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LUCIO ZINNA di CARMELO ALIBERTI

LUCIO ZINNA

di

CARMELO ALIBERTI

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LUCIO ZINNA

di Carmelo Aliberti
Edizioni Terzo Millennio 2018, Allegato
copyright © Tutti i diritti riservati all’autore

 

Lucio Zinna è nato a Mazara del Vallo (TP) nel 1938 e si è trasferito a Palermo dove ha svolto la sua attività lavorativa come Direttore didattico, ritirandosi a vivere recentemente a Bagheria. È stato prevalentemente poeta, ma ha evidenziato notevole interesse per la critica letteraria e la narrativa. Tra le sue opere di poesia: Il filobus dei giorni (1964); Un rapido celiare (1974); Sàgana (1978); Abbandonare Troia (1986); “Bonsai” (1989); Sàgana e dopo, (1991); “La casarca” (1992). La sua opera poetica è confluita nel 1994 nel volume antologico Il verso del vivere. Nel 2002 esce La porcellana fine (2002). È autore anche di opere di narrativa tra cui: Antimonium 14 (1967); Come un sogno incredibile (1980); Il ponte dell’ammiraglio e altre narrazioni (1986); Trittico clandestino (1991); Il giorno di Palermo (2005); “Il caso Nievo (2006). Ha diretto riviste letterarie e curato rubriche culturali radiotelevisive. Suoi testi figurano in antologie scolastiche e sono stati tradotti in diverse lingue. In mezzo secolo di produzione lirica, Zinna si inserisce nel parnaso siciliano con il timbro di una voce personale, acre, ironica e disincantata che, dopo l’esordio, con Al chiarore dell’alba (1954) intrisa dallo spontaneo candore della delicatezza giovanile, passa, con Il filobus dei giorni (1964), a toni intimistico-crepuscolari, memoriali e autobiografici, dove la meditazione religiosa e il ripiegamento nella dimensione del cuore, consente al poeta di delineare i contorni di una realtà nebulosa, attraversata dal «filobus dei giorni», che, impigliato in una intrigante lentezza gnoseologica, gli fa avvertire la pesantezza del vivere, nella condizione inautentica dello «sconosciuto tra sconosciuti». Il ricordo dell’infanzia affiora con insistenza e un ammirato stupore imprime ai versi una sicurezza definitoria, scandita con ritmi essenziali che circoscrivono le immagini con nitida rappresentazione realistica. Tali caratteristiche essenziali connotano

 

Processione:

Certo non mi colpisce il santo

quanto Te, giovane conversa

che rechi il cero.

Gli occhi il volto

il corpo tutto

parlano di vita.

Vita che irrompe

da ogni poro

antitesi al cero…,

dove il dialogo della vita richiama ad una penetrazione attenta nel reale e colloca emblematicamente in spazi e simbologia rarefatta.

Di Antimonium 14 (raccoltina in prosa scritta nel ’65 e pubblicata nel ’67) Rolando Certa parla di un amoreggiamento, in questi anni, di Zinna con il “Gruppo ‘63” (ai cui lavori svoltisi a Palermo il poeta fu sempre presente), ma l’esercitazione linguistica in lui fu limitata ad un contenuto gioco-formalistico, in quanto egli ritenne pura illusione cambiare il sistema con la parola, per cui, secondo le sue dichiarazioni, rimase «con un piede dentro e un piede fuori», rinnovando le proprie strutture sintattiche, senza scivolare nella retorica della Neoavanguardia, avviando, invece, un’operazione di scavo della realtà, con gli strumenti della riflessione, passando dal gioco della parola, all’impegno civile, filtrato attraverso l’impegno etico che privilegia la pigmentazione ironica degli eventi, alla sovrapposizione sentenziosa. Tale nuovo e personale modo di concepire la poesia si riflette nelle dichiarazioni di Zinna circa il suo coinvolgimento “epidemico” con gli sperimentalismi del “Gruppo ‘63”: «Si faceva più teoria che pratica della letteratura. Condividevo l’opportunità di un sommovimento sul piano formale, mentre rigettavo il puro formalismo, così come la teoria dell’identità tra ideologia e linguaggio». Il nuovo corso della poesia di Zinna, infatti, si sostanzia di motivi filosofici e sociali dell’età contemporanea, avvertendo l’assurdità dell’esistenza, dominata dall’angoscia, dai turbamenti del naufragio e dall’alienazione, che relega l’uomo al di qua del “muro” sartriano. Nel testo di Antimonium 14, come rileva Salvatore Di Marco nella prefazione, si evidenzia la ricerca del possibile accrescimento di vitalità a tutti i livelli, ma Zinna si pone nel pieno del conflitto tra “eroismo” e “cinismo” (secondo la teorizzazione di Sanguineti) non esente dalla contaminazione avanguardistica, ma il suo “virtuosismo cinico” tende a nuove forme di contaminazione, in vista di una più agevole fruizione del prodotto poetico. La raccolta Un rapido celiare (1974) comprende liriche composte tra il 1964 ed il ’74 e costituisce, secondo il prefatore Paolo Messina, il fallimento «del repertorio sperimentale di provenienza anodina» di una poetica e la testimonianza di una nuova tendenza, fondata sul recupero degli ingredienti memoriali, degli eventi più significativi del presente, con una correlata interrogazione di una coscienza in evoluzione. Così la nuova dizione della poetica del poeta avanza sul filo di una «scarna discorsività», con il supporto ideografico-analogico, distanziandosi da una più vasta crisi di identità di dimensione europea, per ricercare le radici delle proprie origini, spezzando i moduli di una letteratura imperniata sui canoni della migliore insularità. Il suo verso segue la dinamica di un approdo al certo della vita, per cui il poeta procede tra conoscenza e sentenza con l’obiettivo di una generazione gnoseologica paradigmata con il rigore di una parola poetica penetrante e coinvolgente, come traspare dalla lettura del componimento “Equilibrio”, ospitato nella suddetta raccolta, in cui si delineano i segni della linea della produzione futura del poeta, dopo questa avventura, come magma di tante scaglie di un passato ferocemente remoto.

In Sàgana (1976), la memoria, l’assenza e l’attesa sono sostituite dalla colloquiale connivenza con il «mare dell’oggettività», dove l’io si adegua alla contemplazione delle norme dell’esistenza e lo scontro tra realismo e tensione metafisica si discioglie nella disorganica nomenclatura degli oggetti. Ora, Zinna, sottrattosi totalmente ad ogni riecheggiamento avanguardistico, è passato attraverso le opere di Eugenio Montale di Satura, di Giorgio Caproni e di Bartolo Cattafi, riuscendo a conciliare negativismo e razionalità nell’attenta esplorazione sia degli oggetti concreti, con l’ansia gnoseologica, riuscendo a superare la “zavorra” del microcosmo terrestre con contratte zone di luce. In Abbandonare Troia (1986), l’influenza montaliana risulta accentuata anche nella censura, come uno sgomitolarsi di negatività, a cui, tuttavia, il poeta contrappone una sorta di difesa e di resistenza alla sconfitta nell’affidare la propria residua speranza segreta alle peregrinazioni di Enea e dei fuggiaschi, in cerca di una nuova Troia o di una nuova città da ricostruire, dove il mito viene rifiutato e l’io si diffonde a caricare la parola di una più personale e realistica, anche se con obiettivi idealizzanti, ideologia della storia. La poesia, allora, si carica di allusività e si tramuta in ironia provocatoria, investigatrice e creatrice di nuovi valori e si rinsalda attraverso il recupero della parola discorsiva, capace di evidenziare connessioni e distanze con tecniche trasgressive di comunicazione, assurgendo a referente di verità e di informazione. Il verso lungo e ampio, che utilizza l’endecasillabo e forme metriche libere, non risulta mai prosastico o appiattito in espressioni colloquiali usuali, risulta mobilitato da prestiti linguistici di una mescolanza di registri espressivi diversi (inglese, latino, spagnolo), caratteristici del plurilinguismo zinniano, in cui risuonano ancora echi sperimentali. In Bonsai (1989) prosegue la dolcezza colloquiale, fusa ad una mite ironia che attenua la retorica dolente del sentimento in rappresentazione disincantata degli oggetti, delle digressioni descrittive e delle proiezioni paesaggistiche in visione intimizzata delle relazioni tra gli esseri, spesso regolate dall’invidia e dal disfacimento provocato dal tempo, combattute con una sorta di religione della resistenza all’inferno contemporaneo, per abbracciare il prossimo e marciare insieme verso l’approdo all’isola felice. Con Casarca (1992), locuzione sintagmatica del mito dell’arca e del simbolo della casa, Zinna si immerge a catturare nel canto ogni frammento della quotidianità e a cercare forsennatamente nel grigiore dei giorni quel lampo improvviso che possa squarciare l’oscurità del nulla e illuminare di un qualche non effimero significato il bilancio deludente della storia pubblica e privata. Nel 1994, con il volume Il verso del vivere, il poeta raccoglie in un’antologia la sua intera produzione, in cui appaiono più evidenti, nella tessitura di un continuo discorso lirico, la vasta gamma di temi, di motivi e delle tecniche espressive in evoluzione della poesia di Zinna, dove, alla fine, la parola celebra, con frasi ora levigate e ora effervescenti, intarsiate da adeguate figure retoriche e stilistiche, dal “climax”, all’“enjambement”, dall’anafora all’ossimoro, dall’epigramma all’epica, dall’ironia all’iperbole, il lucido e talvolta tremolante raziocinare dell’uomo di fronte alla morte, che tenta di esorcizzare con la percezione della speranza, simboleggiata nella porcellana, capace di fugare gli enigmi che impediscono all’essere di oltrepassare il muro d’ombra e stringere le mani di qualcuno in attesa dell’aldilà:

… la porcellana più fine è la speranza (la fede avresti detto) che qualcosa si muove oltre l’alpacca del dubbio che qualcuno ci attenda oltre quel filo…” (“La porcellana fine”)97. In una visione più condensata, si nota meglio come la poesia di Lucio Zinna oscilli tra il dramma quotidiano dell’attualità e il filo della memoria individuale e storica, tra il magma dell’oggettività e l’inquieta urgenza metafisica, nella tensione di un discorso poetico scaturito dalla coscienza dell’io biografico, sensibile all’impegno socio-civile, in una terra, la Sicilia, Sàgana o Palermo, «capitale sconvolta, urbs infelicissima e pia», dove l’indignazione per il malessere esistenziale si tramuta in ironia, a cui si aggrappa per non essere travolto dai dolorosi guasti della storia, una voce, come osserva Giovanni Occhipinti, «come se provenisse dal nucleo del mondo, avendo a destinatario ancora il mondo e le sue assurde e inumane ambizioni». Il poeta procede con analitica interrogazione nella «concimaia» del quotidiano, dove interagiscono orditi esistenziali, dinamiche antropologiche, interrogativi ironici e dolenti, «sguardi da quel terrazzo sulla vita così marcatamente barocco, così segnatamente illuminista», rimanendo fedele al tono elegiaco-epicolirico, insistente nella globalità del suo discorso poetico. Dell’ultima plaquette La porcellana fine (2002), divisa in tre sezioni: “L’argento limine”, “Qui e altrove”, “Esercizi senza direttorio” si riporta l’interessante osservazione di Aldo Gerbino, profondo conoscitore dell’opera zinniana: «L’altrove di Zinna viene sollecitato dal rimembrato dire di Joyce: quel vestirsi in forma di zingari alla volta di una nuova esistenza, partendo dall’osservazione, dalla qualità estrema dell’occhio, quasi a vivere tra ascisse e coordinate l’impaccio delle domande sempre pressanti, scattanti, appena illuminate da indagatori occhi verdi». La sua poesia, sia che si muova nelle tradizioni tematiche o nella ricerca di motivi personali, sia che tracci un ideale viaggio di “Tenaissance” attraverso una disperata fuga da una terra in fiamme (la “Troia”, proiezione simbolica della totale devastazione dell’essere contemporaneo, verso l’agognata “terra promessa”), riesce a tradurre storia e sentimenti in un flusso poematico, separato dalle incidenze della sperimentazione, pur nella mescidanza delle variegate tradizioni linguistiche, mediante il supporto di uno scorrimento linguistico sottile ed elegante. Il testo narrativo più famoso è Il caso Nievo (morte di un garibaldino) nel quale è raccontata la misteriosa fine dello scrittore, autore delle Confessioni di un italiano, avvenuta nel naufragio dell’“Ercole”, inclinatosi in mare durante il Risorgimento italiano, mentre trasportava, da Palermo a Napoli verso Torino, i rendiconti della spedizione dei Mille e l’esercito Meridionale che aveva combattuto per la liberazione dell’isola dai Borboni. La storia è raccontata con l’andamento del giallo ed è stata ricostruita da Zinna in circa venti anni di ricerche. In Trittico clandestino affiora nitido il ritratto della Palermo sotto il dominio arabo, mentre ne Il ponte dell’ammiraglio e altri racconti si dispiega una situazione pirandelliana esplorata con la tecnica dell’inchiesta. Da onestà letteraria e da deontologia professionale è caratterizzata l’opera del critico oggettivo, che, nella ricerca della parola, dell’armonia e dello stile, ritrova la teoria estetica, a cui l’autore obbedisce. Nella produzione poetica dell’ultimo decennio del secolo scorso e degli inizi del Terzo Millennio, è difficile individuare voci facilmente classificabili nel variegato panorama lirico contemporaneo. La critica è costretta a procedere in letture aperte al clima transavanguardistico post-moderno, tenendo tuttavia conto di eventuali ascendenze dei nostri poeti con i punti fermi di autori del recente

Stramenia è una plaquette artistica di 9 poesie, pubblicata dall’Associazione Culturale L’arca Felice, proposta in esemplari numerati, con opere pittoriche di Eliana Petrizzi. Quello che la caratterizza è un linguaggio chiaro, che va in parte nelle descrizioni è stata ed è capace di ricomporsi con il vissuto soggettivo, quasi a tentare di tradurre l’interiorità del poeta. Così accade nel primo componimento, d’Aspra, che dà l’impronta al procedere degli altri. Qui il paesaggio marino è posto in evidenza: «i lenti gabbiani», «la robusta spuma», «il sole che si attarda»; nella parte finale, invece, i versi si introiettano in un momento di riflessione sulla poesia e, –attraverso il ricordo di un amico–, la poesia diviene elemento condiviso, legame, ragione di esistenza, orizzonte che si sposta verso altro orizzonte attraverso il mare. E ancora, in testo I poeti vanno, si rappresenta il valore della poesia per il coraggio, la libertà, per i suoi percorsi oltre i limiti comuni. I poeti varcano questi limiti, in una capacità di stare sempre in viaggio, in un percorso impervio ma con una direzione precisa: «ogni viaggio sempre /nel verso del verso». Nel componimento Guglielmo o della “sognazione” sono ancora i poeti, nella metafora della semina e del sogno, a rappresentare il valore della parola: «È sempre tempo di semina/perché è perenne tempo di crescita». Il tema del ricordo, del tempo che passa, divengono la forza del poeta, le stagioni della vita attraversate con coraggio, inverni ed estati. dell’esistenza. Emerge il valore degli affetti familiari, dei figli e della moglie Elide, figura centrale nella vita del poeta, che le ha dedicato una intera sezione nella raccolta precedente “Poesie a mezzaria” (Lietocolle, 2009). Ancora, nel componimento Della tela (di Penelope) vi è la saggia consapevolezza di una vita vissuta nel suo farsi e nel suo disfarsi, dove l’amore resiste come una trama dentro la trama, dove resiste anche un significato forte di futuro: “Il futuro è opera incompiuta/che ne completa. un’altra”. Una istanza metafisica traspare nel testo. I molti e il loro altrove: dove la domanda non può avere una risposta, nell’alternarsi di immagini e di riflessioni è solo la poesia che rappresenta la risposta stessa. Zinna nella raccolta, utilizza un linguaggio chiaro e discorsivo qualche incursione nella lingua siciliana; traspaiono contenute tonalità malinconiche. Nella sua poesia, «prevale un dettato colloquiale, senza languore esistenziale, ritmato con una lingua coesa, simmetrica, razionalizzata e senza cedimenti elegiaci, ribaltata dallo schermo con palpabile limpidezza dei particolari, ottenuta con semplicità, già compattata al sorgere delle immagini e del racconto. Zinna è un vero poeta (oltre che critico letterario) di assoluta grandezza e dal cuore semplice, da cui traspare una morbida raffinatezza espressiva con cui riveste la dolcezza dei suoi sentimenti e la profonda amarezza per la sua isola torturata dalla stoltezza e dalla brutale violenza incessante, perché quella terra è irrorata dal seme del male. Straziata nel cuore e nell’anima da frequenti eccidi di persone violente e vendicative, dagli attentati a uomini e beni, il poeta vive quotidianamente un cocente dolore e spesso si sente infranto ed esprime il vivo desiderio di allontanarsi dallo scorrere di fiumi di sangue di persone che non hanno ceduto al ricatto, senza però essere risarcite moralmente dalla punizione dei responsabili che continuano a saccheggiare il sangue delle vittime, che non cessa mai di esplodere, per cui il poeta inerme e straziato si sente spinto di “Abbandonare Troia”, divenuta un cumulo di rottami umani, per poter respirare altrove un’aria non insanguinata dai proiettili criminali. Fino ad ora, si è rifugiata coi versi nella caverna platonica, ora si accorge di poter rimanere cieco nel buio e fugge ancora, come un clandestino, salendo sul treno che porterà lui e la moglie alla Maiella, dove l’aria è più fine, il cielo limpidamente azzurra sembra voler proteggere nel suo abbraccio l’intenso verde degli alberi. Lassù si sente rinascere in un lindo universo non contagiato da alcun morbo, perché i mostri sono lontani e l’aria viene assorbita dal respiro come un balsamo, rigeneratore di vita, di affetti e di poesia. La poesia di Lucio Zinna è una coraggiosa testimonianza, certamente sola, nella denuncia dei tanti inguaribili mali che soffocano o uccidono la Sicilia e l’intero Sud, con assidue incursioni contro i veri colpevoli che hanno ridotto a “Deserto rosso”, il Meridione d’Italia, dove la gente sembra vivere il lungo sonno, di cui è testimonianza ne “Il Gattopardo”. Ma agghiacciante è l’universo di delitti consumati a tradimento di tanti uomini-eroi, a cui Zinna assistette e riprodusse angosciato nei suoi versi. Il dolore delle madri e dei figli dell’assassinato, la rabbia per quel bimbo fucilato a nove anni, perché ritenuto incredibilmente colpevole di reato di opinione, ma anche i nuovi crocifissi disseminati nelle vie di Palermo o i cartelli razzisti visti dal poeta in Trentino, dove si leggeva “Il Sud Piange il Nord Paga”, o i pilastri delle case e dei piloni della costruenda autostrada Messina-Palermo, cimitero di cadaveri coperti di cemento e tanti altri episodi stragisti che colpirono a morte il cuore di quella Palermo che, nonostante il suo saldo desiderio di fuggire altrove, massacrata da tanta barbarie nella sua sensibilità di poeta, tuttavia volle rimanere a Palermo, quando un amico lo invitò a partire per il Nord, perché la città siciliana, con tanti delitti e torture, sopraffazioni e ricatti era il suo Inferno e il suo rifugio nella poesia che lo medicava da tante ferite, con il suo incantevole paesaggio, il limpido azzurro del suo mare, il fiore di zagara che lo inebriava e lo stordiva di soavità. Le poesie, riportate in questa sede, sono l’indiscutibile e l’eloquente testimonianza dell’amore e del dolore, con cui Zinna denuncia i crimini, la deturpazione selvaggia del paesaggio, ma particolarmente l’uccisione di tanti innocenti, bruciati bambini, anche nella calce bollente, per la barbarie mafiosa, surrogata da tante vittime incolpevoli della lupara di ogni colore. Se Sciascia fu il primo coraggioso esploratore del microcosmo mafioso siciliano, Zinna, oltre la poesia degli affetti e di denuncia socio civile, ne è il vero poeta. Delicata figura di poeta, tra mafie, fascismi, oppressi ed oppressori, del peso di dolore per la pena di vivere per le irredimibili torture della Sicilia e di tutto il Sud e in disperata fuga “verso Troia”, con “Il treno della Maiella”.

 CORALE DEGLI EMIGRANTI

L’ebreo errante ci passò il fardello

e noi ce lo portiamo sulle spalle

dal mattino alla sera – il peso

terribile sempre. Lo accolsero i padri

dicendo domani ma siamo già noi

la settima generazione e lasceremo

il peso ai nostri figli. Questo

il segreto e non sappiamo dirlo.

L’ebreo errante ci passò il fardello

e navighiamo a porti senza nome.

Il sonno conosciamo alle stazioni.

Ci darebbero calci come cani.

Se un reticolato ci divide

non chiedere perché. Prendi la busta

e taci. Sputa grattacieli e macchine.

L’ebreo errante ci passò il fardello

e noi lo porteremo sulla luna

eterni senzaterra – la lingua

non sa dire più nulla non parole di certo

non parole. Con le mani che sanno di calce

e grasso di motori la sera ci facciamo

il sugo, la pasta con l’aglio.

Qui le ragazze hanno capelli biondi

occhi di cavalla e muovono le labbra

in certo modo ma se le tocchi poi

scappano via.

Ci linceranno un giorno come negri.

Fumiamo la sera fingendo di vivere

e il nostro amore se lo beve il mare

(amore dormi e sogna la fontana

dove che ti baciai la prima volta).

A Natale torniamo e per la gioia

ci chiamano pazzi – siamo pazzi –

(e pazzo sono amore voglio un figlio

che corra per campi e per giummare).

Oh i treni del Sud interminabili

gli impossibili treni i treni neri

che ti portano a Sud dormendo in piattaforma

e con la testa sopra la valigia.

Cristalli di lacrime agli occhi

mentre il traghetto va verso Messina.

Il nostro mare il sale la campagna

il nostro grano le donne vesti nere

i tonni le reti la trazzera. Qui

vogliamo la terra la fabbrica

nascere qui morire vogliamo.

Il nostro cuore ha forma di triangolo.

(1966)

(Pubblicata sul settimanale “Trapani Nuova”, 1966, poi in Un rapido celiare, I quaderni del Cormorano, Palermo 1974)

C’ERA UN PORTONE

C’era un portone di legno secco dal tempo

un lungo androne lastricato in cemento

che a sinistra finiva in un pozzo d’acqua pura

(ci calavamo il melone d’estate a rinfrescare

in un secchio più una bottiglia di vino ed era

questa la domenica di due povere donne

e un bambino nel dopoguerra di fame).

Prima del pozzo una scala scoperta a mattoni

grossi di creta ed ero a casa mia.

La sala da pranzo con motivi a frutta

intagliati, la sala col balcone dove dormivo

con mia madre, la stanzetta di nonna

sul cortile col San Giuseppe e il letto in ferro

battuto, la vecchia cucina col fornello

di coccio e la credenza verde con rete metallica.

Dopo una scala interna di legno un’enorme soffitta

con un forno usato solo in casi d’eccezione

e due Ercoli armati di clava dipinti a muro

da qualche esperto muratore buontempone.

E infine il terrazzo con tutto il sole

dell’isola selvaggia (non si vedeva il mare

ma l’avevo lo stesso negli occhi).

In questa casa proletaria costruita

a fine d’Ottocento io nacqui con mio padre

lontano (lo conobbi a vent’anni passati)

e vissi la mia fascinosa fanciullezza

di povertà tristezza e solitudine come

un piccolo eroe d’altri tempi da racconto

edificante per i figli dei ricchi. Giocavo

coi fiori le bimbe i gatti le latte

di pesce in conserva, mi guardavo

attorno con stupore e ripetevo almeno

dieci volte le parole di suono elegante

e incomprensibili che talvolta scoprivo

nei libri di scuola o d’avventure.

(Da Un rapido celiare, I quaderni del Cormorano, Palermo 1974)

FUNERALE ALL’ALBERGHERIA

Ho assistito al funerale della donna

morta di crepacuore.

Per caso passavo dall’Albergheria.

C’era qualche fiore al funerale.

Povera donna dell’Albergheria!

Il marito la bastonava ogni sera

lei una volta gli disse

Ti odio.

L’accoltellò in un braccio

il marito una volta

(se ne vedeva il segno).

Povera donna dell’Albergheria!

Il marito beveva la sera.

È quel che mi resta andava dicendo

io sono di quelli che pèrdono sempre

le orme non posso essere buono.

La bastonava ogni sera

lei una volta gli disse

Ti odio.

Ogni tanto la sputava il marito

(se ne leggeva il segno).

Povera donna dell’Albergheria!

E un giorno il marito sparì

non seppe niente nessuno.

Lei si disse sono contenta

e visse quattr’anni

temendo che un giorno tornasse

temendo che non tornasse mai più.

(Da Un rapido celiare, I quaderni del Cormorano, Palermo 1974)

FRAMMENTI DI UNA LETTERA A MONIQUE

Qui è sempre Palermo e trasciniamo,

Monique, giornate di scirocco e rare

brezze tra celie d’osteria e repentine

sfuriate (come tu ricordi) appartàti

per altrui desiderio e nostro in parte

nel sesto continente del pianeta

piccolo e clandestino

 * * *

 C’è un’accezione seconda del verbo

 “incazzarsi “che vuole dire offendersi e

 magari sboccare nell’ira. La prima − più nota −

 accezione concerne l’erezione del fallo

 e giustifica il modus dicendi discendere

 dal fallo e proseguire a piedi

 * * *

È finita − tesoro − da ogni parte

ci arrivano metastasi. È finita.

Mi sei romanticamente morta così

tra gli opuscoli del membro − tesoro −

morrò per cedimento improvviso del mio-

cardio poi che fin troppo è lapidata

la psiche (un cristallo), cerca di capire.

 * * *

Né Mondello né l’Aspra o San Martino

delle Scale possono più illuderci né

l’estate che brucia (sempre meno − può

darsi − come credi tu provocatrice in toto).

Anche per noi esiste il fungo atomico

e fu stipulato il contratto e funziona

la banca e la tiroide va male. Anche qui

 * * *

È finita, tesoro. Depotenziare occorre

ogni possibile energia o scendere dal fallo

e proseguire − dove, in fuoriserie? −

depotenzia depotenzia. Se non esisto

come puoi esistere? Cerca di capire.

(C’è un’accezione seconda). Qui

si deperisce − bellezza − centesimo a

centesimo raggio a raggio e incazzarsi

vuol dire difendersi sboccare nell’ira

Qui è sempre Palermo. Appassionatamente

ora ti bacio le mani

(Da Sàgana, Il Punto, Crotone 1976)


 

SUDITÀ

Chi disse si debba eternamente piangere il peccato

(così scarsamente) originale di questa oltranzosa

sudità irremovibile sudditanza implume vecchissima

insularità da viversi sulla pelle come nigritia.

Chi vuol esser geronimo sia. Fattori endo/esogeni

a sé stanti non reggono resta questo bipede prodotto

composito complesso sulla base delle proprie basi

ognuno è quel che diviene. Più non è tempo d’auto¬-

commiserazioni semmai di segnare altro lamento

(che basta coi lamenti) che ha d’esser convien sia.

Esistono le mafie ed i fascismi e sono planetari

e sono mascherati esistono ascari e colonizzatori

ogni speculatore ha portamento signorile la calma

è la virtù dei provocatori. Siamo un (geso) popolo

di oppressi ed oppressori siccome in ogni particula

mundi ci coglie sino qui il montaliano male di vivere.

Per quanto mi concerne – Marina – ’i mi son un che quando

il sole picchia ne riceve fastidio e non s’abitua

che avverte nostalgia di Parigi e Venezia Ostenda e Borgo

Taro che aggrada nebbie e camini e pasta alla norma

e polenta con osei (cascavallo e parmigiano fillata

e sandaniele) resto imbevuto di continentale letteraria

cultura secondo l’aspetto climatico-geografico mi configuro

uomo del nord (Sicilia mio nordafrica) né mi cale se tu –

così soavemente lombarda – sia donna del sud

(del sudeuropa intendo).

 (1983)

(Da Il verso di vivere, Caramanica Editore, Marina di Minturno 1994)

SESSANTACINQUE VERSI PER IL TRENO DELLA MAIELLA

S’annega lo sguardo tra roccia alberi e cielo

lento un senso angoscioso di quiete filtra

di qua dal finestrino. Semideserto sfila a tratti

un paese aggrappato a una collina

diruto inerme stanco di difficoltose

sopravvivenze (quanti avranno appeso

un frammento d’anima ai costoni bianchi

per frastornanti lidi per frustrati sogni) lassù

non giunge eco di questo sferragliare di rotaie

è un convoglio fragile di latta un gioco appena

per invecchiati infanti questo treno della Maiella

questo Espresso Pescara-Napoli via Roccaraso

di laborioso reperimento nel libro degli orari.

Filtra lento un senso angoscioso di quiete.

Piantare tutto. Allogarsi da queste parti

con la sacrafamiglia nel più remoto villaggio

mettersi in pensione anzitempo vivere del minimo

prima che entrino falsi cavalli abbandonare Troia

con semafori zebre ciminiere mitragliette skorpion

e kermesses mondane e sindacati autonomi e confederali

e impossibili scuole (elefanti di mala educazione

di presunzione e droga) recidere i fili

coi tossici milieux culturali

di questo molle-agonizzante impero.

Comprimere la fretta rallentare i gesti

reinventarsi le albe e i tramonti.

Tu sapevi madre che la vita non mi avrebbe serbato

che sorprese e inconfessati strazi ed era questa la tua pena

d’andartene e ignorare le strade

percorse da un figlio «fattosi presto adulto eppure

rimasto indifeso» come tu eri stata – quando

il cuore avrebbe detto basta una mattina

d’estate all’improvviso

tra un ferro da stiro e le stoviglie.

Non poterti più dire una parola

e si bruciavano i tuoi ultimi istanti

di lucida coscienza della fine mentre tentavamo –

attaccati al telefono – di chiamarti

soccorso («scioperano le ambulanze della Croce Rossa

può rivolgersi ai Vigili del Fuoco “e questi rimandavano

all’autoparco della Croce Rossa) e venne infine un urlo

di sirena per un viaggio – poi – senza ritorno.

Anche il commiato ci fu precluso. Non ti dissi

(né avresti creduto) che fin dall’età di ragione

avevo imparato a corazzarmi e mantenermi

un nucleo intatto (un osso di purezza) impenetrabile

ai tratti del volto ai segni della mano.

Imbrunisce. Passano larici e abeti passa una capra

solitaria corrono due bimbi su un prato e spariscono

guarda imbronciato un casellante. Hai gli occhi lucidi

come di pianto. Siamo stati in silenzio. Decisa

ancora è rimasta la nostra (antica) consonanza.

Che faranno a quest’ora i figli

nella casa lontana – questi figli che ci stiamo

crescendo a poco a poco in maniera sbagliata

(pronti incapaci di menzogna aperti agli altri

in un covo di lupi). Come l’Abruzzo ora

anche il Molise è trascorso – magico e sconosciuto –

si corre verso Napoli centrale verso le colerose

cozze verso Re Ferdinando verso la Flotta Lauro

e Masaniello. Di qui – per l’affranta Calabria

e per lo Stretto – verso Palermo tradita moribonda

tra rifiuti e mostruosi palazzi dagli animati (dicono)

pilastri si corre verso un freddo glaciale coltivato

per secoli da un sole irridente permaloso.

(1979)

(Da “Dalle rotaie”, Edizioni di Sintesi, Palermo, 1979, poi in “Abbandonare Troia”, Forum/Quinta Generazione, Forlì 1984)

SCILLA E CARIDDI

Si fonde nella memoria l’aritmetica

di questi viaggi terramare aritmiche

micro-evasioni toccate e fughe

per vagoni-cuccetta. E notturni

traghetti singhiozzanti manovre

peloritani oblò giovanili graffiti.

L’ascensione al master reunion

la Madonnina che s’affianca (vos

et ipsam civitatem) la sigaretta

accesa tra Scilla e Cariddi

(Circe scomparsa il ponte-miraggio)

né in cielo né in terra avverto

distante la casa – nell’arcipelago

più facilmente mi percepisco

frammento di cosmo – tra Scilla

e Cariddi con un’arancina

 e una birra.

 (Da “La casarca”, La Centona, Palermo, 1992)


 

FIACCOLATE CONTRO

Caduto il “timo “– intatte ancora les rêveries

lento si mosse il tarlo i gabbiani a San Vito

planavano su bassi scogli un giro d’ali e via

nel vento dell’inverno isolano. “Caro Sergio

ho nostalgia di luoghi sconosciuti una voglia

(struggente) di trapianto – un impiego – dovessi

al caval d’brons lucidare le palle”. Intanto

mi legavano un lungomare i motopesca l’uomo –

cane una monacella innamorata i silenzi di Santa

Maria delle Giummare. Il postino portava solo

fogli di poesia a volte nulla. Sergio rispose.

“Sto cercando (e lasceresti il sole africano

il mare sottocasa per le brume sabaude)”.

Fluivano mute le stagioni. Lasciai borgo

e stagnazioni umane per una capitale di regno –

nell’isola. Ricco di me partii una sera

d’ottobre. Riscrisse Sergio (“puoi venire –

a un dirigente dell’Olivetti sono piaciuti

i tuoi versi le lettere che m’hai scritto”).

Io avevo scelto cupole moresche chiese barocche

tra catoi esotici mercati vicoli di puttane.

“So cosa perdo – caro Sergio – resto”.

Ven il pane gli amori le plaquettes un giorno

rimorse il tarlo. La nostalgia – condivisa

da una compagna dall’infanzia lombarda – e il caso

ci portarono a scegliere fra seicento sedi.

“Ho trentanni – tu venti – si può tutto giocare”.

Per sei giorni giostrarono toponimi. Bellagio

Forlì Aosta Udine Venezia Riccione Pontedera

Bellaria Pisa Pavia anche Roma Milano. “Si vive

anche qui – in ogni angolo di mondo si distillano

giorni – qui basta uno sguardo partecipe una pura

intenzione e non ti manca cuore. E chi parte

è tiranno come chi sempre ha logorato il sud”.

Ven i figli e ridiedero lena. Le scelte

parvero razionali. Calda la domus edulcorava

costanti moti di degrado collettivi impulsi

si sfaldavano sotto oscure picche. Un nemico

invisibile ora si faceva più del potere

arrogante spargeva morte mortificazione il germe

dell’onestà ridicola (e vane resistenze gesta

da hidalgos fedeli a un ideale strapazzato

e tuttavia onorabile). Il futuro dei figli –

esposti a sottili soprusi – il lavoro per i figli

dell’altra isola s’affida a conclamati simposi

a queste (gese patetiche) fiaccolate – contro.

1989

(Da “Sagana e dopo”, Cultura Duemila, Ragusa, 1991)


 

LETTERA A SERGIO SPADARO

Dal comune triangolo natio ti scrive nell’adottivo

alveo vercellese un amico silente (i poeti scavano

silenzi e attese il tempo è loro interna dimensione).

Ho vestito panni curiali per ascoltare suggestioni

dal tuo poema sullo sbarco a Gela. Quando l’isola

arcana fu liberata per antico copione secolari

varianti. Siamo tra i popoli il meno libero

e il più liberato nel flusso delle ere

(anche oggi se libertà respira oltre i barlumi).

 Fanciulli sapevamo la guerra – quando d’agosto

ruzzolava di teutoni lo Stretto – ignari ancora

del peso assegnatoci per i giorni venturi la sottile

(brutale non più) compressione di risorse ripagata

a illusorio benessere (inedito simbolo “la gomma

che si mastica e si sputa “che un fante t’offerse).

Un eden assediato questa terra – centro e margine –

in cui si ristagna o si delinque o da cui si fugge.

O mulinavento si sfidano come saggi donchisciotte

o folli sanciopanza. Pure si gioca nostra sorte

a chi resiste un attimo di più.

Un vichiano ricorso il giorno in cui e tu e io

avvistammo le avanguardie dei liberatori e chiamammo

i parenti ancestralmente ospitali: tu a Sàvoca

a nove anni a cinque io in Valmazàra. Nell’assolata

campìa emersero camion e soldati chiedermi acqua

a parole inudite e gesti chiari. Detti voce

e dal casale i familiari approntarono caraffe

mentre dal pozzo pura linfa ascendeva in un secchio

subito rituffato alla frescura. Poi dissero tenchiù

lasciando viveri preziosi più che oro.

Aggallano memorie distanti mezzo secolo (le case

dirute la fame gli annidifficili a venire) una vita

sospinta morso a morso partendo dallo zero.

E se personali conquiste vi furono tanto rimase

fuorviato. Un bambino (ora che imbrunisce) scopre

quante scelte furono obbligate per quello zero

di partenza. È defluita l’acqua di quel pozzo

altra acqua è passata acquamara acquadolce diciamo

metà e metà. E fu riscatto – Sergio – la poesia

anch’essa celebrata a pari e patta. Come accade

ai poeti cui incombe – pare – di scrivere sull’acqua

un vate recitò in quel di Francia.

(Da “La porcellana più fine”, Sciascia Editore, Caltanissetta 2002)

«DE REBUS SICILIAE»

di Lucio Zinna La data di composizione del poemetto civile “De rebus Siciliae” è del 6 maggio 1991, precedente, quindi, alcuni sconvolgenti episodi quali le stragi di Capaci e di via D’Amelio, tangentopoli ecc. Questi ed altri fatti rilevanti non erano ancora accaduti, così come non era neanche ipotizzabile un discorso mirato a realizzare una «seconda repubblica». Il testo (pubblicato in rivista nel 1992 e in volume nel 1994) nasce da una provocazione da me raccolta e voleva essere – ed è, in fondo – provocatorio. Alcuni anni prima, ero stato in Trentino ed avevo visto, all’imbocco di una galleria di un’autostrada, la famosa scritta (della quale si parlò parecchio sulla stampa e in televisione) a proposito di una prolungata eruzione dell’Etna, tanto spettacolare quanto preoccupante; quella scritta diceva testualmente: «Forza Etna! Sommergili» ed era ancora lì qualche tempo dopo il fenomeno eruttivo (e la bordata razzistica); debbo dire che mi fece senso.

Qualche anno dopo – appunto nel 1999 – ho ricevuto una lettera della poetessa Maria Grazia Lenisa, friulana, che risiede a Terni. Mi raccontava in quella lettera che si era recata a Pavia con la sorella e là aveva letto su di un muro una scritta che diceva: «Più il Sud ride più il Nord paga». Ed era rimasta infastidita, anche perché Maria Grazia è innamorata della Sicilia. Mi raccontava questo fatto ed io pensavo di risponderle, ma non ci riuscivo; mi venne più facile con il testo del poemetto, che le ho subito spedito. “De rebus Siciliae “ricalca ironicamente il titolo dell’opera “De rebus siculis “dello storico saccense Tommaso Fazello del XVI secolo. A proposito del senatore Miglio (che io chiamo scherzosamente «Onorevole Scagliola») e delle sue impennate antimeridionaliste e secessioniste, ho voluto implicitamente ricordare nel poemetto che lui e i suoi seguaci non sono, alla fin fine, neanche tanto originali, perché qua, da noi, e molto tempo prima, si è parlato, a dir poco, di federalismo, ma con tutt’altro spirito (né possono storicamente ignorarsi le istanze indipendentistiche. Il mio testo è provocatorio e va visto proprio nelle circostanze in cui è nato e tenendo presente, ripeto, la data di composizione.

Da Terni – ove risiede – mi scrive

Maria Grazia – poetessa friulana

gioiosamente «erotica» – d’essersi

recata a Pavia e lì d’aver letto

su un muro uno spray-graffito

che offese la sua sensibilità

e intelligenza. Stabiliva la scritta

una strana equazione: «Più il Sud

ride più il Nord paga». Dunque

non piange il Nord si limita

a pagare (a chi e cosa il motto

non precisa ché – si sa – a un certo

punto anche i muri finiscono).

Ma il Sud non ride.

Nell’arcipelago Sicilia – in cui mi trovo –

la mia gente impara a sentirsi reproba

scopre le sue storie – le storie del sud –

che le storie d’Italia non ricordano.

Resta in silenzio e pensa. Alle monete

borboniche il cui oro era pari al valore

dichiarato. Alle casse del Banco

di Sicilia e a quelle del Banco di Napoli

con cui «l’eroe dei due mondi “rimpinguò

lo staterello piemontese esangue.

Alla libertà venduta a prezzo

di fucilazioni. Ai plebisciti truccati

(libere votazioni coram populo). Al conte

di Cavour che tutto mandò da Torino

(anche quello che avevamo) persino

la carta per gli uffici le buche

per le lettere le balie per i brefotrofi.

E prefetti e bersaglieri piumati

e carabinieri a piedi e a cavallo.

Può ridere il Nord ché il Sud

ha pagato sangue e denaro

fin dal primo memento.

E a stilla a stilla declinarono

fabbriche – manifatturiere tessili

cartarie conserviere siderurgiche –

e miniere. Lentamente si spopolarono

i campi e lentamente si smantellò

una marina.

Può ridere il Nord ché il Sud

ha pagato oro e lacrime d’emigranti

e muto strazio di madri.

Paga con il continuo stupido mortificarci

e finge di considerare grandi

non solo Saviane e Bevilacqua

ma anche Bocca Montanelli Forattini.

Non dimentica la mia gente

i fatti di Bronte.

Ora scopre

il volto di una bambina sconosciuta

con un suo triste primato: la sola

fanciulla nel mondo che abbia subìto

il tandem processo-fucilazione

per un reato d’opinione: un’opinione

che non aveva ancora. Castellammare

del Golfo 3 gennaio milleottocento-

sessantadue. «Dopo un processo

sommario fatto dal generale piemontese

Pietro Quintino, sono fucilati

da un reparto di bersaglieri

Angela Romano di anni 9

Antonino Corona di anni 70

Marco Randisi di anni 45

Angela Catalano di anni 50

Marianna Crociata di anni 30

Angela Calamia di anni 70

il sacerdote Benedetto Palermo

di anni 46. Tutti accusati

d’essere familiari e simpatizzanti

di rivoltosi indipendentisti

contro i borghesi privilegiati

della cosiddetta Cutrara».

Essere familiari e simpatizzanti

era ragion sufficiente a ricevere

piombo – ragione di Stato.

Guardo la tua foto – piccola Angela –

il tuo vestito nuovo il foulard à pois

i tuoi occhi ignari e sognanti.

Ti bastava una fiaba o un confetto

a farti sorridere ma non sorridi

nella vecchia foto.

Un anno dopo la tua morte – Angela –

il deputato D’Ondes Reggio accusò

il generale Govone di torture

a un handicappato, Antonio Cappello,

giovane operaio siciliano, accusato

di fìngersi sordo e muto – lo era –

per sottrarsi alla leva. Alle mani

gli applicarono ferri roventi.

Anche qui c’è una foto – scattata

a Palermo il venti gennaio

del milleottocentosessantaquattro –

si vedono le cicatrici.

Entro lo stesso anno tal Diomede

Pantaleoni – uomo di fiducia

del Conte – scrisse a Minghetti

Ministro dell’Interno: «Cialdini

prende sopra di sé di fucilare

arrestare esiliare. Tutti il sentono,

non può farsi altrimenti; ma egli

me lo ha detto, i giudici si rifiutano

di assisterlo e dichiarano illegittima

la sua condotta. Si applicano le leggi

dello stato d’assedio e non c’è

stato d’assedio»

Due anni dopo fu il Sette e mezzo.

Sono esempi soltanto – le storie

di due foto. Gli archivi di Stato

sono un vasto gineceo di demivierges

degli amari centotrentanni

da che siamo “fratelli”.

E non è tutto. Quando si saprà

se a Portella della Ginestra

fu «il re di Montelepre»

a sparare o la sua banda

o solo un giuda prezzolato

perché il sangue dei contadini

si riversasse su quel personaggio?

Chi ricorda il capitano Perenze

l’eroico soldato che in conflitto

a fuoco uccise il “bandito “mentre

un altro iscariota lo colpì nel sonno

e lo consegnò esanime ai nuovi centurioni

che spararono – poi – sull’uomo morto?

Chi ricorda ogni anno il mite Canepa,

quanti si recano a visitarne il cippo?

Come potete ora – voi «industriosi»

del Nord – rivoltarvi contro il «potere

romano» sempre così docile sempre così

remissivo ai vostri interessi, vostra

espressione e sostegno? Ma forse

è solo un gioco per avere di più –

a conti fatti. I vostri conti.

E intanto continua il carnevale.

Mascherate dominazioni

con motivazioni ideali

otterrete depressioni

incipriate di retorica.

Spargete discriminazioni

spunteranno refrattari.

E fate leva su faccendieri

e galoppini et anco sugli sbadati

e sui superficiali che non sono

il sale della vostra terra

ma le spighe del vostro grano.

Comprimete gli artisti costringeteli

all’emarginazione o alla diaspora

concimeranno rancori.

Seminate lobbies raccoglierete cosche.

Quando s’innaffiano monopoli sbocciano

cupole mafiose. Ogni cosa nostra

non è nostra soltanto.

E costretto un popolo a sopravvivere

ora che tutto

è spremuto – ora vi giova mollare

secondo la rigorosa logica

dei colonizzatori (e degli ascari

con cui ancora spartite bottini).

Volete quel che ci avete impedito

di volere. Stiamo provando

a farci donchisciotti a riscattarci

da soli. E mentre i media suggeriscono

al mondo che siamo un popolo di mafiosi

non si contano più i siciliani morti

lottando la mafia – magistrati politici

ispettori ingegneri giornalisti poliziotti

e povera gente – siamo in prima linea

siamo lasciati a noi stessi. E pure

quegli altri piango che muoiono

dalla parte sbagliata. I loro figli.

Stiamo cercando di risalire.

Se falliremo ci sarà meno grave

il nostro sfacelo che la vostra «assistenza».

Non salvateci più.

 Palermo, 6 maggio 1991

NOTE

Il poemetto civile “De rebus Siciliae “di Lucio Zinna è apparso per la prima volta nella rivista “Sikelia “di Palermo, a. II, nn-4-5, Luglio-Ottobre 1992, successivamente inserito nel volume “Il verso di vivere”, che raccoglie in antologia le poesie dell’autore dal 1955 al 1994, sezione “Inediti e rari “(Editore Armando Caramanica, Marina di Minturno, 1994). La premessa sopra riportata è derivata da registrazione su nastro dell’intervento pronunciato negli Incontri Seminariali sul tema “Meridionalismo nella fase attuale e letteratura mediterranea “organizzati dal del Centro di Cultura Siciliana “Giuseppe Pitrè”, aprile-maggio 1995, pubblicato, assieme al testo del poemetto, negli Atti di detti incontri, editi da ILA Palma, Palermo 1995. L’espressione «gioiosamente ‘erotica’» riguardante Maria Grazia Lenisa (Udine 1937-Terni 2009) si riferisce a una sua famosa raccolta di versi intitolata “Erotica”. Derimere i propri sentimenti e di esplorare gli eventi per la conquista del “giusto verso” della vita.”

 Bibliografia

  1. Marusso, «Nostro Tempo», Napoli, gennaio-marzo 1975; S. d’Acunto, “Un rapido celiare”, «Echi d’Italia», Roma, n° 101, 1975; A. Bea, Poesia come rivincita proletaria, «Terza pagina», Cagliari, a. II, n° 1, 14/04/1978; «Fermenti», Il filobus dei giorni, Un rapido celiare, Sagana; M. Rappazzo, L’utopia che porta oltre il muro, «Gazzetta del Sud», Messina, 05/09/1986; Abbandonare Troia, Prometeo, Messina, luglio-settembre 1986; R. di Biasio, Non si può abbandonare Troia, «Il progresso italo-americano», Emerson, New York, 10/01/1988; G. Popescu, Lucio Zinna Si Odissea Cot˘ıdianului, «Steaua», Bucarest, a. XXXIX, luglio 1988; P. Civitareale, rec. a Bonsai, «Oggi e Domani», Pescara, novembre 1989; J.P. Mestas, Eloge de Lucio Zinna, «Jalons» Pais-Chambourg, n° 38, luglio-settembre,1990; R. Di Biasio, Con Z. nella Sicilia da frontiera, «America Oggi Magazine», New York, 4 gennaio 1992; P. Ruffilli, rec. a La casarca, «Il Resto del Carlino», Bologna, 10 aprile 1993; J.P. Mestas, rec. a Il verso di vivere, Jalons, Nantes, n° 54, gennaio-marzo 1996; G. Bárberi Squarotti, Storia della civiltà letteraria italiana, vol. V, Tomo II, UTET, Torino, 1996; L. Tallarico, La verità sul “giallo” di I. Nievo, «Il secolo d’Italia», Roma, 09-111980; E. Miscia, Un giallo con Nievo, «Il Tempo», Roma, 1502-1981; A. Contiliano, rec. a Trittico clandestino, «Arenaria», Palermo, maggio-agosto 1988; C. dePetro, L’ultimo romanzo di I. Nievo – Il pescatore di anime, Ragusa, sera, 12/02/1987;

TERZO MILLENNIO

Rivista Internazionale di Letteratura e di Cultura NO PROFIT

Registrazione Tribunale di Barcellona P.G. (Messina)

70 dell’1-6-2009

 Carmelo Aliberti 2018-

copyright © Tutti i diritti riservati all’autore

 

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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