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Giudizio breve di Ennio Rao – North Caroline University-USA

 

In queste tre poesie è evidente lo sviluppo avanguardistico, non sterile, ma traboccante di vera poesia che pone Aliberti ancora in primo piano nell’ambito della poesia mondiale.

La matrice alibertiana è inconfondibile. La vicenda di Turi Coddulognu è sconvolgente, mentre l’aggiornamento all’VIII capitolo dei Promessi sposi di Manzoni è una condanna di questi giorni e una verifica della mancanza di progresso per l’umanità.  Il poeta Aliberti ora è volatile e ruota intorno al globo per meglio scrutare le piaghe profonde e irredemibili dell’umanità che si avvia, a causa della maniacale brama di potere e di mammona, a distruggere il nostro pianeta.

Prof. Ennio Rao  –  North Caroline University-USA

 

 

 

IO SONO QUI TRA GLI ALBERI ORDINATI

 Io sono qui tra gli alberi ordinati

In fila geometrica, alti sperduti

nell’ampia chioma che con l’ombrello aspetta

con le braccia imploranti verso il cielo

velinato di nebbia, mai vista

nell’Isola del Sole, allagata di luce e di calore

presagio dell’azzurro in ascesa

dalle spalle dei Peloritani smaltati

dalle acque marine delle divine isole

acciambellate nelle braccia soffici

del Dio ventoso che scorazza

dal promontorio tindareo e si raccolgono

nel seno della spiaggia d’oro a Marchesana,

dove tu aspettavi dietro il muro trasparente

o a petto nudo, sfidavi

la violenza rapace di una lama

che radeva la coppola in testa ai contadini

a stento trattenuta dalle tremanti mani

per salvare i sibilanti timpani e le piantine verdi

ancora fragili, protetti dalla schiena

dell’ultimo eroe curvo sui solchi umidi

e i bimbi belanti dietro il muro

con labbra sanguinanti su pentole,

stracci sporchi e galline zigzaganti

come ubriachi sbattuti fuori nel buio

dalla bettola, e tastavano la notte

 con nere mani senza luce elettrica

per illuminare il selciato scivoloso

e poter rincasare senza traumi.

 

Era il Vento delle Mulinella

che nel Vico s’avvitava a mulinello

murando al focolare i vecchi infreddoliti

immobilizzati dall’artrosi espansa in tutti i muscoli,

con gli occhi inchiodati alla lingueggiante fiamma.

E il vento, ripresa la rincorsa, si tuffava abbagliato

nel letto argentato del torrente,

nel silente borbottio del Brenta,

Incartato invisibile dietro il muro verde.

 

 

Qui non si vedono agnelli solitari

che svezzati brucano l’erba sul pendio

all’Aiamoto e poi lieti zampettano,

belando per destare

la famiglia del padrone sonnolente

che corre alla finestra per gioire

alla vista del fiocco di cotone

che oscilla tra i dirupi,

guizzando allegramente.

 

I corvi, gli avvoltoi e il porcospino,

le lepri, i conigli e gli sparvieri,

inseguiti dal sovrano Federico

per il ristoro degli ospiti sovrani,

sono scomparsi da Margi e da Timogna.

Più Federico e i suoi pari

non vengono alla Torre,

ora rifugio di sciacalli e iene

e l’ultima Aquila Regina

si è accasata più in alto, al Pizzo Salvatesta:

 ogni mattina si specchia nel torrente

come Narciso, e s’inorgoglisce della sua bellezza

riflessa nell’argentea d’acqua del torrente

e porge una docile carezza delle sue lattee ali

ai sospiri e agli sguardi degli innamorati.

 

Ora vedo le magiche acque del Timeo,

un lampo di luce che scompare

nei pori della pietra e lo sguardo stupito

cerca un’altra luce nel cuore del Patrì,

dove ora gorgheggiano canti antichi

e una dolce preghiera si mescola con l’acqua

nella voce di una vergine Santa che vibra

 con soavità nell’acqua sempre bianca.

 

Brilla di Rosso nel delirio il mantello

del Generale che dalla valle della luna

ordì l’inganno ai Borboni di Milazzo

con l’aggressione alle spalle

e poi la via di Roma fu un trionfo.

 

Il Sud sembrò liberato dalla gogna

dei Borboni. Ora, invece, galleggia

come un guscio vuoto, dove arrivano

emigranti disperati con l’eco degli ordigni

con gli occhi di morte e con la mente

infiammata dagli orrori o dalla morte torturati.

Intanto, le migliori intelligenze made in Italy

vengono spappolate dalle autobombe

o sgozzati con la preghiera in gola,

spegnendo brutalmente il sogno

di aurei cervelli in fuga, verso dove?

 

 

ADDIO AI MONTI

Addio, monti sorgenti dall’acque

ed elevati al cielo cime inuguali note a chi è cresciuto tra voi

e impresse nella sua mente  

non meno che l’aspetto dei suoi familiari,

 torrente del quale si distingue lo scroscio

come il suono delle voci domestiche

ville sparse e biancheggianti sul pendio

come branchi di pecore pascenti

Addio

Quanto è tristo il passo di chi

cresciuto tra voi se ne allontana!

Alla fantasia

di quello stesso che ne parte volontariamente

tratto dalla speranza

 di trovare altrove cieli azzurri ricoperti

di stelle cadenti.

Ma presto si disabbelliscono i sogni

di incontrare uomini liberi e sinceri

non prepotenti con pensieri malvagi

ed egli si meraviglia che l’altrove sognato

è assoggettato alla paura dei Don Rodrigo,

protetti da un padrino Innominato

capo feroce e assassino,

dove alzare gli occhi al cielo

era l’inversione del metafisico splendore

che Pescarenico viveva in fondo al cuore

e illuminava come una lucciola accesa nel taschino

le laceranti oscillazioni interiori

per imboccare la sconosciuta via del ritorno.

Dalle foglie morte trascinate dal vento sul selciato

e ammucchiate in uno spazio senza tempo,

perché lì non esistevano spazzini (dopo la morte in Australia

presso i parenti che gli pagarono il biglietto

per non farlo morire al paese solo

senza fiori, senza pianto e senza niente,

perché il Comune gli dava solo un panino,

e l’acqua beveva al Canalotto

quando i poveri non esistevano nemmeno

nell’anagrafe dei cittadini”). Lui, fischiettando con la carriola,

 una scopa fatta con rami pungitopo

e una pala ruggiata trovata nel pattume,

e intonando a santaliciota,  

faceva sentire il suo passaggio

e i paesani accorrevano sull’uscio

con il secchio pieno della spazzatura

che Peppe riversava nella carriola sgangherata

e poi scaricava in una discarica abusiva

alla periferia del paese,

priva di alberi e di mura.

Era contento della sua vita grama, ma libera,

Peppi Zuavu, figlio di nessuno,

amato da tutti. E lui scherzava

con pungenti battute e diffondeva un’allegra fede nella vita

e si faceva il segno della croce

quando qualcuno bestemmiava o inveiva

contro chi ammorbava l’aria

con blasfemi e volgari mormorii

“Eh!, porcu, finiscila e vattindi

luntanu, allura pigghiu a pala

e ti spaccu a testa.

“La sua partenza, senza più ritorno,

richiamò gli abitanti del villaggio”

nel luogo convenuto con le borse

piene di regali” e qualcuno più abbiente

portava sulle spalle

bertole, piene di formaggi, provole,

pane caldo, salame e il rituale

capretto che lui rifiutò, per darlo ai poveri

che nel paese morivano di fame

e sopravvivevano con erbe selvatiche bollite

e se ne andavano

per sempre oltre le nuvole  

volando come angeli spettrali.

Fu una festa di pianto e di gioia

per i paesani che avevano imparato

a volergli bene come uno di famiglia,

per questo anche le lacrime erano di gioia,

perché tutti sapevano

che la partenza di Peppi sarebbe stata

la libertà dai soprusi, dagli insulti,

da violenze feroci e bastonate

che il califfo di Pescarenico infliggeva,

se al mattino, non avesse trovato

la latrina e il palazzo smaltati

l’avrebbe massacrato

senza fiato per le torture subite.

Nell’angolo emergeva la schiena  

curvata di Alfio di Fantina, che a piedi nudi

e un cappotto sforacchiato sulle spalle

aveva sfidato

le acque rumorose del suo fiume

con i rampini, inciampando nei gorghi singhiozzanti,

ma il forte vento d’ Occidente

lo uncinò e trascinò nel volo,

girovagando nel limpido azzurro,

fino alla spiaggia del lungomare di Milazzo,

allora arabescato di viole e ciclamini

che incantarono l’ignoto marinaio

che dalle isole con ambiguo sguardo

avanzava sulle onde inquiete

per sostenere in ombra le speranze accese

nel petto dei primi rivoltosi  

in fremente attesa di soccorso

per liberare Colapesce dal macigno

sostenuto sulle spalle

per salvare l’isola ferita,

suscitando sorpresa e smarrimento.

Alfio accattone di Fantina allungò la mano cava per aiuto,

ma nessuno ebbe pietà per lui.

E lui inebriato dal profumo e abbagliato dai colori

non avvertì il fumo inquinante delle ciminiere,

ma afferrò un ciuffo di quei fiori

e li odorò intensamente col sorriso.

Il vento dalle Isole invertì la rotta

e lo accolse nell’ ampia ala della mano.

Alfio dal vento fortissimo eccitato, trasecolò.

E il vento avvertì il turbamento

e lo depose dolcemente sul gradino

della Chiesa, dove i mulinelli si torcevano ancora  

dentro il vicolo, dove Alfio scivolava

al suolo dietro la porta Santa, a lui ben nota

per la carità ricevuta dai fedeli

che la domenica andavano a pregare

e lui gioioso li seguiva in ginocchio fino ai piedi dell’altare,

come soleva fare un tempo.

Allora si chinò a baciare i gradini,

dove depose con delicatezza

i fiori che stringeva tra le dita

ai piedi di Cristo sanguinante dal corpo sulla croce

All’uscita, Alfio salutò con un singulto

e andò ad accucciarsi oltre lo spigolo,

coprendosi il capo con lo straccio

del mantello sforacchiato e, affranto,  

crollò nelle braccia di Morfeo.

Nel sogno gli apparve la fata Morgana

inghirlandata di luce colorata

allo sguardo dei pescatori di Messina

che ogni sera la vedevano volare

sulle magiche acque tra Scilla e Cariddi

e tornare a galleggiare sotto la luna

dopo aver sfiorato i piedi della Madonnina

che s’innalzava alta fino alla luna

incoronata da una chioma di stelle effervescenti

che vibravano emozionate e luccicanti.

Alfio sognava e sorrideva al cielo.

Fu destato all’improvviso dai feroci calci

dei vigili in servizio per espellere

gli accattoni dalla città che sporcavano

con la loro presenza lo sguardo dei turisti.

Le percosse subite dal peone  

coperto di foglie secche con le spine

per proteggersi dal freddo,

pestato a sangue dai vigili felici

per la gloriosa bravata contro i poveri

cristhi in agonia. Ma ancora il vento,

con vestiti dorati come un dio,

udì il pianto del figlio torturato

e subito spalmò le ampie ali dentro il cielo

e lo strappò alla barbarie degli sceriffi,

servi mansueti dei califfi

spietati verso i poveri affamati,

e lo depose sulle acque inquiete del suo fiume.

Lo trovarono sepolto negli stracci

di tutta la sua vita ai piedi della quercia

delle sue notti solitarie e insonni.

Era piangente

gli occhi stralunati verso il cielo,

invocando:” Mamma, Mamma”, Mamma,

mentre esalava l’ultimo lamento, l’ultima preghiera, il suo respiro.

Aveva una rosa rossa sul suo cuore

il cuore della mamma dentro il suo

A tutti i miseri e affamati,

vittime di soprusi e violentati dalla storia infame,

pensava con angoscia la povera Lucia,

che li sentiva come fratelli destino di creatura pura,

come i paesani allucinati dal tozzo di pane,

perseguitata dall’arroganza dei califfi

e come tutti, da secoli assuefatti

al lacerante silenzio ai piedi dei tiranni.

Il signorotto aveva già infilzato l’ingenuo cuore di Lucia

e l’ira del suo Renzo era scattata

a proteggere la sua promessa sposa.

Ma nel’ inedita quiete del paese ignoto

dove le case sono aggiunte a case

le strade che sboccano nelle strade,

pare che gli levano il respiro

e davanti agli edifici decorati

ammirati dagli stranieri

pensa con desiderio inquieto

al campicello del suo paese

alla casuccia dove ha sognato

di godere la festa dell’amore

ferito con il suo adorato Renzo

perseguitati insieme dai killer del padrino.

Chi

distaccato dalle proprie e care abitudini

e disturbato nelle più care speranze

lascia quei monti

per avviarsi in cerca di sconosciuti

che non ha mai desiderato conoscere

lascia quei monti

per la sacrale fame culturale  

di cui il Nord era orgoglioso

perché più alfabetizzato,

mentre al Sud i Borboni avevano strozzato

la parola nella gola

e la gola sarebbe stata tagliata

se fosse divenuta gola profonda rovesciata

per cui sarebbe stato impossibile fissare

l’agognata e indolore ora del ritorno

di chi fu costretto ad emigrare.

Addio, casa natìa  

dove sedendo con il gomitolo occulto ‘nto faddali

s’imparò a distinguere dal rumore dei passi comuni

il rumore di un passo aspettato con misterioso timore.

Addio, casa ancora straniera

casa sogguardata tante volte alla sfuggita

nella quale la mente si figurava

un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa.

Addio, Chiesa

dove l’animo tornò tante volte sereno

cantando le lodi del Signore

dov’era promesso e preparato un rito

dove il sospirato segreto del cuore

doveva essere solamente benedetto

e l’amore venir comandato e farsi Santo.

Addio!

Chi deve a voi tante giocondità è per tutto

non turba mai la gioia dei suoi figli

se non per preparare loro

una più certa e più grande.

Cara e dolce Lucia,

che conforti ancora

con il dolore i cuori infranti

con il pianto racchiuso nella gola

e con le palpebre serrate sulle lacrime,

ma con il battito del cuore pungente nei ricordi

e placato da un’infinita fede,

tu che, come il poeta abbandona a malincuore la sua terra

che ne accolse il primo respiro

e fu il teatro di tutti noi,

venuto al mondo tra tanta miseria,

(carmina non dant panem, sed suplicium) tu che ci hai salvato dal precipizio

indicandoci la via dell’Amore,

innalzaci dalla palude della terra

che ci avvelena con la barbarie annidata nelle vene,

rapiscici, tu sacra compagna della nostra vita

da vivere così, trascinaci nella tua icona,

dove il serpente è scacciato sull’asfalto

dal tuo piede implacabile. I poeti sono deboli di cuore,

e hanno il muscolo cardiaco cariato

dai quotidiani assalti dei mostri invisibili del Male

che ci percuote con le sue incurabili ferite

egoismo, egocentrismo, arroganza,

il pendolarismo inquietante dei sultani

incollati in Parlamento alla poltrona

per recitare con faccia contrita

la farsa delle ignobili bugie.

Hanno compiuto il tradimento di Giuda

dietro le rosse tende del potere

e Giuda li aspetta ancora per incassare il prezzo della fine.

Tu sei l’umile e modesta creatura

che Manzoni seguì nei labirinti insidiosi

delle ansie, delle paure, dei sogni per amore,

dei disperati tormenti per la Fede,

una storia interiore che Manzoni fece sua

e la cantò al mondo per le generazioni future

come modello eroico di libertà totale.

I figli migliori, i figli più vicini al Padre,  

i figli carichi di idee

che hanno scelto la via del sapere,

con il libro in tasca e il foglio dorato

accartocciato nelle mani sono costretti a volare lontano,

rifiutati dall’ amata terra,

verso città che accolgono con gioia

gli esiliati con il fervore di scoprire,

miracolosi farmaciultima speranza di chi lotta contro il male

per poter ancora sorridere a chi ama. I “bravi”, schiavi degli ordini dell’Innominato,

sanno invece ben orchestrare

pubblici saccheggi  

a volto scoperto, sicuri di non essere puniti.

Il vecchietto che ruba un panino al supermercato

per sfamare gli orfani nipoti,

viene condannato e buttata la chiave.

Le sanguisughe dell’erario pubblico,

accusati anche con prove evidenti,

riescono innocenti, e vengono premiati

con incarichi più alti di potere.

La tua fede eroica, Lucia, ti ha premiata,

stendendo attorno a te cosmi di gioia

Ma ci sarà un Dio che pulirà il mondo

dalla vischiosa zavorra

degli orditori di inganni e tradimenti.

Anche i poeti, come pure tu e le intelligenze

più luminose della nostra terra,

trovano mille barriere, e con le spalle al muro,

tra lacrime e coraggio, devono librarsi

oltre le Alpi o varcare le squame dell’Oceano,  

tra le nebbie spinose, da dove non è possibile tornare

perché le acque azzurre sono infestate

dalle Orche marine, o devono accontentarsi di pochi baucher

per un avvilente posto nei call center,

o accettare in nero un lavoro-sparviero di commessa,

soggetta alle bestiali voglie del padrone.

Tu, Lucia, non ricchezze, né ornamenti regali, né onori bugiardi,

non corone, né gioielli preziosi, non comode e lussuose dimore,

hanno sfiorato la tua purezza,

né lusinghe allettanti hanno incrinato

la tua rocciosa fede.

Tu sei l’incarnazione letteraria di Maria,

i poeti sono i “gavinales” della storia,

ma della Storia dei sentimenti sono vibrante memoria.

L’uomo, diceva il nostro esule di Modica,

cerca dovunque la sorte di una patria,

ma la patria dei poeti parla nel sangue,

è la terra dove fioriscono parole d’amore

e risuonano altre parole d’amore.

Perciò, pur con la topografia della patria nel cuore,

“Mai più nessuno ci porterà nel Sud,

dove i corvi continuano a roteare

attorno al contadino solo in agonia

sulla nuda zolla, dove le iene

vigilano con gli occhi arrossati

se i poeti ritornano

sull’isola-mondo, come gli aironi, per rivedere

la Valle della luna

e rutilare nel vento argenteo,

risplendente di luce metafisicache folgora gli alberi sui monti  

e falcia i ciechi della mente.

TURIDDU  CODDULONGU

 

E COME CANCELLARE CON UN COLPO DI SPUGNA

TURI CODDULONGU, SBANDATO DI GUERRA,

CON IL BOATO DELLE ARMI DENTRO IL CUORE,

GLI OCCHI ACCECATI DALLE BOMBE,

LA MENTE INCAPACE DI CAPIRE

CHE ERA UN CIMITERO DI STRAGI E DI DOLORE

IL MONDO INTORNO A CUI RUOTAVA

APPESO NEL VUOTO AD UN AEREO NEMICO

CON LA CORDA D’ACCIAIO ATTORNO AL COLLO.

TURI TRA URLA INFUOCATE DI TORMENTO,

TURBINAVA CON GIRANDOLE DEL CORPO

IN SINTONIA CON IL BOATO DEI MOTORI

SFERZATI DA TURBINE RAPINOSE.

QUANDO I CITTADINI ALLIBITI LO VIDERO

PENZOLARE, COME UN TROFEO DI GUERRA

E OSCILLARE VELOCE, COME IL FUSO DELLA NONNA,

ATTORNO AL TRISTE CAMPANILE DELLA PIEVE,

TEMETTERO PER “IL FU UOMO” IN AGONIA

PER IL SANGUE CHE GLI FIOTTAVA DALLE LABBRA

PER IL FIATO INCEPPATO NELLA GOLA

E IL CORPO NUDO DI STRACCI LACERATI

RAPINATI INVISIBILI DAL VENTO.

L’AEREO DI GUERRA DEI TEDESCHI

CON VOLO AVVOLTOLATO SI ERA SCHIANTATO

CON L’ALA NEI PINNACOLI DEL CAMPANILE.

CESSARONO TRA LE LAMIERE GLI SGHIGNAZZI

DELLA SOLDATAGLIA UBRIACA CHE SCONFITTA

VAGAVA SENZA META IN MEZZO AL CIELO,

CON DELIRANTI GRUGNITI DI VITTORIA

QUANDO LE SQUADRE AEREE ALLEATE

CHE CON ABILE STRATEGIA DI VOLO

LI AVEVANO SOSPINTI FUORI ROTTA.

IN PAESE LA DISPERAZIONE SI TRAMUTO’

IN URLA D’ALLEGRIA, MENTRE L’AEREO NEMICO

VENIVA SPAPPOLATO IN SCHEDDE VOLANTI DI LAMIERE.

E IL SAGRATO SEMBRAVA DECORATO

DA MOLTEPLICI VASCHETTE DI CARNE

IN CUI IL SANGUE TINGEVA DI ROSSO ANCHE L’ALBA.

 

NESSUNO SI ACCORSE CHE TURIDDU

ERA SCOMPARSO DALLA VISTA DEGLI ASTANTI

CHE ERANO ACCORSI CON L’ANSIA DI SALVARLO.

 LO TROVARONO ACCUCCIATO SOTTO IL MARMO

DEL BATTESIMALE, CON LE MANI ATTORCIGLIATE

ALLA COLONNA CHE SOSTENEVA IL LAVABO

CON L’ACQUA BENEDETTA PER I NEONATI

CHE URLAVANO SOTTO LA DOCCIA FREDDA E BENEDETTA.

E, DOPO IL PIANTO SCONSOLATO,

APRIVANO GLI OCCHI E LE LABBRA ILLUMINATE

DALLA TRASPARENZA DEL SOLE VARIOPINTO

CHE SAETTAVA DAI RONDONI ARCOBALENO

E LI GUIDAVA OLTRE L’ULTIMA SPERANZA.

 

 

COME SPARI’ TURIDDU NON SI SEPPE.

MOLTO TEMPO TRASCORSE E LUI,NEL DOPO GUERRA

CHE ANCORA APPENDEVA STRISCIE NERE

SERRATE SULLE PORTE DI DOLORE

DA UN POPOLO CHE AVEVA SACRO IL LUTTO,

RIAPPARVE COME UN FANTASMA UNA MATTINA

SILENZIOSO SENZA MOTIVO TRASPARENTE,

RICOPERTO DI LUNGA BARBA BIANCA,

CHE ARGENTEA RISPLENDEVA FINO AGLI OCCHI

CHE APPENA BARBAGLIAVANO DI VITA.

 

ERA COPERTO DI CENCI TURIDDU BILLICCU

E DOVE PASSAVA SEMINAVA SORRISI

A TUTTI ABBACINATI DAL SUO RIAFFIORARE

DAL REGNO DEI DEFUNTI. GLI OFFRIRONO

FICHI SECCHI E PANE, PER PLACARE

UNA SETE DI FAME, SENZA TEMPO.

TURIDDU CODDULONGU, CREATURA DI DIO,

PREDILETTA COME GLI ULTIMI DEL MONDO,

AVEVA UN CUORE MOLTO GENEROSO

E SAREBBE MORTO PER I SUOI SALVATORI.

DIVENTATO AMICO DI TUTTI NEL PAESE,

FU ANCHE AMATO PER LA SUA UMILTA’.

ERA DISPOSTO AD OGNI SACRIFICIO

PER L’ AFFETTUOSA ACCOGLIENZA RICEVUTA.

L’ACQUA NON C’ERA NELLE CASE

SQUARCIATE DAI BOMBARDAMENTI,

I BIMBI PIANGEVANO A DIROTTO, SOLI IN CASA

LA MADRE USCITA PER LE URGENZE QUOTIDIANE,

PER ANDARE IN BOTTEGA A CHIEDERE “A CRIDENZA”

‘MMINUZZAGGHI”, U SEMULINU, U RISU E U PANI

U PITROLIU PER LU LUMI E A CANIGGHIA

PA CRAPA, I CUNIGGHI E I JADDINI

UN PIZZICU DI SALI E DI SANSA

CHI CUSTAVA POCU PA ‘SALATA

DI PATATI E PUMADORU.

 

TURIDDU, 60 ANNI,

RIDOTTO AD UNO SCHELETRO DI VITA,

VOLLE ESSERE LUI IL SERVITORE DOCILE

DI TUTTE LE FAMIGLIE BISOGNOSE

DI LAVORI PESANTI E DI SERVIZI.

COSI’ SI ATTREZZO’ DEI MEZZI NECESARI

PER PORTARE BROCCHE D’ACQUA IN CASA

RIEMPITA AD UN’ANTICA FONTANELLA

SACRA PER LA CURA DI CERTE MALATTIE.

 

TURIDDU S’IMPEGNAVA TUTTO IL GIORNO

CORRENDO PER FONTANE E PER BOTTEGHE,

TUTTI LO INVITAVANO A PRANZO IN CASA.

LUI TIMIDO RIFIUTAVA E CHIEDEVA

SOLO UN’ UGNA E PANI DUE NOCI E UN POMODORO

 CHE ANDAVA A MANGIARE ALLA FONTANA.

 CORREVA SEMPRE DOVE C’ERA PERICOLO

PER LA COMUNITA’

E RIUSCIVA A SPARGERE SERENITA’

NEI CUORI O NELLE FAMIGLIE AFFRANTE

DAL PERICOLO INCOMBENTE. ORMAI ERA DIVENTATO

LA MASCOTTE, IL TOTEM, I L SANTO DEL PAESE,

CHE SI PRODIGAVA FINO ALLO SFINIMENTO

PER POTER GRATIFICARE CHI LO AVEVA ACCOLTO

COME UN SIMBOLO DI POVERTA’, MORTE E AMORE.

PERCIO’, ESCOGITO’ DI OFFRIRE UN SALUTARE GODIMENTO

OFFRENDOSI PER UNO SPETTACOLO RISCHIOSO, ESILARANTE.

NEL CASTAGNETO DU QUADARUNI SI PROCURO’

RAMI RIVESTITI DI FOGLIE, CHIESE AL PRETE,

AL SALONE, AL CIABATTINO, AL BOTTEGAIO,

AL MACELLAIO, DI ANNUNCIARE A TUTTO IL PAESE

 LO STRAORDINARIO SPETTACOLO CHE TURIDDU

VOLEVA OFFRIRE AL SUO POPOLO ADORATO.

DI NASCOSTO, SI AGGHINDO’ IL CAPO CON CONORE

DI FOGLIE DI CASTAGNO, COME PURE IL CORPO E LA GAMBE,

FINO A COPRIRSI I BABUZZI CON FOGLIAME,

PROTESO COME UNGHIE. SI COLLOCO’ COME

UNA STATUA AL MURO DELLA CHIESA

CON LUI BOMBARDATA. ANNI PRIMA..

QUANDO TUTTI ERANO PRESENTI E ANSIOSI,

TURIDDU GRIDO’: “FORZA AVANTI,

IMPUGNATE I TRINCETTI, I COLTELLI DI OGNI MISURA,

ANCHE LE SPADE, SE VOLETE, ANCHE LE ACCETTE

E LANCIATELI CON PRECISIONE SUL MIO CORPO”

“E’ UN BEL GIOCO, VI DIVERTIRETE

PERCHE’ IO SCHIVERO’ I VOSTRI DARDI”.

IL PUBBLICO TRABOCCANTE SUL SAGRATO

RIMASE CONGELATO. IL SILENZIO BLOCCO’ TUTTE LE GOLE,

PARALIZZO’ LE MANI, MA TURIDDU LI STIMOLO’

A CONTINUARE CON CALOROSE FRASI,

ASSICURANDO CHE NULLA DI GRAVE SAREBBE SUCCESSO,

PERCHE’ LUI AVREBBE ANNIENTATO OGNI SAETTA

E SAREBBE USCITO INDENNE DALL’AGONE.

RASSICURATI GLI ARCIERI SCAGLIARONO I LORO DARDI,

TRA LE RISATE SEMPRE PIU’ AMARE DI TURIDDU,

CHE, SQUARCIATO DI FERITE SOTTO LE FOGLIE

DEL SUO VESTITO, CADDE COME UN PERO, DISTESO

SULLO SCALINO DEL SAGRATO, RINGRAZIANDO LA FOLLA

CON IL LIEVE MOVIMENTO DELLA MANO,

E BISBIGLIANDO: “FRATELLI, CARI FRATELLI

VI SONO GRATO PER AVERMI FATTO VIVERE

E MORIRE CON IL MIO DIO. SIATE SERENI,

CHE IL PADRE DI TUTTI NON VI ABBANDONA”.

LA GENTE, SCONVOLTA, PREGO’ PER TURIDDU,

E, GRAVATA DA PENSIERI DOLOROSI

SI DISSOLSE NEI GORGHI DEI CONSUETI VICOLI

VERSO CASA, TROVATA PER ISTINTO,

GLI OCCHI ACCECATI DALLE LACRIME. UN DRONE

ILLUMINO’ IL PIANETA E UNA TORCIA UMANA

IN UN ATTIMO SI SCIOLSE IN UN PUNTO ANONIMO DEL CIELO

DOVE UNA STELLA LAMPEGGIO’ BRUCIATA.

Carmelo Aliberti

 

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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