Lascia un commento

Giorgio Bàrberi Squarotti e la sua “Scena del Mondo”

cn59aperturabarberi--U101015373098462FB-252x215-khKE-U11002202015531V-1024x576@LaStampa.it

Nel 2018 non sarà con noi il nostro caro Presidente GIORGIO BARBERI SQUAROTTI, che si è trasferito in cielo, chiamato da Dio, per premiarlo con la felicità eterna accanto a Lui, che in tutti i suoi versi lo ricercò nella bellezza del mondo, da lui ritenuta espressione visibile del Dio, che oggi più che mai l’uomo, con l’arroganza del potere, gli allettamenti della società postconsumistica e con l’inseguimento del successo, della sessolatria, cerca quotidianamente da cancellarlo dalla storia dell’Universo. Il messaggio di amore per le cose create, in cui il Maestro coglieva il palpito armonico del respiro divino, che l’uomo, votato ad altri effimeri miti, rinnega l’Essere per agghindarsi di Avere effimero e abbagliante. Noi sentiamo molto la sua assenza, dopo averlo avuto per 10 anni nostro Presidente. Ma in noi, nella nostra macerazione continua per un mondo senza Dio, continuiamo a sentirti dentro di noi e ad ascoltare i tuoi consigli e il tuo Magistrale insegnamento di Cultura e di Vita. Personalmente, mi hai donato circa 50 anni di vita, in cui mi hai sempre stimolato a continuare con le tue puntuali e le moltissime lettere e incontri Che mi guideranno sempre le tue orme, presalvarmi dall’inferno che divampa attorno e dentro di noi. Rileggerò ogni giorno tue poesia e rifletterò come su una preghiera. Noi della famiglia di TERZO MILLENNIO, vogliamo mantenere accesa la fiaccola della luce divina, con la speranza di riportare nella casa del padre, la pecorella smarrita. Riportiamo sulle pagine della” Tua Rivista” la lezione della salvezza e del Bene, che hai inciso nei tuoi migliaia di versi, ma continueremo ad essere i tuoi discepoli anche per testimoniare la tua grandezza di docente e di critico letterario profondo e originale. Crazie di cuore, sublime maestro di correttezza esistenziale e di acutissimo lettore degli autori della nostra letteratura.

CARMELO ALIBERTI 

 

Giorgio Bàrberi Squarotti

e la sua “Scena del Mondo”

 

LO SCALATORE

Io, lo scalatore: sì le Alpi, i Vosges,

i Pirenei, i Gredos, la montagna

alta di ben cento metri nell’ingresso

di Amsterdam, tutti ho raggiunto per primo,

mentre il gruppo giù in massa gemeva

nel secondo girone ancora, li vedo,

e io nel culmine, ci fosse là

la neve pura o il più lucido specchio

della luce eterna. Sapete, amici,

del Bar dello Sport (ce n’è uno in tutti

i paesi, anche quelli solitari delle Langhe:

io sono nato in pianura,

nella più umile Italia, ove mai

vidi altri sopra di me e del mio cuore

che campanili, pioppi, i riflessi esili

di stagni ignoti, e nell’altare somma

visione, se sopra non ci sono nuvole

né nebbia, in cielo, il triangolo bruno

degli uccelli emigranti come nuvola

felici verso il vero. Poi mi chiedete, faticato

per migliaia e migliaia i Kilometri

nell’arsura, nel gelo, con la febbre addosso

o la disperazione dell’uomo

che mi ha tradito o del fratello morto

annegato tra le cannucce e il brago?

Importa che vi dico che era l’enfasi

del successo, la gioia del silenzio

e della solitudine, il denaro

con cui ricostruisce la cascina

della famiglia che tutto ha distrutto

l’ultimo terremoto, mentre io ero

in Germania per una gara (persa).

E se avessi voluto, come di due Signori

Francesi che riuscirono per primi,

toccare il cielo e insieme con gli dei

con le dee discinte ambrosia e nettare

libare nella quiete dell’anima

ma ogni fatica anche di un ciclista

e voi sapete quanto mi sia duro,

anche se è un gioco, come sono

la saltatrice in alto o il nuotatore

pretende la mercede gusta.

Sembra

la stoltezza, ma sulla cima ove

non c’è nessun altro, avrei potuto

chiederti il senso della forte curva

e discesa del mio cuore lentissimo

che appena di un battito si affretta

quando vedo la ragazza che piange

per il suo cane travolto da un’auto

o lo vide calpestato o i bambini

che non riuscirono man mano

e salire sull’orlo della barca

che guida l’angelo erto, indifferente

o altro che non sia l’incomprensibile

Tua rotta.  

                    Monforte d’Alba, 16 luglio, 2014

 

Giorgio Bàrberi Squarotti, docente di letteratura italiana all’Università Torino che ha al suo attivo preziosi studi sulla produzione di moltissimi autori e correnti letterarie, è anche un poeta originale di elevatissimo vai artistico. Nella circostanza della recente pubblicazione della sua ultima raccolta di versi, intitolata La Scena del Mondo, ha gentilmente risposto £ alcune nostre domande:

D.-In questa sua recente visione de La Scena del Mondo, a quale teorema di estetica si è maggiormente ispirato: alla poesia intesa come immagine speculare delle tempeste interiori dell’artista, a quella fondata sulla ripr obiettiva di una immagine del mondo in costante divenire o alla tecnica delia poesia – racconto, tanto cara al suo conterraneo Pavese?

  1. Sì, non amo la poesia del cuore, quella che ha come oggetto l’anima del poeta, le sue pene, le sue passioni, gli amori e i dolori, come se essa fosse il centro dell’universo e portasse il privilegio di offrire la verità della vita e della storia. Per questo, ho sempre considerato deleterio il messaggio romantico della sublimità delle passioni che valgono per la loro autenticità e intensità e giustificano così il fatto di essere oggetto di rappresentazione letteraria. E tengo a debita distanza (critica) poeti come Saba che predilige la rima cuore-amore e dichiara di aver sentito e sofferto in nome di tutti gli uomini, in quanto poeta, come Ungaretti, come Pasolini. Credo che qu più è possibile il poeta debba uscire da sé, oggettivando radicalmente idee, : pensieri, esperienze e – soprattutto – sentimenti, concretandoli in personag» gi, in vicende esemplari, in situazioni significative, incaricate di portare essi; i messaggi che l’autore intende affidare al suo discorso in versi. Provo i certa repulsione per le viscere messe a nudo davanti al pubblico, l’esibizione di sé. È per lo più cattivo gusto morale che poetico. Per questo preferisco costruire un racconto, con l’intenzione di servirmi di spunti particolari “reali” (non realistici, quindi senza preoccupazione per la ver miglianza e per il rispecchiamento e altri concetti del genere) per costruzione allegorica, che valga a rilevare e rivelare, per quanto mi possibile fare nei miei limiti, qualche verità. La Bibbia, per questo, e Dan rappresentano, in questa prospettiva, per me, le supreme lezioni poeti ma molto mi avvincono anche poeti barocchi, come Shakespeare, Gongora, Quevedo ed anche i tanto più piccoli marinisti del nostro seicento che, infatti, mi diletto da qualche anno, di pubblicare con la coUaborazic di amici, colleghi, allievi (come Pietro Casaburi Urries, l’Errico, il Solomb l’Orsini e tanti altri ancora). Quanto a Pavese credo che le sue poesi racconto, che hanno come struttura fondamentale quella del monol interiore, siano molto lontane anche come struttura rispetto ai miei tentati di racconti adlegorici in versi. Direi che la mia convergenza con Pavese quasi soltanto geografica: ma le Langhe di Santo Stefano Belbo, di Cravzana delle colline del Belbo sono diverse dalla mia Monforte, aperta sulla valle del Tanaro. E poi c’è nella mia allegoria in versi tanto mare, che Pa non amava. I suoi sono racconti-confessioni, di terra e di morte, mentre i miei vorrebbero essere soprattutto di cielo e di acque.
  2. – La frequente presenza di contesti e figure apparentemente evanescenti, contrapposta all’occhio del poeta che vanamente tenta di appropria’ segna il limite di ogni umana conoscenza. In tale ottica, quale significato il lettore dovrebbe attribuire alla pigmentazione ironica che sottilmente tra­spare dal fluire dei versi e l’urgenza metafisica, o meglio tra la storia e un sotterraneo pulsare religioso, percepito dal poeta?
  3. – Ho già in parte risposto prima. Credo che l’intenzione del discorso sia di portare il fisico a significare il metafisico; ma aggiungerei, come compo­nente essenziale, l’ironia (e anche questo è un elemento distintivo rispetto a Pavese, che è totalmente estraneo a tale figura retorica). Di qui l’uso in falsetto delle citazioni, per lo più frequenti, perché credo che oggi non si possono scrivere versi senza dimostrare la consapevolezza dell’infinita tradizione che ci sta alle spalle, con la quale dobbiamo fare ad ogni parola o immagine, i conti. Ogni testo è anche una presa di posizione critica e di poetica. E poi considero insopportabile la seriosità che spesso viene scambia­ta per serietà, che è tutt’altra faccenda. Il poeta, oggi, deve essere ben consapevole che quello che inventa è a carico del passato poetico che gli incombe dietro: e deve, di conseguenza, esprimere opportunamente il senso dei propri limiti. Oggi troppi credono di essere poeti sommi e non sono che modesti versificatori. Che almeno ci sia chi, insieme con il messaggio da porgere, offra anche l’ironica consapevolezza di non essere né Dante né Montale. Quanto al messaggio, forse è quello di una storia e di una vita come luoghi della violenza, della malvagità, dell’oppressione, delle menzogne di fronte a cui non possono restare che un’infinito amore della vita e, malgrado di tutto, della bellezza del mondo e dei corpi, della grazia straordinaria che è vivere con tutti i dolori, le malattie, le guerre, gli assassini, gli oppressori, i carnefici da cui siamo circondati. Sul piano religioso, tutto questo significa che ringraziato Dio del dono della vita, che è suo, mentre le opere della storiaj inespiabih, sono esclusivamente nostre, frutto delle nostre scelte fra il bene eilmale, tocca a Dio l’infinita compensazione, in qualche modo, degli infiniti errori e delle infinite sofferenze.
  4. – Come ritiene possa conciliarsi il diafano fluire delle cose verso il regno delle ombre e del nulla e il tentativo del poeta, impegnato a ricostruire una credibile ed emblematica “Scena del Mondo”, ad imitazione della facoltà creativa, posseduta solo da Dio?
  5. – Anche a questa domanda ho, prima, risposto, almeno in modo parziale. Aggiungo che il mio “nulla” è piuttosto consapevolezza del “vano”, quando si guardi al risultato delle azioni compiute nella storia. Valeva la morte di tante decine di milioni di morti, la sequenza di guerre e rivoluzioni novecentesche, per ritrovarci oggi esattamente o quasi al punto di avvio, ma con tante sofferenze e tanti massacri in più sulla coscienza?

Nessun dolore inferto anche all’esistenza quotidiana nelle occasioni banali valeil prezzo di un risultato. Il fine non giustifica mai i mezzi. Il fine buono che porta a dolore e danno, in realtà, non era buono per nulla. E si riconosce dai fatti che appunto ha portati. Il mio è in fondo, un ottimismo di fondo, a differenza dei sommi poeti citati. Ma bisogna pur dire che il male è male e il bene è bene, e il nulla è la somma dei fini vani che si perseguono, delle menzogne che si proclamemo per indurre alla prevaricazione e all’op­pressione.

  1. -Nonostante Lei enuclei dal contesto storico-realistico le ferite dell’uomo e gli orrori della storia, spira nei suoi versi un soffio di speranza. Come spiega ciò?
  2. – Non tutte le speranze sono vuote: tali sono quelle delle magnifiche sorti, che hanno condotto soltanto a dolore e morte di innocenti. Diceva Camus che nel mondo ci sono carnefici e vittime, e non si deve mai essere in mezzo ai carnefici (non necessariamente sanguinolenti: possono essere; anche i giudici che interrogano per ore e ore un imputato). La speranza • dentro l’attività poetica è quella di indurre alla riflessione, che sia al tempo stesso gioia della vita come appare e come continuamente sfugge di mano per ; cui nessun istante potrà mai ripetersi, e in questo sono la bellezza e lai tragicità che le sono intrinseche o connaturate, e la fiducia di aver portato sia pure di un nonnulla, avanti il mondo, aggiungendovi qualcosa che prima non c’era e dopo esiste, e bisogna difendere.

La continua creazione del mondo, oltre che nel perpetuarsi della vita, consiste anche nella formazione dell’arte, nell’estrinsecazione della capacità di inventare che ha l’uomo.

Di conseguenza, l’arte non riproduce il caos, ma la speranza di mettere nel mondo qualcosa di nuovo e di degno, che renda non inutile la vita. C’è un infinito piacere nello scrivere. L’arte non può influenzare nulla direttamente, ma può fare sì che il mondo sia un poco più decoroso e degno di essere contemplato.

D.-Di fronte al dilagare della tragedia esitenziale sfociata nella morte di ogni illusione dell’uomo nella storia, Lei attribuisce una connotazione particolare alla concezione del rapporto del Creatore supremo con l’uomo, singolarmente visibile nella poesia “Dio”, dove campeggia la visione di un Essere soprannaturale che non può “pareggiare i conti” con l’uomo, condannato a vivere in una condizione perennemente disperata e, perciò, destinateli a dissolversi nel fluire del tempo. Vuole gentilmente illuminarci in tal senso?

  1. – No, assolutamente, non mi pongo affatto in una posizione scettica nei confronti di Dio. Anzi, è il cardine dell’esistenza anche dolorosa com’è. Senza di lui non avrebbe davvero senso né vivere né scrivere: senza il rinvio al suo “dovere” di infinita compensazione delle sofferenze. La morte è sempre anche, paolinamente, fede nella resurrezione del Cristo. Ho composto, anni fa, una poesia che s’intitola II Padre, in cui figuro con l’ironia che ( necessaria per poter parlare di Dio di fronte ai negatori, quelli illuministici e razionalistici, e quelli che invece credono di credere e predicano Dio, consapevoli dell’imperfezione del mondo che, tuttavia, ha pure in sé quale valore che merita di durare. Dice il “mio” Dio che per questo bene non ha distrutto il mondo, per correggerlo.

E in espiazione dell’errore è giunto fino a dare il proprio Figlio rendersi interamente solidale con le sofferenze degli uomini, anzi dell’intero creato. Quanto alla morte, in essa è il tragico del mondo. Bisogna, sia possibile, recitare la propria tragedia con dignità. Al contrario di quello ( accade nelle tragedie laiche, in quelle cristiane la scena non finisce con la morte del protagonista, ma ha uno svolgimento interiore dopo la morte.

  1. – Nella nostra società così visibilmente imbarbarita, quale funzione positiva può ancora svolgere, secondo Lei, la poesia?
  2. – Se non credessi nella continuità della poesia, avrei già smesso di scriverne da tempo. In realtà, il male della storia non riesce mai a far tacere l’arte. Potrà essere arte povera, misera, piena di falle e di errori, ma pure dura chi la coltiva, tenacemente, anche se non ci sono possibilità di carriera, di guadagno, di successo (che oggi significano semplicemente l’approdo ai mezzi di comunicazione di massa). È sufficiente attendere con saggezza e ironia: i signori del momento, a qualsiasi categoria appartengono, non resistono piii di qualche istante del tempo. Ho visto, nella mia vita, vincitori e padroni di ogni genere, in tutti i campi; e oggi non resiste neppure più il loro nome, persone che credevano di aver dato il marchio della loro potenza alla storia o all’arte. E invece, vedo tuttora vivi nei tempi, poeti e pittori, narratori, critici, musicisti, architetti, scultori, che erano, ai loro tempi ignorati o, comunque del tutto sottordine rispetto ai signori. E allora, come non credere che chi pretende d’essere “eroe” passa, mentre l’inno del poeta resta. E qui l’ironia si fa un poco più disperata: perché il passaggio dei vincitori è sempre accompagnato da sangue e violenza, e la resistenza dell’inno, al confronto, è così poca cosa, sì, ma fondamentale.

 

 

Costanza, l’attrice

L’ha data proprio a tutti (ed anche a tutte)
per quindici anni almeno, per gli States
e per l’Europa con le statue ancora
e con le chiese infrante, lei, la sola
trionfalmente nuda negli alberghi
miserandi o dorati, fra i cespugli
delle periferie macilente, in riva
di anonimi torrenti, in mezzo ai giunchi
da cui, mentre scopava, d’improvviso
si levava sereno il flauto (oh, ora invento
per addolcire la vicenda sempre
identica, monotona, i lamenti
compiaciuti, l’agitarsi dei ginocchi,
il volto sfatto dal piacere rapito),
e più lontano il canto di un pastore;
ma anche nel gabinetto di ministro
e (molto più spesso) in quello merdoso
di aride stazioni di provincia.

Abbiate un po’ pietà, o vecchi candidi
che state tutto il giorno a commentare
la vita d’altri nel bar tranquillo
che hanno aperto diecimila anni fa
sopra le mura d’Ilio. È morta ch’era
ancora tanto giovane, chi dice
di un cancro, chi di cento pillole
per più sicuri sogni nel mattino
o almeno per il sonno della pace
dell’anima. Sul comodino dicono
che avesse la gattina di péluche
dell’infanzia e un libro, intonso, quello
di uno scrittore non ricordo più
di quale parte del Cielo. Al funerale
non andò nessuno. Solo una rosa
mandò un regista, giunse un telegramma,
ma era incomprensibile, in una lingua
ignota e per di più tutto macchiato,
come se fosse venuto da un enorme
futuro. Tutto questo ha un senso? A me
non tocca mai rispondere, per mia
fortuna. Io scrivo, cioè ricordo,
non altro, ma (alla cameriera timida
chiese un bicchiere di barbera e il conto,
e non si alza, continua a contemplare
il Belbo esiguo, le colline ormai
quasi abbrunate). È una sera antica,
di quei tempi finiti, che nessuno…
(una colomba scura si posò
sul tavolino, incominciò a beccare
le briciole di vita, a lungo; infine
volò verso occidente, dove c’era
l’eco rossa di nuvole serene)

 

L’attrice Costanza nel primo dopoguerra («con le statue ancora / e con le chiese infrante») conduceva una vita immorale negli Stati Uniti e in tutta l’Europa, concedendo il proprio corpo a tutti, uomini e donne, senza alcuna remora, senza distinzione di censo, stato sociale, professione del partner o preferenza per il luogo dell’incontro: elegante, sudicio, al chiuso di uno studio, all’aperto «fra i cespugli / delle periferie macilente, in riva / di anonimi torrenti», insomma, ovunque capitasse. Proprio mentre Costanza si concedeva su una di queste rive, ecco il tocco dell’artista che unisce lo squallido con il poetico (teocriteo, virgiliano) «per addolcire la vicenda»: tra i giunchi si levava il dolce suono di un flauto e più lontano il canto di un pastore (Titiro, Melibeo, Tirsi). Il lettore per un istante dimentica tutto il sudiciume di quella povera vita e si cala nell’atmosfera mitica dei pastori siciliani. Con parole severe ma sobrie il poeta sferza i «vecchi candidi» che criticano impietosamente la vita altrui sulle alte mura di Troia (ecco di nuovo Omero) o in un bar di oggi. Costanza è morta ancora molto giovane. Di cancro? Di un centinaio di pillole per sognare fino al mattino o per «il sonno della pace / dell’anima»? Nessuna pietà nei pettegolezzi e nelle varie ipotesi sulla morte della giovane che teneva ancora sul comodino la gattina di péluche della sua infanzia e un libro mai letto. Forse c’era ancora qualcosa di pulito, d’innocente nell’animo di Costanza, nonostante la sua vita sudicia. La pietà del poeta, invece, con pochi tratti icastici evoca il funerale deserto: solo una rosa inviata da un regista e un telegramma incomprensibile, per di più macchiato, per una giovane che tutti avevano sfruttata a proprio piacimento come un oggetto di piacere che si usa e poi si getta. Questa è la donna per molti: la donna reificata. «Tutto questo ha un senso» si chiede il poeta? Ma il poeta non deve rispondere, per sua fortuna. Il suo compito è scrivere, ricordare, non altro. Improvviso un ricordo riaffiora: chiese un bicchiere di barbera e il conto, ma rimase a contemplare il Belbo e le colline al tramonto, paesaggio molto amato. Ma quando fu? Quale nesso con la triste vicenda di Costanza? È una sera antica / di quei tempi finiti, che nessuno….». Subito dopo quest’osservazione lasciata interrotta, ecco che riaffiora un altro frammento del ricordo: «… una colomba scura si posò / sul tavolino, incominciò a beccare / le briciole di vita, a lungo; infine / volò verso occidente, dove c’era / l’eco rossa di nuvole serene». L’intreccio della poesia, tramata con i fili dei ricordi, è molto originale poiché quasi tutto è avvenuto nel passato, sia la vita e la morte di Costanza, sia la lunga sosta del poeta in un bar presso il fiume Belbo nell’ora del tramonto. Nel presente solo il dubbio se lo sfruttamento di Costanza in vita e l’abbandono dopo la morte abbia un senso. Tuttavia, il ricordo intimo e personale (la contemplazione del Belbo e delle amate Langhe ormai brunite dal tramonto, la colomba scura che becca «le briciole di vita», quasi simbolo del tempo che scorre inesorabile verso il declino, e la serenità delle nuvole nel rosso occidente, verso cui la colomba vola) è racchiuso tra parentesi come se il poeta volesse separare i due diversi tempi e ricordi, oppure volesse comporre una scatola cinese in cui un ricordo è racchiuso in un altro ricordo, invertendo però l’ordine dell’esterno con l’interno, della cornice con l’immagine che vi è racchiusa. Il ritmo pacato dell’endecasillabo e l’uso frequente dell’enjambement rendono la composizione fluente come le calme acque del Belbo, nonostante l’amarezza suscitata dal triste destino dell’attrice Costanza. Le felici immagini paesaggistiche, soprattutto «l’eco rossa di nuvole serene», sembra tuttavia che si contrappongano alla tristezza che permea la rievocazione delle vicende

 

La pastora

Una pastora giovane: nel prato
scosceso, al centro, con la verga in pugno,
e tutti, in giro, gli animali. – Pecore,
capre, giovenche candide e pezzate?

– No: porci e scrofe, ed è ella succinta
per non lordarsi in tanto brago e puzza,
ed è pure costretta a intervenire
spesso fra strilli e grugniti a dividere,
a sospingere via i più riottosi,
a costringerli infine a incolonnarsi
verso la conca d’acqua fonda, buia,
per poi entrare mondi nello stabbio.

– Era la povertà a farle fare
quell’infame lavoro? Carestia
nel suo paese dell’Oriente o guerre
con i guerrieri che, negli armistizi,
con lacci, funi e gabbie vanno in; scuole
o per boschi alla caccia di ragazze
vergini per portarle nei teatri
a farle danzare nude davanti
ai turisti e, poi, quando sono esauste,
frustarle ancora per domarle e in templi
e bar infine consumarle, e questa
fosse qui la meno aspra di speranza?

– E se l’unica fosse che volesse
tentare ancora la trasformazione
opposta a quella che la dea o l’angelo
che fu di luce fece, e prima o poi
le bestie immonde uscissero dall’acqua
lentamente assumendo volti,
voci pur rauche e errate, mani tese?

Stava seduta sulla panca, dopo
aver chiuso la porta, stanca. Aveva
accanto pane, un pezzo di formaggio,
un bicchiere di vino. Contemplava
il tramonto scarlatto di framezzo
gli elci, le querce fruttifere, i pini.
Domani si sveglierà presto, e l’alba
pazientemente interrogherà mentre
si verserà la grande tazza colma
di latte
.

Il titolo evoca un mondo quasi di mito o di fiaba per il termine antico; inoltre fa pensare ad un gregge di pecore o ad una mandria di giovenche come nella poesia teocritea-virgiliana o arcadica. La fanciulla della poesia, invece, pascola i porci e riporta alla mente, ma solo per gli animali che cura, la celebre fiaba di Hans Christian Andersen Il guardiano di porci. Non vi è nulla di fiabesco, nulla di romantico nella vita della giovane pastora, ma solo il lezzo dei porci e delle scrofe, i loro grugniti e le lotte furibonde da dirimere con la verga, infine la pozza d’acqua fonda in cui farli passare e il fetido brago dello stabbio. La sua veste, se così si può denominare, è «succinta» per non divenire ancora più sudicia tra quegli animali immondi.Il quadro creato in questa lirica da Giorgio Bárberi Squarotti è perfetto per la descrizione icastica e la struttura delle frasi: non un’immagine bucolica, bensì una condizione di vita più che misera («infame» scrive il poeta), tanto che egli stesso si chiede perché mai la giovane vi si adatti. L’ha forse scelta oppure vi è stata costretta? Il poeta non descrive mai una scena o una situazione esasperata fine a se stessa, ma la scena piuttosto è occasione di riflessioni morali (non moralistiche) sulla realtà storico-sociale degradata in cui molti sono costretti a vivere, specialmente le donne, reificate e mercificate. Infatti, la povertà è additata come ipotetica ragione di tale scelta, quasi un rifugio dalla fame, o piuttosto dalle violenze fisiche e morali cui le fanciulle sono sottoposte dai guerrieri d’Oriente finché sono vergini, costrette a danzare nude nei teatri davanti ai turisti a suon di frustate; poi, quando sono esauste, domate nei templi con le frustate e infine violentate. Meglio, allora essere una guardiana di porci maleodoranti. E se invece la giovane credesse ai miti e alle leggende, quindi alle metamorfosi degli animali almeno in uomini, se non in principi come il celebre ranocchio dei fratelli Grimm? Del resto Lucifero, Angelo della Luce, non subì forse una terribile metamorfosi per il suo peccato di superbia, come narra la Bibbia? E la maga Circe non trasformava forse gli uomini in animali, specialmente in porci, come narra Omero? Forse la pastora faceva quella vita infame nella speranza di una metamorfosi opposta a quella operata da Circe, attendendo con indomita speranza una voce e due mani tese.Resta nel lettore il dubbio sulla scelta della giovane guardiana di porci che, terminato il faticoso lavoro quotidiano, «Contemplava / il tramonto scarlatto di framezzo / gli elci, le querce fruttifere, i pini». Il rosso tramonto è «auspicio / di più sereno dì», come scrive il Manzoni, oppure è solo uno squarcio paesaggistico? La pastora il giorno dopo si sveglierà presto «e l’alba / pazientemente interrogherà», mentre beve la grossa tazza di latte. L’impressione che se ne trae è che la giovane si nutra di speranza in un mutamento della sua misera vita. Il tramonto è rosso e l’alba di per sé offre un senso di rinascita, di rinnovamento

 

 

Informazioni su Carmelo Aliberti

Carmelo Aliberti è nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina), dove risiede, dopo la breve parentesi del soggiorno a Trieste, e insegna Lettere nel Liceo delle Scienze Sociali di Castroreale. È cultore di letteratura italiana presso l’Università di Messina, nominato benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica. Vincitore di numerosi premi, ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Una spirale d’amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C’è una terra (1972); Teorema di poesia (1974);Tre antologie critiche di poesia contemporanea( 1974-1976). POETI A GRADARA(I..II), I POETI DEL PICENUM. Il limbo la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981, poemetto); Poesie d’amore (1984); Marchesana cara (1985); Aiamotomea (versione inglese del prof. Ennio Rao, Università North Carolina, U.S.A., 1986); Nei luoghi del tempo (1987); Elena suavis filia (1988); Caro dolce poeta (1991); Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992); Le tue soavi sillabe (1999); Il pianto del poeta (con versione inglese di Ennio Rao, 2002). ITACA-ITAKA, tradotta in nove lingue. LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA vol.I,p.753, Pellegrini ,Cosenza 2008; L'ALTRA LETTERATURA SICILIANA CONTEMPORANEA( Ed.Scolasiche -Superiori e Univesità-) Inoltre, di critica letteraria: Come leggere Fontamara, di Ignazio Silone (1977-1989); Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988); Guida alla letteratura di Lucio Mastronardi (1986); Ignazio Silone (1990); Poeti dello Stretto (1991); Michele Prisco (1993); La narrativa di Michele Prisco (1994); Poeti a Castroreale - Poesie per il 2000 (1995); U Pasturatu (1995); Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000); Fulvio Tomizza e La frontiera dell’anima (2001); La narrativa di Carlo Sgorlon (2003). Testi, traduzioni e interviste a poeti, scrittori e critici contemporanei; Antologia di poeti siciliani (vol. 1º nel 2003 e vol. 2º nel 2004); La questione meridionale in letteratura. Dei saggi su: LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI e LA NARRATIVA DI FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL'ANIMA soono recentemente uscite le nuove edizioni ampliate e approfondite,per cui si rimanda ai relativi articoli riportati in questa sede. E' presente in numerose antologie scolastiche e sue opere poetiche in francese, inglese, spagnolo, rumeno,greco, portoghese, in USA, in CANADA, in finlandese e in croato e in ungherese. Tra i Premi, Il Rhegium Julii-UNA VITA PER LA CULTURA, PREMIO INTERN. Per la Saggistica-IL CONVIVIO 2006. Per LA NARRATIVA DI CARLO SGORLON. PREMIO "LA PENNA D'ORO" del Rotary Club-Barcellona. Sulla sua opera sono state scritte 6 monografie, una tesi di laurea e sono stati organizzati 9 Convegni sulla sua poesia in Italia e all'estero.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: