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ADDIO AI MONTI dal Capitolo VIII de I PROMESSI SPOSI di Alessandro Manzoni

Addio, monti sorgenti dall’acque-/ed elevati al cielo/ come inuguali note a chi è cresciuto tra voi/ e impresse nella sua Mente / non meno che l’aspetto dei suoi familiari/ torrente del quale si distingue lo scroscio/ come il suono delle voci domestiche/ ville sparse e biancheggianti sul pendio/come branchi di pecore pascenti/ Addio/Quanto è tristo il passo di chi/ cresciuto tra voi se ne allontana  !.//    Alla fantasia/di quello stesso che ne parte volontariamente/ tratto dalla speranza/ di trovare altrove cieli azzurri ricoperti/ di stelle cadenti. Ma presto si disabbelliscono i sogni/ di incontrare uomini liberi e sinceri/non prepotenti con pensieri malvagi/ ed egli si meraviglia che l’altrove sognato/è assoggettato alla paura dei molti Don Rodrigo/, protetti da un padrino Innominato/ capo feroce e assassino, dove alzare gli occhi al cielo/ era l’inversione del metafisico splendore/che Pescarenico viveva in fondo al cuore/ e illuminava come una lucciola accesa nel taschino/ ad illuminare con il cuore acceso/ la sconosciuta via del ritorno/. Dalle foglie morte trascinate dal vento sul selciato /e ammucchiate in un luogo senza tempo, /perché lì non esistevano spazzini ( dopo la morte in Australia /presso i parenti che gli pagarono il biglietto/ per non farlo morire  al paese solo/senza fiori, senza pianto e senza niente,/ perché il Comune lo pagava con un panino,/ quando i poveri  non c’erano nemmeno/ nell’anagrafe dei cittadini”). Lui, fischiettando con la carriola/, una scopa da lui costruita alla buona/ e una pala trovata nel pattume/, e intonando a santaliciota, / faceva sentire il suo passaggio/ e i paesani accorrevano sull’uscio/con il secchio pieno della spazzatura/che Peppe riversava nella carriola/ e poi rovesciava in un luogo di periferia/ del paese, priva di alberi e di mura./ Era contento della sua vita grama, ma libera,/ Peppi Zuavu, figlio di nessuno,/ amato da tutti. E lui scherzava/ /con brevi battute, diffondeva/ una sorridente  fede nella vita/ e si faceva il segno della croce quando/ qualcuno bestemmiava o inveiva/ contro chi ammorbava l’aria/con incivili e volgari  mormorii                   ogniespressione offensiva: “Ehì  porcu, finiscila e vattindi luntanu , allura   pigghiu a pala e ti spaccu a testa. La sua partenza, senza più ritorno,/ richiamò tutti gli abitanti del villaggio/nel luogo convenuto con le mani pieni di regali e qualcuno portavaaveva sulle spalle/ bertole, piene di formaggi, provole,/ Ppane caldo, salame e qualche capretto/, che lui rifiutò, perchèperché  /nell’agnello vedeva il simbolo/ di Gesù e lui aveva molta fede per ucciderlo,/ gli sembrò di uccidere Gesù e per questo/ sentiva che sarebbe stato condannatocondannato/ da Dio. Fu una festa di pianto e di gioia/ per tutti i paesani che giornoogni per giorno avevano imparato/ a volergli più bene come un membro di famiglia/, per questo anche le lacrime erano espressione di gioia,7 perché tutti erano consapevoli /che la partenza di Peppi sarebbe stata una liberazione dai soprusi, /insulti, mortificazioni e  bastonate/ che spesso l’uomo più potente di Pescarenico osava infliggergli/, se di buon mattino, non avesse trovato /il suo bagno scintillante e tutto il palazzo, l’avrebbe massacrato/ con ogni mezzo e il poveretto era costretto/ ad inventarsi bugie per coprire le torture subite/.    Alla vista delle percosse subite da quel malcapitato/ coperto di foglie secchecon le spine/ per proteggersi dal freddo, pestato a sangue dai vigili/ che serenamente passeggiavano e chiacchieravano, talvolta anche sghignazzando, per la gloriosa bravata contro i poveri  cristhi in agonia. / A tutti i miseri e affamati, vittime di soprusi e di violenze/ fisiche e psichiche,/ pensava con angoscia la povera Lucia, /che li sentiva strettamente collegati al suo destino di creatura pura,/ come i paesani allucinati davanti  al tozzo di pane,/ perseguitata dall’arroganza dei califfi /e come tutti, tranne i servi fedeli nati in casa/ e da anni assuefatti al rigore del silenzio ,di fronte ai sadici tiranni. /L’arroganza e la prepotenza dei signorotti/ aveva già colpito l’ingenuità della vera cristiana Lucia/ e l’ira del    suo Renzo, ricco di valori cristiani/ e la sua vita appartata lo rendeva ancora migliore/. Ma nell’ inedito nuovo silenzio del paese ignoto,/ dove le case sono aggiunte a case/ le strade che sboccano nelle strade/,pare che gli levano il respiro/ e davanti agli edifici ammirati  dalle straniere/pena/ con desiderio inquieto/ al campicello del suo paese/ alla casuccia dove ha sognato/ che comprerà tornando con amore/ferito al suo paese/ . Chi/ distaccato dalle proprie e care abitudini/e disturbati nelle più care speranze/ lascia quei monti/ per avviarsi in cerca di sconosciuti/che non ha mai desiderato conoscere/lascia quei monti/ per la sacrale fame culturale / di cui il Nord era orgoglioso/ perché più alfabetizzato,/ mentre al Sud i Borboni avevano strozzato la parola nella gola/ e la gola sarebbe stata tagliata se fosse divenuta/ gola profonda rovesciata/per cui sarebbe stato urgente, ma impossibile fissare/ l’agognata ora del ritorno senza dolore/ di chi fu costretto ad emigrare/. Addio, casa  natìa / dove sedendo con il gomitolo occulto nel tovagliolo/ s’imparò a distinguere dal rumore dei passi comuni/ il rumore di un passo aspettato con misterioso timore./Addio casa ancora straniera/ casa sogguardata tante volte alla sfuggita/ nella quale la mente si figurava /un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa./ Addio/ Chiesa/ dove l’animo tornò tante volte sereno/ cantando le lodi del Signore/ dov’era promesso e preparato un rito/dove il sospirato segreto del cuore/ doveva essere solamente benedetto/ e l’amore venir comandato e farsi Santo./Addio!// Chi deve a voi tante giocondità è per tutto/non turba mai la gioia dei suoi figli/ se non per preparare loro/una più certa e più grande ./  Cara e dolce Lucia,/ che hai confortato con il tuo dolore oso patire i cuori distrutti/ con il pianto racchiuso nella gola/ e con le palpebre serrate sullealle lacrime,/ ma con il battito del cuore infiammato dai più cari ricordi/ e placato da un’infinita fede,/ come il poeta abbandona forzatamentee la sua terra/ che ne accolse il primo respiro/ e fu il teatro di tutti noi/, venuto al mondo tra tanta miseria, /tu che ci hai salvato dal precipizio insegnandoci la via sicura dell’Amore e della Fede,/innalzacirapiscici dalla palude della terra /che ci avvelena con la barbarie annidata nelle vene ,/ /rapiscici, tu sacra compagna della nostra vita/ da vivere così, trascinaci nella tua  icona,/ dove il serpente è scacciato sull’asfalto dal tuo forte piede/. I poeti sono deboli di cuore,/ anzi hanno il muscolo cardiaco cariato/ dai quotidiani assalti del Male/ che ci percuote con le sue incurabilii  ferite,/ferite,egoismo,egocentrismo,l’arroganza  , e il pendolarismo inquietante dei sultani/ che sono incollati in Parlamento alla poltrona/ per recitare con faccia contrita/ la farsa delle bugiee  e il tracotante ruolo die dell’ignobile ipocrisia./ Hanno compiuto il tradimento di Giuda/ dietro le rosse tende del potere /e Giuda li aspetta da secoli per incassare il prezzo./ Tu sei quella modesta e umile creatura/ di cui il sommo  Manzoni volle seguire tuttiricalcò  i passi/ nei labirinti insidiosi della vita e radiografò le ansie e, le paure/, i disperati tormenti dell’anima, /una storia interiore che Manzoni fece sua e la raccontò al mondo/ come modello di un esemplare di un puro e forte sentimento d’amore e di sentimento eroico dia fede,/ fin a supplicareo ad essere decisa di il  caropregare Dio, a custodirea salvare la puraezza della sua anima e il suo forte amor vergine e per lui e per Renzo, in cambio della rinuncia dell’Amore per il suo anche di sacrificare         l’amore per il Suo Renzo, pur di salvarla dalle cadere nelle mani libidinose di Rodrigo. I figli migliori, i figli più vicini al Padre, i figli carichi di fede/ e che hanno scelto la via del sapere,/ con incredibili rinunce alle seduzioni delle orge capitalistiche/, con il libro in tasca e il foglio dorato accartocciato,nelle mani/ sono costretti a volare lontano, /rifiutati dalla loro tanto amata terra, e volano lontano con le proprie ali verso mete che accolgono  con gioia  gli esiliati  con il fervore uli della ricerca,/ che la loro amata e ingrata Italia ha distrutto i loro sogni di potere spendere la propria cultura in ricerche utilei alla loropatria comunità, che li respinge, con la scusa di non avere fondi per la ricerca scientifica.I “bravi”, schiavi degli ordini dell’Innominato, sanno invece ben orchestrate pubblici saccheggi  a volto scoperto senza pudore, sono sicuri che un’eventuale sentenza definitiva raramente sarà formulata, per la possibilità di inquinamento delle prove o per i tempi di prescrizione del reato, o saranno condannati ai domiciliari con ridicoli rituali di scadenze quotidiane con l’occasione di  compiere altri reati. Il vecchietto che ruba un panino al supermercato per sfamare i propri nipotini senza genitori, viene condannato a rilevanti anni di reclusione; Le sanguisughe dell’erario pubblico, di fronte a prove evidenti, riescono ad evitare la giusta punizione, ma vengono addirittura premiati con incarichi di potere più alti. La tua fede eroica,Lucia, ti ha alla fine giustamente salvata ,stendendo attorno a te universi di gioia. Ma ci sarà un Dio che pulirà il mondo dalla vischiosa spessa zavorra? Anche i poeti, come pure tu e le intelligenze più luminose della nostra terra, trovano mille barriere, e con le spalle al muro, tra lacrime e coraggio, devono librarsi  oltre le Alpio varcare le le insidie  dell’Oceano, oltre le nebbie  spinose,da dove non è possibile tornare perchéle acque azzurre  sono infestate dalle Orche marine, o devono accontentarsi di due soldi  in baucher per un avvilente un misero posto nei in un call center, o accettare in nero un lavoro-sparviero di commessa, sempre soggetta a soddisfare le bestiali voglie del padrone. Tu,Lucia, non ricchezze, n  e ornamenti regali, ne onori bugiardi, non corone, né gioielli preziosi, non comode e lussuose dimore, hanno piegato la tua purezza, né lusinghe allettanti hanno incrinato la tua rocciosa fede. Tu sei l’incarnazione letteraria dell’immagine di Maria, i poeti sono i “gavinales della storia, ma della Storia dei sentimenti è sono vibrante memoria. L’uomo, diceva il nostro grandeesule Quasimodo, cerca dovunque la sorte di una patria, ma la patria dei poeti è quella che parla nel sangue, e la terra dove si possono seminare parole d’amore e ricevere in cambio altre parole d’amore. Perciò, pur con la topografia della piccola patria nel cuore, “Mai più nessuno ci porterà nel Sud, dove i corvi continuano a roteare attorno al contadino in agonia e solo sulla nuda zolla, dove le iene vigilano con gli occhi arrossati se il poetia rimettono  e    il piede sull’isolamondo per annientarlio prima che possano rivedere la Valle della luna e sparire nel vento argenteo, risplendente di luce.                             

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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