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SALVATORE QUASIMODO – Con questo piccolo saggio, anche noi ci uniamo al ricordo devoto di Salvatore Quasimodo, il premio nobel siciliano, “il grande operaio di sogni”, di cui ricorre il 50° anno della morte.

SALVATORE QUASIMODO

The Italian poet Nobel prize winner Salvatore Quasimodo poses sitting at his study desk. Italy, 1953.

Dall’ermetismo,al lirismo della memoria,  allo strazio elegiaco della sua terra,alla tragedia storica dell’uomo, alla devastazione  bellica, all’apertura di un abbraccio d’amore universale per poter resistere al male di vivere. Il Nobel per la letteratura.

Salvatore Quasimodo nacque in provincia di Ragusa, a Modica, il 20 agosto del 1901. Il padre Gaetano era capostazione delle Ferrovie dello Stato e, per questo motivo, l’infanzia di Salvatore fu caratterizzata da un peregrinare abbastanza frequente nelle province siciliane. Il primo trauma della sua giovinezza lo ebbe a sette anni, quando un tremendo terremoto colpì Messina (28 dicembre 1908). Subito dopo questo tragico avvenimento, il padre di Salvatore fu trasferito nella città dello Stretto; la famiglia lo seguì e vissero, provvisoriamente, in un vagone merci fermo su un binario morto della stazione. Gli studi nelle scuole elementari e medie li condusse in modo regolare; successivamente, s’iscrisse all’Istituto Tecnico Matematico-Fisico, prima a Palermo, poi a Messina, all’incirca tra il 1916 e il 1917.  È in questi anni che il giovanissimo Quasimodo inizia a scrivere: sono poesie caratterizzate da un’influenza dannunziana e pascoliana, ancora senza un linguaggio proprio, ma con un lessico caratterizzato dall’uso di parole sciatte e povere. Egli, molto probabilmente, non conobbe da subito i grandi poeti del tempo. Era noto che, in quel periodo, la Sicilia, essendo un’isola, era caratterizzata da un certo isolamento culturale. Ancora nel 1917 fondò una rivistina letteraria, che chiamò “Nuovo Giornale Letterario”, sul quale pubblicò le sue prime composizioni. Nel 1919 si trasferì a Roma per iscriversi al Politecnico. Ven subito a galla le difficoltà di carattere economico, per le quali non riuscì a pagarsi gli studi. Decise allora di lavorare e studiare contemporaneamente; ma i frutti del suo lavoro saranno utili solamente per la sua sopravvivenza e lo costrinsero ad abbandonare gli studi. Egli lavorò anche come impiegato alla Rinascente, dalla quale venne “licenziato come organizzatore ed esecutore dell’ultimo sciopero italiano (il giorno precedente l’applicazione della legge fascista contro gli scioperi)”, come disse lui stesso, che amò gloriarsi dell’episodio da vero antifascista. Nel 1926 è assunto come geometra dal Ministero dei Lavori Pubblici e assegnato al Genio Civile di Reggio Calabria. Qui riprese anche la sua attività letteraria. Più tardi, Quasimodo si trasferì a Firenze presso il cognato e scrittore Elio Vittorini, che ebbe la fama di “scopritore di talenti”. Egli fece conoscere a Salvatore due amici anch’essi letterati: Eugenio Montale e Alessandro Bonsanti. Quest’ultimo si interessò molto alle opere di Quasimodo, tanto che ne fece pubblicare 3 (“Albero”, “Prima” e “Angeli”) sulla rivista “Solaria” nel marzo del 1930. Nello stesso anno e sulla stessa rivista, apparve la prima edizione di Acque e terre. La versione definitiva della raccolta è del 1942; essa parla della terra dell’autore, la Sicilia, la stessa della favolosa infanzia che egli rimpiange. Nel 1931 Quasimodo fu trasferito al Genio Civile d’Imperia. Qui collaborò con la rivista “Circoli”, dove pubblicò le poesie che andranno a costituire il prestigioso Oboe sommerso, uscito poi nel 1932 per le edizioni “Circoli”. Questa raccolta ebbe un successo incredibile, tanto da consacrare Quasimodo come uno dei più grandi poeti del tempo. Con questo libro ci si trova in pieno clima ermetico e, sarà più tardi molto discutibile se Quasimodo sia l’iniziatore dell’ermetismo, o se tale paternità sia da attribuire a Montale e/o Ungaretti. Nel 1934 si trasferì a Milano, dove non trascorse un bel periodo. Nonostante ciò, in questa città trovò l’ispirazione necessaria alla stesura della raccolta Erato e Apòllion che uscì nel 1936. Intanto dopo aver studiato il latino e il greco, tradusse in italiano alcuni libri dell’Eneide di Virgilio, di Orazio, ma, soprattutto, i frammenti rimasti dei maggiori poeti greci, rielaborati in maniera personale e confluiti nella raccolta I lirici greci (1940). I tempi mutarono: ormai si era in piena guerra. Lui fu un antifascista convinto e, perciò, fu malvisto e controllato. Dopo l’8 settembre visse in semiclandestinità e si trasformò in poeta della guerra e della Resistenza. La sua poesia fu conosciuta in tutto il mondo come quella ispirata dalle macerie e dai corpi dei compagni martoriati dai fascisti e dai nazisti, di cui una prima testimonianza è rappresentata dalla raccolta Ed è subito sera (1942). Giorno dopo giorno (uscita nel 1947) è in questo senso la raccolta più intensa e autentica del dopoguerra italiano e, forse, europeo: le venti poesie che la compongono, infatti, sono state scritte fra l’inizio del ’43 e la fine del ’45, il periodo cruciale della guerra. Nel 1945 Quasimodo si iscrisse al Partito Comunista Italiano (PCI), ma ci militò per poco tempo. La sua adesione fu più emotiva che altro, anche se Quasimodo resta sempre un uomo di sinistra, legato al comunismo. Tra la fine degli Anni Quaranta e gli Anni Cinquanta, pubblicò La vita non è sogno (1949); Il falso e il vero verde (1956). Nel 1958, vinse un viaggio in URSS grazie al premio Viareggio aggiudicatogli per La terra impareggiabile. In questo Paese fu colpito da un infarto, che lo costrinse ad essere ricoverato in ospedale fino alla metà del 1959. Il 1959 è l’anno della più bella affermazione del poeta: il 10 dicembre, a Stoccolma, gli fu assegnato il premio Nobel per la letteratura. Ma tale riconoscimento gli fu molto contestato, soprattutto da una certa critica del Nord, che giudicò la sua poesia immeritevole dell’importante Premio, accusandola di provincialismo. Ciò turbò molto il poeta che, nel 1963, mise a tacere i suoi denigratori con la raccolta conclusiva “Dare e avere” (1965), nella quale affrontò gli eterni conflitti dell’uomo, trafitto dal male cosmico e sospeso sulla dolorosa scena del mondo, in difesa della dignità dell’uomo, di fronte ad un destino di sconfitta. Salvatore Quasimodo morì per infarto a Napoli nel 1968.

Dopo la morte, Mondadori pubblicò in un grosso libro Tutte le poesie, contenente anche il “Discorso sulla poesia”, pronunciato nella circostanza dell’assegnazione del Premio Nobel, in cui il poeta, reindossando i panni del poeta-vate, lanciava il messaggio della necessità, dopo i disastri materiali e morali provocati dalle guerre, di ricostruire l’uomo, una nuova società, liberata dagli odi e fondata sull’amore universale, con le armi della poesia.

La poesia – Le opere

Nell’avviare operazioni esegetiche della poesia di Quasimodo, la critica è rimasta spesso condizionata da una pregiudiziale impressione negativa o settaria, per cui, nonostante il Nobel assegnatogli nel 1959 e la vasta fortuna di pubblico riscontrata a livello nazionale e internazionale, l’opera del poeta siciliano è rimasta spesso vittima di giudizi sommari, non sempre suggeriti da valutazioni obiettive, ma per lo più ispirati da ragioni di gruppo politico, da diversità di teorizzazioni estetiche o da meschine e arroganti invidie verso l’uomo del Sud, trasmigrato altrove con la valigia di cartone e con quattro versi in tasca. Sul piano squisitamente letterario, l’etichetta di ermetismo, che gli è stata a lungo sinonima, relegava la sua produzione lirica nel guscio restrittivo di una stagione marginale, individualistica e provinciale della nostra storia letteraria e perciò ne riduceva l’interesse tematico nell’ambito dei circuiti autarchici della nostra cultura, eludendo volutamente la carica ribellistica e catartica del suo messaggio. In realtà, occorre subito evidenziare che l’appartenenza del poeta all’ermetismo fu soprattutto registrata nell’ambito della parola, particolarmente in talune peculiarità linguistiche e strutturali del codice ermetico, come l’insistenza metaforica, l’uso della preposizione “a”, attraente scandita con plurime variazioni semantiche, l’invadenza dell’apostrofo all’interno della novità metrica e prosodica, governata da una mineralità segnica e da una inedita musicalità interna, riconducibili alla lezione innovatrice di Ungaretti, ma che, intrecciatasi in Quasimodo con le ragioni della storia, si tramuta in operazione poetica, priva di preziosismi espressivi e scevra di ogni forma di indecifrabilità ideale, per privilegiare, invece, la solennità della poesia drammatica sotto l’impulso di una tentazione epica moderna, sostenuta dal vigoroso linguaggio del reale e, perciò, non facilmente catalogabile in una formula lapidaria definitiva. Già, dopo le prime prove, la critica tendeva a non riferire più la poesia quasimodiana all’area dell’ermetismo, ma la ricollocava sul pentagramma della poesia pura contemporanea. Carlo Bo, con estrema autorevolezza critica, affermava che «le cose, a distanza di tempo, hanno preso un altro rilievo e, al contrario di quanto è stato sempre superficialmente divulgato, il Quasimodo ci appare come un compagno di strada dell’Ermetismo, come uno che si è trovato a vivere in un dato momento e per spirito di cameratismo ha creduto di dover condividere motivi critici e posizioni che in fondo contrastavano con la sua vera natura. Quasimodo (continua Bo) non vive legato, com’è stato in ogni momento del suo lavoro, al mondo dell’infanzia e soprattutto al patrimonio delle memorie naturali, di cui restano documenti capitali le liriche per la madre (“Lettera alla madre”) e per il padre (“Al padre”) e tutto il repertorio dei luoghi familiari che, per una rara capacità di identificazione, conservavano per lui un potente significato culturale». Se in Acque e terre (la raccolta dell’esordio comprendente le poesie composte tra il 1917 e il 1930), traspariva una certa temperie provincialistica con evidenti influenze dannunziane e pascoliane, tuttavia già allora il Nostro rivelava una grande capacità di ripiegamento e di lettura delle proprie radici interiori e un affilato sentimento del reale, attraverso cui filtrava, come afferma Giuseppe Zagarrio, “La misura storica della provincia siciliana” e la provincia dell’anima, quella cosiddetta “metastorica e platonico-agostiniana”, dove il male della terra si fonde con la trepida vocazione alla morte, perché sciolga il poeta da tutte le creature e lo liberi dall’inferno, in cui questi si riconosce condannato a vivere. Soprattutto in “Vento a Tindari”, il vertice più alto della raccolta, il poeta riesce a sollevare la cronaca di un autobiografico frammento temporale, realisticamente vissuto e favolosamente vagheggiato, a un canto di una triste intensità lirica mediante la griglia di una parola limpidissima, librata in un clima di trasparente assolutezza, dove elegiacamente si accumulano le note desolate dell’irrisolto dissidio “vita-morte” e dove il “topos” geografico, Tindari, diventa metafora dell’angosciosa condizione di esilio, fisico e spirituale, del poeta dalla sua isola ed emblematicamente da una più cooptante dimensione metafisica. L’evocazione dell’ideale lacerto topografico, carica di ambiguità e di indeterminatezza, è percorsa da riferimenti mitologici, cari alla fantasia del poeta, in cui si evidenzia già quella tendenza al mito, che solleva in un’atmosfera di vaghezza e universalità la poesia del “primo Quasimodo”, scandita da uno stile denso di armonie, aristocratico, anche se vigoroso e allusivo:

VENTO A TINDARI

“Tindari, mite ti so

tra larghi colli pensile sull’acque

dell’isole dolci del dio,

oggi m’assali

e ti chini in cuore.

Salgo vertici aerei precipizi,

assorto al vento dei pini,

e la brigata che lieve m’accompagna

s’allontana nell’aria,

onda di suoni e amore,

e tu mi prendi

da cui male mi trassi

e paure d’ombre e di silenzi,

rifugi di dolcezze un tempo assidue

e morte d’anima.

A te ignota è la terra

ove ogni giorno affondo

e segrete sillabe nutro:

altra luce ti sfoglia sopra i vetri

nella veste notturna,

e gioia non mia riposa

nel tuo grembo.

Aspro è l’esilio,

e la ricerca che chiudevo in te

d’armonia oggi si muta

in ansia precoce di morire;

e ogni amore è schermo alla tristezza,

tacito passo nel buio

dove mi hai posto

amaro pane a rompere.

Tindari serena torna;

soave amico mi desta

che mi sporga nel cielo da una rupe

e io fingo timore a chi non sa

che vento profondo m’ha cercato”.

Sincronicamente trascritto o memorialisticamente ricreato, il componimento, oltre che collocarsi come la sintesi tematica della ricerca iniziale di Quasimodo, come sopra indicato, riflette anche quella tendenza alla mitizzazione della vicenda autobiografica, in cui Quasimodo rinviene, nel suo itinerario affettivo e formativo, quella ristretta cerchia di amici, tra cui spiccano i nomi di Salvatore Pugliatti (futuro rettore dell’Università di Messina), Giorgio La Pira, Vann’Antò (Giovanni Antonio di Giacomo), Antonio Saitta, Vincenzo Palumbo, Nino Pino e altri pochi intimi, primi estimatori e successivamente entusiasti sostenitori della grandezza poetica di Quasimodo, con i quali il Nostro ebbe modo di confrontare e, nel contempo, consolidare, oltre che la sua dimensione lirica, anche gli ingredienti della sua formazione culturale di impronta laica, nostalgicamente carente di un punto di riferimento metafisico nelle istanze esegetiche della cosmologia, come si può dedurre dalle eterogenee culture degli elementi del “gruppo” e come meglio traspare dal carteggio Quasimodo-La Pira, a cui disperatamente confessava: «Beato tu, che hai una fede. Io, purtroppo, non posso credere». Nel travagliato contesto di una correlata temperie spirituale, nel 1932, all’uscita di Obòe sommerso, la critica, dentro il rosario figurale e tecnico di un apparente parnassianesimo, individuò la ferita sensibilità del poeta nelle istintuali fiocinate ultrafaniche, le sillabate cadenze di un autentico tormento, propulsionato dalla crisi etica dell’uomo contemporaneo, contrapposto alla scoperta, alla radice della propria angoscia, di un ordine di più marcata estrazione pascaliana, trapassando da una convinta, anche se effimera, conoscenza di se stesso, al desiderio incontenibile di “un’eterna” presenza. In realtà, sul diagramma dei motivi sviscerati dalla critica, è possibile cogliere, nelle complesse variazioni temporali e spaziali, del rapporto tra micro e macrocosmo, credibili ipotesi di collegamento tra mondo della storia e infinita spazialità del Cosmo, tra creature umane colte nella precarietà esistenziale e nella plenaria assolutezza di Dio; per cui Giuseppe Zagarrio vi scorge un momento del “romanzo lirico del tema religioso”, evidenziando come il termine “Signore” diventi vocabolo emergente del lessico quasimodiano, dentro cui si dipana il dramma delirante dell’io che precipita irreversibilmente nella voragine temporale della solitudine, nella brace del dubbio e del dolore, dopo aver sofferto la disgregazione di una concezione ideologica, tesa a identificare l’essenza di Dio con il movimento dinamico del Cosmo, in una consustanziale ottica misticistica dell’esistenza. Allora il poeta, che avverte dentro di sé la combustione dei conati metafisici e l’incenerimento delle ideologie allora apparentemente più evolute, si muove ora nell’area di uno straziante dualismo di sapore kierkegardiano, per cui percepisce il simulacro divino oltre gli orizzonti dell’umano e constata che l’uomo è solo con il suo tormento di esistere e di vivere la morte quotidianamente fuori di Dio schiacciato dal “tedium vitae” e dal peso della sconfitta dinnanzi al mistero:

La mia  giornata  paziente

La mia giornata paziente

a te consegno, Signore

non sanata infermità,

i ginocchi spaccati dalla noia.

M’abbandono, m’abbandono,

ululo di primavera,

è una foresta nata nei miei occhi di terra”

(“La mia giornata paziente”)

In Erato e Apollion (1936), Quasimodo si ricollega più direttamente a Montale per quello straziante sentimento di decadimento e di aridità, di staticità lacerante per un destino segnato, che balena nello scintillio delle luci e nelle apparenze delle figure, dei paesaggi e dei colori evocati, dove è impossibile porsi in ascolto di un’eco di consolazione allo strazio della terra. Nuovo e suo è invece quella propensione all’inermità, alla rassegnazione e alla resa dinnanzi alle insondabili direzioni del cosmo, percorsa da un acre rigore morale e articolato con una immediatezza espressiva che traduce con struggimento le alternanze del sentimento di tristezza dell’uomo solo in un’urgenza di fuga verso l’area mitica dalla patria del bene e del male della terra, alla ricerca di una mai rinnegata innocenza:

Del peccatore di miti

ricorda l’innocenza o Eterno; e i rapimenti,

e le stimmate funeste.

Ha il tuo segno di bene e di male,

e immagini ove si duole la patria della terra”.

(“Del peccatore di miti”)

Accanto a questa linea tematica centrale, vibrano le schegge inquietanti delle intermittenti discese nell’entroterra della sua realtà isolana, attraverso cui la riemersione di un paesaggio fisico e creaturale, gravido di segrete sinergie lirico- spirituali, si tramuta in occasioni di accostamento simbiotico al plasma diacronico dei suoi mutamenti interiori, al paradiso perduto dell’infanzia, richiamato alla coscienza lirica dall’avventura memoriale dei ritorni e riciclato nella pregnanza delle contingenze quotidiane, costellate di problematicità, di incertezze, di infernali cadute e di abissali naufragi, con la elegiaca atmosfera della favola. Qui, all’interno della dialettica delle opposizioni “morte-amore”, “vita-morte”, “patria-esilio”, “bene-male”, “isola-geografica”, “isola-uomo”, incominciano a delinearsi nitidamente tutti i miti del poeta, univocamente fusi nella costante quasimodiana dell’atteggiamento mitico di decrittazione e di valutazione della realtà:

“Mio amore, io qui mi dolgo

senza morte, solo”.

 (“Canto di Apòllion”)

“Un’eco ci consoli della terra

al tardo strazio amata;

o la quiete geometrica dell’Orsa”

(“Sul colle delle Terre Bianche”)

Il poeta di Ed è subito sera (1942), accanto alla sua storia interiore di strazi, di dubbi, di sconfitte, di inferni, di solitudine, di esili, di ansie e di slanci mitici, andava maturando anche la coscienza inquieta di una resistenza passiva dinnanzi ai disastri politici della tragedia europea delle dittature e della guerra, scorge in realtà l’uomo impegnato a proseguire la ricerca di una verità interiore, con cui riempire il vuoto storico, attraverso un rigenerato rapporto del poeta con le cose. Particolarmente in Nuove Poesie si avverte un certo mutamento di rotta tematico e sintattico–espressivo, con una trasformazione per gradi, senza repentine inversioni teoriche. Ora il poeta si accosta più concretamente alla realtà e quella poesia trobadorica ricettiva delle proprie esperienze spirituali, scandite con elitari strumenti significanti e racchiuse nelle classiche risonanze delle pause, ora si popola di ben definiti ingredienti realistici, di specifici luoghi geografici, quali l’Adda, il Serchio, Piazza Fontana, ecc., e della presenza di persone reali, di sofferte meditazioni sulla miseria sociale della Sicilia che non è più l’Eden dell’infanzia e dei miti, ma quella dei tempi più bui e dolorosi della sua storia, anche se l’anima antica della sua isola palpita ancora nella dolcezza dei suoi e nella musicale risonanza del paesaggio:

“Il marranzano tristemente vibra

nella gola al carraio che risale

il colle nitido di luna, lento

tra il murmure d’ulivi saraceni”.

 (“Strada di Agrigentum”)

Qui persistono ancora frammenti di tematiche ermetiche, accanto a sciolti legami sintattici, ma il periodo risulta più articolato grazie all’introduzione delle subordinate, il verso obbedisce ad una metrica quantitativa, in cui si coagula la lezione classica dell’endecasillabo, pausato con una ben orchestrata accentazione, e si innestano abilmente allitterazioni, variazioni foniche con cadenze piane in fine di verso che producono armonie diverse, palpitanti messaggi nuovi e più profondi. Si fa strada nell’universo poetico quasimodiano la coscienza del tempo dei mostri della storia europea e mondiale, contro l’astratta poetica della parola pura e contro le teorie della metafisica assenza dell’io, ma affiora anche l’utopia di un nuovo messaggio etico e sociale per la rigenerazione umana del mondo. Con Giorno dopo giorno (1947), dinnanzi allo scenario pietrificato della guerra e della morte che turbano profondamente la coscienza del poeta, s’innalza l’ira di rivolta contro la mostruosità del presente in componimenti di elevata resa ascetica, talvolta inficiata dall’intonazione oratoria. Ora i fantasmi degli antichi miti lirici si sono disfatti e la storia delle vittime e dei carnefici richiede nuovi miti e più alte utopie, come la fede nella poesia in un mondo che l’ha rinnegata, come forza vitale per la resurrezione dell’uomo che la storia ha tradito, torturato, oltraggiato e ucciso, come superstite speranza oltre ogni razionalità che il poeta ora continua a coltivare come “operaio di sogni”, in un rinnovato impegno civile, in cui la Sicilia riappare come metafora del “male di vivere” e come simbolo di un’umanità irredenta. Sul mondo si è abbattuto il cataclisma della guerra e il poeta transvola dall’indignazione del cuore alle macerie delle città, ai brandelli dell’uomo trucidato ai “pali del telegrafo” e il dolore storico fornisce al poeta gli strumenti espressivi della quotidianità, dell’universalità dei catastrofici rivolgimenti, per cui la melica monodia prosegue e si discioglie nella coralità del canto, il monologo viene sostituito da una discorsività dialogata con l’obbligata sostituzione della metafisica dell’io alla formulazione teorica del dialogo apicizzante con finalità etico– didattiche di severa condanna della straripante follia fratricida:

“E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento”.

 (“Alle fronde dei salici”)

… S’è udito l’ultimo rombo

sul cuore del Naviglio. E l’usignolo

è caduto dall’antenna, alta sul convento,

dove cantava prima del tramonto.

Non scavate pozzi nei cortili:

i vivi non hanno più sete.

Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:

lasciateli nella terra delle loro case:

la città è morta, è morta”.

 (“Milano, agosto 1943”)

Versi che s’incidono quasi come un epitaffio sul veloce scorrere dell’uomo verso la morte, la morte dei sogni e la morte cosmica, in cui si espande l’estrema verità del mondo, individuato come sepolcro metastorico della morte storica e, sull’onda del negativismo della disperata denuncia, irrompe un viscerale urlo di ribellione che all’epica della solitudine associa l’antimito del sentimento dell’università del dolore, all’insegna di una sillabata aspirazione al moralismo che, nel senso utopico della speranza, anela all’inveramento di un modello di società più libera e giusta, fondato sulla pietà con cui si identifica la religione laica di Quasimodo. L’apparente semplificazione della strumentazione tecnica, con una sintassi parametrata sulle comuni sintesi del linguaggio parlato, non esente tuttavia da formule ermetiche e risolta spesso in una prosa irta e ad alta densità poetica, idonea a scandire le profetiche proiezioni dell’impegno civile, rappresenta il modo nuovo di far poesia del Nostro. Alla ricorrente distinzione, operata dalla critica tra un Quasimodo ermetico della prima stagione, ripiegato a captare le angosciose rifrazioni dell’io, e un secondo Quasimodo, quello della poesia civile, impegnato a versare lacrime sulle macerie della tragedia umana e animato dall’ostinata volontà di “ricostruire l’uomo”, in realtà si può contrapporre una coerente evoluzione tematica e formale: i contrassegni specifici del suo linguaggio ermetico permangono, infatti, nelle più liriche, concrete e realistiche esperienze della sua poesia successiva, caratterizzata ancora dal gusto insistente per le analogie e le metafore e dalla persistenza delle traslazioni mitiche e simboliche, dalla scansione delle sinestesie e dalla simbiotica fusione di ambiguità semantiche, lapidarie ellissi e sintagmatiche vaghezze allusive, anche se i nessi sintattico–strutturali risultano illimpiditi e la parola si carica di fosforescenti sinergie profetiche che imprimono alle intenzionalità palingenetiche l’essenzialità e il realismo lirico- ritmico- stilistico della comunicazione epica. Uno degli agenti più determinanti per l’acquisizione di un diverso sentimento della parola, intesa in senso di pregnante qualità lessicale, e non come estetizzante segno panico, mitizzata, cioè, nella concreta assolutezza lirico–espressiva, fu certamente la traduzione dei Lirici greci, che sospingono i percorsi creativi e linguistici del poeta, sia verso la conquista di una umanizzante coscienza poetica, che verso mete di maturità espressiva ed estetica. Perciò, dalla poetica dell’assenza, del monologo, del doloroso distacco dal contesto sociale con il conseguente rifugio in una fendente solitudine, Quasimodo, attraverso la mediazione teorico-pratica della lirica classica, recupera le radici della propria voce e della propria cultura mediterranea, imboccando il tracciato di quella poesia nuova, percorsa da sconvolgenti interrogativi, non più incentrati sulla variabilità del lamento, del vuoto e del nulla ma sulla pietrificata condizione delle sere sommerse nella contestuale realtà coeva, con l’ausilio di procedimenti espressivi, spinti al confine delle illuministiche operazioni di voltairiano riscontro, paradigmate su una diversa linea poetica, correlata al recupero della forza icastica della parola, riassorbita nella sua antagonistica funzione di tutte le forze ostative di una nuova resistenza per una ideale trasformazione della storia. Così, alla poesia del frammento, tipica dell’Ermetismo, al crocianesimo dell’intuizione lirica, alle “fulgurazioni” del Decadentismo, al cronachismo neorealistico, alla disgregazione della struttura logica e ideologica della parola delle sperimentazioni neoavanguardistiche, alla tanta produzione poetica dell’evasione aulica di un tardivo petrarchismo o del post-romanticismo, Quasimodo, grazie all’appassionata frequenza con i lirici greci e i poemi classici (da Saffo, ad Alceo, a Pindaro, a Omero, a Virgilio, al Vangelo, ecc.) e all’influenza della poesia europea e mondiale sulla diafanicità.del.proprio.linguaggio,approdò.alla.crea-zione.di-quel-sistema.antropocentrico,collocabile come–sintesi del passaggio dall’individualistica tastiera lirica, ad una poetica pluralistica dell’uomo, fondata su sentimenti di solidarietà e di fratellanza, coincidente con le connotazioni della “pietas” dei classici, e, attraverso la semplificazione dei nessi, delle figure retorico–stilistiche e dei collegamenti sintattico–linguistici, è riuscito ad operare un’assolutizzazione semantica della parola, capace di scandire con cristallinità di immagini e una genetica musicalità dei ritmi, il già delineato universo poetico di Salvatore Quasimodo. Nelle nove poesie di La vita non è sogno composte tra il 1948 e pubblicate nel 1949, la poesia civile si tramuta in acceso moralismo, espresso in toni epici, avvolti di elegia, in cui letteratura e solidarietà umana si fondono ad esprimere, la religiosità umanistica del poeta che riscopre i propri simili, nelle loro miserie, nelle loro sofferenze e nelle loro sconfitte e li avvolge in un irrefrenabile canto di amore e di morte, dove la verità poetica non coincide ancora con la verità storica e i dubbi, le risposte incompiute sull’etica umana e la storia, ripropongono le coppie oppositive e particolarmente mito e storia, la Sicilia e Milano, “Tanatos-Atanatos” che continuano a tormentare sempre Quasimodo, ma che ora, tuttavia, appaiono riconciliate nella conquista di una più realistica presa del reale, in cui la celerità espressiva della tradizione letteraria lombarda si amalgama con la semplicità lessicale dell’utopia poetica, insita nella quotidiana ansia di rinascita del tempo esistenziale.        Si leggano, a proposito, i testi esemplari “Lamento per il Sud”, “Thànatos-Athanatos” e “Lettera alla madre” dove il ritmo è scandito dalla disposizione verbale coincidente con la struttura logico-descrittiva nell’ambito del verso con poche variazioni in tal senso, con rari “enjambement” che distendono in più versi la scansione logica delle riflessioni, e con una sintetica capacità di captazione oggettuale della casa, della vita, degli atteggiamenti affettivi e delle cose che scandiscono il rapporto tra madre e figlio, in cui la semplicità degli espedienti tecnici produce una linearità orizzontale di canto, priva di incrinature superflue e perciò di elevata resa poetica. La raccolta Il falso e vero verde pubblicata nel 1956, contiene quattordici poesie composte il ’49 e il ’55 e distribuite in quattro gruppi: Il falso e vero verde, Dalla Sicilia, Quando caddero gli alberi e le mura, di quattro poesie ciascuna, e Epigrammi di sole due poesie. Nell’anno di uscita del volume, in seguito alla denuncia dei crimini di Stalin operata da Kruscev e all’invasione militare dell’Ungheria da parte dell’URSS che troncò con i carri armati la rivolta ungherese, evidenziando una nuova linea politica di stampo imperialistico, si determinò una crisi ideologica nel gruppo degli intellettuali italiani di sinistra (tra cui Quasimodo), che negli anni della Resistenza si erano illusi di realizzare nella nuova società le loro istanze di rinnovamento. In Italia, l’esplodere del miracolo economico genera la società del benessere che, con la creazione della nuova mitologia consumistica, si avvia a demolire i sogni resistenziali, esaltati particolarmente dai poeti, sostituendoli con la logica edonistica dell’accumulo economico borghese che riduce le masse proletarie ad una più totale schiavitù nei confronti dell’imperialismo capitalistico. In tale clima di restaurazione dell’ordine costituito, secondo tecniche e modalità da “ancienne regime”, il poeta è riassalito dal dubbio di poter assistere alla nascita del nuovo regno profetizzato, e, per non sentirsi totalmente annientato dai soprassalti della disgregazione ideologica, oppone un rifiuto ideale alla corrosione della propria epica del “secondo Risorgimento” e dilata nell’eden della memoria il mito della lotta popolare per la liberazione dell’umanità dal servaggio della dittatura. Ora i temi lirici della “privacy” del poeta ritornano a fondersi con i motivi dell’epopea popolare, attraverso una strumentazione tecnica simile a quella della produzione precedente, caratterizzata dalla varietà della versificazione, ora di breve ora di lunga stesura, dallo spontaneo ritagliarsi del pensiero nell’armonica cadenza dell’endecasillabo. Tali peculiarità appaiono evidenti nelle poesie più emblematiche del clima della tragedia bellico–resistenziale, quali Ai fratelli Cervi, Ai quindici di Piazzale Loreto, mentre il tono di indignazione morale e il sentimento di pietà collega la parola poetica all’orribile condizione umana del “lager” in “Auschwitz”:

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Da quell’inferno aperto da una scritta

bianca: “Il lavoro vi renderà più liberi”

uscì continuo il fumo

di migliaia di donne spinte fuori

all’alba dai canili contro il muro

del tiro a segno o soffocate urlando

misericordia all’acqua con la bocca

di scheletro sotto le docce a gas.

Sulle distese, , dove amore e pianto

marcirono e pietá, sotto la pioggia,

laggiù, batteva un no dentro di noi,

un no alla morte, morta ad Auschwitz,

per non ripetere, da quella buca

di cenere, la morte”.

Ora la consueta problematica esistenziale quasimodiana oscilla tra due opposti luoghi geografici: la Sicilia, che s’insedia come meta del viaggio della memoria mitica, come in “Tempio di Zeus ad Agrigento” e nei componimenti della sezione “Dalla Sicilia”, in cui riaffiorano immagini di invasioni e di guerra, mescolate ad intarsi naturalistici di zagare e di fanciulle, assieme a fotogrammi di sottosviluppo e di miseria della realtà presente; Milano, che riscatta tragicamente nella visionarietà dei sogni dissolti con la concreta quotidianità dei suoi ritmi e dei suoi strazi di morte, di incertezze e di silenzio, dove il falso e vero verde dell’aprile evidenzia la drammaticità che tormenta la coscienza dell’essere, dinnanzi ad un passato e presente di dolore e di disumanizzazione e ad un futuro che non si riesce a ristrutturare in una dimensione razionale e umana, dissennatamente bilanciato soltanto dal residuo, demenziale conato di fede nell’attonita lotta con le armi della poesia:

“Resta il pudore di scrivere versi

di diario o di gettare un urlo al vuoto

o nel cuore incredibile che lotta

ancora con il suo tempo scosceso”.

(“Il falso e vero verde”)

dove la storia è vista, come osserva Giorgio Barbèri Squarotti, «come un documento umano doloroso e crudele, per quanto della debolezza interiore, ma anche dell’accettazione a pagare di persona per i propri principi e i propri errori». La terra impareggiabile comprende venticinque poesie, scritte tra il ’55 e il ’58, anno della pubblicazione in volume, e divise in quattro sezioni: Ancora dell’inferno, Dalla Grecia, Visibile, invisibile e Domande e risposte. È il periodo in cui trionfa l’euforia consumistica e straripa lo strapotere del capitalismo, mentre sul piano letterario, al tramonto dell’impegno del neorealismo subentra una certa stanchezza provocata, oltre che dagli sviluppi del XX Congresso del Partito Comunista Sovietico e dai fatti di Ungheria, anche da una certa paura per l’incombere della guerra fredda e del disastro atomico. In questi nuovi versi, non mutano le ragioni poetiche di Quasimodo, anche se la prevalenza dell’endecasillabo non ostacola l’alternarsi di versi più distesi o contratti a comporre lasse di varia misura, attraversate da fulgori lirici e coaguli ritmico–verbali in spiralizzazioni prosastiche, assorbite in un linguaggio in evoluzione, idoneo a variare dalla cronaca alla mimesi della metafisica personale, dalla necessità di immediatezza comunicativa, all’essenzialità espressiva dell’impegno metapolitico per l’uomo. Al progetto di riscatto dell’uomo, frodato dall’inganno della storia, Quasimodo è sempre rimasto fedele, continuando a captare i più indecifrabili messaggi del reale e a tradurli in segnali di ipotetica, anche se illusoria innovazione.                  Il razionalismo, che strutturava la pietà laica della religiosità del poeta nelle opere precedenti, ora frugando nell’efferatezza della cronaca o nel carattere rivoluzionario di alcune conquiste scientifiche, pur in preda ad una irrisolta crisi esistenziale, alimentata dal dilemma delle consuete antinomie,vita-morte,miseria-opulenza,visibile-in visibile, si tramuta in inno alle capacità intellettuali dell’uomo, riuscendo a far sopravvivere il poeta nel nuovo neoilluministico mito dell’Uomo che, con la forza della ragione, riesce a riconciliare la vita con il mistero esistenziale, il visibile con l’invisibile, la civiltà dell’atomo con la paura del dissolvimento planetario. È un canto, come osserva Gilberto Finzi, vagamente foscoliano, di laica attesa virile, quello che Quasimodo dedica appunto alla “terra impareggiabile“, in cui il poeta vorrebbe sentirsi:

Più vicino al cielo… alla lucente

immaginazione degli astri, più lontano

da terra che l’uomo teme da vivo o da morto”

“Dare e avere“, una raccolta di ventidue poesie scritte negli anni sessanta, dopo il riconoscimento del Nobel, ed edite nel 1966, già nel titolo che prefigura un bilancio esistenziale, contiene un presagio di morte, in un animo che sembra pacificato con se stesso, dopo la denuncia delle offese storiche arrecate all’uomo, e dopo gli urli sociologici del dopoguerra. Così la mitopoietica, che è l’antica forma del suo mito personale, si alterna alla metapolitica, che è invece la forma ultima estratta dalle istanze sociali e dalle preoccupazioni del poeta sui “destini generali”, per cui questa si traduce in illuministica rivolta dello spirito contro ogni forma di repressione, in particolare contro il politico che, con la sua gestione irrazionale delle istituzioni, rende invivibile e disperata la vita. Un sentimento di fraternità sconfinata e un messaggio di solidarietà fra gli uomini di ogni sorte e di ogni colore, dominano i versi di

“Varvàra Alexandrovna”:

“… Sei la Russia umana

del tempo di Tolstoj o di Majakovskij,

sei la Russia, non un paesaggio di neve

riflesso in uno specchio d’ospedale

sei una moltitudine di mani che cercano altre mani”.

In questa ulteriore evoluzione della visione del destino dell’individuo e della collettività che il poeta vuole riscattare da ogni forma di costrizione e di irrazionalità, l’ultima utopia poetica rimane il mito della libertà che conclude la storia umana di Quasimodo, mentre la storia della sua poesia è sigillata dall’aspirazione dell’individuo-poeta all’immortalità attraverso la memoria eterna della poesia, simboleggiata dal tiglio, al quale, in Ungheria, presso il lago Balaton, è stato dato il suo nome. Una utopica conclusione foscoliana di un poeta che è rimasto fedele alla poesia, intesa come il solo strumento capace di trasformare il mondo e di donare a ciascuno la liberazione totale da ogni storica e inconscia catena dell’io. Poesia, pertanto, come nota Carlo Bo, che è la vera religione di Quasimodo, il suo primo e ultimo mito, la sua più incarnata e razionale utopia.

Poesie

Ed è subito sera

(da Acque e terre, 1930)

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

Dentro il testo

Salvatore Quasimodo, a differenza di Ungaretti che da “uomo di poesia” diventa “uomo di fede”, e di Montale che canta la disarmonia della vita e della storia, tra sentimento di pietà, accenti satirici e ironici, presenta un maggiore tormento, che talvolta si trasforma in grido, invettiva e lamento, imprimendo al suo stile soluzioni formali ed espressive più solide e laceranti. Uomo fortemente travagliato dalla convinzione dell’assenza di Dio, la sua disperazione diventa spesso acuta, soprattutto quando si sporge sulla voragine esistenziale e scopre l’abisso del cuore, senza il conforto di alcuna metafisica scheggia di luce.

La lirica si può suddividere in tre sequenze, corrispondenti a tre stazioni della vita dell’uomo, internamente unificate dalla delineazione di un unico percorso esistenziale.

Nella prima sequenza, è espressa la condizione dell’uomo, prigioniero di un destino di solitudine e di inutile ricerca di speranza. Nella seconda sequenza, il sole perde il significato di elemento vivificatore e assume l’accezione di precarietà e di dolore, diventando luce solo per un attimo, in cui sembra accendere l’illusione del sogno per dissolverlo improvvisamente, lasciando l’uomo “trafitto” da un’inguaribile ferita. Nella terza sequenza, il sipario della morte cala implacabile come epilogo della vita, dove la luce del sole evidenzia un rapporto di continuità con il termine “sera”. Il sole e la sera diventano metafora della crudele sconfitta e del trionfo perenne della morte sulla vicenda terrestre. Nei tre versi liberi, di regolare misura, in cui è strutturata la poesia, la parola poetica risulta scarnificata, resa idonea ad esprimere, in un angusto spazio verbale, i vari momenti della vita umana. Gli stessi verbi sono il risultato di un processo selettivo, teso ad evidenziare il concetto di immobilità e di sclerosi del percorso esistenziale della creatura umana.

Uomo del mio tempo

(da Giorno dopo giorno, 1947)

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Dentro il testo

La lirica annuncia la barbarie dell’uomo di ogni tempo, dal primo crudele e assurdo fratricidio biblico, fino alle stragi etniche dell’età contemporanea, quando anche la “scienza”, idealmente portatrice di progresso, è diventata simbolo di regresso e strumento di efferata crudeltà. La linea poetica si evolve su concetti di negatività e il poeta esprime angoscia, sdegno, ammonimento, fino all’accorata esortazione finale, affinché i figli di Caino rifiutino il testamento di morte, lasciato dai padri, anzi li rinneghino, per essersi macchiati di delitti terrificanti, che hanno insanguinato nei secoli la terra, da dove ora continuano idealmente a sollevarsi nuvole di quel sangue. Nelle loro tombe le ossa dei padri “affondano nella cenere” delle vite che hanno stroncato con tanta mostruosità. La tomba che, in Ugo Foscolo, aveva una funzione simbolico–affettiva, generatrice di eterni valori e garanzia di immortalità per gli uomini grandi, da Quasimodo è vista come luogo di morte spirituale e di implacabile cancellazione dei vivi malvagi, la cui memoria i figli disperderanno al vento, perché i padri hanno loro lasciato in eredità solo gli “uccelli neri”, luttuosa immagine di morte ed espressione di un sanguinante percorso della storia. La lirica, in versi liberi, è contrassegnata da un linguaggio vibrante e appassionato, dove le iterazioni martellanti rendono più tragico il sentimento della morte e la sinestesia “sangue-odora” (v. 10) imprime alla morte per violenza altrui l’odore vivo e lacerante del sangue, che nella seconda guerra mondiale (alla fine della quale nacque la poesia), allagò l’intero pianeta.

Alle fronde dei salici

(da Giorno dopo giorno, 1947)

E come potevano noi cantare

Con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

Dentro il testo

Il componimento “Alle fronde dei salici” è tratto dalla raccolta Giorno dopo giorno (1947), il cui primo nucleo intitolato Dieci poesie, uscì nel 1942 durante la guerra.

La raccolta segna il “secondo tempo” della lirica quasimodiana, dopo la fase ermetica degli Anni Trenta (Acque e Terre, Oboe sommerso, Erato e Apollonion) registra la sua conversione da poeta lirico a poeta civile, passando dall’individualismo della produzione precedente, infarcita di miti, ad un piano di testimonianza umana, in un momento tragico della storia. Il poeta si interroga sul significato della poesia in un periodo storico, in cui la guerra, dopo aver prodotto irreparabili devastazioni e, particolarmente tra il 1943-1945, quando, dopo l’8 settembre, si trasformò in guerra civile, di partigiani contro nazifascisti sul territorio italiano, dove i fratelli massacravano i fratelli con atti di atrocità belluina anche contro creature innocenti e bambini e ognuno dovette farsi i conti con la propria coscienza.

Anche molti intellettuali e poeti furono costretti a ripensare al loro modo di rapportarsi con la società e con le istituzioni, durante il periodo della dittatura e con la loro aristocratica posizione di astrazione dall’impegno, si resero involontari complici del consolidarsi di quel regime tirannico che trascinò il popolo al disastro bellico. Di questi artisti, Quasimodo in questa poesia opera un esame di coscienza, affidando a quel “mai” iniziale un segnale di volontà, ampiamente diffusa, di superare la chiusura ermetica dell’io e di contribuire alla rinascita etica collettiva. Ora che hanno assistito allo sconvolgimento dell’occupazione tedesca («con il piede straniero sopra il cuore») e alle atrocità commesse contro i combattenti per la liberazione, con barbariche rappresaglie («i morti abbandonati nelle piazze» (v.3): «il lamento d’agnello dei fanciulli» e «l’urlo della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo» (vv. 4-7), i poeti non riescono più a parlare, per denunciare col canto l’amore che li ha strozzati. Perciò hanno scelto il silenzio, per unirsi al dolore comune. Nel secondo Quasimodo, lo stile ermetico si è evoluto, sciogliendo la parola sigillata in lamento più aperto e disperato, per rivelare, con estrema chiarezza, un sentimento di solidarietà e di pietà prima inespressa e trasformandosi in portavoce dell’inconsolabile sofferenza di tutti gli uomini. Dell’ermetismo rimangono immagini simboliche e locuzioni ossimore, collocate sulla tastiera risuonante della tragedia. Le analogie sono ancora persistenti, come i rimandi alla tradizione bellica, l’esilio degli Ebrei da Babilonia, l’agnello sacrificale, il crocifisso, preso dalla tradizione cristiana e le atrocità nazifasciste, che innalzano la drammatica realtà contemporanea, in una dimensione di significato universale. Il lessico risulta semplificato e le sinestesie, spesso più controllate ed efficaci, cedono talvolta ad un’apparente accentuazione di retorica, come l’immagine del “piede sopra il cuore”, o “lamento d’agnello”.Alcune dichiarazioni, rese da Quasimodo nel 1946, sulle rovine della guerra in una Milano sconvolta, sottolineano la “conversione” al nuovo ruolo di impegno del poeta: “Oggi dopo due guerre, nelle quali l’eroe è diventato un numero sterminato di morti, l’impegno del poeta è ancora più grave, perché deve “rifare” l’uomo, quest’uomo disperso sulla terra, del quale conosce i più oscuri pensieri, quest’uomo che giustifica il male come una necessità, un bisogno dal quale non ci si può sottrarre, quest’uomo che aspetta il perdono evangelico tenendo in tasca le mani sporche di sangue […]”. La posizione del poeta non può essere passiva nella società, egli deve contribuire a modificare il mondo. Le sue immagini forti, quelle create battono sul cuore dell’uomo più che la filosofia e la storia. La poesia si trasforma in etica proprio per la sua resa di bellezza. In parte è tale quando non rinuncerà alla sua presenza in una data terra, in un tempo esatto, definito politicamente. Per quelli che credono alla poesia come a un gioco letterario, che considerano ancora il poeta un estraneo alla vita, uno che sale di notte le scalette della sua torre per speculare il cosmo, diciamo che il tempo delle “speculazioni” è finito. Rifare l’uomo, questo è l’impegno (S. Quasimodo, Poesia contemporanea in Poesia e discorso sulla poesia, Mondadori, Milano, 1971).

Lettera

Da Giorno dopo giorno (1947)

Questo silenzio fermo nelle strade,

questo vento indolente che ora scivola

basso tra le foglie morte o risale

ai colori delle insegne straniere…

forse l’ansia di dirti una parola

prima che si richiuda ancora il cielo

sopra un altro giorno, forse l’inerzia,

il nostro male più vile… La vita

non è in questo tremendo, cupo, battere

del cuore, non è pietà, non è più

che un gioco del sangue, dove la morte

è in fiore. O mia dolce gazzella,

io ti ricordo quel geranio acceso

su un muro crivellato di mitraglia.

O neppure la morte ora consola

più i vivi, la morte per amore?

Nel testo

Questa poesia, tratta dalla raccolta Giorno dopo giorno, pubblicata dopo la fine della seconda guerra mondiale, rappresenta un frammento di vita vissuta tra gli orrori del conflitto bellico. Appartiene, perciò, al tempo della fine dell’impegno civile del poeta, come quello contenuto in tutta la raccolta. Esprime la consapevolezza, interiorizzata dal poeta, dell’impossibilità di pronunciare parole d’amore o di poesia, nello sbalordimento di immagini, di distruzione e di orrore, provocati dalla paura. In tale atmosfera di devastazione e di strage, non c’è posto per consolazioni, neppure “la morte per amore” può sostenere la speranza nei vivi. Questa poesia è dominata da un sentimento cupo, è una lettera scritta da un luogo da intendersi come “topos” simbolico del regno della morte, dove anche il vento (altro elemento simbolico della tragica realtà estesa anche all’intera natura, pure vittima della guerra) è “indolente” e l’amore sembra essere, non solo tra gli uomini, ma particolarmente nel cuore del poeta, soltanto vaga reminiscenza di un tempo svanito. Ora, solo la morte (con un’immagine tipica dell’amplificazione retorica di altre liriche quasimodiane) fiorisce nel sangue, come un geranio dipinto sul grigiore di un muro dagli schizzi di sangue dei corpi di uomini fucilati.

Lamento per il Sud

(da La vita non è sogno, 1949)

La luna rossa, il vento, il tuo colore

di donna del Nord, la distesa di neve…

Il mio cuore è ormai su queste praterie

in queste acque annuvolate dalle nebbie.

Ho dimenticato il mare, la grave

conchiglia soffiata dai pastori siciliani,

le cantilene dei carri lungo le strade

dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,

ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru

nell’aria dei verdi altipiani

per le terre e i fiumi della Lombardia.

Ma l’uomo grida dovunque la sorte di una patria.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti

in riva alle paludi di malaria,

è stanco di solitudine, stanco di catene,

è stanco nella sua bocca

delle bestemmie di tutte le razze

che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi

che hanno bevuto il sangue del suo cuore.

Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,

costringono i cavalli sotto coltri di stelle,

mangiano fiori d’acacia lungo le piste

nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d’inverno

è ancora nostra, e qui ripeto a te

il mio assurdo contrappunto

di dolcezze e di furori,

un lamento d’amore senza amore.

Dentro il testo

Dopo l’assegnazione del Nobel, molte furono le polemiche dei critici sulla produzione poetica del poeta siciliano. Esse non furono suscitate solo da interpretazioni di provincialismo della poetica del Nostro, ma, in molti casi, da faziosità campanilistiche di una critica prezzolata dalla stampa filo–montaliana che, in importanti quotidiani del Nord, aveva la sua “roccaforte”. A distanza di anni, le polemiche possono essere agevolmente ridimensionate, in quanto ad una lettura completa delle opere di Quasimodo, possono considerarsi pretestuose, per la divisione in tempi della lirica quasimodiana, ermetica la produzione degli anni Trenta, civile quella della guerra e dell’immediato dopoguerra, etica ed apertamente umana, e perciò universale, quella posteriore all’assegnazione del Nobel. In realtà, nella poesia del poeta di Modica, nella parola ermetica, ricca di mistero e al di fuori del tempo, può cogliersi quel dramma del poeta che riflette nel suo il dramma dell’uomo, sigillato nel proprio tormento esistenziale, come una monade leibnitziana, mentre nella poesia successiva, negli anni dell’apocalisse della storia, il grido del poeta, ormai privo di ogni speranza di resurrezione, si dilata in espansioni colloquiali più vaste, in cui Quasimodo proietta su più ampi orizzonti il proprio “male di vivere”, nella convinzione dell’assurdità del male storico, accomunato al dolore universale. Il male individuale diventa riproduzione allegorica del male generale e il sentimento nostalgico del poeta per la sua terra e il dolce ricordo della madre lontana, diventano metafora dell’uomo che, nel periodo della perdita di identità dell’essere, ricerca, (come Pirandello o Vittorini in altri modi), la serenità delle proprie origini esistenziali e dei propri inestirpabili affetti. Nascono, in tale dimensione interiore, le intense liriche, come Lamento per il Sud.

Lettera alla madre

(da La vita non è sogno, 1949)

«Mater dulcissima, ora scendono le nebbie,

il Naviglio urta confusamente sulle dighe,

gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;

non sono triste nel Nord: non sono

in pace con me, ma non aspetto

perdono da nessuno, molti mi devono lacrime

da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi

come tutte le madri dei poeti, povera

e giusta nella misura d’amore

per i figli lontani. Oggi sono io

che ti scrivo.» – Finalmente, dirai, due parole

di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto

e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore

lo uccideranno un giorno in qualche luogo. –

«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo

di treni lenti che portavano mandorle e arance,

alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,

di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,

questo voglio, dell’ironia che hai messo

sul mio labbro, mite come la tua.

Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.

E non importa se ora ho qualche lacrima per te,

per tutti quelli che come te aspettano,

e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,

non toccare l’orologio in cucina

 che batte sopra il muro

tutta la mia infanzia è passata sullo smalto

del suo quadrante, su quei fiori dipinti:

non toccare le mani, il cuore dei vecchi.

Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,

morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater.»

Dentro il testo

Lettera alla madre ed altre, sono testimonianze della affettività del poeta, sottolineata da un linguaggio folgorante e tuttavia calibrato, carico di suggestioni emotive, di strazio sentimentale e di intensa lucidità. In questa fase “colloquiale”, filtrata anche attraverso l’esperienza della traduzione dei Lirici greci, affiora un’apertura interiore che salda il dolore dell’esule Quasimodo, al destino di altri esseri che vivono in esilio, per diventare metaforicamente esilio assoluto dell’uomo, condannato a vivere lontano dalla patria mitica della nascita, o dalla mitica patria del cielo. Pertanto la Sicilia di Quasimodo diventa la Itaca di Ulisse, ma anche la patria interiore dell’uomo, corrosa dal gomitolo dei sogni infranti e dalla perduta memoria dell’infanzia felice. Cadono così le barriere convenzionali delle fasi della poesia quasimodiana e, quando in Dare e avere il poeta scandirà il conto della vita e delle cifre del dare e dell’avere sul sentimento della solidarietà universale di fronte alla morte, oltre ogni cortina ideologica, la voce del poeta acquisterà la sua omogeneità e aprirà il suo poetare a vie nuove, dove ancora c’è spazio per un diverso futuro. “Mater dulcissima”, anastrofe iterata all’inizio e alla fine della lirica, sottolinea la sacralità dell’affetto del poeta per la propria madre, ma nella sua reminiscenza biblica, ripetuta nella liturgia ecclesiastica, la commozione individuale esprime, per estensione simbolica, un sentimento religioso che è patrimonio di tutti gli uomini (al di là della pregnante presenza nella sua Sicilia). Qui le piccole cose, gli oggetti comuni, i luoghi memoriali della fanciullezza, creano un clima in cui l’intera umanità può riconoscersi e il dolore del distacco, come anche il tormento dell’impossibile “nostos”, esplodono nell’apostrofe sacrale della morte che, se riuscirà a cancellare ogni traccia di ideale presenza, non riuscirà a strappare dal cuore del poeta le radici di un amore immortale, anche se alimentato dal disinganno del tempo e del destino.

NOVITA’: Un nuovo modo di studiare la letteratura, con inedite strategie.

Il libro, in due tomi, si può avere scrivendo una e-mail a: terzomillennio2009@tiscali.it

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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