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MICHELE PRISCO di CARMELO ALIBERTI

 

 MICHELE PRISCO

UNO DEI PIU’ GRANDI SCRITTORI DEL SECONDO NOVECENTO.MAESTRO DI VITA E DI LETTERATURA, AUTORE INDISPENSABILE PER LA MATURAZIONE DI UNA VERA COSCIENZA, IDONEA ALLO SRADICAMENTO DEL MALE, ANNIDATO NEL SOTTOSUOLO DELL’IO INDIVIDUALE E COLLETTIVO, MEDIANTE UNA STRATEGIA INVESTIGATIVA NEI GIRONI DEGLI INFERI CHE INFIAMMANO L’ANIMA CON IL RIMORSO DI SCELTE ESISTENZIALI SBAGLIATE.

 

michele prisco

 

MICHELE PRISCO:

Un uomo e uno scrittore nel buio della coscienza (ed. TERZO-MILLENNIO, 2018)

 

 di CARMELO ALIBERTI

 

 

Il personaggio femminile dalla fisionomia molteplice e mutante, che si agita e da “La provincia addormentata” e la decadenza della nobiltà emarginata dal ritmo evolutivo della storia-

Se numerosi furono gli scrittori, i poeti, i giornalisti e i dossier che hanno osservato e trascritto nelle loro opere il doloroso destino di miseria, fame, privazioni e schiavitù, subito passivamente dalle plebi meridionali, a causa delle persecuzioni e delle ingiustizie inflitte dalle categorie egemoni di nobiltà agraria e della nuova borghesia, alleate in un contesto di tradizione feudale, lo scrittore Michele Prisco, nato a Torre Annunziata in provincia di Napoli nel 1920 da una famiglia borghese di notai, di procuratori e di avvocati, come lo era il padre Salvatore molto noto nell’ambiente giudiziario. Nel clima incantato delle falde del Vesuvio, Prisco trascorse serenamente gli anni dell’infanzia in privilegiate condizioni economiche, data la redditizia professione del padre, che andò scemando per il suo rifiuto di aderire al fascismo, per cui il lavoro è venuto a mancare. A ciò, si aggiunsero i matrimoni dei numerosi figli che pesarono in maniera determinante sulle risorse economiche della famiglia che peggiorarono gradualmente durante la guerra. Tale decadenza che investì l’intera categoria borghese e nobiliare, boriosa per atavico prestigio sociale di casta, costrinse molti a mascherare il sopraggiunto squilibrio. Il mutamento che fatalmente colpì una categoria sociale al tramonto, intensamente vissuto dal giovane Michele, spinse costui ad operare una sofferta anamnesi delle ragioni del decadimento della borghesia, assuefatta a danzare imbellettata sul proscenio della storia, trascorrendo il quotidiano fluire dell’esistenza nel groviglio della vanità, delle invidie, del pettegolezzo su squallide storie e tradimenti, un modo di vita che il parassitismo di classe incrementava con l’ozio, perché l’appartenenza alla classe dirigente di un vigente sistema feudale consentiva loro una vita comoda, a danno dei poveri e degli indifesi che venivano sfruttati con mezzi coercitivi, fino all’estenuazione e alla morte. Con la dominazione spagnola e borbonica lo sfruttamento si era intensificato e incrudelito. L’esempio della rivolta di Masaniello e la sua tragica conclusone riecheggiava ancora strisciante nel ricordo dei miserabili, ma sopravviveva come monito nella mente dei governanti, che perciò stringevano sempre più le catene dei poveri schiavi, per prevenire, in tempo utile, eventuali azioni eversive, probabilmente sostenute anche militarmente da potenze straniere, come L’Inghilterra sempre allerta nel Mediterraneo. Mentre meditava sulle conformistiche manifestazioni di anacronistico decoro sociale di classe, malinconiche pulsioni lo scuotevano nel profondo e alimentavano inquietudini interiori che accentuavano la tendenza alla solitudine e alla introversione, ma consolidavano il rigore morale, sospingendolo a cercare sollievo al proprio malessere mediante l’immersione nella lettura d testi letterari di cui la biblioteca paterna era ricca, dai maggiori e minori scrittori francesi, ai grandi russi dell’Ottocento. Al liceo, incominciò a scrivere i suoi primi racconti e ben otto romanzi, subito distrutti ritenendoli solo come apprendistato e di nessuna valenza artistica e linguistica, Si iscrisse in giurisprudenza all’università di Napoli, ma dovette interrompere gli studi perché chiamato ad assolvere gli obblighi militari, prima in Piemonte, poi a Nocera. Finito il servizio militare, si laureò in Giurisprudenza nell’Università della sua città. Seguì con molto interesse la produzione cinematografica di quegli anni e, stimolato da amici scrittori, approfondì le teorie estetiche sul romanzo. Dall’inconfessato colloquio interiore on i fantasmi e gli echi del suo mondo, a lungo osservato, nasce il suo primo vero racconto “Gli alianti” che, pubblicato su “La Lettura”, mensile del Corriere della Sera” suscitò tanti consensi critici che gli procurarono l’invito a collaborare alla Gazzetta del Popolo di Torino, ma il rapporto si interruppe per la chiamata alle armi. Nel 1943, dopo lo sbarco degli Alleati e lo sfascio dell’esercito italiano, finito il servizio militare, fu suo ospite a Nocera Inferiore, dove i suoi erano ancora sfollati, un suo compagno d’armi, Enrico Accattino appassionato di pittura e con lui volle rivedere la casa dove era nato e che nel 1938 era stata venduta. Durante la lunga conversazione con il giovane amico, riaffiorano nella memoria di Prisco le dolcezze della spensieratezza perduta, contrapposte agli orrori del presente, riaffiorano nel cuore le sublimi emozioni dell’edenica età perduta, Allora capì che doveva dare ascolto al mondo interiore dei personaggi di quel mondo che egli ben conosceva e che continuava a vibrargli nel cuore con inarrestabili palpiti. Allora acquista la profonda consapevolezza della sua vocazione di scrittore e la sera, tornato a casa, scrive il suo primo vero racconto “Donna in poltrona”, che farà parte della sua prima raccolta di racconti “La provincia addormentata”, pubblicata nel 1949 con otto racconti e riproposta nel 1969 con due racconti in più, vincitrice del Premio Strega Opera Prima. Il successo conseguito con il libro d’esordio, lo convinse ad abbandonare il progetto della carriera forense voluto dal padre, per dedicarsi totalmente alla sua vocazione di scrittore. Nel 1950 esce il voluminoso romanzo, Gli eredi del vento con cui vinse il Premio Venezia, con la sorpresa dei membri della giuria che rimasero sbalorditi quando, aprendo la busta, scoprirono la giovanissima età dello scrittore, autore di un romanzo perfetto. Con tale opera, Prisco, narratore raffinatissimo e biologicamente dotato di capacità percettive, prosegue nell’esplorazione del sottosuolo dell’io, come aveva già fatto nel suo primo libro “La provincia addormentata”, riuscendo a scoprire le ragioni della decadenza e del degrado morale, dei devastanti conflitti interiori, non rassegnata ad essere relegata ai margini della storia, dopo esserne stata egemone e soddisfatto ogni svampo di piacere, ogni articolazione di lussuria, ogni appetito del potere e compiuto delitti sociali a danno della vasta massa dei poveri, che, secondo il giudizio della nobiltà e della borghesia non contavano nulla e dove erano trattati come asini, con severe punizioni e con atroci sofferenze, per scatenare il loro sadismo violento su creature indifese e fragili. Tale tipologia borghese da secoli aveva schiavizzato o annientato la dignità dei poveri, sopraffatti dalla fame e dai soprusi, ma Prisco, con nobiltà di linguaggio, ha voluto indagare nei più reconditi recessi del cuore le ansie insoddisfatte, gli squarci sentimentali. le inguaribili ferite scaturite dal tradimento della persona amata, i rapporti incestuosi consumati per la rabbia della condanna della storia alla loro emarginazione, o i delitti tra membri della stessa famiglia che, in preda alla follia scatenatasi in loro per essere stati disarcionati dal posto-guida del potere, non riescono ad accettare il mutamento e si abbandonano all’autodistruzione o al delitto, per potersi sentire ancora vivi per un attimo. Lo scrittore esplora una striscia sottile della provincia napoletana ed incide radiografie di anime sorprese in un particolare momento della loro esistenza, stralciati da una ristretta borghesia, senza scivolare nella polemica sociale. Tuttavia decifra il codice feudale di pregiudizi, di epidermico rigore morale che disciplina le loro scelte. Iris, ad esempio, divelta dalla trasognata stagione dell’adolescenza, viene trascinata da un inesorabile destino, adulterata nella purezza dei suoi sentimenti, il ricordo sopravvive come una sanguinante cicatrice. Allora, murata nella solitudine, cerca di ricomporre i frammenti della stagione perduta, mediante lo scatto retrospettivo del sogno, tuttavia scalfito dalla implacabile patina del tempo. Ne Gli uccelli notturni, i personaggi spasimano a causa di una pena segreta del passato e sembrano gelati dalla paura di un’ardita scelta, ma appena il male scroscia nel circuito del loro oscillante equilibrio, guizzano fuori dalla loro inconfessata febbrile demenza e si restituiscono ai fatali disegni del destino. Ne “Gli eredi del Vento”, la vicenda narrativa si dipana attraverso una struttura simmetrica del realismo ottocentesco, ma l’esplorazione morale riflette gli echi della lezione manzoniana, mentre la discesa nei labirinti dell’inconscio sembra aver assorbito gli accenti dell’indagine psicologica di Joyce e di Svevo si muove sulla scia del naturalismo zoliano e del Verismo di Verga. Il tema centrale, infatti, è il possesso della “Roba”, che viene inseguita dal maresciallo Nicola Mazzù, di modesta estrazione sociale. fin dal suo arrivo a Leopardi, , ossessionato dall’idea di impossessarsi della ricchezza di una nobile famiglia, sposa una dopo l’altra le cinque sorelle, che casualmente muoiono poco dopo essersi sposate, per poter ereditare l’intero patrimonio di quella famiglia, con una ben studiata metodologia di innamoramenti, di tradimenti e di odi e di morte che non tiene conto di nessun sentimento d’amore che il Mazzù simulava con le cinque sorelle, passando da un matrimonio con amante la sorella e subito dopo la morte casuale della moglie, impalma la sorella di cui era già amante. La catena ad incastro continua dei matrimoni continua, a quando, dopo Nerina morta per una polmonite, sposa Lisa che si offre in sposa, pur odiando il cognato per aver decimato la sua famiglia, per poter convogliare il patrimonio sul figlio Michelino. Nicola sprigiona tutte le forze negative, la malizia e la seduzione, la frode e la finzione per realizzare il suo progetto, per cui muovendosi in un contesto storico-sociale dominato da un secolare immobilismo, dove il tempo è misurato dalla miseria e dalla superstizione, dalle privazioni e dalla rassegnazione, ne realizza distortamente le aspirazioni e le utopie. Le cinque sorelle, colte da Prisco in particolari condizioni emotive, in realtà esprimono la dimensione psicologica di un mondo chiuso sul punto di essere scalzato dalla storia, declinano la mortale malattia spirituale della borghesia meridionale, vittima dei pregiudizi di classe Nel 1954 esce il romanzo “Figli difficili”, nel 1957 la nuova raccolta di racconti Fuochi a mare e nel 1961 “La dama di Piazza” seguito da Porto Franco, Una spirale di nebbia”, (1966) a cui fu assegnato il “Premio Strega”. Tali opere rivelano già uno scrittore dotato di elevate qualità linguistiche e personali tecniche di discesa “agli Inferi” della coscienza, alla ricerca delle radici delle distorsioni morali, dello zampillare del male, di ogni forma di aberrazione etica, della lacerazione che ha prodotto avidità e perdizione, insomma alla ricerca di nuclei sommersi del malessere esistenziale, della condanna all’infelicità, all’incomunicabilità e all’angoscia. Nella cornice di opacità e di aberrazione, Francesca si rivela la figura femminile più complessa e profetica, macerata dal furore delle passioni e percorsa da uno sfibrante tormento, accettato come punizione di un colpevole rimorso, lei incarna la coscienza del peccato, come prefigurazione di una auspicabile, futura redenzione. Spesso lo sviluppo logico delle trame esterne ripiega verso le brumose traiettorie dell’universo interiore, nello sforzo di decifrare, nei silenzi, nelle reticenze del pensiero e nella latitanza di gesti e di scelte scontate, con cui tessono il loro destino e filtrare nella cortina del mistero, dove sembrano annegare tutte le creature, incapaci di tentare le disperate battaglie dei “vinti” e travolti dal buldozer della storia e perciò definitivamente condannate alla dissoluzione e al fallimento. Alla fine i personaggi si scoprono inermi in una condizione di diserzione e di disfatta sotto l’imperversare delle vertigini interiore e dell’insensatezza delle afflizioni quotidiane emergono smarrimenti e perversioni, tentazioni e incontinenze, incertezze e peccato, di fronte alla fragilità dei sentimenti, l’inarrestabile ciclone della storia e le cancellature del male. Anche “Gli eredi del vento” è ambientato nell’ambito della borghesia meridionale nei primi decenni del Novecento, che riporta alle strutture tradizionali e simmetriche del realismo ottocentesco, con numerosi richiami a Manzoni e Verga, mentre la discesa nei labirinti dell’inconscio riconducono a Joyce e a Svevo, ma gli accadimenti personalmente vissuti e i rivolgimenti morali della generazione degli anni ’40-50, travolta dagli sconvolgimenti bellici riescono a piegare i sentimenti di colpa in irrazionali purgatori di inedita tensione alla salvezza. La trama sembra essere dominata dal determinismo fatalistico che tende a provocare il disfacimento materiale e spirituale di una classe sociale, la borghesia, e stimolare l’ ascesa delle classi subalterne, come il protagonista Nicola Mazzù, uomo di modesta estrazione sociale e aspirante, da maresciallo, a sfruttare ogni possibile circostanza favorevole avide di possesso della roba, per potersi riscattare dalle secolari privazioni di un’atavica schiavitù, e conseguire il benessere individuale con spregiudicatezza con l’arricchimento e la conquista dell’agiatezza, che gli faccia dimenticare un’infanzia fatta di privazioni e disagi. Così, imbozzolato in un contesto fatiscente, ricorre ad ogni strumento negativo, come la furbizia, la seduzione, la frode, la spregiudicata finzione, riesce a realizzare le sue distorte aspirazioni, nel mondo chiuso della borghesia meridionale che sta per essere scalzata dalla tribuna della storia e si consuma nelle ipotetiche ossessioni, nell’emarginazione della disfatta, nella desolazione e afflizione quotidiana, su cui si scioglie il sentimento di pietà dello scrittore. Egli riproduce, all’interno di un collegamento storico sottile, lo scorrere accidentato della vita con le sue pallide difese della rassegnazione, dinnanzi alla brutalità del destino con decoro dei personaggi, rassegnati al pessimismo a causa del loro rovesciamento dai bagliori della loro posizione privilegiata nella società di un tempo. nell’inferno interiore della disperazione che li logora fino alla fine. Un tempo, tale alta tipologia sociale era al vertice della società e del potere, ora Prisco li coglie nella fase in cui i derelitti e gli emarginati nel fluire del tempo, denudandoli nello squallore morale e nel logoramento psicologico, che li accosta al livello delle loro vittime da loro nel tempo martirizzate, particolarmente nella provincia meridionale, documentata dalla fuga della borghesia al primo sibilo di rivoluzione per salvarsi dal crollo irreparabile delle luminarie, che ancora ammorbidiscono la tragedia con il loro scheggiato singhiozzo di luce. Lo scrittore, in una intervista fatta a lui da chi scrive, dichiara:” Io non sono mai stato un narratore meridionale, sono un meridionale narratore. La denuncia della miseria e delle frustrazioni del Sud, l’hanno raccontata altri scrittori meridionali. Nel mio narrare, la rappresentazione della degradazione ed emarginazione dalla storia è solo ambientazione, dove cogliere i riflessi delle vicende, non in senso sociologico predeterminato, ma è la terra dove sono nato e che l’autore conosce meglio la presenza del bene e del male nelle persone e nelle famiglie, in cui traspare la nozione di meridionalismo. Anche nel romanzo I cieli della sera, costruito con la tecnica di una rara e complessa indagine psicologica, tesa ad individuare e riportare alla superficie della coscienza, le radici degli sconvolgimenti sentimentali e razionali del giovane Davide, spinto da scelte e gesti in sintonia con l’appartenenza sociale e, perciò. tarato da ambizioni distorte e peccaminose spinte fino all’autosbriciolamento del proprio conformistico apparire, impegnato in una logorante ricerca dei veri motivi del suo angoscioso e disperato vivere, prende coscienza delle vertigini e del trauma inguaribile della tragedia familiare, subito durante l’infanzia che lo frantuma e lo spinge a fuggire dalla sua casa maledetta e rifugiarsi nella grande città industriale, dove rischia di sprofondare nella violenza e nella follia universale. In preda all’inarrestabile demenza, corre disperato verso casa, dove apprende dalla sorella Giustina il tragico segreto della tragedia familiare, consumata dai torbidi istinti. incalzanti in anime che, espulse dal circuito del potere della storia, sono state condannate, a causa dei tormenti inflitti per secoli ai loro uomini-schiavizzati e della superba arroganza delle precedenti generazioni di padroni, al una straziante solitudine, in cui continua a bruciare il senso di colpa di un’intera classe sociale, detentrice millennariamente del tirannico potere dei padri. Anche qui, assieme alle altre tematiche razionali e che coinvolgono nelle vicende dei personaggi l’intera umanità, si può individuare un percorso deciso della progressione storica, la nemesi, che prima inchioda le classi inermi all’arbitrio della borghesia agricola meridionale e poi capovolgendo il suo percorso logora interiormente e induce alla folle condizione e alla disintegrazione psicologica e alla demenza i colpevoli macchiatisi del sangue, del dolore e della miseria, utilizzando egoisticamente il potere acquisito con incredibili trasformismi. Con il romanzo “Le parole del silenzio (1981) Prisco prosegue sulla linea della svolta avviata con “I cieli della sera (1970), nel senso che, pur rimanendo fleubertianamente incollato alla “provincia dell’anima”, si colloca in una posizione di ascolto della voce della coscienza, senza frantumarsi, come nelle opere precedenti, contro il sipario della spirale del buio, ma con il supporto della tecnica esplorativa di Joyce, la protagonista Cristina avverte l’urgenza manzoniana di combattere il seme del male, le contraddizioni e le anomalie generatrici delle devianze e dei propri errori, riuscendo a delineare una nuova visione della realtà, nella quale ha provocato consistenti sismi affettivi con i suoi spregiudicati e impuri comportamenti, all’ombra della sua orfanezza fatale che la sospinge, quasi impulsivamente ad innamorarsi di Graziano, ma la consapevolezza della grave malattia che colpisce il giovane, fa precipitare la ragazza in una condizione di abulia e di torpore intellettuale che la rendono sempre più vittima delle peccaminose insidie dell’esistenza, fino a cedere all’invadenza passionale del cognato Stefano, giovane e dinamico giornalista. Da questo insano rapporto, nasceva figlia Daniela, che troppo presto è costretta a subire, a sue spese, la brutalità della vita. Dal ritorno di un viaggio a Roma con Stefano, è molto turbata dai suoi rimorsi e, chiusa nel suo isolamento, si sente riassorbita dal ricordo dell’amore di Graziano e, come richiamata dalla voce del destino, affiorano dolorosamente in lei le sue inadempienze di madre, per cui si sente spinta dall’urgenza di placare la dilagante infermità dell’anima, con la segreta speranza di riuscire a ricostruire un mai esistente rapporto con la figlia, che ha trascurato nel percorso della sua maturazione, per il suo passionale peregrinare. Vive giorni d’inferno per il pentimento di tanti errori e trasgressioni ripugnanti e, deve riparare al male compiuto per chiedere il perdono della figlia Daniela già sul punto di bruciarsi irreversibilmente, per cui decide di sposare Graziano e rendersi degna del perdono della figlia, che stava affondando nella palude della perdizione e costruire una piccola porzione di pace, recuperata dopo la confessione di tante colpe. Dopo la disfatta della borghesia campana si è soddisfatta la nemesi storica, che mostra l’atavica e tirannica borghesia corrosa dai tormenti di tante ingiustizie, sopraffazioni, condanne alla miseria e alla totale povertà, che Prisco non dichiara, ma di cui indaga il declino. Dopo circa mezzo secolo dall’uscita de La Provincia addormentata, in cui la critica coralmente osservò che la tua Provincia, più che addormentata, era apparentemente rassegnata a trascorrere una catena di giorni, connotati da un’apparente quiete protetta dalle cupole verdi di una pineta abbagliante di verde e sommersa da una rara commistione di naturali profumi che davano la sensazione di ripulire il cervello da ogni scoria innaturale e imprimevano al cuore prolungati e inebrianti sensazioni che nulla era più bello, gradevole e rasserenante. Tu, invece, sia per la lunga presenza nel luogo natale, dove vivevano un numero ristretto di famiglie della borghesia vesuviana, da te ben noti per la quotidiana frequenza, che per l’attenzione con cui ti eri abituato a penetrare dentro l’ermetico guscio degli eventi, apparentemente normali, ma in realtà scottanti nel cuore fatiscente degli abitanti, percepivi il loro interiore tormento, in un alone di silenzio che sembrava coprire anche l’impronta di un’antica e inguaribile ferita. Era la rappresentazione di un cimiteriale “Modus vivendi”, imposto dalla spietatezza della seconda guerra mondiale, che aveva demolito tante faticose e secolari conquiste dell’uomo e, per le privazioni coattamente subite, per la fame dilagante che colpiva a morte anziani e bambini, aveva trasformati la paradisiaca provincia in un combustionante inferno sotterraneo, ben nascosto allo sguardo dei curiosi, che per la capacità diffusiva della fama, conoscevano bene le disperate storie di ciascuno, colpito a morte dal terribile evento bellico, ma anche costantemente lacerato dalle inguaribili ferite di un personale segreto di violenza e di imperdonabile colpa scaturita da un imperdonabile errore morale ed esistenziale, che alimentavano in maniera crescente il dolore e il rimorso. Infatti, sotto il lussuoso mantello, relitto di un lontano splendore, la borghesia vesuviana ben conosciuta da Prisco era afflitta da un insuperabile malessere e, non avendo più risorse economiche, sperperati in ogni forma di divertimento e piacere, si era rintanata nel proprio guscio, in attesa di essere definitivamente logorata dal ragno del male e della fine, avvertita come l’espiazione di tante efferate azioni. L’opera, un manipolo di racconti affascinanti, in cui lo scrittore, con morbida ed elegante scrittura, aveva dipinto un quadro affollato di storie dolorose e tragiche, che esplodevano con lo zampillare del sangue, perché quella borghesia vissuta nel paradiso terrestre, accerchiata da una immensa folla affamata e priva di tutto, suscitava in lei un sadico e insostituibile godimento, ritenendo le plebi napoletane affamate, non creature umane, ma marionette inventate per i loro insanguinanti trastulli. Dopo Il volume di racconti Il cuore della vita (SEI, Torino, 1995), in cui lo scrittore prosegue nell’indagine dei conflitti e della disperazione del cuore umano, condividendo la poliprospettica realtà del cuore umano, traboccante di dolore per “Il genere umano” impazzito e i morsi del potere ora contribuiscono sanguinariamente a colpire il prossimo che ne ostacola la marcia sicura nella gestione del potere, Prisco, giovane e fiducioso in un progressivo miglioramento razionale ed etico dell’uomo, ne scopre ora la connotazione più disumana, perché l’egoismo totale e il febbrile desiderio della ricchezza e del potere ne accentua la barbarie indiscriminata incartata segretamente nel cellofane del cuore. Lo scrittore che fino ad ora, aveva subito gli orrori di tanto male compiuto da chi detiene il potere assoluto ed ha trasformato il pianeta in una pattumiera di cadaveri con delitti ingiustificabili, di stragi di persone oneste e pacifiche, colpevoli solo di essere poveri e inermi, e quindi diversi e inferiori alla razza egemone, avverte in è contorsioni spirituali inimmaginabili che solo la potenza razionale e l’autocontrollo di un dio o di un vero scrittore che, per amore della creatura umana, ne rispetta la dignità, anche nel logoramento materiale. può perdonare. Ma, all’inizio e durante il miracolo economico, chi ne ha la possibilità migliora molto la sua posizione di ogni forma di arricchimento ed essendo rimasto attaccato saldamente al timone del potere, opera con maggiore cupidigia di prima, avendo operato il salto della transumanza sul “carro” del vincitore. Si prospettano chiaramente due italie, quello della borghesia che ora trae i suoi profitti dal vertiginoso sviluppo industriale, schiavizzando e considerando oggetti i lavoratori-peones e cacciandoli da dietro i cancelli delle loro fabbriche, perché la concorrenza tra poveri, costringe a vendersi per un salario di fame, agevolando i padroni, protetti dalla mancanza di un codice rispettato dei lavoratori o ad intraprendere la via dell’esilio, per cercare altrove, tra mille difficoltà, la mollica di pane. In tale oceano di disorientamento, di paura per l’incombere del ricordo delle stragi atomiche, anche ora per Prisco è valido l’interrogativo “Se questo è un uomo” e, possiedono solo le armi della scrittura, traveste letterariamente, nei romanzi della sua seconda fase di attività, tutto il male di vivere, sociale, personale, morale e familiare, con un severissimo rigore morale e con una lacerante potenza, per non dire asprezza espressiva, l’incurabile e proteiforme Male, smascherando i responsabili con una imperdonabile crudeltà e con strumenti espressivi di lacerante realismo, richiamando sulla scena ogni fona di perversione sessuale, ma anche gli stupri tra consanguinei, come ultimo atto di una orrorosa scena del mondo, attraverso cui si rivela, non l’osceno protagonista di una squallida vita, ma il demone dell’idolatria, espressa in maniera distorta e dissacrante.

Il suo 15° volume “Il pellicano di pietra” (Rizzoli, 1996), innalza il valore della letteratura di Prisco a livelli universali. La lotta contro il Male avviene in un quartiere aperto e rivela crudeltà, egoismo, dolore e paure insanabili. Prisco, ora, assume come protagonista una famiglia borghese di nuovo conio, una famiglia di 4 persone, le vere protagoniste del romanzo-verità, appartenenti alla borghesia commerciale, la madre-matrona, Giuseppina Savastano, che, dal niente dopo la disfatta economica, scala ogni gradino sociale, fino all’approdo del possesso, attraverso i guadagni di un fornitissimo emporio di vendita di tessuti, ma l’ascesa economica, non suffragata dal sostegno di una qualche cultura, accentua la sua ricchezza, dimenticando di avere due giovani figlie da ben curare per farle inserire non traumaticamente nella nuova, laccata società borghese. Il primeggiare nel suo ceto la allontana da ogni dovere e ossessionata dalla cupidigia di difendere ossessivamente la condizione sociale acquisita, priva di ogni altro appagamento di valori, insegue animalescamente il piacere sessuale, senza alcuna esitazione, arriva a far morire di crepacuore il marito e, dopo aver attraversato tutte le bolge del male, senza alcun rimorso o pietà, ruba i fidanzati alle figlie Maddalena ed Emilia, veramente innamorate, abbandonandole in un mortale dolore. Questi eventi rappresentati con angoscioso realismo, innalzano Prisco ad uno degli scrittori più grandi del nostro tempo. Infatti il titolo del libro esprime una sublime lezione morale e d’amore capovolto. Infatti, attingendo dalla più duratura tradizione leggendario, sottolinea come la signora Savastano sia l’emblema del male più terribile e assoluto, un male che nemmeno gli animali potrebbero immaginare. Infatti, mentre il pellicano si squarcia da solo il petto, davanti ai propri piccoli, pigolanti per la lunga fame e lo offre in pasto ai propri figli per farli sopravvivere, a costo della sua morte, la Savastano strappa alle proprie figlie il dono più grande, abbandonandole ad una fine di tormento e di strazio. Lo scrittore, così dimostra che il Male che domina nel mondo è la causa di ogni tragedia e che solo l’Amore per la vita e per il prossimo potrà cancellare nel cuore dell’uomo le orme deviate di ogni perdita di umanità e dignità. La sofficità verbale e nominale, i periodi simmetricamente costruiti che sembrano abbordare la declinazione della progressione narrativa con la levità aerea, ma efficacissima, le spontanee similitudini, la dignitosa classicità del bagaglio culturale e linguistico, la pennellatura policromica e comunicativo, l’innalzamento di episodi minimi che sfuggono alla grande storia, Prisco le custodisce nel tabernacolo dell’anima e gradualmente, in concomitanza dello sviluppo storico, li consegna ai suoi realistici ed evangelici libri, con il contagocce, per non stancare il lettore e come adeguato antidoto al Male del Mondo, per guidarlo a piantare nell’anima il seme del bene e continuarlo a coltivare per rendere più brillante e trasparente la nostra interiorità affratellati in un comune destino di morte e di resurrezione.

michele_priscoPrisco non abbandona le figure semplici, come il lattaio Giannino, la signorina Bice e le ricamatrici, che vengono contrapposte al demone del male, come rappresentanti delle classi umili che operano e vincono credendo nei semplici valori della vita. Così, ha rastrellato con oculatezza l’intero manto dell’esistenza in tutte le sue apparenti e profonde anomalie e, come i grandi scrittori di ogni tempo, lo scrittore si è misurato con le difficoltà che rendono l’uomo infelice, trovando l’antidoto per curarlo. Ma rende anche giustizia agli operatori del Male. Come si è detto, la “fabula ruota attorno a Giuseppina Savastano, incarnazione emblematica della desertificazione affettiva, e di cinica spietatezza, proiettata sulla scena con le macabre staffilate del suo egoismo e dei suoi veleni, in netto contrasto0 con l’incanto del paesaggio, dentro cui la vicenda si sviluppa, ma che la donna sentimentalmente quasi inumata nella sua inguaribile febbre dell’avere, non riesce ad assaporare la logica del cuore, per cui essa lanciata nella devastante operazione distruttiva, viene, invece, smascherata nella desolante nudità della sconfitta, nel dissolvimento delle forme di dominio, nelle pietose illusioni destinate a naufragare. Perciò Prisco, in un modello di letteratura post-verista, offre ancora un protagonista in spietata lotta per l’affermazione di sé, ma in realtà vinto dalle proprie fameliche ambizioni, riesce a suscitare nel lettore solo sentimenti di condanna e di pietà. Altra vittima rassegnata al fallimento è Beniamino Falanga che Giuseppina si sceglie come un nuovo partner, poco dopo la morte del marito Tommaso, senza nutrire per lui alcun sentimento sincero. Intorno formicola una massa di gente laboriosa e onesta, la Napoli degli umili, la Napoli di Prisco, che lo scrittore sottopone alla nostra riflessione, e che anche nelle ristrettezze, continua a lavorare senza essere sfiorata da idee sopraffattrici e delinquenziali. Un romanzo psicologico che è un’indagine su come può nascere e crescere in una persona un odio implacabile che nulla e nessuno potranno mai cancellare. Una tragedia familiare che, nata da una battuta infelice e da un puro puntiglio, finisce per annientare qualsiasi armonia e culminare in un efferato delitto. Una storia che si svolge all’insegna dell’ambiguità e del dubbio, una feroce lotta senza esclusione di colpi tra madre e figlie che si scambiano in continuazione il ruolo di vittima e di carnefice, un padre debole e inetto che non trova altra soluzione che il suicidio per manifestare la propria ribellione, un gigolò di provincia che prima si presta riluttante a un piano diabolico, ma poi lo porta alle sue estreme conseguenze.

Gli altri

Lo scrittore, quando già crede di aver concluso il suo percorso narrativo, riscopre in un vecchio cassetto un romanzo che aveva dimenticato di avere scritto e di aver abbandonato, incompiuto per le sue incertezze drammatiche interiori, con la convinzione di non riuscire a portarlo a compimento, quasi una rinuncia a continuare a scrivere, ritenendo superflua l’attività di scrittore. Si può ipotizzare in tale rifiuto il segno di una momentanea crisi, di cui Prisco non spiega le ragioni come sospese nell’ambiguità, e con la “suspense” vengono sottoposte alla riflessione per dipanarne il mistero. Lo scrittore, forse in crisi creativa per essere costretto a vivere in una città violenta, aggressiva, pronta ad uccidere per pochi soldi schiacciato dall’insopportabile peso del disamore. Prisco attratto da una dolorosa curiosità di verifica delle sue ragioni narrative, comincia a rileggere il manoscritto, lo interroga per chiarire a se stesso alcuni dubbi angosciosi, ma non riesce a captare le ragioni della sua fragilità, anzi dell’inutilità dell”ars scribendi”, letta da pochi e ignorata dai molti che non riescono a penetrare nel regno del suo buio interiore. Mentre rilegge l’ingiallito manoscritto, si sente progressivamente più indebolito nel circuito della vita, e più coinvolto nella storia di una donna, Amelia, che vive isolata da tutto, finché un giorno un uomo, Felice. a lei sconosciuto, irrompe improvvisamente in casa sua per riferire che un uomo sta morendo, invocando il suo nome. Il libro di spesso valore letterario, procede su due registri: quello letterario, che ruota attorno al recente annuncio che sconvolge Amelia, un’anziana maestra di ricamo che conduce una piatta vita: quello memorialistico, si dipana sull’esperienza della scrittura, di quel romanzo abbandonato e dimenticato. poi ripreso tra tanti dubbi e interrogativi, non prova delusioni dalla scrittura, né tensione di inutilità della sua arte di scrivere: Il suo costante e severo confrontarsi con la sua scrittura gli rivela uno stile narrativo di elevata fattura e un gomitolo intrecciato di slanci e di cadute, di atteggiamento volitivo di continuare e di esplorare gli smarrimenti degli altri, di fronte a modelli di vita altrui, sospesi nella vacuità del niente agghindato che egli rifiuta, perché dominato dal non senso e assediato da un nuovo male mortale, perché la scrittura sembra aver avuto il sopravvento sullo scompiglio mentale dello scrittore, perché la buona scrittura vive di vita propria. Con questa ultima pubblicazione, si capì che Prisco aveva già donato all’umanità le sue migliori opere, sigillando un costante itinerario letterario ed umano, lasciando un’eredità di autentici valori, sempre ben custoditi negli impervi percorsi della sua vita e del suo operare, tracciando, romanzo dopo romanzo, una lezione ineccepibile di codice etico, esistenziale e culturale, ignoto a molti giovani, e alle donne protagoniste dei romanzi dello scrittore napoletano, le cui esperienze di vita interiore, (ancora palpitanti del dolore di una tragedia segreta) di cui lo scrittore si appassiona, con un sentimento sacrale del ruolo dello scrittore o del poeta-vate, il vero maestro della società, non per autoreferenzialità, ma come vocazione professionale da parte di chi avverte in sé il pulsare di invisibili energie interiori, da trasmettere a ciascun essere mortale come modello di riferimento esistenziale. Ogni suo romanzo può dignitosamente essere definito un capolavoro, traboccante di ideali e di vocazione etica, non artificialmente elaborati, ma incisi dalle leggi naturali, che lo scrittore arricchisce con la forza della ragione. Particolarmente la perfetta costruzione della struttura e l’elaborazione limpida e penetrante della lingua, dotata di una aerea levità di articolazione per una spontanea fruizione dei messaggi del testo, che s’ immerge nella silenziosa catabasi del lettore e delle lettrici, che dovrebbero ricercare nelle opere di Prisco una parte della loro interiorità, devastata da modelli trasgressivi e irrazionali o dalle ossessioni irredente, o dalla mitologia del consumismo. Chi legge un romanzo di Prisco non s’inoltra in strutture corrosive, né nei labirinti della perdizione dell’anima, ma riesce a metabolizzare il male fino al prosciugamento o all’esplosione distruttiva, per riuscire a debellare responsabilmente le cause della tragedia, del dolore e del male di vivere degli “altri” che, nel sottostante cortile della quotidianità, perseverano a scontrarsi banalmente con gli “altri” con le fatue illusioni di poter evadere dalla mediocrità di chi li ghettizza nel cortile del male. Lo scrittore rifiuta lo spettacolo ibrido della ruvidità espressiva, ma le sue pagine risplendono di trasparenti perle di scrittura che si sentono scivolare nell’anima, come una dolce medicina, generatrice di ristoro anche nei cuori lacerati da vaste ferite. E’ un laborioso, ma non cattedratico, discorso con sé sui problemi delle sue inconsapevoli creature e ne “Gli altri“, lo scrittore avverte l’urgenza inarrestabile di mettere a nudo la propria storia, ricercandone gli errori o le scelte sbagliate nel ritaglio del ritratto degli altri, un modo di capirsi in ciò che ha scritto e di mostrare “agli altri”, se stesso come oggetto di riflessione e punto di riferimento di una spontanea metodologia indagatrice, senza far vergognare l’uomo dei propri errori, ma lo guidi per mostrare al pubblico i propri difetti, così anche loro, dotati di libero arbitrio, potranno approdare al vero senso cristiano della vita, e potersi riconoscere nella loro identità di creature celesti, che vivono la loro vita con quella de “Gli altri”, in una pacifica società di fratelli, seppellendo ogni forma di male e di violenza con un concerto d’amore e di pietà.

 La Pietra Bianca

Da tempo, lo scrittore taceva, disteso su una comoda poltrona per disabili che Annella e Caterina avevano regalato al padre, trasferendolo al piano terra del loro appartamento di Via Stazio 8, in modo che i suoi sempre cari amici, potessero fermarsi per accertarsi del livello del divorante male che aveva colpito “a tradimento” quel grande uomo che era vissuto con dignità, con umiltà, con infinito amore per la famiglia, per l’angelica moglie Sarah Buonomo, donna dolcissima e delicata, eccellente esperta di musica, che lo sostenne proficuamente nel suo difficile lavoro di scrittore, sostenendolo particolarmente nei frequenti tormenti interiori di cui conosceva le costanti aritmie della creazione, che sognava di poter consolare e aiutare a risorgere dalle lacerazioni segrete che beffardamente la storia infligge, per punizione o per capriccio, a creature fragili della borghesia vesuviana, padrona assoluta, nel succedersi degli evi, del doloroso destino dei suoi sudditi-schiavi. Prisco, che fin dall’infanzia aveva osservato attentamente le esercitazioni di delirio di questa categoria sociale, nelle cui mani e nei comportamenti traspariva la maturazione del grido di Munch, spinto da una compartecipazione alla pena di attori protagonisti che con fiumi di pianto e di amarezza seppelliti nella gola, volle capire il capovolgimento sociale ed economico di una classe sociale, che aveva navigato sempre avvolta nello splendore dei vestiti preziosi e incipria nel viso, nei capelli e in tutto il corpo in procinto di avviarsi ad un appuntamento o solo per gongolarsi cinicamente nelle schiere di poveretti che allungavano la mano per chiedere elemosina. Il filo conduttore, come già si è esplorato in quasi tutte le creature dei suoi romanzi e racconti, si aggrovigliava nel contrastante modo di vivere delle diverse componenti della società napoletana, sempre dominata dalla cupidigia del potere e della ricchezza, pronta ad operare ogni forma di transumanza politica, con una pseudo verginità sempre messa in atto, per non perdere le leve del potere. In tutta la sua produzione narrativa egli ha operato anabasi nelle più intime fibre del cuore, sia della opulenta borghesia con ampi trivellamenti del sottosuolo dell’io, dove misteriosamente nel buio si tramano gli umani destini, con l’obiettivo di potere smascherare le forze occulte che li determinano e consegnarne le cause alle vittime per trovare gli strumenti di prevenzione o di asportazione delle radici del male che proprio nella buia clandestinità trovano il concime necessario per ramificarsi. Con “Gli Altri”, romanzo apparentemente semplice, ma in realtà, una vera endoscopia dei mali, delle devianze, delle invidie, degli odi, del ribollire di ogni forma di avversione verso i propri simili, catturati da Prisco in una ragnatela narrativa con tutti i radicali noduli del male che silenti corrodono e bruciano la vita umana in maniera in­ apparente, ma implacabilmente aveva anche sciolto i nodi contorti del fallace e distorto male che esplode nella coscienza, quando all’interno del nostro io, o per ignoranza o per libidine passionale incontrollata dal solido timone del cuore e dell’incoercibile forza della ragione, l’uomo non riesce a coniugare Eros e Agape per il godimento di uno spiritualizzato sentimento, lasciandosi trascinare nella brace dei sensi da un impulso di irrazionalità. Mancavano all’appello nella offuscata mente dello scrittorie, quattro creature che egli aveva ritratto fin dalla metà degli anni’40, caratterizzato da un registro stilistico e dalla forza tematica che costituiscono la mappa inconfondibile del Prisco in costante cammino verso la conquista di una limpidezza comunicativa sempre più nitida e coinvolgente per il fascino della appropriata selezione verbale e nominale, per la millimetrica unione di sintagmi e stilemi che ammanigliano la struttura del periodo, senza indugi di ostacoli lessematici o digressive proiezioni che avrebbero distolto l’attenzione del lettore in altre direzioni, privandolo dell’inondazione simmetrica di quel fiume odoroso e melodico di poesia che vibra soavemente ad ogni gorgoglio. Nessun altro scrittore come Prisco riuscì a delinear la scena del mondo, sommerso dalle storture umane, generatrici di infelicità, come Prisco, che, come il poeta-vate ebbe fede fino all’ultimo respiro nell’indistruttibile potenza della cultura, narrativa, poesia e arte, i soli strumenti umani, donati dalla natura all’essere, assieme alle chiavi indispensabili per disserrare le porte dell’anima per poter recepire un inebriante messaggio ed invito metafisico. Le figlie sapevano bene che l’inquietudine silenziosa che agitava il mondo interiore di Michele, non era attribuibile al malore fisico, ma ad un dolore più radicato per l’assenza o la perdizione di quei 4 racconti, dalle cristalline strutture narrative, da un registro lessicale che allineava in maniera trasparente le sequenze, talvolta involontariamente in decrittabili, ma ugualmente penetrante e sempre dal progredire elegante, con tematiche di squallore o disperazione, attutite nella percezione del lettore, per la risonanza magnetica che diffondeva dalle sue labbra, sazie delle severe e poetiche selezioni di arcipelaghi di parole e istmi distesi della punteggiatura che trasmettono nella mente del lettore soavità di suoni e compattezza di armonie. Erano i pregi di un vero scrittore che ancora giovane metteva involontariamente in mostra la mappa di una tematica e di una scrittura, che sembrava direttamente raccontare il sorriso ingenuo dell’infanzia, ma anche le problematiche confuse di una generazione che osserva con occhi smaltati e smarriti, la società che lo ha soffocato nel pieno diritto naturale a vivere con allegria gli anni dorati dell’esistenza. Quando le figlie ansiosamente sorridenti, gli portano un libricino esile, come quello del rosario e dal luccicante splendore della copertina con riprodotta una pietra bianca, le labbra, quasi spente di Prisco accennarono un breve sorriso e gli occhi coperti dalle palpebre si illuminarono di una lama di luce risplendenti, Michele allungò la mano tremante.

prese tra le mani il libro che sigillava il gomitolo di trame a lui sempre care e, baciando lievemente “La pietra Bianca“, volse faticosamente lo sguardo verso le figlie, in segno di gratitudine e volò impercettibilmente via, custodendo strettamente tra le mani congiunte quella simbolica “PIETRA BIANCA che l’avrebbe custodito puro in eterno.

INCONTRO CON LO SCRITTORE MICHELE PRISCO

 

(Il pellicano di pietra, Rizzoli, 1996)

  1. Dopo I giorni della conchiglia 1989, in cui affrontasti il caso di

un’adozione e che, data l’attualità del tema e il livello letterario dell’opera riscosse molto successo, tu, dopo due volumi di racconti, sei tornato al romanzo.

Vuoi spiegarne le vere ragioni al lettore?

  1. – Diciamo, per essere più esatti, che dopo sette anni di silenzio torno

al romanzo, non alla pubblicazione: perché, come i miei lettori sanno, ho

pubblicato Terre basse, una raccolta di racconti che vanno dal ’41 ai ’91 cinquant’anni di testimonianza e di fedeltà alla narrativa – e nel ’95 una raccolta di articoli di viaggio Il cuore della vita, anch’essi datati all’incirca tra il 45 e il 90, un itinerario attraverso la provincia italiana e straniera, che per me resta sempre, e nonostante i suoi cambiamenti, la dimora vera del “Cuore della vita” e al tempo stesso, proprio per la scansione cronologica che lega dall’inizio alla fine i vari pezzi, la registrazione di come la provincia si sia trasformata. Libri che raccoglievano materiale accumulatosi col trascorrere della mia prolungata attività. Quanto al romanzo, o al mio silenzio relativo ad esso, sai bene che fra tutti i miei romanzi c’è sempre un intervallo d’anni: non amo i libri scritti solo per necessità di presenza sul mercato, e poi un romanzo, per come lo intendo, richiede una orchestrazione di strutture e di modo interiore che inevitabilmente comporta la necessità di una maturazione per poterla affrontare.

  1. Ne Il pellicano di pietra mi hanno particolarmente colpito alcuni aspetti, tra cui: la tragica asprezza, con cui osservi i fenomeni del presente, che riportano il lettore al clima antropologico della letteratura greca, che nella vicenda di Giuseppina Sa vastano fa riecheggiare la orrorosa episodicità della tragedia di Medea. In altre due opere, ricorre la coincidenza tra alcuni tuoi personaggi e quelli del mito. Ora come spieghi una tale “filiazione” e quale rapporto si può cogliere tra la tragedia che investe la famiglia Sauastano, in particolar modo Giuseppina, e quella di Medea?

R.- Mi fai tu riflettere ora su Medea: scrivendo, ti confesso che non ho mai pensato a ricollegarmi e di attualizzare vicende appartenenti al mito, volevo solo raccontare una storia di oggi e il corrompimento e i guasti, dopo cinquant’anni dalla “provincia addormentata” come paesaggio, ambiente e umanità. Nessun riferimento, nelle mie intenzioni, a epoche lontane. Il gesto di Medea, per orribile che sia, ha una sacralità, com’è d’altronde di tutte le narrazioni del mondo classico. Il gesto di Giuseppina Savastano, la protagonista del mio libro, è invece lo specchio per così dire della brutalità, della rozzezza, della perdita di certi valori, della facilità con cui oggi si uccide.

Basta aprire il televisore o sfogliare un giornale e siamo posti quasi quotidianamente di fronte a fatti di violenza, di sopraffazione, di indifferenza verso la vita umana.

  1. Quale significato metaforico si deve attribuire al titolo del romanzo e perché hai voluto ambientare il tuo nuovo lavoro in un’area, in cui i figli sono considerati sacri?

R. – Sì, il pellicano è la metafora o il simbolo dell’amore materno spinto al sacrificio di sé, e qui al contrario siamo di fronte a un pellicano “rovesciato, snaturato, di pietra, appunto e può sembrare una provocazione che abbia ambientato la vicenda in una regione, una terra, dove i figli erano considerati sacri. Ma in una società senza più valori, fatta di egoismi e rozzezze d’animo, e dove la conquista del benessere economico, di una corrispondente dignità e rispetto, la degenerazione dei rapporti umani è scontata.

  1. A differenza di quanto avviene nelle tu e altre opere, stavolta mi sembra che l’analisi del male non procede nei gironi del subconscio, ma si estrinsechi nei suoi aspetti più evidenti e violenti, con una durezza di linguaggio inusitata.

S i può cogliere in ciò un Prisco in crisi e possiamo parlare di un Prisco socialmente arrabbiato?

  1. – Direi che è stata la vicenda stessa a condizionare la mia resa espressiva. Qui, non potevo “interiorizzare” personaggi che psicologicamente sono grezzi, elementari, violenti. Qualcuno mi ha accusato di cattiveria: no, il libro è nato non dalla cattiveria, ma dalla delusione, dalla rabbia di vedere fino a che punto si sono stravolti paesaggio e un ambiente.

Le pinete del “pellicano” son o le stesse della “provincia addormentata”, ma oggi vi si aprono squarci ricetti di carcasse di automobili diventati versatoio d’immondizie e brutture simili; le case vecchie sono fatiscenti e quelle nuove volgari per la loro pacchianeria. E a questo deterioramento ambientale si accompagna un deteriora mento umano, la gente ha ormai lo squallore e la sconfortante banalità dei nostri opachi anni, sviliti da uno sfrenato consumismo e da una televisione sempre più brutta. Ecco, io volevo rappresentare questo Sud, l’entroterra vesuviano così caro, haimé! così diverso, dai miei esordi di scrittore nonché alla mia formazione umana, e perciò ho dovuto optare per una prosa che, pur senza tradirmi, fosse anch’essa “diversa”, meno indugiante o attenta ai moti dell’anima.

  1. Oggi, tra le nuove leve di scrittori, pronti ad affrontare qualsiasi tema, pur di arrivare al successo, credendo di offrire la realtà di un loro sofisticato malessere e di un a congrua scrittura che lo connoti, oggi, in realtà essi ci offrono una realtà finta che può riuscire letale per la sopravvivenza della letteratura. Affinché la letteratura possa ancora sopravvivere ed essere insostituibile, non credi tu che, al di là dei cataclismi interiori e razionali, debba essa potere offrire un varco, uno spiraglio di luce che riesca a sollecitare l’uomo ad uscire dall’indifferenza che sembra imprigionarlo?
  2. – lo non credo d’aver tradito me stesso, i miei interessi per l’uomo e i suoi comportamenti interiori, né mi pare di essermi allontanato da quel bisogno quasi istintivo, prima o più che razionale, di capire le ragioni del male. Anzi, nel”Pellicano” la presenza del male è inequivocabile, solo che, invece di essere esplorata nelle sue motivazioni subconsce, è rappresentata diretta mente negli aspetti che assume quando manifesta. La condanna è implicita nella denuncia (e il libro ha anche una notevole valenza sociologica): certo, non c’è catarsi, e dispiace anche a me; avrei voluto aprire uno spiraglio, dare la possibilità di una luce, ma “sono stato costretto” dai fatti a non offrire speranze, almeno immediate. Perché in fondo una piccola apertura c’è quando un personaggio all’ apparenza minore, l’anziana signorina Bice si chiede: “…Ma noi chi lo sa che cosa c’è veramente in un cuore umano?”

Che non è un interrogativo a giustificazione o peggio soluzione, al gesto di Giuseppina Savastano, ma lascia aperta la possibilità di un riscatto.

Forse anche per questo, che è un romanzo duro, aspro, paradossalmente l’ultima parola è “infelice”. (1996)

 

 

 Carmelo Aliberti

 

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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