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ORIANA FALLACI – LA PASSIONE PER LA LETTURA di Carmelo Aliberti

Testo su Oriana Fallaci che contiene anche la lettera che la grande scrittrice italiana inviò ai più potenti della terra per concedere ai loro popoli il riconoscimento dei diritti umani e il rispetto della dignità devastata dalle dittature in tutto il pianeta.

(“TEOREMA DI POESIA” IN GIAPPONESE E IL VOLUME ANTOLOGICO IN FRANCESE DELLE POESIE DI CARMELO ALIBERTI, TRADOTTE DAL PROF. JEAN IGOR GHIDINA, SONO ESPOSTE NELLE LIBRERIE DEI SUDDETTI PAESI. RECENTEMENTE, IL PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE DEI POETI, DIRETTORE E FONDATORE DELLA RIVISTA DELL’UNESCO, ISLA NIGRA, POETA E SCRITTORE GABRIEL IMPAGLIONE, HA TRADOTTO TUTTE LE POESIE DI CARMELO ALIBERTI IN SPAGNOLO)

I Fallaci erano una famiglia di antifascisti militanti. Il padre era iscritto al Partito socialista italiano (PSI) da quando aveva 17 anni e con la moglie educò le figlie nella religione della libertà e del coraggio. Primogenita di Edoardo, artigiano, e Tosca Cantini, casalinga, nacque a Firenze il 29 giugno 1929, seguita dalle sorelle Neera e Paola, che divennero entrambe giornaliste. modelli per Oriana e rappresentarono fino alla fine il centro emotivo della sua esistenza: «Ho avuto la fortuna di essere stata educata da due genitori molto coraggiosi. Coraggiosi fisicamente e moralmente. Mio padre, si sa, era un eroe della Resistenza e mia madre non gli è stata da meno» (v. intervista, in De Stefano 2013, p. 15). Padre e madre tenevano la cultura in altissima considerazione, spronavano le figlie a studiare e, nonostante fossero poveri, compravano a rate i grandi classici della letteratura. Intorno a questi volumi, trattati come cosa sacra e custoditi in un mobile a vetri, nella cosiddetta stanza dei libri, si cristallizzò il sogno di Fallaci di divenire scrittrice, fortissimo in lei fin dall’infanzia. Per tutta la vita nutrì una passione fortissima per i libri antichi, che acquistò e conservò sempre con vera passione, creando una collezione che prima della sua morte donò alla Pontificia Università Lateranense di Roma: «Non so adeguarmi a una stanza senza libri» – confessò – «Quando sono in una stanza senza libri mi sembra d’essere in una stanza vuota. A casa mia non esistono stanze senza libri: né a Firenze né a New York. Li tengo anche in cucina, nei corridoi, e naturalmente nel living-room, e in camera da letto dove le scaffalature occupano l’intera parete davanti al mio letto. Così quando mi addormento e quando mi sveglio li vedo come quando ero bambina. Amo i libri anche fisicamente: quali oggetti. Mi piace guardarli, toccarli, sfogliarli» (ibid., p. 266).

La guerra e la Resistenza

Dopo la caduta del regime fascista, nel luglio del 1943, Edoardo entrò nella Resistenza nelle fila di Giustizia e Libertà, formato da partigiani legati al Partito d’azione, e portò con sé la figlia. Oriana aveva solo 14 anni e come ragazzina era perfetta per fare da staffetta e portare messaggi e materiale senza destare sospetti. «Una volta mi cadde, sfasciandosi, in piena città, un enorme pacco di Non Mollare, il giornale clandestino del Partito d’Azione. Nessuno mi prestò la minima attenzione. Molti incarichi mi venivano affidati proprio perché passavo inosservata» Affiancò il padre anche nelle azioni più pericolose, come la raccolta di materiale paracadutato dagli Alleati sulle montagne fuori Firenze o prestare aiuto ai soldati alleati evasi dai campi di prigionia italiani, o dispersi dietro le linee. Nell’autunno del 1943, due soldati britannici restarono a lungo nascosti in casa Fallaci e furono sistemati proprio nella stanza di Oriana che si spostò a dormire nel corridoio. Per lei rappresentavano la libertà e la lotta contro nazifascismo e, a tempo opportuno, li accompagnò lei stessa con il padre, in bicicletta, fino ad Acone, da dove avrebbero potuto tornare a combattere. Nel romanzo Penelope alla guerra (Milano 1962), l’eroina adolescente si innamora di uno dei due soldati nascosti in casa. Nel marzo del 1944 Edoardo, arrestato dai fascisti in una retata, per un delatore, fu torturato a lungo dalla banda Carità affinché rivelasse i nomi dei compagni. Non cedette e poi trasferito al carcere cittadino delle Murate, dove fu scarcerato nel maggio dello stesso anno. Come poi raccontò Oriana in seguito, ciò avvenne grazie allo spirito di iniziativa della madre, che coraggiosamente riuscì a ricattare un fascista che aveva dei precedenti penali. Nell’agosto del 1944 Firenze venne liberata dalle forze alleate e Oriana fu congedata con il grado di soldato semplice e 14.570 lire di paga. Fino allo scioglimento del Partito d’azione, nel 1947, fu iscritta alla Federazione giovanile, e partecipò anche ai comizi in città. Sottolineò sempre, che il Partito d’azione era stato l’unico di cui avesse avuto la tessera. «Era un partito molto piccolo, tutto di generali e non di soldati. Credo di essere stata il solo soldato»). Durante il periodo della Resistenza, la giovanissima Oriana ebbe modo di osservare da vicino i grandi personaggi del Partito d’azione, sviluppando maggiormente il culto della libertà e dell’eroismo, già trasmessole dalla famiglia. Eroismo, coraggio e libertà furono per tutta la vita i tre capisaldi su cui basò la sua coscienza politica: «La mia fanciullezza è piena di eroi perché ho avuto il privilegio di esser bambina in un periodo glorioso» – scrisse nel romanzo Se il sole muore – «Ho frequentato gli eroi come gli altri ragazzi collezionano i francobolli, ho giocato con loro come le altre bambine giocano con le bambole. Gli eroi, o coloro che mi sembravano tali, riempirono fino all’orlo undici mesi della mia vita: quelli che vanno dall’8 settembre 1943 all’11 agosto 1944, l’occupazione tedesca di Firenze. Credo di aver maturato a quel tempo la mia venerazione per il coraggio, la mia religione per il sacrificio, la mia paura per la paura» Se il sole muore, Milano 2010 [1ª ed. 1965]

L’ esordio nel GIORNALISMO

Ottima allieva, Fallaci non perse l’anno a causa della militanza nella Resistenza, anzi, ne saltò uno sostenendo un esame per passare dall’Istituto magistrale Gino Capponi, ov’era iscritta, al liceo classico Galileo Galilei, presso cui si diplomò con ottimi voti nel giugno del 1947. A settembre si iscrisse alla facoltà di Medicina ma per mantenersi iniziò anche a lavorare come cronista per il quotidiano fiorentino Il Mattino dell’Italia centrale. Quando si presentò in redazione aveva 18 anni e, come uniche credenziali, la sua determinazione a scrivere e il nome di Bruno Fallaci, fratello maggiore del padre e all’epoca giornalista di fama. Venne subito notata e diventò cronista regolare del quotidiano. Dopo un anno di studi e lavoro paralleli fu costretta a scegliere e optò per il giornalismo, che le dava uno stipendio regolare. Il suo sogno era quello di diventare «scrittore» e il giornalismo non era che un modo per arrivare a questo obiettivo e al tempo stesso per potersi mantenere senza pesare sulla famiglia: «Io più che il giornalista ho sempre pensato di fare lo scrittore. Quando ero bambina, a cinque o sei anni, non concepivo nemmeno per me un mestiere che non fosse il mestiere di scrittore. Io mi sono sempre sentita scrittore, ho sempre saputo d’essere uno scrittore, e quell’impulso è sempre stato avversato in me dal problema dei soldi, da un discorso che sentivo fare a casa: “Eh! Scrittore, scrittore! Lo sai quanti libri deve vendere uno scrittore per guadagnarsi da vivere? E lo sai quanto tempo ci vuole a uno scrittore per esser conosciuto e arrivare a vendere un libro?”». Come cronista del Mattino dimostrò fin dall’inizio grande talento, scrivendo di tutto: dalla cronaca nera alla politica locale, al costume. Fin da allora si distinse per l’approccio personale ai soggetti giornalistici, lo stile della narrazione e la capacità di osservare e rendere ogni dettaglio della realtà, con nitidi procedimenti narrativi di scrittrice. Collaborò con molti altri giornali e nell’aprile del 1951 ebbe l’onore di veder pubblicato un suo articolo nel prestigioso settimanale L’Europeo. L’articolo, intitolato Anche a Fiesole Dio ha avuto bisogno degli uomini, era ispirato alla vicenda di un catto–comunista di Fiesole cui i compagni di partito avevano fatto il funerale religioso contro le indicazioni del parroco. Nel 1955 Oriana Fallaci venne assunta nella redazione milanese dell’Europeo, che restò il suo giornale fino al 1977. La Fallaci era lontanissima soggetti leggeri, che non amava. Nel 1958 pubblicò a Milano per Longanesi il suo primo libro, I sette peccati di Hollywood, una raccolta di articoli sul cinema americano apparsi ne L’Europeo, che ottenne un grande successo. Al primo libro seguirono rapidamente altri volumi, pubblicati sempre a Milano per Rizzoli, che divenne da allora il suo editore, a cominciare da Il sesso inutile (1961), una raccolta di articoli pubblicati su L’Europeo, un vero reportage sulla condizione della donna nel mondo: inviata dalla rivista e accompagnata da un fotografo del settimanale, Fallaci aveva viaggiato per settimane attraverso Turchia, Pakistan, India, Malesia, Hong-Kong, Giappone, Hawaii, raccontando al pubblico la condizione femminile in ogni cultura ed anche nei Paesi islamici. Nel suo primo romanzo, Penelope alla guerra (1962), una giovane scrittrice italiana scopre New York e l’amore. In gran parte autobiografico, il romanzo allude all’amore non ricambiato che Fallaci aveva vissuto con un collega italiano.Subito dopo pubblicò Gli antipatici (1963), una raccolta di ritratti non omologati dei celebri personaggi del cinema e della cultura apparsi sull’Europeo. Questi libri furono molto apprezzati in Italia e tradotti nelle in varie lingue: con i proventi ottenuti, Fallaci riscattò la famiglia dalla povertà, acquistando un terreno agricolo nel Chianti per gli anziani genitori, e comprare una casa per sé a Manhattan. Dopo anni di pendolarità tra Italia e Stati Uniti, nel 1963 si trasferì definitivamente a New York e decise di cosa occuparsi: «Non volevano che scrivessi di politica. E invano dicevo: “va scritta in un altro modo la politica. La gente non legge gli articoli di politica perché sono noiosi. Ma la politica non è noiosa, è divertente, perfino buffa. Quindi perché scriverla in modo noioso?”. E loro mi facevano fare pezzi sugli attori. Che scemi. Io per arrivare a scrivere di politica ho dovuto prima andare alla guerra. Siccome avevo scritto della guerra, allora mi hanno permesso di scrivere politica». Voleva tornare ai temi della sua giovinezza: il coraggio e la politica. Progettò un libro sugli eroi che avevano lottato nel Partito d’azione, poi decise di consacrare gli eroi dello spazio contro l’URSS. Per l’Europeo compì una serie di soggiorni in California e in Texas, per studiare come gli astronauti si preparavano ad arrivare sulla Luna e attratta dal loro coraggio, divennne amica di molti di loro, particolarmente di Conrad, che fu al comando della missione «Apollo 13» e che lei chiamò sempre ‘suo fratello’. Alla corsa allo spazio dedicò poi due libri di grande successo: il già citato Se il sole muore e Quel giorno sulla Luna (1970)

Le interviste memorabili

Nel 1968 inviata dall’Europeo in Vietnam, concentrò la sua attenzione su quel conflitto, anticipatore della guerra fredda e che vide per la prima volta gli Stati Uniti sconfitti. Fallaci, andò al fronte anche per viaggiare indietro nel tempo e tornare a studiare la guerra che l’aveva entusiasmato fin da bambina. Si disse sempre convinta che la guerra fosse una cosa orribile e spesso inutile («La guerra non serve a nulla, non risolve nulla. Appena una guerra è finita ti accorgi che i motivi per cui era scoppiata non sono scomparsi, o che se ne sono aggiunti di nuovi in seguito ai quali ne scoppierà un’altra»: Insciallah, 1990. Ma sosteneva che in guerra era possibile scorgere l’uomo nella sua verità assoluta, nel bene e nel male. Nel 1975, e raccontando al pubblico le condizioni in cui si viveva al fronte, i bombardamenti, i rastrellamenti, gli interrogatori dei prigionieri, fece molte interviste esclusive, come quella al generale Giap, ad Hanoi, e mostrò nelle sue cronache le atrocità della guerra. Critica verso gli Stati Uniti ma anche verso il Vietnam del Nord, fu criticata dai colligeranti. Questa esperienza travasò in Niente e così sia (Milano 1969). In Vietnam incontrò François Pelou, giornalista che fu per alcuni anni il suo compagno e la aiutò a maturare politicamente. In quegli anni Fallaci divenne una grande giornalista politica, impegnata non solo a raccontare la guerra vietnamita, ma anche nello smascherare le dittature in Sudamerica, la guerriglia in Medio Oriente dove realizzò numerose interviste a leader politici, attraverso le quali presto fu riconosciuta in tutto il mondo come la più famosa e agguerrita intervistatrice dei politici, adoperando le tecniche perfezionate durante i primi anni di giornalista di costume, inventando un nuovo modo di intervistare i personaggi. Nacquero pertanto le Fallaci Interviews, poi riunite in Intervista con la storia (Milano 1974) e che furono studiate nelle scuole americane di giornalismo. Nel corso degli anni Settanta, Oriana Fallaci intervistò tutti i grandi leader politici dell’epoca. I suoi medaglioni sui politici, pubblicati sull’Europeo, venivano sempre ripresi dai principali giornali europei e statunitensi, per cu fu riconosciuta come la giornalista italiana più famosa del mondo, grazie al lavoro accurato di preparazione, imprimendo alle interviste connotazioni di pièces teatrali, offrendo una nuova impronta al giornalismo politico mondiale un prototipo di giornalismo oggettivo, e fu sempre immersa nei suoi resoconti, con la sua ideologia libertaria, democratica e radicale. Tale spontaneità, la rese invisa a molti, ma anche riscosse il suo riconoscimento da parte di una vastissima platea di lettori. In quegli anni fu una giornalista impegnata e divenne una vera e propria celebrità. Nel 1968, fu ferita gravemente a Città del Messico, durante la repressione governativa di una rivolta popolare e studentesca e ricevette telegrammi di solidarietà da tutto il mondo. La sua attività professionale, negli anni Settanta, fu tutta spesa a raccontare le ingiustizie e le guerre, come il conflitto arabo-palestinese, le guerre etniche in Asia, le guerriglie antigovernative in Sudamerica, criticando apertamente la politica americana di sostegno delle dittature. A New York fu spesso in opposizione con il governo di questo Paese, al punto da dichiarare a un giornale americano: «L’America mi ha deluso. È come quando sei assolutamente innamorata di una persona, e la sposi, e poi giorno dopo giorno non si dimostra così eccezionale, così straordinaria, così meravigliosa, così buona, così intelligente. Succede spesso nei matrimoni. Lentamente, gentilmente, collassano. L’America è stata come un marito molto cattivo con me. Mi tradisce ogni giorno».

I romanzi di successo

Pubblicato in Italia mentre l’opinione pubblica era divisa dalla legge sull’aborto, Lettera a un bambino mai nato (Milano 1975) suscitò una immediata attenzione, ma fu anche il primo romanzo che raggiunse il successo di un best-seller planetario: ispirato alla tragedia personale d’aver perso due volte un bambino per aborto spontaneo – ma di fatto trasfigurato in un romanzo universale –, ancora oggi resta il più letto fra tutti i suoi libri. Attraverso il dialogo interiore di una donna con il bambino che porta in grembo, che poi perderà durante un viaggio di lavoro, Fallaci si interroga sui grandi temi della vita, della morte, del limite tra libertà individuale e diritti del nascituro. Seguì Un uomo (1979), romanzo ispirato alla storia tragica di Alexandros Panagulis, eroe della resistenza greca contro la dittatura dei Colonnelli, che per tre anni fu il compagno di Oriana e che morì nel 1976 ad Atene in un incidente automobilistico in modo misterioso. Il romanzo racconta una grande storia di resistenza e d’amore. Nel 1990 pubblicò Insciallah, grande narrazione corale della guerra civile libanese, che Fallaci visse da vicino per essere stata presso il comando italiano delle forze di pace nel 1983. Il romanzo è una condanna spietata dell’assurdità della guerra, ma anche una prefigurazione dello scontro tra Islam e Occidente, esploso nei decenni successivi. A partire da questi anni Oriana Fallaci scelse di dedicarsi a tempo pieno all’attività narrativa. Nel 1977, dopo la morte di Panagulis e della madre, diede le dimissioni dall’Europeo e abbandonò il giornalismo attivo, scrivendo solo in rare occasioni, quando un personaggio o un avvenimento la coinvolgeva particolarmente. Per esempio, nel 1979 si recò in Iran a intervistare Ruhollah Khomeini, il leader religioso che aveva rovesciato lo scià di Persia e fondato la Repubblica islamica; in Libia per intervistò Gheddafi, giovane dittatore di quel Paese. Nel 1981 intervistò Lech Wałęsa, un oscuro operaio di Danzica che iniziava a sfidare il potere sovietico con il suo sindacato Solidarność. Ogni nuovo libro rappresentò un lavoro immenso, che richiedeva anni di studio e di revisione, sorretto da una rigorosa dedizione e disciplina, per raggiungere il traguardo di un perfezionismo proverbiale. Notissima anche la sua ossessione per la segretezza di ogni romanzo era coperto anche nel titolo, fino al momento della pubblicazione. Oriana Fallaci lavorava chiusa nella sua casa di New York, trascurando spesso anche la salute, rimandando i controlli al seno di quasi un anno per curare la traduzione di Insciallah in inglese e francese. Il risultato fu la scoperta di un tumore e necessità di un’operazione immediata. Era il primo manifestarsi della malattia che anni dopo la portò alla morte, La notizia volle subito condividere con i giornali italiani, decisa a rompere ogni omertà nella nostra cultura: «Io non capisco questo pudore, questa avversione per la parola cancro» – dichiarò in un’intervista alla RAI – «Non è neanche una malattia infettiva, non è neanche una malattia contagiosa. Bisogna fare come si fa qui in America, bisogna dirla questa parola. Serenamente, apertamente, disinvoltamente. Io-ho-il-cancro. Dirlo come si direbbe io ho l’epatite, io ho la polmonite, io ho una gamba rotta. Io ho fatto così, io faccio così e a far così mi sembra di esorcizzarlo»

Verso la fine. 

Convinta che il tumore sarebbe tornato presto, negli ultimi anni della sua vita si dedicò al progetto di quel grande romanzo familiare che aveva elaborato fin dalla giovinezza, rinviato a causa dei continui viaggi e dei suoi impegni come giornalista. Voleva raccontare le vicende dei membri della sua famiglia dal Settecento al Novecento, in un romanzo storico imperniato su fatti e documenti, fino alla sua adolescenza a Firenze durante la Seconda guerra mondiale, ma potè giungere solo al 1889, anno delle nozze dei suoi nonni paterni. Lavorò al progetto per più di quindici anni, avviando ricerche storiche molto dettagliate accumulando un’enorme mole di documenti. Il romanzo non venne comunque terminato e apparve postumo con il titolo Un cappello pieno di ciliege (Milano 2008). Il lavoro del romanzo familiare fu interrotto l’11 settembre del 2001, quando furono abbattute le “Torri gemelle” di New York. Per il mondo fu un avvenimento senza precedenti, e per Fallaci, che considerava New York, come la sua casa, fu anche un trauma personale. Interruppe il suo proverbiale silenzio e scrisse di getto un lungo articolo pubblicato nel Corriere della sera il 29 settembre, intitolato La rabbia e l’orgoglio, con cui cercò di fustigare l’Occidente, e in particolare l’Europa, colpevole ai suoi occhi di mancanza di coraggio davanti all’attacco di una civiltà diversa e aggressiva. Per rispondere alle polemiche immediate della stampa italiana dopo la pubblicazione dell’articolo, dedicò tre anni ad argomentare il suo discorso, pubblicando una trilogia (La rabbia e l’orgoglio, Milano 2001; La forza della ragione, ibid. 2004; Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse, ibid. 2004). Chiuso l’ultimo volume della trilogia e le sue traduzioni nelle varie lingue, volle tornare al romanzo familiare, ma il tempo era già scaduto, perchè il tumore era già in metastasi. Sentendo approssimarsi la fine, nell’estate del 2006 volle tornare nella sua Firenze, dove si spense, nella clinica S. Chiara, il 15 settembre del 2006. Osservando le sue ultime volontà, fu sepolta con cerimonia strettamente privata nel cimitero degli Allori, fuori città utilizzato dai non cattolici, accanto ai suoi genitori. Sulla lapide volle che fosse scritto: «Oriana Fallaci – Scrittore».

UN UOMO

 di Oriana Fallaci:

 “la fiaba,la tragedia e l’amore  tormentato”

Leggere Un uomo è  avere un’idea della donna e della giornalista  Oriana Fallaci, in tutti i suoi spigoli e le sue sfaccettature. Un romanzo lucido e dettagliato di un amore tormentato e la fiaba dell’eroe tragico, Alekos Panagulis, che si apre e si chiude con il suo funerale:

“Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi, zi, zi! Vive, vive, vive!”Un uomo è una fiaba e una tragedia divisa in sei parti: l’attentato fallito a Georgious Papadopoulos, dittatore militare in Grecia dal 1967 al 1973,l’arresto e le torture,il processo e la condanna a morte,gli anni di prigionia e la grazia,l’esilio in Italia e il ritorno ad Atene, l’ingresso in politica e il rifiuto del compromesso e, infine,la morte, temuta, amata e prevista. Ogni  segmento del percorso di Alekos viene documentato con precisione da Oriana e i dettagli nelle descrizioni di luoghi e paesaggi, di fatti e misfatti,si affiancano anche  nell’indagine emotiva e psicologica di Panagulis, che viene costantemente e minuziosamente monitorato nelle domande e nei dubbi di un uomo che ha sempre negato la violenza ma alla quale si è prestato seguendo la logica greca che giustifica l’atto, quando è compiuto per il bene comune, per un popolo minacciato dalla tirannia. Grondano sulle pagine anche le sfumature di crudeltà fisiche e psicologiche messe in atto durante l’interrogatorio che precede il processo e che descrive come si forma un eroe il quale, seppur provato, umiliato e completamente solo continua a combattere, ribaltando la liturgia  del processo  ,in cui l’uomo dovrebbe essere l’imputato e  che si lancia in un’apologia socratica in cui ordina di essere condannato a morte poiché vale più un eroe morto che uno vivo. UN  UOMO  racconta la preparazione all’incontro con la Morte con cura, pensando e ripensando alle pagine de L’IDIOTA.di  Dostoijvshij : “Gli restavano dunque da vivere cinque minuti, non di più. Diceva che quei cinque minuti gli erano sembrati un tempo interminabile, un’immensa ricchezza. Gli pareva che in quei cinque minuti avrebbe potuto vivere tante vite, ma per ora non doveva pensare all’ultimo istante, sicché prese varie risoluzioni”,facendo emergere, poi, l’amara delusione di non essere stato fucilato:“Perché un uomo che è stato condannato a morte, che ha vissuto tre giorni e tre notti aspettando la morte, non sarà mai più lo stesso. Si porterà sempre la morte addosso come una seconda pelle, un desiderio insoddisfatto. Continuerà a inseguirla, sognarla, magari ricorrendo al pretesto di nobili cause, doveri. Né troverà pace finché non l’avrà raggiunta”.Il romanzo della Fallaci descrive anche come l’eroe solitario abbia sostenuto la prova della prigionia, con le sue evasioni fallite, gli scioperi della fame e le umiliazioni per far credere al mondo esterno che la sua incarcerazione non era poi così terribile,  durante la quale,per ottenere libri,carta e penna, Alekos doveva  inventarsi strategie  in anni in cui scrive poesie dedicate alla Morte, studia l’italiano e, attraverso di esso, conosce l’Oriana giornalista prima e la donna poi.  Le pagine più belle  raccontano un Panagulis libero che lo mostrano rinchiuso nella tomba progettata dal suo ottuso carceriere. La grazia non equivale alla liberazione dell’eroe ma vera e propria condanna e l’incontro con Oriana diviene turbamento dell’anima e principio di una tragedia:“Noi greci siamo ossessionati dalla tragedia. Poiché la inventammo, la vediamo ovunque. V’è solo un tipo di tragedia e si basa su tre elementi che non cambiano mai: l’amore, il dolore, la morte.”E così prosegue e inizia il calvario di un uomo, di una donna, di una coppia che si ama e di due individui che dissentono su scelte importanti per il bene comune. La parentesi italiana che doveva essere un momento di riposo per l’eroe appare una guerra su due fronti. Da una parte, l’uomo, il poeta e l’eroe che voleva cambiare le cose in patria e soffre per quello che considera un esilio, e la donna, dall’altra parte, che lo ama e non lo comprende, che vuole tenerlo in Italia per proteggerlo e sottrarlo alle delusioni, ai fallimenti, alla paura di perderlo. Due solitudini che si incontrano, due poli che si respingono e si attraggono in un tormento continuo di cui entrambi conoscono già le conseguenze. Lui attraverso la percezione  dei suoi sogni e lei seguendo il filo della ragione e della razionalizzazione. UN UOMO  è una ricerca quasi ossessiva di trarre le motivazioni che spingevano il compagno a compiere determinate azioni, raccogliendo una serie infinita di insuccessi e fallimenti, di sogni e delusioni, di solitudine. Un’analisi lucida di una donna che ammette di non essere mai stata innamorata di lui, ma di averlo amato per quello che era, con tutte le sue fragilità e le sue apparenti contraddizioni che lo mostravano poeta, combattente, deputato, vecchio e bambino. I molteplici volti che compongono un uomo.Oriana confessa anche che, malgrado la figura di donna  disinibita, attaccata alla vita, abituata a smontare e mostrare gli ingranaggi e le ipocrisie del potere, solo con Alekos ha provato il morso della gelosia e di aver perso contro una coppia ben più forte di lei, la Morte e il Destino. Oriana non pianse quando la morte giunse su Alekos, ma non dimentica di appuntare sul libro quello che sentì, come questa sua assenza di lacrime causasse sconcerto in chi partecipò al funerale, mentre lei è vista con l’espressione dura,lo sguardo intenso profondamente triste, ma  non si può provare sorpresa per la reazione di una donna che ha amato un uomo il quale, poco prima di andare incontro alla battaglia finale, l’ha abbracciata dicendole: “Sei stata una buona compagna. L’unica compagna possibile.” Forse, per la Fallaci, piangere sarebbe stato un segno di resa che avrebbe vanificato, svuotato di significato la dichiarazione d’amore di Panagulis.

LE LETTERE inedite DI ORIANA Fallaci  a COLLEGHI e AI POTENTI DELLA TERRA

a cura di

Alessandro Cannavò per il corriere della sera

I brani di  lettere  qui riportate,sono tratti dal volume di Alessandro Cannavò,pubblicate da Rizzoli.

«Sono stata bombardata come la città di Hanoi: per nove giorni… ogni bomba una brutta notizia, una provocazione, una vendetta, un coltello nel mio cuore e nel mio cervello». Nel 1976, poco dopo i funerali di Alekos Panagulis, Oriana Fallaci scrive all’ amico regista Jules Dassin, in replica a una proposta, ritenuta del tutto inopportuna, di fare un film sul suo grande amore, morto in un sospetto incidente stradale dopo essere stato l’ emblema della resistenza contro la dittatura dei colonnelli greci.

Il bombardamento cui allude Oriana era dovuto all’ ostilità della famiglia di Panagulis (che non aveva mai accettato la relazione anti convenzionale tra i due) manifestatasi apertamente in quei giorni dell’ immenso dolore in cui Oriana confessa, tra l’ altro, nelle stesse righe, di essere stata a un passo dal suicidio.

C’ è in quella missiva il crocevia esistenziale della grande giornalista e scrittrice. Dove si intrecciano e si amalgamano orgoglio professionale e passione sentimentale, principi nobili, coraggiosi e fragilità dettate dalla ricerca di un conforto. Sentimenti che hanno segnato la vita di Oriana e che emergono in modo straordinario in La paura è un peccato , una raccolta di 120 lettere, quasi tutte inedite, curata dal nipote Edoardo Perazzi, in uscita per Rizzoli nel decennale della morte. Già il titolo è un manifesto dell’ animo fallaciano.

Quella frase compare (con molti punti esclamativi) sul fronte di una cartelletta in cui lei aveva conservato alcune minute. Riporta a un’ altra frase («Una ragazzina non deve piangere!») che il padre antifascista le disse (seguita da un ceffone) quando lei, staffetta partigiana quattordicenne, ebbe un momento di debolezza.

Frase che forgiò indelebilmente il suo carattere.

Eppure la giornalista con l’ elmetto che seguiva in prima linea la guerra in Vietnam, la penna indignata e rabbiosa che si scagliò contro l’ Islam e la debolezza dell’ Occidente all’ indomani dell’ 11 settembre, era una donna che sapeva anche soffrire, in modo talvolta straziante, per amore. Amore dei propri uomini, della propria famiglia, della propria città.

Colpisce, per esempio, la descrizione che fa a un’ amica della sua Firenze visitata nel 1966, un mese dopo la catastrofica alluvione. «…Non esiste più il lungarno, non esiste la strada, capisci, non esistono più le case. Sono rimasti solo i piani superiori… come se una mano in vena di macabri scherzi avesse portato via una ditata di torta da un piatto…».

Un racconto che ha la stessa forza immaginifica degli aerei che si infilano nelle Torri gemelle come coltelli in panetti di burro, descritti nell’ incipit de La rabbia e l’ orgoglio. In un’ altra lettera parla del suo cagnolino York, tanto voluto e amato, che è costretta a lasciare alla mamma quando si trasferisce a New York. «Ci baciammo, piangemmo, ci facemmo promesse. Ma non appena l’ aereo decollò, mi sentii così libera, così leggera… non fu difficile mettere fine alla commedia e rendermi conto che l’ ultima cosa per cui ero fatta era vivere con qualcuno: uomo, bambino, cane» .

Eppure a François Pelou, il corrispondente della «France Press» a Saigon che fu l’ altra sua grande love story, si rivolge con romanticismo: «Questa volta sei tu che parti… saranno inutili le mie mattine, perché non ci sarai tu… conservo nella mia bocca un tuo chewingum e lo assaporo come fosse un tuo bacio». Già in seguito all’ intervista, poi pubblicata sull’«Europeo» subito dopo la scarcerazione, a Panagulis dice: «Voglio ringraziarti di esistere, di essere rimasto vivo…».

Lo avverte che «anche l’ equilibrio più forte, l’ intelligenza più splendida, hanno bisogno di luce, di spazio, di amore. Altrimenti appassiscono come un albero privo d’ acqua… Spero che tu mi permetta di darti quell’ acqua». Più avanti, preoccupata perché Alekos, così ispirato nella poesia, non si applica nella stesura della sua autobiografia (la vita di Panagulis diventerà poi nelle mani di Oriana il bestseller Un uomo ), gli spiega le dure leggi dello scrivere. «La prosa non è un urlo. La prosa è una disciplina».

Ci sono le missive intense a Pasolini che aveva odiato la sua Lettera a un bambino mai nato e quelle affettuose a Ingrid Bergman e a sua figlia Isabella. Ci sono le parole di fuoco a Kissinger con cui ebbe uno scontro quando pubblicò la sua intervista e quelle furenti a Fidel Castro che corteggiò per molti anni e che alla fine non le concesse udienza.

C’è l’appassionata corrispondenza con Pietro Nenni, tra dibattito politico e fatti privati. Franchezza con i potenti, affetto (anche quando si sente ferita) per le persone più intime. Un viaggio nell’ animo della Fallaci che è anche una lezione di cura letteraria: quella prosa che ha rapito per ricchezza e passione generazioni di lettori si ritrova intatta in questi scritti personali da divorare come i suoi libri.

L’ ultima lettera è indirizzata a monsignor Fisichella con cui lei, «atea cristiana», strinse un profondo rapporto negli anni finali della malattia. «Vieni più presto che puoi. Io ti aspetto come ne La Buona Terra di Pearl Buck i contadini cinesi aspettano la pioggia in agosto…». Bisognava «approfondire il discorso sull’ incontro che ha un senso perché è stato pianificato da Dio, e guai a non viverlo con l’ intensità e la coerenza di cui siamo capaci (cosa di cui sono assolutamente convinta)». Anche nell’ ora estrema, Oriana pretendeva, per iscritto, l’ ultima parola .

LETTERA A PANAGULIS: COSA SIGNIFICA ESSERE UOMO

Lettera di Oriana Fallaci a Panagulis pubblicata dal Corriere della Sera”

Alekos caro, ti scrivo nuovamente per dirti che sono stata felice di ascoltarti una seconda volta a telefono. Anche se non possiamo dirci molte cose perché tu non capisci nulla di quello che dico e io non capisco nulla di quello che dici, udire la tua voce è bellissimo. Io, dopo, mi sento meglio.

Ti ringrazio per la risposta alla mia domanda su «cosa significa essere un uomo». (…) È una splendida risposta, migliore della poesia di Kipling. Forse la userò aggiungendo alle tue parole questa domanda per me: «E per te, cos’ è un uomo?». Così io potrò replicare così: «Un uomo è… una creatura come te. È te».

Tuttavia un particolare della tua risposta mi ha turbato. Quello che Andreas ha tradotto: «To love without permitting one love to become an handicap». In italiano: «Amare senza permettere a un amore di diventare un ostacolo». Ho creduto di capire che dicevi questo a me, non agli altri.

Ebbene: io non sono e non sarò mai un ostacolo, un handicap. Io so che esistono cose ancora più grandi dell’ amore di una persona o dell’ amore per una persona.

Ad esempio, un sogno. Ad esempio, una lotta. Ad esempio, un’ idea.

Ciao a sabato. Al massimo, domenica. E, se posso, prima (…). Finito il lavoro a Bonn, mi fermerò in Italia per salutare mia madre che è malata. Poi volerò subito da te. Non pensare nemmeno un momento di abbandonare la clinica quando arrivo io. Se devi stare in clinica, starai in clinica. E io ti farò compagnia in clinica con una profonda conversazione in greco. Oppure giocando a scacchi. Ok? Aspettami. Io ti ho aspettato tanto .

LETTERA A FIDEL CASTRO: IO NON LA ASSOLVERO’

Lettera di Oriana Fallaci a Fidel Castro pubblicata dal “Corriere della Sera”

Signor Presidente, mercoledì 28 settembre il Suo Ambasciatore all’ Unesco (…) mi ha comunicato che l’ intervista fissata per il mese di novembre era stata cancellata. Il motivo di questa decisione ha dell’ incredibile: «Di’ a Oriana che ho ricevuto da una fonte di comprovata fedeltà l’ informazione che, non appena lontana da Cuba, si è espressa in maniera irriverente nei miei confronti e che ha rilasciato dichiarazioni che denotano pregiudizi sulla rivoluzione e sul socialismo». (…) Questo messaggio è un insulto alla mia intelligenza e alla mia dignità. Il Suo gesto è un tradimento, nonché una mancanza di rispetto alla mia persona che non Le ha mai mancato di riguardo e a cui Lei invece deve – e non solo per questo motivo – molto rispetto.

(…) La verità è che Lei ha ritratto la parola data; mi ha tradita poiché si è pentito. (…) Lei ha intravisto in quest’ intervista il rischio che certi leader vedono in me: la donna scomoda, dal pensiero indipendente, la scrittrice che non è impressionata dal Potere e che lo affronta senza timore (…) per permettere al suo lavoro di entrare nella storia. Che pena! La ritenevo più audace, più agguerrito. (…) Come un masso che cade pesantemente in un salone di cristallo (…), Lei ha distrutto qualcosa di molto più valore. E per questa ragione, io non la Lassolverò .

LETTERA A PASOLINI: IL PARERE DI UN AMICO

Lettera di Oriana Fallaci a Pier Paolo Pasolini pubblicata dal “Corriere della Sera”

Caro Pier Paolo, ti ho telefonato un paio di volte ma non ti ho mai trovato e, sapendoti al lavoro, ho preferito non insistere. Ti scrivo dunque. Anzitutto, per annunciarti l’ arrivo del mio libro Lettera a un bambino mai nato e poi per dirti questo.È un libro cui tengo molto. Tanto quanto non tenevo agli altri.Ed è un libro in cui credo. Infine, un libro cui ho molto lavorato. E tuttavia temo che non sia capito. Segni per ora superficiali (giacché vengono da due o tre giornalisti insensibili) annunciano incomprensioni e ostilità. (E non sai mai quando sono ostilità dirette alla persona o al lavoro di quella persona.) Le donne si indignano da una parte, gli uomini si arrabbiano dall’ altra, gli abortisti mi maledicono perché concludono che io sono contro l’ aborto, gli antiabortisti mi insultano perché concludono che io sono per l’ aborto.

E nessuno o quasi si accorge di cosa vuol dire il libro veramente. Nella rissa non hanno ragione né gli uni né gli altri, o hanno ragione tutti e due. Il libro è la saga del dubbio.Vuol essere la saga del dubbio. E comunque ecco la cosa più importante che volevo dirti. Già mentre lo scrivevo io pensavo che tu saresti stato una delle poche persone che lo avrebbero capito. E così ti chiedo di leggerlo . (…) Grazie. Ciao.

Oriana 

Opere

Fra le opere non citate nel testo, anch’esse apparse per i tipi di Rizzoli, si ricordano inoltre: Intervista con il potere (Milano 2009); Saigon e così sia (prefazione di F. De Bortoli, ibid. 2010); Intervista con il mito (ibid. 2010); Il mio cuore è più stanco della mia voce (ibid. 2013).Bibliografia–Tutti i testi denominati Appunti sono conservati a Milano, presso l’Archivio privato Oriana Fallaci, curato dall’editore Edoardo Perazzi e in corso di catalogazione, a cura di S.L. Aricò, 1990; 1998; M.G. Maglie, O.: incontri e passioni di una grande italiana,n.ed. ag., Milano 2006; R. Mazzoni, Grazie O.: vita, battaglie e morte dopo l’11 settembre, Firenze 2006; S. Sechi, Gli   occhi di O., Roma 2006.R. Nencini    O. F.: morirò in piedi, Firenze 2007; O. F.: intervista   con la storia, a cura di A. Cannavò – A. Nicosia – E. Perazzi, Milano 2007; A. Santini, Lavorando con l’O. F., Livorno 2008; D. Di Pace – R. Mazzoni, Con O., Firenze 2009; U. Cecchi, O. F. Cercami dov’è il dolore, Firenze 2013; C. De Stefano, Oriana  una donna, Milano 2013







Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA sono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite, per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. IL Presidente della Repubblica lo ha insignito come BENEMERITO DELLA SCUOLA;DELL CULTURA E DELL?ARTE e il Consigkio del Ministri gli ha dato Il PREMIO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 3 VOLTE. E' CUlTORE DELLA MATERIA DI LETTERATURA ITALIANA. Il Premio MEDITERRANEO alla carriera. Il PREMIO AQUILA D'ORO,2019. Con il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO, edito dalla BastogiLibri di Roma gli è stato assegnato il Premio Terzomillennio-24live.it,2021 Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero. Recentemente ha pubblicato saggi su Andrea Camilleri, Dacia Maraini,e rinnovati quelli su Sgorlon, Cattafi,Prisco,Mastronardi e Letteratura e Società Italianadal Secondo Ottocento ai nostri giorni in 6 volumi di 3250 pp. Cura la Rivista Internazionale di Letteratura TERZO MILLENNIO e allegati. Ha organizzato Premi Internazionali di alto livello,come Il RHODIS e il Premio RODI' MILICI-LOMGANE. premiando personalità internazionali che si sono distinte nei vari ambiti della cultura a livello mondiale

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