenuto uno scherzo dei ragazzi, invece è divenuto un fenomeno generale. esteso anche alle altre comunità. Passando in rassegna i mutamenti dell’orario esatto della nascita, giocando tra  gli ambulanti rituali, che ignorano la sacralità della ricorrenza, evidenzia che anche Gesù, con la sua simbolica scomparsa, inorridito dagli aberranti orrori umani e dal  trionfante neopaganesimo, disgustato  per una umanità così degenerata, si è misteriosamente allontanato  constatato vano il suo sacrificio per la salvezza delle creature snaturale.  Una fiaba, forse, che, con levità verbale e con la volatilità dei gesti, non solo riesce a decretare il tradimento dell’uomo verso il Benefattore, ma rende evidente l’incommensurabile fede dello scrittore, che inonda di poesia una tragica realtà religiosa.

LA voce degli uomini  freddi

Mauro Corona con “La voce degli uomini freddi” concorre all’assegnazione del Premio Campiello 2014.Un romanzo ibrido a mezza via tra fiaba e realtà, dominato dal rapporto tra uomo e natura. Corona si propone di raffigurare i due volti di questo complesso rapporto.Dapprima una Natura primitiva ed incontaminata, così come gli uomini che la popolano, eterei, lontani millenni dalla modernità cui siamo avvezzi, perfettamente in sintonia.Eppoi una Natura che si ribella alla sottomissione dell’uomo, qualora quest’ultimo si appresti a mettere in opera azioni volte a violare le sue leggi. Per quanto attiene alla collocazione temporale, essa è senza dubbio ambigua e nebulosa, in quanto la narrazione contiene solo un vaghissimo accenno ad un secolo ben definito, ossia il sedicesimo, per poi alternare rimandi ad epoche più vicine.L’impatto con la lettura è dolce e delicato, un’immersione rapida e dettagliata sulle cime di montagne che sono la culla di una civiltà di uomini bianchi come i fiocchi di neve che ricoprono la terra tutto l’anno; sempre e solo neve, il focolare acceso e i racconti orali tramandati dai vecchi, niente più. Un connubio perfetto tra uomo e terra, una tradizione consolidata che vede nascere e morire felici questi uomini tra le loro vette imbiancate. La pecca narrativa spunta quando il flusso diviene ridondante, si ripetono le immagini ed i concetti troppo a lungo e la lettura diventa vischiosa e snervante.L’idea motrice è buona anche se non brilla per originalità, ma il costrutto non è snello e tante pagine potevano essere sforbiciate.Un racconto con cui Corona si propone una “morale”, una storia che parte col piede della fiaba per divenire realtà, una ricostruzione in parte socio-antropologica di una popolazione veramente esistita, eppure questi ingredienti non si sono amalgamati.

Un ragazzo di ottima famiglia, ricchissimo, a nemmeno trent’anni è già uno stimato ingegnere cui non manca nulla. Un eccesso di cose per lui sempre più opprimente. È per questo che di punto in bianco decide di rinunciare a ogni comodità per andare a vivere in una baita di montagna. Evocando le memorie dell’infanzia, scopre infatti i ricordi buoni: visioni di cime lontane, limpide sorgenti e cascate lucenti di sole. Sì, il sole. È lui il ricordo più bello. Ma una volta tra i monti, si accorge che le ore di luce a disposizione non gli bastano più. Ogni giorno osserva la via del sole scoprendo che a levante una vetta ne ritarda l’uscita mentre, dalla parte opposta, un altro picco ne anticipa la scomparsa. Accecato da un’avidità insaziabile, comincia quindi ad abbattere le cime che circondano la baita pur di godere, per qualche minuto in più, della vista del suo amato astro, dando così inizio a uno scempio insensato.”Un giovane di buona famiglia (…), ricco (…), un giorno decise di lasciare la società caotica e confusa (…) e ritirarsi in una baita di montagna”. Così il fiabesco incipit. La “baita”, però, era una lussuosissima villa, ma non gli bastava comunque : lui voleva il sole, molto sole, sempre più sole ; per questo voleva far abbattere i picchi, le rocce che gliene toglievano un po’. L’ultimo e recentissimo libro di Mauro Corona, lo scrittore-montanaro che non disdegna i palchi televisivi, è stata composta in poco più di tre mesi. E purtroppo si nota.La storia si dipana lungo questi ultimi quarant’anni, periodo che gode i frutti del boom economico, col mito del benessere, anzi della ricchezza, in cui i figli crescono viziati e supponenti in piena crisi di valori e in una società in cui il denaro e la corruzione hanno ricadute pesantissime sull’ambiente e sull’ecosistema. Il trionfo del consumismo e dell’irresponsabilità.Il testo di Corona si pone come denuncia di tutto questo ; una volta sarebbe stato definito ‘d’impegno civile’. Procedendo nella lettura, ci si accorge che coinvolge anche l’aspetto esistenziale dell’uomo, la dimensione del senso. Insomma, si tratta di un libro scritto con le migliori intenzioni.Però … l’opera letterariamente non è riuscita.
Probabilmente un’affrettata stesura ed esigenze editoriali forse pressanti hanno contribuito a non perfezionare una scrittura spesso molto carente : convenzionale, piena di ‘luoghi comuni’, ad un livello basso-televisivo, per cui si parla di “un padre (…) che non arriva a fine mese”, di “imprenditori senza scrupoli” e di “politici prezzolati e senza scrupoli”; poi si dice che “un tizio coi suoi soldi può comprarsi mezza Sardegna” e “le famiglie sono spesso la rovina dei figli”. Il peggio è che ad usare questo ‘stile’ non è il protagonista del racconto; bensì il narratore stesso, che possiamo identificare con l’autore!Talvolta però, quando si descrive l’amato paesaggio di montagna, succedono momenti di grazia narrativa : il linguaggio diviene gradevole, perfino poetico. C’è anche da aggiungere che la seconda parte del romanzo è percettibilmente migliore della prima. Ogni tanto c’è una citazione tratta da autori noti : qualche perla di saggezza che scivola fra gli accadimenti.Si tratta dunque di una fiaba, per cui non tutto deve essere verosimile. E, come tutte le fiabe, presenta un finale volto a far riflettere, finale che ovviamente non vogliamo svelare. Non possiamo però sottrarci dal ricordare una frase emblematicamente lapidaria dello scrittore americano De Lillo, che qui ci pare significativa, secondo cui “il denaro parla a se stesso”con successo.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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