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CESARE PAVESE di CARMELO ALIBERTI

 

CESARE PAVESE

“IO NON SO AMARE”: IL VIZIO ASSURDO E IL NON TROVARE IL SENSO DELLA VITA NELL’AMORE, LA SOLITUDINE E L’IMPOTENZA A PARTECIPARE ATTIVAMENTE ALLA RESISTENZA, PREMESSE DEL RIFIUTO DELL’ESISTENZA.

 

 

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PAVESE

Cesare Pavese è uno degli autori più sorprendenti della nostra letteratura. Poco diffuso tra i lettori di oggi, merita veramente di essere riscoperto e apprezzato. La sua scrittura sa essere allo stesso tempo coinvolgente per le vicende che racconta e profonda per il suo continuo scavo nell’animo umano. Egli è stato un interprete importante del Novecento, attento alla realtà popolare e contadina, ma anche aperto alle altre letterature europee. Fu tra i primi a interessarsi alla letteratura statunitense, di cui fu anche traduttore. Nasce nel 1908 a Santo Stefano Balbo nelle Langhe, da una famiglia piccolo borghese. Presto si trasferisce a Torino, dove compie gli studi. 1932. Si laurea in Lettere con una tesi sul poeta statunitense Walt Whitman. In questo periodo inizia a tradurre autori inglesi e statunitensi.

Nel 1934, dopo l’arresto di Leone Ginzburg dalla polizia fascista, gli succede alla direzione della rivista «La Cultura» e inizia a collaborare con la casa editrice Einaudi, ma l’anno successivo (1935) viene arrestato per i suoi rapporti con il gruppo antifascista “Giustizia e Libertà” e inviato al confino per un anno a Brancaleone Calabro. Intanto, nel 1936, pubblica la raccolta di poesie Lavorare stanca e nel 1941 Paesi tuoi, con cui ottiene il primo grande successo come scrittore. 1942. Viene assunto definitivamente presso la casa editrice Einaudi. Durante l’occupazione tedesca si rifugia nel Monferrato, dove guarda alla Resistenza con distacco. S’iscrive al Partito Comunista e collabora al giornale «L’Unità». In questi anni approfondisce la riflessione sul mito e sul folklore. A giugno vince il Premio Strega per La Bella estate. In agosto viene ritrovato morto suicida in una camera d’albergo romano ingerendo una forte dose di barbiturici, lasciando un biglietto con la scritta: “E per favore, non fate troppi pettegolezzi”.

LA PERSONALITA’

 Cesare Pavese: un continuo senso di inadeguatezza e un’analisi approfondita di sé

La personalità, le opere e le poesie di Pavese ci restituiscono l’immagine di un uomo in continua analisi di se stesso e dei rapporti con gli altri e con il mondo. Questo determina una serie di contraddizioni, in particolare tra la scoperta di9 una sua ben definita fragilità interiore, che lo mantiene lontano da ogni forma di pragmatismo politico, pure avvertendo dentro di s

è una solida concezione ideologica che lo collocava naturalmente accanto agli inermi costretti a subire umiliazioni e sconfitte quotidiane ad opera dei padroni, che stretti alleati della politica dell’assolutismo dittatoriale, li avevano inchiodati ad un modello di vita zoologica. Si indivi9duò in lui un inguaribile “male oscuro”, che gli impedì di riuscire a coniugare omogeneamente la lezione umanitaria della letteratura con l’impegno politico attivo, limitandosi a straniamenti ambiguamente interpretati, che lo condannarono al confino politico. Perciò la sua esistenza rimase asserragliata nella prigione della solitudine, dove avveniva una costante e logorante “shaekespeariana” oscillante tra desiderio individuale di impegno attivo e rifiuto di partecipazione alla storia collettiva del suo popolo, che intanto si immolava in una lotta disperata per la conquista delle libertà individuali e il recupero della sradicata dignità umana dell’intera nazione, che da oltre un ventennio sopravviveva in condizioni di via zoologica. Era profondamente ferito dall’onda avanzante della modernità scientifica, che nel secondo dopoguerra aveva estirpato dal cuore umano i mitici valori genetici dell’uomo, trasformandolo in famelico robot, subito sedotto dal famismo consumistico, che incominciò a coltivare con sempre maggiore avidità gli esiti concreti del processo di disumanizzazione, responsabile della devastazione che aveva distorto i sentimenti umani con cui la natura aveva nobilitato l’uomo. E crediamo non pleonastico che la limpida fragilità segreta di Pavese, consapevolmente (o disperatamente) avvertita come un atroce tormento immedicabile, che egli si illuse di poter curare, inseguendo amori puliti e non corrisposti, si sia alla fine rivelato decisivo per la sua scelta definitiva, stanco di vivere, di scrivere e di veder vanificare nel nulla la accidentata storia della sua vita. La sfiducia, alla fine, rasa al suolo, verso la budera della vita, su anche alimentata dalla falsità degli altri che gli avevano incollato sul volto una maschera pirandelliana, che non gli apparteneva, come lui stesso non si riconosceva più nel ritratto che si era costruito e che si era infranto, abbandonandolo nella sua nudità di sconfitta totale a recitare sul palcoscenico dell’esistenza, i suoi deliri finali, inascoltato.

Nei testi di Cesare Pavese si individuano alcune tematiche ricorrenti, ma soprattutto uno scavo quasi ossessivo della sua personalità. Il Mestiere di vivere è il diario di Cesare Pavese che racconta un ossessivo scavo interiore della sua esistenza, in cui si sentì sempre estraneo al mondo e agli altri uomini, e isolato in un indefinibile altrove. Questa percezione deriva da un ossessivo scavo interiore, che lo ha sospinto oltre il muro dell’infelicità. Si può leggere la storia di questa battaglia con se stesso nel diario intitolato Mestiere di vivere, scritto da Cesare Pavese tra il 1935 e la morte. Famosissime sono le frasi finali del diario, in cui inizia a prendere forma l’idea del suicidio: «Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte, e cade l’idea del suicidio. Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio. Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più».

La poesia: Lavorare stanca-

Le poesie della raccolta “Lavorare stanca” sono allo stesso tempo realistiche e simboliche e usano un verso narrativo. Si può parlare di “poesia-racconto” Nel 1936 Pavese pubblica la sua prima opera, la raccolta di poesie dal titolo Lavorare stanca. Si tratta di poesie scritte dall’autore tra il 1931 e il 1936. È un tipo di poesia, allo stesso temporealistica e simbolica, nel senso che descrive una realtà ma allo stesso tempo rimanda a qualcos’altro di esterno, a un significato nascosto. Tra i temi trattati spiccano la collina e il viaggio. Lo stile di Lavorare stanca è una continua ripetizione a metà fra prosa e poesia. Le poesie che Pavese ha inserito in questa raccolta si pongono a una via di mezzo tra prosa e poesia, usando un verso molto narrativo: in questo Pavese segue modelli italiani contemporanei come quelli di Enrico Thovez e Piero Jahier, ma anche il grande modello dello statunitense Whitman. Il ritmo della poesia di Pavese si costituisce in lunghi versi che si ripetono per creare l’effetto di una realtà condannata alla continua ripetizione. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi è. una. raccolta pubblicata. postuma, ma in seguito Pavese abbandonerà. la. poesia, dedicandosi, principalmente alla prosa. C’è però una bellissima eccezione, che è la raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, pubblicata nel 1951 dopo la morte dell’autore, in cui Pavese esprime il dramma esistenziale che lo porterà al suicidio, come aveva fatto capire nell’ultimo rigo del suo diario, sopra citato.

 LA NARRATIVA

 I racconti: l’influenza del Verismo italiano e del realismo statunitense.

Negli anni 30 Cesare Pavese si dedica soprattutto a racconti. Influenzato dalla narrativa realista statunitense e dalle novelle di Giovanni Verga, descrive la vita contadina con un realismo acceso che non si tira indietro di fronte alla rappresentazione di elementi forti come il sesso e la violenza. Anche dal punto di vista della lingua lo scrittore si attiene alla realtà attraverso l’uso del dialetto e di molti dialoghi. Il grande successo arride però, a Pavese con i romanzi degli anni 40: Il Carcere, scritto durante il cinfino a Brancaleone calabro (1938-39), ma pubblicato solo nel 1949, il romanzo sviluppa una profonda riflessione sul contrasto tra la solitudine del prigioniero e un mondo estraneo e indecifrabile. Stefano, un ingegnere del Nord Italia, viene inviato al confino al Sud, come Pavese, ma non sappiamo quale sia la sua colpa. Qui la sua vita scorre in maniera monotona: c’è il mare, l’osteria e l’amore di una donna. Tuttavia Stefano si sente lo stesso incarcerato, nella noia e nella povertà materiale e morale delle persone che lo circondano. Stefano finisce per chiudersi nel proprio isolamento, nel quale trova la propria pace, un isolamento il cui unico spiraglio è la giovane serva e contadina Concia, che rappresenta il mondo originario e mitico.

Paesi tuoi (1941)

È la prima opera di Pavese a ottenere un grande successo e sarà un modello per la narrativa neorealista. Qui lo scrittore torna alla sua terra piemontese, narrando la vita contadina attraverso le vicende degli ex galeotti Berto, meccanico torinese, e Trino, che possiede una casa in campagna dove i due vanno a vivere una volta usciti di galera. Berto si adatta alla vita di campagna, ma una tragedia interverrà a distruggere questo equilibrio. Ne La. casa. in. collina (1948) il protagonista Corrado, un professore di Torino che durante la guerra si rifugia nella sua casa in collina alla ricerca di solitudine, racconta in prima persona le vicende di quegli anni. Qui incontra però Cate, una donna che ha amato in passato, e segue le sue vicende e quelle dei suoi amici partigiani, fino al loro arresto da parte dei tedeschi. Il romanzo vuole mettere in luce la contraddizione dell’intellettuale di fronte alle cose del mondo, il suo isolamento e il nascondersi dalle responsabilità collettive. Il racconto si dispiega su una sottesa linea autobiografica e espone un problema che tormentava interiormente Pavese, sentendosi costantemente combattuto tra la volontà di isolamento e la necessità di intervenire nella realtà con un’azione politica. Tra la città e le colline si svolgono ne “Il diavolo sulle colline (1949) i vagabondaggi di tre ragazzi torinesi, i loro rapporti con Poli, un personaggio inquietante che vive in campagna una vita fatta di esperienze estreme e distruttive. I suddetti romanzi, hanno come cornice le colline delle Langhe, che per Pavese diventano il teatro della fuga dei protagonisti dalla caotica realtà dove si sentono soffocati, per trovare nella solitudine e nel contatto con una natura risplendente di bellezza e di vitalità, la quiete interiore o il tormento del proprio destino.

Con il romanzo Tra. donne. sole (1949), lo scrittore cambia registro tematico e rivolge l’attenzione narrativa alle vicende postresistenziali alla ricerca di un varco attraverso cui potersi accostare al cuore pulsante di una generazione, ansiosa di ridisegnare un proprio destino nel nuovo clima libertario, nato dalle speranze di libertà e della recuperata dignità, imprimendo un dinamismo pragmatico ai personaggi, che dopo essersi salvati dalle drammatiche vicende e dagli orrori della dittatura e della guerra mondiale e partigiana, avvertono dentro di loro il risveglio di un progetto di vita operosa. Ma le vicende di tali donne si scontrano con la modernità nel delicato passaggio che porta dalla fine della Seconda guerra mondiale al boom economico degli anni 50. Clelia, la protagonista, riesce a compiere una scalata sociale da operaia fino a stilista, ma scoprirà attraverso la vicenda del suicidio di Rosetta le contraddizioni e la vuotezza di quel mondo borghese da lei inseguito con tanti sforzi. Il tema della guerra partigiana, già trattato da Pavese in La casa in collina torna nella narrazione in prima persona di Anguilla, tornato nel paese dove è cresciuto, dopo aver vissuto e fatto fortuna in America. Anguilla è alla ricerca della sua infanzia, rappresentata dall’immagine festosa dei falò accesi in collina ad agosto. Cerca le tracce delle persone che ha conosciuto da bambino, ma viene a sapere dei nuovi falò, quelli di morte, e delle distruzioni e delle violenze che hanno interessato le colline durante la guerra partigiana.

LA LUNA E I FALO’: trama e analisi del romanzo:

Il romanzo traccia un percorso di fuga dalla vita isolata e statica delle colline verso la conoscenza di sconosciute terre e popoli, con la speranza di poter trovare un mondo migliore, ma dopo molto tempo il protagonista Anguilla, emigrato in America per costruirsi un nuovo modello esistenziale, lontano dalla barbarie politica che dilaga in Italia, torna nella terra d’origine, dove attraverso varie vicende apprende ciò che è accaduto negli anni della sua assenza, nel proprio paese e, là dove sulla collina ardevano i falò dei giorni di festa, ora brillano i corpi straziati dalla ferocia nazifascista che ha travolto l’Italia. Nei luoghi dell’infanzia tutto è mutato, le persone più care con cui è cresciuto, sono scomparse falciate da diversi destini e la ragazza del cuore, dopo un penoso esistere, è stata trucidata dai fascisti. Ora altre dolorose vicende sopravvengono, come conseguenza degli orrori, delle nuove difficoltà che hanno causato lo sradicamento razionale, come la sconvolgente violenza di un tornado, per cui si cede facilmente alla tentazione del suicidio. Sotto il travestimento narrativo, oltre che la tragedia della follia bellica, Pavese, in realtà, ha scandito le sequenze disperate dei suoi tormenti interiori che riescono a placarsi, anzi si ingigantiscono di fronte allo sconvolgimento del reale. Il suo calvario psichico e razionale è già alla fine. L’autore non riesce più a trovare scialuppe di salvataggio nella tragica tempesta della vita, né è il successo del suo ultimo libro, vincitore del Premio Strega, riesce ad arrestare il flusso dei confusi pensieri e la permeazione del rifiuto della vita, già anticipato nella conclusione del romanzo e nella pagina finale suo diario, dove confessa: “Ormai ho deciso, non scriverò più”.

Il romanzo

Torna al paese d’origine Anguilla, un orfano emigrato in America da molti anni, adottato da una famiglia di contadini che abita alla cascina della Gaminella, presso Santo Stefano Belbo. A tredici anni, morto il padre adottivo, Anguilla si trasferisce per lavorare alla cascina della Mora, dove stringe amicizia con Silvia, Irene e la bella Santina, figlie del padrone. Il protagonista entra poi in contatto con ambienti antifascisti a Genova, in occasione del servizio militare e, anche per sfuggire alle vessazioni del regime, emigra negli Stati Uniti, dove accumula una piccola fortuna. La nostalgia della terra dell’infanzia e il ricordo del mondo delle campagne lo spingono a tornare a Santo Stefano Belbo. Il ritorno è però amaro: Anguilla scopre che il mondo della sua memoria non esiste più. Alla Gaminella, il podere dove è cresciuto, ora vive la famiglia di Valino, un mezzadro violento che sfoga sulla famiglia le sofferenze per una vita di povertà e sofferenze. Qui Anguilla stringe amicizia con Cinto, il figlio zoppo di Valino, con cui il protagonista, desiderando essere una sorta di padre per lui, trascorre molto tempo nelle campagne delle Langhe, rievocando e rivivendo gli anni dell’infanzia. Il processo del ricordo è attivato anche da Nuto, un falegname che al tempo è stato la figura paterna di riferimento per Anguilla; Nuto, ex partigiano, racconta ad Anguilla tutti gli orrori della guerra civile contro i nazifascisti, un evento che ha cambiato radicalmente l’esistenza di tutti. La tragedia incombe: quando la situazione economica del podere precipita, Valino impazzisce e in un raptus di follia massacra tutta la famiglia, incendia la Gaminella e si impicca. Si salva solo Cinto, che riesce a fuggire e a ripararsi da Anguilla. Anguilla scopre anche un’altra atroce verità sulle tre sorelle della Mora: Irene ha sposato un uomo violento e Silvia è morta di parto dopo una relazione adulterina. Santina, la ragazza di cui Anguilla è stato segretamente innamorato in gioventù, ma che non ha mai potuto avvicinare a causa della sua inferiorità sociale, è morta anch’essa: dopo essere stata amante di molti fascisti, si è infiltrata tra le fila dei partigiani come spia. Scoperta, Santina è stata giustiziata e il suo corpo dato alle fiamme. Prima di abbandonare definitivamente Santo Stefano Belbo, Anguilla affida Cinto a Nuto, portandosi dentro uno scenario di barbarie e crudeltà, senza più riuscire a coltivare illusioni e sogni.

 Dentro il romanzo

La luna e i falò è suddiviso in trentadue brevi capitoletti che descrivono un episodio, sviluppano un ricordo malinconico di Anguilla in una breve scena narrativa; in questa struttura si erge da un lato l’importanza del ruolo della memoria (Anguilla, orfano e “sradicato”, torna nelle Langhe per ritrovarvi un’identità non trovata oltreoceano) e dall’altro la trasfigurazione del ricordo stesso in un simbolo, che, nella poetica di Pavese, sono inattivi e inerti, finché noi non li riconosciamo. Quando questo accade, i simboli si attivano e diventano un potente lettore e interprete della realtà. Lungo questa linea espressiva, è evidente la continuità tra La luna e i falò e tutta la produzione pavesiana, comprese le poesie di Lavorare stanca, la raccolta di versi pubblicata nel 1936. Anche Nei mari del Sud è presente la figura di un esule che, dopo anni, torna nelle terre d’origine. Nella poesia si tratta del cugino del protagonista, mentre ne La luna e i falò è Anguilla stesso a raccontare il proprio ritorno a casa sull’evocazione dei simboli dell’infanzia. Il romanzo del 1950 diventa così per Pavese la chiusura di un ciclo personale e collettivo, una sorta di epopea che unisce il proprio mondo simbolico soggettivo con gli eventi storici drammatici dell’ultimo decennio. Come scrive Pavese stesso in una lettera, presentando l’idea del romanzo:

Io sono come pazzo perché ho avuta una grande intuizione – quasi una mirabile visione (naturalmente di stalle, sudore, contadinotti, verderame e letame, ecc.) su cui dovrei costruire una modesta Divina Commedia” 

Il titolo stesso dell’opera, evolutivo ed evocativo, sarebbe poi stato suggerito all’autore dai versi di una sua poesia, il Dio-caprone 1, che compare appunto in Lavorare stanca. In tal senso, La luna e i falò è davvero un’opera riassuntiva, che ricompone l’esperienza umana ed esistenziale di Pavese dagli anni del confino a Brancaleone Calabro agli anni della guerra e del “disimpegno” dalla Resistenza che tormenterà il poeta per molto tempo. La scissione tra intellettuale e realtà, avvertita già ne Il carcere e poi espressa ne La casa in collina, e l’attrazione per il mondo mitico ed ancestrale delle campagne si fondono in un “poema-canzoniere in prosa” che diventa un pellegrinaggio autobiografico nei luoghi dell’infanzia. Ma il ritorno diventa uno scrutinio inevitabile dei mutamenti subiti dalla realtà:

Dalla straduccia che segue il Belbo arrivai alla spalliera del piccolo ponte e al canneto. Vidi sul ciglione la parte del casotto di grosse pietre annerite, il fico storto, la finestretta vuota, e pensavo a quegli inverni terribili. Ma intorno gli alberi e la terra erano cambiati. la macchia di noccioli sparita, ridotta a una stoppia di meliga [. . . ] Non mi ero aspettato di non trovare più i noccioli. Voleva dire che era tutto finito [. . . ] mi faceva l’effetto di quelle stanze di città dove si affitta, si vive un giorno o degli anni, e poi quando si trasloca restano gusci vuoti, disponibili, morti. Anguilla si interroga così sulla sua condizione di orfano e sulle sue origini: ciò che la sua riflessione evidenzia è l’assenza di un luogo natale a cui sentirsi affettivamente legato: “Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire “Ecco cos’ero prima di nascere” [. . . ] chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione. Il desiderio irrealizzabile di ritorno alle origini è ben riassunto in un ragionamento di Anguilla: Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Pavese-Anguilla scopre però che i simboli e i ricordi personali sono stati cancellati dalla Storia e dalla guerra: il falò, da rito ancestrale e propiziatorio per la fertilità dei campi, è diventato strumento di morte e distruzione, sia nel caso della follia di Valino, sia in quello dell’esecuzione di Santina. Come spiega il critico Stefano Giovanardi:

Ma la ricerca delle radici è pur sempre quella di un “bastardo” del tutto ignaro di chi siano i suoi genitori e del suo real luogo di nascita: una ricerca dunque per definizione delusiva, che non riesce mai a eliminare completamente un genetico spaesamento. La memoria stessa, solerte nel recuperare simbolicamente i “miti” infantili, non sa comunque restituire la pienezza esistenziale di cui quei miti si alimentavano: il presente è troppo oppressivo, troppo fresca e ancora urgente la minaccia della storia, perché ci si possa trovare intatti.

In questo senso, acquista ancor più senso la citazione che Pavese sceglie per il proprio ultimo libro: alla dedica all’attrice americana Constance Dowling, ultimo amore dello scrittore, segue una rievocazione letteraria: “Maturare è tutto”.

Pavese tra mito, realtà ed esistenzialismo

Negli ultimi quattro romanzi, si pone in equilibrio tra problematica esistenziale, fascinazione del mito e richiamo alla concreta realtà storica del tempo. Si tratta di romanzi di iniziazione in cui uno o più personaggi legati da amicizia affrontano dolorose prese di coscienza della maledizione che grava sugli uomini e sul mondo. Questi romanzi descrivono una realtà concreta, ma non coincidono con la narrativa neorealista per il predominare di situazioni liriche, di una rete di simboli e della presenza del destino tracciato nel mito.

Negli anni 40, Pavese s’interessò anche a temi legati al mito. Il motivo di questa attenzione sta nel fatto che in essi l’autore vede le motivazioni originarie dei comportamenti umani. Si può osservare che Pavese fosse ossessionato dall’origine misteriosa dell’elemento umano, da quel mondo fumoso e indefinito nel quale si annidano le origini della civiltà e dalla oscurità del tempo in cui l’essere umano diventò “homo sapiens e homo sapiens, sapiens”. Nel mito e nel folklore, così come prima nella realtà contadina, Pavese vede i momenti più vicini all’origine della vita umana e quindi la direzione verso la quale cercare. A questo argomento. Pavese. dedicò. studi, saggi. e. opere. letterarie.

LA POESIA

Nel 1936, mentre Pavese si trova relegato al confino a Brancaleone Calabro in quanto antifascista, viene pubblicata da Parenti la prima raccolta poetica Lavorare. stanca, che comprende componimenti scritti dall’autore a partire dal 1930. Una seconda edizione della stessa raccolta, arricchita dalle poesie censurate nell’edizione del 1936 e di quelle composte successivamente, viene affidata nel 1943 all’editore Bemporad. Nella edizione del 1943, Pavese suddivide le poesie in sezioni tematiche, con i titoli di nomi di alcune liriche contenute nella raccolta stessa. Nella prima sezione intitolata Antenati, vengono sviluppati motivi legati al paesaggio e alla raffigurazione della vita contadina, percepita dall’autore come simbolo della serenità dell’infanzia e contrapposta alla realtà cittadina, che genera frustrazione e disfacimento di ogni frammento ideale, a cui il giovane scrittore era aggrappato, per evitare il naufragio nella palude Stigia dell’esistenza. Protagonista è cugino di Pavese che ritorna nelle Langhe e incarna l’ideale di maturità tormentosamente perseguito dal poeta, come anche il tema dell’incomunicabilità e della solitudine, che affliggeranno il poeta in tutta la vita e nell’intera poetica dell’autore. Nella terza sezione, Dopo, Pavese affronta il tema dell’amore e il rapporto con la donna, cui guarda con rassegnazione e malinconia, in quanto dall’incapacità biologica di gestire stabilmente il sentimento d’amore e una non inquietante relazione con la donna, deriva la resa incondizionata della propria impotenza e dell’afasia pragmatica di impegnarsi attivamente in politica, anche se avrebbe desiderato di vivere dinamicamente le iniziative di lotta del partito, a cui era iscritto. Ciò emerge nella sezione Città in campagna, dove si evidenzia l’impegno politico e sociale dell’autore, che descrive con profonda partecipazione il massacrante lavoro e la fatica dei contadini e degli operai, incorniciati in paesaggi urbani e rurali, la cui condizione di dolorosa subalternità somatizza angosciosamente la sua solitudine, aggravata dalla convinzione sentirsi incapace ad agire per il miglioramento delle loro condizioni di vita e, perciò, ad essere destinato trascorrere l’esistenza aggrappato precariamente alla catena sospesa nel tempo, senza l’incoraggiamento di un amore e senza il calore di alcun affetto. In tale dimensione psicologica, matura l’iconoclasta sentimento della sua impotenza ad ogni tipo di azione e la inarrestabile demolizione di ogni potenziale difesa psicologica di fronte al duro “mestiere di vivere ”La sezione Maternità che ha come figura centrale la figura femminile, percepita ora come madre e come simbolo della fertilità, accentua nella poesia-colloquio del poeta la progressione versificatoria della tematica sessuale, che Pavese descrive con dimessi toni di frustrazione, poiché ha già preso coscienza della sua incapacità di liberarsi dalla solitudine e di essere destinato a sopravvivere nel girone. infernale. dell’incomunicabilità. con gli altri individui e, perciò, di sentirsi inutile ed escluso dalla società. In Legna verde si configura il tema politico; nella raccolta, infatti, sono. racchiuse le poesie scritte fra il 1934 e il 1935, per cui in esse si riflettono le lotte operaie di quegli anni contro l’indifferenza del potere di fronte ai comportamenti schiavisti dei padroni identificabili nell’area del potere, l’umiliazione della condanna al confino e la dura esperienza della prigione. L’ultima sezione di Lavorare stanca è Paternità, che l’ultima produzione pavesiana durante il confino a Brancaleone, nella quale, per ovvi motivi derivanti dal contesto, prevale una tastiera tematica impregnata di nostalgia e solitudine. Il. tema dell’isolamento e della solitudine, fondamentali per comprendere la poetica del Pavese, si riflettono anche nelle scelte metriche e linguistiche, rispetto alla tendenza dominante del tempo, in particolare quella ermetica. Il metro utilizzato da Pavese è infatti particolarmente lungo, di tredici o sillabe, e la pagina risulta densa di parole e versi, senza la simmetrica collocazione della parola lirica nel testo. Dal punto di vista lessicale e sintattico, proprio perché fortemente legati al racconto del quotidiano, i testi di Lavorare stanca sono caratterizzati da uno stile semplice fluido e quasi prosasticamente prevalente. I mari del sud è un componimento di centodue versi, in cui convergono e si riassumono molti. temi. del. Pavese. poeta. e. narratore tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta. Il testo si apre con un’intonazione autobiografica, anche se l’incipit con un verbo plurale (“Camminiamo una sera sul fianco di un colle | in silenzio”) non introduce però un solitario “io” lirico, ma sembra aperto al dialogo, difficile e precario. Centrale, invece, è nella breve rivelazione iniziale, come figura di riferimento, quel “gigante vestito di bianco [. . . ] abbronzato nel volto, | taciturno” che, tornato da un lungo soggiorno di emigrato oltreoceano, condivide con lui la virtù del “silenzio”, quasi inscritta nel patrimonio genetico di famiglia. Eppure, ora, il cugino cerca un contatto umano, una possibilità di confessione a due:

Mio cugino ha parlato stasera. Mi ha chiesto
se salivo con lui: dalla vetta si scorge
nelle notti serene il riflesso del faro
lontano, di Torino. [. . . ]

La protasi del racconto lirico di Mari del sud, è scandita da versi liberi, distesi e funzionali all’articolazione del discorso tra il poeta e il cugino. Entrambi si considerano degli sradicati: l’uno inurbato a Torino, l’altro tornato da un lungo viaggio intorno al mondo. Tuttavia, le loro radici gridano il riapprodo alla patria sempre viva nel cuore di chi si è temporaneamente allontanato: “Le Langhe non si perdono” come riconosce il cugino nel suo slabbrato dialetto, mentre negli occhi del protagonista galleggia il suo “sguardo raccolto” che vide, da “bambino [. . . ] nel volto dei contadini. un. poco. stanchi”. Nello. sguardo pavesiano riaffiora quel mondo perduto in un’atmosfera mitica; la sua fuga volontaria dal microcosmo rurale della campagna, suscita il fascino per la figura di “irregolare” del cugino, con cui il poeta segretamente vorrebbe identificarsi:

Vent’anni è stato in giro per il mondo.
Se n’ andò ch’io ero ancora un bambino portato da donne
e lo dissero morto. Sentii poi parlarne
da donne, come in favola, talvolta;
uomini, più gravi, lo scordarono.

Al tema del ricordo e della traslazione. immaginifica. si. associa. sempre la visione del mondo di Pavese come una condanna all’esclusione: i ricordi d’infanzia;

“Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,

quanto tempo è trascorso. [. . . ]

Altri giorni, altri giochi,

altri squassi del sangue dinanzi a rivali

più elusivi: i pensieri ed i sogni

si contrappongono subito all’angoscia ispirata dal mondo di città, in cui Pavese vive da escluso:

La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato su un viso.
Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo.

Se allora il mondo mitico di un tempo perduto evocato dal cugino è tanto affascinante quanto sfuggente ed inafferrabile, anche il” gigante bianco” (la cui altezza lo diversifica dagli altri) soffre l’esclusione da quell’universo che lui aveva abbandonato. Il ritorno nelle Langhe, dopo il fallimento economico e la sconfitta esistenziale viene sintetizzato dal breve e amaro commento del personaggio:

Ma la bestia” diceva “più grossa di tutte,
sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere
che qui buoi e persone son tutta una razza”

Il lungo confronto tra i due sottolinea dunque – la sottile distanza che esiste tra loro; il cugino stesso, proprio in virtù della sua esperienza di vita, rifiuta le illusioni del mito:

Mio cugino non parla dei viaggi compiuti.

Dice asciutto che è stato in quel luogo e in quell’altro

e pensa ai suoi motori”,

di cui invece si nutre lo scrittore, ma con l’ottica deformante di estraneità. È come se il poeta potesse narrare la vita immaginata del cugino solo attraverso un filtro deformante dell’esperienza stessa, con la moltiplicazione del senso di estraneità di chi scrive. I versi. conclusivi della penultima strofe evidenziano la distanza tra il mito letterario e la realtà concreta cui si riferisce più prosaicamente il cugino:

Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Me ne accenna talvolta.

Ma quando gli dico
ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora
sulle isole più belle della terra,
al ricordo sorride e risponde che il sole
si levava che il giorno era vecchio per loro.

Il confronto tra mito e realtà, tra partecipazione ed esclusione, è allora alla base de I mari del sud, che conferma, invece, l’importanza tecnico-formale, cioè, la scelta versoliberista, espressa con pochi endecasillabi, in cui si traduce la teoria estetica pavesiana di una poesia attigua al racconto, e  che  riproduca  il  costante ricorso  alla  paratassi  e  il  ritmo  della narrazione  epico  popolare, inceppato  dagli enjambements e insistente  sulla  pregnanza anaforica di  singole parole-chiave, che  turbano  l’andamento ritmico della rima  Diversa anche la scelta contenutistica: in un clima letterario di prevalente Ermetismo, Pavese sceglie di partire radicalmente dalla descrizione nucleare di un mondo concreto per alludere – come bene osservò Calvino sul titolo della raccolta, Lavorare stanca – allo “struggimento di chi non si integra: ragazzo nel mondo degli adulti, senza mestiere nel mondo di chi lavora, senza donna nel mondo dell’amore e delle famiglie, senza armi nel mondo delle lotte politiche cruente e dei doveri civili”.

L’amore non corrisposto alle radici del naufragio esistenziale di Pavese.

Pavese ebbe nel sentimento d’amore non corrisposto l’inestinguibile rovello psicologico del dramma esistenziale, che frantumò l’ultimo svampo di resistenza allo strazio di vivere, inducendolo all’estremo gesto dopo la radicalizzazione nella sua coscienza della genetica impotenza a riuscire a coltivare un sentimento d’amore senza riscontro nel suo “mestiere di vivere”. L’amore di Pavese per Fernanda Pivano è sicuramente uno dei più sentiti della nostra letteratura, senza essere ricambiato. La storia di questo amore è ricostruibile nella lettura delle lettere e dei diari pubblicati dei due. Si conobbero a Torino, al liceo D’Azeglio, quando ancora la Pivano era una studentessa e si rividero nel 1938 quando Pavese iniziò a manifestare il suo amore verso di lei in maniera platonica, attraverso la comune passione per lo studio e per la letteratura. Fernanda fu risucchiata dai libri dei più importanti scrittori americani del tempo. Ma, nonostante l’amicizia e la gratitudine, la donna rifiutò ben due volte la proposta di matrimonio di Pavese, essendo già fortemente innamorata di un altro uomo. Cesare Pavese nel 1935 infiammò alcune classi del Liceo D’Azeglio di Torino prima dell’arresto e del confino. Tra i suoi allievi c’era Fernanda Pivano che registrava “lo straordinario privilegio” di ascoltare Pavese mentre “leggeva Dante o Guido Guinizelli, con molta partecipazione, tanto da renderli ben fruibili agli studenti. Tornato dal confino, la Pivano era già universitaria e Cesare le suggerì di leggere Ernest Hemingway, Walt Whitman, Sherwood Anderson ed Edgar Lee Masters. Un suggerimento che avrebbe cambiato la cultura e l’editoria italiana. Lo stesso Pavese inciderà sul frontespizio di “Ferie d’agosto” le date dei due rifiuti opposti da Fernanda alle sue proposte di matrimonio: il 26 luglio 1940 e il 10 luglio 1945. A lei dedicherà tre bellissime poesie (“Mattino”, “Notturno”, “Estate”) ma la Pivano negò all’Einaudi di pubblicarle, mantenendo il riserbo come segno di stima e rispetto verso la memoria del suo maestro e innamorato. Per Cesare, la donna possedeva doti preziose di intelligenza e qualità diverse dalle “ragazze qualsiasi”. Ma, nonostante la Pivano fosse estremamente riconoscente al maestro che l’aveva formato come intellettuale, scelse di sposare un altro uomo, col quale ebbe un rapporto non facile fino alla rottura definitiva. Ma nell’agosto del 1945, un’altra donna fu attratta da Pavese, con la quale lo scrittore intrattenne una corrispondenza epistolare fino al febbraio del 1950. Ambedue si conobbero nella sede romana della Casa Editrice Einaudi, lei funzionaria e lui consulente editoriale, per cui si vedevano ogni giorno, senza instaurare rapporti confidenziali. Ma nell’agosto del 1945, la donna in ferie in Sicilia, scrisse a Pavese una lettera, in cui rivelava di non averlo ben capito prima, ma ora lontana, meditando serenamente, aveva preso coscienza che la simpatia, in effetti, era il vero volto di un forte sentimento. Iniziò una relazione amorosa che non fu sempre facile, molte divergenze di opinione e di comportamenti impedivano spesso il limpido scorrimento sentimentale, particolarmente nello scrittore che non riusciva a rimarginare la profonda ferita, infertagli dalla donna americana che lui aveva amato profondamente e che lo aveva da poco abbandonato per tornare in America, mentre Pavese incominciava ad essere sopraffatto dalla totale solitudine e dalla incomunicabilità. Perciò, per tale inerzia psicologica il rapporto con la scrittrice, collega d’ufficio, nonostante il leale sentimento di lei, non era riuscito a risollevare il suo animo, già colpito a morte dall’inestirpabile “vizio assurdo” della compagnia dell’ombra che gli ostruiva l’esistenza. Così, pur cavalcando l’onda del successo, Pavese sentiva distruggersi nel non-sense della vita e, attraverso le ultime lettere confessava di sentirsi deluso dalle insidie della vita e dal disamore e dall’odio che dominava il pianeta, da lui non sopportata e senza avere alcuno strumento di contrasto. Così confessava: Sono stanco, molto stanco e deluso: non ho più la forza di andare avanti. Ho già deciso “non scriverò più”. Il premio Strega assegnatogli, di cui aveva avuto notizia qualche giorno prima, il più importante traguardo professionale raggiunto, non fu sufficiente a strapparlo alla morte, da tempo in agguato nel suo animo.

foto aliberti

 

CARMELO ALIBERTI

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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