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Terzo Millennio inaugura

LA NUOVA RUBRICA

-BRICIOLE DI VITA-

cuore in briciole

A cura del poeta e critico letterario

CARMELO ALIBERTI

 

È trascorso oltre mezzo secolo dalla pubblicazione della mia prima raccolta di poesie, Intitolata “Una spirale d’amore”. Il titolo, senza saperlo, in parte coincideva con quello di un romanzo, che poi vidi nella vetrina di una libreria di Barcellona P.G. e comprai attratto dalla semiomonimia del titolo “Una spirale di nebbia” dello scrittore napoletano Michele Prisco. Una striscetta di carta rossa attorno al volume, portava il titolo “vincitore del Premio Strega 1966”. Avevo intravisto su La Fiera Letteraria, che settimanalmente il libraio amico ritirava per me, una recensione a quel romanzo, ma non mi soffermai a riflettere. A me, allora, interessavano gli autori stranieri, come Tolstoj, Dostojevskyi, Flaubert, Shendal, di cui avevo appreso dalle pagine del settimanale letterario riservate a loro, un forte messaggio che mi incominciava a dondolare dentro. Intanto, avevo letto, i libri di Moravia pubblicati da Bompiani, nella collana “I Delfini”, (uomo nobilissimo e mecenate della cultura, dove lo scrittore anche se esordiente, riceveva familiare accoglienza e consigli utili per poter migliorare tematicamente e strutturalmente il frutto della propria attività creativa), da me acquistati a rate mensili accessibili alle mie possibilità di studente povero, privandomi del panino che la mamma mi comprava con le uova delle galline da lei allevate. Aspettavo sulla soglia di casa il suo apparire dietro l’angolo e il suo sorriso dolce mi catturava prima che spuntasse il suo corpo smunto dietro lo spigolo della strada in salita. Non dimenticherò mai la dolcezza di quel sorriso tra il carezzevole e il sospeso che penetrava nel mio cuore. Allora ero felice e non riuscivo ancora a decifrare il segreto di quel morbido sorriso che mi rimaneva stampato nel cuore anche sui banchi di scuola. Poi Lei si ammalò e rimase a letto fino alla fine. Il suo cervello era sempre molto lucido e, pur vedendo pochissimo, riusciva a distinguere il mio passo, mentre salivo le scale. Allora bisbigliava il mio nome, come se percepisse il mio arrivo aspettasse ed io correvo ad abbracciarla con le lacrime a stento trattenute. Ritornerò sui rapporti con mia madre, di cui sempre avverto il suo respiro mescolato con il mio, mentre il suo volto sorridente e la parola soave emergono in superficie dagli immutabili abissi del mio io, molto turbato dalla pena di vivere, agonizzante nel recinto delle belve, che “non lasciano mai passar persona viva”.

Il bene che tu mi hai inculcato con l’esempio dei tuoi sacrifici, con la pazienza con cui sopportavi la croce del dolore che dio ti aveva affidato con il dono prezioso di un figlio nato invalido, dopo la perdita del primogenito Turiddu, folgorato a sette anni da una polmonite fulminante, che lo assalì durante gli innocenti giochi con i suoi coetanei, che subito lo trasportarono a casa. In paese non c’era alcun medico e Truzzu spirò, prima del rientro dei genitori dai campi, dove lavoravano insieme, folgorati dal dolore e con le ciglia inondate dalle lacrime insanguinate da urla deliranti.

Fu quella perdita inconsolabile un segno, umanamente indescrittibile a voi richiesto dal Dio maggiore: quel Dio “che abbatte e suscita, che affanna e che consola” (come sempre ripeteva il padre ogni sera, sostenendo con le palme aperte il libro rosso delle opere del Manzoni, che conosceva a memoria, intrattenendo un folto pubblico di amici, molto sensibili e puntuali ad ogni incontro, in cui avvertivano consolidarsi la loro fede, attraverso la commovente lettura e le interpretazioni limpide del padre. Questi, sempre in Chiesa a servire e pregare il Signore, aveva accolto come atto di fede e di obbedienza al Supremo Fattor de l’universo, la chiamata in cielo del candido figlio, nella quale avvertiva il messaggio evangelico dell’episodio biblico di Abramo ed Isacco che il padre, obbediente all’ordine divino, si accingeva ad uccidere, quando lo stesso Dio gli bloccò la mano che stava eseguendo l’ordine supremo, avendo constatato la cieca fede del Patriarca al suo Dio. Anche mia madre, fedele praticante, percepì, affranta dall’incontenibile dolore, lo stesso messaggio supremo attraverso la voce del figlio, riecheggiante allegramente nel labirinto sotterraneo del cuore, e intese chiaramente che il lancinante sacrificio era stato voluto dall’Alto come atto di prova della loro fede, per poterli alla fine accoglierli accanto al loro figlio tra la rosa dei beati.

Se si dice che i santi peccano molte volte al giorno, tuo figlio che ti è stato sempre accanto e che conosceva ogni fruscio del tuo cuore, grazie alla fede che tu e il padre mi avevate insegnato, veniva ogni mattina alle ore 6 per sentirmi vicino a voi nell’espletamento della ritualità religiosa, a cui tu, padre, ci avevi indicato con la costanza con cui hai servito la Chiesa e l’insegnamento di Cristo. Avevi imparato tutte le preghiere e i canti religiosi in Latino e a memoria cantavi i Salmi nelle festività prescritte. Vi ricordo sempre insieme e in piena armonia di cuore, ne udii in famiglia parole volgari, tanto che così mi comportavo timidamente fuori di casa. Non conoscevo imprecazioni e bestemmie. Di fronte alle pesanti difficoltà del secondo dopoguerra, tu dicevi sempre: “Sia fatta la volontà di Dio”, ti facevi il segno della Croce e ci invitavi a salire in cucina per mangiare qualcosa.

Mio padre faceva anche il barbiere e, poiché il paese era quasi deserto, perché quasi tutte le famiglie trascorrevano la settimana sui monti, lontani dal paese circa due o tre ore di cammino, per custodire gli armenti o vangare le dure zolle, per seminarvi i fagioli e le patate o gli ortaggi nella serra sotto la mandria, che sommergevano con il letame del gregge, programmando la produzione agricola necessaria a sfamare la numerosa famiglia per l’intero anno. Gli agricoltori e i pastori, che scendevano in paese si aspettavano con ansia mio padre per rifornirsi di petrolio e tabacco e, quando potevano, per osservare i sacramenti, attendevano l’arrivo di Mastro Nicola, o Niculeddu, come affettuosamente lo chiamavano e, alla fine del lavoro, gli riempivano le bisacce, trasportate dall’asino, di ogni bene della terra, di ricotte e formaggio, accompagnando il dono con gesti di fraterna amicizia. A quei tempi, un salone in paese era come un salotto di notizie e commenti, per cui, particolarmente la Domenica, quando i più scendevano dai monti. Per tutta la giornata, sembrava essere in un confessionale. Così si rinsaldavano i rapporti amicali, che diventavano presto fraterni. La lealtà, la sincerità, la solidarietà e la fede avevano trasformato il paese in un’oasi di serenità, di fraternità e d’amore. Queste importanti esperienze mi spinsero a studiare il Vangelo, regalatomi da mia sorella, suora paolina, assieme alle confessioni di Sant’Agostino. Su alcuni brani, chiedevo spiegazioni al parroco del mio paese che, avendo scoperto questa mia passione, mi mise a disposizione la sua biblioteca e, successivamente, mi chiamò per affidarmi un ruolo nella manifestazione religiosa “U Pasturatu”, rappresentato nella piazza-teatro del paese fin dal 1700. Poi, insieme lavorammo al progetto per la realizzazione del dramma sacro: Vita, passione, morte e resurrezione di Gesù. Tutto il paese ci aiutò nell’ardua impresa e noi eravamo felici di aver catechizzato in piazza tanta gente, come alla fine, nel ringraziamento in Chiesa, l’arcivescovo di Messina, definì l’opera una seria catechesi pubblica e corale. Intanto i miei studi, tra molte difficoltà economiche, procedevano molto bene ed io ero fiero di dare soddisfazioni ai miei, che tanta fiducia avevano risposto in me, da affrontare le spese per mantenermi agli studi, Intanto, leggevo e prendevo appunti di qualche mio turbamento interiore, che si trasformò in veste poetica con la figura di mia madre e successivamente davanti alla vista di due fratellini, rimasti orfani, che su una montagna di rifiuti, alla periferia del paese, a causa di tanta fama, si contendevano un torsolo di mela. Ora sono solo accenni minimi, ma convincenti, per descrivere la fame che continuava a mietere vittime nel mio piccolo paese. Presto, uscì il mio volumetto di versi, stampato gratuitamente da Rebellato, che allora curava una rubrica per il lancio di giovani poeti. Il libro lo inviai a Prisco, assieme ad una mia recensione alla sua Spirale di Nebbia. Lo scrittore apprezzò, sia la mia recensione, pubblicata sulla Gazzetta del Sud e, nel contempo, a mia insaputa, scrisse di me un bell’articolo su Nostro Tempo, una prestigiosa rivista napoletana, tanto che sempre l’indimenticabile editore Rebellato stampò ancora gratuitamente UNA TOPOGRAFIA, con una sua nota. Il volume fu segnalato, come un modello di poesia nuova, lontano dalle imperversanti Neoavanguardie e su un sentiero classico-moderno. da Quasimodo, presidente della giuria, al Premio VANN’ANTO’ dell’università di Messina. Dopo, fui convocato a Milano da un giovane, ma quotatissimo editore che mi affidò, dietro pagamento, la realizzazione di tre antologie critiche di poeti contemporanei e mi pubblicò, a spese della casa editrice, un mio nuovo libro di Poesia dal titolo TEOREMA DI POESIA, vincitore di numerosi premi. A Milano ero diventato di casa e l’editore mi aveva affidato l’incarico di selezionare i libri da pubblicare. Ero molto umile e non mi esaltavo nelle conoscenze di tanti grandi scrittori. Ero, invece, molto interessato alla critica sui giornali, di cui ho raccolto centinaia di pagine. Ora vivo da 6 anni a Trieste, dove avevo soggiornato con la mia famiglia verso la fine degli anni ’70. Ci venni, perché mi avevano chiamato per fondare e dirigere una radio privata (di cui preferisco tacerne il nome), che impostai sul modello RAI, con rubriche specifiche, presentati dai migliori giornalisti triestini, e con due programmi di intrattenimento, come “Radio Mattina e Quattro chiacchiere”. Nelle ore mediane il microfono era affidato ad una ragazzina simpatica e peperoncino, amante della musica come un gioco, che in diretta, colloquiava scherzosamente con il pubblico, sempre in aumento per l’allegra dolcezza, con cui rasserenava i suoi ascoltatori, a cui si rivolgeva con l’incipit: “Ciao cicciottini miei”, che catturava simultaneamente i suoi affezionati fans, tanto che un sondaggio di Novella Duemila classificò la nostra radio (ancora pirata) al primo posto delle radio private d’Italia. Anche l’entusiasmo della città era alle stelle. Dopo la mezzanotte, ricevevamo la visita di nostri ascoltatori che provenivano anche dalle nazioni vicine, portandoci dolci locali preparati dalle loro mani, per ringraziarci di aver trasmesso la loro canzone richiesta e si intrattenevano con noi fino al primo bagliore dell’alba. Le loro frequenti apparizioni, mi fecero capire profondamente il significato della loro assidua partecipazione agli eventi della radio. Erano ragazze che soffrivano terribilmente la squallida solitudine della loro vita nei paesi lontani e nelle nostre trasmissioni e nel timbro di voce dei protagonisti avvertivano il clima di spensieratezza, di amicizia e di affetto, a loro sempre mancato e che, invece era caratterizzante di un’emittente libera e particolarmente diretta a colmare tante solitudini agonizzanti, che trovavano nel nostro gruppo di circa 135 ragazzi e di esperti particolari il luogo e le persone giuste per confidarsi e ricevere sostegno materiale e psicologico, a contatto con chi curava trasmissioni di tal genere. Ricordo i lunghi colloqui con persone prive di famiglia e di tutto, che offrivano i loro corpi dovunque per poco denaro, necessario per un panino o per sfamare il fratellino, dopo la scomparsa dei genitori, che li avevano abbandonati, avvolti tra gli stracci o sulla soglia di una chiesa, dove, il mattino successivo, sarebbero stati raccolti dai frati. Talvolta erano gli stessi capifamiglia ad offrire figlie e mogli a passanti assetati o vendevano la loro prole a mercanti di organi, già commissionati all’estero per trapianti clandestini, a prezzi irrisori. In quella triennale esperienza, mi sentii utile e felice. Dopo illegali traversie del gruppo industriale sponsorizzante, mi allontanai da quelle persone che mi erano state presentate, come eroi colti e mecenati e che, invece, scoprii grondanti di fango etico e civile. Ritornai in Sicilia con la mia famiglia, sfregiato in ogni illusione. Ricordo spesso con orgoglio di aver ospitato nella nostra sede, il dissidente russo, perseguitato e condannato in patria, lo scrittore Sinyavski, che era in volontario esilio in Francia, dove per meriti eroici esemplari, fu costretto a riparare per sfuggire alle torture e alla deportazione a vita in Siberia, e dove gli venne affidata una cattedra alla Sorbona, scortato notte e giorno da agenti segreti. Per ore, la città ascoltò in religioso silenzio il racconto del suo dramma e la gente interveniva da casa con domande inquietanti. I nostri giovani tecnici, (pagati, e assicurati per volontà mia) fecero miracoli, perché allora la tecnica di tale tipo di comunicazione era all’anno zero e ci preparò il necessario un ingegnere di Parma. Allora strinsi amicizia con il compianto scrittore Fulvio Tomizza, di cui avevo recensito i libri già usciti. Sotto la pergola di uva bianca e di fronte al forno, dove la madre infornava il pane, seduti sullo scalino della casa di famiglia a Materada, mi raccontò per sommo capi, la sua vita. Alla fine, mi chiamò in disparte e mi disse: “Carmelo, vorrei che fossi tu a redigere una monografia sul mio lavoro, perché solo tu l’hai capito nelle profonde radici” Io rimasi un po’ turbato, perché riconoscevo allora di non riuscirci. Ma mi misi al lavoro per alcuni anni e, proprio per l’anniversario della sua morte, l’editore mi fornì copie del libro che io distribuii gratuitamente al traboccante pubblico del Museo Revoltella, chiamato a Trieste per commemorarlo, assieme al prof. Guagnini, il generale Esposito, cultore di letteratura, la figlia dello scrittore Michele Prisco (impossibilitato a venire per motivi di salute).

Ora sono tornato dalla Sicilia a Trieste, ho rivisto amici di un tempo, tra cui il fraterno amico MARIO RIZZARELLI, da me ingaggiato allora nella radio e da me consigliato per la sua bravura, si presentò in RAI e fu assunto. Purtroppo, due amare esperienze mi hanno addolorato, dopo quello che avevo donato agli interessati, di cui uno è morto. L’altra esperienza molto triste, l’ho vissuta con una donna giornalista sedicente cattolica, ma diversamente nei comportamenti, che mi contattò, sapendo che io dirigevo una rivista internazionale con allegati e mi propose la pubblicazione in volume di un testo interessante. Io accettai di pubblicarglielo a spese della Rivista NO PROFIT, cioè a mie spese. Nell’attesa della pubblicazione, vidi su un giornale alcune recensioni a liei libri e credevo ad un miracolo spontaneo con molta meraviglia. Continuai a credere nel cristianesimo della scrittrice, ma uscito il suo libro, che presentò senza invitare la nostra Rivista, cominciò a titubare, anzi malsopportando gli invii dei miei volumi in omaggio e miei scritti per conoscenza, come mi comunicò in una strana, puntigliosa e pretestuosamente contraddittoria sulla evidenziazione di inventati disguidi e carenze da parte mia, che distrussero in me la fede nel prossimo e, dato il personaggio, che scriveva bene e razzolava male, misero in crisi anche le mie illusioni di avere troncato un esempio di vero cristianesimo. La delusione durò a lungo, finché capii l’insegnamento del grande Bruno Mayer, allora Rettore della locale Università: “Caro ragazzo, meglio parlare dei morti, che dei presuntuosi sedicenti scrittori vivi.” Quella affermazione fece sbocciare in me una diversa visione della letteratura che è superflua, anzi dannosa, se lo scrittore o il poeta crede di essere su un alto piedistallo ideale, arrogandosi il diritto del vate, mentre interiormente è lercio, vuotamente ambizioso, pretenzioso, fazioso e permaloso, perché crede di essere emarginato per invidia. Intanto, affioravano alla mia mente, il celebre motto del saggio Virgilio, pronunciato nell’Inferno a Dante: “Non ti curar di loro, ma guarda e passa” Feci anch’io cosi e decisi di catalizzare il mio impegno critico sui grandi contemporanei deceduti e raramente su pseudo autori viventi, per poter lavorare serenamente sui grandi defunti che ci hanno lasciato un patrimonio inossidabile di eterni valori geneticamente immortali nella natura umana. Da allora cadde il sipario degli inganni e delle vanagloriose ipocrisie.

 

Carmelo-Aliberti-24 live (1)C.A.

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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