Lascia un commento

Carmelo Aliberti: Il pianto del poeta, poesia della dialettica esistenziale di Francesco Puccio

Carmelo Aliberti: Poeta del Novecento

La raccolta di poesie di Carmelo Aliberti, “Il pianto del poeta” (Bastogi 2002), raggruppa liriche scritte nell’ultimo ventennio del Novecento. La silloge si distingue per un incessante agonismo dell’essere e del vivere, suggellato da una battente dialettica esistenziale. Gli eterni temi della vita e della morte, del nulla e dell’infinito si coagulano in un tessuto poetico ove i toni apocalittici coesistono con il sogno di una palingenesi, ove l’urlo espressionistico si coniuga con immagini delicate ed elegiache, ove l’esperienza della poesia novecentesca viene filtrata da una sensibilità aperta ad una meditazione sui destini umani. Professore e poeta, Aliberti ha saputo coniugare la sua fine ed attenta analisi dei testi della poesia novecentesca con l’attività letteraria. Attraverso l’uso sapiente e misurato dell’intertestualità, egli si inserisce a pieno nei suoi tempi, ereditando gli alti messaggi di Montale, Quasimodo, Ungaretti – fra i tanti – ed innestandoli sul proprio vissuto. In modo particolare, Montale gli ha prestato alcuni sintagmi («balugina… foglie accartocciate… male di vivere… distorte sillabe… traccia di una lumaca… il muro con i cocci di bottiglia…) ma anche la volontà di infrangere le maglie tentacolari della rete e l’attesa miracolistica dell’evento; con Quasimodo ha vissuto uno stretto gemellaggio spirituale sullo sfondo di una Sicilia sospesa tra mito e storia; Ungaretti (quello del Sentimento del tempo) lo ha aperto al recupero di una innocenza preadamitica, fra battiti d’ali e tormento della fede religiosa.

“Caro, dolce poeta” e la dialettica tra la spirale dell’effimero ed il vagheggiamento di un sogno di innocenza.

Lo spirito dialettico di Aliberti compare sin da “Caro, dolce Poeta” (1978-80), un poemetto in cui il poeta ripercorre circa quarant’anni di storia, dagli anni della Seconda guerra mondiale e della Resistenza agli anni Ottanta. Tra metafore calviniane (sentiero dei nidi di ragno), contornate da immagini di morte (bufere di scoppi e di cadaveri) e dalle efferatezze della guerra (mani che falciavano i fratelli), il poeta coglie il fiorire della vita sia nell’Eros pervasivo (inseguivano caldi seni che nell’inesausto approdo a «sogni di libertà e d’amore». Poeta dei contrasti e della ricerca, attento indagatore delle inquietudini esistenziali, Aliberti esplora gli anni del dopoguerra e denuncia la perversione degli ossimori ideologici, che con spirito mistificatorio tendevano a sancire il «patto di Marx con Dio». In quel «caro dolce poeta» si assiste al transfert proiettivo di un «Io» che ha vissuto gli anni della miseria (pazienza della fame), che ha conosciuto la vita alienante della fabbrica (catena di montaggio), che ha assistito ai miti effimeri della società del benessere (auto di grossa cilindrata… roulotte, tv a colori, jeans) e che versa le sue lacrime per le sperequazioni sociali, per l’altra Italia, quella di un Sud abbandonato, scolpita in quella tremula «ombra del padre che rincasa / con il vuoto nel cuore e nelle mani». La requisitoria procede fra rabbia ed amarezza, penetrando nei meandri perversi del potere, fatto di «bustarelle lubrificanti in varie zone» e di «estorsioni – esenzioni fiscali». In quel contesto sociale, perverso e corrotto, il poeta, perso già da tempo il ruolo ottocentesco di mediatore ideologico, è “senza aureola”, riducendosi ad una semplice pedina nella convulsa scacchiera della vita. La scrittura, da alta e sacrale espressione di una scienza sapienziale, si involve a puro atto compilatorio di varie pratiche sociali, a «denuncia dei redditi».
È una catabasi irreversibile che genera cinismo, egoismo, allineamento con la cultura dell’effimero e soprattutto il pericolo strisciante di essere inglobato nel sistema. E nella tempesta apocalittica Dio resta lontano e sconosciuto (dio- Ignoto), «Cristo è morto, è morto lacerato », le generazioni future non riceveranno alcun insegnamento positivo dai padri, «forse ti malediranno forse ti rinnegheranno »: è la religiosità dialettica dell’anima del poeta, che più sancisce la lontananza del divino più ne desidera accoratamente la presenza. Ma, e qui si evince la componente dialettica di Aliberti, il poemetto non si conclude con gli accenti tonanti e corrosivi, tipici di chi dichiara di avere perso la propria battaglia con la vita: nella parte finale il canto si innalza nella ricerca del vero senso della vita, dopo l’orgia dei nonsenso, e si eleva nell’anelito a «verità-verifiche assolute», che possano esorcizzare le tenebre del materialismo e che riscoprano la libertà dello spirito. Il procedimento dialettico della lirica di Aliberti non può non coesistere con precise scelte stilistiche e retoriche. Quando i toni si fanno veementi, il poeta ricorre spesso (qui ed in altre raccolte) alla figura retorica dell’epanalessi che, attraverso l’iterazione martellante ed ossessiva di un termine (lavora lavora lavora… non importa non importa… non importa… scrivi scrivi scrivi … ), ne esaspera e ne rende più incisivo il messaggio poetico. Tale figura, quando debba insistere su forme verbali, innesta l’ossessione paratattica che, aggiunta alla quasi totale mancanza di interpunzione, attiva ritmi incisivi, dinamici ed incalzanti. Non mancano ovviamente i nessi analogici, arditi ed efficaci, e di ungarettiana memoria, spesso battenti sul lemma “tempo”: «la macina del tempo», «la lava del tempo». Sono immagini speculativi di un «Io» che avverte l’inesorabile trascorrere del tempo assassino, che “macina” e brucia tutto ciò che attraversa nel suo cammino.
“Il Limbo, la vertigine” e la dialettica ontologica. Nel 1980 Aliberti dava alle stampe “Il limbo, la vertigine” una raccolta ove lo spirito dialettico segue una strada diversa in rapporto a quella percorsa in “Caro, dolce poeta”. Non più l’incontro-scontro sul terreno storico-sociale, ma su quello esistenziale. La pregnanza semantica di termini come «limbo» e «vertigine» si fa allusiva a dimensioni dello spirito diafane ed evanescenti, proprie di chi si sente decentrato e proiettato in zone periferiche, lontane dalla solarità del centro. La condizione limbica, genera per conseguenza uno stato di smarrimento, di vertigine, ove saltano tutti parametri dell’esistenza. La lirica che dà l’incipit alla raccolta si intitola “La tua storia”. È un’esplorazione attenta e profonda che il poeta fa della propria vita e dell’intera umanità. Si sente l’eco pressante delle «ferite degli attriti», si constata la presenza di un orizzonte ove incombono la «nebbia», il «vortice», il «risucchio», ma in questo vuoto c’è sempre un raggio di luce, fossero «gli estremi di un filo che balugina», fosse «la colonna stremata dei mortali» che «in marcia barcolla verso il sole». La ricognizione dei destini umani si ripropone in “Vaghiamo”, ove viene scolpita un’umanità che va alla deriva, tra ferite del vivere, immobilità dell’«Io», essiccamento dell’esistenza, caduta dell’agonismo interiore. Ma quello stesso «Io» non cede: pur attanagliato da una «vertigine» corrosiva, vorrebbe perforare la fitta maglia della catena necessitante per respirare il vivifico odore delle «zagare» (Vorresti bucare). E in quei momenti di altissima tensione cognitiva per un attimo il velo di Maya sembrerebbe squarciarsi e al di là dell’inestricabile «giungla del mondo» si intravede una zona subliminare, via di accesso per una dimensione metafisica ove le cose sembrerebbero rivelare il loro senso più autentico (Nei luoghi comuni. Ma è solo la folgorazione di un attimo, perché lo “spleen” è sempre in agguato, con il suo potere distruttivo che vanifica ogni certezza, che inquina il colore puro dell’azzurro (Rasa al suolo), che trafigge con la «fiocina del nulla» l’uomo, monade sperduta in un universo nientificato (Parziale totale). In questa raccolta la tensione dialettica raggiunge vertici epici. Aliberti manifesta la propria tempra etica e volitiva chiamando all’appello tutte le proprie energie culturali, mentali e spirituali, fortemente teso a perforare “il muro della terra”. Ed ecco l’attesa dell’evento salvifico che «rimargini / i frantumi del buio» o del «lampo» che possa squarciare le tenebre dell’inerzia e della passività (Nel cespuglio delle linee); ecco la preghiera accorata, al di là di ogni enfasi misticistica, al «Dio del nulla e del dolore», perché l’uomo Aliberti non affondi nella «poltiglia del sangue e del pensiero », ma possa innalzarsi verso le purezze metafisiche della «nuvola» e dell’«azzurro». È un’ansia conoscenziale e teleologica che, sulla scia di Baudelaire, vuole andare sino in fondo, e che, incollata «al vetro dei perché», è protesa ad indagare le ragioni ultime del bene e del male (Dio del nulla).
La raccolta si chiude con una lirica intitolata “Il tuo risveglio”, da leggersi in forma indirettamente proporzionale a quella iniziale. È come se quel «filo che balugina», presente in “La tua storia”, improvvisamente si illuminasse di un raggio di luce vivificatrice, riflessa dal fortissimo legame che lega il padre al figlio. Un fatto comune e quotidiano, come il risveglio di un bambino dopo un sonno sereno, si ricopre di simbolismi riposti e si eleva a trampolino di lancio per l’anima perché possa perforare la fitta maglia del tempo. È l’improvviso travalicamento dell’hic et nunc, con le sue «turpitudini» ed i suoi «gorghi» malefici; è il rigenerarsi di un uomo che non ha mai gettato la spugna e che interpreta il proprio cammino etico e spirituale non relegandolo al singolo individuo ma lo intende come un percorso generazionale, ove i figli partano dal punto in cui i padri si sono fermati. In questa espansione della vita oltre il tempo si racchiude la punta più alta della positività di Aliberti, ma anche la presenza di un inconscio collettivo, determinato dal forte sostrato tradizionale e primitivo proprio della sua isola. Da puntualizzare che la Sicilia si configura per il Nostro in una zolla intermedia tra mito e storia: egli prende della storia la realtà di «un Sud esiliato»
(È stato un attimo), recupera dal mito – nei poemetti “Aiamotomea” (1986) e “Nei luoghi del tempo” (1987) – la violenza dei paesaggi riarsi dal sole, il persistere di tradizioni ataviche, il legame con la cultura contadina e con dimensioni sacrali e primigenie.
“Le tue soavi sillabe” ed “Il pianto del poeta”: i picchi drammatici della dialettica
Nel poemetto “Le tue soavi sillabe” (1999) e ne “Il pianto dei poeta”, da cui è tratto il titolo della raccolta da noi esaminata, Aliberti, ancora una volta, dopo i toni della rabbia e dell’apocalisse, ritrova il sentiero di un percorso interiore, lontano sia da punte epicuree che misticistiche. 
Nel poemetto si intravede il cammino di chi vuole ripristinare con sé e con gli altri «un colloquio di speranza», tentando il difficile travalicamento del «male di vivere» e delle muraglie dell’incomprensione e dell’inerzia. Ancora una volta appare la sicilitudine del poeta nella denuncia di un «Sud assetato d’acqua e di giustizia», ma i toni abbandonano subito le note di amarezza e si ricaricano nell’immagine gioiosa delle colombe, che con il loro canto d’amore e di pace indicheranno la strada per scoprire l’armonia dietro la disarmonia. La lirica “Il pianto del poeta” rappresenta il punto di arrivo della dialettica esistenziale del poeta. Nella prima parte si contraddistingue per il sentimento dell’assenza e della mancanza, attraverso l’anafora sferzante di «non vedo». Dopo un arioso ingresso nella rievocazione del mito greco-siculo ed in una natura pura ed incontaminata, segue l’amara requisitoria dei mali del tempo, dai delitti di origine mafiosa alle tante guerre che onnubilano la terra. A questo punto i toni si infiammano e si fanno incandescenti. Il dolore si fonde con la rabbia. Non c’è più posto per le parole sussurrate o per la voce singhiozzante, ma il pianto deve essere urlato a squarciagola perché possa estendersi all’immenso «teatro di violenza e di guerra», sul cui palcoscenico si consumano i destini umani, sul filo di un «qui» anaforico ed ossessivo, fra urgenza paratattica, forme nominali e personificazioni (la pietà muore senza mirra ed oro). Ma nella parte finale, svuotata la figura del poeta di ogni prosopopea salvifica ed illuminatrice (non chiedermi vibrazioni di luce), l’elegia si trasformia in inno, la rabbia in speranza. Ritornano le immagini delicate degli uccelli (prima le colombe, ora i gabbiani) e l’attesa di un risveglio mattutino. L’anima del poeta e con sé l’anima del mondo, attingendo alle fonti dell’infanzia, fra smaterializzazione e rarefazione, potrà recuperare il sogno di un’innocenza primordiale ed attendere, con sacrificio e volitività, l’alba della resurrezione, vista non come una conquista perenne, ma come un momento di luce fra le tenebre striscianti, nell’eterno, drammatico ed incessante divenire della storia.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: