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GIOVANNI ARPINO

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GIOVANNI ARPINO

 

ROMANZIERE E LUCIDO CANTORE DELLE STORTURE E DELLA FOLLIA CHE INCATENANO L’UOMO ALLA ROCCIA DI PROMETEO

 

Giovanni Arpino (nato a Pola il 27 gennaio nel 1927 e deceduto a Torino il 10 dicembre 1987) scrisse 16 romanzi, di raccolte di poesie, in dialetto e in lingua(raccolte nel volume il prezzo dell’oro del 1957) racconti e libri per ragazzi, molto attento alla cura della struttura non ramificata, ma scorrevole sempre sul binario centrale della trama che utilizza i due contrapposti volti della realtà: sul piano esterno si dipana il dispiegarsi di una gestualità apparentemente comune, con iniziali scelte obbligate, ma senza effervescenti rivolte e con ubbidiente accettazione delle decisioni familiari sulle scelte più importanti della vita; dall’altra, lo scrittore si cimenta nella catabasi dentro i gorghi procellosi del suo universo interiore, nella perforante anamnesi delle radici del male oscuro che angoscia, corrodendosi il cuore per l’imperversare degli male che sembra inghiottirlo. Tale fiume segreto sembra temporaneamente rallentare il suo tortuoso percorso, quando il volto della vita si maschera di ilarità talmente penetrante, da fare schizzare nella gola dello scrittore un rigurgito ironico che automaticamente si riversava sulla pagina versi satirici (Fuorigioco, 1970), storie, racconti (I racconti del vent’anni (1974), “La babbuina” e altre storie) e novelle uscite postume, che risucchiavano il suo animo in un variegato mondo di vicende terrestri di persone e di animali che lo inducevano, con la circuizione di una gestualità affettiva o con il lamento di una loro ferita, quasi percependo la ferita che lo affliggeva a fasi alterne. La cifra connotativa dei racconti di Arpino è riuscire a fissare nella breve dimensione del racconto l’esperienza di un personaggio, a ricercare le stranezze e le occasioni della vita, motivo costante di tutta la produzione narrativa dell’autore, il quale affonda le proprie radici letterarie, non nei mitici scenari di Pavese, ma nell’essenzialità dei rapporti familiari delle Langhe di Fenoglio, a cui lo accomunava “il male oscuro”. La parabola narrativa dello scrittore, nato in Croazia, ha inizio nel 1952 con “Sei stato felice Giovanni”, pubblicato da Vittorini, in cui Arpino racconta con leggerezza la vita serena e picaresca della giovinezza, in un tempo in cui la guerra subisce una svolta, la nascita della Resistenza contro i totalitarismi, che avevano vittimizzato ogni creatura umana, e per la conquista della libertà che era stata sgozzata “sui pali del telegrafo”, o nel fango e nella neve delle trincee o torturati e condannati a morire per la fame, per le terribili torture nel corpo e nell’anima, le barbare e sadiche castrazioni, la brutalità verso donne e bambini innocenti, deportati su treni vecchi, in compagnia degli animali, e piombati, per impedire ogni possibilità di fuga. Una ciclonica e barbara crudeltà, dopo l’asse Roma-Berlino e le leggi speciali contro gli ebrei e i nemici del regime dilagò anche in Italia, dove gli antifascisti venivano spediti in paesini lontani dai centri urbani, in totale isolamento e ben monitorati, molti altri in odore di opposizione, e anche scrittori e artisti di buona caratura venivano trasportati verso i lager tedeschi, in campi di sterminio, accolti da un cartellone all’ingresso con l’incisione di una ambigua e beffarda frase: “Il lavoro vi renderà liberi”, a cui si poteva intuire il concreto significato della frase, cioè “Il lavoro vi libererà per sempre dalle catene della vita”, corrispondente alla dantesca invettiva infernale: “Guai a voi, anime prave….non isperate mai veder lo cielo”. Si è nella fase finale della guerra, a cui Arpino fu costretto a partecipare per imposizione paterna, dopo averlo indotto a seguire le sue orme di colonnello fascista e a osservare le ritualità del “vangelo di regime”. Il giovane Arpino incominciò a diventare insofferente dell’asfissiante clima familiare e, sentendosi soffocato nei suoi slanci vitali, incominciò a covare odio verso il genitore che, con il suo totalitarismo educativo, aveva rubato al figlio le gioie spensierate della giovinezza. Fu l’urgenza della fuga che lo indusse a celebrare giovanissimo il celebre motto: “libro e moschetto fascista perfetto” e a indossare una divisa squadrista per potersi allontanare, soprattutto dal padre, che sotto la divisa, nascondeva un cuore di pietra, implacabilmente impegnato a inculcare al figlio l’educazione intollerante di ogni altra ideologia. Ma, dopo aver assistito con profonda sofferenza, a eccidi crudeli e insensati, e particolarmente alla fine di una povera donna stuprata da un gruppo di camicie nere che violenze, torture e stupri. la agganciarono nuda e insanguinata a un palo del telegrafo, obbrobrioso gesto intimidatorio verso ogni fermento di opposizione, Arpino si vide crollare, abbandonò la divisa e si arruolò nelle fila della Resistenza, che era esplosa all’arrivo degli angloamericani in Sicilia, sventolando la bandiera della libertà. Il dopoguerra si sta per concludere, ma le illusioni e i sogni della lotta partigiana non si sono ancora trasformati in delusioni Infatti, ancora durante la Resistenza nonostante i partigiani titini accendano litigi con la pretesa di estendere i confini della Iugoslavia verso quelli italiani e gli infoibamenti di partigiani italiani nelle profonde caverne sotterranee del Carso attraversate da fiumi invisibili, che inghiottano cadaveri altrove, senza che nulla sapessero gli abitanti vicini. la chimera libertaria viene sommersa da tanto strazio che si trasforma in amara e inguaribile delusione. Nel resoconto di una storia personale, lo stile di Arpino è lucido e vivido, riflettendo nella propria vicenda interiore la più vasta tragedia italiana ed europea. Finita la guerra, inizia il fenomeno della transumanza politica, per cui molti gerarchi si ricreano una nuova verginità, trasferendosi sulle poltrone della conquistata democrazia e si autoproclamano i solerti paladini della repubblica, nata dalla Resistenza. Sotto il tricolore si annidano i tre colori della fiamma e truppe di elettori verniciano la fiamma del tricolore italiano. Come si profetizza nel Gattopardo. Apparentemente tutto sembra cambiare le storture e le iniquità, gli odi sociali, il monolitismo giuridico ed economico, condannando gli esclusi all’emarginazione e alla morte per fame, perché gerarchi e mafiosi, che avevano agevolato lo sbarco degli Alleati in Sicilia, furono incaricati di amministrare i Comuni dell’isola con pieni poteri. Tanta intima desolazione e il Male storico delle dittature che uccisero impietosamente milioni e milioni di persone, lasciando in miseria i superstiti, senza casa e senza lavoro. Nel 1958, Arpino pubblica il secondo romanzo “Gli anni del giudizio”, un romanzo politico, in cui lo scrittore trascrive la storia della sconfitta della generazione che ha combattuto per la vittoria dei nobilissimi ideali di libertà, giustizia, uguaglianza, solidarietà e Amore, nel territorio di Bra, e racconta la storia di un militante comunista durante una campagna elettorale in una cittadina delle Langhe, molto legata alle tradizioni conservatrici e religiose. Sono presenti al comizio i capipartito che non approvano la rigorosa difesa della dottrina comunista dell’oratore, contro la dottrina sociale della Chiesa, perché ritengono utile non vogliono attriti con la Chiesa, ma sono orientati alla pacifica convivenza con gli apparati ecclesiastici, con cui siglano compromessi di ogni genere. Per essere rimasto fedele ai principi fondamentali della sua fede politica, messa al servizio degli obiettivi di lotta in difesa dei suoi compagni di lavoro, impietosamente sfruttati e licenziati per i capricci del padrone, senza alcuna tutela sociale, l’oratore viene confinato ai margini del partito e della società e, pur custodendo intatto il suo patrimonio di idee comuniste, si ritira tra le pareti domestiche, per occuparsi maggiormente della famiglia. Fa da contraltare il comizio di Togliatti a Torino, in cui asserisce che il comunismo, in una società cambiata politicamente e industrialmente, si deve adeguare ai nuovi tempi e mutare i toni rivoluzionari e violenti, per mostrare agli elettori un volto civile e convivente del comunismo. Il romanzo “La suora giovane”(1959), al suo apparire fu giudicato un capolavoro, che si svolge in una Torino nebbiosa, dove avviene l’incontro assurdo e surreale tra la giovane suora Serena e l’impiegato Antonio Mathis, che vive una vita monotona, inerte e conformista, per cui, al fine di evadere dalla prigione del senso di inutilità e di desertificazione interiore, omologata da una diversa gerarchia di potere, che ha sostituto il codice dell’Essere con quello del potere e dell’Avere, per cui il desiderio del proibito, che ha caratterizzata l’esistenza dell’impiegato Antonio, interrompe la monotonia degli abulici adempimenti di anonimo dipendente e vuole conoscere il segreto della suora che spesso incontra alla stazione, nella corrispondenza degli orari di partenza. È l’incontro di due esistenze, collegate da un inconfessato disagio interiore, nell’uomo la frustrazione di sentirsi inappagato dal lavoro arido nell’anonimato e, perciò, ridotto alla desertificazione del suo esistere. La suora giovane, che appare inaspettatamente davanti all’impiegato, suscita in lui l’attenzione per l’ignota presenza, di cui vuole scoprire il segreto della sua vocazione. Antonio rivede la suora, mentre va a fare visita a un amico e la coincidenza lo spinge ad accettare di entrare in casa, dove scopre i motivi veri della scelta dell’abito monacale di Serena. In una società, in cui il “boom economico” aveva capovolta le condizioni di vita dei lavoratori, contagiando con il mito del benessere, la società, anche in Serena emerse la necessità di cambiare vita, prima indossando il vestito di suora, e poi sognava di incontrare l’uomo ricco, che le avrebbe consentito di cambiare vita Serena, davanti ai genitori, porge la mano ad Antonio, il quale sorpreso da quel significativo gesto, chiede ufficialmente la mano per poterla sposare, illudendosi di poter colmare con il matrimonio il vuoto esistenziale che rischia di annientarlo.

 Ma Arpino, a testimonianza della sua fondamentale vocazione narrativa, esordisce con un romanzo, Sei stato felice, Giovanni, del 1952, pubblicato da Vittorini per i soliti Gettoni. Il romanzo è la rappresentazione di una giovinezza avventurosa e fiduciosa, sullo sfondo di una Genova popolare, fra bar, prostitute, contrabbando, piccoli espedienti e non troppo colpevoli inganni per sopravvivere giorno dopo giorno, senza chiedere nulla di più alla vita accolta fervidamente nelle non gravi pene e nei non troppo impegnativi piaceri, così come si presenta, con la piena disponibilità di fronte a quanto offre. E’ la celebrazione della leggerezza della vita nella giovinezza, in un tempo in cui il dopoguerra è ormai finito, e le illusioni non sono ancora diventate completamente delusioni e peso di sconfitta morale e politica. Il protagonista è una sorta di “fanciullo divino” inconsapevole e innocente, perché, sì, pronto ad approfittare di ogni occasione offerta dal caso o dall’abilità per risolvere i problemi del cibo, del letto, del sesso, con perfetta irresponsabilità, ma anche con gentilezze e con grazia. C’è, al fondo degli episodi di tale non educazione alla maturità, onde il romanzo è il contrario di quello che potrebbe sembrare una fiducia estremamente avventurosa nelle possibilità che la vita e il tempo offrono a chi sia pronto sempre all’attenzione e disponibile. E la scrittura lucida, saporosa, vivida, accompagna perfettamente quel tanto di avventuroso che c’è nell’opera.

Diverso è il secondo romanzo, quanto ad ambientazione e argomento, ma non lontano quanto a concezione del mondo. Gli anni del giudizio, 1958, sono un rigoroso romanzo politico, uno dei pochi autenticamente significativi del dopoguerra, in quanto le delusioni e gli inganni subiti da un’intera generazione che aveva combattuto per l’affermazione dei più elevati valori, infranti dalle dittature e che vedeva con disperazione le schegge di una battaglia perduta, in quanto, dopo un breve periodo di idillio bellico, gli antifascisti e i titini si scontrarono per ambizioni territoriali, mentre in Italia le masse popolari erano in fermento per ottenere i benefici delle promesse, fatte per coinvolgerli nel conflitto mondiale, in modo da suscitare maggiore entusiasmo e motivazioni concrete nei combattenti. L’opera è ambientata a Bra, e racconta l’esperienza di un militante comunista durante una campagna elettorale, in una città chiusa, ostile, sorda, con intorno una campagna al confine con le Langhe, fortemente legata al conservatorismo e alle tradizioni religiose. Il protagonista si deve confrontare con i presenti funzionari del partito, che non accettano pedissequamente l’ortodossia politica e la lotta radicale che egli conduce, e preferiscono la strategia dei compromessi, la condivisione del potere, a emarginare i vecchi operai e gli ex partigiani, giudicati troppo rigidamente ligi all’ideologia, massimalisti e incapaci di cogliere i sussulti della politica nazionale. Il comizio di Togliatti a Cuneo rivela all’operaio di Braida il mutare delle cose e anche del proprio destino di emarginato proprio dal partito, a cui ha sacrificato le sue migliori energie : l’entusiasmo, sì, ben colto dai compagni contadini e operai, ma anche il senso, che essi hanno e che anch’egli avverte, di parole e programmi che non sono per loro, che passano sulla loro testa e sui loro piccoli problemi di fabbrica (dove sono sempre più messi da parte) e di campagna, dove sono travolti dalla schiacciante propaganda dei preti che si sono allineati alle scelte decisionali del fascismo. Al protagonista non rimane che chiudersi in sé, nella propria famiglia, nella fedeltà dell’idea e della lotta, anche al di fuori del partito. È la storia della sconfitta della generazione che ha combattuto per gli ideali della Resistenza o, comunque, ne ha condiviso l’idea di cambiamento e di rinnovamento.

Un altro argomento e di diversa impostazione narrativa, imperniata sull’io narrante, capace di captare in maniera sfumata le risonanze esterne e le sfumature interne del narratore, sconvolto da un modello di vita impiegatizia arida e appiattita e dagli sconvolgimenti della guerra, è l’altro grande romanzo di Arpino, La suora giovane, del 1959, dove prevale il desiderio di sconfiggere la povertà e ricostruirsi una vita più appagante, sogno vibrante nei superstiti flagellati dalla barbarie della guerra. C’è viva, nel romanzo, una Torino nebbiosa, umida, fredda, invernale, di strade solitarie in notti deserte, ma non ancora inquietanti: e su tale sfondo si svolge l’incontro assurdo e paradossale fra la “suora giovane” Serena che viene da un paese della campagna presso Mondovì, e l’impiegato Antonio Mathis, che vive una vita inerte, conformista, fra feste con i colleghi e amori poco impegnativi e una stanchezza della monotonia del proprio lavoro che non riesce a diventare la molla per una scossa, per un cambiamento. La suora, che Antonio incontra a sera, mentre si reca ad assistere un malato grave, a poco a poco, con un’astuzia contadina ben calcolata e tenace, attira a sé l’attenzione di Antonio, incuriosito dal segreto che avverte dietro la bellezza discreta della ragazza e le poche parole che scambia con lei attraverso la porta socchiusa dell’alloggio del lavoro di assistenza di lei. E’ la curiosità per la trasgressione, per il proibito, ma la scoperta del segreto della suora è del tutto opposta alla tradizionale situazione del rapporto amoroso che infrange il divieto religioso. Serena ha elaborato un espediente che recita puntualmente per riuscire a trovare la salvezza dalla miseria delle proprie origini contadine, prima facendosi suora, poi cercando di trovare un marito che le assicurava maggiore agiatezza e una più degna condizione sociale. La visita di Antonio alla casa dei genitori e di Serena rivela una squallida, oscura e dolorosa condizione di fatica e di pena da cui viene la ragazza, e determina l’uomo ad accettare l’offerta di Serena e a sposarla, dopo averne ritualmente richiesto l’autorizzazione ai genitori di lei. Le dà cioè quella tranquillità di esistenza a cui aspira, dopo il ciclone che ha devastato l’Europa riducendola alla fame e in miseria, ma, al tempo stesso, la “suora giovane” coglie l’occasione per mutare la propria esistenza. Arpino racconta con straordinaria finezza la vicenda, con un gorgogliare di sfumature e di parametrazione sapiente di epifanie della verità delle anime e dei fatti, capaci di rinnovare a fondo la situazione. Il protagonista, così, nella stranezza della circostanza di aver ceduto a un amore ignoto e essersi aggrappato a una cieca occasione dell’incontro di un misterioso sentimento d’amore, sembra aver trovato un sicuro porto, dove spera di poter vivere serenamente e cancellare dalla mente e dal cuore i mostri umani che hanno devastato il mondo e seminato orrore e disprezzo per le perverse storture di un’umanità che ha segnato per sempre di angoscia l’animo dello scrittore.

Al confronto, Un delitto d’onore, del 1961, non è che la ripresa di un tema ampiamente sfruttato dalla narrativa meridionale; né nuova è la collocazione storica dei fatti, nel periodo dello squadrismo e della presa del potere del fascismo. Se mai, nella figura della ragazza, vittima dei pregiudizi sessuali e familiari della società meridionale, che sposa il ricco borghese, pur sapendo di non essere più vergine e di andare incontro al ripudio e alla vendetta, c’è la traccia di quella volontà di vivere, di avere la propria parte, di non essere sempre fino in fondo sfruttata e oppressa, e a questo fine La protagonista mette al servizio la propria bellezza, che è anche di Serena e di tanti altri personaggi di Arpino (lo stesso Giovanni del primo romanzo).

Ben più consentaneo all’interesse antropologico dello scrittore è Una nuvola d’ira (1962), dove Arpino sa cogliere l’occasione di cronaca delle manifestazioni e delle esposizioni per il centenario dell’Unità d’Italia, a Torino, per ambientarvi dentro il fallimento, nella situazione privata, delle illusioni di totale trasformazione dei rapporti fra gli uomini all’interno della vita di partito e della condivisione, fra compagni, di idee e comportamenti. I tre protagonisti, una donna, Sperata, che è moglie di Matteo, e, contemporaneamente, l’amante del suo amico Angelo, ma tutto in perfetta luce e consapevolezza, si trovano a vivere la loro esperienza nell’atmosfera falsa e ingannevole delle meraviglie della tecnologia, dei mezzi di comunicazione di massa, del progresso materiale, che l’esposizione d’Italia 61 mette in mostra per la seduzione soprattutto delle classi popolari, sempre più lontane dall’impegno politico che, invece, i tre protagonisti, legati a una distorta convinzione marxista che predica un modello d’amore, ispirato al concetto del libero amore, come la comunanza dei beni collettivi, e che ancora i tre esercitano, sia pure in modo molto diverso rispetto a quelli della lotta partigiana e del dopoguerra. A questo punto esplode la tragedia: Matteo, però, a un certo momento, è interiormente frugato dal monolitismo sacrale dell’amore e, ingannato da una deleteria e dissacrante concetto sentimentale, distrugge tutti i segni del “benessere” tecnologico della sua casa, e fugge sulla sua moto, ribellandosi così alla degradazione di ogni valore, sia anche all’ipocrisia che mette l’etichetta di modernità e di spregiudicatezza sopra una storia banale e borghese di adulterio. La fuga è verso le proprie origini langarole, nel fondo delle campagne rimaste ancora arcaiche e non toccate dal “miracolo economico”: ma è una ricerca di salvezza alle proprie radici che è impossibile, perché, se anche la donna Sperata viene da quelle campagne, ora tutto è cambiato e non può certamente essere ritrovata come era, nel paesaggio, nei modi di vivere, nei personaggi siano rimasti intatti. Così Matteo si uccide con la moto, non svoltando a tempo in una curva; e con la moto infranta lo ritrovano Sperata e Angelo. E’ il segno della sconfitta ma anche la rivelazione dell’ipocrisia sia dell’impegno politico, superficiale e pieno di, compromessi, sia della pretesa di spregiudicata modernità nei rapporti della vita.

 

L’ombra delle colline è del 1964 e racconta il ritorno alle origini del protagonista: a Bra, alla famiglia d’origine, alla felice stagione dell’adolescenza, al difficile rapporto con il padre ufficiale dell’esercito, alle sbandate e avventure prima ai margini della lotta partigiana, poi come volontario nella repubblica sociale a La Spezia, infine di nuovo e definitivamente presso i partigiani delle prime colline delle Langhe. Il romanzo, che si svolge su due piani: sul filo del viaggio di ritorno del protagonista da Roma in Piemonte alla sua terra quindi su un piano spaziale e un viaggio memoriale che vuole essere un rito di liberazione dal peso di esperienze contraddittorie e a tratti atroci, come il soldato tedesco ucciso nel bosco e seppellito, oppure l’orrendo spettacolo dei fascisti morti lungo le vie d’ingresso dei partigiani, il 25 aprile, a Torino. C’è, in più, il rapporto con il padre, che è alla base dell’inquietudine del protagonista e delle sue decisioni di andarsene in tutti i modi da casa, verso una reale definizione della propria identità e il recupero dei valori e dei sogni giovanili infranti dalla violenza del potere politico e di quello paterno, che ha soffocato la libertà di vivere e di compiere scelte decisive della vita, e soddisfare l’urgenza improcrastinabile di maturazione. Ma il viaggio all’indietro non è né una liberazione né la motivazione, di un rinnovamento, di un’uscita dall’ordine e vincolarsi dalle pastoie memoriali angosciose e l’agognato approdo a un porto di dinamica quiete liberando dall’inerzia e dalla logorante noia del presente, sepolto in un lavoro burocratico apicale insoddisfacente e sentimentalmente sterile e razionalmente arido, in una società egoistica, in cui domina il mito barbaro del consumismo e della cupidigia del denaro che ha distorto il sogno e le illusioni della Resistenza
degenerate in una giungla, dove impera la legge del più forte e del più crudele. All’inizio, l’io narrante viaggia in una atmosfera traboccante di sbalorditiva bellezza, simmetrica allo stato d’animo dell’essere giovanile del protagonista, per cui l’itinerario è un’ascesa e anche come ascesi. In questa fase idillica, subentra la consapevolezza del sogno, in cui Stefano sprofonda nell’universo onirico nel tentativo di esorcizzare traumi subiti o per rinviare il confronto con la straziante realtà e nella fase del riflusso di Stefano e l’amico Francesco fuggono verso una fantomatica città, su cui incombe un’ombra ferina, prima rimossa, che ora riaffiora, per cui il protagonista rifiuta di assomigliare al padre, vivendo un disagio che traspare nella tosse insistente che esprime una condizione psicosomatica, ma anche l’insofferenza di Stefano verso Laura-Lu, che risplende di rara bellezza e una specie di atarassia che sottolinea la frustrazione del protagonista, che, attraverso la focalizzazione interna, manifesta il suo distacco e il suo dolore, espressione di un inesorabile male di vivere e non di riesumare un idillio già consumato e di rafforzare il subentrato rapporto di amicizia. Ma Stefano viene sfiorato da perplessità all’ascolto delle parole della donna, sempre in bilico tra adesione e ritrosia, che stimola un monologo interiore, un viaggio nel tempo trascorso, una meditazione sullo stato presente, privo di prospettive e invaso da scorie, che provocano nel protagonista una cecità che soffoca ogni progettualità, dopo lo sgretolamento di un mondo, e solo attraverso l’appiglio con Lu Stefano riesce a fronteggiare l’agghiacciante solitudine e il baratro esistenziale, all’età di 33 anni, mentre è smarrito nella “selva oscura”, in cui si dibatte nello spasimo interiore Stefano è impietoso verso se stesso, che si considera tra i “dannati uomini buoni” e non ha alcuna misericordia verso se stesso e verso i suoi simili, ma contemporaneamente spera di trarre dal viaggio un qualche quiete interiore, per poter approdare alla propria identità e a un sentimento genuino della vita:” Devo sforzarmi a ricordare. Non so se frugare nella memoria sperando di fare ordine possa costituire un vero aiuto. Ma devo pure, provarmi, come un ferito con le ossa fracassate”. Rievocando gli anni dell’adolescenza in Piemonte, ricorda i conviti familiari, i rapporti difficili con il padre, lo sconvolgimento dell’8 settembre del 1943, il suo impulso di schierarsi con un qualsiasi gruppo armato, pur di sottrarsi alla severità paterna. Il viaggio a Milano rappresenta una trasgressione

E un ulteriore viaggio verso la scoperta del mondo e di confronto con la società degli adulti e l’adesione alla Repubblica Sociale è l’espressione di un impulso violento di ribellione all’angusto confine casalingo, che non ha saputo dare risposte ai suoi tormenti. Il viaggio è stato cronologicamente breve, ma al protagonista sembra infinito, che si risolve, invece, in un ulteriore fallimento, tuttavia gli da la consapevolezza del divario tra l’ingenuità dell’adolescente e l’immensità dell’esistenza. A Pisa, la bellezza dei monumenti rappresentano un invito a librarsi verso l’assoluto, mentre Stefano e Lu sviluppano un concitato dialogo, senza alcuna riconciliazione. Il dibattito tra i due, sconfina tra razionalità e possibilità di trascendenza. Stefano si rifiuta di pervenire a una conclusione sull’altro tema della felicità del matrimonio Riaffiora “l’ombra delle colline”, metafora di bellezza del mondo, in contrasto con il buio interiore dell’umanità che vive spasimi e turbamenti dell’anima. Un viaggio ancora come tentativo di superare nello spazio il viaggio nel tempo interiore. Lo splendore di statue e monumenti e l’armonia del centro cittadino a Pisa e la presenza di una chiesa suscita il contatto con il mistero del divino. Il lungo monologo interiore che declina il suo coinvolgimento nella lotta partigiana, ha la finalità di giungere a una sublimazione di favorire un nuovo rapporto con la donna amata. Lo sguardo retrospettivo non ha dileguato le cause che hanno determinato i traumi di Stefano che non intende oltrepassare la soglia del razionale, a cui cede il senso della lotta partigiana, ma ha lasciato nella coscienza dei quesiti irrisolti, che incombono più pesantemente sul presente, perché non è riuscita a realizzare un rinnovamento sociopolitico, che era il sogno di quella generazione, che è rimasta prigioniera dello squallore della realtà e dell’oscenità della morte. Di fronte alle domande di Lu, Stefano è costretto a un ripensamento ontologico e religioso sull’anelito universale della salvezza. L’arrivo fra le colline delle Langhe, presenta un paesaggio avvincente, corrispondente alla dimensione interiore dei personaggi, senza ombra incombente, quell’ombra che era la riemersione del fantasma del soldato tedesco ucciso, all’età di 13 anni e sepolto nel giardino, una trasgressione assillante nella coscienza contro l’autoritarismo del genitore, ma l’ombra si allontana perché Stefano si è riconciliato con il padre, che gli dice: “va’ e vivi in pace”. Il viaggio è metafora della vita, ma alla fine conviene scegliere il bene come supremo valore della vita. Saremo condannati solo se rifiuteremo di apprezzare il bene segreto che ci attende nell’umile alba di ogni giorno. Come osserva Claudio Magris: “Per la coscienza classica il viaggio è un nostos, un ritorno a casa; per la coscienza moderna il viaggio è un’odissea senza fine protesa in avanti.”

 

 

Un’anima persa, del 1966

Dopo, Arpino varia molto più decisamente il suo discorso. Lo sfondo è di nuovo Torino, quella collinare della buona borghesia, nelle cui stanze si svolge la recita di degradazione e di orrore della schizofrenia del protagonista, difesa e custodita gelosamente dalle donne di casa, fino a farsi complici dell’abiezione del rispettabile, in apparenza, direttore della società del gas. La vicenda è vista dalla prospettiva del nipote, venuto a Torino per gli studi e gli esami: e proprio la scoperta di tanto orrore morale e fisiologico è la causa della perdita della sua anima, ferita a morte (ma già dominata dal male globale, come un invisibile tarlo sotterraneo). Torino è di nuovo lo sfondo de Il fratello italiano, del 1980: ma la città è dominata dalla malavita, dai venditori di droga, dagli sfruttatori, nella quale il piccolo meridionale, la cui figlia è stata ridotta dalla droga a una sorta di spettro, e l’anziano maestro in pensione che, da vecchio comunista, vive con il gatto Stalin e a un certo punto viene a sapere che anche la figlia si trova minacciata di morte dalla stessa malavita, si alleano per fare un poco di chiarezza e di giustizia, uccidendo insieme l’uomo che è la causa diretta delle loro pene di padri disperati e sconvolti (ma il “fratello italiano”, prima, in una delle scene più tragicamente intense della narrativa contemporanea, ha ucciso per pietà la figlia, ridotta a uno scheletro dalla droga). Il maestro Botero, alla fine, decide di scrivere tutta la storia, perché, anche se non è più probabile che esista un Giudice assoluto e giusto, pure, per disperazione, è necessario credere che ci sia e che ci si possa rivolgere a lui per mettere le cose a posto e a chiarire le responsabilità e le ragioni. Anche questo è uno dei vertici della narrativa di Arpino, nel momento in cui affronta il male del mondo, senza più illusioni nella storia. Il fratello italiano è, per questa ragione, un altro momento alto dell’opera italiana: più de Il buio e il miele (1969), storia del viaggio che un grande mutilato, un ufficiale rimasto cieco e col volto deforme per un incidente militare, fa, con la compagnia ingenua e fedele di un attendente lungo tutta l’Italia, fino a Napoli, per l’ultimo incontro con la vita (il sesso, i vecchi amici) che dovrà concludersi con il suicidio, da attuarsi insieme con l’uccisione del collega rimasto anch’egli mutilato nello stesso incidente. Ma il gesto di uccidersi fallisce; e una ragazza cercherà di prendersi cura della sua disperazione. L’asprezza del protagonista, che si vendica con la sgradevolezza delle parole e del comportamento dello scherzo maligno che gli ha fatto la vita, dà luogo agli episodi migliori, mentre tutta la parte napoletana rischia una caduta di livello nel banale: che è, un poco, il limite più spesso incombente, presente anche in La sposa segreta (1983), pur così suggestivo per la tenace fiducia nella vita che vi è raccontata, malgrado le disgrazie e le malattie, mentre Randagio è l’eroe (1972) e Domingo il favoloso (1975) appartengono piuttosto al filone picaresco della narrativa arpiniana, quasi a riprendere l’atmosfera di avventura e utopia del primo, lontano romanzo.
In più, c’è la grande attività di Arpino come giornalista, che nell’ambito sportivo è stato con Gianni Brera, uno dei maestri del dopoguerra: e ne nacque il romanzo Azzurro tenebra (1977), grottesca narrazione della disastrosa partecipazione italiana ai campionati del mondo di calcio del 1972 in Germania.
Arpino è un narratore sì attento e curatissimo, quanto a costruzione dei romanzi e a stile, ma è anche un esorbitante sperimentatore di storie, di osservazioni, di interventi, di versi, questi ultimi in dialetto, in lingua (Il prezzo dell’oro del 1957), raccoglie la maggior parte dell’opera poetica), satirici (Fuorigioco, 1970); e ci sono poi le tante novelle, fin dai primordi della scrittura narrativa; i Racconti di vent’anni, del 1974, oltre a Il primo quarto di luna (1976) e Regina di cuori (usciti postumi). Unica di Arpino è la capacità di fissare nella dimensione breve del racconto uno scorcio di vita, un’esperienza significativa, l’avventura di un personaggio o di un gruppo, rilevata con straordinaria nettezza e icasticità. L’edizione integrale delle opere di Arpino (pubblicata fra il 1992 e il 1993), ha permesso di ritrovare molti racconti giovanili, già perfettamente intesi a delineare quello scarto di aggressività e di perpetuo interesse per le stranezze e le occasioni della vita, che è motivo costante di tutta la narrativa dell’autore; infine, ha rivelato anche un romanzo inedito, di impianto fondamentalmente lirico nella rievocazione della memoria d’infanzia e adolescenza che dimostra l’affondare delle origini narrative di Arpino nella narrativa memoriale degli anni 30′ e 40′, molto lontano da Pavese e dalle forme “piemontesi” di rappresentazione del primitivo e delle origini entro le Langhe; e, del resto, i racconti richiamano piuttosto le crude essenzialità dei rapporti economici e familiari della Langhe di Fenoglio, che quelle mitiche di Pavese, con l’avvertenza che le date rivelano la primazia cronologica di tali sperimentazioni.

 Un’anima persa

 (1966)

Il romanzo venne presentato, come il più “torinese” tra quelli di Arpino. La vicenda si svolge interamente a Torino in una villa collinare della borghesia e il libro è strutturato sotto forma di diario, similmente a “La suora giovane” il romanzo che diede la notorietà allo scrittore. La critica vide in quest’opera le lucide schegge dell’ipostasi di una follia, alla contrapposizione tra il fascino del male e la grettezza della virtù Ci fu chi giudicò Un’anima persa come il miglior libro di Arpino insieme a La suora giovane, concludendo che le esperienze negative vissute dal protagonista fanno maturare in lui una sorta di «spavento di vivere».

 LA TRAMA

La vicenda si svolge a Torino e viene raccontata dal protagonista Tino, un giovane che sta affrontando gli esami di maturità, nel mese di luglio degli anni ’60 Tino è un orfano che ha studiato in collegio. Pochi giorni prima di compiere diciassette anni torna a Torino, ospite nella villa della zia Galla e dello zio Serafino Calandra, per sostenere gli esami di maturità. Con gli zii, vive un fratello gemello dello zio Serafino nella casa, dove si svolge una ripugnante storia di degradazione e di follia, all’insaputa degli altri familiari, di cui è protagonista invisibile un uomo chiamato semplicemente «il Professore». Un tempo il Professore lavorava in Africa, poi è stato colpito dalla follia e ora vive rinchiuso in una stanza al piano superiore. Nessuno ha il permesso di entrare in quella stanza, di cui solo lui conserva le chiavi tranne Serafino che lo accudisce in ogni minima necessità, lavandolo, nutrendolo e procurandogli perfino, una volta alla settimana, la compagnia di una prostituta, Iris, che l’intera famiglia ha accettato, senza averla mai vista. Infatti, quando Serafino esce di casa, porta con sé la chiave della stanza e zia Galla e Annetta si accontentano di spiare il malato dalla serratura della porta. Il Professore è arrivato nella casa misteriosamente qualche anno prima, senza che nessuno potesse parlargli, poiché Serafino ve lo ha condotto in segreto una notte, e ora trascorre il tempo con l’unico diversivo di una cinepresa, con la quale filma gli insetti e altri dettagli della sua stanza, producendo filmati che vengono anche mostrati a Tino all’inizio degli esami, Serafino accompagna il nipote in auto alla scuola. All’uscita, Tino pensa di fare una sorpresa allo zio e va ad aspettarlo all’azienda municipale del gas, dove Serafino dovrebbe recarsi ogni giorno per la sua attività di ingegnere. Qui Tino scopre che lo zio si è dimesso da anni. Serafino è così costretto a dare una spiegazione al nipote: stanco del lavoro e privo di figli e scopi nella vita, si è licenziato e vive sulle spalle di zia Galla, che è molto ricca, facendole credere di recarsi regolarmente in ufficio. Zia Galla non nutre alcun sospetto, perché ha un’infinita fiducia e non dubiterebbe mai di lui. Serafino confessa a Tino di avere anche dilapidato al gioco il denaro che era stato depositato per lui in previsione degli studi universitari, impossessandosene in modo illegale. Tino viene coinvolto da Serafino in una nottata trascorsa in una bisca, dove conosce il Duca, un vecchio amico dello zio che fa il croupier a un tavolo di roulette. Il giorno successivo è proprio il Duca, insieme a un cameriere, a riportare a casa Serafino, ridotto a uno spettro, che sembra essersi sentito male o avere avuto una crisi di nervi per il caldo. Il pensiero di tutti è subito per il Professore, che ha bisogno di assistenza: zia Galla riesce a sottrarre al marito le chiavi della stanza del folle e timidamente, con Tino e Annetta, vi entra. Qui non c’è traccia del Professore, ma nella stanza, immersa nella sporcizia e nel fetore, viene trovata la prostituta Iris, legata e imbavagliata. Così, si scopre la doppia vita condotta per anni da Serafino: il Professore non è mai esistito ed era lo stesso Serafino a interpretarne la parte, entrando e uscendo dalla stanza per mezzo di una porta della cantina da cui poteva passare non visto, forse per dedicarsi indisturbato al bere, alle pratiche viziose e all’ozio, forse in preda a una vera pazzia che non ha saputo dominare. Tino si chiede cosa possano aver sospettato o intuito la zia e Annetta in tanti anni, e resta incerto sul suo futuro, ma sentendo di non avere più forza per combattere la sua paura, nuotandovi dentro come nel solo elemento assegnatogli.

Nel corso di una torrida estate, l’ex ufficiale dell’esercito Fausto G., divenuto cieco e invalido a causa dello scoppio accidentale di una granata, intraprende un viaggio di una settimana toccando tre città: Genova, Roma e Napoli. Ad accompagnarlo è un giovane militare di leva, che presto si accorgerà di quanto gravoso e ingrato sia tale compito. L’ufficiale, infatti, macerato com’è dagli affanni e dalle paure che tenta invano di nascondere, intende realizzare un estremo gesto eclatante di congedo dalla vita il giovane militare si trova così a essere il mero testimone della vicenda, mentre la figura di Fausto G. si staglia nitidamente in tutta la sua forza espressiva e complessità di atteggiamenti e stati d’animo. In lui, si potrebbe dire, sono racchiusi tutti i vizi e tutte le virtù del genere umano, che oscilla tra sprezzo del pericolo, viltà e meschinità quotidiane. Proprio l’eccezionalità di questo carattere rappresenta il punto forte dell’opera: Fausto G. domina e dirige gli altri personaggi, ne coordina azioni e pensieri con la maestria di un burattinaio, riducendoli a sbiadite e inconsistenti figure di contorno.

Il libro possiede un ritmo incalzante, scandito da dialoghi serrati (anche se non sempre memorabili), che conducono verso un inatteso finale. Il pessimismo che attraversa tutta l’opera si stempera inaspettatamente nelle pagine finali, quando lo sfiorare della tragedia diventa l’occasione di una nuova nascita. E così il misantropo Fausto G., fino all’ultimo fermo nelle sue convinzioni inossidabili, rinasce a seconda vita, arrendendosi al sentimento dell’Amore.
Si tratta di un’opera complessa, un’acuta riflessione sul rapporto tra dolore e misantropia, tra malattia e amore, tra pessimismo e speranza.

 

 Carmelo Aliberti

(aavv)

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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