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Andrea Camilleri di Carmelo Aliberti

Andrea Camilleri di Carmelo Aliberti

introduzione di Alessandra Scarino

 

camilleri

 

Introdurre un saggio letterario è cimento affascinante nonché delicatissimo e complesso. A differenza di un’introduzione ad un’opera letteraria, in cui a confrontarsi e a incrociarsi sono due sguardi — quello di chi stila l’introduzione e quello dell’autore dell’opera vera e propria —, nel caso di un saggio critico il gioco dialettico coinvolge tre sguardi: quello di chi scrive l’introduzione, quello dell’autore del saggio e quello dello scrittore sottoposto ad indagine critica. Questo intreccio, lungi dal diventare motivo di confusione e di indebite contaminazioni, può essere molto fecondo, a condizione tuttavia che si prenda lo sguardo del saggista come una potentissima lente mediatrice tra la voce dell’introduzione e la voce dell’opera e dell’autore analizzati e illustrati. Questa potenzialità brilla vivacemente nell’ultimo saggio  del critico, scrittore e poeta Carmelo Aliberti, dal titolo “Andrea Camilleri”. La presentazione della biografia e dell’opera del famosissimo artefice del commissario Montalbano è infatti una lente puntata sui particolari, ma che continuamente si allontana per inquadrare i singoli casi in una panoramica che tutti li raccoglie e li ordina.  Aliberti infatti ora focalizza i dettagli ora la rete più vasta che li connette in un disegno ben orchestrato e orientato.

Passando in rassegna gli snodi della biografia esistenziale ed artistica dello scrittore siciliano, il critico realizza una sorta di esplorazione stratigrafica di tutta la sua opera. Come uno speleologo alle prese con la perlustrazione di tante profondissime grotte, il critico ricerca in profondità i sotterranei corsi d’acqua che alimentano il fiume copioso e fluente dell’opera camilleriana nel suo insieme. Quindi con la pazienza e la sapienza del paleontologo e dell’archeologo raccoglie uno ad uno tutti i “reperti” rinvenuti nel corso della ricognizione e li connette in una visione unitaria densamente significativa. 

Questa ricerca convoca sullo scenario tutti gli elementi della vita, della formazione culturale ed artistica e delle esperienze cruciali di Camilleri. Questi elementi a loro volta vengono sottoposti a una sorta di decantazione dalla quale l’autore del saggio trae l’essenza più intima e profonda dell’universo umano e letterario dello scrittore. Il percorso è per gradi: la nascita a Porto Empedocle nel 1945 e l’infanzia e la primissima giovinezza trascorse in quella sua Sicilia amata con dolore e fierezza, teatro privilegiato della maggior parte delle sue opere; la formazione come sceneggiatore e regista a Roma dove mise in scena molte opere teatrali e realizzò per la Rai sceneggiati di argomento poliziesco come la serie del tenente Sheridan con Ubaldo Lay e del commissario Maigret con l’ineguagliato Gino Cervi. Da queste esperienze si diparte un altro fiume carsico: il genere poliziesco, primitiva passione da cui in anni più maturi fioriranno le vicende di Montalbano. A completare il mosaico, da una parte la sensibilità e l’attrazione di Camilleri nei confronti del teatro dell’assurdo che per primo portò in Italia con allestimenti di opere di Beckett e Ionesco, e dall’altra l’empatia con l’universo tra pessimistico, grottesco e disperatamente ironico, di Pirandello.

Aliberti, nell’analisi individuale delle opere di Camilleri, riesce a far affiorare tutte le linfe segrete dell’ispirazione dello scrittore che si biforca fin dall’inizio in due filoni: il romanzo di impegno storico e civile e il romanzo poliziesco. Il retroterra lirico, culturale e filosofico di tutti i suoi scritti viene attraversato, esplorato e ordinato dal critico in una mappa precisa che non lascia fuori neanche i particolari pressoché invisibili. La sua penna tocca e lascia parlare le miriadi di voci che si levano dalla scrittura di Camilleri: la voce della Sicilia, terra profumata e insanguinata, isola di bellezza e tragedia, di poesia e morte, di povertà e di saggezza, di poteri antichi e nuovi che periodicamente la colpiscono al cuore senza mai ucciderla; la voce degli afflitti, dei perseguitati, i loro gemiti inestinguibili e le loro grida di rivolta che si spengono sempre nel lamento funebre e nell’oblio; la voce prepotente e arrogante del potere, in tutte le sue metamorfosi, sconfinamenti e travestimenti; il groviglio inestricabile dell’esistenza di cui il caso criminoso è metafora e l’assiduo interrogarsi umano sulla verità nascosta nei casi e nei destini del vivere di cui l’investigatore, Montalbano in primis, è incarnazione traboccante di umanità e saggezza.

Il viaggio di Aliberti tocca tutte le isole dell’arcipelago letterario di Camilleri e di ognuna disegna la mappa ed evoca il clima, a partire dall’esordio narrativo nel 1978 con “Il corso delle cose” che passò del tutto inosservato. Seguirono nel 1980 “Un filo di fumo”, che è il primo di una serie di romanzi ambientati a cavallo tra l’800 e il ‘900 nell’immaginaria cittadina siciliana di Vigata — la sua Porto Empedocle trasfigurata in patria letteraria di storie dolorose e aggrovigliate —, e dopo 12 anni di silenzio, nel 1992, “La Stagione della caccia”. Ma il grande successo arriva con “La forma dell’acqua” del 1994 che è il primo romanzo poliziesco con protagonista il commissario Montalbano. Da quest’opera nascerà una serie di romanzi nota come il “ciclo di Montalbano” e illustrata e sviscerata in tutte le sue tecniche espressive, le sue trame annodate e coinvolgenti, il suo spessore umano ed esistenziale dal presente saggio.

Ciò che colpisce nel testo è l’onestà e la profondità della perlustrazione critica di ogni opera e l’allineamento di ciascuna su uno dei due binari fondamentali su cui scorre l’opera intera dello scrittore siciliano: il genere storico-civile — esemplari, tra gli altri, i romanzi “Il re di Girgenti”, “La concessione del telefono”, “Un filo di fumo”, “La strage dimenticata” e “La presa di Maccallè” — e il genere poliziesco e investigativo che segnerà il travolgente successo dello scrittore in tutto il mondo con i gialli di Montalbano, anch’essi ambientati in Sicilia nell’immaginaria cittadina di Vigata e alla cui straordinaria diffusione contribuirà anche la riduzione televisiva con Luca Zingaretti. Individuando le diverse influenze letterarie e culturali operanti in Camilleri, come quelle di Manzoni, Sciascia, Consolo, Tomasi di Lampedusa e Pirandello, Aliberti circoscrive abilmente il suo autore distinguendo le lezioni apprese dalle ispirazioni riplasmate in modo assolutamente originale, in linea con la sua esperienza personale e la sua vocazione letteraria.

Bellissime e penetranti le pagine dedicate alla presentazione del commissario Montalbano, ritratto in tutta la sua statura umana e professionale, oltre che nel suo personalissimo stile di indagine: la semplicità, l’umiltà, il rispetto delle persone indagate nonché dei colpevoli, il metodo delicatamente e nobilmente maieutico adoperato per ottenere la confessione del colpevole guidato per mano, con attenzione e cura quasi fraterni, in un viaggio doloroso negli inferi della propria coscienza, negli anfratti del proprio rimorso fino a quell’ammissione disperata di colpevolezza che è già un’espiazione agli occhi di Montalbano. Questa nota così affettuosamente umana viene messa a nudo in tutte le sue sfumature più delicate nel racconto “Il compagno di viaggio”, che fa parte di una raccolta di 30 racconti, con Montalbano protagonista, pubblicati nel 1998. La coscienza del rimorso lacerante e disperato del colpevole è qui definitivamente la via maestra verso l’assoluzione del crimine: l’implacabile esame di coscienza e il sincero pentimento sono già riscatto e perdono, anche se in genere negli altri romanzi il colpevole viene assicurato alla giustizia.

Il Camilleri che emerge dalle pagine del saggio è un uomo e uno scrittore sensibilissimo al dolore umano in tutte le sue forme, un artista e un osservatore finissimo della commedia e della tragedia umana, capace sempre di chinarsi con lucidità e compassione sul male ovunque si manifesti, nella storia, nella politica o nei meandri oscuri dell’anima. Oltre a ciò il critico pagina dopo pagina intesse un discorso teso a valorizzare la portata culturale e umanistica di tutta l’opera di Camilleri così da difenderla da ogni esclusiva identificazione con la letteratura di consumo.

Anche se la leggibilità di suoi polizieschi è fuori discussione, questo non esclude un sofisticato e colto lavoro di artigianato letterario, sia sul piano formale sia sul pieno dei contenuti. Molta attenzione Aliberti riserva infatti anche allo speciale impasto linguistico dei romanzi di Camilleri che, sull’asse della lingua italiana, intarsia termini dialettali e regionali delle sue terre, con il recupero di forme desuete, arcaiche e peregrine a volte amalgamate con recuperi suggestivi di termini spagnoli antichi.  Il risultato è una tastiera lessicale variegata e duttile, polisemica e vivacissima che avvince il reale come una rete a trame sottili e strettissime nonché elastiche e malleabili. Tutta la realtà, nelle sue stratificazioni storiche, culturali, sociali ed esistenziali, tutta la realtà esteriore ed interiore — condensata, studiata e fatta reagire entro il perimetro della Sicilia presa a specchio delle violenze della storia universale — viene avvolta e trattenuta da questa rete linguistica polifonica e polisemantica che riversa la narrazione sulla pagina con un impeto traboccante e ricchissimo. Nulla sfugge alla rete, come nulla sfugge alla lente del critico che draga con la sua penna i profondi fondali dell’universo letterario di Camilleri, fino a catturare le più sottili venature comiche e caricaturali adoperate come strumenti di caratterizzazione di personaggi e di ambienti, eredità della letteratura carnascialesca nello stile di Ruzante, Folengo e Rabelais.

Una sezione del saggio è dedicata al tema della mafia, della sua presenza nelle opere di Camilleri e del modo in cui lo scrittore si rapporta alla sua secolare presenza in Sicilia e alla sua evoluzione nel corso del tempo, dai primordi dei “galantuomini” boss di quartiere presso i quali gli umili, gli oppressi e i vinti trovavano ascolto, fino alle più recenti e losche collusioni tra stato e mafia e allo scatenamento sempre più disumano di quest’ultima all’interno di traffici efferatissimi senza più alcun altro fine se non il denaro e il potere, non ultimo il gigantesco affare dei flussi migratori trattato nell’ultimo romanzo del 2016, il 100° di tutta la sua opera, “L’altro capo del filo”.

Il profumo di umanità che intride tutte le vicende di Montalbano e il racconto storico di alcuni eventi tra i più sanguinari e “dimenticati” della storia siciliana — come, nel romanzo “La strage dimenticata”, l’incendio di Torre dove tutti i detenuti di una prigione vennero arsi vivi per onorare la ragion di Stato all’epoca dei moti del ’48 — si effonde anche nella nobiltà interiore del celebre commissario che mai si erge a giudice dei fatti e delle persone coinvolte. Sbalzando e cesellando la sua figura, il critico ne evidenzia tutte le venature e le tensioni, le difficoltà e le risoluzioni sempre sagge e rispettose della persona colpevole, qualunque sia il delitto commesso. E anche quando sono i poteri costituiti, che da sempre hanno l’ultima parola nelle aule magne della storia, ad aver palesemente violato il codice etico e professionale, Montalbano non scredita mai l’istituzione di cui fa parte, semmai cerca di correggerla se gli è possibile, ma senza mai delazioni e denunce. L’uomo che ascolta i colpevoli e li conduce per mano è lo stesso uomo che conosce i maneggi e i tranelli dei potenti: mai cerca di porsi su un gradino più alto ergendosi a censore del malcostume. Compie il suo dovere, in silenzio, con umiltà e rispetto, né ambisce a vestire i panni del paladino assoluto del bene contro le incarnazioni del male.

Un posto a parte, nell’opera di Camilleri, è occupato dall’universo femminile, al cui interno Aliberti ci guida con acume psicologico e sensibilità profonda. La fragranza che sprigiona da opere come “Donne”, composta da 39 figure muliebri — tratte dal mito, dalla letteratura o dalla sua cerchia famigliare e amicale e dunque personalmente incontrate e intimamente conosciute — e “Noli me tangere” (2016),  evoca la quintessenza del femminino, vivaio in cui ardono e fervono energie corporee e spirituali che rinverdiscono sempre la vita e l’umanità. La donna è un nume tutelare per Camilleri, un’ancella della luce e della creatività, anche quando è libera e spregiudicata perché è proprio della sua natura creare e ricreare, nutrire e dissetare, placare i dolori, curare le ferite e incantare sempre e di nuovo il mondo disincantato dell’oggi, riaccendendo con il suo naturale fervore i deserti delle “passioni spente”.

Guardando all’insieme del saggio e intersecando i tre sguardi di cui si parlava all’inizio, viene alla luce con particolare rilievo il doppio valore delle pagine vergate da Aliberti: l’illuminarsi reciproco del critico e dello scrittore, l’incontro tra le loro due visioni e il loro approfondirsi, chiarirsi e rafforzarsi a vicenda. Un contributo, quello rappresentato da questo saggio, prezioso e provvidenziale, soprattutto ai fini di una conoscenza profonda e argomentata della galassia narrativa e culturale di un autore come Camilleri, che molti identificano solo con il creatore di Montalbano, il narratore popolare di casi polizieschi e un modello della letteratura di consumo destinata al largo pubblico. Aliberti prende un lembo di questa specie di velo e lo solleva, così da mostrare tutto ciò che vi si nasconde dietro. La sua penna graffia via la patina livellante della sua ascrizione al poliziesco di intrattenimento per il grande pubblico e riporta alla luce il mondo sommerso di questo scrittore che è già un classico. Così che alla fine, anche per chi non conosce bene lo scrittore o lo associa solo ai film televisivi con Montalbano-Zingaretti, l’immagine che esce dalle pagine del saggio è simile all’interno di un Sileno, antica statuetta greca posta su un cofanetto: l’aspetto esteriore è semplice e facile da descrivere, ma una volta aperte le porticine sigillate dello scrigno ecco apparire alla luce del sole pietre preziose, unguenti, balsami, colori e profumi segreti. La penna di Carmelo Aliberti apre lo scrigno di Camilleri e pagina dopo pagina registra uno ad uno i piccoli grandi tesori nascosti, offrendoceli con saggia generosità, intuizione e accorata umanità.

Informazioni su Monica Bauletti

Monica Bauletti, libri@monicabauletti.it Romanzi: -ATTACCO AGLI ILLUMINATI – EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -L’AMICA PIU’ PREZIOSA - EDITORE: LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2014 -BERTA, LA LEGGENDA (PUBME.ME) 2017 -Racconto: VITE RIFLESE antologia UNA BELLA GIORNATA DI SOLE LIBROMANIA (DeAgostini-Newton) 2015 -Racconto “RESPIRO” secondo classificato al premio letterario edizione 2014 “MILLE E… UNA STORIA” e pubblicato nell’antologia del premio. -Racconto “TU NON MI AMI” numero dicembre 2014 rivista internazionale di letteratura e cultura varia “3°m TERZO MILLENNIO” fondata dal poeta-scrittore-saggista professore Carmelo Aliberti. -Racconto "MARTINA VEDE LE COSE" antologia: SOFFIA UN VENTO CONTRARIO - L'IGUANA EDIUTRICE www.monicabauletti.it

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