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CARMELO ALIBERTI – Continuava a lavorare sull’opera di Camilleri,continuando ad ampliare e approfondire vita tematiche e linguaggio,quando il grande scrittore scomparve. Ora Aliberti sta completando il suo Camilleri,pubblicato dalla BastogiLibri e presto uscirà il nuovo volume,di cui ne anticipiamo alcune pagine…

Il  grande Maestro Andrea Camilleri è volato verso l’infinito.

Alle ore 8,20 di Mercoledì, lo scrittore, regista,critico,sceneggiatura si è spento il Gigante della letteratura,del cinema e del teatro Andrea Camilleri,ricoverato dal 17 giugno nel reparto di rianimazione dell’Ospe dale “Bambin Gesù di Roma,in seguito ad un attacco cardiaco, mentre si accingeva a provare la recita che avrebbe dovuto raccontare il 15 luglio  sul palco alle Terme di Caracalla,l’ultima sua creatura teatrale: Non uccidete Caino,dopo l’immenso successo riscosso con il suo “Dialogo su Tiresia”,rappresentato il 18 giugno 2018 al teatro greco di Siracusa e trasmesso anche in TV.   

La storia di Caino, il primo assassino sulla faccia della Terra,  diventato l’emblema del Male,rappresenta il traguardo finale del percorso culturale e ideale dello scrittore di Porto Empedocle,che attraverso le moltissime pagine dei suoi libri,oscillando tra il trasparente realismo di tante sue storie siciliane,insegue i misteri che ne occultano reati e delitti, compiuti nel presente e bene incartate nelle ermetiche ombre del passato,come in una determinata volontà di detergenza etica,nello stanare  e punire severamente  le belve umane ,emblema simbolico di un grande scrittore che combatte la sanguinosa violenza e ogni forma di reato compiuto ai danni degli onesti siciliani, dimostrando concretamente il trionfo del diritto di tutti di fronte alla legge, sorretto dalle categorie della coscienza. Il suo commissario Montalbano riesce a penetrare nella rete di indagini a diversi livelli sociali,ma non conosce alcun compromesso o copertura salvifica per i delinquenti di ogni tipologia,conducendo investigazioni penetranti con semplicità e correttezza senza alcuna subdola forzatura e con il massimo rispetto della dignità della persona, ma umanamente si sente vicino ai deboli e agli sfrattati dal circuito dignitoso della vita.Lo stesso clima di familiarità e di figucia regna tra i suoi collaboratori,a cui affida operazioni investigative di estrema delicatezza, tese a scoprire i tasselli essenziali per poter ridisegnare il mosaico del delitto.Negli algoritmi dei suoi romanzi l’obiettivo è rappresentato dallo sradicamento del male,serpeggiante nella società e il suo viaggio esplorativo delle stazioni del flagello sociale è simile  a quello del profeta che scopre tutte le aree del regno della malvagità umana e metaforicamente preavverte l’uomo della venefica ferocia che lo assedia,suggerendogli una profonda riflessione sulla preziosità della vita.Il codice della lotta contro ogni tipologia di trasgressione domina nella filosofia esistenziale di Camilleri,che lo affida ai suoi affidabili personaggi,coordinati e guidati dal suo Commissario Montalbano,un uomo,un profeta e un dio laico, che opera per un presente e un futuro meno avvelenato della società. Ma l’intera sua fatica di scrittore non si limita solo a raccontare storie di delitti destinati allo schoop pubblicitari o a radiografare la Sicilia come terra snaturata e immobile nella sua fissità geografica,galleggiante sulle onde di un corrosivo flusso e riflusso della storia afasica e immutabile,ma come creatura scacciata in una piatta quotidianità, vissuta nel recinto di una realtà che o accetta, rassegnata al diluvio del male occulto nello sterile conformismo e nell’omertà,o dovrà acquisire una comune coscienza reattiva per liberarsi dalle catene chel’anestesiz- zano per sempre. A tal fine, Camilleri coerentemente e tenacemente non si arrende sul solo binario di lotta investigativa,ma cambia registro nelle opere più interiorizzate e chiaramente formative,come nel testamento realistico scritto come guida esistenziale alla sua nipotina Martina di quattro anni,che gioca sotto la scrivania del non no,che sembra dialogare con la bambina silenziosa in ascolto del racconto della vita del nonno,che le consiglia di leggere il suo romanzo autobiografico,a vent’anni,quando la mamma potrà spiegarle le cose che Lei non sa. Nella rivelazione di tante esperienze e problematiche,emerge anche un’ideologia etica di attacco aperto per la disvelazione dei torbidi rapporti di affari sporchi  intrecciati tra mafia e politica, che continuano a cooperare in operazioni anche criminali,in tutti i finanziamenti statali,sia destinati alla costruzione di strutture necessarie alla comunità, sia nell’apparente meraviglia e falsa indignazione delle notizie, pubblicate dalla stampa, di divisione di tangenti e di corruzione a danno dello Stato, di concertazione di dossier sugli avversari che possono intralciare i loro piani di lucro,utilizzando la poltrona parlamentare come scudo,per evitare di essere indagati o per seppellire nel loro stesso sangue chi osa informare l’opinione pubblica di tante complicità nelle stragi memorabili, su cui non si è fatta volutamente chiarezza,promessa ad ogni tornata elettorale,da parte dei potentati politici. Come l’indovino Tiresia, profeta di tanti mali, Camilleri, interpretandolo personalmente, con un intreccio sostanzialmente autoreferenziale, ma con l’umiltà degli uomini Grandi e irraggiungibile, indossa i panni di colui che conosce le storture del presente e del futuro, fu costretto ad una terribile fine, perché il serpente umano è propenso biologicamente all’assuefazione del malefico sadismo. Tiresia, a cui gli dei diedero nei secoli otto vite,alla fine della rassegna di eventi storici e mitologici, si augura di poter rivedere quello stesso pubblico, tra cento anni, forse per fare un bilancio del male nel mondo,o forse per aggiornare il grado di livello umanistico della coscienza collettiva e di ripartire ancora per poter riuscire a capire gli orizzonti dell’infinito. E’ rimasto sulla scrivania l’ultima sua opera teatrale,già indicata, tappa finale del suo lungo percorso investigativo, “Non uccidete Caino”, in cui pietà,  razionalità, sentimento d’amore e vocazione al perdono, inducono Abele ad assolvere il fratello che fu guidato nel compiere il fratricidio da un irresponsabile furore interiore,perché l’invidia spinge l’uomo ai più orrendi delitti, o perché esecutore del delitto sarebbe potuto essere lo stesso Abele. Con questo drammatico dilemma finale,che scaturisce,come sempre,nell’agone dell’esistenza umana, fin dalle origini del mondo, Camilleri ci lascia in eredità un prototipo di modello esistenziale,elaborato sui sentieri della cultura dell’”homo sapiens”, a cui affida  la fiducia nella resistenza della speranza, che ci aiuterà ad evadere dalla giungla del mondo e poter lanciarsi verso la comprensione dell’nfinito, dove esiste il regno della felicità. Servirebbe un’intera vita per riuscire a capire i rivolgimenti interiori, serenamente trasferiti in migliaia di pagine, su cui  l’umana ragione deve essere sempre impegnata a frugare per capire il segreto che veleggia e permea invisibilmente un inespugnabile infinito.

  Chi scrive,ha esplorato le orme indelebili da te lasciate sul fango della terra e ha costantemente inter loquito con i tuoi personaggi,nei quali sentivoo sempre la tua voce sapiente. Continuerò ancora ad inte terloquire con te per chiederti risposte alle incertezze cognitive che forse ancora non sono state dissolte. Perciò, non ti dico addio,né piango per te,perché tu non morirai mai sia per me,sia per il mondo che ti ha apprezzato e onorato e che sarà sempre vicino a te,perché tu hai dimostrato al mondo di essere un Nobilissimo uomo, un cittadino stracolmo di valori assoluti.un vero maestro di vita ed hai indicato all’uomo la cultura come volano dei nostri passi nelle pastoie della terra.

 “Se potessi vorrei finire la mia carriera seduto in una piazza a raccontare storie e alla fine del mio ‘cunto’, passare tra il pubblico con la coppola in mano”. Camilleri ha sempre definito la sua ambizione di scrittore simile a quella del contastorie, del poeta ambulante che con la sua capacità affabulatoria incanta e seduce chi lo ascolta. E grazie alla sua capacità di narrare storie Camilleri è diventato il più letto scrittore italiano, inventando una lingua e mettendo in condizione i suoi lettori di comprenderla, di parlarla, di amarla. A novantatré anni, dopo il successo di Conversazione su Tiresia, Camilleri torna a raccontarci in prima persona la storia di Caino e del come e perché uccise suo fratello Abele.Un racconto che si avvale molto di testi ebraici,latini,greci,italiani e musulmani, discostandosi perciò dalla tradizione cattolica. Camilleri svela alcuni aspetti inediti del personaggio biblico: Caino è stato il fondatore di quella che è oggi la Civiltà dell’Uomo nei suoi aspetti non solo sociali ma anche artistici. 
Un viaggio attraverso la Voce di Camilleri, una voce che proviene dall’antro della Storia e che modula il racconto.sconfinando.nel.tempo. “Io fui semplicemente colui che mise per primo in atto il male. Che compì l’azione del male. Tramutando ciò che era in potenza, in atto”.

(Teatro dell’Opera di Roma), 23.5.2019)

CAMILLERI ANCHE MAESTRO DI PACIFICA CONVIVENZA DEMOCRATICA

Da Tiresia, a Caino e Abele.

CAMILLERI FU ANCHE UN ACUTO OSSERVATORE ED ESPLORAZIONI POLITICHE E,DA UN PERCORSO FORMATIVO INGENUAMENTE ACCETTATO,ATTRAVERSO LA CONIUGAZIONE DI REALTA’,  DI SENSIBILITA’ SOCIALE E RAZIONALITA’,APPRODO’AD UNA VISIONE DELLA SOCIETA’ ATTUALE DOMINATA TIRANNICAMENTE DALL’AVIDITA’,DIVORATRICE DI SENTIMENTI,STORIA,E RESA INCONDIZIONATA DEI POVERI E DEGLI INDIFESI,CONSAPEVOLE CHE SOLO I GIOVANI,AMMAESTRATI DALLA GRANDEZZA DEL PENSIERO CLASSICO,LIBERI DA OGNI PREVENZIONE E PRONTI A SCONFIGGERE GLI INGANNI DEI GOVERNI, IMPROPRIAMENTE SEDICENTI DEMOCRATICI,POTRANNO CAMBIARE IN MEGLIO IL LORO FUTURO. APPROFONDISCE IL TEOREMA DELLA DEMOCRAZIA,NON SOLO ATTRAVERSO IL RICHIAMO DELLE INIQUITA’ E DELL’INVISIBILE MASSACRO DELLE MASSE E DELLA MORTE CIVILE E FISICA, CON LE BEN AFFILATE ARMI DELLA RETORICA SUBDOLA DELLE PROMESSE PER STRAPPARE IL CONSENSO DI COMUNITA’ DEVASTATE DALLA MANCANZA DI TUTTI. INVITATO IN DIVERSE SCUOLE, EGLI PARTICOLARMENTE IL 17 GIUGNO DEL 2017, OSPITE DI QUELLA SCUOLA DOVE AVEVA STUDIATO,DOPO AVER OPERATO UNA RICOGNIZIONE DELLA DEMENZA O IGNORANZA DEI TITOLARI DEL POTERE,SPIEGO’ LETTERALMENTE LA LETTERA DI PERICLE AGLI ATENIESI, MOLTO ATTUALE E UTILE PER RICOSTRUIRE LA VERA ISTITUZIONE DEMOCRATICA, CON UNA OCULATA SCELTA DEGLI UOMINI MIGLIORI PER CAPACITA’,VOCAZIONE DEMOCRATICA E MORALITA’. ECCO IL TESTO DEL DISCORSO AGLI ATENIESI::  

Il celebre discorso di Pericle, politico, oratore e militare ateniese, rivolto ai suoi concittadini sulla democrazia  

Un discorso tenuto in commemorazione dei caduti del primo anno della guerra del Pelopponeso (431 a.C.), riportato (o ricostruito) da Tucidide.

E’ stato osservato da alcuni studiosi che si tratta, evidentemente, da parte di Pericle, di una idealizzazione estrema del concetto di democrazia, non facile da applicare nella giungla della politica concreta. Tuttavia, l’appello dello scrittore Camilleri agli studenti liceali, di «costruirvi il futuro, di rifare la politica, perché voi siete giovani e potete permettervelo», è splendidamente sottolineato dall’invito di Pericle alla moralizzazione della politica stessa, per cui «un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private».Di particolare interesse e modernità anche la riflessione finale di Pericle che parlando di Atene, che in quel momento storico esercita un’egemonia incontrastata nel mondo greco e non solo, ricorda «che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero» , a differenza invece invece di quanti oggi, tanti, troppi, anche tra i cattolici,  auspicano nei confronti delle nuove migrazioni, in aperto contrasto con la lettera del Vangelo.(nota Famiglia Cristiana).

Riportiamo qui integralmente il celebre discorso di Pericle, politico, oratore e militare ateniese, rivolto ai suoi concittadini sul tema della democrazia. Un di scorso tenuto in commemorazione dei caduti del primo anno della guerra del        Pelopponeso (431 a.C.), riportato (o ricostruito) da Tucidide.E’ stato osser vato da alcuni studiosi che si tratta, evidentemente, da parte di Pericle, di una idealizza zione estrema del concetto di democrazia, lontana dall’applicazione reale della politica concreta. Tuttavia, l’appello dello scrittore Camilleri agli studenti liceali, di «costruirvi il futuro, di rifare la politica, perché voi siete giovani e potete permettervelo», è splendidamente sottolineato dall’invito di Pericle alla moralizzazione della politica stessa, per cui «un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private».Di particolare interesse e modernità anche la riflessione finale di Pericle che parlando di Atene, che in quel momento storico esercita un’egemonia incontrastata nel mondo greco e non solo, ricorda «che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero», a differenza invece invece di quanti oggi, tanti, troppi, anche tra i cattoliciauspicano nei confronti delle nuove migrazioni, in aperto contrasto con la lettera del Vangelo.

 

PERICLE, DISCORSO AGLI ATENIESI, 431 A.C.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Invito in scena con delitto

Perché Camilleri torna a teatro?

«Perché sono un contastorie. In fondo non sono mai stato altro».  L’anno scorso il monologo sul greco Tiresia, adesso sul biblico Caino, il prototipo di tutti gli omicidi, un po’.il.patrono.di.voi.giallisti.Lei.lo.riabilita. 
«Nella tradizione ebraica, e in parte anche in quella musulmana, esistono una miriade di controstorie che ci raccontano un Caino molto diverso da quello della Bibbia. Su queste abbiamo lavorato».

Che dicono? 

«Per esempio che né lui né Abele sarebbero figli di Adamo ed’Eva». 

E di chi allora? 

«Abele dell’unione tra la donna e un arcangelo, Caino di quella tra lei e un demonio. Se ne ricava che l’infedeltà coniugale nacque contestualmente alla prima e unica coppia del mondo». 

Vatti a fidare. 

«Non solo. In alcune di quelle antiche narrazioni lo scontro tra i due fratelli ne rovescia in qualche modo le posizioni rispetto al testo biblico. Quando vengono alle mani, Abele, che è il più grosso, sta per sopraffare Caino che per la prima volta nella storia dell’umanità legge negli occhi del fratello l’intenzione di uccidere». 

Poi però avviene un ribaltamento. 

«Sì, ma uccidendo Abele, è come se Caino dicesse: se l’avessi lasciato fare sarebbe stato lui e non io il primo assassino dell’umanità».

Facendolo fuori lo salva dall’empietà dell’omicidio.

«E lascia aperto un dubbio: forse non ero io quello condannato al Male in quanto figlio del demonio e lui quello destinato al Bene perché generato da un angelo. Viene fuori così la visione di un Male che non è legato alle nostre origini come una maledizione, ma è una nostra scelta».
Pure Caino è stato un grande incompreso. Il processo va rifatto. 

«C’è tutta una parte del mito che è affascinante, ma totalmente ignorata. È quella del Caino fondatore di città, inventore dei pesi e delle misure, della lavorazione del ferro… Ma soprattutto quella di Caino inventore della musica. Il Caino che dice: “Ecco io so, ne sono sicuro, che davanti a Dio l’avere inventato la musica è valso più di ogni sincero pentimento”».

Però una volta lei ha detto: «Sono convinto che gli assassini e in genere i delinquenti siano sostanzialmente degli imbecilli». Ribadisce?

«Assolutamente. Chi crede al delitto perfetto che cos’è se non un imbecille? Una minima cretinata lo tradirà. E del resto a che cosa porta il delitto? A nulla. Hai solo momentaneamente eliminato un ostacolo. A meno di non adottare il principio staliniano secondo il quale ogni uomo è un problema ed eliminato lui, eliminato il problema. Era un’idea a suo modo visionaria (risata). Solo che comporta morti a milioni».

Da regista, lei ha lasciato il teatro negli anni 70. Che effetto le fa tornarci adesso da attore?

«Sono in tensione, ma relativa. È tale e tanto l’afflusso dell’adrenalina che non soffro più né il caldo né il freddo».

(Da un’intervista di Marco CicalaIl Venerdì di Repubblica, 7.)

Biografia

 

Studi e formazione

Andrea Calogero Camilleri nasce il 6 settembre 1925 a Porto Empedocle (AG) figlio unico di Carmelina Fragapane e di Giuseppe Camilleri, ispettore delle compagnie portuali che partecipò alla Marcia su Roma.Vive a Roma dalla fine degli anni quaranta e dal 1968  trascorre alcuni mesi l’anno a Bagnolo, frazione di Santa Fiora, nel territorio del Monte Amiata in Toscana. Dal 26 settembre 2014 è cittadino onorario del borgo toscano, da lui descritto come suo “luogo del cuore”; il 14 agosto 2017 gli viene intitolato il Teatro Comunale del paese grossetano.Dal 1939 al 1943, dopo una breve esperienza in Collegio Vescovile “Pio X“, dal quale fu espulso per aver lanciato delle uova contro un crocifisso, studia al Liceo Classico “Empedocle di Agrigento dove nel 1943 otterrà la maturità senza fare esami, poiché, a causa dei bombardamenti e in previsione dell’imminente sbarco in Sicilia delle forze alleate, le autorità scolastiche decisero di chiudere le scuole e di considerare valido il secondo scrutinio trimestrale.            A giugno dello stesso anno comincia, come ricorda lo scrittore, «una sorta di mezzo periplo della Sicilia a piedi o su camion tedeschi e italiani sotto un continuo mitragliamento per cui bisognava gettarsi a terra, sporcarsi di polvere, di sangue, di paure». Tra il 1946 e il 1947 vive a Enna, in due misere stanzette prive di riscaldamento, e casualmente, dapprima attirato dal tepore, comincia a frequentare con assiduità la Biblioteca Comunale diretta dall’avvocato Fontanazza. Diventato suo amico questi gli fa conoscere gli scritti originali di due celebrità letterarie locali: Nino Savarese eFrancesco Lanza. Diventa anche amico di Franco Cannarozzo, che poi divenne un famoso scrittore di romanzi di fantascienza con lo pseudonimo di Franco Enna. Camilleri ricorda che il periodo ennese lo indusse a partecipare a certamen letterari, e fu proprio nel 1947 che vinse il Premio Firenze con alcune sue poesie da lui scritte e lette) attesta il debito letterario verso Enna: «…Ed io, proprio in quelle due stanzette, credo di essermi formato come scrittore»  omincia a lavorare come regista teatrale nel 1942. Nel 1944 si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo, ma non consegue la laurea S’iscrive al Partito Comunista Italiano e dal 1945 pubblica racconti e poesie, arrivando anche fra i finalisti del Premio Saint Vincent. Nel 1949 viene ammesso, unico allievo regista per quell’anno, all’Accademia nazionale d’arte drammatica, dove conclude gli studi nel 1952, contemporaneamente ad allievi attori che diverranno celebri, come Luigi Vannucchi, Franco Graziosi e Alessandro Sperlì, con i quali stringe amicizia; da allora esegue la regia di più di cento opere, soprattutto di drammi di Pirandello. Tra il 1945 e il 1950 pubblica racconti e poesie, vincendo anche il Premio Saint Vincent. Alcune sue poesie vengono pubblicate in un’antologia curata da Giuseppe Ungaretti. Scrive i suoi primi racconti per riviste e per quotidiani come L’Italia socialista e L’Ora di Palermo. È il primo a portare Beckett in Italia, di cui mette in scena Finale di partita nel 1958 al Teatro dei Satiri di Roma e poi ne cura una versione televisiva con Adolfo Celi e Renato Rascel. A Camilleri si devono anche le rappresentazioni teatrali di testi di Ionesco (Il nuovo inquilino nel 1959 e Le sedie nel 1976), Adamov (Come siamo stati nel 1957, prima assoluta in Italia), Strindberg, T. S. Eliot. Porta in teatro i poemi di Majakovskij nello spettacolo Il trucco e l’anima.

Carriera in Rai

Nel 1954 partecipa con successo a un concorso per funzionari Rai, ma non viene assunto poiché comunista, come disse lui stesso.Entra alla Rai tre anni dopo. Nel 1957 sposa Rosetta Dello Siesto da cui ha tre figlie e quattro nipoti. Insegna al Centro sperimentale di cinematografia di Roma dal 1958 al 1965 e poi dal 1968 al 1970; è titolare della cattedra di regia all’Accademia nazionale d’arte drammatica dal 1977 al 1997. Scrive su riviste italiane e straniere (Ridotto, Sipario, Il dramma, Le thèâtre dans le monde) e dal 1995 su l’«Almanacco letterario» (Edizione dell’Altana). Dal 1959 a tutti gli anni sessanta, tra le molte produzioni Rai di cui si occupa come delegato alla produzione hanno successo gli sceneggiati Le avventure di Laura Storm, con Lauretta Masiero, e le fiction con il tenente Sheridan, protagonista Ubaldo Lay (fra cui la miniserie La donna di quadri), Le inchieste del commissario Maigret, protagonista Gino Cervi. Nel 1968 cura la regia del teleromanzo Lazzarillo, tratto dal romanzo Lazarillo de Tormes, con Paolo Carlini e Vittorio Guerrieri.

Scrittore

Nel 1978 esordisce nella narrativa con Il corso delle cose, scritto dieci anni prima e pubblicato gratuitamente da un editore a pagamento con l’impegno di citare l’editore stesso nei titoli dello sceneggiato TV  La mano sugli occhi tratto dal libro che non viene distribuito e rimane ignoto al pubblico dei lettori.Nel 1980 pubblica con Garzanti Un filo di fumo, primo di una serie di romanzi ambientati nell’immaginaria cittadina siciliana di Vigata a cavallo fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Grazie a quest’ultima opera Camilleri riceve il suo primo premio letterario a Gela. Nel 1984 pubblica, per Sellerio editore, La strage dimenticata, senza successo.Nel 1992 riprende a scrivere dopo dodici anni di pausa e pubblica La stagione della caccia e nel 1993 La bolla di componenda, entrambe presso Sellerio EditoreNel 1994 pubblica La forma dell’acqua, primo romanzo poliziesco con il commissario Montalbano e successivamente (1995) Il birraio di Preston, che partecipa al Premio Viareggio e grazie al commissari Montalbano quale, pur senza classificarsi, riesce a ottenere un discreto successo di pubblico. Con quest’opera partecipa a Siracusa, nel 1996, anche al Premio Vittorini, entra nella rosa dei tre vincitori ma il Superpremio della giuria viene aggiudicato a Gustaw Herling. Camilleri diventa un autore di grande successo e i suoi libri, ristampati più volte, vendono mediamente intorno alle 60 000 copie, anche se non tutti trovano il consenso unanime della critica che lo accusa di essere a volte ripetitivo.

Camilleri nel 1998, «assittato» a leggere nella sua casa romana (FOTO)

Dal 1995 al 2003 si amplia il fenomeno Camilleri, che di fatto esplode nel 1998. Titoli come Il Birraio di Preston(1995) (quasi 70.000 copie vendute), La concessione del telefono e La mossa del cavallo (1999) vanno a ruba, mentre la serie televisiva su Montalbano, interpretato da Luca Zingaretti, ne fa ormai un autore cult. Nel 2001 viene pubblicato il romanzo Il re di Girgenti, ambientato nel Seicento, interamente scritto in siciliano inframmezzato con lo spagnolo. Alla fine del 2002 accetta la nomina di direttore artistico del Teatro Comunale Regina Margherita di Racalmuto, inaugurato nel febbraio 2003 alla presenza del Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi. Pubblica, sempre con Sellerio, altri romanzi: nel 2004 La pazienza del ragno, nel giugno 2005:La luna di carta tutti con protagonista Salvo Montalbano A marzo 2005 viene edito Privo di titolo. Tra il 2006 e il 2008, pubblica altri cinque romanzi che hanno per protagonista Montalbano: La vampa d’agosto, Le ali della sfinge, La pista di sabbia, Il campo del vasaio, L’età del dubbio Nel 2007 vince il Premio letterario “La Torre – Isola d’Elba”. Il 2009 incomincia con il romanzo La danza del gabbiano, vincitore nello stesso anno della XXVI edizione del Premio Cesare Pavese. Tutti presso Sellerio nella collana La Memoria, fondata da Leonardo Sciascia. Nel 2010 nella stessa collana escono i successivi romanzi di Montalbano, La caccia al tesoro e Il sorriso di Angelica, ai quali si affianca un terzo romanzo, Acqua in bocca, pubblicato da minimum fax. Scritto insieme con Carlo Lucarelli nella forma “epistolare” già sperimentata con successo ne La scomparsa di Patò, il romanzo vede per la prima volta il commissario Montalbano interagire con un altro investigatore letterario, l’ispettore Grazia Negro creata appunto da Lucarelli. Nel febbraio 2008 per Mondadori pubblica Il tailleur grigio e nel giugno dello stesso anno con Sellerio Il casellante, secondo romanzo di una trilogia di romanzi fantastici, primo dei quali è il romanzo Maruzza Musumeci pubblicato nel 2007, conclusasi nel 2009 con Il sonaglioInoltre, sempre nel 2008, pubblica, per la prima volta sul web (e precisamente sul q uotidiano on-line) un suo racconto, La finestra sul cortile (già apparso in versione cartacea sul mensile Il Nasone di Prati), che vede come protagonista sempre il commissario Montalbano, inserito come appendice nel libro Racconti di Montalbano. Il 4 settembre 2008 ha vinto il Premio internacional de novela negra RBA con un inedito in lingua spagnola dal titolo La muerte de Amalia Sacerdote che sarà pubblicato in Spagna il 9 ottobre 2008 e in Italia nel 2009 con il titolo La rizzagliata. Di particolare interesse la serie di romanzi dedicata ai grandi pittori: nel 2007 pubblica per Mondadori Il colore del sole (Caravaggio), nel 2008 per Skira La Vucciria (Guttuso) e nel 2009 sempre per Skira il romanzo ambientato nella “sua” Agrigento Il cielo rubato. Dossier Renoir (Renoir).

Camilleri nel 2008 al Salone internazionale del libro di Torino

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Nel 2009 pubblica per Rizzoli il romanzo pirandelliano La tripla vita di Michele Sparacino. Nel 2010, oltre ai già citati romanzi con protagonista Montalbano, escono presso Sellerio Il nipote del Negus, una divertente storia ambientata nella Vigata del ventennio fascista, e, presso Mondadori, L’intermittenza, thriller ambientato nella Milano odierna. Nel 2011 Camilleri collabora con Edoardo De Angelis nel brano Spasimo, contenuto nell’album del cantautore romano insieme con Franco Battiato. Sempre lo   lo stesso anno gli viene conferito il Premio Fondazione Il Campiello. Nell’album di Daniele Silvestri S.C.O.T.C.H.U ., che vanta la collaborazione di numerosi artisti: Niccolò Fabi, Pino Marino, Diego Mancino, Raiz, Stefano Bollani, Peppe Servillo, vi è anche Camilleri, che compare per la prima volta su un disco, precisamente al termine del brano Lo scotch, dove racconta una storia avvenuta durante un viaggio in treno. Negli anni seguenti sino a oggi Camilleri continua a pubblicare numerosi romanzi con protagonista Montalbano o che trattano eventi storici rielaborati dalla sua fantasia. Camilleri è stato tradotto in almeno 120 lingue (tra cui inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, irlandese, russo, polacco, greco, norvegese, ungherese, giapponese, ebraico e croato)[ e ha venduto più di 10 milioni di copie. Nella nota finale del suo centesimo libro, L’altro capo del filo pubblicato nel maggio 2016, Camilleri dichiara che questo è «un Montalbano scritto nella sopravvenuta cecità», infatti, a 91 anni ha dovuto dettare il romanzo alla sua assistente Valentina Alferj, «l’unica che sia in grado di scrivere in vigatese.» Nel 2016 ha generato diritti d’autore per 283.000€ posizionando Camilleri al posto n.5 della classifica degli scrittori italiani più ricchi, rispettivamente dietro a Carlo Carmine, Giacomo Bruno, Michele Tribuzio, Alex Abate, autori e talora essi stessi editori, come Giacomo Bruno, per lo più di manuali di vita pratica

Il filone narrativo del Commissario Montalbano è destinato a una conclusione in quanto nel 2006 Andrea Camilleri ha consegnato all’editore Sellerio l’ultimo libro con il finale della storia, chiedendo che questo venisse pubblicato dopo la sua morte; dichiarerà in proposito:

«Ho scritto la fine dieci anni fa… ho trovato la soluzione che mi piaceva e l’ho scritta di getto, non si sa mai se poi arriva l’Alzheimer. Ecco, temendo l’Alzheimer ho preferito scrivere subito il finale. La cosa che mi fa più sorridere è quando sento che il manoscritto è custodito nella cassaforte dell’editore… È semplicemente conservato in un cassetto .»

“Non può cadere in un burrone come Sherlock Holmes e poi ricomparire in altre forme” racconta lo scrittore, che – rivelando il segreto dell’ultimo libro della serie – assicura: “Montalbano non muore”. Una caratteristica dei libri di Andrea Camilleri è che hanno tutti una struttura prefissata e ben regolare:

«Per un romanzo di Montalbano diciotto capitoli ciascuno di dieci pagine, ogni pagina nel mio computer vuol dire 23 righe. Un romanzo ben congegnato sta perfettamente in 180 pagine. Per i racconti, 24 pagine, o meglio 4 capitoli di 6 pagine ciascuno. Se non sento questa mia metrica vuol dire che qualcosa non va” LA LINGUA DI CAMILLERI

Una peculiarità di alcuni romanzi di Camilleri è l’uso di un particolare linguaggio commisto di italiano e siciliano. Come sue prime opere letterarie Camilleri scrisse poesie che rispettavano scrupolosamente le regole di composizione e usavano il linguaggio letterario italiano. Le sue poesie furono premiate in concorsi poetici importanti e furono riconosciute come notevoli, tanto che Giuseppe Ungaretti le fece stampare in una sua antologia e lo stesso fece Ugo Fasolo. In seguito lo stesso Salvatore Quasimodo insistette per avere delle sue poesie da pubblicare. Il nuovo interesse per il teatro fece però abbandonare a Camilleri la poesia, anche se continuò con la scrittura di brevi racconti in italiano. Questo fino a quando, avendo deciso di voler rappresentare opere teatrali sue con parole sue, si rese conto di non riuscire a esprimersi in italiano in opere di grande respiro, e così smise di scrivere sia in versi sia in prosa. Lavorando per il teatro Camilleri s’imbatté nelle opere in dialetto di Carlo Goldoni e del Ruzante e da lì gli nacquero l’amore per Gioacchino Belli e Carlo Porta e la scoperta dell’uso letterario del siciliano, che gli fece tornare la voglia di scrivere. Il particolare linguaggio di Camilleri si formò quando, assistendo in ospedale suo padre morente, volle raccontargli una storia che avrebbe voluto pubblicare ma che non era capace di comporre in italiano: fu suo padre a suggerirgli di scriverla come gliel’aveva raccontata. Tuttavia uno scrittore che volesse essere compreso da tutti non poteva esprimersi completamente in siciliano, pertanto occorreva adottare un linguaggio equilibrato dove i termini dialettali avessero la stessa qualità e significanza, la stessa risonanza di quelli italiani. Fu un duro lavoro di elaborazione che continua tuttora, ad esempio nei romanzi scritti in vigatese dove la base del lavoro è sempre una iniziale struttura in lingua italiana, con cui mescolare i termini tratti non dalla letteratura alta ma dai vari dialetti siciliani comunemente parlati.

«… Non si tratta di incastonare parole in dialetto all’interno di frasi strutturalmente italiane, quanto piuttosto di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che invece delle note adopera il suono delle parole. Per arrivare ad un impasto unico, dove non si riconosce più il lavoro strutturale che c’è dietro. Il risultato deve avere la consistenza della farina lievitata e pronta a diventare pane.»

Attore

Camilleri recita Conversazione su Tiresia al Teatro greco di Siracusa nel 2018
«Se potessi, vorrei finire la mia carriera seduto in una piazza a raccontare storie e alla fine del mio ‘cunto’, passare tra il pubblico con la coppola in mano»
(Andrea Camilleri])

Camilleri è stato anche attore, interpretando la parte di un vecchio archeologo nel film del 1999 di Rocco Mortelliti La strategia della maschera. Il film giallo, che ha avuto scarso successo sia presso la critica sia presso il pubblico, narra gli eventi che si svolgono tra la Sicilia e Roma relativi alla sparizione di preziosi reperti archeologici. Ha detto l’esordiente attore che in effetti «Non è la mia prima volta da attore, mi è capitato anni fa in Quel treno da Vienna, secondo di tre film per la televisione tratti dai romanzi di Corrado Augias, con Jean Rochefort. Io facevo il suo capo nei servizi segreti.”

L’11 giugno 2018 ha recitato al Teatro Greco di Siracusa il suo monologo Conversazione su Tiresia in cui ripercorre la vita dell’indovino cieco collegandola alla sua sopravvenuta cecità.

 Ispirazione per fumetti

Nel numero 2994 del fumetto Topolinodel 16 aprile 2013 appare la storia “Topolino e la promessa del gatto”. Il racconto ambientato in Sicilia vede Topolino aiutare il commissario Salvo Topalbano, parodia del celebre commissario Salvo Montalbano. Un altro personaggio della storia, il signor Patò, è stato disegnato secondo la fisionomia dello scrittore siciliano. . La storia, disegnata da Giorgio Cavazzano e tratta dai testi di Francesco Artibani, è stata supervisionata proprio da Camilleri.. Lo stesso autore in un’intervista afferma che è la prima volta che il suo personaggio appare in un fumetto nonostante avesse avuto altre offerte in passato.

Impegno politico

Ha partecipato alla manifestazione No Cav,DaY .l’8 luglio 2008 a piazza Navon, contro i provvedimenti del governo Berlusconi IV in materia di giustizia.

Camilleri al No Cav Day in piazza Navona  , Roma, 8 luglio 2008 (FOTO)

Il 29 gennaio 2009 decide di entrare in politica prospettando il “Partito dei Senza Partito” insieme con Antonio Di Pietro e Paolo Flores d’Arcais per partecipare alle elezioni europee del 2009 ma il 12 marzo dello stesso anno viene annunciato il mancato accordo fra i tre. Nel marzo 2013, in seguito alle Elezioni politiche, assieme ad altri personaggi famosi lancia una raccolta firme con l’appoggio di MicroMega con l’intento di non fare entrare al Senato Silvio Berlusconi per la questione del conflitto d’interessi facendo applicare il D.P.R. n. 361 del 1957, riprendendo peraltro l’iniziativa portata avanti già nel 1994 e nel 1996 da un altro comitato di personaggi e conclusasi con il parere sfavorevole della Giunta delle elezioni della  Camera dei deputati .Il 5 giugno 2013, nel corso della presentazione in un programma televisivo del suo libro Come la penso ha espresso alcune sue considerazioni sulla situazione politica italiana; la sua contrarietà al governo Letta e alla rielezione del capo dello Stato Giorgio Napoletano.Ha manifestato il suo appoggio alla lista Tsipras per le elezioni, salvo poi ritirarlo per polemiche interne.

La morte

«Diventato cieco mi è venuta una curiosità immensa di intuire cosa sia l’eternità, quell’eternità che ormai sento così vicina a me. ]»

La mattina del 17 giugno 2019, Camilleri viene trasportato in gravi condizioni all’ospedale Santo Spirito   di Roma per un arresto cardiorespiratorio e ricoverato in prognosi riservata nel reparto di rianimazione, dove muore il 17 luglio senza aver mai ripreso conoscenza. Il creatore del commissario Montalbano è stato colpito dal malore mentre si stava preparando a partecipare con la sua Autodifesa di Caino allo spettacolo che si sarebbe tenuto il 15 luglio alle antiche Terme di Caracalla.E’ stato sepolto nel Cimitero acattolico di Roma, dopo aver ricevuto un funerale, secondo la sua volontà, strettamente privato.

 

 

IN UN’INTERVISTA PUBBLICATA SU “AVVENIRE”

nella ricorrenza del suo ottantacinquesimo compleanno

CAMILLERI  PARLA  DEL SUO UNIVERSO CULTURALE, della politica,della religione,dei giovani, dei mali sociali e propone una profonda riflessione sulla funzione nobile,etica, e sociale,contrapponendo al delirio “guicciardiniano” delle caste, l’onestà , il bene della collettività e un doveroso impegno per le creature più sofferenti e prive del necessario per sopravvivere. 

L’INIMITABILE  GIGANTE DELLA CULTURA HA DISSEMINATO LA SUA CAPACITA’ CREATIVA  SU DIVERSI PIANI NARRATIVI,dal racconto ,al romanzo storico,popolare,poliziesco, ha operato il repechage di microstorie, prigioniere nelle impenetrabili nebbie del tempo perduto, offrendo un ritratto agghindato di una Sicilia, non manioilata dalla libertà della scrittura,ma disseppellendo  un “modus vivendi” e un codice comportamentale,sempre denso di rapporti umani sereni e solidali,pur nella penuria di tutto. Il sentimento dell’amicizia,pronta a  donare,senza subire l’umiliazione dell’amico che lo antipica nella comprensione delle sue sofferenze vitali,viene sacralizzato da Camilleri come la connotazione del dna dei siciliani. Il rispetto limpido e forte per i nuovi eroi, paladini della incolumità pubblica, cioè tutti gli apparati delle forze dell’ordine, lodate da Camilleri, per lo spirito di sacrificio spesso mortale,in quotidiana lotta contro il muro dell’omertà, scaturita dalla paura di rappresaglie personali e familiari,e pur tuttavia,continuano a proteggere le vite umane fino all’immolazione di sé,consapevoli dei rischi ,talvolta mortali, cui vanno incontro ( come quando entrano in opera  barbari stragisti  o ricattatori criminali. Nella lunga intervista rilasciata a Famiglia Cristiana nella ricorrenza del suo 85 compleanno,come pure nelle molte rilasciate in diverse occasioni, parla di tutto, dalla letteratura, alle tipologie e strumenti elaborativi , dispientesi  nei diversi prototipi di attività  culturale,con una trasparenza e lealtà su ogni argomento, tanto che gli stessi intervistatori  ne rimangono affascinati e forse anche più consapevoli delle responsabilità del loro mestiere, come quando affronta anche domande sulla fede e sulla politica odierna, che ignora i diseredati affamati e umiliati che urlano inascoltati nella prigione della fame e nell’orgoglio della propria dignità. A tal punto, credo sia più efficace    

proporre l’intervista sopracitata,per una migliore “presa diretta” del più autentico Camilleri.

 Andrea Camilleri

 Lo scrittore siciliano ha già prodotto “tanticchia” di nuove opere. «In questo momento la Sellerio è come un lavandino intasato. Ho lasciato già cinque Montalbano e due romanzi storici. Poi ne ho un altro in uscita con Mondadori». Sembra inarrestabile questo produttore seriale di best seller che a settembre compie 85 anni. Il suo segreto forse sta nel metodo, oltre che nella felicità di scrittura. «Mi alzo alle sei, alle 7 meno un quarto sono rasato e vestito davanti alla scrivania, non riesco a tampasiare casa casa se devo lavorare. Scrivo e ricorreggo tutta la mattina, sorseggiando una birretta da 750 cc fino a mezzogiorno, poi bevo solo acqua per tutto il resto della giornata. Purtroppo da qualche anno il dottore mi ha proibito il whisky, che mi piaceva assai». Da tempo Camilleri, (che ha appena ricevuto a Luino il premio Chiara per la letteratura), ricorre all’”informaticcia”, come direbbe Catarella, ovvero al computer. «Sto scrivendo un Montalbano. Nella mia testa il commissario si sta annoiando a Bocca d’Asse, da Livia, a Genova, perché in Questura si sono accorti che ha una tale quantità di ferie arretrate che le deve smaltire. Naturalmente in questa noia gli stanno succedendo delle cose. A proposito: tutti i Montalbano hanno la stessa misura, se ne è accorto? Diciotto capitoli da dieci pagine mie ciascuno. Se non rientra in questa misura canonica vuol dire che il romanzo è sbagliato».La scrittura, spiega lo scrittore di Porto Empedocle, è come un esercizio fisico e va esercitata quotidianamente. «Magari scrivo una cosa qualsiasi, che so, una lettera al signore che ho incontrato in edicola. Ritengo che l’esercizio della scrittura debba essere quotidiano come un pianista che fa gli esercizi. Dopo un po’ si perde la mano. Tre pomeriggi a settimana li passo a rispondere alle lettere dei lettori. Lo sento come un dovere quello di rispondere. Sono stati i lettori a farmi, ho un debito verso di loro»

 
– Che le scrivono?

«Di tutto. Di solito sono lettere elogiative. Spesso di un affetto incredibile. Ce n’è una che mi ha schiantato: era di una donna di 30 anni. Diceva: sto morendo, ma lei mi ha regalato col suo libro un’ultima risata. Non ha nemmeno messo il mittente con l’indirizzo, solo la firma. Voleva solo farmelo sapere. Ma c’è anche chi mi fa osservazioni o mi critica. Uno, piuttosto arrabbiato, mi ha scritto: lei non può affibbiare le sue idee politiche a Montalbano, perché Montalbano ormai appartiene a tutti».

– E lei che ha risposto?

«E allora se lo scriva da sé».

– Qual è il libro a cui è più affezionato?

«Il ladro di merendine”.

– Si dice che i personaggi vanno avanti da soli e sfuggono al controllo dello scrittore. E così anche per lei?

«Diamine, è proprio così. Specie per i personaggi che Simenon definiva “palettati”, ovvero un po’ definiti, caratterizzati. Se non si sta attenti tra la velocità di scrittura del computer e la capacità ectoplasmatica di andare avanti da soli, i personaggi rischiano di andare per conto proprio. Bisogna stare con tanto d’occhi».

– I bambini finiscono spesso nei suoi romanzi, quasi ci fosse un istinto di protezione.

«L’infanzia è uno dei mondi e dei valori supremi da difendere. Quando avevo i nipotini piccoli scrivevo che loro facevano mutuperio sotto il tavolo. Del resto non sono uno scrittore che ha bisogno della quiete per trovare ispirazione. Gli uccellini e la campagna mi deprimono».

– Lei è credente?

«No, ma vado alla ricerca di certezze. In fondo, quando ti metti a scrivere vai sempre alla ricerca di qualche cosa. Mi piacerebbe tanto avere la fede. Però credo all’angelo custode. E sono molto legato a san Calogero, del quale ho narrato la festa nel mio primo romanzo, “Il corso delle cose”. Nel mio studio se guarda bene ce ne sono tre statuette. Nel mio paradiso deserto c’è un santo solo: un santo nero, san Calogero. Sono nato con qualche anticipo sul tempo previsto, il 6 settembre del 1925, giorno della festa del santo. Alle ore tredici esatte, nel preciso momento in cui il santo usciva dalla chiesa, io venivo alla luce. Allora la levatrice mi ha esposto al santo che passava di corsa (perché è un santo che corre)».

– Quanto a diritti dei bambini in Italia non siamo messi benissimo. Prenda Adro, il comune del Bresciano dove alcuni scolari rischiano di non mangiare alla mensa scolastica per volere del sindaco perché le famiglie povere non pagano le rette.

 «La lettera dell’imprenditore che ha messo a disposizione 10 mila euro per saldare i debiti dovrebbe essere studiata nelle scuole. Ha un tale pregio morale che, forse, tra qualche tempo in quella che sta diventando un’Italietta, non riusciremo nemmeno a capirla”.

– Gli episodi di intolleranza in Italia si susseguono. Pensava che si sarebbe mai arrivati a tanto?

«Sì. Ho cominciato a pensarlo quando ho saputo che molti pescatori non si prendevano cura dei cadaveri trovati in mare nel Canale di Sicilia. Preferivano ributtarli in mare quando li pescavano piuttosto che andare incontro alle rogne. Sono un uomo di mare. I morti in mare sono sacri. Questo è qualcosa che sta cambiando il dna dell’uomo di mare. Figuriamoci. Certo poi che così arriviamo all’umiliazione terribile del dire: voi bambini non mangiate perché il vostro papà non paga. Robe da matti. Ci sono i padri furbi? Va bene, pigliate a schiaffi il genitore che non paga la retta della mensa anche se ha i soldi. Ma lasciate stare i bambini. Che c’entrano i bambini?”.

– Nei suoi romanzi un’altra categoria molto amata è quella della forze dell’ordine.

«Fin dall’infanzia ho avuto a che fare con magistrati, poliziotti e carabinieri ammirevoli per onesta e dedizione. Sono nato in un paese in cui c’era la mafia e dall’età della ragione so dov’è il torto e dov’è la ragione. E la ragione sta dalla parte di questi custodi della legge. Ho avuto quest’imprinting. E oggi soffro come se appartenessi all’Arma, al Corpo di Polizia o alla magistratura quando leggo di carabinieri o poliziotti corrotti o magistrati venduti. Perché mi pare una tale offesa, una tale ferita alla società.

– Un’altra figura molto amata è quella della donna. Le donne nei suoi libri sono quasi sempre vitali, affascinanti, forti, ammiratissime.

«E’ vero. Le ammiro, le donne. E devo dire che la mia vocazione al femminile va avanti da sempre. Mi ricordo un episodio. Quando ero allievo dell’Accademia d’arte drammatica andavo spesso a un caffè per prendere il cappuccino, dalle parti di piazza Venezia. In quel caffé vedevo spesso una signora anziana con un paio d’occhi meravigliosi. A 24 anni mi innamorai idealmente di questa signora dal viso bello e antico, che mi pareva mia nonna. Naturalmente, in quanto donna, questa signora si accorse del mio interesse. Un giorno mi sorrise e bastò perché io mi alzassi dal mio tavolo e mi andassi a presentare. E lei mi chiese perché lo fissavo. E io mi presentai e poi dissi: signora lei è così bella, mi ricorda mia nonna. Una gaffe clamorosa, mi volevo mangiare al lingua. E lei si presentò: piacere caro giovine, io sono Angelica Balabanoff. Era proprio lei, una delle principali esponenti del movimento socialista internazionale. Avevo intuito la qualità particolare di questa signora. E non è solo un fatto di bellezza, di attrazione fisica. La sensibilità all’ascendente della donna è di famiglia. Mio nonno, proprietario di miniera, la sera parlava sempre con mia nonna, e prendeva consigli. E il giorno dopo decideva sulla scorta dei consigli di sua moglie. Quando vidi le quattro ministre: finalmente vengono allo scoperto».

– Anche l’amicizia è un tema sviscerato nelle sue opere. Perché dice che l’amicizia in Sicilia è diversa?

«Perché è profondissima. L’amico per esempio non deve mai chiedere il favore. E’ l’altro che lo devo intuire. Io faccio il paragone con l’amore. L’amicizia siciliana è qualcosa di molto simile, è intuizione, è affetto, avendo capito profondamente il carattere dell’altro, ti fa fare il salto. Naturalmente c’è anche una variante negativa di questo atteggiamento”.

– Che sta leggendo di bello in questo periodo?

«Un libro che ho letto con un piacere enorme sono stati i racconti di Tabucchi. Molto bello. Poi un romanzo ambientato a Palermo di un giovane che credo di professione faccia il batterista. Si intitola “Lume lume”. L’ho trovato straordinario. Un manuale di come affrontare il mondo, anche quello multietnico, con una apertura mentale bellissima”.

– A proposito di mondo multietnico. La sua esilarante commedia “Il nipote del Negus”, ambientata nell’Italietta fascista parla di un nobile eritreo venuto in Sicilia, nell’immaginaria Vigàta. Di questa commedia esiste anche la versione in audiolibro, letta da lei stesso, molto colorita ed espressiva. Colpisce la sua capacità istrionica di variare i personaggi.

«Quello è un residuo della mia esperienza di regista che ho fatto per 30 anni. Gli attori mi dicevano: fammi sentire come la vorresti, la battuta. E io per sommi capi gli indicavo come volevo che venisse recitata. I toni, i ritmi. E quindi sono cose che ti rimangono. Io sono stato costretto a fare questi cambiamenti appena accennati perché è un romanzo molto particolare».

– Tutta la commedia, come la Concessione del telefono si basa su questo intreccio basato sullo scambio delle lettere, dei fonogrammi, dei cablogrammi. E’ solo un espediente letterario? O c’è qualcosa di più profondo? Quelle missive sono anche il simbolo di un’Italietta, l’Italietta fascista di capi e sottoposti, fatta di minacce e ossequi, in parte, se vogliamo, simile a una certa Italietta di oggi, in cui non si ha il coraggio di guardarsi negli occhi e dire quello che si pensa?

 «Anche. Diciamo che tutto questo nasce da una mia attenzione a quello che era lo scambio epistolare burocratico. Che mi ha sempre impressio nato, colpito, non solo perché non ci si guarda negli occhi. E’ naturale, scrivendosi. Però quando noi non osiamo guardare negli occhi per dire una cosa sgradevole, diventa una prova di debolezza. Una volta scrivevamo una lettera, oggi gli mandiamo un Sms. Oltretutto perdiamo meno tempo. Perfino certi licenziamenti oggi avvengono per Sms. Questo non so se sia un vantaggio o una perdita. Però mi colpiva anche il senso di distanza che un certo tono epistolare immediatamente frappone tra il mittente e il destinatario. E’ anche un escamotage. Si tratta di una dilatazione del romanzo epistolare di ottocentesca memoria. Ma con una piccola diversità. Il romanzo epistolare era a due o tre voci. Qui c’è una molteplicità di personaggi».

– E’ una lezione che le viene dal teatro?

«Certamente. Se io descrivo per filo e per segno il personaggio, l’ambiente dove due o tre personaggi si incontrano, lascio poco margine al lettore. Lascio un esiguo margine di intervento. Se io invece gli faccio intuire due lettere, tre lettere e poco altro, a questo punto il lettore si trova un po’ come lo spettatore di teatro che è costretto a intervenire continuamente con la sua testa, ad appiccicare alla trama immaginazione, inventiva, ricordi,  esperienza vissuta, riflessioni sue. Per me è importante dare al lettore una possibilità di collaborazione continua. Raffaele La Capria dice che a me piace scrivere il racconto e farlo andare avanti da sé mentre io sto a curarmi le unghie. In parte è anche questo: si tratta di avere l’astuzia del come offrire la materia e in che quantità. La partecipazione attiva del lettore è importantissima».

– Quella del giallo è ancora la molla narrativa della letteratura, come diceva il suo maestro Sciascia?“Certamente. Anche se il giallo non necessariamente ormai si basa sulla formula “indovina chi è il colpevole”, come avveniva in passato. Le racconto un aneddoto”.
Prego.
“Avvenne ai tempi in cui lavoravo come regista. Una volta mi ritrovai a Lecce con una compagnia teatrale. Tra gli attori c’era anche Salvo Randone. La notte gli facemmo uno scherzo feroce. Per vendicarsi Randone entrò di nascosto in camera mia ed eseguì un vero e proprio delitto, armato di una lametta”

Che.senso.ha.questo.delitto?
“Mi tagliò con la lametta l’ultima pagina dei tre gialli che avevo sul comodino, su cui erano indicati i nomi dei tre colpevoli. Scoprii il delitto alle due di notte, dopo essere giunto in fondo alla lettura di uno dei tre. Mi precipitai disperato con un taxi alla stazione, l’unica con l’edicola aperta anche di notte, per cercare di trovare almeno una delle copie dei tre gialli. E invece nulla. Ricordo la faccia di Randone la mattina dopo, quando lo incontrai, come quella di un gatto col topo in bocca: “Ti sono piaciuti i gialli?”, mi chiese. Ma oggi il giallo è strutturato in maniera diversa non è più un rompicapo-indovinello per il lettore, può diventare anche un percorso, un espediente necessario a veuicolare ben altri contenuti,come.i.miei.Montalbano”. 

 – Molti suoi romanzi storici sono ambientati nel periodo dell’Unità d’Italia. Che ne pensa del federalismo?

«L’Unità d’Italia è stato un processo storico irreversibile. I problemi sono nati dopo. Non si tratta di piangere sulle spalle del Nord, ma di conoscere i punti di partenza. Un esempio tra i tanti: gli ottomila telai siciliani che dopo l’arrivo dei “piemontesi” non esistono più per favorire i telai di Biella.C’è anche  un altro fatto più serio, lo riporta lo storico Francesco Luigi Oddo in un fondamentale saggio edito da Laterza…»

 E quale?

«Prima dell’unificazione in Sicilia non c’era la leva obbligatoria. Era un fatto economico. Il contadino che riusciva ad avere il figlio che gli arrivava a sedici anni e diventava forza lavoro, produttore di pane, braccia, se lo vedeva sottrarre per tre anni dallo Stato. E allora isiciliani accompagnavano i figli al distretto militare vestiti a lutto come a un funerale. Sempre da Oddo nel giro dei tre quattro anni che seguirono l’Unità d’Italia il grafico delle nascite ando a picco: perché fare figli per darli allo Stato?  Le nazioni federaliste sono nate già con l’idea di essere federate. Ma non si è mai visto uno Stato unitario che fa il processo inverso. Le sembra il momento di fare degli esperimenti?».

L’idea del ministro Gelmini di istituire graduatorie regionali per gli insegnanti le piace?

«Ma perché si deve aver paura di un professore del Sud? Che fa, inquina? È una cosa così devastante e così stupida che mi vengono a mancare le parole. E allora facciamolo anche con le altre categorie. Con i giornalisti, per esempio. Il Corriere della Sera ha la redazione aMilano? Giornalisti milanesi e basta. Anche se ha avuto Alfio Russo, siciliano, o Afeltra, che era di Amalfi. Ma come si fa a non capire che ogni uomo che arriva in un luogo e che si porta dietro una cultura è un innesto, un arricchimento?».

– Cosa le piace di Bossi?

«Niente. La Lega ha un’attenzione al proprio “particulare”, come diceva Guicciardini, devastante. Ha urlato: a noi le banche del Nord. Che significa? Le aziende non sono società private? Questa è lottizzazione. Ma come, dite a noi siciliani che siamo parassiti e poi fate un’operazione clientelare? La Lega fa veramente scricchiolare la nazione”.

– Che scricchioli non lo dice solo la Lega.

«L’ho vissuta tutta questa storia, fin dai suoi inizi. Il secessionismo lombardo! Anche noi siciliani abbiamo patito la nostra stupidità con il separatismo. Tra l’altro, ho due stretti parenti (due zii, uno che porta il mio nome, Andrea Camilleri e l’altro si chiama Giuseppe Fragapane) che a 20 anni sono andati a morire per l’Italia. Per questo non tollero che si offenda il tricolore come fanno i Bossi padre e figlio. I morti vanno rispettati».

– I due romanzi storici già pronti di cosa parlano?

«Uno si riferisce a un fatto dell’inizio del ‘900. Si intitola “La Setta degli angeli”. Fu un grosso scandalo che riguardò alcuni preti in Sicilia e contro il quale con un durissimo articolo intervenne addirittura don Sturzo. Si trattava di alcuni giovani preti che approfittavano di alcune giovani spose. A me questo non interessa, è solo un punto di partenza. Mi interessa la storia autentica del giornalista locale che scopre la cosa e comincia a denunziarla. In un primo momento tutto il paese è d’accordo con lui. Ma in un secondo momento quest’uomo che ha messo in piazza lo scandalo e che fa danni viene talmente esiliati che se ne deve andare in America, dove diventa il fondatore della Voce degli italiani».

– E il secondo?

«E’ la storia sulla banda Sacco. Una banda composta da cinque fratelli siciliani la cui missione è ammazzare i mafiosi. Diventano come dei vendicatori, dei giustizieri solitari, come nel Texas. Diventano degli assassini al di sopra della legge. Siamo all’epoca del prefetto Mori. Vengono condannati all’ergastolo e poi graziati da Segni perché Terracini si fece loro avvocato. Io ho avuto tutti i documenti e i processi dal nipote e ho scritto questo libro contro la mafia ma al tempo stesso contro i giustizieri solitari. IL libro dunque è a metà tra il garantismo e la lotta alla mafia. Oggi la mafia sta cambiando. Oggi della mafia possono far parte anche le classi medie, i professionisti. E quindi il fenomeno diventa meno visibile e più in profondità».

– E’ ottimista sul futuro dell’Italia?

 «Io sono sempre ottimista. Contrariamente ai vecchi della mia età».

Andrea Camilleri. Lo scrittore siciliano ha già prodotto “tanticchia” di nuove opere. «In questo momento la Sellerio è come un lavandino intasato. Ho lasciato già cinque Montalbano e due romanzi storici. Poi ne ho un altro in uscita con Mondadori». Sembra inarrestabile questo produttore seriale di best seller che a settembre compie 85 anni. Il suo segreto forse sta nel metodo, oltre che nella felicità di scrittura. «Mi alzo alle sei, alle 7 meno un quarto sono rasato e vestito davanti alla scrivania, non riesco a tampasiare casa casa se devo lavorare. Scrivo e ricorreggo tutta la mattina, sorseggiando una birretta da 750 cc fino a mezzogiorno, poi bevo solo acqua per tutto il resto della giornata. Purtroppo da qualche anno il dottore mi ha proibito il whisky, che mi piaceva assai». Da tempo Camilleri, (che ha appena ricevuto a Luino il premio Chiara per la letteratura), ricorre all’”informaticcia”, come direbbe Catarella, ovvero al computer. «Sto scrivendo un Montalbano. Nella mia testa il commissario si sta annoiando a Bocca d’Asse, da Livia, a Genova, perché in Questura si sono accorti che ha una tale quantità di ferie arretrate che le deve smaltire. Naturalmente in questa noia gli stanno succedendo delle cose. A proposito: tutti i Montalbano hanno la stessa misura, se ne è accorto? Diciotto capitoli da dieci pagine mie ciascuno. Se non rientra in questa misura canonica vuol dire che il romanzo è sbagliato».La scrittura, spiega lo scrittore di Porto Empedocle, è come un esercizio fisico e va esercitata quotidianamente. «Magari scrivo una cosa qualsiasi, che so, una lettera al signore che ho incontrato in edicola. Ritengo che l’esercizio della scrittura debba essere quotidiano come un pianista che fa gli esercizi. Dopo un po’ si perde la mano. Tre pomeriggi a settimana li passo a rispondere alle lettere dei lettori. Lo sento come un dovere quello di rispondere. Sono stati i lettori a farmi, ho un debito verso di loro»

La creatura del desiderio

Nel 1912, un anno dopo la morte di Mahler, la sua giovane vedova, considerata la più bella ragazza di Vienna e allora poco più che trentenne, incontra il pittore Oskar Kokoschka. Inizia una storia d’amore fatta di eros e sensualità, che sfocerà ben presto in una passione tanto sfrenata quanto tumultuosa. Viaggi, fughe, lettere, gelosie e possessività scandiscono i successivi due anni, durante i quali l’artista crea alcune fra le sue opere più importanti, su tutte La sposa del vento. Ma la giovane donna è irrequieta e interrompe brutalmente la relazione. Kokoschka parte per la guerra con la morte nel cuore. Al suo rientro in patria, traumatizzato dal conflitto e ancora ossessionato dall’amore perduto, decide di farsi confezionare una bambola al naturale con le fattezze dell’amata. Questa è la sua storia.Il maestro Camilleri  insegna come da un oculato ed intelligente utilizzo di documenti autentici si possa creare un intreccio interessante e ricostruire le psicologie a volte molto inquietanti d due personaggi storici molto discussi ed affascinanti, il pittore Kokoschka e Alma, la bellissima vedova del musicista Mahler. Benché la vicenda possa sembrare inverosimile o quantomeno curiosa, i protagonisti e anche la società ne escono perfettamente caratterizzati e riconoscibili. La vicenda è ricca di colpi di scena, di follia anche, e la finzione sembra mescolarsi con la realtà. Essenziale e molto incisivo lo stile di Camilleri che riesce a mantenere costante la tensione narrativa.Alma gli era entrata nel sangue, come un veleno sottile o meglio come una potente droga”.Non sapeva spiegare altrimenti Oskar Kokoschka il suo amore, di più la sua ossessione per Alma Mahler, giovane.vedova.trentenne.del.famoso.musicista. 
Tra le donne più belle ed affascinanti della Vienna degli anni ’10, Alma irretì l’inquieto artista, incuriosita com’era dalle personalità estreme, potenziali artisti di rottura. Per altri fu un incontro a spingere lui a volere con ogni spasimo Alma, al punto da desiderare il matrimonio, dei figli e saperla lontana dai tanti fascinosi amici che frequentavano il suo salotto.Geloso, possessivo, inquieto Oskar ne fece la sua musa, la sua amante, la sua sua eroina ma restò schiacciato dal peso di un amore che era troppo. Semplicemente troppo. Ne è una prova La sposa del vento. Il loro amore consumato dal malessere, dal desiderio impetuoso, dal parossismo di un controllo che non ammette cedimenti, bugie, semplici spazi vitali è imprigionato in quel quadro, che è il loro tutto, il loro niente. Di lì a poco Alma abortirà il figlio che aspettava da Oskar e lo lascerà, cancellando se possibile le prove dello stordimento del loro amore. Lui invece partirà volontario nel primo conflitto mondiale, sperando in una morte eroica. Non verrà, ci saranno se mai patimenti fisici e mentali e su tutto, reduce, il ricordo di lei, così devastante da spingerlo a volerla accanto ad ogni costo, anche solo come un simulacro, la proiezione di quello che lei era, un corpo finto, una bambola in tutto e per tutto a lei simile con cui instaurare una relazione insana ma necessaria. Pochi mesi di assurda follia, di sfibrante finzione. “Egli pretende che nell’ardente crogiolo della loro passione avvenga una sorta di rinascita, di rigenerazione”. E’ follia. Pura follia. Portare Alma al teatro, in giro in carrozza, ricevere ospiti al suo fianco fino alla farsa di una festa finita tra ubriachi gracchianti e coppiette disinibite e lei, quel che di Alma il mondo guardava, discinta tra le braccia di altri. Il dramma della gelosia torna d affacciarsi nella mente di Oskar, e con lei l’assurda percezione che la finzione somiglia troppo alla realtà e come tale fa male, perché Alma è l’espressione del desiderio che si legge negli occhi degli altri, è quello che lui non può avere e che deve essere negato agli altri, il dolore della perdita è così forte da spingerlo ad un assassinio. Il corpo rinvenuto da alcune guardie nel giardino della sua casa allarma tutti salvo rivelarsi un terribile scherzo. “E’ solo una bambola”. Solo una bambola. Quel che apre alla redenzione, alla rinascita di un uomo un tempo innamorato.Narrazione breve, intensa. Prosa asciutta, sguardo attento, ricostruzione verosimile. Semplicemente perfetto. Un pugno di pagine che rivela al mondo di un amore malato, di un quadro e di un fantoccio che rubò l’anima a un cuore innamorato.

Cazotte-Il diavolo tentatore

Un grande, pirotecnico Andrea Camilleri si ispira – e si affianca all’altrettanto grande e pirotecnico autore settecentesco Jacques Cazotte per dipingere un ritratto a due facce del diavolo, questo grande corruttore e seduttore dell’umanità. Il diavolo tentatore di Camilleri, Bacab, è un povero diavolo d’aria, della specie che ha per compito di indurre uomini e donne in tentazione carnale, infilandosi in quella parte del corpo umano, mascolino o femminino, che è il “loco del piaciri”, in modo da riuscire – “strica oggi, strica dumani” – a innescare amori “pazzi ed esecrabili”. Il diavolo innamorato di Cazotte abita invece la Napoli galante e un po’ folle di fine Settecento, dove un giovane spagnolo, capitano delle guardie del re, accetta per scommessa di esibire il proprio coraggio sfidando il diavolo. Evocato, il demonio si materializza sotto le spoglie seducenti di una bellissima giovane donna…

IL LINGUAGGIO E LA MUSICA DENTRO LE PAROLE

“Lo scirocco è uno dei momenti più belli che possano essere concessi all’uomo, in quanto l’incapacità di movimento in quei giorni ti porta a stare immobile a contemplare una pietra per tre ore, prima che arrivi un venticello. Lo scirocco ti dà questa possibilità di contemplazione, di ragionare sopra alle cose,  anche se è un po’ difficile, in quelle circostanze, sviluppare il pensiero che è un po’ “ammataf fato”, colloso, come la pasta quando scuoce” diceva Andrea Camilleri,  sconparso il 17 luglio 2019.

Noi siciliani conosciamo molto bene la sensazione di sofferenza psico-fisica che provoca lo scirocco, quella terribile lingua di fuoco che giunge dall’Africa e che anestetizza mente e corpo rendendoci fiacchi, sgonfi, insomma ammataffati; proprio come la pasta quando rimane sul fuoco un minuto in più del.dovuto.
Ma che origine ha la parola “ammataffato” che usiamo simpaticamente in famiglia o a cena con gli amici, certi di essere compresi? E’ estremamente difficile risalire all’etimologia delle parole della lingua italiana; linguisti e studiosi dedicano la vita a questo compito. Ma è ancora più complesso risalire all’origine delle parole di un dialetto parlato da un numero più ristretto di persone, soprattutto quando questo non è un semplice dialetto ma una vera e propria lingua con una grammatica a se stante.AdvertisementCamilleri, con la sua immensa opera intrisa di espressioni siciliane, è venuto in nostro soccorso facendo luce in questo mondo di vocaboli e di significati che stava rischiando di scomparire insieme ai nostri nonni.
Non solo, oltre ad aiutarci ci ha messo di fronte a qualcosa di inedito.
Forse non tutti sanno che il Maestro, molto prima di dar vita alla saga di Montalbano, riscosse importanti apprezzamenti come poeta tanto da ricevere la stima di Ungaretti e di Quasimodo che, impressionati dal quel giovane talento, vollero pubblicarne le opere. Ma ad un certo punto la poesia cominciò a stargli stretta, la lingua italiana era insufficiente ad esprimere tutto.In quel periodo gli passò persino la voglia di scrivere.Fu una circostanza tanto particolare quanto tragica a riaccendere nello scrittore la vena creativa. Il padre era in ospedale in punto di morte, Andrea decise di raccontargli, in siciliano, una storia che avrebbe voluto pubblicare ma che non era in grado di tradurre. Allora il padre lo pregò di pubblicarla in dialetto. L’input decisivo era arrivato. Ma come farsi comprendere da tutti esprimendosi in siciliano? Occorreva creare una nuovo stile linguistico che avesse la forza del dialetto e la chiarezza dell’italiano; un equilibrio ricercato sulla base del suono, come un compositore alle prese con una melodia.

“Non si tratta – afferma Camilleri – di incastonare parole in dialetto all’interno di frasi strutturalmente italiane, quanto piuttosto di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che invece delle note adopera il suono delle parole. Per arrivare ad un impasto unico, dove non si riconosce più il lavoro strutturale che c’è dietro. Il risultato deve avere la consistenza della farina lievitata e pronta a diventare pane.”

Ne deriva un linguaggio nuovo, misto, rafforzato e comprensibile anche oltre lo Stretto di Messina. Una parola siciliana il cui significato si ricava dalle parole italiane a cui è accostata, perché se dopo il verbo “accattare” (comprare) viene il verbo “vendere”, anche un milanese può barcamenarsi e cogliere il senso della frase.Spesso si dice che Camilleri ha esportato la Sicilia e la “sicilianità” nel mondo; in realtà è esattamente il contrario. Ha portato il mondo dentro la Sicilia. Con le sue capacità artistiche ha guidato il lettore non-siciliano in un viaggio verso la comprensione di quelle innumerevoli sfaccettature che caratterizzano la terra, gli abitanti, il modo di vivere e il parlato.Il suo più grande merito, linguisticamente parlando, è stato quello di aver acceso nei suoi ammiratori un interesse per questo stile espressivo unico che ha ispirato ricerche, saggi, libri e tesi di laurea finalizzati allo studio del lessico “camilleriano”.Il web, ad esempio, brulica di forum, siti e discussioni su quest’argomento. Da tempo in rete è reperibile addirittura il vocabolario del Camilleri-linguaggio in cui sono registrati, con tanto di traduzione, tutti i termini dialettali usati dallo scrittore nei.suoi.libri.
Su tutti, gli ormai internazionali “catafottere”, “cabbasisi”, “spiare” pronunciati dai personaggi rimasti orfani, in una calda giornata di luglio, del loro padre che forse si è solamente fermato a contemplare una pietra, “ammataffato” dallo scirocco, immerso nei suoi geniali pensieri.

La scomparsa di Patò

La scomparsa di Patò è un romanzo di Andrea Camilleri pubblicato dall’editore Arnoldo Mondadori Editore nel 2000.

Al romanzo viene premessa una citazione dallo stesso Camilleri tratta dall’opera A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia dove si dice della scomparsa del ragioniere Antonio Patò durante la recita del “Mortorio”, vale a dire della Passione di Cristo, opera teatrale del cavalier D’Orioles. Patò che più volte aveva interpretato la parte di Giuda e che secondo il copione sarebbe dovuto precipitare all’Inferno attraverso una botola del palcoscenico sparì secondo quanto previsto ma questa volta non ricomparve più e da quel momento nessuno ne seppe più niente. Il fatto divenne un proverbio per indicare l’inattesa scomparsa di persone o cose.

In una nota finale Camilleri ci informa che sullo stesso argomento aveva scritto un breve racconto pubblicato sull'”Almanacco dell’Altana 2000″ e successivamente sul quotidiano “La Stampa” di Torino.

L’avvenimento però continuava a stimolarlo in modo tale che decise di ampliarlo sino a farne un romanzo che si presenta nella forma inusuale di un dossier composto da letterescritte a mano o dattilografate, da documenti ufficiali con i relativi timbri o da articoli a stampa di quotidiani. Camilleri riprende l’originale forma di scrittura che aveva già messo in atto nel precedente romanzo La concessione del telefono del 1998 dove la corrispondenza burocratica aveva una parte di primo piano.

In questo romanzo il significato del dossier si amplia, diventa un «prodigioso repertorio di tradizioni sicule, di abitudini italiche, di costumi e malcostumi ottocenteschi e contemporanei, inarrivabile campionatura di linguaggio burocratico, borghese e popolare, raffinato inventario delle forme del gialloenigmistico e degli equivoci della commedia di costume, minuzioso catalogo delle manifestazioni del potere e del candore, del sussiego e dell’idiozia degli uomini.»[1]

Trama  

Il 21 marzo 1890 a Vigata, Venerdì Santo, viene secondo tradizione messo in scena il “Mortorio” ossia la Passione di Cristo opera teatrale del cavalier D’Orioles, nella quale il ragionier Antonio Patò, specchiato impiegato della banca locale, filiale della Banca di Trinacria, si assume, già da qualche anno, la poco simpatica parte di Giuda che gli vale, durante la sua appassionata recitazione, dover ricevere insulti e minacce dagli spettatori che si immedesimano nello spettacolo religioso.Sul grande palco, allestito in uno slargo di proprietà del marchese Simone Curtò che ha concesso anche l’uso di quattro magazzini le cui porte danno sul cortile padronale per farne dei camerini per i numerosi personaggi dello spettacolo, comincia la rappresentazione che giunge all’acme con l’invio all’inferno di Giuda-Patò, accompagnato dagli improperi degli spettatori, attraverso un’apposita botola. Alla fine della rappresentazione però Patò sembra essere scomparso. Nel suo camerino non si trovano né i suoi abiti né il costume di scena.Su un muro di Vigata il 23 marzo compare una scritta “Murì Patò o s’ammucciò (si nascose)?” segno che la scomparsa del ragioniere è divenuta di dominio pubblico e che si stanno avanzando una varietà d’ipotesi che mettono in discussione anche la figura di Patò come onesto padre di famiglia. È soprattutto la moglie, Mangiafico Elisabetta in Patò, che chiede sia fatta chiarezza sulla scomparsa del marito, in questo sostenuta dal cognato Capitano del regio Esercito Arnoldo Mangiafico ma soprattutto da Sua Eccellenza il Senatore Pecoraro Grande Ufficiale Artidoro, Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Interno, parente dello scomparso ragioniere, che comincia ad indirizzare una serie di lettere semiufficiali in uno stile mellifluo e arzigogolato, infarcito di termini astrusi, per stimolare e minacciare gli organi preposti alle indagini.La Pubblica Sicurezza e i Reali Carabinieri gareggiano e si ostacolano nelle indagini, i giornali governativi “L’Araldo di Montelusa” e dell’opposizione “Gazzetta dell’Isola” s’insultano velatamente e si lanciano reciproche accuse di voler nascondere la verità a fini politici.Due sudditi di Sua Maestà Britannica, residenti nell’isola, aggiungono confusione alla già intrigata faccenda. Il reale astronomo di corte Alistair ‘O Rodd è sicuro che Patò sia finito in una frattura del continuum spazio-temporale mentre l’Archeologo di Corte Michael Christopher Enscher attribuisce l’accaduto all’intervento misterioso .Non mancano gli argomenti che gettano una luce di sospetto sulla misteriosa scomparsa di Patò. Una qualche irregolarità nella conduzione della banca? Una perdita di memoria dovuta alla caduta nella botola? Una scomparsa voluta e programmata per ragioni di cuore? Un qualche complotto mafioso.

Il linguaggio,la musica oltre le parole

“Lo scirocco è uno dei momenti più belli che possano essere concessi all’uomo, in quanto l’incapacità di movimento in quei giorni ti porta a stare immobile a contemplare una pietra per tre ore, prima che arrivi un venticello. Lo scirocco ti dà questa possibilità di contemplazione, di ragionare sopra alle cose, anche se è un po’ difficile, in quelle circostanze, sviluppare il pensiero che è un po’ “ammataffato”, colloso, come la pasta quando scuoce” diceva Andrea Camilleri,scomparso il 17 luglio 2019.

Noi siciliani conosciamo molto bene la sensazione di sofferenza psico-fisica che provoca lo scirocco, quella terribile lingua di fuoco che giunge dall’Africa e che anestetizza mente e corpo rendendoci fiacchi, sgonfi, insomma ammataffati; proprio come la pasta quando rimane sul fuoco un minuto in più del.dovuto.Ma che origine ha la parola “ammataffato” che usiamo simpaticamente in famiglia o a cena con gli amici, certi di essere compresi? E’ estremamente difficile risalire all’etimologia delle parole della lingua italiana; linguisti e studiosi dedicano la vita a questo compito. Ma è ancora più complesso risalire all’origine delle parole di un dialetto parlato da un numero più ristretto di persone, soprattutto quando questo non è un semplice dialetto ma una vera e propria lingua con una grammatica a se stante.AdvertisementCamilleri, con la sua immensa opera intrisa di espressioni siciliane, è venuto in nostro soccorso facendo luce in questo mondo di vocaboli e di significati che stava rischiando di scomparire insieme ai nostri nonni.Non solo, oltre ad aiutarci ci ha messo di fronte a qualcosa di inedito.Forse non tutti sanno che il Maestro, molto prima di dar vita alla saga di Montalbano, riscosse importanti apprezzamenti come poeta tanto da ricevere la stima di Ungaretti e di Quasimodo che, impressionati dal quel giovane talento, vollero pubblicarne le opere. Ma ad un certo punto la poesia cominciò a stargli stretta, la lingua italiana era insufficiente ad esprimere tutto.In quel periodo gli passò persino la voglia di scrivere.Fu una circostanza tanto particolare quanto tragica a riaccendere nello scrittore la vena creativa. Il padre era in ospedale in punto di morte, Andrea decise di raccontargli, in siciliano, una storia che avrebbe voluto pubblicare ma che non era in grado di tradurre. Allora il padre lo pregò di pubblicarla in dialetto. L’input decisivo era arrivato. Ma come farsi comprendere da tutti esprimendosi in siciliano? Occorreva creare una nuovo stile linguistico che avesse la forza del dialetto e la chiarezza dell’italiano; un equilibrio ricercato sulla base del suono, come un compositore alle prese con una melodia.

“Non si tratta – afferma Camilleri – di incastonare parole in dialetto all’interno di frasi strutturalmente italiane, quanto piuttosto di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che invece delle note adopera il suono delle parole. Per arrivare ad un impasto unico, dove non si riconosce più il lavoro strutturale che c’è dietro. Il risultato deve avere la consistenza della farina lievitata e pronta a diventare pane.”

Ne deriva un linguaggio nuovo, misto, rafforzato e comprensibile anche oltre lo Stretto di Messina. Una parola siciliana il cui significato si ricava dalle parole italiane a cui è accostata, perché se dopo il verbo “accattare” (comprare) viene il verbo “vendere”, anche un milanese può barcamenarsi e cogliere il senso della frase.

IL  GIORNO DEI MORTI

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al.risveglio.Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.”Bei ricordi di bambino… per questo motivo le scuole chiudevano… perché la visita ai nostri morti era sacra!

(da: Andrea Camilleri International Fans Club)

 La pista  di  sabbia

L’incubo è la Cavalla della Notte: la fantasima sganasciante, con froge e zoccoli. Abitala coscienza disfatta dal sonno, il buio accidioso degli istinti, la cecità delle tentazioni, il rodìo dei rimpianti e delle nostalgie nella costernazione per il tempo che si vorrebbe fermo e invece sopravanza e soverchia. L’incubo è la qualità equina, l’astrazione che governa questo romanzo di amazzoni e di allevatori di cavalli purosangue, ambientato tra scuderie e maneggi, ippodromi e piste: tra corse clandestine e corse di beneficenza. Un mondo nuovo sorprende e spiazza il commissario Montalbano. Una società che strepita a vuoto, su quella linea logora che a stento separa un vestibolo di ignavi, di smidollati e di viziosi (aristocratici alcuni, ma per lo più imprenditori e uomini d’affari), dall'”inferno” della vecchia e della nuova mafia. Un “suon di man” echeggia, in questo vestibolo, come in quello dell’Inferno dantesco. Ma se i “cattivi” di Dante erano “stimolati molto” da “mosconi” e “vespe”, questi lunatici circensi spiaccicano sulle loro gote nugoli di moscerini. Tutto ruota attorno alla carcassa rapita di un cavallo da corsa. E a un cadavere trovato seminudo, con un proiettile in corpo, buttato al sole e ai cani. Due romanzi si chiudono l’un dentro l’altro. Le piste si intrecciano e si confondono. Ciò che sembra chiaro al dritto, si rivela oscuro al rovescio. Montalbano cavalca un doppio incubo. Monta dapprima sulla “cavaddra-fìmmina”. E poi, maldestro, inforca un cavallo di bronzo: un ordigno metamorfico, che lo trabalza “con la faccia verso il culo della vestia”, e lo porta su piste di sabbia, là dove le orme si sperdono e cancellano. Montalbano è un aruspice annebbiato dai gabbamenti della memoria e dagli “incubi” dell’incipiente vecchiaia. Avrebbe bisogno di un paio d'”occhiali”. Sente la bestia sotto di sé. Ma forse è lui stesso un “cavallo” condotto da eventi che non sa decifrare. Come la madonna Oretta di una novella del Decameron, il commissario scenderà infine dai “cavalli” di “duro trotto” e di andatura sbagliata (a barzelloni e traballoni). Si ritroverà. Tornerà ai consueti avvedimenti: trucchi, “sfunnapiedi”, o “saltafossi”. E ancora una volta, senza ausilio d’occhiali, saprà ricomporre, leggere, e raccontarsi, una “bellissima” storia. (S. Nigro)

IL GIOCO  DEGLI SPECCHI

“‘Na vota mi capitò di vidiri ‘na pillicola di Orson Welles nella quali c’era ‘na scena che si svolgiva dintra a ‘na càmmara fatta tutti di specchi e uno non accapiva cchiù indove s’attrovava, pirdiva il senso dell’orientamento’ Mi pari che con noi vonno fari lo stisso ‘ntifico joco”. In un deposito qualcuno ha messo una bomba. Sembra una storia di pizzo non pagato ma il magazzino era vuoto da tempo; e dunque? L’interesse di Montalbano & C. si concentra allora sugli abitanti della casa a fianco, un condominio abitato, tra l’altro, da alcuni pregiudicati: Carlo Nicotra, che gestisce lo spaccio di droga per conto dei potenti Sinagra, e Stefano Tallarita, attualmente in carcere, al servizio proprio di Nicotra. A duecento metri dalla casa di Marinella c’è un altro villino, quasi uguale a quello di Montalbano. Per anni è stato vuoto ma ora sono andati ad abitarci i Lombardo. Lui, Adriano, è rappresentante di computer e perciò viaggia per tutta la Sicilia; la moglie Liliana, una bella torinese di 35 anni, lavora in un negozio di Montelusa. Una mattina la signora Lombardo rimane in panne e niente di più naturale per il vicino di casa Salvo Montalbano darle un passaggio. Quello dell’auto sembra un semplice guasto, ma il meccanico nota che il motore è stato manomesso. Come sempre nei romanzi di Camilleri si incrociano due storie apparentemente distanti che però finiscono fatalmente per intersecarsi. E il legame tra le due vicende è il giovane Arturo Tallarita che fa il commesso proprio nello stesso negozio in cui lavora Liliana. La vicinanza tra le due case a Marinella, la avvenenza di Liliana, la vicenda un po’ oscura dell’automobile manomessa, la presenza di una misteriosa Volvo nella trazzera: tutto concorre a fare drizzare le antenne a Montalbano che per di più è molto attratto da Liliana che sembra fare proprio di tutto per imbastire una storia con il commissario. In tutte queste vicende che vediamo scorrere apparentemente senza un delitto, senza un conflitto, c’è qualcosa che non funziona, una nota discordante. Come in un gioco di specchi qualcuno vuole confondere Montalbano: la bomba davanti al deposito, le lettere anonime che indirizzano verso piste improbabili, un proiettile nella carrozzeria della macchina dello stesso commissario. Molto prima che si abbia sentore di un delitto, tutto sembra scorrere nel più normale dei modi: la vita al commissariato, il gioco del corteggiamento, le cene sulla verandina; è proprio in questa apparente normalità che sentiamo la tensione insinuarsi con una forza mai vista nei romanzi di Montalbano. Nel diciottesimo romanzo della serie troviamo un Pasquano messo a dura prova ma più disponibile che mai, un Ragonese infido armato di tutta la sua potenza mediatica, un Catarella emozionato ma pronto a gettarsi nel fuoco per il suo commissario. Livia fa capolino ma solo al telefono, è forse per questo che Adelina la fa da padrona.Nell’appassionantissimo Il gioco degli specchi le vicende si rincorrono e le verità sfuggono come rimbalzando beffarde da uno specchio allaltro, gli episodi si rincorrono, i colpevoli della prima ora vengono scagionati e la verità emerge,passo dopo passo, soltanto nel finale.Dopo vari accadimenti non chiari(la bomba in un magazzino sgombro di merce,lettere anonime di depistaggio,un buco da proiettile nella portiera della “Tipo” di Salvo) e la presenza di una donna seduttrice che cerca-quasi riuscendoci-di incastrare Montalbano,si giunge alla risoluzione dell’intricata matassa.Due omicidi nel finale portono alla luce un intricato e squallido traffico di stupefacenti.La simpatica macchietta Catarella contribuisce alla risoluzione finale,dopo aver trovato,nascosta all’interno di un pc portatile,dei panetti di droga ed avvertendo il suo capo.Sempre straordinarie le ambientazioni: la macchia siciliana,i “supali”,tipici del ragusano,le splendide spiagge,la cucina prelibata.

LA SETTA DEGLI ANGELI

Uno scandalo nella Sicilia del 1901. L’avvocato Matteo Teresi scopre che nel suo paese esiste una setta segretissima. Composta da preti e da alcuni notabili, la «setta degli angeli» organizzava esercizi spirituali per vergini devote o giovani donne in procinto di maritarsi per prepararle alla vita coniugale. Gli esercizi, che si svolgevano in sacrestia nelle ore in cui le chiese erano chiuse ai fedeli, dovevano portare le ragazze «alla comunicazione con la grazia divina e all’elevazione a gradi sublimi di perfezione». In realtà, com’è facile intuire, gli esercizi consistevano in «atti ignominiosi» e «contro natura» ai quali le giovani venivano indotte dai preti e dai pochissimi eletti che però agivano incappucciati. Scoppiato lo scandalo a livello nazionale grazie a Teresi, proprio per lui cominciano i guai. Camilleri imbastisce su una traccia storica la trama del romanzo – protagonista l’avvocatogiornalista Teresi – che ha l’andamento di un giallo, illuminato dalla consueta ironia dello scrittore e da un sarcasmo irriverente. Circoli di nobili, salotti di paese, sacrestie, tribunali, sono il teatro in cui si muovono preti e benpensanti, moralisti e dame di carità, personaggi di una commedia amara imbastita su un canovaccio di prepotenza e di ingiustizia in cui si conferma il «vecchio vizio italiano: quello di trasformare il denunziante in denunziato, l’innocente in colpevole, il giudice in reo». Se lo spunto di questo romanzo è un fatto realmente accaduto, la sua realizzazione è invece frutto di pura creatività, e di quanto avvenne agli inizi del secolo scorso veritieri e conformi sono solo il nome del protagonista, Matteo Teresi, e del suo giornale, nonché il brano di un articolo di Don Luigi Sturzo. Comunque, l’abilità inventiva di Camilleri è tale da convincersi, pagina dopo pagina, che le cose sono andate esattamente così, anche perché l’autore profonde a piene mani, soprattutto nella prima parte, una travolgente verve comica. Insomma, si ride e anche volentieri, cosa non da poco in un’epoca in cui l’autentica comicità sembra essersi persa per strada. Ma è un riso che alla fine lascia un sapore amaro in bocca, perché, come si potrà leggere, ancora una volta affiora l’impegno civile di questo scrittore particolarmente prolifico. Il romanzo non può avere un lieto fine, perché se l’assenza di verità è un male, il rifiuto di conoscenza della stessa è ancor peggio e così può capitare, come nel libro, che l’integerrimo cittadino che ha scoperchiato le pentole del diavolo venga poco a poco escluso dalla società, un isolamento che non di rado può portare alla morte, e non solo per suicidio, ma anche per omicidio. Romanzo godibilissimo, che quasi si divora, accompagnato da una vena d’ironia e di sarcasmo, La setta degli angeli sembra confermare il concetto che la storia è ripetitiva e che fatti, modalità e risultanze di tanto in tanto si ripropongono. L’orgia dei preti in fondo non era che un bunga bunga dell’epoca e quindi cosa è cambiato? Nulla, perché il paese é ingessato e perpetua i suoi difetti in una decadenza inarrestabile. Anche questo nuovo libro ben riuscito di Camilleri è costruito da quel gran maestro che è. Partendo purtroppo da un fatto realmente accaduto, delinea un intreccio veramente accattivante, in cui il mistero viene pian piano svelato, come in uno dei suoi migliori romanzi gialli. I personaggi con i loro ruoli e le loro mentalità sono forse un po’ stereotipati, tra i nobili o notabili non se ne distingue uno per nobiltà d’intenti e senso di giustizia. Forse è proprio il senso di giustizia che si è perso in questa società in vecchiata, ma nella quale si nascondono i germi di alcune situazioni, mentalità e atteggiamenti che ancora emergono oggi in parte della nostra società. Proprio su questo punto si sente tanta amarezza in Camilleri! Possibile che si debba sempre stravolgere la realtà? Possibile che chi si batte per il bene e per la verità debba soccombere o andarsene in “Merica”, in quella “Nuovaiorca” dove il nostro caro Matteo è costretto a rifugiarsi?

I racconti di Nenè

Con le sue storie Andrea Camilleri riesce sempre a creare una magia narrativa. Si sentono gli odori e si percepiscono gli sguardi. Con poche pennellate evoca i personaggi in un modo talmente vivo da renderli realmente presenti. Con pochi tratti ce li fa conoscere nella loro intimità e con le loro piccole debolezze così umane. Ma sempre con uno sguardo insieme ironico e affettuoso. Ed è per questo che finiamo per amarli: ci sembra di conoscerli, di aver fatto con loro un tratto di strada. I racconti raccolti in questo libro ci restituiscono al meglio l’affabulatore Camilleri. Tra i più intimi, autobiografici e sentiti del romanziere siciliano, questi racconti fulminanti ci riservano una sorpresa in più, perché i personaggi evocati si chiamano Leonardo Sciascia e Luigi Pirandello, Eduardo De Filippo e Renato Rascel, Jean Genet e Samuel Beckett, George Patton. Ed è così che Camilleri ci porta per mano dentro storie vere, che appartengono alla sua vita e alla sua memoria, e che finalmente vedono la luce. L’avvento del fascismo e lo sbarco degli Alleati, il separatismo e la mafia, le amicizie e la famiglia, gli incontri con i grandi maestri e, su tutto, lei: l’amata Sicilia. Un libro che ci fa sedere vicino al creatore di Montalbano. Perché quando Camilleri prende la parola e si mette a raccontare, una cosa è certa: ci incantaNei racconti di Camilleri , quando parla del suo passato, riesce sempre a rappresentare, con immagini molto vive, il contesto generale in cui inserisce i suoi ricordi personali, regalandoci sprazzi di storia sociale del nostro paese, introvabili  in nessun testo di storia. 

La strage dimenticata

Nel saggio “La strage dimenticata” (Palermo, Sellerio 1984) di Andrea Camilleri vengono ripercorse le fasi storiche più salienti della “Borgata Molo”, villaggio già dal Seicento chiamato “Marina di Girgenti” e nucleo originario di Porto Empedocle.E’ alla grande, cupa torre, circondata dal mare e unita alla spiaggia da un ponte in muratura che Camilleri volge l’attenzione per fare emergere la verità su un fatto abominioso lì accaduto in seguito alla rivolta antiborbonica del 12 gennaio 1848, propagatasi da Palermo anche in detto territorio. Richiamando alla mente quanto gli aveva raccontato la nonna paterna, egli contesta la tesi sostenuta nel 1926 dallo storico locale Baldassare Marullo, il quale scrisse che “nessun fuoco di odii” aveva animato “i buoni e pacifici cittadini”. Dice che lui, vago, impreciso e addirittura depistante, si era allineato “ad una specie di congiura del silenzio” e aggiunge che vorrebbe poterlo avere davanti “per ragionarci assieme”, dal momento che nella sua paginetta e mezza dedicata all’argomento ci sono molte notizie equivoche o addirittura sbagliate.Il racconto viene così costruito secondo la strategia di un’indagine argomentativa che, avvalendosi di dati disponibili, fa generare confutazioni di versioni già sostenute. I rivoltosi che vogliono liberare i carcerati rinchiusi nella torre, i notabili del paese che pregano la Madonna perché il loro tentativo possa fallire, l’oscura decisione assunta dal maggiore Sarzana, addetto al presidio della rocca, sono tessere d’un mosaico, magistralmente rappresentato, che hanno come esito la strage di 114 uomini nella fossa comune di quel luogo, ordinata sicuramente per il timore di una loro partecipazione alla rivolta contro i Borboni. Il parallelismo tra i tonni che finiscono di vivere in “spaventoso silenzio” dopo che la camera della morte viene alzata e i carcerati che muoiono vociando disperatamente per la mancanza d’aria è qui d’una singolare efficacia descrittiva. E oltremodo interessante appare, per la comprensione d’un comportamento collettivo, la chiarificazione del termine “Tragediatore”: “è dalle parti nostre, quello che, in ogni occasione che gli capita, seria o allegra che sia, si mette a fare teatro, adopera cioè toni e atteggiamenti più o meno marcati rispetto al livello del fatto in cui si trova ad essere personaggio. Lo scopo della sua “interpretazione”, precisa inoltre, è di sollecitare (…) la partecipazione più pronta e attiva da parte di coloro che alla scena si trovano ad assistere”. La messa in scena, dunque: una pantomima funzionale in questo caso alla manipolazione del consenso e all’occultamento della verità.In appendice che Camilleri riporta infine i 114 nomi dei prigionieri che subirono quella mattanza (tutti siciliani e nessuno empedoclino), dal suo punto di vista appositamente voluta. Cronachetta paesana, dunque, la “strage dimenticata”, ma letta secondo un ampio intento che si collega con la visione che Sciascia ebbe della storia: anche il silenzio su fatti, la cui memoria può nuocere o ledere determinati interessi, è un’impostura al pari della falsificazione operata sui documenti.

Le ali della sfinge

Ci sono i consueti ingredienti delle inchieste del commissario Montalbano, in questo nuovo romanzo di Camilleri: i chiardiluna legislativi, i lorsignori della politica, i lasciti di un governo   gaglioffo, la prolissa incompetenza dei superiori, le calandrinate verbali di Catarella; gli stranguglioni, le làstime, i teatrini, le esche bugiarde, e la sensualità golosa del commissario. Ma in una diversa ricomposizione, ora: attraversati come sono da un’insidia segreta, che viene dal retrosguardo abissale di un Montalbano che avanza nella gravedine degli anni ed è giunto alle “sabbie mobili” del suo celibato adultero con Livia; ed è incistata nell’infarto subìto dal senso della realtà, allorché i “mostri” sembrano mulini a vento, la “provvidenza” è un prestanome criminale, i campi d’accoglienza per gli immigrati sono dei lager, i sequestri di persona possono essere anche messinscene da operetta, e la “Buona volontà” costituita da anime cosiddette pietose è un’associazione a delinquere specializzata nella tratta e nello sfruttamento delle nuove schiave. In una discarica è stato trovato il cadavere di una giovane russa, marchiato da un tatuaggio. La farfalla, tatuata sulla scapola della vittima, è una “sfinge”: una farfalla migratoria e notturna, come le nuove schiave. Montalbano, per risolvere il caso, dovrà “cataminarsi tra monsignori e anime divote”, in questo romanzo improntato dalla matematica del doppio. Dalla sfuggente doppiezza della realtà, alla duplicazione dei casi, al bivio delle scelte, alla scissione della personalità, alle due ali apparenti della “sfinge” che di fatto sono quattro: come quattro sono le schiave-farfalle. La labilità irrequieta di Montalbano si esibisce in pantomime solitarie; nella dissociazione tra un io che tende a cedere agli alibi della vecchiaia, e un secondo io che si oppone, resiste, e irride; tra la sensibilità ipotetica di un fauno e quella di un casto Giuseppe. Quando il commissario crede di essersi ricomposto nell’unità di una decisione, e si precipita all’incontro con la sua metà, la trama gli riserva una sgambata. E si divarica tra la corsa di Montalbano che va in una direzione, e la corsa di Livia che va nella direzione opposta. Come accadeva nei poemi cavallereschi di una volta; e nei romanzi ottocenteschi decisi dalla etorogenesi dei fini. L’architettura romanzesca ironizza su se stessa. Si diverte. E diverte. Malgrado tutto. (S.Nigro)

Favole al tramonto

Una cultura enciclopedica sapientemente distillata da una incontenibile intelligenza creativa consentono a Camilleri di catturare,nel dipanarsi del tempo,gli elementi più emblematici per trasferirli nello spazio temporale del presente,cogliendo i nodi fondamentali delle microstorie del passato, rivestendole di un linguaggio personalmente inventato con relitti preziosi dell’arcaicità,intrecciati sul binario di fondo della lingua italiano,spagnola, latina,ebraica,idoneo a trasformarsi in sonorità narrativa, divertendo il lettore stupefatto,costretto a riflettere su ogni forma lessicale con timbrature ironiche che scandiscono le connotazioni delle stazioni diverse del cammino umano. 

In una favola Esopo narra di un uomo nero che, dopo essere stato acquistato, viene pulito, ritenendo il padrone che quel colore fosse dovuto alla sporcizia. Camilleri ne affida la prosecuzione alla sua scrittura, immaginando che sia la moglie a lavarlo. Le conseguenze non si fanno attendere: dopo il periodo di gestazione, lei dà alla luce due gemelli dal colore marrone. Al marito non viene però in mente il tradimento coniugale. Egli, piuttosto, pensa che siano i neri a diffondere il contagio e decide così l’allontanamento dalla città del suo schiavo.

Il tema qui trattato, come facilmente si nota, è di estrema attualità e fa riflettere sul fatto che dai pregiudizi alla costruzione dell’idea di nemico il passo è breve. E’ questa la sintesi del nono racconto-apologo della raccolta “Favole al tramonto” (Roma, Edizioni dell’Altana 2000). In tutto sono sedici le narrazioni a costituirla. Di esse, unitamente ad altre, la prima (“Il cavaliere e la mela”), la quinta (“Il pelo, non il vizio”), e l’ottava (“Il cavaliere e la volpe”) appariranno nel 2003 su “Micromega” con la precisazione di “ dieci favole politicamente scorrette” data l’allusione alla presenza berlusconiana. “La mia avversione per Berlusconi è totale”, dichiara Camilleri rispondendo ad una domanda postagli da Gianni Bonina. “Attenzione”, subito dopo precisa, “è un’avversione limitata a lui, “di persona pirsonalmente”. Anche stavolta l’influsso in lui esercitato da Sciascia è lampante. “Favole della dittatura” dello scrittore di Racalmuto e “Favole al tramonto” del nostro hanno questo in comune: quello di essere attraversate dalla passione civile che si esplica in una spiegazione generale dell’esistenza. Allegoria e parodia vanno di pari passo.

E’ il caso de “Il pelo, non il vizio”, dove il Cavaliere si incontra nell’Aldilà con un omino dall’aspetto dimesso. “E io la ricuso”, gli dice appena viene a conoscenza che costui è il giudice supremo. Fra realtà e irrealtà, il mondo favolistico di Camilleri è in primo luogo caratterizzato da uno spiccato senso dell’umorismo. In questo libro egli con destrezza si rifà alla tradizione di Esopo e Fedro, ma la rilegge, strizzando l’occhio a Pirandello. E l’umorismo, quale sentimento del contrario, è ad esempio rinvenibile nella favola “Chi è senza peccato”, dove Gesù abbraccia il Diavolo con il plauso di San Pietro. In “Parabola”, il cui nucleo è costituito dall’episodio evangelico dell’adultera, un sordomuto, come tale incapace di ascoltare la parola del Cristo, le scaglia la prima pietra. Gli altri ne seguono l’esempio, mentre a stento il divino Maestro riesce ad allontanarsi. Quasi sempre il taglio, oltre ad essere mordace, è pedagogico e fa pensare al detto oraziano della fustigazione morale attraverso l’ironia. Significativo, in tal senso, è il “mimo” che ne “Il cappello e la coppola” fa affiorare un aspetto inquietante della realtà: il potere mafioso esiste in quanto è l’impero della finanza a servirsene. L’epilogo di ogni favola, diversamente da quanto accade in quello tradizionale, è triste. Forse perché nell’odierna “Iliata”, anagramma di “Italia” e in dialetto “gelata”, si sta ormai senza attese. C’è poco, o meglio nulla, che possa dare allegria. Il disincanto è totale, la narrazione si sottrae a motivi consolatori e lascia con un sorriso beffardo. Quello della sconfitta che, pur non piegandosi ad atteggiamenti rinunciatari, fa guardare alla realtà con la maturità del distacco

CI SEMBRA MOLTO UTILE RIPORTARE, IN QUESTA SEDE, IL GIUDIZIO DELLA SCRITTRICE E CRITICA LETTERARIA ALESSANDRA SCARINO SUL NUOVO CAMILLERI DI CARMELO ALIBERTI

Abituati alla caducità delle cose terrene, pensavamo fosse giunto il tempo in cui le pagine della nostra storia cinquantennale potessero chiudersi appagate e stanche. Non era improbabile pensarlo. E’ accaduto altre volte che il tramonto degli uomini si manifestasse così, con un velo di malinconia e un tanto di forza struggente che ha un occhio per l’oceano straordinario da scoprire, ma anche per le cose non fatte, per le cose non concluse.

Dimenticavamo, per imperdonabile confusione, che non abbiamo ragionato solo come uomini, che il Rhegium Julii era qualcosa di più: una nuvola aperta sul cielo della vita con le idee, la passione civile, la spinta all’edificazione culturale e civile che si implementavano ogni giorno dei contributi dei fondatori e si rinnovavano con lo spirito e l’entusiasmo delle risorse più giovani.

Dimenticavamo che quella nuvola d’aria, sempre rigenerante, consentiva a tutti i partecipanti di coltivare un sogno, di annegare dentro l’attesa di un futuro capace di stimoli e fermenti aperti all’infinito.

Era il 1968, il tempo della rivoluzione sociale e culturale del Paese. Con Giuseppe Casile, il nostro impagabile fondatore, molti di noi non ambivano di perdersi dietro scelte effimere e dispersive che le sirene del consumismo, già da allora, alimentavano.

A Reggio si era da poco conclusa la “Primavera reggina”, i Premi Ibico, i premi Villa San Giovanni che l’Azienda autonoma di soggiorno e turismo di Guglielmo Calarco e Amerigo Degli Atti, con il mecenatismo dell’ing. Giovanni Calì, alimentavano.

Si avvertiva molto la mancanza di quelle occasioni che per anni avevano facilitato il confronto civile e accresciuto il senso estetico del territorio facendo nascere alcune forze intellettuali di grande levatura, ben note a in tutto il Paese.

Proprio in quegli anni il Circolo Rhegium Julii ha svolto un ruolo di supplenza importante.

I suoi Premi di poesia inedita diventarono subito un’occasione d’imperdibile partecipazione. I suoi cenacoli, con personalità come Gilda Trisolini, Emilio Argiroffi, l’on. Enzo Misefari, Pasquino Crupi, Francesco Fiumara, Ernesto Puzzanghera, Rodolfo Chirico, Nino Freno, Antonietta Maria Corsaro, Adriana Condemi,  Elio Stellitano, Rosita Borruto, con le fugaci apparizioni di Tommaso Rossi, Saverio Strati, Mario La Cava, Fortunato Seminara, Mario Labate, Antonio Piromalli, e tanti altri giovani e amici, trascinavano la nostra azione con la forza di un fiume in piena.

E’ da quelle occasioni, dall’esigenza di allargare il confronto con tutto le forze presenti sul territorio nazionale, che nacquero i Premi per la narrativa, saggistica, giornalismo, poesia, studi meridionalistici, che hanno visto la presenza di tutti i massimi rappresentanti della letteratura italiana e straniera. Ed è sempre da lì che Reggio Calabria ha avuto l’opportunità di ospitare i premi Nobel Josif Brodskij, Derek Walcott, Toni Morrison, Seamus Heaney, Rita Levi Montalcini, i poeti Mario Luzi, Yves Bonnefoy, Piero Bigongiari, Maria Luisa Spaziani.

E’ stato un proliferare di iniziative sempre diverse, sempre nuove e apprezzate da ben quattro Presidenti della Repubblica: pensiamo in particolare, ai Caffè Letterari, agl’incontri con l’autore, ai Viaggi nell’anima, al programma Per amare il libro, alle attività di promozione della letteratura nelle scuole cittadine e della provincia. Pensiamo ancora al ponte ideale stabilito con Messina, presso l’Università ed al Teatro in Fiera, il luogo che ha registrato la presenza del grande poeta greco Ghiannis Ritsos.

La vita del Rhegium ha vissuto cinquant’anni d’intenso impegno che è ancora presente nella mente di chi è stato presente al Teatro Cilea o al Teatro Odeon di Reggio Calabria.

Ecco perché la storia del Rhegium Julii non poteva finire. Qualche anno di difficoltà nato a causa dello sbandamento di alcune Istituzioni che hanno smarrito la strada maestra di una oculata gestione delle risorse spingendosi verso l’effimero e l’inconcludente, non poteva non avere ripercussioni sulle attività programmate che, in qualche caso, non hanno trovato adeguata copertura.

Ma il tempo fa giustizia di ogni errore, e quest’anno, grazie al sostegno della Città Metropolitana, di sponsor come il Rotary Club Reggio Calabria, Lyons Club Host e Magna Grecia e del Comune di Campo Calabro, il Rhegium può offrire al suo territorio, ai suoi giovani, alla Città, un pezzo importante del proprio rinnovato impegno per la crescita culturale e sociale delle nostre comunità.

La qualità della vita, in fondo, risiede anche in queste scelte di principio: impedire al pensiero di annegare, promuovere l’affermarsi della bellezza, della creatività, dell’antico sogno che ha fatto nascere la polis prima, un Paese democratico poi. Il Paese che tutti amano per avere saputo prima creare e poi spendere il suo valore e le sue eccellenze in tutto il mondo, oltre ogni confine, oltre ogni latitudine.

Il giudizio della scrittrice e critica letteraria Triestina Alessandra Scarino sul Camilleri di Aliberti.

Introdurre un saggio letterario è cimento affascinante nonché delicatissimo e complesso. A differenza di un’introduzione ad un’opera letteraria, in cui a confrontarsi e a incrociarsi sono due sguardi — quello di chi stila l’introduzione e quello dell’autore dell’opera vera e propria —, nel caso di un saggio critico il gioco dialettico coinvolge tre sguardi: quello di chi scrive l’introduzione, quello dell’autore del saggio e quello dello scrittore sottoposto ad indagine critica. Questo intreccio, lungi dal diventare motivo di confusione e di indebite contaminazioni, può essere molto fecondo, a condizione tuttavia che si prenda lo sguardo del saggista come una potentissima lente mediatrice tra la voce dell’introduzione e la voce dell’opera e dell’autore analizzati e illustrati. Questa potenzialità brilla vivacemente nell’ultimo saggio  del critico, scrittore e poeta Carmelo Aliberti, dal titolo “Andrea Camilleri”. La presentazione della biografia e dell’opera del famosissimo artefice del commissario Montalbano è infatti una lente puntata sui particolari, ma che continuamente si allontana per inquadrare i singoli casi in una panoramica che tutti li raccoglie e li ordina.  Aliberti infatti ora focalizza i dettagli ora la rete più vasta che li connette in un disegno ben orchestrato e orientato.

Passando in rassegna gli snodi della biografia esistenziale ed artistica dello scrittore siciliano, il critico realizza una sorta di esplorazione stratigrafica di tutta la sua opera. Come uno speleologo alle prese con la perlustrazione di tante profondissime grotte, il critico ricerca in profondità i sotterranei corsi d’acqua che alimentano il fiume copioso e fluente dell’opera camilleriana nel suo insieme. Quindi con la pazienza e la sapienza del paleontologo e dell’archeologo raccoglie uno ad uno tutti i “reperti” rinvenuti nel corso della ricognizione e li connette in una visione unitaria densamente significativa. 

Questa ricerca convoca sullo scenario tutti gli elementi della vita, della formazione culturale ed artistica e delle esperienze cruciali di Camilleri. Questi elementi a loro volta vengono sottoposti a una sorta di decantazione dalla quale l’autore del saggio trae l’essenza più intima e profonda dell’universo umano e letterario dello scrittore. Il percorso è per gradi: la nascita a Porto Empedocle nel 1945 e l’infanzia e la primissima giovinezza trascorse in quella sua Sicilia amata con dolore e fierezza, teatro privilegiato della maggior parte delle sue opere; la formazione come sceneggiatore e regista a Roma dove mise in scena molte opere teatrali e realizzò per la Rai sceneggiati di argomento poliziesco come la serie del tenente Sheridan con Ubaldo Lay e del commissario Maigret con l’ineguagliato Gino Cervi. Da queste esperienze si diparte un altro fiume carsico: il genere poliziesco, primitiva passione da cui in anni più maturi fioriranno le vicende di Montalbano. A completare il mosaico, da una parte la sensibilità e l’attrazione di Camilleri nei confronti del teatro dell’assurdo che per primo portò in Italia con allestimenti di opere di Beckett e Ionesco, e dall’altra l’empatia con l’universo tra pessimistico, grottesco e disperatamente ironico, di Pirandello.

Aliberti, nell’analisi individuale delle opere di Camilleri, riesce a far affiorare tutte le linfe segrete dell’ispirazione dello scrittore che si biforca fin dall’inizio in due filoni: il romanzo di impegno storico e civile e il romanzo poliziesco. Il retroterra lirico, culturale e filosofico di tutti i suoi scritti viene attraversato, esplorato e ordinato dal critico in una mappa precisa che non lascia fuori neanche i particolari pressoché invisibili. La sua penna tocca e lascia parlare le miriadi di voci che si levano dalla scrittura di Camilleri: la voce della Sicilia, terra profumata e insanguinata, isola di bellezza e tragedia, di poesia e morte, di povertà e di saggezza, di poteri antichi e nuovi che periodicamente la colpiscono al cuore senza mai ucciderla; la voce degli afflitti, dei perseguitati, i loro gemiti inestinguibili e le loro grida di rivolta che si spengono sempre nel lamento funebre e nell’oblio; la voce prepotente e arrogante del potere, in tutte le sue metamorfosi, sconfinamenti e travestimenti; il groviglio inestricabile dell’esistenza di cui il caso criminoso è metafora e l’assiduo interrogarsi umano sulla verità nascosta nei casi e nei destini del vivere di cui l’investigatore, Montalbano in primis, è incarnazione traboccante di umanità e saggezza.

Il viaggio di Aliberti tocca tutte le isole dell’arcipelago letterario di Camilleri e di ognuna disegna la mappa ed evoca il clima, a partire dall’esordio narrativo nel 1978 con “Il corso delle cose” che passò del tutto inosservato. Seguirono nel 1980 “Un filo di fumo”, che è il primo di una serie di romanzi ambientati a cavallo tra l’800 e il ‘900 nell’immaginaria cittadina siciliana di Vigata — la sua Porto Empedocle trasfigurata in patria letteraria di storie dolorose e aggrovigliate —, e dopo 12 anni di silenzio, nel 1992, “La Stagione della caccia”. Ma il grande successo arriva con “La forma dell’acqua” del 1994 che è il primo romanzo poliziesco con protagonista il commissario Montalbano. Da quest’opera nascerà una serie di romanzi nota come il “ciclo di Montalbano” e illustrata e sviscerata in tutte le sue tecniche espressive, le sue trame annodate e coinvolgenti, il suo spessore umano ed esistenziale dal presente saggio.

Ciò che colpisce nel testo è l’onestà e la profondità della perlustrazione critica di ogni opera e l’allineamento di ciascuna su uno dei due binari fondamentali su cui scorre l’opera intera dello scrittore siciliano: il genere storico-civile — esemplari, tra gli altri, i romanzi “Il re di Girgenti”, “La concessione del telefono”, “Un filo di fumo”, “La strage dimenticata” e “La presa di Maccallè” — e il genere poliziesco e investigativo che segnerà il travolgente successo dello scrittore in tutto il mondo con i gialli di Montalbano, anch’essi ambientati in Sicilia nell’immaginaria cittadina di Vigata e alla cui straordinaria diffusione contribuirà anche la riduzione televisiva con Luca Zingaretti. Individuando le diverse influenze letterarie e culturali operanti in Camilleri, come quelle di Manzoni, Sciascia, Consolo, Tomasi di Lampedusa e Pirandello, Aliberti circoscrive abilmente il suo autore distinguendo le lezioni apprese dalle ispirazioni riplasmate in modo assolutamente originale, in linea con la sua esperienza personale e la sua vocazione letteraria.

Bellissime e penetranti le pagine dedicate alla presentazione del commissario Montalbano, ritratto in tutta la sua statura umana e professionale, oltre che nel suo personalissimo stile di indagine: la semplicità, l’umiltà, il rispetto delle persone indagate nonché dei colpevoli, il metodo delicatamente e nobilmente maieutico adoperato per ottenere la confessione del colpevole guidato per mano, con attenzione e cura quasi fraterni, in un viaggio doloroso negli inferi della propria coscienza, negli anfratti del proprio rimorso fino a quell’ammissione disperata di colpevolezza che è già un’espiazione agli occhi di Montalbano. Questa nota così affettuosamente umana viene messa a nudo in tutte le sue sfumature più delicate nel racconto “Il compagno di viaggio”, che fa parte di una raccolta di 30 racconti, con Montalbano protagonista, pubblicati nel 1998. La coscienza del rimorso lacerante e disperato del colpevole è qui definitivamente la via maestra verso l’assoluzione del crimine: l’implacabile esame di coscienza e il sincero pentimento sono già riscatto e perdono, anche se in genere negli altri romanzi il colpevole viene assicurato alla giustizia.

Il Camilleri che emerge dalle pagine del saggio è un uomo e uno scrittore sensibilissimo al dolore umano in tutte le sue forme, un artista e un osservatore finissimo della commedia e della tragedia umana, capace sempre di chinarsi con lucidità e compassione sul male ovunque si manifesti, nella storia, nella politica o nei meandri oscuri dell’anima. Oltre a ciò il critico pagina dopo pagina intesse un discorso teso a valorizzare la portata culturale e umanistica di tutta l’opera di Camilleri così da difenderla da ogni esclusiva identificazione con la letteratura di consumo.

Anche se la leggibilità di suoi polizieschi è fuori discussione, questo non esclude un sofisticato e colto lavoro di artigianato letterario, sia sul piano formale sia sul pieno dei contenuti. Molta attenzione Aliberti riserva infatti anche allo speciale impasto linguistico dei romanzi di Camilleri che, sull’asse della lingua italiana, intarsia termini dialettali e regionali delle sue terre, con il recupero di forme desuete, arcaiche e peregrine a volte amalgamate con recuperi suggestivi di termini spagnoli antichi.  Il risultato è una tastiera lessicale variegata e duttile, polisemica e vivacissima che avvince il reale come una rete a trame sottili e strettissime nonché elastiche e malleabili. Tutta la realtà, nelle sue stratificazioni storiche, culturali, sociali ed esistenziali, tutta la realtà esteriore ed interiore — condensata, studiata e fatta reagire entro il perimetro della Sicilia presa a specchio delle violenze della storia universale — viene avvolta e trattenuta da questa rete linguistica polifonica e polisemantica che riversa la narrazione sulla pagina con un impeto traboccante e ricchissimo. Nulla sfugge alla rete, come nulla sfugge alla lente del critico che draga con la sua penna i profondi fondali dell’universo letterario di Camilleri, fino a catturare le più sottili venature comiche e caricaturali adoperate come strumenti di caratterizzazione di personaggi e di ambienti, eredità della letteratura carnascialesca nello stile di Ruzante, Folengo e Rabelais.

Una sezione del saggio è dedicata al tema della mafia, della sua presenza nelle opere di Camilleri e del modo in cui lo scrittore si rapporta alla sua secolare presenza in Sicilia e alla sua evoluzione nel corso del tempo, dai primordi dei “galantuomini” boss di quartiere presso i quali gli umili, gli oppressi e i vinti trovavano ascolto, fino alle più recenti e losche collusioni tra stato e mafia e allo scatenamento sempre più disumano di quest’ultima all’interno di traffici efferatissimi senza più alcun altro fine se non il denaro e il potere, non ultimo il gigantesco affare dei flussi migratori trattato nell’ultimo romanzo del 2016, il 100° di tutta la sua opera, “L’altro capo del filo”.

Il profumo di umanità che intride tutte le vicende di Montalbano e il racconto storico di alcuni eventi tra i più sanguinari e “dimenticati” della storia siciliana — come, nel romanzo “La strage dimenticata”, l’incendio di Torre dove tutti i detenuti di una prigione vennero arsi vivi per onorare la ragion di Stato all’epoca dei moti del ’48 — si effonde anche nella nobiltà interiore del celebre commissario che mai si erge a giudice dei fatti e delle persone coinvolte. Sbalzando e cesellando la sua figura, il critico ne evidenzia tutte le venature e le tensioni, le difficoltà e le risoluzioni sempre sagge e rispettose della persona colpevole, qualunque sia il delitto commesso. E anche quando sono i poteri costituiti, che da sempre hanno l’ultima parola nelle aule magne della storia, ad aver palesemente violato il codice etico e professionale, Montalbano non scredita mai l’istituzione di cui fa parte, semmai cerca di correggerla se gli è possibile, ma senza mai delazioni e denunce. L’uomo che ascolta i colpevoli e li conduce per mano è lo stesso uomo che conosce i maneggi e i tranelli dei potenti: mai cerca di porsi su un gradino più alto ergendosi a censore del malcostume. Compie il suo dovere, in silenzio, con umiltà e rispetto, né ambisce a vestire i panni del paladino assoluto del bene contro le incarnazioni del male.

Un posto a parte, nell’opera di Camilleri, è occupato dall’universo femminile, al cui interno Aliberti ci guida con acume psicologico e sensibilità profonda. La fragranza che sprigiona da opere come “Donne”, composta da 39 figure muliebri — tratte dal mito, dalla letteratura o dalla sua cerchia famigliare e amicale e dunque personalmente incontrate e intimamente conosciute — e “Noli me tangere” (2016),  evoca la quintessenza del femminino, vivaio in cui ardono e fervono energie corporee e spirituali che rinverdiscono sempre la vita e l’umanità. La donna è un nume tutelare per Camilleri, un’ancella della luce e della creatività, anche quando è libera e spregiudicata perché è proprio della sua natura creare e ricreare, nutrire e dissetare, placare i dolori, curare le ferite e incantare sempre e di nuovo il mondo disincantato dell’oggi, riaccendendo con il suo naturale fervore i deserti delle “passioni spente”.

Guardando all’insieme del saggio e intersecando i tre sguardi di cui si parlava all’inizio, viene alla luce con particolare rilievo il doppio valore delle pagine vergate da Aliberti: l’illuminarsi reciproco del critico e dello scrittore, l’incontro tra le loro due visioni e il loro approfondirsi, chiarirsi e rafforzarsi a vicenda. Un contributo, quello rappresentato da questo saggio, prezioso e provvidenziale, soprattutto ai fini di una conoscenza profonda e argomentata della galassia narrativa e culturale di un autore come Camilleri, che molti identificano solo con il creatore di Montalbano, il narratore popolare di casi polizieschi e un modello della letteratura di consumo destinata al largo pubblico. Aliberti prende un lembo di questa specie di velo e lo solleva, così da mostrare tutto ciò che vi si nasconde dietro. La sua penna graffia via la patina livellante della sua ascrizione al poliziesco di intrattenimento per il grande pubblico e riporta alla luce il mondo sommerso di questo scrittore che è già un classico. Così che alla fine, anche per chi non conosce bene lo scrittore o lo associa solo ai film televisivi con Montalbano-Zingaretti, l’immagine che esce dalle pagine del saggio è simile all’interno di un Sileno, antica statuetta greca posta su un cofanetto: l’aspetto esteriore è semplice e facile da descrivere, ma una volta aperte le porticine sigillate dello scrigno ecco apparire alla luce del sole pietre preziose, unguenti, balsami, colori e profumi segreti. La penna di Carmelo Aliberti apre lo scrigno di Camilleri e pagina dopo pagina registra uno ad uno i piccoli grandi tesori nascosti, offrendoceli con saggia generosità, intuizione e accorata umanità.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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