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CONCITA DE GREGORIO

“Eroina e vittime di un iniquo codice giornalistico che risale a 70 anni fa”

Concita De Gregorio nasce il 19 novembre del 1963 a Pisa, figlia di Paolo (magistrato toscano) e Concha (originaria di Barcellona): il suo nome è lo stesso della mamma e della nonna, secondo l’uso del capoluogo catalano di tramandare il nome tra primogeniti. La futura giornalista cresce a Biella (dove frequenta le elementari) a causa del lavoro del papà; da adolescente torna a Livorno e si diploma presso il liceo classico “Niccolini Guerrazzi”, per poi laurearsi in Scienze Politiche all’Università di Pisa.

Le prime esperienza nell’informazione – Già durante gli studi universitari comincia a lavorare presso televisioni e radio locali toscane; nel 1985 entra a far parte de “Il Tirreno”, quotidiano livornese, dove lavora per le redazioni di Livorno, Piombino, Pistoia e Lucca, occupandosi soprattutto di cronaca nera

I primi anni presso La Repubblica – Nel 1990 giunge al quotidiano “Repubblica” grazie alla vittoria nel concorso Mario Formenton: assunta al giornale di Largo Fochetti da Eugenio Scalfari viene accolta sotto l’ala protettiva di Giampaolo Pansa e si occupa di politica interna (a lei si dovrà l’introduzione del termine “girotondini“) e cronaca.Nel 1994 diventa madre del suo primo figlio, Pietro, avuto dal marito Alessandro Cecioni (giornalista, tra l’altro autore di un libro sul mostro di Firenze), mentre due anni più tardi nasce Lorenzo.

I primi libri

Nel 2001 Concita De Gregorio pubblica per Laterza il suo primo libro, intitolato “Non lavate questo sangue. I giorni di Genova”, dedicato alle violenze avvenute durante il G8 tenutosi nell’estate di quell’anno nel capoluogo ligure; nel 2003 diventa madre del suo terzo figlio, Bernardo.Nel 2006 scrive il suo secondo libro, “Una madre lo sa. Tutte le ombre dell’amore perfetto”, edito da Mondadori (che entra nella rosa dei finalisti del Premio Bancarella), e si occupa della postfazione del libro di Rosalind B. Penfold “Le pantofole dell’orco. Storia di un amore crudele”, edito da Sperling & Kupfer.

Prima donna alla direzione de L’Unità

Due anni più tardi deve affrontare la morte del padre Paolo; novità importanti si materializzano, poi, dal punto di vista professionale: non solo grazie alla pubblicazione del libro “Malamore. Esercizi di resistenza al dolore”, edito da Mondadori, ma soprattutto grazie alla sua nomina a direttrice de “L’Unità“.Una nomina che, per altro, non manca di suscitare polemiche, visto che la notizia dell’arrivo di Concita De Gregorio al quotidiano fondato da Gramsci, viene resa nota attraverso la diffusione delle anticipazioni di una sua intervista rilasciata alla rivista “Prima Comunicazione”: le anticipazioni suscitano clamore, con il comitato di redazione dell'”Unità” che protesta contro le modalità di annuncio del cambio alla direzione attraverso un’intervista.Il 22 agosto del 2008, comunque, sopite le polemiche, Concita – fortemente voluta da Walter Veltroni – diventa la prima donna a dirigere “L’Unità”, prendendo il posto di Antonio Padellaro.Dopo avere scritto la prefazione del libro di Ascanio Celestini “La pecora nera. Elogio funebre del manicomio elettrico”, edito da Einaudi, la giornalista si occupa anche delle prefazioni di “Penelope alla guerra”, opera di Oriana Fallaci riedita da Bur, e di “Michelle Obama First lady della speranza”, opera di Elizabeth Lightfoot pubblicata in Italia da Nutrimenti.Nel 2010 Concita De Gregorio riceve il Premio Renato Benedetto Fabrizi e pubblica per Il Saggiatore “Un paese senza tempo. Fatti e figure in vent’anni di cronache italiane”. Realizza, inoltre, le prefazioni dei libri di Anais Ginori “Pensare l’impossibile. Donne che non si arrendono” (Fandango) e di Giovanni Maria Bellu e Silvia Sanna “100 giorni sull’isola dei cassintegrati” (Il maestrale).

Il ritorno a Repubblica

Nel luglio del 2011 la giornalista toscana lascia “L’Unità” (Pierluigi Bersani le preferisce Claudio Sardo) e fa ritorno a “Repubblica”. Nello stesso anno pubblica con Einaudi “Così è la vita. Imparare a dirsi addio” (in cui affronta il tema della morte e dei vari modi per farvi fronte), e per il libro “Sul velo. Lettere aperte alle donne musulmane” di Nicla Vassallo e Marnia Lazreg scrive “La velata”.A novembre del 2011 suscita scalpore un suo intervento nel corso di un convegno all’Università di Pisa in occasione del quale rivela che un importante dirigente del Partito Democratico le ha confessato che il partito ha volutamente perso le elezioni regionali del Lazio del 2010 per agevolare Renata Polverini, candidata di Gianfranco Fini, e favorire quest’ultimo nella sua campagna contro Silvio Berlusconi per sfaldare il Pdl.Le dichiarazioni di Concita De Gregorio alzano un polverone di polemiche, in seguito al quale lei si difende accusando i mezzi di comunicazione e i giornali di essere ipocriti.Nel 2013, ancora con Einaudi pubblica “Io vi maledico”, un’inchiesta sul sentimento di indignazione e rabbia che pervade l’Italia contemporanea; inoltre, inizia a condurre su Raitre la trasmissione “Pane quotidiano“, in onda ogni mattina dal lunedì al venerdì, dedicata alla cultura e alla letteratura.

I progressi della scienza medica fanno sì che, sempre più spesso, i confini tra la vita e la morte divengano incerti, il caso di Eluana Englaro, ma non solo, ha scatenato in Italia una forte ondata di emozioni e allo stesso tempo una serie di violente reazioni politiche e giudiziarie, l’opinione pubblica si è spaccata in due e ancora oggi sembra non esistere un’idea condivisa sui limiti e i doveri della medicina di fronte a casi di malati incurabili, a cui tutto di un’esistenza normale è negato, eppure indubbiamente vivi. Concita De Gregorio torna ai suoi lettori con un viaggio al cuore di una domanda cruciale per la nostra contemporaneità: quali sono i confini della medicina? Un viaggio che si compie attraverso l’incontro e la discussione appassionata con alcuni dei più importanti medici che operano e partecipano oggi al dibattito pubblico in Italia (come ad esempio Ignazio Marino o Angelo Vescovi) o con quanti hanno più di altri saputo raccontare il dolore e tutte le emozioni che attraversano la pratica medica (come ad esempio Marco Venturino).

MI SA CHE FUORI è PRIMAVERA

Numerosi sono i motivi che spingono alla lettura di questo libro. I fatti,  hanno avuto e una eccezionale risonanza mediatica per l’assurdità in essi racchiusa. Irina, madre di due gemelle di sei anni, perde a distanza di pochi giorni figlie e marito. Le bambine sono sparite, il loro papà pone fine alla sua vita in Italia, facendosi travolgere da un treno dopo aver meticolosamente parcheggiato l’ auto e ancor prima distrutto qualsiasi traccia del suo operato.Quando si diffonde di queste  la notizia di tale tragedia, la compartecipazione emotiva è immediata e trasversale, ma smorzatasi l’onda del turbamento rimangono però i morti viventi, coloro che la tragedia l’hanno sofferta, ma si accendono le ipotesi, le malignità,i commenti,gli interrogativi sia sui motivi dei tragici eventi,sia sulla destinazione dei bambini,insomma tutti salgono sul pulpito di giudici. Ma il desiderio di sapere, di giustificare, di incolpare , forse, nell’intimo, per appianare le proprie paure, di scandagliare a fondo anime e psicologie per evitare di farlo con le nostre o con quelle dei propri cari e così, repentinamente, si diventa morale, giudice, etica e regola.La lettura di questo piccolo libro potrebbe allora portare ad una riflessione profonda, al superamento di una certa malcelata morbosità, a scoprire un messaggio positivo ed equilibrato. Irina ha bisogno, a distanza di quattro anni dai tragici fatti, di scrivere e quindi di comunicare e lo fa cercando e usando come intermediaria la De Gregorio che, con grande delicatezza, sparisce quasi in queste pagine e si presta mirabilmente a restituirci l’immagine di una donna che si ama e che ama, a dispetto di tutto. 
In brevi capitoletti si alternano le voci femminili in questione; Concita offre una sorta di cronistoria dell’incontro fra le due e del loro lavoro di conoscenza reciproca, Irina scrive missive e rivolgendosi all’archivista ottusa, alla maestra latitante, alla nonna, al padre, al giudice o allo stesso marito all’epoca dei fatti, offre la storia di se stessa, della sua famiglia d’origine, della sua famiglia, delle indagini e del suo percorso successivo. Si rapporta ad una dimensione temporale che ormai non la rende più schiava delle quotidiane categorie temporali di ieri, oggi e domani, vive il presente e riscopre se stessa e l’amore. Riporta una serie di coincidenze nella propria storia che la fortificano nella convinzione di essere parte di un tutto che tende a presentarsi e ripresentarsi per annullarsi e risolversi per poi riproporsi.La Concita De Gregorio riesce ad inabissarsi nel guscio della storia e si limita alla trascrizione fedele del racconto della madre,senza lasciarsi travolgere dal dipanarsi misterioso dalla assurda crudeltà degli avvenimenti luttuosi e senza accentuare con gli strumenti di una vera e controllata scrittura,il racconto sconvolgente di una madre,che si è vista improvvisamente sola, privata dal marito e dalla misteriosa scomparsa dei suoi due bambini,riuscendo a metabolizzare la tragedia senza perdere la speranza di potere rinascere dalle ceneri del suo destino,come l’araba fenice. La         lettura si rivela molto utile a superare una condizione di radicale disperazione,dopo aver attraversato la bufera del dolore e  si ha una biologica voglia di avere una soluzione del caso, che la giustizia umana non ha ancora prodotto, ma che permette, in un arco di tempo relativamente breve- quattro anni- ,di sapere come riesce una mamma a vivere e a non sopravvivere, dopo le più crudeli ferite inferte da un incomprensibile destino. . 

IO  VI  MALEDICO

lo vi maledico c’è scritto sulla lapide di marmo che un operaio dell’Ilva di Taranto ha voluto mettere per strada, sotto casa sua. E “Io vi maledico”, dice la figlia dell’imprenditore che si è ucciso strozzato dall’usura bancaria. Sono due delle storie che compongono il ritratto corale di un Paese disorientato, in cui rabbia e frustrazione possono trasformarsi in malattia sociale o in vento di cambiamento. C’è il ragazzo sardo che voleva partecipare a X Factor, non l’hanno preso ed è tornato in miniera. C’è Michele, 4 anni, che ha fatto il test per misurare la rabbia e doveva prendere delle medicine, ma sua madre ha deciso di no. La fatica dei genitori, la sazietà disillusa dei figli. Emanuela che ha scritto due volte a Marchionne e che sa – glielo ha spiegato suo padre – cosa significa “comportarsi da uomo”. C’è Milagros che racconta che gli indignados sono orfani delle carte di credito e figli degli sfratti. C’è la rabbia degli adolescenti, cui i professori non sanno dare risposte. Ci sono cinque donne sindaco del Sud, dove le teste di maiale non son maschere da indossare alle feste. E c’è Atesia, dove le donne del call center rispondono la notte ai maniaci per non perdere 80 centesimi lordi. Un ritratto scritto con parole dure come la pietra. O come la verità. Unico antidoto alla rabbia di chi è stanco di non essere ascoltato.

E NON  LAVATE QUESTO SANGUE

Quando, nel luglio 2001, Concita De Gregorio mette piede a Genova per raccontare ai lettori del suo giornale il vertice del G8 non sa che, nei tre giorni successivi, assisterà a una delle pagine piú tristi della storia del nostro Paese. In una città blindata, oppressa da una cappa di tensione, le forze dell’ordine e i manifestanti si scontreranno in una sanguinosa guerriglia urbana. E la morte di Carlo Giuliani riporterà le lancette della storia indietro di qualche decennio. A distanza di quindici anni, il diario di cronista dell’autrice diventa un modo per ricordare un evento che ha segnato un prima e dopo Genova. Per restituire l’andamento di quei giorni, l’inizio lieve, la sorpresa, lo spavento e lo smarrimento. E, insieme, l’occasione per tracciare il bilancio di una vicenda che brucia ancora nel ricordo       

 

 COSI’  E’ LA VITA (2011)

Imparare a dirsi addio

I bambini fanno domande. A volte imbarazzanti, stravaganti, definitive. Vogliono sapere perché nasciamo, dove andiamo dopo la morte, perché esiste il dolore, cos’è la felicità. E gli adulti sono costretti a trovare delle risposte. È un esercizio tra la filosofia e il candore, che ci obbliga a rivedere ogni volta il nostro rassicurante sistema di valori. Perché non possiamo deluderli. Né ingannarli. Siamo stati come loro non troppo tempo fa. Dell’invecchiare, dell’essere fragili, inadeguati, perfino del morire parliamo ormai di nascosto. Ai bambini è negata l’esperienza della fine. La caducità, la sofferenza, la sconfitta sono fonte di frustrazione e di vergogna. L’estetica dell’eterna giovinezza costringe molte donne nella prigione del corpo perfetto e le inchioda dentro un presente mortifero, incapace di darci consolazione, perfino felicità. In questa intensa, sorprendentemente gioiosa inchiesta narrativa, Concita De Gregorio ci chiede di seguirla proprio in questi luoghi rimossi dal discorso contemporaneo. Funerali e malattie, insuccessi e sconfitte, se osservati e vissuti con dignità e condivisione, diventano occasioni imperdibili di crescita, di allegria, di pienezza. Perché se non c’è peggior angoscia della solitudine e del silenzio, non c’è miglior sollievo che attraversare il dolore e trasformarlo In forza.

 

Chi sono io? Autoritratti, identità, reputazione. Ediz. illustrata

 

Attraverso una lunga ricognizione nel territorio della fotografia femminile, la scrittrice interroga, e si interroga sul senso e il valore di un gesto: quello dell’autorappresentazione. “Nel impegnativo percorso  di studio, ricerca e seleziona la fantastica galleria di autoritratti femminili, dalla fine dell’Ottocento alle giovani artiste che pubblicano oggi i loro lavori sui blog, soffermandosi  a parlare a lungo con cinque fotografe. A tutte – Guia Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni, Moira Ricci – ha chiesto delle loro fotografie e notizie sulla loro vita; Le fotografe  hanno risposto raccontandomi,con dovizia di particolari la loro storia: i rapporti avuti con la famiglia, con la madre,  la spensieratezza dell’infanzia,e poi il convulso procedere del tempo che proietta nella solitudine e accende la paura di vivere in perenne incertezza, la parabola dello splendore del corpo e della sua dolorosa decadenza, gli attimi sfuggenti della passione sessuale, la felicità e il conforto del tempo dedicato ai figli. Il tempo, l’ossessione del tempo: assenza, presenza. Pieno e vuoto. Cercarsi, mancarsi. Incontrare, incontrarsi e, in tali itinerari,la.scrittrice ricerca metaforicamente risposte convincenti agli.angosciosi enigmi sugli oscillanti percorsi esistenziali inizialmente gioiosi e poi gradualmente logorati dall’avidità del tempo, un vero racconto di vite,incise in ritratti imbalsamati,ma racchiudono nell’immobilità silente di una cornice, un serbatoio memoriale che formicola sotto le sembianze del ritratto,da cui si irradiano impulsi benefici di vita che diventano la medicina al male di vivere. Un filo invisibile intreccia autonomamente le diverse episodicamente esistenze immortalate nel ritratto, ma la scrittrice neIl’urgenza della ricerca di un consenso e di una condivisione  pure accidentale, rinviene talvolta pure in irrilevanti segnali,un segreto codice esistenziale personale e universale,a cui appigliarsi,per sentirsi legati agli altri da un comune destino.

NELLA  NOTTE (2019)

Con il presente romanzo,Concita De Gregorio conferma le sue eccezionali capacità di scrittrice limpida, di giornalista che nelle redazioni dei gionali,in cui ha lavorato ( da “Il tempo”,a “Repubblica”,a “L’espresso”,a “L’unità”, che ha diretto per due anni, contrastata dalla redazione per le modalità in cui la sua nomina è avvenuta,dotata di una encomiabile onestà intellettuale, che traspare in ogni suo romanzo e nelle sue inchieste e nelle trasmissioni televisive, si merita il riconoscimento di primo piano nella storia della nostra nuova letteratura e ,particolarmente nell’ambito femminile. Infatti,sia per il pregio di un simmetrico e coerente sviluppo strutturale,sia per la penetrante perforazione di situazioni enigmatiche che avvengono dietro le quinte del potere e di notte,quando si realizzano in segreto dossieraggi o accoltellamenti politici degli stessi compagni di partito, per eliminarli con inventate accuse e documenti e spanarsi la strada per conquiste di prestigiosi incarichi di potere o organizzati dagli stessi partiti che, servi dei forti poteri esterni,che li sostengono finanziamenti,creano alleanze con altre forze politiche, per abbattere facilmente (o creano le condizioni per farli cadere con pretestuose argomentazioni, apposta montate ,facendo.apparire.responsabili.del.disastro,economico,finanziario,giuridico,politico ed etico gli alleati di governo o. sotto la maschera della finzione umanitaria o della sicurezza dei cittadini,armano con superficialità la mano dei cittadini per autodifendersi dai notturni incursioni di delinquenti che,con l pistole in mano e con il passamontagna in testa,minacciano di morte vecchietti o disabili,massacrandoli con torture o freddamente e barbaricamnte li uccidono,dopo averli rapinati di pochi euro. La protagonista che, nel giro della sua attività giornalistica, ha ben registrato da vicno il vero volto della bestia umana mascherata di apparente dolore e di pietà,per allontanare ogni sospetto dalle sue responsabilità in trame criminose,come anche spessissimo avviene nel mondo degli apparti pubblici miliardari,da assegnare con ogni trucco ai complici insospettabili,che le forze dell’ordine o i servizi segreti,ne mostrano il volto e il torbido sguardo,con le catene ai polsi nell’atto di proteggersi il viso con la manica della giacca. La giovane e brava giornalista abbandona la sua attività che le fa scoprire intrighi ributtanti. Anche la sua amica giornalista, Alice,meravigliata della scelta della compagna, compie la stessa esperienza nel giornale e compie la stessa scelta dell’amica Nora. Anch’essa ha visto con ripugnanza ed orrore, la “macchina del Fango”,sempre pronta a distruggere e farne sparire il corpo,per libidine sessuale,per famelicità di denaro eper ubriacatura di potere. Così, depurati da ogni pregiudizio, ci sembra che interpreti con coerenza ideologica,il ruolo dell’intellettuale impegnato,suggerito in altro periodo dai maggiori teorici del marxismo,ma obbedendo all’urlo etico della sua coscienza,molto solidale con le vittime del potere e dell’abberrazione esistenziale.  

Trama

Nora D. studia a Pisa. Ha scelto di raccontare, nella sua tesi di dottorato, le ragioni che portarono alla mancata elezione del presidente della Repubblica nel corso di una celebre congiura politica di alcuni anni prima. Prova a ricostruire la vicenda attraverso il racconto confidenziale di alcuni protagonisti di quelle ore. Intitola il suo lavoro “Nella Notte” perché tutto, come spesso nei momenti cruciali della nostra storia, avvenne tra le sette di sera e le nove del mattino. Ma dove hanno luogo quegli incontri segreti? In quali palazzi, a che ora? Chi è il regista? Nora indaga. Dalle parole dei testimoni ricompone nei dettagli la congiura, si imbatte in un delitto. In virtù della qualità della sua tesi, trova un impiego di prestigio in un centro studi a Roma e arriva nella capitale, oggi. Il suo luogo di lavoro si rivela una centrale di dossieraggio, fulcro di una rete di ricatti e giochi di potere. Una “fabbrica del fango”. Decide di rinunciare all’incarico, ma incontra Alice: la sua migliore amica d’infanzia e giovinezza. Il centro studi diventa per Alice l’osservatorio ideale dove studiare il meccanismo delle tre Esse – Sesso, Soldi, Segreti – che governa l’informazione politica. Insieme le due ragazze avviano un’indagine parallela e segreta che, ripartendo dal delitto di quella notte decisiva, mette a fuoco la Guerra dei dossier: una serie di scandali sessuali che hanno coinvolto personaggi politici di primo piano e hanno cambiato il corso della storia. Muovendosi tra la cronaca politica, descritta nei suoi retroscena con profonda conoscenza delle persone e delle storie reali, e il ritratto di due giovani donne costrette ad agire in un mondo ostile – e molto maschile -, Concita De Gregorio racconta una storia di potere esemplare: la matrice del presente, la minaccia perpetua sul futuro. Un romanzo teso, elettrico, che ha il respiro del thriller e la potenza del ritratto generazionale.

MALAMORE

“Malamore è un libro del ù2008 e ha una forza che cresce col passare degli anni: cresce perché resta intatta, nel tempo, la vera domanda che lo anima. E la domanda non è perché gli uomini si sentano tanto spesso autorizzati a esercitare violenza – verbale, fisica, psicologica – sulle donne che sostengono di amare. La vera questione – mi pare, piuttosto – è perché le donne non siano in grado di respingere la violenza, quando la riconoscono. Cosa le induce, cosa ci induce a sopportare il crescendo di umiliazioni, le piccole angherie domestiche, le prepotenze pubbliche che sempre preludono a un epilogo tragico? Cosa ci fa credere di poter cambiare, accogliere, domare la minaccia? C’è una sorta di presunzione, dice l’antica favola che apre questo libro: la topolina si innamora del gatto, convinta che lo renderà vegetariano. C’è un oscuro sentimento profondo che si nutre di sensi di colpa, raccontano le tante storie di donne – celebri, anonime – che come stelle cadenti illuminano la scena del delitto. Esercizi di resistenza al dolore, recita il sottotitolo. Forse la chiave è qui: nella confidenza che le donne hanno col dolore, la palestra che serve a trasformarlo in forza. Ciascuno troverà la sua risposta, leggendo. Troverà qualcosa della sua storia e forse il coraggio di guardarla negli occhi. Se accadesse anche una volta sola, è per quella volta che ho scritto questo libro.” (Concita De Gregorio)

Le donne hanno più confidenza con il dolore. È un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da essere quasi amico. Ci si convive, è normale. Strillare disperde le energie, lamentarsi non serve. Trasformarlo, invece: ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. È una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa. Le storie qui raccolte sono scie luminose, stelle cadenti che illuminano a volte molto da lontano una grande domanda: cosa ci induce a non respingere, anzi a convivere con la violenza? Perché sopporta chi sopporta, e come fa? Quanto è alta la posta in palio? Alcune soccombono, molte muoiono, moltissime dividono l’esistenza con una privata, indicibile, quotidiana penitenza. Alcune ce la fanno, qualche altra trova nell’accettazione del male le risorse per dire, per fare quel che altrimenti non avrebbe potuto. Sono, alla fine, gesti ordinari. Chiunque può capirlo misurandolo su di sé. Sono esercizi di resistenza al dolore.”

Concita De Gregorio sta pagando per tutti

L’ex direttrice dell’Unità racconta che il fallimento dell’editore, una legislazione arcaica e i tempi della giustizia l’hanno messa in una situazione impossibile che potrebbe capitare a qualsiasi giornalista.

Concita De Gregorio, ex direttrice del quotidiano l’Unità, conduttrice televisiva e collaboratrice di Repubblica, racconta che oggi non ha più un soldo e che il suo conto corrente è stato bloccato. La ragione è che, quasi dieci anni dopo aver lasciato la direzione dell’Unità, deve ancora affrontare decine di richieste di risarcimento danni per articoli pubblicati dal quotidiano quando ne era la direttrice. Questi debiti non sono direttamente suoi: ma dato che l’editore è fallito e molti dei giornalisti dell’epoca sono oggi disoccupati o irrintracciabili, De Gregorio è costretta a pagare per tutti.

È una trappola creata dall’incrocio di leggi arcaiche con i tempi biblici della giustizia italiana: non riguarda solo De Gregorio ma potenzialmente tutti i giornalisti italiani, e sono decine quelli che negli ultimi anni si sono già trovati in situazioni simili. De Gregorio, che fino alle ultime settimane aveva parlato raramente della vicenda, ha raccontato al Post: «Sono otto anni che mi sono messa a disposizione dei tribunali. Non chiedo niente a nessuno: non è una battaglia per me, ma per far sì che quello che mi succede non accada ad altri, ai giovani che fanno questo mestiere». La soluzione sarebbe mettere finalmente le mani nella superata legge italiana che regola la diffamazione a mezzo stampa, che risale oramai a oltre 70 anni fa.

La storia di De Gregorio comincia nel 2008, quando l’imprenditore e presidente della Sardegna Renato Soru la chiamò per dirigere lo storico quotidiano di sinistra l’Unità, che aveva appena comprato. De Gregorio ricorda che Soru era considerato una sorta di Steve Jobs italiano, fondatore di Tiscali, una delle principali società italiane di telecomunicazioni, oltre che un politico ambizioso e promettente. All’epoca si era da poco insediato quello che sarebbe diventato l’ultimo governo Berlusconi, e il giornale si preparava a un periodo di lotta politica frontale.

De Gregorio, che era già un’importante firma di Repubblica, accettò l’offerta. Si licenziò dal giornale e divenne la prima donna a dirigere il giornale fondato da Antonio Gramsci. I tre anni successivi furono un periodo di grandi cambiamenti per il giornale, nel formato (ridotto fino a diventare un “mezzo tabloid”, poco più grande dei giornali gratuiti) e nel sito, e di grandi campagne giornalistiche sugli scandali di Berlusconi, sul suo entourage e i suoi alleati. Le tracce di questi scontri si possono vedere nell’elenco delle cause civili che De Gregorio deve ancora affrontare: ce ne sono che arrivano da Silvio Berlusconi, da Paolo Berlusconi, da Augusto Minzolini e dalla famiglia Angelucci (gli editori dei quotidiani Libero e il Tempo).

Queste grandi campagne sono frequenti nel giornalismo italiano (e non solo), ma per funzionare hanno bisogno che l’editore garantisca ai direttori e ai giornalisti che le portano avanti un’ampia copertura legale. È relativamente facile infatti intimidire un giornalista lasciato solo: basta una causa civile per danni dovuti a una diffamazione a mezzo stampa in cui il “danneggiato” richiede un risarcimento spropositato. Anche se la richiesta di danni non ha fondamento (cioè, come si dice in gergo, è una “querela temeraria”), il giornalista dovrà comunque pagare un avvocato per affrontare il processo e rischia di vedersi sequestrati beni e stipendio in caso le cose vadano male, per esempio per una condanna non definitiva in primo grado.

Per questa ragione, gli editori offrono quasi sempre ampie protezioni ai loro giornalisti più esposti, mettendo da parte fondi e risorse per pagare le loro spese legali, difenderli con abili avvocati esperti di diritto dell’informazione e risarcire coloro che dovessero vincere le cause di diffamazione. A volte questa protezione viene messa per iscritto nei contratti di lavoro sotto forma di una “clausola di manleva”, che assolve giornalisti e direttori dalle eventuali conseguenze che potrebbe avere il loro lavoro.

De Gregorio racconta che il suo contratto non prevedeva una clausola di manleva, ma che questo è stato tutto sommato un problema secondario: nel 2017 un tribunale le ha riconosciuto la manleva da parte dell’editore anche senza che questa fosse esplicitamente espressa nel contratto; una decisione, racconta oggi De Gregorio, che potrebbe essere utile in futuro ad altri giornalisti che si trovassero in contrasto con il loro editore. Il problema è che giunti a quella decisione non c’era più un editore che potesse affrontare le spese di sua competenza.

De Gregorio lasciò l’Unità nel 2011 e tornò a Repubblica, dove da allora ha lavorato da collaboratrice autonoma, ragione per cui lo stipendio le viene pignorato in maniera pressoché completa e non solo per un massimo pari a un quinto del totale, come accade ai lavoratori dipendenti. Intanto la crisi dell’Unità, che aveva già iniziato a manifestarsi negli anni della direzione di De Gregorio, si fece sempre più grave e, di fronte alla decisione di Soru di non investire più nel giornale, nell’estate del 2014 il giornale entrò in concordato preventivo e cessò le pubblicazioni.

«Stefano Andrini, neonazista dichiarato, ha fatto sequestrare con la sua causa il mio conto corrente dove non ho più nulla se non i soldi per pagare le bollette di luce e gas», dice oggi De Gregorio con amarezza. «Berlusconi, Mori, Minzolini, Angelucci, e i nazisti tipo Andrini», continua ricordando gli autori delle cause che la riguardano: «Questi sono coloro che pretendono giustizia da me. È una guerra politica, non vogliono che tu scriva di loro e quindi ti fanno causa».

Per De Gregorio la legge deve essere cambiata affinché episodi simili non possano più ripetersi. In Europa, per esempio, è molto diffusa l’idea, del tutto assente in Italia, che le richieste danni per diffamazione debbano essere in qualche maniera parametrate al reddito del danneggiante, così da evitare che un piccolo blogger possa essere citato in giudizio per milioni di euro. «La tutela della libertà di informazione passa per la tutela del patrimonio di chi fa informazione», spiega De Gregorio, ricordando che quelli che sono a rischio non sono tanto i giornalisti che scrivono per i grandi quotidiani, che una protezione in qualche maniera riescono sempre a ottenerla, ma piuttosto i giornalisti dei piccoli giornali o di giornali in crisi e che rischiano di chiudere, i freelance, i blogger. Tutte figure che potrebbero essere condizionate dalla minaccia di “querele temerarie” come quelle che affronta De Gregorio.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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