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SAGGIO SU CARLO SGORLON di JEAN IGOR GHIDINA

    Spazio orografico, resistenze autoctone ed irruzione della modernità
nella narrativa di Carlo Sgorlon.
DI JEAN IGOR GHIDINA
Docente di Letteratura Italiana alla Università “Blaise Pascal”–Francia

 

Sgorlon modernità e natura-1

 

Carlo Sgorlon (1930-2009) va annoverato a mio parere nella schiera dei romanzieri di vaglia della letteratura contemporanea non tanto per i premi letterari di cui è stato insignito come lo Strega nel 1985 per L’armata dei fiumi perduti, quanto per la vastità degli orizzonti e lo spessore dei temi che scaturiscono dalla sua narrativa. Del Friuli natio Sgorlon ha certo rappresentato le peculiarità, ma soprattutto gli addentellati con i dilemmi universali in una prospettiva spesso visionaria.

Alle opere degli esordi improntate al romanzo di formazione (Il trono di legno), subentrano quelle ascrivibili al filone storico (La foiba grande, Il taumaturgo e l’imperatore, Il filo di seta) e quelle vertenti sulla questione ecologica nel senso lato (L’ultima valle, L’alchimista degli strati). Va altresì ricordato che Carlo Sgorlon ha pubblicato tre romanzi in lingua friulana : Prime di sere, Il dolfìn, Ombris tal infinît (2010, postumo).

Mi sembra che sia prospettabile compiere una disamina di alcuni dei suoi romanzi nell’ambito di un approccio euristico di tipo geoletterario o geocritico. I luoghi rappresentati da Sgorlon e i personaggi che vi albergano non rispecchiano una visione pedissequa e mimetica rispetto alla realtà. Il testo letterario possiede il pregio di sovradeterminare i nessi fra una società e il suo territorio, cogliendo l’intreccio complesso e dialettico tra l’uomo e l’ambiente circostante, le funzioni simboliche di esso, consentendo di interpretare elementi palesi e significati reconditi. Insomma, la letteratura, mediante la sua capacità di trasfigurazione nel suo rapporto col mondo esterno, offre la possibilità di uno sguardo paratopico, e il miscuglio di storia e di invenzione, di manzoniana memoria, non inficia affatto l’attendibilità antropologica dei testi, sempre polisemici.

 

L’ambientazione geografica nella narrativa di Carlo Sgorlon esula da una mera cornice paesaggistica per assumere la valenza imprescindibile di una componente identitaria spesso rivendicata.

Pervasi da una sacralità immemoriale, i rilievi alpini del Friuli vengono insidiati dai seguaci della modernità tecnologica, ma anche difesi da autoctoni che assurgono a mallevadori del connubio tra natura e uomo.

La disamina verterà sulle modalità rappresentative dello spazio orografico quale molla diegetica nei romanzi L’ultima valle e Lo stambecco bianco (2006).

Alla stregua de La conchiglia di Anataj (1983), L’ultima valle (1987) narra le vicende di una costruzione immane, quella della diga, stavolta che non solo deturpa l’ambiente naturale, ma spacca e falcidia la comunità autoctona.

Sul Vajont : la cornice storica, la genesi e l’entità del progetto[1]

Quella del Vajont è una valle impervia ubicata in un lembo occidentale del Friuli Venezia-Giulia che comunica con la valle del Piave nella regione Veneto. Fino alla costruzione di una strada carreggiabile nel 1911, il “troi di sant’Antoni”, consentiva agli autoctoni di raggiungere il paese di Longarone.

L’area del Vajont è considerata particolarmente propizia per l’insediamento di una diga idroelettrica già negli anni ’30. Difatti, la morfologia alpina locale offre da una parte un’ampia conca allagabile e dall’altro una forra con un dislivello di circa 260 m.

Lo Stato e la SADE puntano su un progetto complessivo di una banca d’acqua che riguarda tutto il bacino imbrifero del Piave. Si tratta di sfruttare le risorse in acque sia per produrre energia elettrica, sia per scopi irrigui. Nel giugno 1943 viene approvato il primo progetto poi ampliato nel dopoguerra all’epoca del miracolo economico : il grande Vajont. È un progetto colossale, un traguardo ardito volto a palesare al mondo intero la perizia tecnica degli ingegneri e delle maestranze italiane.

Quindi tra il giugno 1957 e il settembre 1959 viene costruita la diga più alta del mondo di 265 metri di altezza e dalla capienza dell’invaso/serbatoio di 150 milioni di mc. A sovrarintendere i lavori è l’ingegnere Carlo Semenza, il quale vuole che la diga sia unfiore all’occhiello, un capolavoro del genere. Difatti, si tratta di uno sbarramento a doppio arco, saldamente ancorato nella roccia, provvisto di un fitta e sofisticata rete di controllo. A riprova che la diga fosse costruita a regola d’arte, è il fatto che resistette alla dislocazione della frana ovvero alla catastrofe. La diga non si è mossa e non è crollata.

Rischi geologici noti agli addetti ai lavori

Tuttavia, era risaputo prima che fosse ultimata la diga che l’area del monte Toc sovrastante il bacino artificiale celava un rischio di frana. Difatti, il geologo consulente della Sade, Leopold Müller, e il geologo Edoardo Semenza fecero sopralluoghi e perizie per accertare l’esistenza di una paleofrana, detta anche sfasciume, il cui volume presumibile era di 200 milioni di mc. Le relazioni dei due geologi che dovevano essere comunicate agli organi di controllo furono occultate dalla SADE.

Le avvisaglie e la frana catastrofica del 9 ottobre 1963

Esisteva indubbiamente un pericolo incombente suffragato dalle frane di Pontesei del 22 marzo 1959 e del Vajont del 2 marzo 1960. Si verificarono poi boati, scosse telluriche, spaccature che costuivano spie inequivocabili dello scivolamento franoso in atto. La giornalista Tina Merlin dell’”Unità” che lanciò l’allarme venne querelata poi assolta, ma ignorata dalle autorità che dimostrarono latitanza e irresponsabilità. Il 9 ottobre del 1963 si staccò dal monte Toc una frana ingente di 260 milioni di mc che provocò un’ondata di 80 milioni di mc d’acqua la quale spazzò via molti paesi tra cui Longarone . Vi furono circa 2000 morti e dispersi.

La valle prima della diga in Sgorlon

Va notato innanzitutto che la valle viene designata con una toponomastica eteroglossa, vale a dire con vocaboli appartenenti al ladino nella sua variante friulana : il paese abitato si chiama Vilaut, la gola sottostante Fares, la vetta culminante Crete Forade. Questo determina indubbiamente une effetto di straniamento sul lettore poiché intuisce che il romanzo è ambientato in un’Italia di frontiera dalle peculiarità spiccate. Le nuove tecnologie, i progressi della cartografia, i satelliti ci danno forse l’illusione di controllare tutto lo spazio geografico per cui non esiste più una terra incognita ammantata di un alone di mistero come appena un secolo fa. Eppure, Sgorlon lascia intendere che nell’epoca del miracolo economico, non molto lontano dalle città venete, esiste una valle interclusa, l’ultima superstite dell’autenticità delle Alpi che ha serbato il fascino primigenio. Sin dall’incipit, Sgorlon mostra che l’avvento della modernità non è recepito allo stesso modo da parte degli autoctoni. Il protagonista Giovanni, io narrante, sembra far le veci dello scrittore, in quanto intellettuale alter ego, essendo da una parte ligio alla sapienza atavica e alla tutela della valle e dall’altro calamitato dalle costruzioni escogitate dall’ingegno umano; mentre il personaggio di Siro, ex emigrante reduce nella valle natia, ha in uggia il progresso, rifiutando di essere succube dei forestieri, propugnatori della tecnologia. Siro intuisce i prodromi di uno scombussolamento della valle di cui ritiene di essere il custode vigile ed indefesso, una valle equiparata a una specie di roccaforte inespugnabile. Questo personaggio incarna il ribelle, memore comunque della storia della valle, l’alfiere affetto da un complesso ossidionale, assurgendo a vate di un’anacronistica repubblica alpina, ma la sua lungimiranza viene ritenuta una farneticazione da Cassandra da parte degli altri abitanti. Brandendo la fiaccola tramandata dai celti, Siro considera la valle alla stregua di un santuario intangibile e irriducibile che resistette addirittura ai romani nell’antichità.

Secondo lui tutto era da noi straordinario. Certe pietre che si trovavano nei prati delle malghe non erano massi erratici, portati dal ghiacciaio, ma pietre druidiche, e tra esse v’era certamente quella da cui, nel solstizio d’estate, guardandola da una certa distanza precisa, si capiva che cominciava il moto discendente del sole.

Poi ritornò al suo argomento preferito, la valle era stata nei secoli una sorta di fortezza imprendibile, al punto che neppure i romani avevano osato forzarne le gole.[2]

Comunque, benché in parte dissenziente rispetto all’oltranzismo di Siro, il protagonista Giovanni dà della valle uno squarcio geomorfologico senza trascurarne l’involucro mitico, come se l’orografia, la fauna e la flora celassero una componente sacra e numinosa. La cornice paesaggistica plasma quindi l’identità degli autoctoni inducendo un rapporto verticale con lo spazio e diacronico con il tempo. Difatti, i prati, i boschi, le malghe e le vette rimandano all’idea di una natura insieme fonte di vita e trascendente nei confronti dell’uomo. Si sprigiona anche da Giovanni un’autorevolezza insista nel rapporto privilegiato, estatico, quasi mistico, con i luoghi come se egli ne carpisse il significato recondito.

Peraltro, il testo è pervaso da indicazioni che rientrano in una prospettiva geoletteraria perché lo spazio non è un continuum indistinto bensì un ambiente dalle caratteristiche precise. Così, vengono evidenziati aspetti fitogeografici, idrogeografici ed orografici : il biotopo montano con i faggi e gli abeti, le malghe, la fasce altimetriche di vegetazione, la roccia. L’acqua sembra una risorsa inesauribile che sgorga dai nevai, ma è una risorsa gratuita, prodigata dalla natura che non viene sfruttata in modo inconsulto perché, come vedremo, la mentalità dei montanari sarà magari retriva e arcaica, fatto sta che rispetta l’ambiente e l’ecosistema.

Dappertutto c’erano sorgenti, ruscelli, pozze, laghetti, torrenti e pareva che ogni cosa fosse costruita sull’acqua. Le acque, tutte quante, erano sempre freschissime, perché erano neve appena sciolta, e venivano dai nevai eterni del massiccio e dal suo sterminato catino nevoso.[3]

Per quanto riguarda la geografia antropica, prevale un’economia di sussistenza volta all’autoconsumo che rasenta l’autarchia. Le risorse locali devono provvedere al fabbisogno mentre per i prodotti irreperibili che devono essere trovati all’esterno della valle è sempre in auge il baratto riconducibile ad una consuetudine secolare. Nella società locale, l’autorità del pater familias e degli anziani è ammantata di prestigio perché i mestieri sono tramandati di generazione in generazione.

L’economia è imperniata attorno all’attività silvo-pastorale che consente il sostentamento della maggior parte delle famiglie che partecipano alla transumanza, alla monticazione in malga a fine primavera. La lavorazione del legno è un altro settore cospicuo per i boscaioli e per gli intagliatori che lavorano durante l’inverno smerciando i loro manufatti in pianura. Infine, vi sono i tagliapietre, gli scalpellini, i coltinellinai che si avvalgono di una tradizione remota e possono emigrare, sia pure solo stagionalmente. Le donne svolgono numerose mansioni non solo casalinghe visto che possono trasportare fuori della valle gli oggetti di legno come le gerle. Sia detto per inciso, Sgorlon sembra alludere alle sedoneres le quali sono rappresentate nel romanzo Gli dei torneranno, nonché alle portatrici carniche mobilitate durante la prima guerra mondiale.

Si tratta quindi di un’economia arcaica che determina parchi consumi e una vita se non di stenti per lo meno soggetta a sforzi fisici notevoli perché non esiste nessuna meccanizzazione per il lavoro nei prati e nei campi e nessuna motorizzazione per gli spostamenti personali o merceologici. In una prospettiva di geografia ecologica, siamo di fronte a una società poco energivora che mutatis mutandis segue i dettami odierni del km 0. L’adeguarsi al ritmo ciclico delle stagioni e la sintonia tra la valle e gli autoctoni fanno sì che l’ambiente non subisca nessuno sconvolgimento e nessuna manomissione. Si aggiunga che il retaggio atavico di usanze viene recepito senza ripensamenti e senza desiderio dell’ignoto.

La valle e l’intrusione della diga

Le avvisaglie del mutamento della valle risiedono nel sopralluogo di forestieri che scrutano la valle in vista del progetto della diga idroelettrica. L’accenno alla strada militare, costruita durante la grande guerra, che ora verrà asfaltata non è casuale perché palesa l’impatto della macrostoria sul destino di entità locali che non hanno voce in capitolo e non possono intralciare decisioni che sono legate a poteri politici ed economici soverchianti. Questa diga s’ha da fare perché rientra in un piano di sviluppo che ha riscosso un consenso unanime presso i vertici decisionali, come si suol dire. Il progresso sembra un rullo compressore che annichilisce le microsocietà che si trovano in una situazione di sudditanza dato che non possono contrastare un trapasso epocale inesorabile.

Lo sguardo dei tecnici che perlustrano la valle lascia trapelare una visione predatrice in quanto la montagna e le acque, lungi dal secernere un valore intrinseco, sono valutate in quanto risorse da sfruttare, quindi reificate, rinvilite a mero oggetto. Il personaggio dell’ingegnere Meroj appare come l’esponente, l’alfiere imperterrito del progresso che consente a suo parere di debellare l’oscurantismo che regna nella valle. L’ingegnere proviene da una famiglia locale, ma si viene a sapere che intende sfidare la montagna con una costruzione prometeica come per esorcizzare antiche paure e recidere i vincoli con una cultura ormai aborrita. Meroj è un fideista del progresso il cui nucleo è l’antropocentrismo per cui niente può intralciare il perfezionamento delle tecniche e l’evolversi della società. Il verbo “dominare” riesce una spia eloquente del nuovo rapporto instauratosi fra l’uomo e la natura circostante, dato che la ragione strumentale considera l’ambiente in un’ottica pragmatica senza prospettare una visione globale del mondo e senza interrogarsi sugli eventuali rischi. Meroj sofferma sulle cose uno sguardo impaurito o pragmatico, nella misura in cui le acque sorgive sembrano celare chissà quale insidia che gli spetta stroncare per provare la superiorità del progresso. L’ingegnere sembra anche incapace della minima resipiscenza ad onta delle avvisaglie sempre più dirompenti della catastrofe. Per lui, il lavoro che scaturisce dall’impeto demiurgico equivale ad una sfida perpetua alla natura e ad un riscatto dalla miseria.

L’io narrante Giovanni non appare un seguace accanito di Meroj, anche perché apprezza la cultura autoctona nella sua componente mitica e eterodossa, tuttavia è come accalappiato dal discorso trionfante dell’ingegnere che promette floridezza, lavoro e benessere, l’avvento dell’eldorado in una valle arretrata che sta vivendo secondo usanze che stonano con i successi portentosi del “miracolo economico”.

In compenso, il personaggio di Isaia risulta molto più cauto e perfino riluttante di fronte al concetto cruciale di progresso. Anche perché il suo nome contiene una vocazione profetica, Isaia incarna l’anziano venerando, dotato di una sapienza che non va confusa con la frenesia imperante e con l’uso smodato di una razionalità che non sa rimettere in discussione sé stessa. Il vecchio saggio canuto è consapevole della svolta cui va incontro la valle, del mutamento antropologico che inciderà non solo sull’ambiente, ma anche sui rapporti tra la natura e i valligiani, sull’assetto sociale e sui costumi. Con piglio aforistico : “Tutto cambierà”, Isaia sintetizza a mo’ di oracolo quello che accadrà inesorabilmente. Difatti, l’avvento del progresso e la costruzione della diga che ne è il corollario appaiono appuntamenti ineludibili, improcrastinabili che dovevano capitare prima o poi quasi fatidicamente. Ormai, in modo irreversibile, la valle non può più fregiarsi dell’epiteto di “ultima”, non è più un luogo intercluso, un’enclave, facendo parte della banca d’acqua che riguarda l’intera catena alpina.

Le lusinghe del progresso e l’offerta occupazionale innescata dalla diga fanno sì che vengano abbandonati i mestieri tradizionali come la pastorizia e l’intaglio del legno. Insomma, è il tramonto o quanto meno il drastico ridimensionamento del settore primario a favore del settore secondario tra cui primeggiano le attività connesse al cantiere titanico della diga. Le nuove generazioni vogliono ora diventare muratori, trasportatori, periti tecnici nell’idraulica e nell’elettricità o geometri. La motorizzazione che alletta i giovani sedentarizzati di cui la vespa è l’emblema più diffuso va di pari passo con l’affievolirsi della relazione con i prati e con i monti sia in ambito lavorativo che per lo svago. Il rattrappimento spaziale che consegue da questa infatuazione per gli spostamenti motorizzati sembra incompatibile con il protarsi della transumanza verso le malghe di alta quota che richiede contatto con gli animali e un minimo di robustezza fisica. Le mucche e le capre non rappresentano più una ricchezza e gli uomini le svendono a stalle collocate in pianura. Sgorlon allude al fatto che le bestie verranno rinchiuse in allevamenti smisurati perché vige ormai la zootecnia, il che, sia detto per inciso, prelude in modo visionario le stalle di oltre mille capi che sono spuntate ultimamente in Germania e in Francia. Con questo sistema di allevamento si intende gigantificare e parcellizzare il lavoro per massimizzare i profitti, ad onta del malessere animale e dei numerosi scandali sanitari. Tale situazione è un’ulteriore riprova della famigerata hybris, della dismisura su cui avevano già discettato i filosofi greci. Nella valle dove sorgerà la diga viene quindi frantumata la relazione tra abitanti, montagna e animali.

In realtà, l’avvento della modernità va sconquassando le coordinate sia spaziali che temporali nelle misura in cui la valle impervia, con le sue forre e i suoi burroni, viene addomesticata con le strade asfaltate che permettono di attraversarla agevolmente senza nessun timore e senza un rito di passaggio ; inoltre, non esistendo più il riposo invernale i nuovi lavori sono avulsi dal ritmo ciclico stagionale.

Parve che la gente non volesse più camminare. Pian piano cominciò a ritenerlo una cosa superflua, senza significato, perché adesso v’era una strada larga, liscia come un bigliardo, che si poteva percorrere comodamente con le motorette e le utilitarie. I sentieri che conducevano in alto inselvatichirono. Solo i malgari taciturni e affumicati che esalavano odore di mucca e di sterco, continuarono a percorrere quei sentieri, a maggio, spingendosi davanti la lunga fila degli animali portati verso le casere.[4]

Viene anche sconvolto il rapporto fra generazioni, perché la trasmissione di mestieri e di valori tra anziani e giovani sta scemando, mentre prevalgono le figure dei professionisti del cantiere assieme all’acculturamento della modernità. L’anziano non è più ritenuto depositario di memoria e di saggezza ma una specie di relitto di un’epoca tramontata. Insomma, all’avvicendamento endogeno subentra il tropismo esogeno, alla sobrietà e alla solidarietà, l’individualismo, ai bisogni essenziali e gratuiti, la propensione per la novità, l’agiatezza e talvolta il superfluo. Il denaro sembra aprire nuove possibilità di potere d’acquisto, ma forse la felicità dell’avere è un’illusione che dimentica l’essere profondo.

Fatto sta che fra i giovani le relazioni sono assai più disinibite di prima. Spesso lo sfoggio materiale e l’esibizione del tenore di vita raggiunto vengono ritenuti valori supremi. A questo riguardo, risulta emblematico il personaggio di Antonio il quale fa tabula rasa del modello atavico in una specie di apostasia e di frenesia dissacratoria. Gli oggetti di legno intagliato, la messa con le feste religiose e l’osservanza di regole di comportamento rigide cozzano con la bramosia di libertà individuale equiparata ad alfa e omega del comportamento. Del resto, è sintomatico che Antonio ripudi il suo passato di giovane di montagna per seguire il modello dell’uomo di pianura, una pianura dove la natura controllata rivela la civiltà moderna trionfante.

Lo stravolgimento del paesaggio non è comunque immune da ripercussioni per vari personaggi fra cui spicca l’io narrante Giovanni che come abbiamo visto era rimasto abbacinato dall’impeto estroso dell’ingegnere e dalla costruzione di una diga che doveva celebrare le capacità umane. Giovanni si accorge che il miglioramento vistoso delle condizioni di vita non controbilancia il senso di tradimento e di vergogna dovuto alla svendita dei terreni all’impresa costruttrice, come se fosse reciso l’abbarbicamento con la terra ; vale a dire che il rapporto uomo-topos che costituiva un discrimine dell’identità personale e collettiva viene infranto donde l’impressione di essere estranei nella propria valle che appartiene ad altri. Insomma si delinea un’alienazione perché non esiste più l’immedesimazione fra gli autoctoni e la loro valle. Lo smarrimento del protagonista si fa più acuto quando la forra di Fares è prosciugata per il deviamento delle acque del torrente nella galleria scavata nella Crete Forade. Egli non riesce più ad immedesimarsi in un paesaggio che non è più il suo perché la fine dello scorrere delle acque sembra una profanazione della natura.

Concepii il timore che la natura profonda della valle fosse stata intaccata dalle termiti del cambiamento. E mutata era la gente, specie i giovani, così profondamente staccati dal loro passato che erano diventati degli stranieri a se stessi.[5]

La sommersione di Vilaut per via dell’innalzamento del lago artificiale appare per Giovanni un altro snaturamento del paesaggio e soprattutto un sacrilegio perché l’acqua, lungi dall’essere “pura e casta” come nel Cantico di frate Sole in sintonia con i monti, libera e scrosciante, diventa una massa stagnante e intrappolata dalla tecnologia. Il protagonista si avvia quindi verso una palinodia perché gli tocca ammettere che il suo entusiasmo iniziale di fronte alla costruzione della diga era purtroppo sbagliato.

L’ultima valle presenta peraltro spazi domestici in cui è metaforizzata la scomparsa della civiltà arcaica, per via di una manomissione ambientale che sembra sconvolgere l’equilibrio secolare tra l’uomo e la natura. La casa in cui vivono il protagonista Giovanni e sua moglie Rita, affetta da sclerosi e quindi pressoché immobile, è sin dall’inizio agli antipodi di un’ospitalità esaltante. Tuttavia, nella prima fase del romanzo gli eventi che segnano la metamorfosi della valle lasciano apparire un barlume di speranza, come se la valle alpina potesse esercitare ancora un influsso benefico quasi fosse un toccasana o una cornucopia i cui doni non fossero stati ancora esauriti.

Il motivo della finestra mostra fino a che punto il personaggio di Rita cerchi di dare ancora un senso alla propria vita, nello scrutare un paesaggio o un oggetto del cosmo che possa far scoprire un segno nuovo antesignano di una guarigione. Progressivamente la casa in cui regna l’oppressione morbosa diventa un sepolcro, mentre si va annichilendo la valle ormai sovrastata dall’ombra titanica della diga. La finestra non significa più l’apertura sull’illusione di un cosmo riparatore, oppure la contemplazione di un astro capace di disacerbare l’abbandono al dolore, ma focalizza lo sguardo su un particolare traumatico. La diga è l’emblema della modernità che ha messo a soqquadro la valle e nel contempo il riflesso iperbolico della progressione della malattia.

La sua ombra, quando la luna sorgeva dai monti di Fares, conteneva qualcosa di cupo e di innaturale. (…) Vide che ormai faceva parte del paesaggio, della valle, e che di essa non ci saremmo liberati mai più. Vide tutto ciò che ognuno vedeva di essa, ma in maniera più penetrante, più opprimente, più ossessiva, perché a lei la varietà del mondo era negata, e tutto si concentrava nel vano di una finestra.[6]

Smaltiti gli entusiasmi iniziali, la diga rappresenta proprio, l’intrusione mostruosa della tecnologia ed anche la fine della simbiosi tra un paesaggio conosciuto dall’infanzia e la casa. In altre parole, il microcosmo della casa era inserito nel macrocosmo dell’universo, di quell’universo naturale che stabiliva una specie di contratto con gli uomini. Vediamo apparire il motivo della finestra in un momento parossistico della diegesi, cioè poco prima del cataclisma provocato dalla frana di una parte della Crete Forade nel lago artificiale. Non è casuale che tale evento accada mentre il protagonista si trova in camera nel momento in cui, a poca distanza, Lucina, venerata da Domenico durante la festa di San Lorenzo, pervasa da reminiscenze celtiche, con il lancio delle cidulis, decide di accogliere il suo spasimante. Questo dono di sé in extremis raffigura l’omaggio a tutta una civiltà depositaria di miti arcaici che verrà spazzata via dall’ondata travolgente. Giovanni partecipa da casa sua alle relazioni estreme tra gli abitanti della propria comunità. Giovanni vede in Domenico un alter ego che compie un rito tanto più mitico in quanto sarà l’ultimo della sua vita. Tale festa assume i contorni di un epicedio di una cultura avita prima della catastrofe incombente.

Il disastro e i suoi strascichi

Giovanni sarà travolto da una massa deforme espressa tramite una descrizione enfatica. Dopo il trauma fisico e psicologico dovuto all’ondata che lo ha spazzato via e dal quale esce fortunosamente quasi incolume, mentre tantissimi conterranei hanno perso la vita, Giovanni è come scaraventato di fronte a uno spettacolo di desolazione poiché il paese è in parte raso al suolo e la valle ha subito una devastazione colossale. Con la frana gigantesca piombata dalla Crete Forade, visibile quale uno sfregio, il bacino artificiale è in parte occupato da una mole informe composta di rocce e di alberi divelti, mentre incredibilmente la diga è intatta. L’io narrante si accorge che nella valle niente sarà più come prima donde il sentimento di perdita insanabile, di deturpamento e di defraudamento tanto più cocente in quanto la catastrofe è stata provocata dall’uomo ovvero come indica il sottotitolo ossimorico del saggio strepitoso di Tina Merlin : Come si costruisce una catastrofe.[7] Giovanni però non perde totalmente fiducia nella vita che continua, considerando altresì il bene che può scaturire dal male in quanta la visione panottica della frana e della diga, ormai relitto inutile, sta a testimoniare una relazione di causa ad effetto tra il manufatto umano e il disastro ambientale che possa servire da monito e da lezione per le generazioni future.

La catastrofe ha reso tutta la valle inospitale, votando ad una sorte comune le montagne e le case. La riesumazione del vecchio paese di Cassiano sommerso all’epoca dell’invaso del lago ribadisce l’idea di un sovvertimento squallido in tutti gli spazi atti ad accogliere l’uomo. I punti di riferimento trascendentali dello spazio e del tempo sono irriconoscibili, come se fossero risucchiati verso un caos primordiale in cui gli elementi costitutivi dell’universo sono avviluppati e indifferenziati. L’essere umano sembra dover affermare un’identità attraverso una composizione armoniosa della natura, capace di sprigionare una bellezza imponente. Visivamente, olfattivamente e tattilmente tutta la valle desta ormai il ribrezzo, perché impelagata in un magma di non-essere. Se la quiddità può concepirsi come un nesso tra un’essenza incompiuta e un’esistenza proiettata verso un percorso cognitivo, il paesaggio osservato dal protagonista si colloca in una bolgia invalicabile.

Tutti andammo a vedere Cassiano, attraversati da un brivido perché ci parve lo stesso e tuttavia era diverso, scivoloso, verdeggiato da alghe scure, imputridito da afrori di palude, deformato e aduggiato da elementi di difficile definizione. (…) Quando il fango fu essicato, scendemmo a rivedere le case, con il cuore che galleggiava negli strati dell’ansia, entrammo nelle case umide e vuote, nei corridoi e nei ripostigli dove erano cresciute le alghe, tastammo i muri scalcinati e spugnosi, che un’unghia bastava a scrostare. (…) Il prato non era più prato, il villaggio non era più villaggio, ma l’uno e l’altro erano forme promiscue, con mutamenti intimi di natura. Non era né lago, né fiume, né palude, ma una cosa indefinita e stravolta, cui la diga tagliava la strada con la sua mole gigantesca, che non apparteneva né al passato né all’avvenire.[8]

Comunque, l’attentato contro le condotte forzate ormai inutili, pur appartenendo a una forma di terrorismo ecologico, non viene giudicato dal narratore, come se questo atto di violenza contro una parte del lavoro fosse simbolicamente una riparazione per la tragedia patita dalla popolazione e per l’offesa alla natura. Il deflusso delle acque nell’alveo naturale del torrente Chiarsò ripristina una parvenza di autenticità della valle anche se rimarranno la sagoma assurda della diga e il lungo squarcio, anzi lo sfregio indelebile sulla Crete Forade.

Giovanni si atteggerà a depositario della coscienza della valle travolta da una catastrofe che ha lasciato irrompere il mito locale del montafìn, il diluvio inflitto agli uomini per castigarne la boria tracotante.

Lo stambecco bianco (2006)

Il catino dolomitico di Val Montanaia nelle Prealpi carniche

Il romanzo sgorloniano mette in scena sin dall’incipit in medias res Mansùr, quindicenne libanese nel momento in cui arriva clandestinamente al confine con l’Italia dopo un lungo viaggio. La narrazione non offre spiegazioni immediate a questo peregrinare, ma il lettore viene edotto gradatamente mediante l’anamnesi e il monologo interiore che consentono di cogliere la forma mentis del protagonista. L’incontro con Gregorio, un autoctono d’età matura, e la scoperta dell’ambiente montano friulano consentono a Mansùr di dipanare la propria vicenda personale inserendola in una dimensione interpersonale e universale. Mansùr riesce a sublimare i traumi subiti via via che passa dall’adolescenza all’età adulta in quanto Gregorio gli trasmette un’educazione e un acculturamento esogeno e in quanto partecipa alla vita politica e sociale. Nell’epilogo il giovane ha superato la condizione di esule, nonostante una certa nostalgia per il Libano, perché la strenua lotta a fianco dei difensori di un ecosistema insidiato dall’ingordigia degli speculatori gli ha dato una nuova ragione di vivere. Tale lotta ha plasmato la sua nuova identità, per cui l’infanzia devastata dalla violenza non rappresenta più un tropismo psicologico alienante. Il contatto con la natura e con la montagna contribuisce quindi a modificare l’assiologia del personaggio, ovvero i valori supremi in cui crede.

Il capitolo XII si staglia come un momento perno della storia poiché è contrassegnato dalla figura eponima dello stambecco bianco, titolo del romanzo e titolo anche del capitolo finale. Gregorio e Mansùr hanno trascorso una notte in un rifugio come se dovessero prendere quota non solo per abbracciare con lo sguardo la topografia della valle dove dovrebbe essere costruita la superstrada alla quale si oppongono visceralmente, ma pure per trovarsi in uno stato di comunione quasi mistica con la nature alpestre. Si tratta quindi di un rituale pervaso dalla sacralità. La montagna appartiene a una dimensione di res nullius, scevra di antropocentrismo, perché induce la meraviglia e l’umiltà dinanzi a una magnificenza che eccede sia la finitezza umana sia le derive della cupidigia e della tecnoscienza.

La verticalità della montagna reca con sé impercettibilmente una proiezione cosmogonica che lascia intravedere un anelito metafisico, toccasana più che sotterfugio di fronte ai quesiti circa l’enigma della violenza e della sofferenza umana. Del resto, nell’indomani dell’incontro notturno con lo stambecco bianco, la parete su cui deve arrampicarsi Mansùr rientra in una fase probatoria e iniziatica di superamento di sé, grazie allo sforzo fisico, e di sublimazione di un disagio esistenziale.

Stambecco in Val di Suola, dolomiti carniche

A contatto con la cornice affascinante della montagna e della pregnanza tellurica racchiusa in essa, Mansùr diventa consapevole di un’ospitalità che eccede i puntelli trascendentali cui era assuefatto. Al sostrato libanese si aggiunge ormai il supertrato friulano evidenziato dall’uso del vocabolo eteroglosso di grave. L’accenno alle acque del fiume i cui ciottoli luccicano nel proprio candore travalica l’ancoramento referenziale per rivestire una polisemia dalla risonanza simbolica. Per un verso, l’acqua e la grave evocano lo scorrere del tempo, l’addentellato fra lo spazio atavico e lo spazio presente, la temporalità ciclica, il bisogno di nuove radici ; per un altro verso, per via del colore bianco e della trasparenza, anticipano la comparsa dello stambecco bianco e perfino l’epilogo del romanzo in cui ritroviamo la descrizione panoramica del paesaggio che appaga il protagonista.

Il personaggio di Fosca interviene per incarnare lo spirito ribelle e indomito dei montanari carnici[9] che il narratore associa a una reminiscenza celtica nella scia del sostantivo grave. In quanto donna, Fosca assurge a modello alternativo al dilagare della meccanizzazione e della motorizzazione che compiono uno scempio della natura.

Lei voleva restare nel suo bosco fino alla fine, padrona di sé, come un falco nel suo nido. Del resto era ancora piena di energia. Era capace di camminare per ore, diritta come un fuso, in cerca di funghi o di legna.[10]

Accantonando l’eventualità di un atto violento, come se possedesse un’investitura tacita da parte della montagna, di Gregorio e di Fosca, Mansùr è immerso in una meditazione risolutiva. L’incontro onirico con la madre e con la sorella non riacutizza le stimmate dell’esilio, anzi. Si verifica difatti come una proiezione ucronica, perché il biancore e la leggerezza dei personaggi che si librano al di fuori dei limiti spazio-temporali sono il preludio propiziatorio all’incontro con lo stambecco bianco.

La scalata della parete rocciosa che pone fine alla gita alpestre e il nuovo affiatamento che lega ormai Mansùr al padre adottivo tendono a conferire all’episodio dello stambecco bianco il simbolo di una libertà incoercibile di fronte alle scorie del passato. Mansùr, in uno frangente del racconto, ripudia in certo qual modo il fascino nei confronti della violenza che potrebbe compiere per dare la stura a un raptus, nell’ambito di una spirale mimetica, perché rinconcilia due poli potenzialmente antinomici, cioè da un lato il risucchiamento atavico incarnato dal padre Walid e dall’altro l’accettazione del padre adottivo Gregorio. L’ospitalità ricevuta in Italia, dal momento in cui Mansùr realizza quest’ascensione iniziatica nella montagna friulana, sublima gli aneliti contradditori che lo assillano, dimodoché la violenza verrà disinnescata.

Dopo aver contribuito alla vittoria degli oppositori alla costruzione della superstrada, Mansùr non indulge a nessun trionfalismo nel considerare gli eventi nei quali è stato coinvolto in Italia dopo l’esilio dal Libano. Egli riesce a far tesoro di una saggezza che lo induce a contestualizzare la percezione della guerra che risulta un epifenomeno endemico e multiforme che racchiude in sé un’eziologia universale. Infatti, a spingere l’uomo verso un dominio scriteriato dei suoi simili e della terra che gli consente di vivere, sono la superbia e la cupidigia.

Percepiva il bosco di abeti e di larici, le rocce, il sottobosco di pini mughi, come se facessero parte del suo ricordo di sempre. Mansùr ora capiva veramente perché quei luoghi rifiutassero un’altra superstrada, o viadotto, che scavalcassero boschi e burroni, o ponti altissimi di cemento, e la necessità di non sottrarre altro spazio alla natura, per darli all’insaziabilità degli uomini e alla loro smania di comodità.[11]

Troppi cercavano potere e denaro, perché appartenevano a una cultura sbagliata, dominata dall’ingordigia di avere sempre più, senza alcun limite. Mansùr lesse gli articoli e gli parve di capire che in fondo v’era qualcosa di simile al meccanismo che alimentava in eterno la guerra del Libano. Lui era fuggito ma qui, dove nessuno l’avrebbe creduto possibile, tendeva a riformarsi, in forme coperte e sotterranee, un’altra guerra, sia pure molto diversa.[12]

L’epilogo è rivelatore del ruolo salvifico che è attribuito allo stambecco bianco, animale magnifico e inafferrabile e insieme immagine fantasiosa e mitica, vademecum e talismano di Mansùr il quale va scoprendo una specie di noumeno dietro la realtà fenomenica, un’essenza perenne svincolata dalle norme sociali.

La situazione finale del romanzo ci mostra un capovolgimento speculare della situazione iniziale in quanto il giovane libanese non è più l’adolescente istruito dall’adulto, bensì a sua volta l’adulto che trasmette il suo sapere al bambino che gli sta accanto. Mansùr pare qui depositario di una sapienza che favorisce la quiete e addirittura l’atarassia. È la bellezza inscalfibile che si offre all’essere al mondo come se il personaggio fosse confrontato allo spettacolo di un mistero incommensurabile che colma lo sguardo e lo spirito.

Lorenzo gli strinse la mano. Mansùr guardò dalla parte opposta, verso la pianura. Gli giunse il riverbero delle acque lontanissime del fiume e delle grave bianche, che brillavano sotto il sole.[13]

In sostanza, Lo stambecco bianco è un romanzo che raffigura un incontro interculturale e intergenerazionale che sembra smentire la teoria dello scontro di civiltà. Agli strascichi della violenza e dell’esilio, subentra l’integrazione di un adolescente libanese in Italia, suo paese di accoglienza, che si traduce tuttavia con un’emancipazione rispetto ai condizionamenti subiti e rispetto al paradigma della modernità. Il personaggio di Mansùr disacerba il trauma subito in Libano con la morte dei familiari, non idolatrando il successo ad ogni costo, ma diventando il propugnatore di una lotta civile e il cultore di un rapporto rispettoso con la natura, ovvero con le montagne e con i fiumi del Friuli.

Sgorlon può considerarsi assai affine al concetto di ecologia integrale propugnata da Papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’. Per salvaguardare il pianeta diventa impellente porre dei limiti alla pervasività della tecnologia che non solo stravolge gli ecosistemi, ma rischia di trasformare l’uomo stesso in un cyborg, come vorrebbero i seguaci del cosiddetto transumanesimo.

 

[1] Si veda o si legga il favoloso e struggente monologo teatrale di Marco Paolini-Gabriele Vacis, Il racconto del Vajont, Milano, Garzanti, 2013

[2] Carlo Sgorlon, L’ultima valle, Milano, Mondadori, pp. 10-11

[3] Ibid., p. 62

[4] Ibid., p. 145

[5] Ibid., p. 241

[6] Ibid., p. 193

[7] Tina Merlin, Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont, Sommacampagna, Cierre Edizioni, 1997

[8] Op. Cit., pp. 314-315

[9] Cf. L’ultima valle et L’armata dei fiumi perduti, segnatamente, in cui Carlo Sgorlon ha rappresentato personaggi magnanimi e indomiti capaci di resistere ai condizionamenti e all’oppressione.

[10] Carlo Sgorlon, Lo stambecco bianco, Roma, Gremese, 2006, p. 150

[11] Ibid., p. 152

[12] Ibid., p. 201

[13] Ibid., p. 220

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

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