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ESTRATTO “Dal Novecento ad oggi”

Aspettando dell’arrivo del nuovo lavoro di Carmelo Aliberti

MICHELE PRISCO

uomo e scrittore nel buio della coscienza

michele prisco

Ecco un ESTRATTO 

“Dal Novecento ad oggi

di Carmelo Aliberti

 

LA GUERRA DI PRISCO – Fuochi a mare

(ristampa, Rizzoli, Milano, 1972)

Con la riproposta del volume di racconti “Fuochi a mare” nella collana La Scala dell’editore Rizzoli, Michele Prisco illumina una tessera centrale del suo panorama artistico, dove il trivellamento psicologico è pigmentato con calibrata trasparenza da complessi fattori contestuali che occorre adeguatamente valutare in un bilancio completo della sua fatica narrativa.

Se con Una spirale di nebbia (Ed. Rizzoli, 1966), in cui l’indagine su un rapporto coniugale si svenava nel plasma del mistero, e con I cieli della sera (Ed. Rizzoli, 1970), dove la febbre della violenza veniva anamnesizzata nelle sue origini iposoniche e curata con l’anestesia razionale, lo scrittore napoletano innalzava la sua ricerca a quote universali, con Fuochi a mare, i cui brani si collocano lungo l’arco del suo primo decennio di lavoro, la monade singolare de La provincia addormentata irradia, dentro piani di scorrimento ormai ben decifrati, un’onda tematica complementare alla cui radice attribuiscono gli echi di una più vasta vicenda.

I nuclei narrativi si sciolgono su una linea strutturale, ricavata attraverso un processo di scarnificazione del legame cronachistico, tesa a scavare la storia interna delle creature sottratte alla corsività esistenziale con l’accensione degli itinerari psicologici, balzati dalla suggestione di un incontro sul filo di una sensazione, senza che alcun fattore dispersivo frastagli l’assorbente circolarità dell’indagine.

Le coordinate esterne (oggetto, ambiente) ripudiano il ruolo di rallentante descrittivismo, per essere innalzate nelle trame al rango di protagoniste, in virtù di un’investitura personificante che sfericizza il realismo psicologico con la creazione di atmosfere liricizzanti, all’interno di un paesaggio animato, dove il raccordo analogico ribalta la sostanza narrativa in un ciclo supplementare di commozione lirica che serve a completare quella magica atmosfera interiore, laboratorio di tanti destini.

In “Primavera a Manderley” il motivo dell’adolescenza, epicentro costante della narrativa di Prisco, abdica alla funzione interlocutoria svolta nel processo di storicizzazione psicologica attraverso tanti capitoli de La provincia e ne “I cieli della sera”, ed è paradigmato su un pentagramma mitico, vibrante nella memoria sotto l’urto quotidiano. Manderley incarna la vocalizzazione topografica del fiabesco paesaggio dell’infanzia, devastato dalla fatalità e salvato nello struggimento fantastico per poter sopravvivere alla corrosione del tempo. Qui l’intermittenza didascalica diviene filtro di illimpidimento e di misura all’urgenza emozionale dello scrittore-protagonista, macerato sulla pagina, e chiarisce un’importante norma procedurale della tecnica narrativa di Prisco.

 “Flavia è una ragazza per bene, una ragazza onesta: lei ama Piero, ma sa pure che questo loro amore giovanile è fortemente avversato dalla famiglia del giovane, sa pure, per esperienza, che lo stesso Piero benché l’ami moltissimo spesso suggestionato dal padre non le ha risparmiato qualche osservazione o sul suo modo troppo vistoso di vestirsi o sulla volgarità del fratello (Flavia è d’estrazione piccoloborghese), e ne nasceranno bronci e persino litigi… Ma tutto questo deve essere dato per rapidissimi tocchi… “E poi tenere soprattutto a mente una cosa: che il racconto non s’ingrossi e non diventi prolisso. Ricordati che uno può mettere in un racconto soltanto un certo numero di cose, questa è la verità. C’è sempre qualche sacrificio da fare, e a un certo punto bisogna escludere ciò che si sa e si vorrebbe tanto utilizzare” (pagg. 114-115). Da un sommario esame dell’intero contesto si deduce che, con il “toccare per brevi cenni”, lo scrittore indica il flusso storico che filigrana l’evento e lo determina (scomparsa di Manderley con l’arrivo degli alleati, dispersione del gruppo per le vicende belliche) sotto la pressione di circostanze, in cui non sempre la fatalità assolve le responsabilità umane. Così ne “La casa cattiva”, da una parte la paura gnoseologica incentiva la disponibilità surreale dell’animo, dall’altra l’interferenza di talune indicazioni (la consapevolezza di vivere in una stagione di attesa; la scoperta di una realtà diversa da quella temuta e sperata; la fatalistica precognizione del futuro che lega Angela alla sofferenza paterna) fa trasparire l’agitarsi di una verità più generale, dove l’ossessione del passato si fonde alla nebulosità dell’avvenire sul parametro del mutualistico tormento di due generazioni, massacrate da un denominatore comune. La guerra è la vera protagonista di tante pagine, filmata non tanto nello sfacelo materiale, pur sottilmente delineato, quanto nelle lacerazioni della coscienza dove è in bilico il destino dell’uomo.

In “Immatella” ed in “La sera è calma a Trecase”, i bimbi sono le vittime pie della follia fratricida che non risparmia nessuno, da Prisco anatomizzata nelle valve più contagiose, senza soggiacere alla tentazione scandalistica, ma badando a scandire le sequenze con tocchi ovattati e struggenti. Il senso dell’aspettazione e del mistero è sopraffatto da una motivazione più credibile in “I ragazzi torneranno”, incarnata dallo stravolgimento mentale di Rosa che reagisce ossessivamente alla tragedia, innalzando ad esigenza sacrale la propria vanità.

La scelta della violenza maturata durante il conflitto, diventa operazione istintiva nel padre di Immacolata, ferito nel superstite abbaglio affettivo e non più in grado di distinguere il significato del sangue dal colore della conserva (“La conserva”).

Sul fondale di un clima analogo, in Paolino agiscono vettori tematici variegati. La necessità della mitizzazione, scattata dall’abisso bellico, ed il successivo decantamento realistico costituiscono i fattori preliminari di un dramma che si aggrava alla fine della lotta, quando la coscienza disfatta dal dolore stenta ad inserirsi nel nuovo raggelante contesto con un dinamico sincronismo, vittima di un ancestrale sentimento di rivolta e di distruzione, acuito dall’assenza di una concreta prospettiva sociale e forse anche ultrafanica.

Appena la catastrofe sembra cessata, in realtà sopravvive nel paesaggio dell’anima, dove alimenta un’angoscia che strema ogni residua illusione. Pertanto con “Paolino” la lente dello scrittore si concentra sulla realtà post-bellica e nei racconti successivi raccoglie le aspirazioni ed i sogni di un intero popolo bloccato da contrasti non provvisori.

Così in “Le ortensie” il bruciore della verità fa balzare Teresa dal grumo incandescente della propria solitudine, ma la corda affettiva sfalda ogni certezza e l’incaglia in una definitiva sofferenza. Il riferimento politico trasparente nell’ambizione di potere del piccolo industriale al cui altare viene sacrificata l’importanza della verità, e la data di composizione del frammento (1951) spiano, dietro le griglie dell’ordito occasionale, lo sgomento di una società che tenta di riconoscersi nei valori più ancestrali.

La crisi spirituale del dopoguerra è sottolineata particolarmente in “Sposare la mamma”, dove la solitudine del sacerdote risulta più alienante nella fatale subordinazione affettiva del predicatore di ideali al qualunquistico famismo materno.

La nota straripa in “Serva e padrona” dove l’obiettivo fruga i piani opposti di un affresco sociale, percorso dalla finzione morale di una categoria smaniosa di arrivare e disposta, perciò, a sottoscrivere il compromesso come diritto vitale, e da un granuloso decoro borghese sostanzialmente già decimato, su cui gronda la pietà dello scrittore ad attenderne la naturale decomposizione.

La decennale parentesi compositiva è siglata da “Gli sposi della domenica” che s’impone come consuntivo di tante ansie germogliate sulle rovine della guerra. La contingenza fattuale appare superata anche dal modo in cui lo strumento narrativo ispeziona l’universo interiore, governato da una costante insoddisfazione che proietta il sentimento, nell’istante risolutorio, verso esiti opposti a quelli perseguiti, o lo costringe a trincerarsi nell’astuccio iniziale, con un atteggiamento di rassegnata resa dinanzi all’ineluttabilità degli avvenimenti. Lo scrittore ha rigorosamente scrutinato le figure per assegnare a ciascuna una precisa consistenza emblematica, immergendole nell’atmosfera di un lungo sanguinante racconto.

In una marea di produzione letteraria bacata da tendenze antropofagiche, il lavoro di Prisco s’insedia nella fascia più viva della letteratura contemporanea e, senza impaludarsi mai nel fervore propagandistico, acquista il valore di testimonianza di una inquietudine sociale, nelle cui onde lo scrittore si tuffa per salvare l’uomo dal crollo irreparabile, mediante i “fuochi a mare” della speranza che ammorbidisce la tragedia e la colora di poesia. (1972)

In un profilo critico di Michele Prisco del 1979, il noto critico Pompeo Giannantonio colloca lo scrittore a un posto di primo piano nella narrativa italiana del dopoguerra, non solo per essere riuscito ad incidere particolarmente sul processo di rinnovamento del romanzo di stampo ottocentesco, mediante l’innesto di una sperimentazione strutturale che coinvolge gli strumenti psicoanalitici, ma anche per aver radiografato, all’interno della realtà pre e post bellica, il dramma meridionale, visto attraverso la solitudine sociale della borghesia della “provincia addormentata”, disfatta dall’emersione di nuove concezioni egalitarie e libertarie.

Per cui, in ogni romanzo di Prisco è possibile cogliere le poliprospettiche capacità di un modulo creativo che nell’introspezione psicologica possiede non solo il magico potere di concretizzare vicende quotidiane, ma riesce ad esplorare le labirintiche fluttuazioni interiori, il brulichio prismatico di esseri che, per sopravvivere, si aggrappano disperatamente ad un luccicante frammento di passato.

Da La provincia addormentata (che giovanissimo rivelò Prisco grande scrittore), a “Gli eredi del vento”, a “Punto franco”, a “Fuochi a mare”, a “La dama di piazza”, sia che protagonisti siano donne e bambini, sia che siano individui irrealizzati o irresponsabili, sia che l’atmosfera sembri ottocentesca o sviluppi un problema di scottante attualità in un più vasto e moderno quadro sociale, come in Una spirale di nebbia, dove il racconto si frantuma in una pluralità di accadimenti e di sconvolgenti sorprese. Prisco rivela sempre il sistema circolatorio della discesa interiore e della sua scrittura.

La tematica di Prisco si è arricchita di nuovi sviluppi con “Gli ermellini neri” (1975), in cui lo scrittore, catapultandosi in una vicenda totalmente senza luce e continuando l’operazione di trivellamento all’interno degli esigui spazi della sua provincia o in febbrili scorci di città, e inserendo nella sua tecnica narrativa i continui ribaltamenti fantastici, tipici della favola, collegati a una certa “suspense” del giallo, procede ad una laica esplorazione delle origini del male, illustrando una palpitante vicenda sondata nei suoi abissi, uno scontro sanguinante col mistero, condotto con gli strumenti lineari del realismo oggettivo che alla comunicazione immediata affida ora la sua forza di coinvolgimento ed il suo messaggio.

Al Giannantonio va il merito non solo di aver colto i molteplici rapporti della narrativa di Prisco con le vicende coeve storico-culturali, ma soprattutto dell’essere riuscito a tracciare con puntualità e credibilità, le tappe essenziali dello sviluppo tematico dello scrittore napoletano, di averne individuato i momenti di ristagno, e soprattutto di aver seguito il tormento non rivelato dello scrittore nel momento in cui tendeva a rinnovarsi, a trovare nuovi sbocchi alla sua ricerca circolare, ma anche a coglierne il proliferare delle strutture narrative, sottratte alla corsività esistenziale con l’accensione degli itinerari psicologici, sotto l’impulso della potenza fantastica ed emozionale che dilaga in fiumi di più limpida  poesia. (1979)

 

La Narrativa di Michele Prisco, esplorata da (G.R.,su Avvenire del 22-3-1997)

Un’indagine accurata e approfondita ci viene oggi presentata da uno studioso siciliano, insegnante di materie letterarie e poeta moderno, Carmelo Aliberti, su uno degli scrittori molto letti e ammirati, Michele Prisco.

La narrativa di Prisco, che è tra gli scrittori meno oniricamente appariscenti del nostro Novecento, ma coerentemente vivo per le sue incursioni nell’anima di una borghesia napoletana del nostro tempo, ci viene presentata da Aliberti in modo strutturato canonicamente: e precisamente una confessione diretta dello scrittore sul modo di concepire e di scrivere un romanzo, la biografia, arricchita dalla cronologica uscita delle opere, i temi e i motivi del proprio lavoro e infine l’analisi precisa e documentata di tutti i libri usciti fino ad oggi. In più Aliberti ha scelto con una certa preziosità di scandaglio alcune pagine della critica più aperta a considerare alcune delle principali opere di Prisco. Ne è nato così uno studio che dopo \m’incursione nelle finalità e nei moduli narrativi, porta alla superficie quelle sinuosità segrete che ogni Autore sa celare nel proprio lavoro creativo, affinché ogni lettore abbia la possibilità di entrare e di capire i motivi profondi di un tema, di un personaggio e anche dello stile con cui vengono affrontati questi romanzi e racconti.

Michele Prisco, napoletano, del 1920, ha iniziato molto giovane esordendo con un volume di racconti. La provincia addormentata, che è del 1949; ma è stato dapprima giornalista e suoi lavori sono apparsi anche in riviste affermate, come “Aretusa” e “Mercurio”. Questo per dire che Prisco è arrivato a quella prima prova già consapevole di una sua precisa letterarietà. Sono poi arrivate sul proscenio alcune delle sue più famose opere, da Gli eredi del vento a “Figli diffìcili”, da “La dama di piazza a “Una spirale di nebbia” e via via fino agli ultimi: “Terre basse” e “II pellicano di pietra”. Una lunga militanza nel vivo di una narrativa che ha proposto “nuove modalità di scavo degli spazi interiori, incentrate sul conflitto tra realtà e illusione” come dice Aliberti in una sua felice definizione critica. “Queste memorie di famiglia, della terra, della pietà” ma dove, in Prisco, si registra anche “lo scontro tra due realtà: quella fattuale e ‘in progress’ delle esplicitazioni tematiche, e quella misteriosamente sotterranea e remota della tensione etica, raccolta intorno al nucleo spirituale del sentimento religioso, teso a conciliare galassie esistenziali e assolutezza del destino, tra percezione dello sconfinato segreto dei problemi dell’animo e la riflessione etico-culturale sullo struggente scenario di morte, gelosamente nascosto nelle insidie della storia”.

Meglio di così non si poteva dire di una narrativa come è quella di Prisco, sempre tesa a variazioni di situazioni psicologiche, ma anche capace di rendere viva una realtà quotidiana friabile, sconnessa, piena di malessere. (G. R, “Avvenire”, 22/03/1997)

Si esalta ne II mulino d’Aci

LA “SICILIANITUDINE” DI MARIO GRASSO

Giornalista, scrittore, direttore della rivista “Sumarte” (e successivamente di “Lunario Nuovo, periodico di letteratura, arte, folklore e attualità) e realizzatore di encomiabili iniziative culturali, tra cui il premio di poesia “Ciclope d’argento” che annualmente riunisce ad Acireale le personalità più illustri della cultura nazionale, Mario Grasso pubblica con la Todariana Editrice di Milano il suo nuovo libro intitolato II mulino d’Aci, un “collage” di quaranta racconti che, anche nel più complesso registro della dimensione artistica, riflettono quell’irriducibile amore per la verità straripante dai suoi sconcertanti “reportages” sulla Sicilia ospitati da giornali e riviste del Continente.

Impostosi definitivamente alla critica e al pubblico con il romanzo II gufo reale (Ed. Flaccovio, Palermo 1968) e con la commedia L’arca di Noè (1970), Grasso prosegue la sua indagine, prevalente in tutta la sua produzione narrativa, attorno alle ragioni più autentiche che hanno determinato quelle condizioni di vuoto politico e morale in cui sanguina la coscienza della società italiana scheggiata da tutti i mali del nostro tempo, individuati nel citoplasma sociale di una città siciliana, Acireale, “microcosmo dell’Italia peggiore”, con l’abilità di chi sa scoprire nel palinsesto delle apparenze cromate l’arrugginita sostanza delle cose.

Attraverso un oculato scrutinio di vicende e comportamenti emblematici di un costume che innalza a protagonisti personaggi pilotati dall’astuzia, dall’ambizione, dall’avidità di potenza e di denaro, dall’appiattimento morale e dalla crudeltà, Mario Grasso convoca sul banco degli imputati preti sbagliati e sagrestani, profittatori legalizzati e usurai, burocrati e professionisti, ipocriti e bacchettoni, giannizzeri e uomini politici, insomma tutto un esercito di esseri mediocri che, dopo aver imparato a “rubare nelle cassette delle elemosine della parrocchia e a barare nelle lotterie della casa canonica”, senza aver mai acquistato consapevolezza di alcuna ideologia, hanno distorto il concetto di democrazia per “coglionare il popolo” sovrapponendo baronia politica a baronia politica, a secondo dell’evolversi degli avvenimenti nella storia del nostro secolo, con quell’adiposa capacità tra-sformistica che solo la deificazione dei più meschini appetiti può inculcare.

Il libro così si rivela un avvincente documento di accusa, non verso l’istituto democratico in cui Grasso fermamente crede, ma verso tutte quelle distonie pubbliche e private, verso tutti coloro che, senza avere alcuna vocazione popolare e una adeguata e responsabile preparazione culturale, hanno trasformato in pantomima la gestione del pubblico potere, congestionando ogni forma di evoluzione economico-sociale per alimentare oc-cultamente i famelici appetiti delle consorterie del galoppinaggio elettorale dopo aver soddisfatto un untuoso famismo individuale.

Nel momento in cui la Sicilia stenta a trovare una classe politica decisa a risolvere i gravi problemi che la tormentano, la testimonianza narrativa di Grasso si riveste di un significato particolare circa la funzione che lo scrittore deve svolgere in un contesto di raggelante depressione sociale come quello meridionale, se vuole ancora avere un senso concreto la sua fatica e contribuire, nelle possibilità del suo raggio d’incidenza, a scardinare la gat-topardesca rassegnazione dei “pupi” di don Manuele per poter responsabilmente incominciare a pensare di correggere le storture della nostra società: “Oh vecchio, ma lasciami in pace! Non vedi che fuori è una ressa di pupi e pupari? Non vedi che tutti sono mobilitati a tirare o a essere tirati? Non vedi che Aci è un grande teatro in cui marionette e pupari si scannano? E tu, don Manuele, puparo, rassegnati! Cambia mestiere” (Il linguaggio dei pupi).

Senza mai far ricorso all’efficacia dell’invettiva o alle risorse dell’inserto saggistico, Mario Grasso scopre le tessere eterogenee di un tale contesto attraverso il vigore investigativo del dialogo tra personaggi selezionati senza eccessiva fatica, data la quotidiana dimestichezza con una realtà coltivata nell’anima con particolare passione, ma vigilati con quell’incomparabile sentimento di “pietas” sicula che alla fine esplode e sommerge la vistosa comicità aristofanesca, sollevando il contingente in un’atmosfera fantastica dove ogni rigurgito passionale si risolve in un inestinguibile bisogno di verità, genuina testimonianza della “sicilianitudine” del nostro scrittore di cui attendiamo nuove prove per poter ancora di più apprezzare le significative indicazioni del suo “Mulino” non solo nello sviluppo tematico, ma anche in un bilancio più vasto della narrativa siciliana postverghiana. (1974)

 

BREVE RASSEGNA DI POESIA MESSINESE DEL 2° NOVECENTO

(dal volume DAL NOVECENTO AI NOSTRI GIORNI di prossima pubblicazione)

La presente rassegna si propone di inventariare schematicamente e senza alcuna pretesa di esaustività le diverse voci dei poeti più intensamente operanti nell’area messinese, con l’obiettivo di delinearne sinteticamente le più peculiari articolazioni tematiche e i referenti linguistici e poter offrire un’ulteriore occasione di parametrazione con i teoremi estetici dei poeti di altre regioni d’Italia e con le linee di tendenza della poesia contemporanea più in generale.

Essi, con la loro vicenda esistenziale tormentosamente tradotta nel palinsesto lirico, hanno attraversato i grovigli più salienti della storia del Novecento, dal clima asfissiante della dittatura, alla tragedia della guerra e dei lager, dall’ubriacatura libertaria della Resistenza, all’alienante stagione del miracolo economico e del consumismo, dal velleitarismo rivoluzionario sessantottesco, ai terrificanti episodi degli “anni di piombo”, fino ad approdare alla estremistica, e più concisa, parabola studentesca del ’78 e all’ineludibile riflusso degli “anni ’80”, formandosi culturalmente nel furore efficientistico del futurismo o nelle nostalgiche gore del crepuscolarismo, nel sigillato tormento dell’ermetismo e nell’atmosfera convulsa ed illusoria del neorealismo o nelle orgiastiche frammentazioni fonetico-strutturali dello sperimentalismo dei “gruppi” e degli “antigruppi” d’avanguardia, con gli irrelati processi distintivi dell’eterno del contingente, del sostanziale e dell’accidentale, tra verità oggettiva e dramma esistenziale, tra identità e relatività-inautenticità del reale antropomorfico, olfattivamente avvertibile in questi anni di incondizionato trionfo del “fagogico-effimero”.

Tuttavia, i poeti del polo messinese che alla febbre della diaspora hanno sostituito la disperata tenacia della permanenza nell’inferno di un contesto socio-economico degradato, si sono sottratti alla esercitazione voluttuaria degli “ismi” e alla frantumazione globale dei valori, riuscendo a salvare, nella segregazione angosciosa e salvifica della propria coscienza magnetico-fisiologica, le sollecitazioni ideali di una universale lezione di eticità, tradotta in un rigore formale scevro di ogni residuo accademismo letterario, e intimamente fuso con un glossario lessicale e orchestrale idoneo a trasferire la tensione civile e morale in soloni inventive di immediata resa artistica.

Ma la condizione di insularità dei poeti di cui parliamo, non è sinonimo di separatezza culturale e alla corrosione della sintassi ermetizzante degli Anni trenta, e alle elementari formulazioni realistiche e post-avanguardistici, hanno privilegiato forme esaltanti di impegno etico e civile, in una prospettiva demiurgica progettazione del futuro senza il ripudio dei flessibili Statuti   tradizionali, ma opponendo, alla dissociazione del reale, allo scardinamento delle strutture sintattiche e alla trasgressione linguistica operata dallo sperimentalismo, un caleidoscopio di prensili strumenti espressivi, tesi a ristabilire un sentimento di ordine nel caos dei messaggi e delle analogie, di fronte alla seduzione del Male e all’incommensurabile insensatezza del reale, attraverso un’opzione di risemantizzazione pregnante e l’essenzialità della parola, in cui l’eticizzazione etimologica, tesa a riconsacrare le rievocazioni liriche traducono l’insopprimibile esigenza di una comunicazione più aperta, in un articolato contesto di modi espressivi limpidi ed eleganti, gravidi di intense potenzialità evocative, con l’adozione di forme metriche e di un lessico, fusi in un complesso rapporto di classicità-modernità. Connotazioni di significanti e di significati che hanno sempre espresso l’implicito rifiuto del cedimento all’accerchiamento dei compromessi elaborativi, suggeriti dal perbenismo consumistico della società neocapitalistica, in sintonia con le necessità di  impegno globale, in un’operazione di rielaborazione e di rilancio di un progetto neo-umanistico, giocato attorno all’utopia della riscoperta dell’uomo integrale, nell’ambito di un’ottica di superiore coerenza morale e ideologica, che caratterizza la nuova linea della poesia messinese, particolarmente impegnata ad anatomizzare anche le piaghe e i rischi che incombono a minacciare una più equa e dignitosa per tutti convivenza pacifica e la stessa sopravvivenza della vita sul nostro pianeta. Si può, pertanto, affermare che la poesia messinese si è conquistata il. ruolo di dimensioni cosmiche. Così, “l’essere messinese” di Bartolo Cattafi, condensato nell’effrazione lirica di occasioni storico-geografiche isolane e mediterranee, si dilata verso orizzonti planetari, in cui la vera misura della poesia non è più una terra o un popolo, ma la creatura umana nel suo spessore cosmico-escatologico, dove il mare, esponente privilegiato dell’esopismo cattafiano, con la sua “foresta di simboli”, assurge a spazio edenico, oasi di smemoramento e di libertà, riesumazione di identicità nel negativo della realtà contemporanea. L’ironia cattafiana, acre e sapienziale, volta a catturare le impercettibili vibrazioni dell’io razionale, dinnanzi alle macroscopiche e anacronistiche degenerazioni della vita e della storia, oltre a caricarsi di segnali demistificatori e corrosivi delle de-gradanti anomalie creaturali e naturali, è sostanziata da una spasmodica tensione gnomica, volta a decrittare gli aspetti inautentici della stessa esistenza, individuati nel “diverso fisico” della scenografia naturalistica. La discesa all’interno degli oggetti diventa catabasi dentro la metafisica dell’anima, denudata nella prostrazione dell’esilio biologico e dell’inganno estetico-sensoriale. Per cui la lettura cattafiana della realtà, che è storia privata e universale della fantasia creatrice e dell’aggressività intellettuale, risulta rigoroso e labirintico baudelairiano viaggio “au fond de l’inconnu” verifica della storia morale e civile dell’uomo nella sua prometeica interiorità.

Nella poesia di Melo Freni risplende l’immagine di una Sicilia eterna, cui la situazione esistenziale del bracciante, dello zolfataro, dell’operaio delle saline, si mescola con la memoria storica di un’atavica trama di lutti, e il dettato lirico carico di amarezza, talvolta pigmentato di zigrinature ironiche, tende a riprodurre, da una parte l’immagine di una Sicilia mitica e magica, con le sue leggende e le bellezze magnogreche, dall’altra le deliranti sequenze di una terra desolata, dove la parola poetica tenta di convertire il significato della tragica gestualità ancestrale,in un  letterariamente inedito movimento evolutivo, sollecitato dal colloquio lacerante con la storia e dall’implorazione idillica e inquisitoria della presenza-assenza di Dio. La Sicilia, allora, si configura come “topos” edenico della fragilità creaturale nella misterica relegazione terrestre. Il canto del poeta, perciò, varia dalle cadenze della stornellata dei carrettieri, alla geometrica fattura dell’endecasillabo, alla ritmica solennità dei salmi, alle fluttuazioni allitterative delle paronomasie simbolico-cronachistiche o ectoplasmatico-memoriali, socio-realistiche o metafisico-surreale, delle figurazioni inventive, dove la disinvolta fluidità fonica e fonetica riesce a recuperare i sussulti e le dolcezze di epoche, lontane nel tempo, e restituirli intatti al plasma spirituale della storia individuale e collettiva. Di altri poeti, come Mario Rappazzo, Nino Pino, Bartolo Cattafi, e di altri operanti nella provincia, ci siamo occupati più distesamente in altra parte del libro. In questa sezione, ripercorreremo gli itinerari creativi di poeti già analizzati da un’altra angolazioni e di alcuni poeti di recente esordio.

Nella poesia di Vincenzo Leotta, una Sicilia millenaria, caratterizzata da mitiche effervescenze di bellezza architettonica e paesaggistica rivestita con i paludamenti della cultura greca, alimenta segretamente con la forza dei valori classici il coagularsi delle emozioni e dei bilanci nei ritmi prosodici del verso, senza concedere alcuna indulgenza a striature folcloristiche e assistenzialistiche, ma con la convinzione che il procedimento esplo-rativo, laicamente scavato nell’intricato mosaico della sua storia, possa rivelarsi utile a recuperare il frammentato codice dei più alti valori della vita.

L’itinerario poetico percorso, proietta Leotta verso l’area della migliore avanguardia, dove gli scarti della lezione cattafiana si fondono con gli esiti tematico-colloquiali dell’ultimo Montale, filtrati attraverso la griglia del Quasimodo lirico, per produrre reperti poetici, in cui, sulla lastra inquietante della banalità quotidiana, si sedimentano i frammenti dispersi, o presenti, di ideali valori affettivi, con il supporto di un gomitolo linguistico, apparentemente discinto e usuale, ma che, mediante la calibrata impaginatura delle corrispondenze assonanzate interne, riesce ad avvolgere la su-perfluità del transeunte in inedite orchestrazioni melodiche che impregnano il monologo interiore di risonanze ritmiche estratte dalla corrività fattuale e proiettate nell’inciso dell’ipallage o declinate nelle inversioni metonimiche.

Una vita spesa al servizio della cultura è quella dell’ottantenne Mario Rappazzo, autore di molti romanzi e del volume “Liriche a Jo”, che racchiude la sua intera produzione poetica. Rappazzo ha coerentemente percorso, lungo l’intero itinerario della sua attività, binari di ricerca personale ed autonoma, senza lasciarsi mai influenzare dall’imperversare delle mode emergenti e rimando fedele al verso liberò e svincolato da ogni codice linguistico restrittivo, visto il trasparente e nostalgico fluire di un profondo amore che ha subito lunghe pause di lontananza coatta e di traversie particolari.

Nella sua produzione, sia narrativa che poetica, l’autore riveste, con la patinatura artistica, i rivolgimenti sociali ed esistenziali del Novecento, dentro cui riversa, come antidoto, la catartica ira dell’io nel groviglio delle consolatorie voci della natura e nei cerulei labirinti di un idealizzato sentimento d’amore, fusa ad una nostalgica immersione nei luoghi del tempo perduto, a riesumare fantasmi di volti, piallati dalla bufera del tempo, assieme ad eventi, riesplorati nella biblioteca di sensazioni sconosciute e riproposte come supporto rivelativo di una misura umana ed etica nell’affannato universo del presente.

Sotto il profilo tecnico-elaborativo, sul solido impianto delle strutture classiche, Rappazzo ha innestato i variegati congegni creativi della sua acuta intelligenza artistica, realizzando compagini tecniche e tematiche, esemplificative degli assiomi teoretici più duraturi e indispensabili ad interpretare oggettivamente le speranze, i drammi e le disfatte più strazianti del nostro secolo.

La sua poesia, intrisa di una sorta di romanticismo mediterraneo percorso dalle più ideali e angosciate istanze della costellazione del sentimento permeate, oltre che dalla convivenza del poeta con un universo che op-prime i postulati del cuore, anche dal perenne rovello dell’interrogarsi sul destino dell’uomo, si proietta a decrittare il messaggio segreto dell’esistenza, nell’ansia di sopravvivere al processo disgregatore della morte e del tempo, a dispetto della dimensione apocalittica che incornicia folgorazioni e accadimenti, peculiarmente identificabili nell’emblematica riproposta della mitografìa di Prometeo, le pronunciazioni di una sconfinata passione e saggezza, mescolate nel flusso ininterrotto di melopee pure, per strutturarsi in una resa perennemente mutevole tra l’intonazione innografìca e la passione esistenziale, tra l’ostinazione del sentimento e il nichilismo della ragione, tra l’etereo trillo dei sensi e i musicali sussulti dell’anima, per quella che può’ essere considerata una stabile profilatura patetica e una effervescente riconsiderazione esistenziale e morale. In tale contesto di responsabile adesione ad un’operazione di trivellamento interiore, tesa ad estirpare le radici del pervertimento, per poter ricostruire l’uomo con le risorse di una ragione heideggerianamente e marxianamente integrata, si configura la singolare unicità’ della voce poetica di Mario Rappazzo, sorretta dalla polifonicità dei referenti, grondanti di sonorità distese e inattingibili.

Giorgia Stecher, vissuta a lungo al di fuori delle conventicole letterarie e impegnata a coltivare nella sua sensibilità poetica, la coscienza sociologica e la conoscenza storica, è pervenuta alla poesia, dopo una sofferta esperienza nel settore dell’impegno sociale, che ha ulteriormente arricchito il suo pentagramma sensoriale, bulinando di maggiore consapevolezza i suoi regressi fremiti lirici e imprimendo alla propria ricognizione poetica, già dalla prima raccolta (“Qualcosa di sbagliato”), il carattere di rimeditazione estetica dell’esperienza autobiografica.

Qui la discesa nel labirinto del privato, oltre che tramutarsi in sperimentazione bilanciata dei personali inganni e tradimenti, perpetrati dal sortilegio memoriale e dalle imboscate del contingente, si articola come diagramma esplorativo del presente, di chimerico rilancio del vissuto nell’alveo del servizio collettivo, una riformulazione del breviario esistenziale, incentrata sul recupero dei valori assiali della sublimità della vita, sul tabulato esemplificativo di un cristianesimo laicizzante.

La visione stecheriana si slarga sulla precarietà del sentimento e della vita, sulla parzialità delle verità’ relative e sulla provvisorietà del destino umano, nel crogiuolo esistenziale, dominato dalla riesumazione memoriale dell’infanzia, dalla proiezione metaforica dell’incanto giulivo delle origini, dalle cicatrici della maturità’ consustanziate all’irrequietezza teleologica dinnanzi alla crudeltà della morte. Il dilaniante centellinare temporale dissotterra l’immane vuoto del dolore e sollecita la falcidie impietosa dei sogni, per cui la poetessa affida ai rigenerativi sussulti dell’amore, l’incarico di dissolvere l’oppressione alogica del destino di neutralizzare il silenzio ontologico e la solitudine del deserto del vissuto.

La poetica della Stecher risulta declinata dai postulati di un esistenzialismo umanistico, che, senza rinunciare alla necessità di un intermittente misticismo liberatorio, che si erge talvolta a forme di gnostica religiosità, racchiude un elevato compito morale, imperniato sulla necessità della liberazione dal dolore e operante per la redenzione dal male fisico, psicologico ed etico.

La tecnica espressiva della poetessa, modulata su cadenze discorsive e narrative, che omogeneizzano nel ribaltamento metaforico anche ingredienti oggettuali ed emotivi estrapolati dall’archivio dell’emarginazione psichico-sociale  dalla pietosa ghettizzazione del privato poetico, procede su binari di pregnante linearità colloquiale che, per la calibrata fattura del verso, zigrinato da allitterazioni e consonanze, si carica di musicalità biologica e, attraverso il caleidoscopio delle martellanti sequenze liriche, si coniuga con la vibrante energia del messaggio.

Anche Maria Pina Natale ha al suo attivo una prolungata militanza al servizio della cultura, sia come poetessa, che come scrittrice.

La sua poesia, in particolare, che sgorga, con cristalline formulazioni inventive scheggiate da policromatiche radiazioni lessicali e da sottili e geometriche sinfonie, oscilla tra il nostalgico solipsismo, scrutinante il travagliato negativo esistenziale e il nomadismo iconografico della parola utopica, cifre della miseria creaturale in diagrammi sempre più emergenti di sfacelo, a cui la Natale contrappone una soffice mobilità emozionale fusa ad un prismatico vigore morale, epidermico ed evanescente, ma ben saldo alle radici dell’anima, l’incontenibilità degli affetti perennemente attuali, la loro dilagante energia biologica, avvolgente i trucioli delle cose minime e la filigrana metafisica dell’essere, oltre il diaframma del corruttibile, degli infingimenti e degli affanni.

L’amore risulta declinato su un pentagramma struggente di echi e di ineffabili dolcezze, attraversati dal sottile furore di una catartica illuminazione decisiva, in un ventaglio lirico intessuto di intermittenti isofonie esemplificate sui codici linguistici di una solida classicità e tese a coniugare i fotogrammi della tragedia e dell’ilarità, le incisioni descrittive e il funambolismo visionario nella contestualità di un rinverginato equilibrio morale.

La poesia della Natale si risolve, pertanto, nella rappresentazione della drammaticità del male di vivere, perforato da dubbi e da aneliti, dai detriti di una realtà’ inquietante e da spazi acuti e sanguinanti di smarrimento, che percuotono i labirinti dell’io con una successione di sequenze biografiche, di immagini e di metafore attinte nei gorghi di un indefinibile malessere e incise nel travaglio di una quotidianità, fluttuante tra l’ossessione del dissolvimento della luce e l’emergere di una lievitazione estetica che riplasmi di calore affettivo la criminalità dell’esistente.

Figura di intellettuale dagli interessi eclettici, il barcellonese Nino Pino ci ha lasciato un materiale poetico, sorretto da un supporto ideologico rivoluzionario vissuto con incandescente coerenza alla ricerca di ragioni organiche di uguaglianza e di giustizia nel contesto del disorganico trionfante, listato da sinuosi itinerari gnoseologici e compenetrato di palpitanti fermenti umanitari e sociali, emersi da una sofferta ricognizione realistica all’interno della prostrazione storica della sua Isola e dell’intera umanità offesa, e proiettati nel circuito di cosmici conati palingenetici, pulsanti tra la cornice della storia e della metastoria, all’insegna di una fede nel materialismo scientifico e nel laico progresso civile della società.

I testi poetici di Pino, pertanto, sia nella produzione in lingua che nella scansione dialettale, accanto alle concrezioni mitologizzate delle tradizioni e dell’inventività popolari, eligono, nel gomitolo della riflessione lirica, la dimensione antropologica dell’essere colto nella quotidiana genuflessione alla precarietà materiale, all’abisso della miseria sociale e civile, agli angusti orizzonti della pena intellettuale del vivere in un palinsesto comunitario di prevaricazioni e di discrepanze istituzionalizzate, urlate con la rabbia scaturita dal disseppellimento di un errore millenario e con i timbri elegiaci della pena o con il graffio folgorante dell’ironia.

Nella prospettiva della delirante ansia del trionfo sul dubbio ontologico e sull’ipotesi della morte cosmica, il poeta si volge a conglobare nel verso il rapporto dialettico tra esistenza ed essenza, tra contingente ed immutabile, tra la dimensione della tangibilità materica e le griglie misteriche del metafisico, insomma tra vita e poesia, scienza e ideologia, pausate con segmenti di irrequietezza intellettuale per una piena realizzazione dell’uomo, ritagliato nella cornice dei valori della globalità terrestre, attraverso cui Pino riesce a traslare, in affilate schedature realistiche, la determinazione della propria interna fenomenologia neoumanistica.

Dinnanzi all’inattingibilità teologica del buio cosmogonico e dell’illusorio razionale, gli echi di una dolorosa verità esplorativa, intensamente vissuta e frantumata nell’utopia, risultano declinati nei singulti di un’afflizione sotterranea, spesso travestita da un inalienabile amore per le cose, cooptante, in un alone di concretezza, il tessuto intimistico dell’io e i sussulti indecifrabili della suprema armonia siderale.

In conclusione, un discorso lirico dipanantesi tra euforia futurista e nostalgia crepuscolare, vocazione sociale e realismo lirico, all’interno di strutture, linguistiche e immaginifiche di aritmetico spessore, in cui si materializza la profilatura anarchico-marxiana delle problematiche contemporanee, attraverso una successione di fotogrammi e situazioni realistiche e speculari,attraverso sequenze biografiche incise nella storia delle vittime e una metaforica disperazione trascritta con idillica chiarezza espressiva, che cognitivamente riveste una tematica di pregnante spessore sociologico.

All’ideale triade Quasimodo, Cattafi, Piccolo, va collegata la produzione poetica di Giovanna Musolino, che, dai meandri della memoria, estrapola motivi di idillica assuefazione alla vita, negli attimi di dissolvimento della illuminazione razionale, con l’incarnato progetto di poter esorcizzare la tenebrosità delle tensioni umorali e le precarie divagazioni del sensibile mediante non usurate evocazioni elegiaco-emozionali, riconvocate a surrogare la conchiglia devastata dal sentimento e riscattare la parola dalla custodia dell’inermità soteriologica e dall’ambiguità preformale dei segni, al fine di riuscire ad ipotizzare la ridisegnatura parabolica del viaggio esistenziale verso la riconquista del sogno e della luce ribollente nel magma fosforescente delle stagioni perdute.

L’accorato interrogare la cronaca, la storia e il mito, la sublimante contemplazione dei frammenti naturalistici che hanno cromatizzato le stazioni dell’infanzia, l’inebriante vagheggiamento di un incontaminato microcosmo di innocenza e di beltà’, custodito come serbatoio di sommerse energie spirituali necessarie ad una più appagante riformulazione ideale dell’esistere, mediante la riesumazione di equilibri di convivenza e di quiete, declinati attraverso il gioco incrociato delle allitterazioni e delle metafore, dell’accumulazione dei chiasmi e delle polifonie lessematiche, la fuga dell’io sgomento dalla visualizzata incombenza della disgregazione delle friabili gioie temporali operata dal tempo e dalla morte, ribaltano la personale radiografia del contingente verso le rasserenanti oasi extramateriche del delirio utopico e del mito, attraverso cui la Musolino riesce ad anestetizzare il disagio degli “hoow men” di eliotiana memoria dinnanzi alla reificazione del rischio del vuoto e del nulla, con l’espediente tecnico del prelievo verbale di inanellati virtuosismi tematico-semantici della parola e dei ritmi, tramati di neologismi, che imprimono alla poesia di Giovanna Musolino timbri di autonoma specificità, sia nei confronti dei grandi maestri elettivi, che nel panorama dei poeti messinesi.

La dimensione esistenziale con le irriducibili antinomie, gli stupri sociali, i tradimenti e le prevaricazioni costituiscono il substrato tematico che alimenta la poesia di Cosimo Pirri. Il poeta di Gala (Barcellona P.G.), lungi da ogni forma di estetizzante barocchismo, tende a riappropriarsi delle più autentiche motivazioni della vita, su cui l’uomo fonda la propria misura di dignità e di libertà per qualificarsi come strumento di compensazione alla dispersione e al vuoto e recuperare, sulle onde struggenti della memoria, individuale e storica, un coefficiente liberatorio di speranza e di fede nelle potenzialità di rinascita dell’uomo, su cui il poeta tenta di articolare un diaframma simbolico di segni contributivi all’agognato processo di ricomposizione etico-politica della coscienza con una più ragionata propensione all’autocritica e al dialogo.

Nella poetica di Pirri affiora l’immagine di una Sicilia empedoclea, ricomposta con fluviale incisività connotativa nella cruda espressività metaforica del suo straziato organismo antropomorfico e nelle analogie bivalenti (poeta-isola) della ristrutturazione memoriale che, da una trasparente esplorazione scientifica, trapassa ad una elegiaca tristezza autobiografica, cui si disciolgono le scorie inconcluse del reale-oggettivo.

La dolorosa constatazione dell’assenza dell’amore cristiano nella società e la scrupolosa rubricazione dei solecismi spirituali, sprigionano nella voce del poeta un incontenibile urlo di disperazione che, alla fine, si sedimenta nella fonosimbolica invocazione di un nuovo “nostos” del Redentore tra gli uomini per una rigenerazione molecolare dell’essere incommensurabilmente deviato dalla rotta eterna del cielo dai minerali allettamenti della civiltà consumistica o per l’ipnotico effetto di un malessere genetico; il tutto reso mediante l’utilizzazione di segmenti dittologia e digressioni concettuali e fattuali che inseriscono i segni sinesfetici dei significati nel flusso diacronico della storia privata e collettiva.

Alla linea classica di un realismo-idilliaco, di ascendenza pasco liana, si può riallacciare la produzione lirica del barcellonese Nello Cassata che, nei suoi versi, recupera gli eventi maiuscoli e minuti della storia e della cronaca, scrutinandoli mediante le risorse intimistiche di un dettato di affabulante colloquialità e sigillando l’icasticità del dato realistico con gli strumenti espressivi di un elegiaco repertorio bilingue, italiano e siciliano, di inquietante intonazione fonosimbolica e sentimentale, in cui il grido autobiografico per l’individuo offeso sia dalle devastazioni mentali, materiali e morali della guerra e della successiva deportazione nei lager, sia con le inique lacerazioni attuali subite nei solchi o dentro i cancelli delle fabbriche, si mescola all’ansia di sottrarre l’uomo contemporaneo alla schiavitù della prevaricazione, della sconfitta e della solitudine, mediante la riscoperta dell’innocente gaudio esistenziale a contatto con lo splendore policromatico e polifonico del paesaggio e il vagheggiamento messianico del sorgere, sulla brace dell’odio bellico, del prototipo di un nuovo cittadino europeo, unito agli abitanti degli altri continenti, dall’innato vincolo dell’amore e dal mastice di una nuova cultura della fraternità ecumenica.

Con questa necessariamente sintetica rassegna poetica, si è potuto constatare come le diverse voci dei poeti messinesi attuali, affondando le radici della loro ricerca creativa nell’esaltante labirinto della migliore tradizione culturale e riesplorando i sacri territori dei più elevati valori ideali e morali trasferiti sui tabulati lirici di una ormai improcrastinabile cultura del positivo e della gioia di vivere, contrapposta alle mille culture del negativo esistenziale che hanno irreparabilmente disgregato la globale identità di essere della creatura umana, non solo contribuiscono a riaffermare l’insostituibilità della poesia nella realizzazione del “quasimodiano” progetto di ricostruire l’uomo, ma, ricaricando di autentici significati edificanti la parola poetica, dopo il furore iconoclasta, e fortunatamente fatuo, dei fuochi sperimentali, hanno già emblematicamente tracciato i lineamenti connotativi di una linea messinese (coincidente con quella dei migliori poeti calabresi viventi) della poesia, una linea, perciò, del Sud, a cui è indispensabile far riferimento per poter concretamente ipotizzare discorsi futuribili sulla utilità del ruolo del poeta nella società post-moderna.

 

Carmelo Aliberti

 

 

 

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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