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PINO ROVEREDO

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Pino Roveredo (Trieste, 16 ottobre 1954) è uno scrittore italiano.

La sua infanzia è segnata da gravi problemi familiari (genitori entrambi sordomuti) e sociali seguiti in gioventù dalla piaga dell’alcolismo.

Il suo esordio letterario giunge nel 1996 con il testo autobiografico Capriole in salita (Lint Editoriale, Trieste), che narra in prima persona le avventure e le disavventure, le cadute e le ricadute dell’autore e dei suoi compagni di bevute meno fortunati di lui. Il romanzo ottiene subito un notevole successo a livello nazionale e Roveredo acquista notorietà grazie a vari passaggi televisivi nel popolare talk-show di Maurizio Costanzo.

Nel 1997 esce la raccolta di racconti Una risata piena di finestre, dove l’autore con ironia e tenerezza racconta le storie di quei personaggi comuni che tutti guardano ma nessuno vede, seguito l’anno successivo dal romanzo La città dei cancelli, romanzo duro ma realistico che narra i fatti crudi e le vicende quotidiane dei carcerati. Sempre nel 1998 e sempre per la casa editrice triestina, esce il testo teatrale La bela vita dove l’autore in un atto unico mette in scena la dura vita del penitenziario.

L’anno 2000 vede la nascita di un altro toccante romanzo: Ballando con Cecilia. Qui Roveredo racconta la storia di Cecilia, un’anziana donna rinchiusa da oltre sessant’anni in ospedale psichiatrico dove gli altri ospiti, (tutti accomunati da un’unica e semplicistica etichetta: “pazzi”) fanno da contorno ad una vita il cui destino ha tolto la libertà. Sempre nel 2000 Roveredo pubblica il testo teatrale Centro diurno/Le fa male qui?, dove in due atti viene messo in scena il problema dell’emarginazione sociale e della tossicodipendenza. La Lint pubblica poi, a cura di Stefano Bianchi, il volume San Martino al Campo – Trent’anni, dove Pino Roveredo racconta le tappe più importanti nei trent’anni di storia del centro di recupero per tossicodipendenti fondato da don Mario Vatta. Il volume ospita testimonianze di illustri cittadini come Angelo Baiguera, il senatore Roberto Antonione, Claudio Magris, Daniela Lucchetta (vedova del compianto giornalista RAI assassinato a Mostar), oltre alle foto di Giovanni Montenero, noto fotografo triestino.

Con la raccolta di racconti Mandami a dire (Bompiani) Pino Roveredo vince a settembre il Premio Campiello 2005[1] come miglior romanzo dell’anno e nel 2006 pubblica assieme all’onorevole Ettore Rosato il volume Andar per fodere. Sempre nel 2006 Bompiani ristampa Capriole in salita e, nel 2007, pubblica il nuovo romanzo, Caracreatura che narra le vicende di una madre di un tossicodipendente. Nel 2009 pubblica Attenti alle rose, sempre con Bompiani. Segue poi La melodia del corvo, (Bompiani 2010), mentre l’ultimo romanzo di Roveredo è Mio padre votava Berlinguer, (Bompiani 2012) e sempre per Bompiani la rielaborazione di Ballando con Cecilia (2013) e Mastica e sputa (2016)

MANDAMI A DIRE

La scrittura di Pino Roveredo, nata al di fuori di qualsiasi formazione letteraria, trova la sua linfa in ruvide esperienze di vita, dalla crescita con genitori sordomuti al lavoro come operaio fino alla caduta negli abissi dell’alcolismo. Quello dell’autore triestino è un percorso accidentato fatto di discese e risalite, in cui la letteratura diventa strumento di salvezza.

’’La scrittura dà la libertà di vincere la paura della memoria e convincersi che nessuno è irrecuperabile. Proprio per pura azione egoista, io continuo a salvarmi… aiutando altri a salvarsi’’.

Leggendo Mandami a dire, opera vincitrice del Premio Campiello 2005, si percepisce chiaramente che Roveredo ha fatto parte dell’universo di emarginati e ultimi di cui racconta. La verità esce dalle pagine trascinata da un linguaggio che trasuda emozioni: l’amore che fa i conti con la separazione e la distanza, il dolore lancinante per la morte di una creatura cara, il desiderio di rivalsa del perdente, la fatica di essere piccoli in un mondo di adulti brutali e lo slancio infantile verso il sogno che a dispetto di una realtà amara non si spegne. Questa splendida raccolta di racconti ritrae senza retorica e con profondo rispetto per la condizione umana le traiettorie di personaggi feriti, da un destino crudele, dal concetto di normalità, da un ambiente che taglia le ali, dalla mancanza di coraggio. Per tutte queste figure la scrittura di Roveredo si riempie di un senso di cameratismo, di empatia, che sfocia dalla conoscenza diretta del buio e della marginalità. Alle volte con impetuoso realismo, altre con dolcezza, altre ancora con ironia, le parole si riversano sulla carta per dare voce ad un cuore infuriato e sofferente, ad un’anima delicata con un pensiero fisso d’amore o a gambe e braccia che cercano la vittoria. Non c’è niente di straordinario nelle storie di Mandami a dire, dove protagonista è la vita quotidiana fotografata nel momento che contiene il senso di un’intera esistenza. Chi racconta non giudica e non esalta, ma partecipa alla fatica dello stare al mondo e si sforza di guardare oltre l’apparenza di cui i nostri occhi frettolosi spesso si accontentano. Con una lingua che sale e scende, raccogliendo l’imprecazione per poi lanciarsi verso la poesia, Roveredo descrive la carne e l’anima dei suoi personaggi con l’onestà di chi conosce la materia che ha fra le mani e sa che dagli angoli più profondi e scuri in cui la vita va a cacciarsi può nascere il salto che tocca il cielo.

MIO PADRE VOTAVA BERLINGUER

“Respirare la mia scrittura con il fiato del tuo ricordo mi concede ogni giorno la libertà di spostare, di un giorno, la sentenza del tuo addio. Così, quando sento la mano stanca e gli occhi che combattono col sonno, posso concedermi di chiudere la conversazione e darti appuntamento per domani, domani…”

Una lunga e bellissima lettera dedicata al padre che non c’è più. Morì quindici giorni dopo la morte della moglie e madre di Pino, segnato dallo stesso male e congiunto in vita dalle stesse sofferenze. Entrambi sordomuti, il nostro autore ha imparato fin da piccolo con l’aiuto della mamma a scrivere e a utilizzare il linguaggio dei segni.

Le mani di nostra madre appoggiate sulla gola per sentire vibrare sulla pelle l’emozione delle nostre voci.

Pino Roveredo si confessa a colui che lo chiamava campione, sei il mio campione, verso il quale prova un profondo rimorso per averlo deluso in vita. In questo libro riversa sui fogli bianchi tutti i suoi errori, ma anche la sua rinascita. Vorrebbe che i trent’anni trascorsi dall’ultimo abbraccio venissero colmati dalle parole e dai fatti narrati in modo tale da poterlo rivedere seduto al tavolo della cucina, di sera, al rientro dal lavoro.

“Oggi ci rimane l’abbraccio del foglio, che posso costruire e indossare col piacere della scrittura e col bisogno essenziale di accorciare la distanza esagerata di un recupero.“

Il padre votava Berlinguer, non per una scelta ideologica ma perché era una brava persona.

Le brave persone non si misurano su quello che riescono a guadagnare, ma su quello che sanno fare e offrire.

Era un’Italia nella quale c’erano brave persone: Pertini, Nilde Jotti, Tina Anselmi, Nenni, Moro, Almirante. Erano i politici degni di esempio che piacevano al padre, operaio di mattina e ciabattino di notte.

“Un uomo abituato alla fatica della schiena piegata e alla durezza e spigolosa dei friulani, nonostante tutta la tua voglia di fare a casa nostra girava una miseria da spavento. Avevi quarant’anni e ti trascinavi addosso la grave colpa, per gli altri, della tua condizione sordomuta, così che non trovavi nessuno disposto a difenderti, a supportarti, e tu come tanti altri eravate fuori dai giochi, fuori da qualsiasi causa.”

Nelle fabbriche gli operai (le macchine non li avevano ancora sostituiti) discutevano dopo aver seguito in tv la tribuna politica di Jader Jacobelli. Si era solidali con un amico in un periodo sfortunato o solidali tutti insieme fino al termine dello sciopero. Si parlava di umanità e non di profitto. Oggi caro papà non ci sono più le brave persone, non c’è più il lavoro, la fatica, la fabbrica, la speranza e i politici guadagnano tanto.

L’autore narra tutto di suo padre, dal rapporto d’amore con la madre privo di tenerezze e baci (una donna il cui eroismo non era stato compreso) alla debolezza dell’alcool. Deve ai suoi genitori e alle loro fragilità l’aver scoperto l’amore per la scrittura.

“In verità ho sempre fatto lo scrittore, anche se per trent’anni ho scritto come tutti quelli che scrivono per non scrivere un libro e trattano la scrittura come un piacere, un bisogno fisico, una dipendenza d’animo, una salvezza. La devo a voi questa passione, a voi che mi avete insegnato la forza straordinaria del silenzio prima del fastidio del rumore.“

Mio padre votava Berlinguer (Bompiani, 2012) è un viaggio tra i più umili e i più dimenticati. Un libro lirico, commovente, che descrive con durezza quanta sofferenza e dolore si cela nella vulnerabilità. Un libro nel quale l’autore parla al padre e nel farlo lo riporta in vita, per raccontargli le occasioni perse del loro rapporto e degli abbracci mancati.

Pino Roveredo, triestino, nato nell’ottobre del 1954 ,dopo aver lavorato per anni in fabbrica è oggi operatore di strada, scrittore e giornalista. Collabora con il Piccolo di Trieste e fa parte di varie organizzazioni umanitarie che operano in favore delle categorie disagiate. I suoi libri hanno ricevuto numerosi premi. Vivere. solo attraverso l’umiltà e la consapevolezza di aver sbagliato in passato, è spesso lungo e difficile e occorre molta forza interiore, determinazione e coraggio per raggiungere il traguardo. La gioia che si prova quando si riesce a coronare il proprio desiderio di riscatto è tale da sentire il bisogno di raccontarla agli altri ed ognuno sceglie la forma che gli è più congeniale.

CAPRIOLE IN SALITA

Il desiderio di poter nella vita avere un’altra possibilità quando sono stati commessi degli errori per riuscire a riscattarsi, per trovare la serenità necessaria e provare a realizzare i propri sogni, accomuna tutti gli esseri umani. Il cammino che porta a questa risalita, a questa rinascita, che può avvenire solo attraverso l’umiltà e la tolleranza verso i disadattati.

Pino Roveredo, scrittore triestino nato nell’ottobre del 1954, descrive la faticosa risalita compiuta nella sua vita nel libro “Capriole in salita” pubblicato dalla casa editrice  Lint per la prima volta nel 1996 e attualmente disponibile nell’edizione Bompiani che lo ha ripubblicato nel 2006. Il titolo si riferisce alle tante metaforiche acrobazie che il protagonista ha dovuto compiere nella sua vita.

La vita di Giuseppe Roveredo, detto Pino, è segnata subito dai problemi legati ad una condizione familiare molto particolare in quanto figlio di genitori sordomuti e con pochi mezzi economici, conosciutisi ad una gita a Trieste organizzata dall’associazione che si interessa di queste persone, di cui fa parte il padre dell’autore. Fratello gemello di Guerrino, detto Rino, e con una sorella più grande, Olga, Pino cresce in un ambiente semplice dove tuttavia l’affetto familiare e la volontà di costruire una vita migliore da parte dei suoi genitori per loro e per i loro tre figli non mancano. Il padre svolge vari lavori per mantenere la famiglia, come il manovale e il calzolaio, ma ha il vizio di bere e questo determina la scelta di mandare i tre bambini ad un collegio per bambini poveri, conosciuto con il nome di E, c. a.  (Ente Comunale Assistenza ) a Trieste, dove si svolge l’intera vicenda narrata dall’autore. Il collegio, soprannominato il “Palazzo dei bimbi tristi”, è la prima esperienza dura nella vita di Pino che deciderà di fuggire da un luogo dove la rigidità delle regole e le punizioni corporali sono all’ordine del giorno, togliendo ai bambini e ai ragazzi il sogno di un’infanzia e di un’adolescenza serena. L’adolescenza dell’autore è caratterizzata dalle prime esperienze da fumatore e da un locale il dancing “Il Paradiso” dove trascorre molto tempo, conoscendo ragazze e cominciando a bere, prendendo così ben presto tale vizio.  L’esperienza più significativa tuttavia è l’incontro con quella che diventerà la donna della sua vita, Luciana, conosciuta proprio in questo dancing. E’ lei la persona che cambierà la sua esistenza riuscendo, attraverso un percorso lungo e difficile fatto di alti e bassi, di promesse non mantenute alle persone a cui il protagonista vuole bene e di sacrifici, a farlo diventare una persona migliore. Questo capitolo dove si racconta l’incontro tra Pino e Luciana, intitolato “Il saluto di ogni giorno”, è sicuramente tra i più belli ed emozionanti del libro, insieme al primo dal titolo “Il silenzio più assoluto”, in cui racconta il giorno della sua nascita in cui suo padre Sisto, friulano originario di Montereale Valcellina in provincia di Udine, si reca in ospedale ancora ubriaco per andare da sua moglie Evelina, triestina, che sta per dare alla luce i due gemelli. Molto commovente e certamente da ricordare è anche il capitolo “Ultimo presepio”, in cui Pino Roveredo ricorda la scomparsa dolorosa ed improvvisa di entrambi i suoi genitori, diversi anni dopo, a distanza di soli quindici giorni l’uno dall’altro tutti e due per un tumore ai polmoni, prima la madre poi il padre. Una vita difficile quindi quella narrata dall’autore, caratterizzata anche dalle esperienze del manicomio prima e del carcere poi, definito da Roveredo, rifacendosi ad una scritta letta sul muro, “l’Hotel della Libertà Perduta”. L’ammissione delle proprie colpe da parte dello scrittore triestino rende il libro ancora più interessante per l’autenticità della testimonianza, arricchita da uno straordinario stile poetico e da una sconfinata umanità con la quale descrive gran parte dei personaggi, anche quelli meno fortunati di lui, conoscenti ed amici, che non sono riusciti a sconfiggere il vizio di bere e a ricominciare una nuova vita. Decisivi nella vita di Pino Roveredo sono stati l’ingresso in una clinica specializzata, che definisce “la Casa della Forza di Volontà”, la vicinanza delle persone care e soprattutto la sua determinazione nel riuscire a voler tornare a vivere serenamente.

Questo libro fa riflettere su come sia possibile redimersi e come la vita ci offra sempre una seconda possibilità se lo vogliamo ed è quindi da consigliare a tutti coloro che desiderano continuare a credere che la vita sia bella, nonostante i tanti problemi. Oggi l’autore, che ha avuto tre figli maschi da sua moglie Luciana, è impegnato con diverse associazioni che si prodigano per aiutare le persone emarginate e continua ad essere uno tra gli scrittori italiani contemporanei più attenti e sensibili a tali realtà, capace di raccontare storie che toccano il cuore.

LA MELODIA DEL CORVO

Nella vita piccolo-borghese e addormentata di Gino, tra la moglie poco amata e una figlia a lui indifferente, compare improvvisamente Giuliana, una fiamma di gioventù. Giuliana, un attivista di sinistra, bella come il sole, getta lo scompiglio nella vita di Gino, il quale, abbagliato da lei, non si preoccupa di raccogliere informazioni su cosa faccia per vivere. Lei, dopo le notti di folle amore, esce di casa al mattino presto per rientrare tardi, mentre lui le presta soldi a perdere. Solo quando Gino finirà in galera per un presunto spaccio di droga, inizia a capire di essere entrato in una spirale senza uscita. A nulla varranno i tentativi di Giuliana, stanca di essere legata a lui, di lasciarlo. Gino la ama e sarà con lei per sempre. Costi quel che costi. Dopo le storie di quotidiano disagio, Pino Roveredo torna con un avvincente noir sentimentale, una storia d’amore che lascia col fiato sospeso sino all’ultima pagina. 

Durante la presentazione de La melodia del corvo a Monfalcone lo scrittore annuncia la pubblicazione di un libro sulla violenta morte di Annalaura Pedron, come riferisce  su IL PICCOLO la giornalista Tiziana  Carpinelli.

 Venne ritrovata nuda, col corpo cosparso di ecchimosi, riversa sopra un tavolino di vetro. Al collo, i segni inconfutabili di un tentativo di strangolamento. Accanto, il cuscino azzurro con cui l’assassino cercò, fino a riuscirvi, di soffocarla. Era bella Annalaura Pedron. Aveva solo 21 anni quando venne uccisa, il 2 febbraio 1988, nell’appartamento di via Colvera a Pordenone, dove lavorava come baby sitter. La sua storia, la storia di una ragazza come tante, purtroppo rimasta invischiata nelle maglie di una setta, quella di Telsen Sao, rimase per lungo tempo un rompicapo. Un “cold case”, come si direbbe oggi. Che il prossimo anno sfocerà in un libro, per gran parte già scritto, dal titolo “Non fare tardi“, edizioni…Bompiani. L’autore? Pino Roveredo, lo scrittore triestino Premio Campiello 2005 con la raccolta di racconti “Mandami a dire”. «Sì – conferma nel corso della presentazione del suo ultimo romanzo, “La melodia del corvo“, alla “Rinascita” di Monfalcone – sto scrivendo un libro su Annalaura e attendo la fine del processo attualmente in corso per darlo alle stampe». Nel 2008, a vent’anni dall’omicidio, l’inchiesta è arrivata a una svolta, grazie a un test del dna. David Rosset, pure membro della setta Telsen Sao, oggi 36enne ma all’epoca dei fatti non ancora quindicenne, è accusato davanti al Tribunale dei Minori di Trieste di aver compiuto l’assassinio. «Ho appreso la vicenda di Annalaura dalla voce di sua madre Paola – racconta Roveredo – che un’amica comune mi aveva fatto conoscere lo scorso anno. Paola aveva letto “Caracreatura” e le era piaciuto. “Con te posso parlare”, si era detta. Così dopo l’incontro – prosegue – ha voluto raccontarmi della figlia, convinta che io potessi scrivere il suo percorso». Lo scrittore triestino è rimasto «molto colpito dalla dolcezza di questa donna, che non reclamava vendetta ma voleva solo sapere cosa fosse accaduto alla sua ragazza». «Nessun astio, nessun rancore nei confronti di qualsiasi persona – commenta – solo il diritto di conoscere la verità. Il libro non vuole essere una cronaca dei fatti, sia chiaro: l’attesa della fine del processo è dovuta al fatto che la vicenda di Annalaura si sviluppa ancora oggi, con il prosieguo del dibattimento in aula e dunque è giusto che si concluda anche questa parte. Quasi tutta la trama, comunque, è già scritta o comunque vive dentro la mia testa». E proprio mentre Roveredo procedeva nella stesura del libro, nell’arco di tre mesi, è nato invece “La melodia del corvo”, l’ultimo romanzo noir-sentimentale edito da Bompiani. Ma il fertile scrittore triestino, oggi residente a Udine, pensa già al futuro con l’ambizioso progetto di “Vota Berlinguer”, che celebrerà il trentennale della scomparsa dell’amato padre. 

BALLANDO  CON CECILIA

Un uomo riceve l’incarico di andare alla Casa dei Matti, padiglione I, per far compagnia ai degenti. Ed ecco spalancargli di fronte il mondo dell’ex manicomio, diverso da quello riformato coraggiosamente da Franco Basaglia, ma al tempo stesso sempre uguale, come un mito che non tramonta. Qui tutti hanno un’identità e una storia, anche se in frantumi. Tra l’odore del disinfettante e quello degli alimenti si aggirano Amalia, che si crede nobile, Anita, la “donna down” sempre col cappotto addosso, Maria che non fa che cantare, Olga, senza denti e con la mania religiosa, Berto, fissato con le parole crociate. E poi Cecilia: una donna molto anziana, di novantasei anni, di cui molti, troppi, trascorsi in manicomio, non si sa neppure perché. Cecilia è litigiosa, solitaria, bizzarra. Ma forse ha solo bisogno che qualcuno riconosca che lei “è”. Allora l’io narrante le offre una cioccolata. Lei si scioglie, cominciano a parlare. Gli racconta la sua vita, di quando faceva la commessa in una pasticceria e guadagnava settanta centesimi alla settimana. Altri tempi: ora lei, come gli altri, non sa più cosa accade nel mondo. E per quanti sforzi si facciano, non si può più tornare indietro, recuperare il tempo ormai trascorso. Si può solo ballare: un ballo reale e metaforico insieme, perché sulle note scorrono come in un sogno gli anni non vissuti da questi degenti, Cecilia compresa: gli anni perduti. In “Ballando con Cecilia” . l’esperienza di Pino Roveredo nel padiglione I è magistralmente raccontata all’interno delle pagine di questo lavoro ritenuto affascinante e istruttivo. I manicomi chiusero grazie all’intervento di Basaglia e molti ricoverati o internati in questi luoghi di straziante dolore e di follia, preferirono rimanere accanto ai compagni di tante elucubrazioni dementi ,consapevoli inconsciamente che al di là di quelle mura annerite e puzzolenti, fuori non avrebbero trovato nessuno ad abbracciarli, condannati perciò ad una “apartheid” totale, sono i protagonisti assoluti di questo racconto emozionale ed eccezionale,  che lo stile dell’autore rende la narrazione liquida, attraente e coinvolgente.

FERRO  BATTE FERRO

Si dice “Garante per le persone private della libertà personale”. S’intende chi entra nelle carceri per capire, parlando con i detenuti, cosa si può fare per migliorarne le condizioni. Non è uno di quei compiti da svolgersi al riparo di una scrivania e dietro lo schermo di un pc. E nemmeno un ruolo per cui è sufficiente il pelo sullo stomaco. Ma questa è la fine della storia. L’inizio della parabola che ci narra Pino Roveredo è il giorno del suo arresto e le settimane in cui lui era il carcerato. Un libro fatto di storie, umanità, poesia e rabbia, di libertà negate e di sogni. Un’analisi lucida sulla condizione delle carceri, sul mondo invisibile di un’istituzione totale, sulle relazioni umane tra i detenuti, sulla privazione del tempo e dello spazio. Con la sua straordinaria prosa, Roveredo si pone ancora una volta dalla parte degli ultimi, di coloro che sono rinchiusi in una cella e che non hanno possibilità di riscattare una vita di cadute, per la propria inerzia interiore, cloroformizzata  dai fantomatici fantasmi  che con inalterata frequenza  irrompono sogghignando in uno perimetrico spazio visionario, o per l’abbandono totale in cui sono condannati ,senza alcun sostegno terapeutico o con interventi radicali per renderli inermi. Perciò Pino Roveredo in questo “reportage” scandice le sequenze drammatiche della storia di un ragazzo recluso in carcere minorenne e oggi voce allarmante e disperata di chi è privato della propria libertà, senza alcuna concreta possibilità di recupero. Perciò, lo scrittore affidando alla pagina scritta la propria esperienza personale, in gran parte scaturita da malesseri contestuali personalizzati, rappresenta un modello di riemersione dalle bolge infernali del male, alternativo e salvifico, alla latitanza istituzionale. che dovrebbe provvedere al recupero sociale ed etico dei minori, senza ricorrere soltanto alla strumentalizzazione repressiva ma usare una efficiente metodologia socio-culturale e morale. di. recupero con possibilità di reinserimento responsabile nella. società. e. nel. mondo. del. lavoro, fiducioso di potersi creare un.futuro diverso.

TIRA  LA  BOMBA

Giuliano, Mirko, Stefano. Un’amicizia lunga cinquant’anni. Tre ragazzini persi nei loro giochi, accomunati da vite semplici vissute nel perimetro dello stesso rione, scoprono una bomba rimasta inesplosa nel corso della Seconda guerra mondiale. È pericolosa ma anche molto affascinante, un talismano, un segreto che li unisce e che dà forma al loro legame: la bomba diventa il loro alibi, il loro scudo, l’oggetto magico a cui ricorrere tutte le volte che si sentono insicuri o in difficoltà. Giuliano, Mirko, Stefano. Un’amicizia lunga cinquant’anni. Tre ragazzini persi nei loro giochi, accomunati da vite semplici vissute nel perimetro dello stesso rione, scoprono una bomba rimasta inesplosa nel corso della Seconda guerra mondiale. È pericolosa ma anche molto affascinante, un talismano, un segreto che li unisce e che dà forma al loro legame: la bomba diventa il loro alibi, il loro scudo, l’oggetto magico a cui ricorrere tutte le volte che si sentono insicuri o in difficoltà. In questo libro Pino Roveredo non ci parla di emarginazione e solitudine, ma di esseri che crescono, sperano. In questo libro Pino Roveredo non ci parla di emarginazione e solitudine, ma di esseri che crescono, sperano, desiderano e fantasticano con tutto lo slancio dell’infanzia: e lo fa col suo tono leggero e pungente, onesto e diretto, pronto a scherzare sui drammi della vita perché è l’unico modo per affrontarla senza farsi travolgere.

MASTICA E SPUTA

Quest’ultima raccolta di racconti, Mastica e sputa, di Pino Roveredo è un libro inclassificabile. Già dire racconti è dire tutto e niente. Ci sono infatti dei racconti che sono come dei romanzi fiume, condensati in poche pagine. Ci sono epifanie di una sola paginetta. Ci sono testi drammatici e altri ilari. La biografia, topografica e storica, di Trieste. Esperienze di viaggi a Parigi e a Lubiana. Di tutto e di più.

Proviamo, per cercare di catalogarlo, ad avvicinarci al libro come faceva Gérard Genette in un celebre saggio, Souils. Attraverso le soglie del libro proviamo a scovarne l’essenza. Come si cerca di capire come sarà una casa al suo interno, mentre siamo ancora fermi davanti alla porta, in attesa di suonare il campanello.

Partiamo dal titolo allora. Mastica e sputa è un verso tratto da Ho visto Nina volare, canzone di Fabrizio de André, racchiusa in quello scrigno di bellezza che è l’album Anime salve. Così fa Pino Roveredo, mastica a lungo le sue esperienze e poi, con amarezza, le sputa sulla pagina senza gingillarsi troppo con le parole.

Ma il titolo ci dice anche altro. Pino Roveredo è uno che si è fatto da solo. Che ha imparato più dalla strada e dalla galera e dal manicomio, che da altro. Non è uscito dalle accademie o dall’università. Ha esperienze di vita, come un Erri De Luca o un Mauro Corona. Ma guai a paragonarlo a costoro. Perché i suoi maestri sono Guccini e De André, i grandi cantautori, le cui canzoni hanno accompagnato la sua vita travagliata.

Ma come sappiamo tutto ciò, solo esaminando la soglia del libro? Nel secondo risvolto di copertina c’è la sua biografia e una frase: «Dopo varie esperienze (e salite) di vita…», che già dice tutto, come il celebre titolo del suo primo libro Capriole in salita del 1997, ristampato da Bompiani nel 2006.

Nel primo risvolto di copertina c’è invece la biografia del libro, la sua sinossi e si legge: «Donne di dolori, fatiche di uomini. Malattia, isolamento, solitudine, carcere, manicomio. Il mondo di Pino Roveredo torna in una raccolta di racconti». Proprio così, la scrittura per Pino Roveredo è stata salvezza da situazioni drammatiche, ed è sempre una camuffata autobiografia.

Infine c’è l’immagine di copertina. Una Piazza Unità d’Italia degli anni ’50-’60. Perché Pino Roveredo è uno scrittore di frontiera, che in questo libro rievoca potentemente le proprie origini e le origini della sua città. Specialmente in un racconto, Girate la cartolina, nel quale mostra come dietro le bellezze “da cartolina” di Trieste, si nascondano realtà che lo scrittore conosce bene attraverso la sua attività di Operatore di strada.

Finalmente apriamo il libro e il primo racconto che ci viene incontro è il più drammatico dell’intera raccolta. Non per caso posto all’inizio. È un biglietto da visita, una dichiarazione d’intenti. La storia di una donna violata e umiliata, che si ribella alla sua condizione di sottomissione. Pino Roveredo l’ha posta in primo piano perché si squarci il velo che ricopre molte storie di femminicidio, che ci passano accanto nelle cronache, spesso inosservate.

Il secondo racconto fuoriesce direttamente dagli archivi di un manicomio. Polvere (Viaggio tra archivio e memoria). Pino Roveredo ricostruisce la storia di un’internata in manicomio partendo dalla sua scheda, ritrovata in un archivio. Ed ecco che appare davanti a noi la storia dell’alienata C. Angela, da Plezzo. Gorizia, 8 luglio 1939/XVII:

deceduta a quindici anni, dentro l’indifferenza del manicomio, col “distinguo” dell’idiota, morta senza consumare il diritto a un’infanzia, ma soprattutto senza aver provato, nel suo breve passaggio, il piacere di essere presa in braccio e di entrare nella giustizia di una carezza. Non serviva tanto, sarebbe bastato un minuto al giorno, un minuto ogni tanto…

Sono storie che ci sfiorano, uscendo dall’anonimato per prendere forma per un istante. Come se seduti nella nostra poltrona, mentre leggiamo, un fantasma apparisse attraversando le pareti e se ne andasse così com’è arrivato, lasciandoci una sensazione, una gioia o un dolore, che abbiamo captato dal suo sguardo.

Ma non sono solo racconti drammatici che costellano il cielo di Pino Roveredo. All’interno di questo libro ci sono anche testimonianze di viaggi a Parigi, offerte dal punto di vista di un turista sprovveduto. O il divertentissimo e avventuroso viaggio che l’autore da giovane, allora operaio in fabbrica, ha intrapreso con Claudio Magris, per raggiungere un convegno di scrittori a Lubiana.

I racconti di Pino Roveredo sono proprio come dei treni che passano in corsa. Non sappiamo da dove vengano e neppure dove vadano. Abbiamo poche informazioni, ci lasciano scapigliati, con uno scompiglio dei capelli, per l’aria immobile che muovono. Non ci resta che salutare, fermi al passaggio a livello, e attendere che uno di quei personaggi, nel loro viaggio dall’oblio alla carta, ricambi le nostre attenzioni.

CI VORREBBE UN  SASSOFONO (2019)

Claudia ha poco più di quarant’anni ma se ne sente addosso molti di più. È bella, ma non lo sa. La vita non è stata buona con lei. Spinta dalla figlia Giada e da un residuo senso del dovere, resta inchiodata al capezzale di Enrico, ancora suo marito ma solo sulla carta, con cui ha condiviso poco amore e tanta amarezza. Quell’uomo ormai non è altro che assenza per lei, “immobile come la trasparenza e distante come la luna scura”. E così Claudia si piega allo strazio di dover ripercorrere le tappe di una vita di abbandoni, che chiedeva solo felicità e ha imboccato la strada della delusione. Certo, qualcosa di buono c’è stato, ma ormai la colonna sonora dei suoi giorni è il pulsare ipnotico dei macchinari a cui è attaccato colui che avrebbe dovuto amarla e onorarla. Lei sogna un’altra melodia, quella di un sassofono, che trasformi la stanza d’ospedale in un prato fiorito, in una fuga, un attimo, uno spiraglio di serenità. E forse, finalmente, il momento della rivalsa è arrivato. Fedele alla sua penna feroce e dolente, sempre attento alle narrazioni degli ultimi in cerca di riscatto, Pino Roveredo ci offre una storia impietosa sulla durezza dell’esistenza e sulla capacità di reinventarsi

ERRI  DE  LUCA

Nato a Napoli il 20 maggio 1950, Erri De Luca ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia.  Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio.  Ha studiato nelle scuole pubbliche De Amicis (Elementari), Fiorelli ( Medie), Umberto I ( lLiceo).  A 18 anni lascia Napoli e inizia l’impegno politico nella sinistra extraparlamentare, che dura fino ai 30 anni. A soli diciotto anni (è il 1968) si trasferisce a Roma dove entra nel movimento politico Lotta Continua – una delle maggiori formazioni extraparlamentari di orientamento comunista rivoluzionario – divenendone uno dei dirigenti attivi durante gli anni Settanta. In seguito Erri De Luca impara diversi mestieri spostandosi molto, sia in Italia che all’estero: compie esperienze come operaio qualificato, autotrasportatore, magazziniere Termina nell’autunno ’80 con la partecipazione alla lotta contro le ventimila espulsioni dalla FIAT Mirafiori a Torino.  Tra il ’76 e il ’96 svolge mestieri manuali.   Tra il 1983 e il 1984 è in Tanzania volontario in un programma riguardante il servizio idrico di alcuni villaggi. Durante la guerra nei territori dell’ex Jugoslavia, negli anni ’90, è stato autista di camion di convogli umanitari. Nella primavera del ’99 è a Belgrado, stavolta da solo, durante i bombardamenti della Nato, per stare dalla parte del bersaglio. A questo periodo risale l’amicizia con il poeta Izet Sarajlic di Sarajevo, conosciuto durante la guerra di Bosnia, e di Ante Zemljar poeta e comandante partigiano della guerra antinazista. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Per il cinema ha scritto il cortometraggio “Di là dal vetro”, “Il Turno di Notte lo Fanno le Stelle” (premiato al Tribeca Film Festival di New York 2013), la biografia musicale “La Musica Provata” e il documentario “Alberi che camminano”. Ha tradotto in napoletano e sceneggiato “La voix humaine” di Cocteau per l’interpretazione di Sophia Loren. In teatro è stato in scena con “Attraverso” ( Mario Brunello, Gabriele Mirabassi, Marco Paolini, Gianmaria Testa); “Chisciotte e gli invincibili” ( Gabriele Mirabassi e Gianmaria Testa); “In nome della madre” ( Sara Cianfriglia e Simone Gandolfo); “In viaggio con Aurora” ( Aurora De Luca); “Chisciottimisti” ( Gabriele Mirabassi e Gianmaria Testa); “Solo andata” con il Canzoniere Grecanico Salentino. Pratica alpinismo. Le sue montagne preferite sono le Dolomiti. Nel settembre 2013 è stato incriminato per “istigazione a commettere reati”, in seguito a interviste in sostegno della lotta NOTAV in Val di Susa. Il processo iniziato il 28 gennaio 2015 si è concluso dopo cinque udienze il 19 ottobre 2015 con l’assoluzione ” perché il fatto non sussiste”. Sul suo pamphlet, La parola contraria, ha spiegato le sue ragioni e il diritto alla libertà di parola. In sostegno a De Luca è stato anche firmato un appello di 65 personalità del cinema europeo tra cui Wim Wenders, Claudio Amendola, Mathieu Amalric, Constantin Costa-Gavras e Jacques Audiard;[13] in suo favore si sono impegnati anche il Presidente francese François Hollande che ha difeso lo scrittore raccogliendo una petizione sottoscritta anche da Salman Rushdie[14] e molti altri come Alessandro Gassmann, Fiorella Mannoia, Luca Mercalli e Alex Zanotelli. Il 19 ottobre 2015 è stato assolto perché il fatto non sussiste. La solidarietà dimostrata con una petizione di tanti illustri personalità del mondo della cultura, della politica, dello spettacolo   dell’arte, italiane ed europee. oltre ad evidenziare la chiara fama di scrittore europeo, lo hanno reso eroe della libertà di espressione, di opinione e di manifestazione incensurabile del libero pensiero, nei termini della decenza Già nel 2009, durante la presentazione di un libro dell’ex brigatista Barbara Balzerani le parole con cui definì il periodo degli anni di piombo come una “piccola guerra civile” fecero discutere a conferma della libertà di parola, di opinione e di espressione, da lui sempre difesa e praticata, in coerenza e in difesa del dettato costituzionale. Si è dedicato al sociale e occupato anche delle tematiche dell’emigrazione. A sua difesa ha pubblicato “La Parola Contraria”, Feltrinelli. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi.

NON  ORA, NON  QUI

Questo breve e intenso primo libro di Erri De Luca porta già impressi in ogni frase – mi sembra – i segni di un vero scrittore: un tono di voce che appena si coglie diventa inconfondibile, e la integrità di uno sguardo che sa mettere nel giusto fuoco i pensieri e i sentimenti. Qui la memoria non è consolazione, ma è un dramma, e il tempo gioca un suo gioco crudele stabilendo distanze insormontabili tra chi narra e la materia del proprio racconto. Una luce bianca e densa come quella che filtra da nuvole alte bagna queste pagine. E la luce in cui il protagonista de “Il posto delle fragole” di Bergman vedeva i propri genitori ancor giovani intenti a pescare con la canna sulle rive di un lago. Leggendo questo libro che rievoca i momenti di un’infanzia trascorsa a Napoli e per sempre scomparsa, ho ripensato a quell’immagine struggente che dice con assoluta e trasparente immediatezza il dolore per la vita che tutto cancella e ci rende estranei a noi stessi e al nostro passato.

IL TURNO DI NOTTE LO FANNO LE STELLE

Matteo e Sonia sono entrambi in procinto di affrontare un’operazione chirurgica al cuore. Accomunati dalla passione per la montagna, mentre sono in clinica in attesa dei rispettivi interventi stringono amicizia e si ripromettono, una volta superata la convalescenza, di compiere insieme una scalata in Trentino. Nonostante i timori di Mark, il marito di Sonia, preoccupato sia per la salute della moglie che dai possibili sviluppi dello stretto rapporto che la lega a Matteo, i due protagonisti tengono fede all’accordo.

IN NOME DELLA MADRE

L’adolescenza di Miriam/Maria smette da un’ora all’altra. Un annuncio le mette il figlio in grembo. Qui c’è la storia di una ragazza, operaia della divinità, narrata da lei stessa. L’amore smisurato di Giuseppe per la sposa promessa e consegnata a tutta l’umanità. Questo libro affronta uno dei più grandi dogmi della fede cattolica: l’Annunciazione. A primo acchito può sembrare un libro da leggere solo durante il periodo natalizio ed invece, a mio avviso, è un libro “sempre attuale nonostante il tema trattato. In secondo luogo può sembrare un libro per soli credenti, ma anche a chi non lo è. Il fatto che la Vergine Maria abbia concepito il bambin Gesù per opera e virtù dello Spirito Santo può essere un evento più o meno condivisibile; ciò che però Erri ha eseguito in maniera magistrale è stato un excursus dell’umile percorso che Giuseppe e Maria hanno affrontato dal concepimento fino alla nascita. Molto spesso una giovane madre ha il timore di mettere al mondo il proprio figlio, vorrebbe tenerlo custodito sotto una campana di vetro, perché crede che il mondo lì fuori sia troppo impervio, perché teme che il proprio figlio possa non sopravvivere alla selezione darwiniana, alla selezione dei più forti. Maria si è distinta per la sua forza e il suo grande amore e ha compiuto il passo più grande, ma anche quello più doloroso per una madre: riconoscere che i figli non sono nostri, ma del mondo, lasciarli spiccare il volo, anche se questo comporta che essi muoiano sulla croce. Il bambin Gesù era un figlio del mondo, destinato a compiere grandi opere, ma in fondo tutti noi lo siamo. È questo il messaggio che Erri ci lascia: tutti, nessuno escluso, può fare della propria vita un’opera d’arte. Maria ha avuto al suo fianco Giuseppe, un uomo come pochi. Ho provato a traslare la figura di Giuseppe nella vita reale e l’ho immaginato come un uomo che accetta di crescere un figlio che non è biologicamente suo, bensì di un altro uomo. Credo che questo sia un gesto di grande amore nei confronti di Maria: accogliere e crescere quel bambino come se fosse suo ed esserne orgoglioso. Non è facile, solo chi è mosso da un grande e autentico sentimento è in grado di farlo.  Questo libro non è solo una parabola religiosa, ma è soprattutto una grande lezione di vita. Leggendolo viene in mente il volto della Vergine Annunciata di Antonello da Messina: l’obbedienza, l’umiltà e la paura. L’intensità dell’amore è nel dialogo tenero, consapevole ma anche disperato con un figlio che non sarà più solo suo quando verrà al mondo. Una mamma qualsiasi consapevole che non potrà continuare ad esserlo. Un libro coraggioso, etico, apparentemente laico ma di una profondissima religiosità. Colpisce l’accuratezza della psicologia femminile come se Erri De Luca avesse conosciuto l’intensità e la pienezza della maternità In nome della madre comincia la vita. Così (giustamente) Erri De Luca scrive in quarta di copertina. Questa infatti è la storia di una futura madre che vive con un mix di felicità ed apprensione la sua maternità. Il punto è che non si tratta di una madre qualsiasi. Lei infatti è Miriam/Maria ed il figlio che metterà al mondo sarà ovviamente Gesù. De Luca, con il suo inconfondibile stile, parte da ciò che rivelano i Vangeli di Matteo e Luca e da qui costruisce una storia che ben riflette le credenze, le leggi, gli usi ed i costumi dell’epoca. Credo che non si possa affermare che quello che si legge sia invenzione perché anche se certe cose non si trovano nei Vangeli, rispecchiano una realtà assolutamente attendibile. Maria rimane incinta prima del matrimonio e Giuseppe avrebbe tutto il diritto di ripudiarla come prescritto dalla legge ebraica. I saggi, i dotti, il popolo, sparlano dietro a Maria, considerano questa donna scandalosa, una svergognata perché non credono alla sua divina maternità, e così basta poco affinché tutti prendano le distanze da lei e la isolino. Solo Giuseppe continua a credere fermamente in lei, ad appoggiarla, a camminare a testa alta senza alcun timore ! E così sarà fino al termine della sua maternità, fino alla nascita del bambino in una grotta di Betlemme dove i genitori si erano recati per il “celebre” censimento. Per leggere ed apprezzare questo libro non importa necessariamente avere fede. L’opera infatti è innanzitutto lo splendido ritratto di una donna unica come Maria che diventa un punto di riferimento per il marito, perché dotata di grande forza e grande coraggio. Una donna designata dall’alto che non si limita ad accettare il proprio destino ma che è in grado di superare tutte le difficoltà, emergendo quindi come un esempio soprattutto in un’epoca in cui la donna veniva considerata meno di zero. Infine questo libro è un atto d’amore a 360 gradi che coinvolge Giuseppe, Maria e le famiglie dei due sposi, perché sarà proprio questo amore a fare superare le difficoltà esistente Queste sono le storie d’amore più belle del mondo, sì, al plurale! Perchè in una sola storia si racchiudono i più grandi esempi d’amore che l’uomo possa mai immaginare: 1) L’amore enorme di una donna semplice e umile per il suo Dio, un amore così smisurato da non temere ciò che le accadrà nel momento in cui accetterà la sua proposta, un amore che la rende beata tra tutte le donne 2) L’amore di quella stessa donna per un figlio che sa essere sua ma che sa anche non “completamente” suo, che sa sin dal principio che le verrà strappato, che sarà umiliato, che soffrirà più di tutti gli altri uomini sulla faccia della terra, che non sarà come gli altri bambini perchè lui sarà speciale…e prega, Maria, prega…non di poter evitare il destino, prega semplicemente che il destino avvenga il più tardi possibile per far.si.che il dolore sia un pochino più sopportabile 3) L’amore di un uomo, Giuseppe, verso la sua donna, un amore così grande e puro che mai ha messo in dubbio i fatti così come Maria glieli ha riferiti, un amore così grande che nel momento del dubbio e della paura (quando la cosa più sensata da fare era scappare via)Giuseppe è rimasto per fare da padre terreno a quel bimbo che sapeva non essere suo ma che altrettanto sapeva aveva bisogno di lui. Ebbene, questo libro illumina su una realtà semplicissima eppure spesso dimenticata: Maria, Miriam o la Madonnina che dir si voglia ERA UNA DONNA apparsa come una rivelazione. perchè come donna avrà certamente avuto anche lei le sue paure, le sue speranze, le sue illusioni, le sue delusioni, le sue emozioni e tutto il resto. Tutto questo la fa sentire ancora più vicina, a chi, quando ogni creatura sentirà il bisogno di rivolgersi  a lei, lo potrà fare come se stesse chiacchierando con la  più cara amica, perché in essa troverà. un atto infinito d’amore e di fede, verso ciò che per un uomo è un doppio mistero: quello della gravidanza/ parto  e quella dell’assenza dell’uomo nella generazione di Gesù. Ne è uscito un romanzo intensamente spirituale, capace di infondere coraggio puro in chi, è   credente.  In fin dei conti, non importa se nelle sensazioni del parto colà descritte una donna che ha partorito magari non ritrova il pathos vissuto; quello che è grande, in questo libretto, è che l’Autore, magari senza volerlo, nell’umanizzare la storia di Maria, in realtà ha lasciato uscire da sè un toccante, commovente afflato “Spirituale” che una persona benedetta dalla Fede, riconosce in realtà come “Religioso”. Qui non di generi si tratta ma solamente di un libro scritto benissimo, con delicatezza e dolcezza su un tema grande, grandissimo quale è la Natività. E’ un libro esemplare, poetico ma anche terribilmente umano  e la lettura  lascia arricchiti, cosa che un lettore esige da un libro.

LA TRACCIA DI NIVES

Nives Meroi è un’alpinista che ha cominciato una gara appassionante: in competizione con una spagnola, vorrebbe diventare la prima donna a conquistare tutti e quattordici gli Ottomila del mondo. Adesso è a quota dodici. Nives scala con suo marito e con un giovane fotografo, senza portatori d’alta quota, senza usare ossigeno. Il loro rapporto con la montagna è di assoluta purezza. Erri De Luca, anch’egli senza arrampicatore appassionato, è amico di Nives e la segue da tempo nelle sue imprese. Fin dove può. Sotto la tenda, durante una tempesta, Erri e Nives parlano. Della montagna, della sfida, della fatica, della vita. Nives Meroi è un’alpinista che ha cominciato una gara appassionante: in competizione con una spagnola, vorrebbe diventare la prima donna a conquistare tutti e quattordici gli Ottomila del mondo. Adesso è a quota dodici. Nives scala con suo marito e con un giovane fotografo, senza portatori d’alta quota, usare ossigeno. Il loro rapporto con la montagna è di assoluta purezza. Erri De Luca, anch’egli arrampicatore appassionato, è amico di Nives e la segue da tempo nelle sue imprese. Fin dove può. Sotto la tenda, durante una tempesta, Erri e Nives parlano. Della montagna, della sfida, della fatica, della vita. Nives Meroi è un’alpinista che ha cominciato una gara appassionante: in competizione con una spagnola, vorrebbe diventare la prima donna a conquistare tutti e quattordici gli Ottomila del mondo. Adesso è a quota dodici. Nives scala con suo marito e con un giovane fotografo, senza portatori d’alta quota, senza usare ossigeno. Il loro rapporto con la montagna è di assoluta purezza. Erri De Luca, anch’egli arrampicatore appassionato, è amico di Nives e la segue da tempo nelle sue imprese. Fin dove può. Sotto la tenda, durante una tempesta, Erri e Nives parlano. Della montagna, della sfida, della fatica, della vita. Nives Meroi è un’alpinista che ha cominciato una gara appassionante: in competizione con una spagnola, vorrebbe diventare la prima donna a conquistare tutti e quattordici gli Ottomila del mondo. Adesso è a quota dodici. Nives scala con suo marito e con un giovane fotografo, senza portatori d’alta quota, senza usare ossigeno. Il loro rapporto con la montagna è di assoluta purezza. Erri De Luca, anch’egli arrampicatore appassionato, è amico di Nives e la segue da tempo nelle sue imprese. Fin dove può. Sotto la tenda, durante una tempesta, Erri e Nives parlano. Della montagna, della sfida, della fatica, della vita. Feltrinelli ha acquistato i diritti del libro : “Sulla traccia di Nives”, che scrissi anni fa, dopo un paio di viaggi al seguito di Nives Meroi e Romano Benet in Himalaya. La traccia è quella battuta in neve fresca da chi si sobbarca il compito di aprirla, facilitando i passi di chi segue. Diverso dal plurale, le tracce, che sono quelle generiche di una qualsiasi pista, anche quelle figurate di un’indagine. Qui la traccia aperta non indaga, ma scava gradini verso l’alto. Questa è la scrittura di presentazione che starà sul retro della copertina della prossima…edizione. Nives Meroi è un’alpinista delle montagne massime, di Himalaya e Karakorum. Insieme con suo marito Romano Benet forma la più rara e robusta coppia di tutti i tempi in alta quota. Salgono senza bombole di ossigeno, nemmeno di scorta, fino all’ultimo metro che coincide col cielo. Si caricano tutto il peso dell’attrezzatura, dalla tenda al fornello, fino all’ultima notte prima della cima. Intendono scalare con le loro sole forze, per leale confronto con la montagna. I loro traguardi di coppia in alta quota non hanno precedenti. Sono stato con Romano e Nives un paio di volte, allungando i miei passi dietro i loro. Notti, tende, bivacchi: qui sono raccolte le mie conversazioni con Nives, di quelle che si svolgono in posti scomodi e in orari insonni. Si è concluso con l’assoluzione il processo allo scrittore Erri De Luca, portato in tribunale con l’accusa di istigazione al sabotaggio per alcune dichiarazioni rilasciate nel 2013 contro la Tav.

Erri De Luca ha atteso un giudizio, lo ha atteso per sé ma soprattutto per le sue parole. Uno scrittore sotto accusa, di questo siamo stati spettatori. Stamattina si è presentato a Torino, nell’aula del tribunale, con giacca e camicia, come difficilmente lo si può incontrare per strada o ad un incontro sui suoi libri, forse una forma di rispetto, per un potere che ha scelto, alla fine, di giudicarlo innocente. Le sue parole, letteratura pura, poesia, vita, nell’aula di un tribunale. Non è un esempio, non un eroe del nostro tempo, è semplicemente un uomo chiamato a difendersi, che ha scelto però di non difendersi ma di abbracciare la Costituzione, quella stessa che per tanti al governo è sconosciuta. Non si difende perché non ne ha motivo, sa che la natura delle parole, riconosciuta ampiamente dalla Costituzione, gli basta e così in soccorso chiama proprio la Costituzione. Ha detto la sua, fino alla fine, regalandoci una lezione di democrazia altissima. Le sue parole, nell’aula, qualche ora prima della sentenza, sono state un vento di libertà, una lezione magistrale. Ci sono video, in giro, potete ascoltarle, sentirle. Le parole sono libere, hanno un peso ma volano, rendono verità alla verità, giustizia alla giustizia. Leggiamo libri, li scriviamo, raccontiamo storie che ci conducono in qualche parte del mondo, facendoci uomini liberi, che hanno coscienza   Ha detto la sua, fino alla fine, regalandoci una lezione di democrazia altissima. Le sue parole, nell’aula, qualche ora prima della sentenza, sono state un vento di libertà, una lezione magistrale. Ci sono video, in giro, potete ascoltarle, sentirle. Le parole sono libere, hanno un peso ma volano, rendono verità alla verità, giustizia alla giustizia. Leggiamo libri, li scriviamo, raccontiamo storie che ci conducono in qualche parte del mondo, facendoci uomini liberi, che hanno coscienza di questa libertà, che possono dire un pensiero senza per questo essere condannati. Le nostre parole ci afferrano, ci conducono, ci dirigono verso la presa di coscienza di quel che vogliamo vivere. Dobbiamo somigliare alle nostre parole, a quelle che diciamo, ed in questo Erri è un maestro… somiglia alle sue parole, o forse, semplicemente, le sue parole somigliano a lui, come preferite che tanto, vedrete, il conto torna. Chi è libero davvero non teme prigioni, condanne, chi è libero davvero non parla a sproposito, ma dice l’essenziale, quel che basta per alzare venti, scuotere coscienze, generare tempeste, far saltare gli argini dell’anima. Questo nel suo discorso mi è sembrato di sentire, la capacità di muovere qualcosa. E’ la battaglia che lui ha cominciato, la stessa battaglia che riguarda i diritti di tanti su questa terra, una battaglia che chiede di essere combattuta ogni volta che un diritto viene negato, e riguarda i più vasti campi della vita e come vogliamo viverla, come è bello viverla, come è dignitoso viverla. Nessun tribunale dovrebbe condannare chi si batte per un diritto, nessun tribunale dovrebbe incriminare chi è contrario a qualcosa e decide di dirlo. ( da Sololibri che ringraziamo molto grati per aver divulgato motivatamente   sia la parte destruens, che quella costruens insita nella magistrale lezione difensiva con le armi della letteratura costituzionale)

Oggi, a Torino, per Erri De Luca, è stata detta la parola “assolto”, che sottintende “libero”. So che Erri De Luca ne sarà felice, ma come per lui si è pronunciata, nel mondo per tanti viene taciuta e per questo c’è tanto e ci sarà tanto ancora da fare, da dire, da scrivere. Qui amiamo i libri che di questa buona battaglia per i diritti sono una parte importante. Erri è un uomo, uno scrittore, tra molti, che scrivendo, usando parole, vive per la libertà. La vicenda giudiziaria che ha coinvolto lo scrittore “senza macchia e senza peccato” è stata una pagina ignobile sulla libertà di stampa in un paese fondato sulla costituzione che garantisce ad esprimere liberamente e civilmente il pensiero di ciascuno nel rispetto dei diritti della collettività. La convocazione in un’aula di Tribunale di uno scrittore pulito è stato un subdolo modo di tentare di infangare l’intero mondo della cultura e disinnescarne la potenzialità di difesa garantita dalla filosofia del diritto e dal dettato costituzionale di una vera democrazia. Perciò ringraziamo di vero cuore Erri De Luca e i giudici che lo hanno assolto e per aver tutelato l’obiettività del diritto da un maldestro tentativo di parte per infangare il volto limpida di una responsabile gestione della giustizia. di uno Stato di diritto

PAROLE

RIFLESSIONI E INTERVISTA A ERRI DE LUCA “SULLA LIBERTA’ DELLE PAROLE”

Le parole ascoltate, quindi, stanno alla base della sua primissima formazione, e stimolano la vocazione di scrittore. “Perché accanto a quelle parlate c’erano poi quelle scritte: sono cresciuto in uno stanzino pieno di libri, scritti però in italiano e non in dialetto: mi piaceva quella lingua ‘straniera’, parlata a bassa voce da mio padre che pretendeva di insegnarcela in quanto utile per andare ‘all’estero’, cioè fuori Napoli. Mi piaceva l’italiano perché non strillava, mi piaceva perché se ne stava zitto dentro i libri, mi piaceva perché mentre a Napoli tutti andavano di fretta e in fretta parlavano (a Napoli abbiamo il dialetto più veloce del mondo, che per dire ‘andare’ dice ‘ì’) l’italiano se la prendeva comoda, con le sue sillabe supplementari, come se avesse tempo da perdere”. Le parole ascoltate, quindi, stanno alla base della sua primissima formazione, e stimolano la vocazione di scrittore. “Perché accanto a quelle parlate c’erano poi quelle scritte: sono cresciuto in uno stanzino pieno di libri, scritti però in italiano e non in dialetto: mi piaceva quella lingua ‘straniera’, parlata a bassa voce da mio padre che pretendeva di insegnarcela in quanto utile per andare ‘all’estero’, cioè fuori Napoli. Mi piaceva l’italiano perché non strillava, mi piaceva perché se ne stava zitto dentro i libri, mi piaceva perché mentre a Napoli tutti andavano di fretta e in fretta parlavano (a Napoli abbiamo il dialetto più veloce del mondo, che per dire ‘andare’ dice ‘ì’) l’italiano se la prendeva comoda, con le sue sillabe supplementari, come se avesse tempo da perdere”. Un doppio avviamento alle parole, quindi, scandisce la formazione di Erri, fino all’incontro con le Sacre Scritture (che tradusse personalmente dall’ebraico antico, da autodidatta ateo): “lì ho ritrovato il vertice del valore della parola, che diventa la manifestazione fisica della divinità, e lo strumento della creazione: il verbo ‘dire’ è il verbo più abbinato al nome della divinità, nell’Antico Testamento”, concetti questi codificati nel volumetto “E disse” (Feltrinelli 2011). Il discorso sulla parola che crea, quindi, e il rapporto fra il dire e il fare, consente ad Erri di arrivare al punto della questione, al vero motivo della chiacchierata: “in quella scrittura sacra, ma solo lì, la parola è direttamente un fatto compiuto. Oggi invece la parola pubblica (politica, economica) è di fatto solo una parola pubblicitaria, che serve a suscitare un interesse preciso in un determinato momento, ma è scevra da responsabilità: fra il dire e il fare non c’è di mezzo il mare, c’è il nulla”.

Per contro, rivendica il suo mestiere e spiega il suo personalissimo rapporto con la parola: “Sono uno che ci tiene alle parole, proprio perché mi sono specializzato nell’uso di questo utensile: ho messo tutte le mie uova nel cestino del vocabolario, tanto che più che cittadino italiano mi sento residente del vocabolario italiano, abito là dentro”. Dopodiché, il primo affondo contro l’accusa ricevuta: “Quando mi fanno sapere che il verbo sabotare non appartiene al linguaggio democratico, dico: mah!, tu che sei denunciante di uno scrittore e prendi le sue parole come corpo del reato, vuoi dire a me che cos’è il linguaggio democratico?!”.La platea applaude a scena aperta, la discussione scivola velocemente sui temi del pamphlet, sulla polisemia del termine sabotare e sul diritto costituzionalmente garantito di esercitare la propria opinione, e segnatamente quella contraria. Ed è con grande disponibilità che Erri De Luca concede poi il suo tempo per le interviste. Penso al rapporto con le altre sue opere, penso alla figura dell’intellettuale impegnato, penso alla piccola rivoluzione civile in atto in tutta Italia in difesa di un intellettuale che usa il suo strumento elettivo per sposare cause civili; penso alla definizione di ‘eroe’ che Erri stesso diede a proposito dei migranti, qualche anno fa. M “Uno scrittore ha in sorte una piccola voce pubblica. Può usarla per fare qualcosa di più della promozione delle sue opere. Suo ambito è la parola, allora gli spetta il compito di proteggere il diritto di tutti a esprimere la propria”. Come si protegge il diritto di tutti, oltre che. esercitandolo? Pretendere che una persona sola protegga il diritto di tutti è pretendere troppo. Il diritto di tutti si protegge condividendo le ragioni di alcuni movimenti, di alcune lotte, che sono necessarie e giuste; insomma, prendendo parte alla vita civile di questo paese.

– “Può darsi che nella mia educazione emotiva napoletana ci fosse la predisposizione ad una resistenza contro le autorità”. Mi torna in mente la rivolta del Popolo napoletano di cui lei parla nel suo “Il giorno prima della felicità”: sei persone che da sole bloccano la riconquista tedesca della città, il popolo di Napoli che si ribella e dice: “mo’ basta”. “Le persone quando diventano popolo fanno impressione”. Anche in Val di Susa, “mo’ basta”?

In Val di Susa c’è una comunità che ha stretto le sue fibre e si comporta come un popolo, democraticamente prende le decisioni tutti quanti assieme; fanno le cose giuste e sono riusciti nel corso di questi anni a ritardare, impedire e quindi sabotare quell’opera micidiale che comprometterà -se portata avanti- la natura di quel luogo.

– De Luca e Vattimo: due intellettuali sotto processo per non essersi fatti i fatti propri. Dall’Affaire Dreyfus di Zola all’Affare Moro di Sciascia, in realtà, l’intellettuale – per fortuna – ha spesso preso le parti altrui. Lei ha sulle spalle una denuncia per “istigazione a delinquere” depositata alla Procura della repubblica di Torino . Questa la frase incriminata: “La Tav va sabotata”. Nel pamphlet “La parola contraria” Lei spiega il senso attribuito a quelle dichiarazioni. Cosa vorrebbe Erri De Luca che i lettori intendessero per “sabotaggio”?

Vorrei che intendessero quello che intendo io. Ho fatto per molti anni il mestiere di operaio, ho preso parte da operaio a molti scioperi: gli scioperi sono una forma di sabotaggio della produzione. Sono un antico strumento democratico per ottenere dei miglioramenti, per impedire dei soprusi. Quindi sabotaggio per me significa agire collettivamente per una causa giusta.

– Intervenendo a proposito della privatizzazione dell’acqua, lei disse: “Chi vuole privatizzare l’acqua deve dimostrare di essere anche il padrone delle nuvole, della pioggia, dei ghiacciai, degli arcobaleni”. Trivellare la val di Susa lei lo definisce oggi ‘stupro di territorio’. Anche in questo caso, le parole – soprattutto quelle contrarie – hanno un peso specifico. Cosa vorrebbe che intendessero per “stupro di territorio”?

Stupro di territorio è per esempio quello che hanno fatto a Terzigno: hanno piazzato una discarica a cielo aperto non impermeabilizzata, con conseguenze micidiali per la popolazione e per le falde acquifere. In val di Susa lo stupro è perforare delle montagne che sono piene di amianto, e quindi guasteranno tutto l’ambiente oltre che la salute pubblica di quella vallata.

– Secondo Erri de Luca “anche quando la vita sembra una lotta contro i mulini a vento, eroe è colui che non si arrende, che ogni volta si rimette in piedi e prosegue il suo viaggio, incurante degli ostacoli, incurante della sconfitta”. Chi sono oggi gli eroi per lei?

Non ci sono eroi, ci sono comunità che si battono per la dignità e la tutela del proprio territorio. Esiste un eroe collettivo, che è la buona volontà per il bene del Paese.

– Diceva Emily Dickinson “Una parola muore appena detta, dice qualcuno. Io dico che solo in quel momento comincia a vivere”. Le parole dette da Erri de Luca oggi vivono in milioni di lettori, in Italia e all’estero, e flashmob di lettori sostengono la sua difesa in ogni angolo d’Italia, recitando come un canto di lotta brani de “La parola contraria”. Una sua emozione, un suo commento. Qualsiasi cosa lei voglia aggiungere a tutto questo.

È la miglior difesa che potevo immaginare. Non me ne vogliano i miei avvocati, ma la lettura pubblica fatta spontaneamente da quei lettori è la sola e migliore difesa che si può pensare di mettere in piedi contro la censura della libertà di espressione, le parole messe sotto censura come corpo del reato da parte di una denuncia

:      Un doppio avviamento alle parole, quindi, scandisce la formazione di Erri, fino all’incontro con le Sacre Scritture (che tradusse personalmente dall’ebraico antico, da autodidatta ateo): “lì ho ritrovato il vertice del valore della parola, che diventa la manifestazione fisica della divinità, e lo strumento della creazione: il verbo ‘dire’ è il verbo più abbinato al nome della divinità, nell’Antico Testamento”, concetti questi codificati nel volumetto “E disse” (Feltrinelli 2011).

Il discorso sulla parola che crea, quindi, e il rapporto fra il dire e il fare, consente ad Erri di arrivare al punto della questione, al vero motivo della chiacchierata: “in quella scrittura sacra, ma solo lì, la parola è direttamente un fatto compiuto. Oggi invece la parola pubblica (politica, economica) è di fatto solo una parola pubblicitaria, che serve a suscitare un interesse preciso in un determinato momento, ma è scevra da responsabilità: fra il dire e il fare non c’è di mezzo il mare, c’è il nulla”.

Per contro, rivendica il suo mestiere e spiega il suo personalissimo rapporto con la parola: “Sono uno che ci tiene alle parole, proprio perché mi sono specializzato nell’uso di questo utensile: ho messo tutte le mie uova nel cestino del vocabolario, tanto che più che cittadino italiano mi sento residente del vocabolario italiano, abito là dentro”.

Dopodiché, il primo affondo contro l’accusa ricevuta: “Quando mi fanno sapere che il verbo sabotare non appartiene al linguaggio democratico, dico: mah!, tu che sei denunciante di uno scrittore e prendi le sue parole come corpo del reato, vuoi dire a me che cos’è il linguaggio democratico?!”.

La platea applaude a scena aperta, la discussione scivola velocemente sui temi del pamphlet, sulla polisemia del termine sabotare e sul diritto costituzionalmente garantito di esercitare la propria opinione, e segnatamente quella contraria.

Ed è con grande disponibilità che Erri De Luca concede poi il suo tempo per le interviste. Penso al rapporto con le altre sue opere, penso alla figura dell’intellettuale impegnato, penso alla piccola rivoluzione civile in atto in tutta Italia in difesa di un intellettuale che usa il suo strumento elettivo per sposare cause civili; penso alla definizione di ‘eroe’ che Erri stesso diede a proposito dei migranti, qualche anno fa.

-“Uno scrittore ha in sorte una piccola voce pubblica. Può usarla per fare qualcosa di più della promozione delle sue opere. Suo ambito è la parola, allora gli spetta il compito di proteggere il diritto di tutti a esprimere la propria”. Come si protegge il diritto di tutti, oltre che esercitandolo?

Pretendere che una persona sola protegga il diritto di tutti è pretendere troppo. Il diritto di tutti si protegge condividendo le ragioni di alcuni movimenti, di alcune lotte, che sono necessarie e giuste; insomma, prendendo parte alla vita civile di questo paese.

– “Può darsi che nella mia educazione emotiva napoletana ci fosse la predisposizione ad una resistenza contro le autorità”. Mi torna in mente la rivolta del Popolo napoletano di cui lei parla nel suo “Il giorno prima della felicità”: sei persone che da sole bloccano la riconquista tedesca della città, il popolo di Napoli che si ribella e dice: “mo’ basta”. “Le persone quando diventano popolo fanno impressione”. Anche in Val di Susa, “mo’ basta”?

In Val di Susa c’è una comunità che ha stretto le sue fibre e si comporta come un popolo, democraticamente prende le decisioni tutti quanti assieme; fanno le cose giuste e sono riusciti nel corso di questi anni a ritardare, impedire e quindi sabotare quell’opera micidiale che comprometterà -se portata avanti- la natura di quel luogo.

– De Luca e Vattimo: due intellettuali sotto processo per non essersi fatti i fatti propri. Dall’Affaire Dreyfus di Zola all’Affare Moro di Sciascia, in realtà, l’intellettuale – per fortuna – ha spesso preso le parti altrui. Lei ha sulle spalle una denuncia per “istigazione a delinquere” depositata alla Procura della repubblica di Torino . Questa la frase incriminata: “La Tav va sabotata”. Nel pamphlet “La parola contraria” Lei spiega il senso attribuito a quelle dichiarazioni. Cosa vorrebbe Erri De Luca che i lettori intendessero per “sabotaggio”?

Vorrei che intendessero quello che intendo io. Ho fatto per molti anni il mestiere di operaio, ho preso parte da operaio a molti scioperi: gli scioperi sono una forma di sabotaggio della produzione. Sono un antico strumento democratico per ottenere dei miglioramenti, per impedire dei soprusi. Quindi sabotaggio per me significa agire collettivamente per una causa giusta.

– Intervenendo a proposito della privatizzazione dell’acqua, lei disse: “Chi vuole privatizzare l’acqua deve dimostrare di essere anche il padrone delle nuvole, della pioggia, dei ghiacciai, degli arcobaleni”. Trivellare la val di Susa lei lo definisce oggi ‘stupro di territorio’. Anche in questo caso, le parole – soprattutto quelle contrarie – hanno un peso specifico. Cosa vorrebbe che intendessero per “stupro di territorio”?

Stupro di territorio è per esempio quello che hanno fatto a Terzigno: hanno piazzato una discarica a cielo aperto non impermeabilizzata, con conseguenze micidiali per la popolazione e per le falde acquifere. In val di Susa lo stupro è perforare delle montagne che sono piene di amianto, e quindi guasteranno tutto l’ambiente oltre che la salute pubblica di quella vallata.

 – Secondo Erri de Luca “anche quando la vita sembra una lotta contro i mulini a vento, eroe è colui che non si arrende, che ogni volta si rimette in piedi e prosegue il suo viaggio, incurante degli ostacoli, incurante della sconfitta”. Chi sono oggi gli eroi per lei?

Non ci sono eroi, ci sono comunità che si battono per la dignità e la tutela del proprio territorio. Esiste un eroe collettivo, che è la buona volontà per il bene del Paese.

– Diceva Emily Dickinson “Una parola muore appena detta, dice qualcuno. Io dico che solo in quel momento comincia a vivere”. Le parole dette da Erri de Luca oggi vivono in milioni di lettori, in Italia e all’estero, e flashmob di lettori sostengono la sua difesa in ogni angolo d’Italia, recitando come un canto di lotta brani de “La parola contraria”. Una sua emozione, un suo commento. Qualsiasi cosa lei voglia aggiungere a tutto questo.

È la miglior difesa che potevo immaginare. Non me ne vogliano i miei avvocati, ma la lettura pubblica fatta spontaneamente da quei lettori è la sola e migliore difesa che si può fare.

LA STORIA DI IRENE

Erri De Luca nei primi libri era sorprendente, riusciva a mantenere asciuttissima la sua lingua, ma scriveva anche trame che facevano palpitare il lettore. Da un po’ di tempo, invece, sembra giochi con se stesso per confezionare libri sempre più smilzi, non più di cento pagine, a volta anche meno. Cultura profondissima, il Nostro conosce l’ebraico e la Torah e questo essere studioso e scrittore insieme a molti scalda il cuore, ad altri la sua maestria dà fastidio. Edito da Feltrinelli, l’ultimo lavoro di Erri De Luca si compone di tre racconti dal sapore di salsedine: il primo “Storia di Irene”, poi “Il cielo in una stalla”, a finire “Una cosa molto stupida”. Il primo è privo di trama, sono tutte osservazioni poetiche dove spicca la piccola quattordicenne Irene che è gravida di un delfino, proprio l’animale. Ve lo dimostro attraverso le parole:

” Mi guarda seria. Lei sta coi delfini. Qualunque di loro sa fare questi giochi di pensiero meglio di me, dice. Loro sanno le intenzioni, i pensieri cattivi e quelli buoni in testa ai pescatori. Scherzano con le onde sonore che non puoi sentire. Con quelle guardano dentro i corpi. Non mi hanno soltanto insegnato, dice, mi hanno trasformato per farmi stare con loro. Mi hanno messo nelle gambe la spinta della loro coda. Nei polmoni ho la stessa scorta d’aria. Ricevo e rimando pensieri con loro”.

Questo potrebbe essere un sogno ad occhi aperti di Erri De Luca che parla in prima persona? Secondo alcuni, un pò  sconcertante.

Il secondo racconto è quello più bello. L’autore parla del padre, Aldo De Luca, che scappa e si nasconde in una stalla dopo i fatti accaduti dopo l’otto di settembre del 1943. Goliardia, pensosità, chiacchiere tra ragazzi che pensano solo a salvarsi la vita come poi accadrà. Lo scrittore parla del padre con accenti chiari, non sempre di ammirazione.

Il terzo racconto parla dei bassi napoletani, di come la tramontana di settembre li lasci morti di freddo, il più triste destino di che vive in una città immobile e fatale.

“Corto e amaro il mese di febbraio, si diceva da noi di un Sud senza difesa dall’inverno. Al paese del sole succedeva la puzza per il freddo. Spella, sviscera, svuota, sgambetta il freddo L’operazione narrativa è strutturata con superfluità letteraria, lontana dal viscerale effluvio espressivo e figurativo delle opere iniziali, ma è pur sempre una lettura trascinante e in progress nel teorema estetico dello   scrittore.

Sono tre storie “di mare”. “Storia di Irene l’anfibia” è la storia di Irene, cresciuta insieme a due delfini, e promessa in sposa a uno di loro, ed è la storia di una meravigliosa sirena che, non più accetta alla terra, sgualdrina incinta, si sottrae all’uomo che l’ha ascoltata e ora vorrebbe trattenerla, raccontandole a sua volta storie incantatrici. “Il cielo in una stalla” narra di cinque scampati alle rappresaglie tedesche si trovano in una stalla e devono guadagnare la salvezza attraversando nottetempo il mare che divide Sorrento da Capri (terra liberata). In “Una cosa molto stupida” un vecchio ricorda, a occhi chiusi, quando fu salvato dalle acque, in tempo di guerra, e restituito alla vita

Irene, Aldo, il nonnino

Irene guarda i gatti e i gatti guardano nel sole, mentre il mondo sta girando senza fretta Alice guarda il mare e il mare gioca con la sabbia, mentre Irene fa l’amore coi delfini…Irene ha quattordici anni, non parla e non sente sulla terra ferma, le altre donne l’hanno isolata. Vive di mare su una piccola isola, Irene e i suoi delfini, Irene ed il ventre gonfio e teso, Irene e una creatura che cresce. Irene che regala un figlio alle onde, Irene che dona una storia a un uomo. Il volume conta tre racconti, tre aneddoti di vita e fantasia raccolti   per strada da un autore che incrocia vite, ascolta momenti, crea contorni o dettagli, arricchisce e abbellisce coi connotati che  piu’ si impastano alla carta. Tre storie dall’agricoltura di piccole esistenze, direttamente sulla nostra tavola già condite e pronte per vellutare il palato. Un’isola greca e il suo profumo di vento e sale, creature di terra e creature di acqua. Un uomo di nome Aldo, Aldo De Luca, papà una bomba che distrugge una casa e volumi da raccogliere, gli unici oggetti che non temono sciacallaggio. Un nonnino denutrito, le lacrime scaldano il viso gelato dal vento di un inverno napoletano, una mandorla si scioglie in bocca. E’ un libro breve, la prosa poetica e’ sovrana e ci regala momenti intensi, di dolcezza e di vita, di amarezza e di morte, a metà strada tra favola e realtà con accenni autobiografici talvolta, con sottile polemica a punzecchiare tra le righe talaltra.

ANCHE IL SOLE FA SCHIFO

Francesca ama Angelo infatti stanno insieme, da tre anni. Anzi, ormai le nozze sono imminenti, manca davvero pochissimo all’agognato traguardo. Chiara e ha un debole per Angelo, ma non vuole rompere le uova nel paniere al suo amico. Onestà, innanzitutto. Alberto ha un debole per Francesca, e prova a rompere le uova nel paniere. Menefreghismo, e vivi.felice. Chi cederà? Chi vincerà? Partiamo dalla seconda domanda, è meglio: il vincitore sarà? Nessuno. Eh sì, perché quando la fiducia viene meno, le tentazioni sono troppo forti e il dirupo si avvicina sempre più; è davvero arduo trovare un vero vincitore.

Una storia d’amore che diviene un guazzabuglio di corpi che si amano, così almeno dicono, e bocche che sanno baciare sapientemente ma sono veramente pessime, quando si tratta di dire la verità.
L’amore è sincerità, l’amore è condivisione, l’amore è fiducia e in questo libro l’amore fa giusto una capatina, per poi volare velocemente verso altri lidi. Parole nate come radiodramma per la RAI di “Anche il sole fa schifo” (RAI-ERI, 1997, collana CentoMinuti, copertina a cura di Franco De Vecchis, pp. 89, euro 5,50), un qualcosa di diverso da leggere ma, quando si tratta di Niccolò Ammaniti, si è sempre in attesa del colpo da maestro che ci farà capitolare. Un libro di poche pagine che volerà tra le vostre quelle dita ma rimarrà nella memoria per molto tempo. Un po’ reale e un po’ sit-com, situazioni e dialoghi che vi stupiranno con la loro schiettezza, personaggi che amerete/odierete e che, ogni tanto, cercherete sul volto di persone che conoscete. O che pensavate di conoscere.

UNA NUVOLA COME TAPPETO

De Luca ci presenta le sue riflessioni sul Vecchio Testamento sotto forma di piccoli racconti. Si tratta, come lui stesso afferma, di un “tentativo di essere lettore di Bibbia in un’epoca fredda”. Un lettore che ha studiato per anni, da sé, la lingua ebraica. Ne risultano una lettura e una traduzione del testo sacro assai sorprendenti.

In principio.  In principio…domanda! Come quando bambini si chiede: ehi, come ti chiami? Il “nome”, sì, il tuo nome! Perché già comprendi che il nome è tutto. Tu potrai cercare e poi trovare il tuo compagno di giochi e di avventure in quanto ne conosci il nome. Lo chiamerai fra tanti bambini e si girerà se lo riconoscerai di spalle e lo nominerai. Verrà da te perché anche lui sa come ti chiami: «ciao Israel», « ciao…».Questo è l’incontro, perché per conoscere le origini e il significato di ciò che ti circonda devi avere la semplicità di un bambino che chiede e l’umiltà intellettuale di rimuovere strati e strati di polvere e sabbia per giungere infine alla tua terra, la tua madre terra .E per arrivare a capire questa terra, dove scorrono latte e miele che nutrono e lasciano in bocca anche un buon sapore, il passo è breve, perché la lingua che si muove tra labbra e palato ne assapora il gusto. Una madre potrebbe distinguere suo figlio solo dall’odore della pelle, un figlio riconoscerebbe sua madre anche dal sapore: di quella terra madre legata a una promessa questa è la madre lingua e noi potremmo essere anche suoi figli. Una lingua i cui termini hanno radici comuni che affondano come dita in questa Canaan bagnata di rugiada e lubrificata di sangue, raggiunta dopo quarant’anni di deserto; forse più un codice religioso orale, sacro perché nascosto, che sigilla un patto in ventidue consonanti di forma retta e poco curva, che hanno anche una valenza numerica, e che una volta tracciate hanno configurato la religione del Libro. Erri De Luca seleziona racconta e interpreta, in questo libro che risale al 1991, passi e stralci del Libro il cui contenuto risale al mito e a eventi storici che hanno segnato i primi e intensi sussulti di un territorio martoriato come la Palestina. Sembra strano ma i temi affrontati, allora come oggi, sono sempre gli stessi: la vita e il desiderio, la morte e il sogno, il male e il dolore, la giustizia e l’inganno, la guerra e il sacrificio, la pace e il dominio, l’essere e il divino. L’uomo cambia pelle, ma non muta i suoi comportamenti, evolve tecniche e consuma nuove forme di energia ma il suo interno pensante rimane sempre legato a una affasci nante evoluzione filogenetica che all’età dei patriarchi si era già abbondantemente conclusa. E come rettile aggredisce per istinto di sopravvivenza, come mammifero manifesta socialità ed emotività e come uomo fa uso selettivo della sua memoria e trasforma le sue esperienze in cultura. Comunque uno la pensi non ci può essere superamento del Libro. Un poeta come De Luca ne è conscio e sa benissimo che la sua interpretazione, forse la più fedele perché attuale dal punto di vista linguistico, rimane sempre un’interpretazione adatta a chi vede nella “parola” il senso umano del divino e non il contrario, la necessità del sacro inteso come elemento separato e personale e l’idea che questa vita, al di là di qualunque progetto metafisico, vada vissuta fino in fondo. La lettura di” Una nuvola come tappeto” stimola a riflessioni profonde, le cui risposte potranno risacralizzare il senso del tortuoso cammino umano sui carboni ardenti della terrestrità. Un altro “In principio”

I COLPI DEI SENSI

Sono di un secolo e di un mare minore. Sono nato in mezzo a entrambi, a Napoli nel 1950.Da questo falso centro, apparenza di tribuna numerata, non ho conosciuto profondità di campo né di dettaglio. Ho inteso poco, male il tempo e le azioni. Da ospite in impaccio ne ho trattenuto cenni. Li voglio lasciare a un nipote curioso, forse intenerito dall’atrocità e dalla modestia delle vite che l’hanno preceduto. Allineo, uno per senso, i colpi che si sono fermati a caso e ad arte nei ricordi.

I colpi dei sensi è un libercolo di appena trentasei pagine in cui, rapidi come i colpi dei sensi stessi, si snocciolano cinque racconti che traggono spunto dai sensi umani appunto. L’ispirazione di Erri De Luca ha le sembianze dell’udito, della vista, dell’odore, del tatto e del gusto. Per ognuna di queste percezioni fisiche corrisponde una storia a volte personale, a volte della vita circostante, altre di una quotidianità infantile, di un tempo già trascorso altrove. L’udito per esempio si rivolge al ricordo di una madre che dal porto urlò il nome del figlio Salvatore. Un urlo caratteristico, denso dell’amore di una madre, ritmato e cadenzato con uno stile così peculiare che se altri sono in grado di ripetere e imitare con minuzia, lo scrittore ammette di non riuscire a riproporlo in maniera perfetta. 

Si era abituato a vedere le separazioni, non ci badava, del resto già da molti anni la gente nostra aveva preso a smaltire la miseria nelle Americhe.[…] Fu lui che raccontò a mia madre il grido. Era uno dei tanti. Non potè spiegarsi perché quello , non un altro o nessuno, si fosse impresso nella membrana acustica dell’anima.

Allora una donna con i capelli bianchi e il vestito nero, dolore e anni addosso dappertutto, gridò con tutta l’aria che aveva trattenuto. Sul primo silenzio del distacco fresco, gridò da sirena, da cagna, da madre, a sillabe stracciate: Sal va to re e. Un nome solo, chiamato e perso a gola rotta, ferì a vita mio zio, giovane impiegato bello, elegante, bravo a cantare e a suonare la chitarra a orecchio. Quando lo raccontava la sua voce scendeva in un tono spezzato e ripeteva in sordina, ma certo esattamente, quel grido. Gli saliva la pelle d’oca.[…] Si stampa a caldo e a caso il dolore degli altri su di noi. La vista trae spunto dal vulcano Vesuvio che durante la guerra e nell’immediato dopoguerra, in una Napoli invasa dai soldati, decise di risvegliarsi per dare altre preoccupazioni alla madre già stanca dello scrittore. Sua mamma aveva appena diciannove anni quando accadde tutto questo e non riusciva a pensare ai venti. Odore è l’affascinante racconto dei ricordi d’infanzia di Erri De Luca; è l’odore di brioches e di esche, quando all’alba andava a pescare con lo zio e infante, si sentiva un uomo. Alle volte c’era un ospite con loro. In Odore è narrata la volta in cui con loro s’imbarcò un uomo tatuato. Aveva dei numeri disegnati nel braccio, ma Erri, bambino discreto e silenzioso, osservava senza chiedere. Soltanto dopo che la mattinata di pesca fu conclusa, dopo aver divorato con la compagnia le brioches con le mani sporche di esche e di pesce, soltanto quando i due estranei -bambino e uomo tatuato- si diedero la mano in segno di saluto, soltanto allora Erri scoprì il significato del tatuaggio. Quell’uomo, amico di suo zio, non troppo esperto di pesca, era uno dei pochi superstiti di un campo di sterminio.

I bambini scrutano i tatuaggi. La vanità virile dei marinai, come la nostalgia dei reclusi, consente che il corpo si presti da foglio e da tela al pennino aguzzo dell’incisore. Racconto le poche cose che si sono fermate nei sensi. Più di tutto trattengo memoria di un odore maschile, di un’appartenenza a un mondo di adulti. Ho saputo più tardi chi era quell’uomo tra noi. Era tra i pochi usciti dai campi di sterminio. Quel numero sul braccio non era un tatuaggio, ma l’infamia di una marcatura. Apparteneva a quella umanità sterminata con il gas Zyklon B, il cui odore ha avvelenato il nostro secolo, e che nessuno conosce.

Per il tatto Erri ci conduce in un castello aragonese, meta di una gita settembrina in cui accarezzò i muri e gli anelli di metallo ad essi bloccati, così ben ancorati che impressionarono la mente giovanile dello scrittore. Il gusto invece è un ricordo personale più recente che sprofonda nell’esperienza fatta da De Luca in Tanzania attorno ai trent’anni. Imparò le basi della lingua swahili e per poco non inciampò in un mamba verde, un serpente prontamente ucciso dai suoi alleati del luogo. Lì, ci spiega lo scrittore, non c’è neppure il tempo di osservare certi animali perché si mette in atto subito una qualche forma di difesa, prima che sia troppo tardi. Ma arrivarono le febbri e con esse la malaria. Un brodo di pollo servito da una testarda e generosa suora costrinsero Erri De Luca a non mollare, a sopravvivere e a imbucarsi in un aereo per tornare in Italia solo con la dissenteria da curare. Il suo ricordo collegato al gusto va e viaggia in quei brodini di pollo serviti con tanta cocciutaggine dalla suora che non lo lasciava morire e che chissà con quali e quanti sacrifici si procurò pur di salvare una vita morente. Chissà dove aveva trovato quel pollo, chissà quanto le era costato. So oggi che per la disidratazione è l’alimento più adatto. In quel momento ero troppo debole per riuscire a rifiutarlo, lo subivo come una tortura alla quale non potevo scampare. Morire diventa scomodo se qualcuno ti vuole per forza salvare, pensavo bollendo di febbre addosso a lei.[…] Finirono le febbri, durava solo la dissenteria, salii su un aereo, le ho scritto qualche cartolina, qualche volta. La vita che da me svaporava distratta, profumata, mi fu rimessa dentro a cucchiaini, più mia di prima, immeritata, spesa. Si tratta di pochissime e rapide pagine, in tutto trentasei, ma dense e pregne di ricordi e di vissuto carismatiche e affascinanti, scritte con la semplice maestria del grande Erri De Luca.

LETTERE DA UNA CITTA’ BRUCIATA.IMPOSSIBILE

«Penso ancora oggi che l’arbitro sia lo scopo e la funzione dello Stato, permettere ai partecipanti uno svolgimento secondo le regole. È ingenuo da parte mia, le vedo bene le disuguaglianze. Ma continuo ad essere un tifoso dell’arbitro. Per più di mezza vita ho studiato la legge per praticare la giustizia nella forma più vicina all’esattezza. Non è arido il Codice se cerca l’equilibrio dei pesi sopra i piatti della bilancia. Considero il mio lavoro un dovere civile. Ho per la giustizia la devozione che altri esprimono attraverso la fede.» Impossibile che lei non abbia commesso il reato. Impossibile che io sia accusato del delitto. Due uomini, un magistrato istruttore, un ex compagno, un uomo che durante una scalata in montagna, avvistata una persona precipitare, chiama i soccorsi. Ma perché allora, il funzionario, è così sicuro della sua colpevolezza? Perché sostiene a così gran voce che in verità la caduta non è stata accidentale bensì premeditata? Perché è convinto che sia stato proprio il fermato a spingerlo giù dalla Cengia? Forse perché i due si conoscevano? Forse perché il deceduto quarant’anni prima si era reso colpevole di tradimento denunciando quelli che erano suoi alleati diventando collaboratore di giustizia? Ma a quale scopo? Per quale ragione? «Chi ha commesso un tradimento ha tradito anche se stesso. Per quanto si convinca di avere fatto la cosa necessaria, ha strappato una parte di sé, dalla sua gioventù. So di un efficiente traditore che accompagnava i carabinieri nei luoghi dove potevano arrestare i suoi compagni, perché erano per lui le persone migliori che aveva conosciuto. Sapeva che sarebbero stati torturati, ma pure tradendoli, continuava a stimarli.» Una faccenda, quella narrata, che riguarda il detenuto e l’istruttore che rappresenta lo Stato. Un duello tra presente e passato, tra individualità e senso di collettività, di solidarietà, tra valori di un tempo e valori di un altro, tra uomini che hanno vissuto un periodo storico e altri che ne hanno appreso i colori e le sfumature sulla carta, sui verbali. A far da sfondo la montagna, che è anche movente con la sua immobilità, con la sua impossibilità. Un interrogatorio, quello che ha luogo, che non risparmia colpi, che non ha remore, che passa dalla natura alla letteratura citando addirittura Leonardo Sciascia concentrandosi nel periodo in cui quest’ultimo ricoprì il ruolo di parlamentare ed evidenziando come moralità umana e legalità talvolta possano non trovarsi sullo stesso piano. «Può darsi. Opposto invece è sottolineare la propria presenza, il desiderio ossessivo di lasciare traccia, immagine, espressione. Voler aggiungere il proprio nome all’elenco delle celebrità, così innumerevole da coincidere con l’anonimato. L’ossessione di farsi dichiarare notevole dagli altri non mi riguarda. Sono stato di una generazione che ha agito in nome collettivo perciò considero insignificanti le individualità, le personalità.» Con “Impossibile” Erri de Luca offre al suo pubblico un romanzo intelligente, di facile lettura ma non di contenuto irrisorio, anzi. Al suo interno, tra lo scontro verbale che prende campo tra i due protagonisti, vengono affrontate molteplici tematiche della nostra società, della sua evoluzione, di quel che è diventata. Già dall’impostazione grafica – viene utilizzato il carattere che soventemente è di uso per la stesura dei verbali in tribunale e non solo – l’opera conquista e lascia il segno. Nel suo scorrimento il lettore più attento viene invitato ad interrogarsi su questioni di grande attualità che dimostrano e confermano la particolare attenzione politica e sociale di uno scrittore non indifferente al nostro quotidiano.

IL GIORNO PRIMA DELLA FELICITA’

Una storia magica

“Il giorno prima della felicità” è un romanzo raccontato in prima persona dal protagonista, basato su una storia vera, la storia della grande città di Napoli durante la seconda guerra mondiale e nel dopoguerra; una città caotica fra cielo, mare e Vesuvio.

Il racconto narra di un ragazzo orfano, chiamato “Smilzo” o “a scigna”, che ha come maestro di vita Don Gaetano, il portinaio del suo palazzo, uomo saggio e vissuto, capace di leggere i pensieri della gente. Il ragazzo durante la sua umile e semplice vita, grazie a Don Gaetano, riesce a imparare sempre più cose e si sente arricchito sempre di più, ogni giorno che passa.

Don Gaetano cerca di insegnare la vita al ragazzo. Gli insegna a giocare a scopa, a svolgere lavoretti da idraulico, muratore e elettricista, a come mettersi in gioco e gli fa conoscere l’amico pescatore; gli racconta i segreti di Napoli durante i suoi giorni di ribellione contro i nazisti oppressori, la liberazione grazie ai soldati statunitensi e la storia di un ebreo che durante le rappresaglie si nasconde in un sotterraneo, protetto dal portinaio. Don Gaetano racconta i suoi viaggi immersi nella natura dell’Argentina, e vuole far capire al ragazzo che la felicità non va cercata, ma si può solo aspettare, e quando arriva non ci si ricorda più del tempo che abbiamo atteso tanto.

Per il ragazzo la felicità arriva quando rivede Anna, la bambina del terzo piano che da piccolo ammirava dal cortile, e che cercava di raggiungere tutte le volte che si arrampicava a recuperare i palloni persi, nel tentativo di farsi notare. I due si danno appuntamento e quando si rivedono scendono nello stanzino sottoterra, il nascondiglio dell’ebreo, e fanno l’amore. Anna è una ragazza autistica che non parla mai con nessuno, ma con lo smilzo tira fuori tutta la sua passione, fino a quasi strangolarlo. Anna se ne va e il ragazzo spera di rivederla, ma non la aspetta; subito dopo chiede consiglio a Don Gaetano, che è contento per lui ma gli rivela che Anna è già promessa sposa a un camorrista, attualmente in galera; così dona allo Smilzo un coltello per difendersi.

Un giorno il ragazzo vince per la prima volta a scopa contro Don Gaetano; quel giorno il camorrista lo viene a cercare seguito dalla disperata Anna e vuole duellare. I due si scontrano e lo Smilzo ha la meglio.

Don Gaetano accorre e decide di accompagnare il ragazzo al porto sul mare, in modo da nasconderlo alle guardie; gli ripete la frase che gli diceva da quando era solo un bambino e perdeva a scopa: “t’aggia’mparà e t’aggia perdere” (quando ti avrò insegnato, ti dovrò abbandonare). Nell’atmosfera del vento e delle onde che si infrangono sugli scogli, Don Gaetano regala allo Smilzo un biglietto di sola andata per l’Argentina, dei soldi risparmiati, un mazzo di carte napoletane e un dizionario di spagnolo. E’ commovente l’addio che il ragazzo dà a Napoli, la sua città maestra, colei che gli ha donato tutte le esperienze che ha vissuto finora e l’ha reso ormai l’uomo che è. Il ragazzo nella nave immagina le luci dei lampioni come se fossero tanti fazzoletti bianchi, e attorno a lui i passeggeri piangono. L’autore ha scelto, spontaneamente, di non descrivere la scena del saluto fra il protagonista e Don Gaetano, come a evidenziare questo distacco che c’è nell’amore reciproco fra queste due persone. Sembra che il ragazzo sia figlio solo della città, e non dell’uomo che l’ha accudito per tutti questi anni. Il libro scava nelle voragini profonde dell’io alimentato dagli affetti e dai sogni, ma massacrato dalla storia. che implacabilmente procede a spegnere le speranze, e avviare un nuovo processo più freddo del ciclo esistenziale Filtra tra le righe una sorta di poesia e trainante si pone il fascino dello stile di scrittura, che riesce a descrivere tutto quanto con così poche parole, che però sono molto spesse e concise. Le frasi esprimono una grande forza e le metafore fanno pensare; infatti ho impegnato tanto tempo a leggere questo libro, perchè ad ogni punto bisogna fermarsi a riflettere. Mi sono piaciute molto anche le forme dialettali che Erri De Luca inserisce nei dialoghi, e mi è piaciuta ancor di più la descrizione reale di Napoli, una città di grande bellezza con i suoi pro e i suoi contro. Una città in cui nei vicoli i napoletani si sentono quasi prigionieri, ma a cui il mare riesce a donare un pezzo di libertà. Colpiscono molto i racconti sulla guerra di Don Gaetano, e colpisce molto anche la passione che viene sprigionata dalla descrizione delle scene di sesso. Inoltre fa molto riflettere la parte in cui Don Gaetano rivela al ragazzo, dopo anni di silenzio, l’identità dei suoi genitori: la madre si innamorò di un soldato americano e il padre, furioso, la uccise e partì per l’America. Il ragazzo in questo punto si sente negato un pezzo di libertà: la libertà di essere chi voleva e di non assomigliare a nessuno. Chi ha dei genitori, infatti, trova spesso dei punti di somiglianza con essi, e deve per forza rispecchiarsi in loro, togliendosi la libertà di cominciare “da zero”. Lo Smilzo, non volendosi rispecchiare ne’ in una puttana, ne’ in un assassino, decide di non pensarci più, e di vivere la vita come l’ha sempre vissuta. Fortissima è la descrizione della rivolta raccontata da Don Gaetano:

“…Un momento stai davanti a tutti, poi altri ti superano, qualcuno cade morto e gli altri continuano in nome suo quello che è iniziato. E’ una cosa che somiglia alla musica. Ognuno suona uno strumento e quello che ne viene fuori non è la somma dei suonatori ma è la musica, una corrente che si muove a onde, scortica il mare, è una fame che ti fa vedere il pane buttato a terra, e tu lo lasci a un altro, una madre che passa un sasso al figlio, la commozione che fa salire agli occhi il sangue e non le lacrime. Non te la so spiegare la Rivolta. Se ti troverai dentro di una, la farai e non somiglierà a questa che ti racconto. Eppure sarà uguale,  perchè  sono tutte sorelle le rivolte di popolo contro le forze armate. “Un racconto molto reale, che offre uno spaccato indimenticabile della storia d’Italia.

 “Due uomini, due generazioni, padre e figlio: si sono mancati. Il padre è stato a lungo in prigione per aver fatto parte di una banda armata negli anni ’80, il figlio è cresciuto senza di lui. Un giorno il figlio decide di salire a un rifugio di montagna. Vuole raggiungere una cima che il padre frequentava, uscito di prigione. Sapeva scalare, il figlio no, ma vuole lo stesso fare questa specie di pellegrinaggio. Complice è la grande concentrazione della scalata, il vuoto intorno, il vento, lo sbaraglio. Rimprovera al padre l’assenza, la mancanza. Se lo immagina accanto. Si svolge tra loro un dialogo fitto, intenso come riescono a esserlo quelli immaginati. Sulla cima raggiunta insieme, si svolge un definitivo congedo e una consegna”. Erri De Luca “Un figlio e l’ombra di suo padre che si sono visti pochissimo e non si sono mai conosciuti né parlati. L’assenza, la mancanza, Il vuoto, la vertigine, la voglia di stare con i piedi e l’anima tra cielo e terra. Un incontro cercato e inesorabile, un percorso aspro, verticale ed interiore che come Brado affronto con voce immateriale ma densa di significati grazie a De Luca e Damato. Un viaggio nella mente che come Piero ho tradotto in una musica aerea ed estremamente psichedelica”. Piero Pelù “Un dialogo spietatamente poetico e civile per dire le parole non dette. Il teatro della montagna diviene metafora di libertà. Bisogna scegliere la vita per stare dalla stessa parte. Un film che dedico a Dario Fo e a chi combatte per la libertà e la purezza”. Cosimo Damiano Damato Una produzione di Fanfara Entertainment, OH,PEN ITALIA e Cornucuore produzioni con il sostegno di Apulia Film Commission. Con la collaborazione di CaneCane e ClanDestino produzioni, edito da Compagnia Editoriale Aliberti. La colonna sonora originale del film è di Piero Pelù. “Tu non c’eri” OST è presente nella versione vinile dell’ultimo disco dei Litfiba dal titolo “Eutòpia” pubblicato da Sony Music. “Due uomini, due generazioni, padre e figlio: si sono mancati. Il padre è stato a lungo in prigione per aver fatto parte di una banda armata negli anni ’80, il figlio è cresciuto senza di lui. Un giorno il figlio decide di salire a un rifugio di montagna. Vuole raggiungere una cima che il padre frequentava, uscito di prigione. Sapeva scalare, il figlio no, ma vuole lo stesso fare questa specie di pellegrinaggio. Complice è la grande concentrazione della scalata, il vuoto intorno, il vento, lo sbaraglio. Rimprovera al padre l’assenza, la mancanza. Se lo immagina accanto. Si svolge tra loro un dialogo fitto, intenso come riescono a esserlo quelli immaginati. Sulla cima raggiunta insieme, si svolge un definitivo congedo e una consegna”. Erri De Luca “Un figlio e l’ombra di suo padre che si sono visti pochissimo e non si sono mai conosciuti né parlati. L’assenza, la mancanza, Il vuoto, la vertigine, la voglia di stare con i piedi e l’anima tra cielo e terra. Un incontro cercato e inesorabile, un percorso aspro, verticale ed interiore che come Brado affronto con voce immateriale ma densa di significati grazie a De Luca e Damato. Un viaggio nella mente che come Piero ho tradotto in una musica aerea ed estremamente psichedelica”. Piero Pelù “Un dialogo spietatamente poetico e civile per dire le parole non dette. Il teatro della montagna diviene metafora di libertà. Bisogna scegliere la vita per stare dalla stessa parte. Un film che dedico a Dario Fo e a chi combatte per la libertà e la purezza”. Cosimo Damiano Damato Una produzione di Fanfara Entertainment, OH,PEN ITALIA e Cornucuore produzioni con il sostegno di Apulia Film Commission. Con la collaborazione di CaneCane e ClanDestino produzioni, edito da Compagnia Editoriale Aliberti. La colonna sonora originale del film è di Piero Pelù. “Tu non c’eri” OST è presente nella versione POESIA

L’intruso

sull’acqua, riempiva le reti,
i pescatori lasciavano il mestiere per seguirlo.
A una festa di nozze mancò il vino e provvide,
litri a centinaia, un colpo da maestro di vendemmie,
acqua in vasi di pietra si girava in vino.
È migliore, dissero i commensali, sì, è migliore
il vino che non costa premitura Camminava, il pane fatto senza grano e forno
il pesce che da solo salta in barca: scatenava il gratis
che appartiene alla grazia, passionale e guappa.
Veniva da un battesimo in acque di Giordano, morì poco lontano
sopra una trave a T e quando un ferro gli trafisse il fianco
spillò acqua con sangue, come breccia di parto,
morì come sorgente.
Ecco l’intruso del mondo, intriso dal grasso di tutte le colpe,
messo a sbiadire pallido di freddo in un aprile
o addirittura un marzo, oltre ottocento metri
livello del mare mai toccato.
Un Sony gargarismo d’acque in fondo a un pozzo asciutto,
uno scatarro nella tubatura delle arterie:
così scroscia la sua resurrezione.

DUE

Il due diventa unità quando si riconosce l’altro, quello che è diverso da noi, ma che ci completa e ci fa esistere insieme, quando l’Universo diventa diverso e si potrà comprendere la natura delle cose nel suo succedersi alternato fatto di giorni e di notti. l’esperienza di essere l’unità indivisibile del DUE. Ed è cosa ancor più vera quando la materia viene scissa, tuttavia l’unità del DUE resta nel cuore. per sempre.

Due

Quando saremo due saremo veglia e sonno
affonderemo nella stessa polpa
come il dente di latte e il suo secondo,
saremo due come sono le acque, le dolci e le salate,
come i cieli, del giorno e della notte,
due come sono i piedi, gli occhi, i reni,
come i tempi del battito
i colpi del respiro.
Quando saremo due non avremo metà
saremo un due che non si può dividere con niente.
Quando saremo due, nessuno sarà uno,
uno sarà l’uguale di nessuno
e l’unità consisterà nel due.
Quando saremo due
cambierà nome pure l’universo
diventerà diverso.

IL PESO DELLA FARFALLA

“Il peso della farfalla”. Questo breve ma denso racconto è come sempre per me una piacevole camminata fra prosa e poesia, lo stile di De Luca è sicuramente un suo distintivo. Questa storia da voce alla natura, ci immerge a pieno nella vita di una comunità di camosci, ci presenta il re dei camosci e con lievi pennellate ci dipinge la sua storia e la sua vita. Lo scrittore napoletano rende quasi umano questo camoscio, lo fa quasi dialogare con noi, ci fa vivere le sue emozioni e le sue paure, la sua voglia di rivalsa. Una bella metafora della vita che ci mette in armonia con la natura e ci fa scontrare con la prepotenza umana, il cacciatore forse siamo un po’ tutti noi, spesso sordi ai richiami della vita e della natura, non ci accorgiamo delle sue regole e delle sue gerarchie e per questo non le rispettiamo. Il peso della farfalla è quella leggera energia fragile e allo stesso tempo così potente da poter cambiare le cose, da poter cambiare il corso di una vita. De Luca a mio parere è uno scrittore musicale, porta nei suoi racconti quel ritmo che sicuramente ha dentro, sceglie le parole giuste, sa come giocare con le parole, conosce l note giuste. Con questo racconto De Luca ha donato il piacere di ammirare la natura e di rispettarla, ha dato spazio al valore che essa ha, e che troppo spesso dimentichiamo, ha posto l’uomo in questo contesto e ci ha fatto capire che in fin dei conti, nel nostro intimo, non siamo poi così lontani. “Il peso della farfalla”. Questo breve ma denso racconto è come sempre per me una piacevole camminata fra prosa e poesia, lo stile di De Luca è sicuramente un suo distintivo. Questa storia da voce alla natura, ci immerge a pieno nella vita di una comunità di camosci, ci presenta il re dei camosci e con lievi pennellate ci dipinge la sua storia e la sua vita. Lo scrittore napoletano rende quasi umano questo camoscio, lo fa quasi dialogare con noi, ci fa vivere le sue emozioni e le sue paure, la sua voglia di rivalsa. Una bella metafora della vita che ci mette in armonia con la natura e ci fa scontrare con la prepotenza umana, il cacciatore forse siamo un po’ tutti noi, spesso sordi ai richiami della vita e della natura, non ci accorgiamo delle sue regole e delle sue gerarchie e per questo non le rispettiamo. Il peso della farfalla è quella leggera energia fragile e allo stesso tempo così potente da poter cambiare le cose, da poter cambiare il corso di una vita. De Luca a mio parere è uno scrittore musicale, porta nei suoi racconti quel ritmo che sicuramente ha dentro, sceglie le parole giuste, sa come giocare con le parole, conosce le note giuste. Con questo racconto De Luca ha donato il piacere di ammirare la natura e di rispettarla, ha dato spazio al valore che essa ha, e che troppo spesso dimentichiamo, ha posto l’uomo in questo contesto e ci ha fatto capire che in fin dei conti, nel nostro intimo, non siamo poi così lontani. “Il peso della farfalla”. Questo breve ma denso racconto è come sempre per me una piacevole camminata fra prosa e poesia, lo stile di De Luca è sicuramente un suo distintivo. Questa storia da voce alla natura, ci immerge a pieno nella vita di una comunità di camosci, ci presenta il re dei camosci e con lievi pennellate ci dipinge la sua storia e la sua vita. Lo scrittore napoletano rende quasi umano questo camoscio, lo fa quasi dialogare con noi, ci fa vivere le sue emozioni e le sue paure, la sua voglia di rivalsa. Una bella metafora della vita che ci mette in armonia con la natura e ci fa scontrare con la prepotenza umana, il cacciatore forse siamo un po’ tutti noi, spesso sordi ai richiami della vita e della natura, non ci accorgiamo delle sue regole e delle sue gerarchie e per questo non le rispettiamo. Il peso della farfalla è quella leggera energia fragile e allo stesso tempo così potente da poter cambiare le cose, da poter cambiare il corso di una vita. De Luca a mio parere è uno scrittore musicale, porta nei suoi racconti quel ritmo che sicuramente ha dentro, sceglie le parole giuste, sa come giocare con le parole, conosce le note giuste. Con questo racconto De Luca ha donato il piacere di ammirare la natura e di rispettarla, ha dato spazio al valore che essa ha, e che troppo spesso dimentichiamo, ha posto l’uomo in questo contesto e ci ha fatto capire che in fin dei conti, nel nostro intimo, non siamo poi così lontani.

LA FACCIA DELLE NUVOLE

Ne “La faccia delle nuvole Erri de Luca stravolge gli schemi classici della narrativa far posto a una tipologia descrittiva abbastanza insolita, che coniuga il modulo della commedia con quello della saggistica, con appendice esplicativa finale. Il tutto per esporre una riflessione originale o forse, sarebbe meglio dire, un’esegesi bella e buona su una faccenda di natura teologica.

Si tratta di una storia evangelica arcinota, relativa alla vita terrena di Gesù, dalla sua nascita fino morte sul Golgota. Erri De Luca ha una profonda padronanza dell’argomento e si trova a suo agio all’interno dei contenuti biblici. Iosèf/Giuseppe, tanto per cominciare, vuol dire “colui che aggiunge” con riferimento alla storia di Giacobbe e Rachele, ma prima di cedere all’idea che si tratti del semplice ampliamento di un dizionario biblico, ci accorgiamo che in realtà l’Autore ci sta trasportando su un’esegesi tutt’altro che banale: non è più il fatto storico-spirituale in sé per sé, che pure rimane stagliato sullo sfondo in tutta la sua imponenza, ma è l’immedesimarsi nei personaggi quello che conta, l’identificazione nell’altro, una specie di conditio sine qua non per la comprensione degli aspetti umani più reconditi. Forse sta qui il senso della mutevole ‘faccia delle nuvole’, cioè del fatto che si è destinati a cambiare, proprio in virtù della capacità di identificarsi nell’altro e quindi essere l’altro. Ma la rassomiglianza non fa l’appartenenza, ci vuole un cambiamento radicale in quanto “esistono energie che trasformano dall’interno una persona”. L’Autore costruisce preziose riflessioni guardando ai protagonisti della storia come guardando a noi stessi. I personaggi in scena sono diversi: c’è il Narratore, Iosèf/Giuseppe, Miriàm/Maria, i Pastori, i tre Magi, Simone e i Doganieri. Tutti sono al servizio di una singolare esegesi che a volte ci fa sorridere, come quando osserviamo i Pastori esprimersi in napoletano, ma nello stesso tempo riusciamo anche a riflettere. C’è da riflettere sulla condizione del ‘meridionale’ ebreo Iosèf di Betlemme come sulla condizione del profugo: si è addirittura costretti a ragionare su una specie di condizione di profugo al contrario quando il Narratore, quasi ironizzando, accenna all’accoglienza concessa anche a visi pallidi e biondi A farla da padrone sono i temi della solidarietà, dell’umiltà e dell’accoglienza, del rispetto della condizione altrui. Non mancano affondi esegetici d’alta teologia nell’esame della vita terrena di Cristo, da quando si parla del suo ingresso a Gerusalemme sull’asina bianca, cavalcatura dei re, a quando si analizza il contenuto del Sermone sul monte o quando si rilevano espressioni rappresentative dell’ideologia cristiana: “La volontà di Gesù è di fare senza il potere, niente partito, niente setta… Spesso dorme all’aperto, fuori dai villaggi, è ovunque un ospite… Il suo cammino incontra spine anche prima dell’ultima Pasqua”. Si percepisce così la capacità dell’Autore di coniugare sapientemente il messaggio messianico con quello sociale, morale, spirituale e, in ultima analisi, profondamente umano che fluisce da tutto il racconto. Questo non fa che giovare alla letteratura oltre che all’etica e alla società    

Erri De Luca torna ad attingere al proprio vissuto. Il risultato è un libro di perfetta regia e ritmo impeccabile. Insieme straordina-riamente personale e civile.

“Mi può togliere un po’ di libertà di movimento, ma non la libertà che sta nelle mie ragioni e convinzioni”

A quarant’anni dal processo che li ha visti uno nei panni del pentito che rivela i nomi, l’altro in quelli dell’accusato, due uomini si incrociano su un sentiero di montagna poco battuto. Il primo è vittima di un incidente, mentre il secondo chiama i soccorsi, ma non c’è più nulla da fare. E ora se ne sta di fronte al magistrato che è convinto che quella caduta dalla Cengia del Bandiaracc sia un regolamento di conti, il duello fra due vecchi compagni di lotta e amici di gioventù, magistrato scarta l’ipotesi dell’incidente perché per lui la coincidenza di quell’incontro in montagna è impossibile; l’uomo che ha di fronte, di buoni vent’anni più anziano, gli risponde che impossibile è la definizione di un avvenimento fino al minuto prima che accada. Subito dopo diventa inevitabile. L’impossibile accade continuamente. Allora ecco che assistiamo a un serrato confronto di domande e risposte fra il giovane magistrato e l’imputato, un uomo che ha vissuto i suoi anni interrogandosi sempre e imparando a seguire il significato profondo delle parole, onorando la lingua: “perché”, dice al magistrato, “mi piace questa lingua italiana, le sue precisioni che proteggono dalle falsificazioni. La lingua è un sistema di scambio simile alla moneta. La legge punisce chi stampa biglietti falsi, ma lascia correre chi spaccia vocaboli falsi. Io proteggo la lingua che uso”. Intrecciate all’interrogatorio, si susseguono sette lettere per la donna a cui il protagonista è legato – lettere magnifiche, limpide nei sentimenti, che iniziano tutte con “Ammoremio” -, nelle quali possiamo sentire una voce più calda continuare a indagare il senso riposto del vivere, dello stare insieme agli altri, delle parole “fraternità, libertà, uguaglianza”. Pagina dopo pagina, ci si trova a mettere in dubbio anche le proprie più salde convinzioni, seguendo la voce pubblica e quella intima di un uomo coerente con se stesso, rigoroso eppure capace di infinita tenerezza, libero anche dentro una cella, proprio come in cima a una montagna.

IL  GIRO DELL’OCA

Dialogando con il figlio mai avuto, un uomo ripercorre la sua vita. Ma se a quel padre e a quel figlio dà voce Erri De Luca, le parole nate dalla notte emanano luce.“Le parole. figlio, non inventano la realtà, che esiste comunque. Danno alla realtà la lucidità improvvisa, che le toglie la sua naturale opacità e così la rivela” In una sera senza corrente elettrica, mentre rilegge Pinocchio, un uomo sente la presenza del figlio che non ha avuto, il figlio che la madre – la donna con cui in gioventù lo concepì – decise di abortire. Alla fiamma del camino, il figlio gli appare già adulto, e quella presenza basta «qui e stasera» a fare la sua paternità. Per tutta la notte al figlio «estratto da una cena d’inverno» lui racconta «un poco di vita scivolata». E così ecco l’infanzia napoletana, la nostalgia della madre e del padre, il bisogno di andare via, di seguire la propria libertà – «la libertà che ho conosciuto è stata andare e stare dove non potevo fare a meno» -, le guerre trascorse ma anche i baci che ha dato… e, a poco a poco che racconta, immagina le reazioni di questo figlio adulto, ciò che potrebbe dire, fino a che il figlio, da muto che era, prende la parola e inizia a dare voce alla propria curiosità («a proposito di maschere, di che ti vestivi a Carnevale?»), punteggia il racconto del padre con domande e osservazioni, lo guida, aiuta a mettere i dettagli a fuoco, e si fa guidare. Il monologo iniziale diventa così un dialogo a due voci, che indaga su una vita, sugli affetti, sulle scelte fatte, sui libri letti e su quelli scritti, sull’importanza delle parole e delle storie. Un’indagine che, più che tracciare un bilancio, vuol essere scandaglio, ricerca intima – quasi una rivelazione -, che accoglie l’obiezione, è aperta all’errore, si china sull’inevitabilità di ciò che è stato e salva, tramanda le qualità emerse dai ricordi («questa potrebbe essere una dote per me: imparare da qualunque esempio»). Mentre fuori si alza il vento che viene da nord e lui sistema sulla brace una fetta di pane perché, con un poco d’olio, serva a farli stare insieme ancora un po’, da «padre inesistente, padre di una sera», gli pare di sbiadire, mentre il figlio aumenta di precisione, proprio come i personaggi dei romanzi diventano più precisi e memorabili dei loro autori, proprio come Pinocchio, e non il falegname che l’ha creato, dà il nome .

LA  NATURA ESPOSTA

Un corpo a corpo con l’immagine di Dio. Erri De Luca torna a sfidare il romanzo: pagine di passione, ossessione, mistero.

«Un romanzo a tesi: prima di ogni religione vive l’umano, il sentirsi utile, la compassione verso chi sacrifica pasolinianamente il proprio corpo.»Renzo Paris, Venerdì di Repubblica. “È la misericordia in dote a ogni morte, che scioglie la disperazione dentro l’immensità di tutte le estinzioni””Mentre colpisco ho l’impressione di togliere la materia da un involucro di pietra intorno alla mia carne. Scalpello per rimuovere un imballaggio. Sotto la crosta di marmo c’è la mia forma”. Lui abita in una “terra di transiti”, sotto le montagne vicine al confine. Aiuta gli stranieri a passare oltre, di contrabbando, chiedendo per la tratta lo stesso denaro che prendono altri – il fabbro, il fornaio – ma restituendolo alla meta, perché a lui “piace essere utile all’età che da queste parti va a finire al macero, al delirio alcolico, all’ospizio”. Ma la cosa attira l’attenzione, arriva ai giornali, lo chiamano “il santo dei monti, il contrabbandiere gentiluomo”. Al fabbro e al fornaio, amici d’infanzia a cui una volta ha salvato anche la vita, la cosa non piace e lui si vede costretto ad allontanarsi dal paese per un po’, a svernare in una città sul mare. Lui sa lavorare con le mani, plasma il marmo, e grazie alla fiducia di un parroco sudamericano trova un impiego per guadagnarsi da vivere lontano da casa: riparare un grande crocifisso marmoreo, opera di un artista del secolo scorso. La nudità del Cristo, la sua “natura esposta”, è stata coperta in passato da un panno che ora la chiesa vuole rimuovere per restituire alla statua il suo primo messaggio, ma lui scopre che sotto a quel panno c’è – ultimo spasimo di una vita che si spegne – un principio di erezione. È soltanto la prima delle scoperte che, nel corpo a corpo con la statua, si rivelano alle sue mani che scalpellano, che indagano, che cercano il significato di qualcosa che lo riguarda da molto vicino…

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GLI ANNI DI RAME

Notizie dal remoto settimo decennio del secolo passato: la televisione era pubblica e democristiana, nel mondo i partiti di sinistra si chiamavano comunisti e nelle piazze italiane circolava la più forte e radicata sinistra rivoluzionaria di Occidente.

Agli anni di piombo, la metafora usata per raccontare in modo negativo gli anni settanta, Erri De Luca contrappone la visione degli anni di rame. Perché il rame? Perché questo metallo permette come nessun altro la conduzione, la connessione e dunque la possibilità dello scambio, della comunicazione e della parola. Gli anni settanta, quindi, come anni di grande comunicazione e di vibratile connessione tra gli esseri umani. Una fase straordinaria della nostra storia. Un decennio di grande felicità e di libertà. È da quell’humus vitale, da quel respiro collettivo, da quel sentire concreta la possibilità di un altro mondo, che Erri De Luca trae ancora ispirazione. Perché sono desideri, quelli provati in quegli anni, che si sono inscritti nel profondo nell’animo degli uomini e delle donne che hanno attraversato in modo protagonista quella stagione. In questo libro sono raccolti diversi testi di Erri De Luca, inequivocabilmente politici, in cui accanto alle considerazioni sulla questione della No Tav appaiono anche le sue emozioni politiche oggi, in una fase in cui la sinistra sembra aver perduto ogni legittimità politica nel nostro Paese. I quattro testi raccolti in questo libro sono i due inediti “A processo in corso” e “Sentimenti politici di un cittadino” (nuova prefazione a “Senza sapere invece”), oltre ai già pubblicati “Senza sapere invece” e “La parola contraria”.

Quarta di copertina / Trama

Agli anni di piombo, la metafora usata per raccontare in modo negativo gli anni settanta, Erri De Luca contrappone la visione anni di rame. Perché il rame? Perché questo metallo permette come nessun altro la conduzione, la connessione e dunque la possibilità degli dello scambio, della comunicazione e della parola. Gli anni settanta, quindi, come anni di grande comunicazione e di vibratile connessione tra gli esseri umani. Una fase straordinaria della nostra storia. Un decennio di grande felicità e di libertà. È da quell’humus vitale, da quel respiro collettivo, da quel sentire concreta la possibilità di un altro mondo, che Erri De Luca trae ancora ispirazione. Perché sono desideri, quelli provati in quegli anni, che si sono inscritti nel profondo nell’animo degli uomini e delle donne che hanno attraversato in modo protagonista quella stagione. In questo libro sono raccolti diversi testi di Erri De Luca, inequivocabilmente politici, in cui accanto alle considerazioni sulla questione della No Tav appaiono anche le sue emozioni politiche oggi, in una fase in cui la sinistra sembra aver perduto ogni legittimità politica nel nostro Paese.I quattro testi raccolti in questo libro sono i due inediti A processo in corso e Sentimenti politici di un cittadino (nuova prefazione a Senza sapere invece), oltre ai già pubblicati Senza sapere invece e La parola contraria. (Ed. Feltrinelli)

INCIPIT

Notizie dal remoto settimo decennio del secolo passato: la televisione era pubblica e democristiana, nel mondo i partiti di sinistra si chiamavano comunisti e nelle piazze italiane circolava la più forte e radicata sinistra rivoluzionaria di Occidente. Un fantasioso ministro degli Interni, cioè di polizia, inventava squadre speciali di agenti in borghese che sparavano contro le manifestazioni pubbliche di quella sinistra rivoluzionaria.
Il fantasioso ministro si sarebbe distinto per incompetenza durante i giorni del rapimento di Aldo Moro, dando le dimissioni al termine di quel sequestro. Per questi risultati fu eletto presidente della Repubblica.
Questa era l’aria che girava nel palazzo dei poteri, in quel settimo decennio.

IMPOSSIBILE

Questo libro, accolto con critiche, perché tratta ideologie politiche, come se  volesse  “catechizzare” un po’ troppo, ma la quasi totalità dei lettori  vi  hanno  ritrovato, dopo un bel po’di tempo, quel Erri De Luca penetrante, come se si stesse  seduti ad un tavolo di fronte a lui ad ascoltarlo raccontare. Poco più di 120 pagine per parlare di ideali traditi, di valori traditi, di gente che ha tradito i compagni pur conservando per loro un profondo rispetto. Poche pagine ma tanta carne al fuoco. I valori di una volta contro quelli di oggi; l’individualismo contro il senso di appartenenza. Un incidente/omicidio come pretesto per la storia, un interrogatorio come specchio di due mondi diversi, di due stili e ideali di vita diversi. Scontro tra vecchio e nuovo. A quarant’anni dal processo che li ha visti uno nei panni del pentito che rivela i nomi, l’altro in quelli dell’accusato, due uomini si incrociano su un sentiero di montagna poco battuto. Il primo è vittima di un incidente, mentre il secondo chiama i soccorsi, ma non c’è più nulla da fare. E ora se ne sta di fronte al magistrato che è convinto che quella caduta dalla Cengia del Bandiaracc sia un regolamento di conti, il duello fra due vecchi compagni di lotta e amici di gioventù, ritrovatisi poi l’uno contro l’altro. Il magistrato scarta l’ipotesi dell’incidente perché per lui la coincidenza di quell’incontro in montagna è impossibile; l’uomo che ha di fronte, di buoni vent’anni più anziano, gli risponde che impossibile è la definizione di un avvenimento fino al minuto prima che accada. Subito dopo diventa inevitabile. L’impossibile accade continuamente. Allora ecco che assistiamo a un serrato confronto di domande e risposte fra il giovane magistrato e l’imputato, un uomo che ha vissuto i suoi anni interrogandosi sempre e imparando a seguire il significato profondo delle parole, onorando la lingua: “perché,” dice al magistrato, “mi piace questa lingua italiana, le sue precisioni che proteggono dalle falsificazioni. La lingua è un sistema di scambio simile alla moneta. La legge punisce chi stampa biglietti falsi, ma lascia correre chi spaccia vocaboli falsi. Io proteggo la lingua che uso”. Intrecciate all’interrogatorio, si susseguono sette lettere per la donna a cui il protagonista è legato – lettere magnifiche, limpide nei sentimenti, che iniziano tutte con “Ammoremio” –, nelle quali possiamo sentire una voce più calda continuare a indagare il senso riposto del vivere, dello stare insieme agli altri, delle parole “fraternità, libertà, uguaglianza”. Pagina dopo pagina, ci si trova a mettere in dubbio anche le proprie più salde convinzioni, seguendo la voce pubblica e quella intima di un uomo coerente con se stesso, rigoroso eppure capace di infinita tenerezza, libero anche dentro una cella, proprio come in cima a una montagna.

LA DOPPIA VITA DEI NUMERI

Già con “Morso di luna nuova“, Erri De Luca si era cimentato in una storia in tre atti scritta completamente in dialetto napoletano. Con il suo ultimo libro “La doppia vita dei numeri“ (Feltrinelli, 2012), lo scrittore ritorna a una storia in tre atti, anche se stavolta sceglie l’italiano. Nell’introduzione, in cui dà ampio spazio al concetto di teatralità che vive proprio per le strade e i vicoli di Napoli, De Luca spiega come il libro si rifaccia ai ricordi familiari, alle sere di capodanno trascorse in famiglia, quando c’erano tutti e insieme si giocava a tombola.E’ la notte di capodanno e in una casa di Napoli un uomo e una donna aspettano il nuovo giorno dell’anno. Sono fratello e sorella: lui, restio alle feste, vorrebbe che tutto passasse in fretta; lei vuole invece rispettare la tradizione, con gli auguri di rito, una tipica cena napoletana consumata insieme e infine una tombolata.

E’ la notte di capodanno e in una casa di Napoli un uomo e una donna aspettano il nuovo giorno dell’anno. Sono fratello e sorella: lui, restio alle feste, vorrebbe che tutto passasse in fretta; lei vuole invece rispettare la tradizione, con gli auguri di rito, una tipica cena napoletana consumata insieme e infine una tombolata. Loro sono in due, ma i posti a sedere diventeranno quattro, perché a partecipare saranno anche gli assenti, i loro genitori, visibili solo agli occhi dell’uomo, che li percepisce in età ancora giovane; un’età, gli svela la madre, in cui sono stati davvero felici.
I numeri vengono pescati e via via, oltre alla smorfia (una particolare interpretazione di ogni numero), l’uomo inventa delle storie particolari e divertenti, alle quali hanno voce anche le assenze. Erri De Luca non si smentisce e non delude. Lontano da Napoli ormai da anni, fa però sempre ritorno con i ricordi, con voci che arrivano da lontano, con assenze che ritornano ad essere presenti per non far sentire la nostalgia, perché come dice il personaggio femminile:

“E’ la tua città. Tu sei timbrato Napoli, come la mia finestra. La tieni scritta in faccia la provenienza. Rughe napoletane, mani che fanno mosse napoletane, pure quando stai zitto, fai un silenzio napoletano. Te la porti tatuata addosso la città“.

Lo scrittore a lungo dirigente di Lotta Continua – di Antonio Castaldo /Corriere TV  (28 maggio 2018)

Erri De Luca è uno scrittore, un romanziere. Ma è anche un reduce e un rivoluzionario «a riposo». Nella sua casa immersa nella campagna romana ricorda il ‘68, quell’anno lunghissimo del movimento che si può stiracchiare fino al 1977, e che per lui durò invece fino alla fine del 1980, con le 37 giornate di Torino, l’occupazione della Fiat nell’autunno di quell’anno. Come ha raccontato a Paolo Brogi in «‘68 Ce n’est qu’un début, storie di un mondo in rivolta» (Imprimatur Editore), arrivò a Roma nell’autunno del 1968, con in tasca soltanto un diploma liceale, in fuga da Napoli e dalla famiglia: «Sono approdato a una camera ammobiliata, una stanza con tre letti che condividevo con altri due. Io ero il più giovane». Fin da subito ha aderito al movimento Gaos, guidato da Paolo Liguori, oggi celebre giornalista. E da lì è passato a Lotta Continua. «Io ho un bilancio molto positivo della mia militanza – spiega oggi lo scrittore – ho fatto quello che dovevo fare insieme alla comunità di cui mi sentivo parte: la riforma carceraria, la riforma del carcere di Gaeta, i successi sindacali». Il delitto Calabresi? «Non è ancora possibile parlarne con la dovuta serenità — risponde —. Il dibattito su quegli anni si svolge ancora tra accusatori e accusati, perciò siamo ancora in regime di istruttoria, giudici e imputati. Gli argomenti risentono di questa disparità di livelli»

LE  RIVOLTE INESTIRPABILI Immigrati, rom, sans-papier, profughi, rifugiati e rifiutati, concentrati, espulsi. Milioni di piedi decisi a resistere, fermi, e milioni di piedi in movimento. Noi e gli altri. Milioni di ‘altri’ che abbiamo fra noi, a incrociare le vite con le nostre, tornano in questo volume, nella cadenza dei testi di Erri De Luca e delle fotografie di Danilo De Marco. Sguardi colti nei luoghi più diversi del terzo e quarto mondo, nel pugno chiuso e alzato di bambini, ragazze e donne, nella fierezza e nella tenerezza di gesti e corpi di altre culture.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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