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CARMELO SANTALCO di CARMELO ALIBERTI

CARMELO SANTALCO

STALAG 307, Diario di prigionia,

BASTOGI EDITRICE ITALIANA,

COLLANA SCUOLA

A CURA DI CARMELO ALIBERETI

Santalco0003

 

PREMESSA DELLO SCRITTORE

Vi chiederete perché abbia atteso trentacinque anni per pubblicare questo diario della mia prigione. Ho ritenuto di dovere conservare gelosamente per me e per i miei figli i ricordi di incredibili sofferenze, che hanno inciso profondamente sul mio modo di concepire la vicenda umana. Ho conservato questi frammenti, su pezzetti di carta, che sono riuscito a nascondere, considerandoli parti integranti della mia vita.

Anche quel poco che ho salvato di altri scritti, come la lettera ai giovani e le meditazioni, pensavo avrebbe incontrato l’indifferenza di chi non ha vissuto tra i reticolati tedeschi. La terribile minaccia di una nuova, e forse ultima, guerra che coinvolgerebbe tutta l’umanità, il dilagare del terrorismo, che semina strage e lutti, particolarmente nel nostro Paese, il disordine morale e lo sfrenato egoismo della nostra società, la caduta di ogni valore, dimostrano come, ad appena trentacinque anni abbiamo dimenticato i gravissimi sacrifici e gli immani disastri causati dall’ultimo conflitto mondiale. Queste amare constatazioni mi hanno invogliato a dare alle stampe ciò che è rimasto di quelle carte ingiallite per richiamare alla dei più anziani e portare a conoscenza dei giovani le gravissime conseguenze di quella guerra fratricida, perché siano di monito ed inducano tutti gli uomini, dai più umili ai più potenti, ad operare perché non vengano disperse la pace e la libertà, conquistate a pezzo di tanto sangue, e si ritorni a quei valori morali e religiosi, che sono condizione indispensabile per il progredire civile della nostra società.

Barcellona, 20 febbraio, 1980 Carmelo Santalco

 PREFAZIONE

All’indomani delle due guerre mondiali è venuto sviluppandosi un genere letterario che non aveva precedenti: i “Ricordi di prigionia”. Lo stile e l’oggetto di tali ricordi è ben diverso da quello delle Mie prigioni ottocentesche nelle quali Silvio Pellico aveva ricordato la sua lunga personale vicenda di sofferenze nel carcere austriaco. Limpidità di stile e altezza morale, ma la storia di un uomo. Invece, nei ricordi di prigionia è protagonista non solo l’individuo ma anche il gruppo, la massa. Vi è un coro, vi è il racconto di una sofferenza collettiva con tutte le sue possibili totalità. E la storia non di un uomo ma di uomini, di una comunità sofferente. A ciò vien dato di pensare leggendo le nitide ed eloquenti pagine dei “Frammenti di un diario “di Carmelo Santalco che ha il grande merito di evitare due pericoli nei quali può facilmente incorrere l’autore di ricordi di prigionia: la retorica del dolore, l’esibizionismo non ha collocazione in queste pagine nelle quali non si confonde la storia con la fantasia, non si orpella la realtà con fronzoli utilizzati ad uso e consumo del protagonista o degli altri personaggi dell’oscura tragedia. Tutto appare in scena, e scivola via con la naturalezza di chi, più che essere soggetto operatore del suo destino, è soggetto immerso e rassegnato in una vicenda storica che lo sovrasta e lo travolge. Di fronte ad essa il cristiano piega il capo nella rassegnazione e nella preghiera ripetendo il “Fiat voluntas tua”.

Lo stile del Santalco è più uno stile morale che uno stile letterario. Letterariamente non vi è che una trasparente schiettezza che bene si addice a questo tipo di ricordi. Ma la coscienza cristiana dell’autore, della quale si sente in ogni pagina vibrare un’eco profonda, vivifica tutto il tessuto del racconto alimentandolo con risorse vive e incomparabili perché attinenti alle profondità della vita spirituale. Nella lunga storia della peregrinazione, della Grecia alla Polonia alla Germani, nella “Via Crucis” della cattività alla liberazione. Carmelo Santalco emerge dal gruppo dei sofferenti nel fisico e nello spirito per la sua fortezza d’animo di fronte alla sofferenza. Ne vagone ferroviario, nella tenda, nella baracca, nello spiazzo per la “conta”, egli si distingue con un incoraggiamento buono e con la capacità di dire parole di conforto non meno utili dell”atteso “pacco “con il quale si calma la prepotenza della fame. Il segreto della resistenza morale, nel vortice dei dolori fisici, è duplice: la fede di Dio; l’amore della famiglia. Dio è sempre presente. Il cristiano sa che Dio aiuta i sofferenti, che dice “beati coloro che soffrono “, ed a questa certezza cristallina egli si attacca con fede, speranza e carità. Non manca alcuna delle virtù maestre. Si potrebbe dire che in questa miseria fisica sono presenti tre mondi: il mondo della prigionia con tutti i suoi dolori è sottoposto al mondo della carità divina dalla quale si attende conforto vivificante. Un terzo mondo si profila sempre all’orizzonte, non nelle nebbie dei ricordi ma nella sostanza confortatrice dei sentimenti: il mondo della famiglia con il suo prezioso tessuto di affetti. “Per crucem ad lucem” è il tema di una delle meditazioni finali che il Santalco annette al Diario. Ma noi diremmo che è il tema di tutta questa sinfonia di un profondo dolore umano spiritualmente consolato e illuminato. Vi è nell’anima dell’autore una vocazione religiosa di profonde radici che, anche nei momenti nei quali sarebbe comprensibile la disperazione, insegna a soffrire con conforto pacificante. Si distingue il dolore della città di Barabba con i fili spinati dal dolore espiatorio e redentore del Golgota.

Il motivo dominante dei questi ricordi che si esprime, fra l’altro, senza ghirigori stilistici o con argomentazioni cerebrali, è la fede che alimenta la fiducia e che, nelle ore della prova, dà un senso concreto alla vita e alla morte. Eppure caratteristica in questo “Diario”la compresenza religiosa del mondo dei vivi con quello dei morti. La città dei vivi, assediata da fili spinati, appare non raramente come una città di moribondi, come uno studio di passaggio ad altre città, come una agonia che vede nella morte non una catastrofe ma una liberazione. Anche in questa alleanza fra vivi e i morti, in questa permanente meditazione sull’evento di un trapasso sempre vicino, tutto il mondo delle sofferenze acquista un carattere spirituale in cui il cristiano sente la grande verità del mutatur tollitur.

 Il conforto della Messa, della Comunione e perfino della Cresima, che viene amministrata al Santalco proprio nel campo di prigionia, stabilisce una specie di legame permanente tra l’oggi e il domani, fra il relativo e l’assoluto, fra il temporaneo e l’eterno. Il senso religioso della sofferenza fa del soffrire stesso una forza non oppressiva ma costruttiva; prende l’uomo nel dolore, e lo porta fuori dal dolore. Tutto è sotto zero nel campo di prigionia. Ma non è sotto zero il pensiero di Dio, e l’Assoluto giganteggia incrollabile sulle rovine del mondo delle cose transeunti. Accanto alla fede, la famiglia è presente più che mai come una realtà spirituale, ancor prima di essere una realtà sociale. Tema dominante nella disperata malinconia della baracca. L’attesa di notizie da casa. Si vuole sapere, per trovare conforto nel sapere. Gli anomastici di famiglia sono ricordati come una festa del campo. La lettera finale del volume è rivolta alla madre e si conclude con una affettuosa “buona notte”. Un documento dal quale sgorga pienezza di affetto.

La scena del soldato che muore chiamando la mamma prima di esaltare l’ultimo respiro, suggerisce parole tanto semplici quanto profondamente cristiane: Chi conforterà la mamma dell’ufficiale che muore di fame? “Anche il ricordo del padre è sempre affetto per la famiglia di provenienza, ma ritorna spesso il “ricordo di Ninetta”, cioè dell’affetto per la sposa di domani, per la famiglia del futuro la quale si allinea a quella del presente e del passato. In questo mondo emotivo, le notizie a lungo attesa sono un farmaco per le sofferenze. Talora i desideri si confondono con i sogni, senza che il mondo immaginario prenda la mano all’autore. È sempre presente l’attaccamento ai “cari”, e doloroso è anche il distacco da un orologio personale per acquistare un pezzo di pane. La ricerca del pane, della bustina di latte in polvere, del cucchiaio di carote e una ricerca che mette permanentemente in moto il mondo della “fame nera”.

Ma l’animo cristiano non cerca nel ricordo del tempo felice una evasione della miseria; al contrario, vive nella miseria del boccone di pane per guadagnarsi un tempo felice. Anche le amare tristezze sulla cattiveria degli aguzzini non suscitano odio, ma stimolano sentimenti di carità.

La gioia trabocca nel momento della liberazione. “Si ritorna uomini” scrive il Santalco quando i tedeschi abbandono il campo e appare al confine del reticolato la figura di un maggiore canadese, avanguardia dei liberatori. Eppure, quanto è ancora lunga la strada dal campo di prigionia per arrivare attraverso paesi e montagne, strade e ponti, alla terra di Sicilia che Santalco bacia nel momento in cui mette il primo piede sul suolo natale. Nell’ Appendice l’autore pubblica, opportunamente, accanto alla lettera alla madre, una lettera ai giovani ai quali dice: bisogna lottare, bisogna resistere, non venire meno al proprio dovere, specialmente quando è duro. Io direi che tutto che questo libro è una lettera ai giovani. Anzi, guardando al nostro tempo, direi: una lettera della gioventù che ha sofferto alla gioventù che fa soffrire. In ciò l’attualità della pubblicazione del “Diario”. Non nostalgie, ma itinerari di vita cristiana che bisogna percorrere e ripercorrere perché la vita stessa sia degna di essere vissuta. Questa storia di sofferenza per nulla, vantata, ed anzi raccontate con modestia, ha avuto il suo epilogo, all’indomani della guerra, nell’attività partecipazione di Carmelo Santalco a quella milizia politica che rivendica i diritti della pace e della libertà oppressi dalla vicenda bellica. Divenuto dirigente delle ACLI e della DC, il Santalco ha combattuto le sue battaglie per l’autonomia del sindacato dei ferrovieri, e dopo aver coperto cariche amministrative, è stato per ben tre legislature deputato all’ Assemblea regionale siciliana. Eletto senatore nel 1972, fu riconfermato ne 1976 come pure nel 1979, essendo chiamato ad essere pure membro del Consiglio d’Europa. Successivamente entrò pure nel Governo in qualità di Sottosegretario. Si ricorda ciò solo a conferma della stima che il Santalco ha goduto e gode non solo sul campo di prigionia, ma pure nel libero agone.

La vita non si presenta mai a scompartimenti chiuse. Chi sa compiere il suo dovere nella nelle tristi giornate della cattività, sa pure essere all’altezza di un responsabile dovere nelle civiche contese.

Febbraio, 1980 Guido Gonella

 INCIPIT

Troppo bella questa vita per durare a lungo, dissi al capitano Moschetto, mattina dell’8 settembre 1943.

Avevo da pochi giorni, per del Comando della 11 Piemonte, abbarbicato ai capisaldi dell’isola di Zante, ed ero stato distaccato al Comando dell’Armata – Delegazione Trasporti e Collegamenti in Atene.

La nuova vita non sembrava fatta per me, abituata ai sacrifici ed alle sofferenze dei reparti. Il capitano Moschetto, un insegnante di Ragalna di Paternò, della provincia di Catania- richiamato alle armi – che trovai alla Delegazione, alla mia considerazione, prese tutte le precauzioni dei superstiziosi. La stessa sera alle ore 18:30 circa, mentre mi accingevo a preparare i documenti dei connazionali (la maggior parte civili), che alle 20,30 dovevano partire con la tradotta k diretta in Italia, squillava il telefono:

“Tenente, i nostri stasera potranno partire?

Chiesi chi fosse al telefono, si presentò un funzionario dell’Ambasciata Italiana ad Atene.

Questi, nel ripetermi la domanda, fattami qualche istante prima, si diceva convinto che i tedeschi non avrebbero fatto partire la tradotta.

Gli risposi che non ne vedevo i motivi ed egli di rimando “Ma lei non sa che l’Italia ha firmato l’armistizio? Lo ha comunicato radio Londra alle 18”. Telefonai la notizia al tenente colonnello Zucchi, comandante la Delegazione Trasporti e Collegamenti, il quale, pensando ch’io fossi caduto in una trappola tesa dai partigiani greci, mi fece un cicchettone per telefono. Egli, solo dopo avere avuta confermata la notizia dal funzionario dell’Ambasciata Italiana, che in precedenza aveva parlato con me, si decise a comunicarla a S. E. Vecchiarelli, Comandante dell’Armata Italiana. La conferma ufficiale si ebbe più tardi alle 20, mentre eravamo alla mensa dell’Armata, col comunicato di Radio Roma.

Trovandomi in licenza per esami in Italia avevo visto la disfatta dell’esercito in Sicilia, le città italiane distrutte e quindi potei comprendere pienamente la gravità del momento.

Non avevo ancora 22 anni. La notte dall’ 8 al 9 settembre il Comandante della nostra Armata si incontrava col collega tedesco, il quale, in cambio delle nostre armi pesanti esistenti nel territorio greco, prometteva (con impegno, credo, scritto) di trasportare l’Armata Italiana – la quale avrebbe mantenuto tutto l’armamento leggero -in Italia. L’impegno, come era prevedibile, non fu mantenuto. I tedeschi, dopo che ebbero in consegna le nostre armi pesanti, bloccarono, con i loro carri armati. Le nostre caserme e disarmarono completamente i nostri reparti, dai quali furono allontanati gli ufficiali. I soldati piansero lasciando le armi; molti preferirono renderle inservibili o consegnarle ai partigiani greci.

Il 14 settembre incominciarono a partire dalla stazione di Atene- Larissa le tradotte di soldati e ufficiali italiani per destinazione ignota, che i tedeschi si divertivano a chiamare Italia.

Spettacolo umiliante dinanzi ad un popolo che ci aveva avuti in casa da vincitori! Alcuni ufficiali furono avvicinati da partigiani greci, i quali mettevano a nostra disposizione denaro, abiti ed i mezzi necessari per raggiungere il quartiere generale inglese, che avrebbe provveduto, secondo la nostra volontà, o ad avviarci ai reparti partigiani in montagna o all’imbarco su sommergibili che ci avrebbero condotti In Sicilia. (Prima di allora mai avevano saputo che esistesse in Grecia un quartiere generale inglese che coordinava l’attività dei partigiani e dei paracadutisti!). Tre dei miei colleghi, tra cui il ten. Demetrio Crupi ed il sottotenente Costantino Sebastiano, riuscirono a raggiungere, il 26 settembre, detto quartiere generale ed io ne ebbi conferma attraverso una loro lettera pervenutami a mezzo dello stesso autista che li aveva accompagnati. Il 27 settembre rimasi in albergo (al King George) a letto con febbre a 40-41, dovuta ad un forte attacco malarico e mi alzai solo la mattina del 2 ottobre. Il 3 ottobre mattino i tedeschi mi catturarono assieme agli ultimi ufficiali dell’Armata, fra i quali il generale di brigata Caliendo. Nel pomeriggio dello stesso giorno prendemmo posto sulla 14 tradotta in partenza da Atene 8 (fu l’ultima) ed incominciò così quel calvario che in parte riuscii a descrivere in un diario del quale molte pagine andarono perdute.

STALAG 307

Carmelo Santalco, nato a S. Marco d’Alunzio (Messina) il 5 novembre 1921, si laureò in Giurisprudenza, all’Università di Palermo.

Rientrato dall’ internamento nei lager tedeschi il 19 luglio 1945, svolse attività sindacale dai prime del 1946 fino al 7 febbraio 1956, data in cui venne nominato Consultore all’Amministrazione provinciale di Messina e successivamente Delegato regionale (Presidente).

Eletto: otto volte Consigliere comunale; nove volte Sindaco della città di Barcellona Pozzo di Gotto; tre volte Deputato regionale all’ Assemblea regionale siciliana; Assessore regionale alla Presidenza della Regione e alla Sanità ; Presidente dell’Istituto autonomo Case popolari di Messina; per sei legislature Senatore della Repubblica; Sottosegretario di Stato alle Finanze; Questore del Senato della Repubblica per dieci anni.

Ha pubblicato:

La vittima del sistema (1969), Stalag 307 (4 edizione, 1980, premio Città di Reggio Calabria e Maurolico, Premio Rhodis, Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio,ed altri importanti riconoscimenti. E’ doveroso evidenziare che il libro Stalag 307, in cui Santalco annotò lo strazio quotidiano del lager, fu inserito nella collana “Scuola” della Bastogi Editrice Italiana, a cura di Carmelo Aliberti ed adottato e studiato da migliaia di studenti che certamente hanno acquisito un patrimonio di valori, sbocciati dalle ceneri dei corpi bruciati nei forni crematori.

ALDA MERINI

Un alternarsi di orrore e solitudine, di incapacità di comprendere e di essere compresi, in una narrazione che nonostante tutto è un inno alla vita e alla forza del “sentire”. Alda Merini ripercorre il suo ricovero decennale in manicomio: il racconto della vita nella clinica psichiatrica, tra elettroshock e autentiche torture, libera lo sguardo della poetessa su questo inferno, come un’onda che alterna la lucidità all’incanto. Un diario senza traccia di sentimentalismo o di facili condanne, in cui emerge lo “sperdimento”, ma anche la sicurezza di sé e delle proprie emozioni in una sorta di innocenza primaria che tutto osserva e trasforma, senza mai disconoscere la malattia, o la fatica del non sentire i ritmi e i bisogni altrui, in una riflessione che si fa poesia, negli interrogativi e nei dubbi che divengono rime a lacerare il torpore, l’abitudine, l’indifferenza e la paura del mondo che c’è “fuori”.

ALDA MERINI

Quella di Alda Merini è una poesia che muove attorno a un dolore radicale, assumendo multiformi aspetti: di ferita biografica, incubo mentale, ansia ascetica. Ma i versi della poetessa si aprono a feconde contraddizioni e nel momento stesso in cui articolano la loro poetica del dolore dichiarano un senso panico della vita che ha gli accenti di una felicità sensuale, ingorda di erotismo, di ritmi terrestri e ritmi cosmici.

ALDA MERINI: Fuori da quelle mura. Poesie e prose inedite

La sovranità della poesia liberata da Alda Merini induce all’accoglienza e permette di disimparare a far male agli altri… mostra che ogni piacere vuole il colpo di coltello della coscienza insorta e dipana una filosofia del rispetto che porta alla riconciliazione dell’esistenza più dura, più estrema, più marginalizzata con l’innocenza del divenire”. (Pino Bertelli)

ALDA MERINI

Emozionante

Scritto da Giulio Venturi83

il 04 dicembre 2017

Questo libro è un diario toccante, dolce ed amaro allo stesso tempo, in cui l’autrice racconta il momento più oscuro e difficile della sua vita. Gli infernali giorni che Alda Merini si trova ad affrontare in manicomio sono meticolosamente descritti, Questo è un libro che entra nell’anima del lettore lasciando, pagina dopo pagina, la sensazione di aver vissuto con la scrittrice all’interno di quelle mura infernali. I lamenti, gli odori, i dolori ed i sentimenti descritti escono prepotentemente fuori da queste pagine, ed incidono il cuore lasciando una cicatrice indelebile.

Il 12 marzo 2017

Non si può capire davvero l’esperienza in manicomio, finché non si legge questo libro. Nonostante i ricordi postdatati, la Merini non dimentica neanche un dettaglio dei suoi dieci anni rinchiusa in un enorme incubo che diventa presto quotidianità. Con le sue solite parole semplici e crude, i suoi sogni ad occhi aperti e le magiche metafore, riesce a trasformare il lettore in un degente che prova sulla sua pelle l’elettroshock e i farmaci e lo stesso amore per la vita che la poetessa cova come una piccola fiamma nel buio del ricovero

Biografia

Alda Merini

Alda Merini (Milano 1931-2009) poetessa e scrittrice italiana. Nasce da una famiglia di condizioni economiche modeste. È la secondogenita di tre figli. Esordisce come autrice molto giovane a soli 15 anni, grazie a Giacinto Spagnoletti che ne pubblicherà per primo la sua opera (nella “Antologia della poesia italiana 1909-1949” compaiono le sue poesie “Il gobbo” e “Luce”). Nel 1947 iniziano ad addensarsi le prime nubi nella sua mente brillante, e viene ricoverata a Villa Turro, dove le diagnosticano un disturbo bipolare. Nel 1951, grazie a Eugenio Montale, vengono date alle stampe due poesie inedite di Alda Merini in “Poetesse del Novecento” per i tipi di Scheiwiller. Nello stesso periodo frequenta per lavoro Salvatore Quasimodo, e ne nasce un’amicizia. Dopo una tormentata relazione con Giorgio Manganelli, nel 1953 sposa Ettore Carniti, dal quale avrà una figlia Emanuela. Esce poi il primo volume di versi intitolato “La presenza di Orfeo”. Due anni dopo pubblica “Nozze Romane” e “Paura di Dio”. Nel ’57 nasce la secondogenita Flavia. Dal 1964 e fino al 1979 inizia per Alda Merini un periodo difficile, dovuto all’internamento nell’Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini”. Durante alcuni ritorni in famiglia, nascono altre due figlie, Barbara e Simona che saranno affidate ad altre famiglie. Alda torna a scrivere proprio delle sue intense e sconvolgenti esperienze di internamento. I testi sono raccolti in “La Terra Santa”, pubblicato da Scheiwiller nel 1984. Nel 1981 rimasta vedova, inizia a sentirsi con il poeta Michele Pierri che aveva dimostrato di apprezzare il suo lavoro. Si sposeranno nel 1983. Alda si trasferisce a Taranto dove sarà nuovamente internata. Pubblicherà, nel contempo, venti “poesie-ritratti” de “La gazza ladra” (1985) e porterà a termine anche “L’altra verità. Diario di una diversa”, primo libro in prosa. Nel 1986 torna a Milano dove sarà seguita dalla dottoressa Marcella Rizzo; la ritrovata serenità, si riflette anche nelle sue produzioni letterarie che ne consolideranno il duo ritorno e la sua consacrazione sulla scienza letteraria. Nel 1993 riceve il premio Librex-Guggenheim “Eugenio Montale per la poesia, il premio Viareggio (1996) e quello della Presidenza del Consiglio dei ministri (1999). Seguiranno molte altre opere (“Folle, folle, folle d’amore per te”, “Folle, folle, folle d’amore per te”, “La nera novella”). Alda Merini muore a Milano il giorno 1 novembre 2009.

Premi

1993 Premio Librex-Guggenheim “Eugenio Montale” per la Poesia

1996 “Premio Viareggio” per il volume “La vita facile”

1997 “Premio Procida-Elsa Morante”

 Editore: Rizzoli, euro 0,99

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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