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Pier Paolo Pasolini (1922-1975)

Si è insistito presso varie sedi critiche sull’intreccio tra la precocità letteraria di Pier Paolo Pasolini e il binomio inscindibile che formò con la madre Susanna Colussi la quale proveniva da una famiglia rurale che aveva abbandonato il friulano avito inurbandosi a Casarsa. Difatti, alla stregua della maggior parte delle famiglie borghesi locali, l’accedere a un nuovo statuto sociale significava il recepimento di un nuovo idioma, ovvero il dialetto venetizzante per lo meno entro la cornice casalinga. È quindi un po’ fuorviante asserire che il friulano era l’idioma parlato dalla madre di Pasolini, trattandosi in sostanza di una lingua rimossa dall’ambito familiare ma ancora vivace nel popolo e nel territorio circostante. Comunque, come già osservò Ippolito Nievo nelle Confessioni di un italiano, la propensione delle elite ad adottare una nuova lingua ammantata di prestigio sociale era un fenomeno assai diffuso.

Per via dei dissidi col padre, peraltro prigioniero di guerra nel 1941, Pasolini soggiorna sempre più spesso in Friuli per rimanervi dal 1943 al 1949, pubblicando lo Stroligut di cà da l’aga e fondando L’academiuta di lenga furlana, rivista e cenacolo in cui si intrecciano sia questioni squisitamente letterarie che rivendicazioni politiche e linguistiche che palesano l’intenso dibattito intellettuale dell’epoca tra cui spiccava l’affermarsi del movimento autonomistico. Il piglio prettamente lirico delle Poesie a Casarsa non deve farci dimenticare il versante civile ed epico cui è improntata l’opera teatrale I turcs tal Friûl e i romanzi quali Romans che raffigurano i valori e le vicende sociali del mondo contadino nel periodo postbellico.

Con il suo trasferimento a Roma nel 1950, Pasolini si cimenterà in nuove opere spaziando dal  giornalismo al cinema e allo sperimentalismo letterario. Se la disamina del periodo romano esula dalla nostra impostazione, comunque va tenuto presente che pubblicando La meglio gioventù nel 1954 et La nuova gioventù nel 1975[1], anno della sua morte, Pasolini non ha smesso di mantenere un legame viscerale con il Friuli i cui intellettuali hanno asssunto posizioni assai diverse nei suoi confronti. Difatti, gli si rimproverò di crogiolarsi nel rimbombo mediatico innescato dalle sue provocazioni oppure di essere un borghese decadente e spregiudicato, attratto dagli efebi e sussiegoso nei confronti del popolo. Inoltre, venne anche accusato di strumentalizzare le istituzioni e le personalità che criticava aspramente.

Altri esponenti di spicco della cultura locale, come Antoni Beline/Antonio Bellina, prete co-traduttore della Bibbia in friulano, in compenso non si sono peritati ad assurgere Pasolini a oracolo profetico, pur ammettendo i limiti e le contraddizioni del personaggio. Difatti, in Trilogjie tormentade[2], Beline equipara Pasolini a un vate che scaglia invettive contro la Chiesa, il potere politico ed economico, insomma contro le istituzioni che sono ree di propinare nella cultura di massa l’idolatria dell’omologazione. Il peccatore Pasolini è riuscito a carpire in modo icastico la radicalità di Cristo nel film Il vangelo secondo Matteo, senza indulgere a qualsiasi orpello melodrammatico. Per Beline, Pasolini ha saputo meglio dei dignitari ecclesiastici rivelare e vituperare le derive antropologiche dell’edonismo consumistico, salvo a scardinare i difensori dell’ordine morale. Senza ricalcare totalmente Beline in questa esaltazione, ci pare opportuno far mente locale al Pasolini non solo elegiaco, ma a quello più epico e dissonante che scaturisce da alcuni brani tratti da I Turcs tal Friûl e da La nuova gioventù

I Turcs tal Friul[3] costituisce il primo testo teatrale di Pier Paolo Pasolini scritto nel maggio 1944, ma venne riesumato ed edito da Luigi Ciceri soltanto nel 1976.

L’opera viene ambientata nel 1499, mentre riunitisi in consiglio i contadini casarsesi impetrano dapprima la protezione di Cristo per scampare all’annunciata strage e poi dibattono per sapere se debbano impugnare le armi per salvare il proprio onore. Mentre incombe la minaccia turca, Meni Colus decide di fronteggiare gli invasori con altri giovani, venendo ucciso in combattimento. Mentre la madre Lussia e il fratello Pauli sono affranti dal dolore, una tempesta miracolosa scompiglia le orde turche. La morfologia della diegesi, che consta di un incipit in medias res, di un crescendo drammatico e di un ribaltamento salvifico proprio nell’epilogo, è correlata alla regola classica delle tre unità per cui I Turcs tal Friul serba anche oggi un’indubbia forza evocatrice. Si aggiunga che il friulano casarsese qui adoperato esprime nel lessico e negli idiomatismi maggiormente la lingua del popolo nella sua dimensione polifonica, laddove la poesia pasoliniana rivela spesso la propensione all’idioletto rarefatto ed estetizzante.

Rifacendosi alle scorrerie turche del 1499, Pasolini innesta la cronaca familiare agli eventi della macrostoria dato che Zuan Colus, suo antenato da parte materna, figura in un’iscrizione epigrafica visibile tutt’ora nella chiesa Santa Croce di Casarsa. Peraltro, la minaccia turca fa parte del susseguirsi di invasioni che hanno travolto il Friuli nel corso dei secoli cominciando dagli unni di Attila che saccheggiarono Aquileia nel 452 d. C. Il 1944 penultimo anno di guerra, poi, anno di stesura dell’opera, riecheggia i ricordi traumatici dei parenti e dei compaesani arruolati coattivamente nella Brigata Julia e dispersi sul fronte sovietico per cui I Turcs tal Friul riveste una dimensione metastorica in quanto questo dramma trasfigura gli eventi storici e le loro conseguenze sulla pelle viva del popolo.

I personaggi illustrano l’aggancio autobiografico, poiché ci imbattiamo in Zuan Colus, prosecutore palese dell’antenato di fine Quattrocento, Pauli Colus e Meni Colus, alter ego di Pier Paolo Pasolini e di suo fratello Guido. Fa specie notare che la morte di Meni Colus nell’epilogo anticipa in modo premonitorio, l’eccidio perpetrato da partigiani comunisti di cui fu vittima Guido Pasolini nel febbraio 1945 à Porzûs.

L’eroe sacrificale Meni Colus che incarna l’epopea degli umili introduce una dissonanza rispetto al canone di genere poiché il suo verbo bestemmiatore infrange la compattezza unanime dei contadini determinando uno svolgimento attanziale meno scontato. Se gli altri personaggi maschili rappresentano l’archetipo del friulano tenace ed inconcusso nella sua fede religiosa, Meni Colus lascia intravedere il modello dissenziente del ribelle anticonformista che esiste anche nelle raffigurazioni della società friulana. Fra i personaggi femminili, si staglia Lussia, la madre di Meni Colus, dalla quale emana un’onda numinosa, in quanto donna insieme vulnerabile e protettrice, ligia ai gesti aviti e alla comunità casarsese.

Ritroviamo in questo dramma i binomi dicotomici che informano la poesia pasoliniana, ossia : mito/storia, irruenza giovanile/ordine costituito, purezza dell’infanzia/violenza degli adulti. I personaggi presentano un volto talvolta ambiguo come Meni Colus che pur essendo mosso dal suo ideale di generosità lungi da ogni fatalismo, è insieme propenso a trastulli macabri quando uccide il cardellino di suo fratello Nisiuti, specchio di innocenza. La connivenza tra madre e figlio, dai contorni edipici è tangibile nei dialoghi e nei monologhi che fanno intervenire Lussia e Meni Colus. L’insieme del dramma è permeato di una vitalità sorgiva che va di pari passo con i riti e i valori di una civiltà arcaica in antitesi con la norma della società borghese incarnata dal padre di Pasolini. I turchi rimandano invece al regresso antropologico, all’estrinsecarsi delle pulsioni omicide più abbiette che cozzano con il Friuli cristiano, alludendo nel contempo agli strascichi dell’occupazione nazista. Ritroviamo ne I Turcs tal Friul vari topoi che costellano l’opera omnia di Pasolini come l’oppressione esercitata dalla Storia a scapito degli umili votati a servire da capri espiatori, il richiamo vibrante dei derelitti alla Misericordia divina e talvolta il loro grido di disperazione, la cornice soffusa di sacralità delle case contadine e del paesaggio all’insegna di un vita in sintonia con la preghiera e con le stagioni, la vita comunitaria attorno al fogolâr, le donne ieratiche ricettacolo della memoria locale.

« Saluto e augurio » è una poesia che chiude la seconda parte della raccolta La nuova gioventù, intitolata « Seconda forma della meglio gioventù ». Essa include a sua volta una terza sottoparte, chiamata « Tetro entusiasmo », scritta nel 1973-1974, da dove è ricavata questa poesia il cui titolo ossimorico lascia trapelare di primo acchito sia la fine dell’idillio giovanile che l’anelito a tramandare una parola pregna di valori imperituri. La poesia prende le mosse con un preludio in cui viene raffigurato il ritratto dell’interlocutore che è un giovane fascista, mentre dopo la quinta strofa il discorso diventa un’esortazione che mette a fuoco la tematica cardine del rifiuta dell’omologazione.

Il ritratto del giovane fascista si dispiega in tre strofe di cui due ritmate dall’anafora Al è, in cuila sembianza fisica : alt, ciavièj curs, non trascura il coloro dominante gris. L’impressione alquanto scontata di giovane fascista dalla parvenza marziale viene sfumata dal riferimento alle lingue classiche ovvero al latino e al greco. Non si tratta quindi di un giovane incolto, ma Pasolini insiste anche sul divario tra il paese natio : un país,e il luogo di studi : in sitàt, come per alludere all’ambivalenza di un cultura esogena, o esaltatrice o distruttrice della cultura primigenia.

Nella seconda parte esortativa, si va delineando il contrasto tra un anelito di persuasione e l’ermetismo incallito dell’interlocutore. Il tentativo del poeta sembra quindi votato al fallimento, in quanto ribadisce la sentenza lapidaria : ti sos un muart. Mentre l’anafora difínt sottolinea l’ingiunzione del poeta al suo interlocutore, i versi consentono di individuare un lessico che esprime il paesaggio autentico della Bassa friulana e quindi la civiltà contadina cara a Pasolini. Il moràr rimanda alla gelsobachicoltura, l’aunàr alle risorgive e alla fauna prima dell’avvento della ricomposizione fondiaria. Le numerose alliterazioniin –àr, in -s e in -cs [ks],ove spicca il consonantismo peculiare del friulano, abbinano la lingua ladina alla realtà territoriale e la stupenda paronomasia : Mòur di amòur, correla due vocaboli di solito antinomici, in realtà strettamente intrecciati che ricordano l’epigrafe della poesia nella stessa raccolta intitolata « Il dí da la me muàrt », vale a dire una citazione del Vangelo di San Giovanni : “… se il chicco di grano, caduto in terra, non morirà, rimarrà solo, ma se morirà darà molto frutto.” La fecondità della vita sta nell’amore dato e ricevuto perfino con l’oblazione mistica, idea questa suffragata da vignis, mentre il campo lessicale è permeato di riferimenti al mondo rurale e contadino in sintonia con la natura. Ne scaturisce un senso di tempo immemoriale, di radicamento in una tradizione tramandata dagli avi a mille miglia dalla frenesia dilapidatrice dell’omologazione edonista, bersaglio polemico per eccellenza di Pasolini.

Le panolis rinviano al granoturco quale componente imprescindibile della società friulana, sia come ingrediente della polenta e addobbo delle case, mentre ledàn accenna all’allevamento in quanto componente della policoltura ed elemento olfattivo. Ci troviamo in un mondo foriero di umiltà e di piaceri semplici, assai estraneo all’universo artificiale e tecnologico della modernità che impone lo sfruttamento scriteriato della natura, rinvilita a mera risorsa priva di dignità intrinseca.

La rima che associa roja a ploja palesa le forze primordiali che permettono la vita sulla terra rappresentando di nuovo il paesaggio della Bassa dove le rogge provvedono all’irrigazione o al rifornimento dei lavatoi. Il poeta lascia intendere che l’acculturamento cittadino e libresco del giovane fascista lo sta allontanando dalle origini, pertanto lo esorta a non recidere il legame con la campagna.

Senza la sapiensa, la conoscenza verace, santa, perché senza soluzione di continuità con la terra che acccoglie e dà la vita, non può esistere una vita degna di essere vissuta. Il climax ascendente (Difínt, conserva, prea!) esprime non solo la necessità di tutelare un territorio e i suoi valori, ma anche l’umiltà necessaria e il richiamo alla trascendenza, essendo la preghiera sia l’accettazione dell’eteronomia che un palpito di speranza.

Le ultime strofe sono improntate all’accomiatarsi del poeta che vagheggia una specie di viatico da tramandarsi a un erede spirituale e va notato negli ultimi versi l’allitterazione in -z (lizèir, zint, sielzínt, zoventút») che pone in risalto i vocaboli semanticamente collegati all’idea di una gioventù dello spirito, imperitura.

I Turcs tal Friul

Pauli Colús

Crist, pietàt dai nustri país. No par fani pí siors di chel ch’i sin. No par dani ploja. No par dani soreli. Patí cialt e frèit e dutis li tempiestis dai sèil, al è il nustri distín. Lu savín. Quantis mai voltis ta chista nustra Glisiuta di Santa Crous i vin ciantàt li litanis, parsè che Tu ti vedis pietàt da la nustra ciera! Vuèi i si ‘necuarzin di vèj preàt par nuja: vuèi i si ‘necuarzin che Tu ti sos massa pí in alt da la nustra ploja e dai nustri soreli e dai nustris afàns. Vuèi a è la muart ch’a ni speta cà intor. Cà intor, Crist, dulà ch’i sin stas tant vifs da crodi di stà vifs in eterno e che in eterno Tu ti ves di dàighi ploja ai nustris ciamps, salut ai nustris puors cuarps. Ma di-n -dulà vènia che muart? Cui àia clamàt che zent di un altri mont a puartani la fin da la nustra puora vita, sensa pretesis, sensa ideài, sensa ‘na gota di ambitiòn? Ucà, a si stava, Crist, cu ‘l nustri ciar, cu la nustra sapa, cu ‘l nustri colt, cu la nustra Glisiuta … Èsia pussibul che dut chistu al vedi di finí? Se miracul èisa, chistu, Signòur, che Tu ti vedis di vivi enciamò, quant che dut cà intor, che adès al è vif, coma che s’al ves di stà vif par sempri, al sarà distrut, sparít, dismintiàt?[4] E tu Verzin Beada? Sint se bon odour ch’alsofia dai nustri país … Odour di fen e di erbis bagnadis ; odour di fogolars; odòur ch’i sintivi di fantassin tornant dai ciamp. Tu, almancul, Tu, ch’i ti vedis pietàt di nu, ch’i ti fermis il Turc.

Meni Colús[5]

Prea, Pauli , prea. A è propit di preà. A sarès di tacà il De Profundis romài.

Meni Colús

Ríditu?

Meni Colús

Jo?No. I no rit jo, Pauli, i no rit. Da planzi a sarès. E i plans; no joditu? Cà, ta la man: ‘na àgrima. Jo i plans. Altri che preà, altri che lamentasi. Da blestemà a sarès fradi. Blestemà chista vita, blestemà il Signour e blestemati te e ducius chei ch’a stan cà coma te a preà e a

patí.

Meni Colús

Se ditu, Meni?

[…]

Cenci Verulín

I Turcs? Eh, a son lontàns!

Zuan Gambilín

Tal Lusòns, a son. E forsi pi in cà: tal Friul.

Cenci Verulín

E po’, ch’a vegnin. I farín ‘na bevuda insièmit, al casu. Sinu libers adès forsi? Venetiàns o Turcs! .. . A si trata di cambià paron , ma il nustri toc di pan e formadi cu ‘ltajut di neri lu varín sempri, coragiu, Zuan.

Zuan Gambilín

Isin ducius vuarbs, i sin ducius vuarbs.

Meni Colús[6]

Vuarbs? Stupis, Zuan !

Pauli Colús

Zín a Rosari , fantàs.

Cenci Verulín

A è sunat ilbot. A è ora.2

Meni Colús

I ài alc tal còur .. . ‘Na glas, un abandon … Du là soiu cà? … Jeh, tal me país, i soi, tal me puàrtin … 1no sai s’i soi alc, fantàs; murí, magari, ma na muart di òmis, na muart rabiosa, na muart sensa pensèirs.

Zuan Colús

Clamà duciu i fantàs da li vilis cà intor, ti dís. Ma ti às pucis oris; a è scuasi not; il Turc adès al pos essi davòur di passà il Tilimínt. No ti às pí timp di fà nuja. Ti vas incuntra di una muart sigura .

Meni Colús

Matia, Matia, al à razòn. Disèit vu na peràula! Disèighi che i Turcs a no stan duciu insiemit ma che a si dividaràn in tànciu s’ciàps, cui cà cui là, par duciu i país. Forsi manipui di sinquanta, sent òmis, e alora a si pos fàighi front .. . E nu, fantàs, armansi, e zín.

Zuan Colús

Ma dulà zí? Se tentà?

Matia de Montíc

Ah, tas, Zuan! No sinu dúciu in pont di muart? Che ogniún al mori coma ch’al si sint tal còur. Ma na roba i vuèj disivi, fantàs; Meni al si sbalia quant ch’al dís che cà a si discor doma che di murí. Tai milquatrisènt e setantasièt, doi mil fantàs furlàns di cà da l’aga a son stas ciapàs dai Pagàns e puartàs via. A serviju, capisu?, a serviju, lontàn di cà, da la so ciera, par duta la so vita, sensa pí na speransa, na razon di essi vifs. Ah, mièj murí. Va, Meni, va cu ‘l Signour. No stà dismintià il nomp dai Signour. E i fantàs ch’a son cà e chei ch’a no son cà s’a volin, che ti vegnin davòur.

[…]

Pauli Colús2

No! I no tas, jo, S’ciefin, i no tas, par Diu. Jo i no sai nuja di duciu i muars dai mont: ch’a sedin muars a mil a mil a mil , jo i no sai nuja. ln dut il timp dal mont doma chistu zovin, Meni Colus me fradi , al è muart. Jo i plans doma che par lui, e doma che par lui jo i blestemi il nustri sant Signòur. E di dúciu i país brusàs dal mont, doma il nustri al è stat brusàt, e bandonàt da chè Santa e Beada Verzin, che nui vin tant preàt, e clamàt, e che adès a no ni vuarda, e che adès, in pont di muart, jo i blestemi cu l’ultin flat dal me puàr sen cristiàn.3

II Predi

Eco la vòus da la Verzin, cristians, eco il miracul!

S ‘ciefin Cuarnús

I Turcs a si fermin . L’oragàn a ghi sbat tai vui dut il polvar dai ciamps, dai nustris ciamps cristiàns! A tornin a passà sigant li Miris’cis. A s’ciampin via sigànt. A sparissin tal scur.

Il Predi

Strenzinsi ta l’ombrena da li nustris ciasis, cristiàns, cà, sensa domandasi mai nuja, nuja ch’i sin, pognès tai grin dai Signòur. Amen.

“Saluto e augurio”

A è quasi sigúr che chista

a è la me ultima poesia par furlàn;

e i vuèj parlàighi a un fassista

prima di essi (o ch’al sedi) massa lontàn.

Al è un fassista zòvin,

al varà vincia un, vincia doi àins:

al è nassút ta un país,

e al è zut a scuela in sitàt.

Al è alt, cui ociàj, il vistít

gris, i ciavièj curs:

quand ch’al scumínsia a parlàmi

i crot ch’a no’l savedi nuja di politica

e ch’al serci doma di difìndi il latín

e il grec, cuntra di me; no savint

se ch’i ami il latin, il grec – e i ciavièj curs.

Lu vuardi, al è alt e gris coma un alpín.

« Ven cà, ven cà, Fedro.

Scolta. I vuèj fati un discors

ch’al somèa a un testamínt.

Ma recuàrditi, i no mi fai ilusiòns

su di te: jo i sai ben, i lu sai,

ch’i no ti às, e no ti vòus vèilu,

un còur libar, e i no ti pos essi sinsèir:

ma encia si ti sos un muàrt, ti parlarài.

Difint i palès di moràr o aunàr,

in nomp dai Dius, grecs o sinèis.

Mòur di amòur par li vignis.

E i fìcs tai ors. I socs, i stecs.

Il ciaf dai to cunpàins, tosàt.

Difínt i ciamps tra il país

e la campagna, cu li so panolis,

li vas’cis dal ledàn. Difínt il prat

tra l’ultima ciasa dal país e la roja.

I ciasàj a somèjn a Glísiis:

giolt di chi sta idea, tènla tal còur.

La confìdensa cu’l soreli e cu’ la ploja,

ti lu sas, a è sapiensa santa.

Difínt, conserva, prea! La República

a è drenti, tal cuàrp da la mari.

I paris a àn serciàt, e tornàt a sercià

di cà e di là, nassínt, murínt,

cambiànt: ma son dutis robis dal passàt.

Vuei: difìndi, conservà, preà. Tas:

la to ciamesa ch’a no sedi

nera, e nencia bruna. Tas! Ch’a sedi

‘na ciamesa grisa. La ciamesa dal siun.

Odia chej ch’a volin dismòvisi

e dismintiàssi da li Paschis …

Duncia, fantàt dai cialsíns di muàrt,

i ti ài dita se ch’a volin i Dius

dai ciamps. Là ch’i ti sos nassút.

Là che da frut i ti às imparàt

i so Comandamíns. Ma in Sitàt?

Scolta. Là Crist a no’l basta.

A coventa la Glisia: ma ch’a sedi

moderna. E a coventin i puòrs.

Tu difínt, conserva, prea:

ma ama i puòrs: ama la so diversitàt.

Ama la so voja di vivi bessòj

tal so mond[7], tra pras e palàs

là ch’a no rivi la peràula

dal nustri mond; ama il cunfìn

ch’a àn segnàt tra nu e lòur;

ama il so dialèt inventàt ogni matina,

par no fassi capí; par no spartí

cun nissun la so ligria.

Ama il soreli di sitàt e la miseria

dai laris; ama la ciar da la mama tal fí.

Drenti dal nustri mond, dis

di no essi borghèis, ma un sant

o un soldàt: un sant sensa ignoransa,

un soldàt sensa violensa.

Puarta cun mans di sant o soldàt

l’intimitàt cu’l Re, Destra divina

ch’a è drenti di nu, tal siun.

Crot tal borghèis vuàrb di onestàt,

encia s’a è ‘na ilusiòn: parsè

che encia i parons, a àn

i so paròns, a son fìs di paris

ch’a stan da qualchi banda dal mond.

Basta che doma il sintimínt

da la vita al sedi par diciu cunpàin:

il resta no impuàrta, fantàt cun in man

il Libri sensa la Peràula.

Hic desinit cantus. Ciàpiti

tu, su li spalis, chistu zèit plen.

Jo i no pos, nissun no capirès

il scàndul. Un veciu al à rispièt

dal judissi dal mond; encia

s’a no ghi impuarta nuja. E alà rispièt

di se che lui al è tal mond. Aghi tocia

difìndi i so sgnerfs indebulís,

e stà al zòuc ch’a no’l à mai vulút.

Ciàpiti su chistu pèis, fantàt ch’i ti mi odiis:

puàrtilu tu. Al lus tal còur. E jo i ciaminarai

lizèir, zint avant, sielzínt par sempri

la vita, la zoventút».


[1] Pier Paolo Pasolini, La nuova gioventù, Torino, Einaudi, 1975

[2] Cf., Antoni Beline, Trilogjie tormentade, Udin, Edizions Glesie Furlane, 2009

[3] Pier Paolo Pasolini, I Turcs tal Friúl, seconda edizione a cura di Andreina Nicoloso Ciceri, Udine, Società Filologica Friulana, 1995

[4] Al si met in zenoglon.

[5] Vignint da la cort.

[6] Al era vignût tal puàrtin cun so fradi.

2 A van dúcius via fòur che Meni.

2 Vuardànt in alt, vièrs S’ciefin tal solàr.

3 Al si alza un vint teribil e spaurous, mai jodút.

[7] La grafia Quand era rarissima, anche all’epoca di Pasolini. Difatti bisogna pronunciare [kwaŋt] e scrivere quant. Stessa osservazione per vuarb che si pronuncia[vwarp] e si scrive vuarp

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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